Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMA AD AVER PERSO LA CASA È FIORELLA CECCACCI RUBINO, GIÀ DEPUTATA DI FORZA ITALIA E ATTRICE DI CINEMA E TEATRO: DOPO UNA CAUSA CON GLI EREDI, HA DOVUTO LASCIARE L’APPARTAMENTO DI LORENTEGGIO AVUTO IN USO DAL “PAPI”… STESSO DESTINO PER BARBARA GUERRA E ALESSANDRA SORCINELLI… “LE CASE DIVENTANO DI VOSTRA PROPRIETÀ APPENA POSSIAMO, ALLA FINE DEI PROCESSI”
Il confine tra il prima e il dopo lo avevano tracciato gli eredi alla scomparsa di Silvio
Berlusconi, quando avevano voluto interrompere definitivamente i sussidi da
2.500 euro al mese o le sistemazioni abitative gratuite che il Cavaliere aveva garantito ad una ventina di giovani donne a lui legate o che erano finite coinvolte nei vari processi Ruby. L’ultima ad aver perso l’uso della casa è una ex attrice e parlamentare di Forza Italia. Fiorella Ceccacci Rubino, deputata di Forza Italia dal 2006 al 2013, interprete sul grande schermo e in teatro, dopo una causa con gli eredi ha dovuto lasciare, come ha anticipato il Fatto Quotidiano , l’appartamento al pianterreno di un condominio signorile al Lorenteggio, periferia Ovest di Milano, avuto in uso dal Cavaliere dopo che non era stata ricandidata.
Un’analoga azione giudiziaria ha riguardato Barbara Guerra e Alessandra Sorcinelli che hanno in comodato gratuito un immobile a testa a Bernareggio (Milano) che, sostengono, Silvio Berlusconi avrebbe voluto donare loro. Stessa sorte per Francesca Cipriani, Ioanna Visan e Manuela Ferrera.
Sono tutte imputate nel processo Ruby ter in cui 21 ospiti delle serate di villa San Martino sono accusate di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza per ciò che avrebbero o non avrebbero dichiarato alla magistratura sulle cene eleganti in casa del Cavaliere.
Dietro la decisione degli eredi dell’ex premier di dare un taglio definitivo al passato, sempre nel rispetto dell’operato del padre, ci sono anche ragioni collegate alle amministrazioni delle società proprietarie degli immobili che, ad esempio, non possono giustificare a bilancio il mancato introito degli affitti.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SADIQ KHAN: “IL PIU’ GRANDE ATTO DI MASOCHISMO DELLA NOSTRA STORIA, CAUSATO DALLE BUGIE DI FARAGE, JOHNSON E ALTRI”
«La Brexit è stato il più grande atto di masochismo economico della nostra storia, causato dalle bugie di Farage, Johnson e altri. L’economia della capitale è più povera di 30 miliardi. I londinesi hanno perso in media 3.500 sterline a testa». In un’intervista a La Repubblica il sindaco di Londra Sadiq Khan chiede al Paese e al suo Labour «di rientrare il prima possibile in Ue». Ma non lo ascoltano. «Invece è l’unica via per affrontare il costo della vita, migliorare gli standard dei cittadini e investire nei servizi pubblici», prosegue.
Il referendum sulla Brexit
Khan racconta cosa ha provato dopo l’annuncio dei risultati del referendum sulla Brexit: «Quella notte mi distrusse. Fu uno degli shock più devastanti per Londra dopo il Blitz nazista, gli attacchi terroristici e la crisi finanziaria del 2008. Temevo per l’economia della capitale, per la finanza, e molti altri settori. Ma siamo sopravvissuti e Londra è tornata ad attrarre investimenti, ricchezza e lavoro». Sulle minacce di morte che riceve da un decennio: «Sono ancora sotto protezione della polizia. Non dovrebbe essere il prezzo da pagare per fare il sindaco. So solo che quando Donald Trump è stato eletto presidente negli Usa nel 2016, le minacce contro di me crebbero del 2000%. E al secondo mandato del 100%. Le parole online hanno conseguenze nel mondo offline».
I maga
Khan spiega anche perché Trump e l’universo Maga ce l’hanno così tanto con lui e Londra: «Perché siamo una città progressista, liberal, diversa, multiculturale e di enorme successo. Londra è la nemesi di tutti coloro che credono in una solo etnia, in una sola religione, in una sola cultura. Per questo Trump e i Maga ci attaccano».
