“L’AVIDITÀ È IL MOTORE DELLA STORIA AMERICANA”. NEL LIBRO “AMERICA NUDA E CRUDA” GIORGIO DELL’ARTI TRACCIA UN FILO CHE LEGA 400 ANNI DI STORIA, FINO A TRUMP: “IL DESIDERIO DI AVANZARE È IL SEGNO CHE CARATTERIZZA GLI AMERICANI, DA QUI NASCE LA MISTICA DELL’INIZIATIVA PRIVATA. TRUMP RAPPRESENTA L’ARROGANZA DELLO SPIRITO AMERICANO, LA CONVINZIONE DI ESSERE INVIATO DA DIO”
DAL CASO DI THOMAS JEFFERSON CHE, PRIMA DI DIVENTARE PRESIDENTE, CONTRABBANDÒ IN AMERICA IL RISO PIEMONTESE, ALLA VICENDA DEL BANCHIERE JOHN PIERPONT MORGAN CHE “SALVÒ GLI STATI UNITI NEL 1907, UNO SQUALO MALINCONICO INNAMORATO DI UNA DONNA CHE LO TRADIVA”
Nel suo America nuda e cruda (Garzanti) Giorgio Dell’Arti attraversa quattrocento anni di storia col piglio del cronista, mettendo in fila una miriade di fatti importanti e di fatterelli solo apparentemente secondari che restituiscono, nel loro insieme, un quadro ricchissimo di informazioni: la traiettoria parte dallo sbarco dei primi coloni inglesi sulle coste settentrionali del Nuovo continente, all’inizio del XVII secolo, per concludersi con la prima elezione di Trump alla presidenza Usa, nel 2016
Dell’Arti, qual è il filo rosso che lega l’arrivo della Virginia Company a Jamestown, nel 1606, agli Stati Uniti di Donald Trump?
«Credo si possa riassumere con la parola avidità, che non ha necessariamente un senso negativo, ma ha a che fare anche con il desiderio di crescere, espandersi, possedere. Il primo insediamento sull’Atlantico è del 1609, la costa del Pacifico è stata raggiunta nel 1848: in due secoli e mezzo hanno percorso una distanza enorme in un ambiente ostile, un effetto della loro volontà di espandersi
Il desiderio di avanzare è il segno che caratterizza gli americani in tutta la loro esistenza, da qui nasce anche la mistica dell’iniziativa privata».
Con quali riflessi?
«Quando Franklyn Delano Roosevelt utilizza soldi pubblici per il New Deal negli anni ’30, facendo fronte alla grande depressione, questo viene vissuto da molti americani come un’umiliazione, perché per loro è inconcepibile un aiuto pubblico».
Un’annotazione stilistica: il tono del libro è colloquiale e lontano dall’approccio abituale ai massimi sistemi.
«Ho ricercato volutamente questo tono, non volevo essere lodato dagli accademici, ma essere capito dai miei nipoti, e non volevo che i lettori venissero spaventati dal linguaggio altisonante. Ci sono anche le parolacce… Bisogna scrivere semplice, con frasi brevi e parole di tutti i giorni».
Che importanza hanno i dettagli della vita quotidiana? Nel suo volume ce ne sono moltissimi, come Jefferson che, prima di diventare presidente, contrabbandò in America un pugno di riso piemontese…
«Sì, una cosa vietatissima, e aveva anche progettato una macchina per fare i maccheroni. Penso che dicano di più questi dettagli dell’interpretazione hegeliana della Storia, per cui i fatti quasi non contano.
Io invece sono un tolstojano: la storia avviene nel caos, caso e fortuna giocano un ruolo fondamentale, come nello sbarco sulla Luna, quando fu Neil Armstrong a scendere, ma solo perché era il più vicino al portellone della navicella. Le caratteristiche degli esseri umani poi sono importantissime, per questo cito sempre mogli e numero di figli, perché il profilo dei protagonisti è fatto di queste cose».
Qualche esempio?
«Il grande banchiere John Pierpont Morgan che salvò gli Stati Uniti nel 1907, uno squalo malinconico innamorato di una donna che lo tradiva. O il presidente Andrew Jackson che negli anni ’30 dello stesso secolo azzerò il debito americano con dazi e tasse: non lo si capisce se non si conosce la sua giovinezza di avvocaticchio.
Non è gossip né guardare dal buco della serratura, serve a rendere la personalità degli individui narrando le cose che succedevano come facevano gli antichi. Lo diceva anche Montanelli: gli storici spesso non sanno scrivere e sono noiosi».
Hermann Melville viene ritratto in un momento di crisi.
«Aveva da poco pubblicato Moby Dick che era stato un flop micidiale: era solo e depresso, il tipico intellettuale in crisi che girava per il Paese e che teneva conferenze in sale semivuote a un pubblico di campagnoli ignoranti».
Quand’è che il mondo ha cominciato ad amare l’America?
«Dopo la Prima guerra mondiale, nella quale gli Usa erano entrati perché altrimenti avrebbero perso tre miliardi di dollari di crediti – vale sempre il principio “follow the money”, segui il denaro – e il presidente Wilson viene accolto a Parigi da trionfatore. Musica e soprattutto cinema hanno avuto una funzione seduttiva formidabile».
A proposito di cinema, lei racconta la parabola malinconica di una star come Rock Hudson.
«Volevo raccontare l’Aids e tutti i problemi si spiegano meglio se si incarnano in un personaggio: Hollywood aveva pagato i giornali perché non si sapesse che un sex symbol come lui era gay, l’hanno anche fatto sposare…
Quando si è ammalato, l’anatema sull’omosessualità è stato rappresentato dal gelo dei Reagan, che gli erano stati amici prima che esplodesse il caso. Rock Hudson è emblematico, così come per il razzismo Cassius Clay, che si rifiutò di arruolarsi dicendo: a me i vietcong non hanno fatto niente, non mi hanno mai chiamato negro».
Veniamo all’oggi, a Donald Trump, come rappresenta lo spirito americano?
«Il suo avvocato Roy Cohn, uomo molto passionale, gay, anticomunista e forse segretamente innamorato di lui, gli ha insegnato ciò che forse già sapeva senza esserne conscio: attacca, nega tutto, dì di aver vinto anche quando hai perso. Trump dello spirito americano rappresenta l’avidità, l’arroganza, la convinzione di essere inviato da Dio, l’eccezionalismo degli Usa. Un affarista senza scrupoli che in fondo ci crede al suo mito e alla sua grandezza. È il lato dell’America che detestiamo».
(da “La Stampa”)
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