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
EMERGE CHIARAMENTE CHE TRUMP HA VOLUTO PORTARE IL DISCORSO SULLA MELONI PER ATTACCARLA
La7 ha diffuso questa mattina l’audio integrale della telefonata in cui Donald Trump ha
attaccato la scorsa settimana Giorgia Meloni. Si tratta del primo attacco scagliato dal presidente Usa alla premier italiana, subito dopo il suo ritorno a Washington dal G7, la sera del 18 giugno (notte in Italia e a Bruxelles dove Meloni si trovava per il Consiglio europeo). Come noto, a quell’«agguato» via tv son seguite le risposte piccate della premier, poi altre accuse da Trump a lei all’Italia – l’ultima delle quali ancora ieri sera. L’Aria che Tira di David Parenzo ha potuto diffondere a una settimana di distanza l’audio integrale delle telefonata tra il giornalista Daniele Compatangelo e il presidente Usa dopo che ieri la Casa Bianca ne ha autorizzato la pubblicazione. E dalla registrazione si evince con chiarezza come sia stato proprio Trump a portare la conversazione su Giorgia Meloni, con l’obiettivo di togliersi i sassolini dalle scarpe sulle presunte noie che la premier gli avrebbe riservato al vertice di Evian.
Cosa ha detto Trump su Meloni: l’audio originale
Una volta agganciata la linea con Donald Trump, Compatangelo si presenta brevemente e poi prova a chiedere conto al presidente Usa delle sue reali intenzioni sulle prospettive negoziali tra Russia e Ucraina. Trump dà un vago cenno di risposta, poi chiede subito di Giorgia Meloni. «Come sta la vostra presidente?». E Compatangelo: «Beh, lei l’ha appena incontrata al G7». «Certo – ribatte Trump – e cosa ha detto?». Espedienti da businessman consumato per arrivare alla risposta che il leader Usa stesso vuole dare. «È felice? Beh certo, sarà felice che io le abbia parlato. Non ero obbligato». Poi il “celebre” affondo dalla voce roca di Trump: «She wanted my picture so badly. She begged me for a picture», ossia «Voleva così tanto una foto con me, mi ha implorato di farne una». Compatangelo abbozza una risata per mantenere il filo dell’empatia, poi chiede a Trump che messaggio abbia più seriamente per i leader europei. «Hanno fatto male su energia e immigrazione. È un disastro. Se non risolvono (questi due problemi, ndr) l’Europa non sarà più la stessa», ripete la solita tiritera Trump. Poi è già ora di dedicarsi ad altro: «Ora devo andare, arrivederci». Così è scoppiata la crisi di inizio estate Italia-Usa. Che ora Giorgia Meloni ha fretta di archiviare.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELL’OSSERVATORIO DI PAVIA
La puntata di Otto e Mezzo di mercoledì 10 giugno in cui Lilli Gruber ha ospitato per la prima volta il generale Roberto Vannacci è stata una delle più seguite dell’intera stagione, con il 9,88% di share per 1 milione e 769mila telespettatori. Del resto, se ne sono accorti tutti i maggiori osservatori di tv: sarà per il suo linguaggio e per i suoi concetti semplici, comprensibili a tutti, ma il generale in
televisione tira, cattura l’attenzione, fa ascolti. Per questo sembra assai strano che la Rai lo inviti poco, anzi quasi per niente.
Secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia sulle presenze dei leader politici nella tv pubblica – che il Fatto ha avuto modo di consultare – nel mese di maggio il capo di Futuro nazionale non è mai stato ospite nei programmi Rai. Ma non è mai stato nemmeno intervistato o interpellato in quelle battute di cui sono pieni i pastoni dei telegiornali. E dire che maggio è stato un mese importante per il generale: il suo movimento è cresciuto parecchio nei sondaggi, si è votato per le Amministrative e la sua truppa in Parlamento andava aumentando di giorno in giorno. Il passaggio di Laura Ravetto da Forza Italia a Fn è datato 19 maggio. I programmi Rai, di solito assai attenti a ogni impercettibile movimento della politica, invece sembrano aver dormito. A maggio, appunto, Vannacci non s’è mai visto. Zero tituli, per dirla alla José Mourinho. Lo stesso vale pure per i suoi, almeno quelli più in vista: da Ravetto a Domenico Furgiuele, da Emanuele Pozzolo a Rossano Sasso fino a Edoardo Ziello. Meno di zero. La musica cambia se guardiamo agli altri leader di partito. Giorgia Meloni da capo del governo non fa quasi testo: il suo nome, come presenze e come vocali, nel mese di maggio compare 231 volte. Elly Schlein è presente 134 volte, Antonio Tajani 95, Matteo Salvini 80, Giuseppe Conte 66, Nicola Fratoianni 32, Angelo Bonelli 31, Carlo Calenda 28, Guido Crosetto 24, Matteo Renzi 18 e Maurizio Lupi 14. A seguire tutti gli altri: ministri, vice, sottosegretari, e poi parlamentari, specie quelli più in vista, come i capigruppo dei maggiori partiti. Per questo stupisce che il fenomeno politico del momento, l’unica vera novità del panorama nazionale, l’uomo che sta terremotando la destra nostrana, nella tv pubblica sia praticamente inesistente. Se ne parla molto, moltissimo, ma lo si ospita e lo si intervista assai poco. Quasi fosse un elefante nella stanza che è meglio non vedere, direbbe Pier Luigi Bersani.
Il sospetto è che tutto ciò risponda a una strategia precisa, che vi sia un input da Chigi o da Via della Scrofa verso Via Asiago: invitare il meno possibile Roberto Vannacci, non dargli spazio, così da tentare di arginarne la crescita. “Dentro la Rai sui temi politici nulla avviene per caso. Il fatto che Vannacci e i suoi non vengano
intervistati o ospitati risponde di sicuro a qualche ordine piovuto dall’alto…”, fa notare un’autorevole fonte che conosce i meccanismi delle ospitate tv.
Discorso diverso se si guardano gli altri canali. Della puntata con Vannacci da Gruber abbiamo già detto. Per restare alla tv di Urbano Cairo, il 13 maggio il generale era in collegamento con L’Aria che tira di David Parenzo, sempre lì il 22 maggio era collegata Laura Ravetto, mentre il 3 maggio Emanuele Pozzolo era ospite a Omnibus. Il 12 giugno, inoltre, Sasso era da Parenzo, dove il 18 è tornata anche Ravetto, mentre il 15 giugno ancora Sasso era a Tagadà. Anche Giovanni Floris in passato ha ospitato più volte Vannacci a Di Martedì, soprattutto quando il generale stava ancora nella Lega. Ma il generale non si è negato neppure a Mediaset. In questa stagione tv l’europarlamentare è stato più volte ospite dei programmi del Biscione come Quarta Repubblica, Realpolitik e Dritto e Rovescio, mentre a 4 Di Sera si sono visti di più i suoi fedelissimi. Meno assiduo da Bianca Berlinguer, dove però è stato protagonista di una lunga intervista lo scorso 16 giugno.
Insomma, sembra che a snobbarlo sia solo la Rai. Inutilmente però, perché Futuro nazionale continua a crescere, nonostante il disinteresse della tv pubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
VADO O NON VADO?
Giuseppe Conte a oggi pende verso il no: “La mia presenza è in forte dubbio”. Mentre
EllySchlein, sostengono dal Nazareno, ha altro a cui pensare, ossia alla Direzione dem di oggi. Comunque la si metta, per i leader progressisti la festa del 2 luglio a Roma a Villa Taverna per celebrare l’Indipendenza degli Stati Uniti è un fastidio che confina con la rogna. Perché sarebbe complicato, ostentare pacatezza istituzionale e andare a mangiare hamburger nei giardini dell’ambasciatore trumpiano Tilman J. Fertitta, inevitabile emanazione del presidente che ha attaccato l’Iran fuori di ogni regola e che ha graziosamente permesso al suo sodale Netanyahu di rendere Gaza un cimitero di donne e bambini. Oltretutto, proprio ora che Trump è tornato in rotta di collisione totale e continuata con Giorgia Meloni. Per questo, Conte prende tempo: “Il festeggiamento del 4 luglio lo riconosco e lo apprezzo per l’amicizia tra il popolo italiano e il popolo americano. Sulla mia presenza vedremo, chiaramente è in forte dubbio in questo momento”.
Anche perché, ricorda l’ex premier, “non possiamo permettere che gli Stati Uniti ai massimi livelli possano trattare in questo modo i nostri vertici istituzionali. In tutta questa vicenda, non dobbiamo perdere di vista che respingere con fermezza uscite inaccettabili non significa però buttare a mare i rapporti con gli Stati Uniti o contribuire a creare una frattura che ovviamente non è sostenibile”.
Poi c’è Schlein, che a un convegno organizzato dagli europarlamentari del Pd sostiene: “Abbiamo condannato duramente gli attacchi inaccettabili di Trump. Ma ora chiediamo al governo di passare dai tweet ai fatti, uscendo per esempio dal Board of Peace, dove non sarebbe mai dovuto entrare perché non sta lavorando per la pace”.
A suo modo, la dem prova a stanare Meloni. Ma sulla sua presenza alla festa a stelle e strisce per adesso non è dato sapere. Nel Pd non hanno ancora valutato cosa fare, spiegano più fonti. La sensazione è che si valuterà a ridosso dell’appuntamento. Mentre oggi andrà in scena la direzione del partito, che Schlein è tornata a convocare con buona frequenza per manifestare che è disposta a discutere internamente. Per Trump, ci sarà tempo.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LE CONSEGUENZE DELLA CANCELLAZIONE DEL SUMMIT DI MIAMI
Niente più Italy-US business, investment, science and innovation forum 2026. Dopo i continui attacchi di Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’evento previsto per lunedì 22 giugno che avrebbe dovuto riunire imprenditori statunitensi e italiani – alla presenza di Marco Rubio e Antonio Tajani – è stato cancellato.
Il summit avrebbe aperto a nuove possibilità imprenditoriali per l’Italia, che negli Stati Uniti vede uno dei primi mercati di esportazione, in particolare per quanto riguarda il comparto agroalimentare. Ma le parole di Trump contro la premier hanno creato un nuovo caso diplomatico tra Italia e Usa.
I numeri di import-export
Secondo i dati Istat, nel 2025 le esportazioni italiane verso il mercato statunitense hanno sfiorato i 70 miliardi di euro, mentre le importazioni dagli Usa si sono attestate a 35,4 miliardi. Il saldo commerciale rimane quindi positivo per il nostro Paese, con un avanzo superiore a 34 miliardi di euro. A trainare è la farmaceutica, che da sola vale circa 14 miliardi di euro, pari a circa un quinto delle esportazioni complessive verso il mercato americano. Al secondo posto si collocano i macchinari e le apparecchiature industriali, con un valore vicino agli 11 miliardi di euro. Mentre il comparto vitivinicolo si attesta intorno a 1,8 miliardi di euro, di cui il 20% negli Stati Uniti.
Le contrazioni del mercato del vino
Tra i settori che rischierebbero di essere penalizzati dal raffreddamento dei rapporti con Washington ci sono quello energetico – con il Gnl (gas liquido) americano che dopo la guerra in Ucraina oggi è arrivato a coprire circa il 15% del fabbisogno di gas italiano -, quello aerospaziale – con il recente rinnovo della collaborazione con Washington con il secondo Us-Italy Space dialogue e un’economia da più di 630
miliardi di dollari secondo il World economic forum -, quello tecnologico – con la coltivazione di progetti come la costruzione di data center per l’Ia e lo sviluppo del 6G – e quello enologico.
Da gennaio a marzo 2026 le esportazioni sono calate dell’11%, fino a raggiungere il 20,5% negli Usa e il timore degli imprenditori italiani sarebbe che, dopo gli screzi con la premier, Trump possa minacciare – e magari anche applicare – dazi più alti, come successo qualche giorno fa con la Francia. Alla viglia del G7, infatti, l’inquilino della Casa Bianca è tornato a minacciare Parigi di una introduzioni di dazi al 100% sul vino francese, a meno che l’Eliseo non decida di abolire la tassa sui servizi digitali applicata alle società tecnologiche dal 2019. Si tratta di una aliquota al 3% sui ricavi generati dai grandi gruppi tecnologici come Facebook, Amazon, Apple e Google. “Macron deve solo eliminare questa tassa sulle vendite e non subirebbe più questo tipo di pressione”, aveva detto Trump ripreso dal New York Post.
E in Italia, il settore enologico, già in difficoltà, sarebbe quello più immediatamente esposto a eventuali ritorsioni. Da aprile 2025 ad aprile 2026, il vino italiano ha già pagato dazi negli Stati Uniti per circa 180 milioni di euro, secondo una stima di Federvini. L’Italia è il principale fornitore di vino degli Stati Uniti, ma i dati più recenti mostrano un’accelerazione del declino: nei primi due mesi del 2026 le esportazioni di vino italiano verso gli Usa hanno registrato un calo del 28% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo i dati Eurostat. A pesare è anche la dinamica dei prezzi. A inizio 2025 il prezzo medio dei vini fermi italiani negli Usa era di 6,55 euro al litro, mentre a inizio 2026 è sceso a 5,07 euro, con un calo del 21%. Analogamente, per gli spumanti si è passati da 5 a 4,2 euro al litro, una contrazione del 16%. Una perdita che le cantine stanno assorbendo in proprio, abbassando appunto i listini per condividere il peso dei dazi con gli importatori americani.
Il settore vitivinicolo italiano oggi si trova in una situazione di attesa forzata, condizionata da tre elementi di incertezza. Il primo riguarda appunto le mosse – a volte imprevedibili – di Trump. L’attuale dazio del 10% è stato introdotto dopo che la Corte Suprema americana ha dichiarato illegittimo il precedente 15%. Ma Trump ha già annunciato pubblicamente di volerlo ripristinare, e potrebbe farlo attraverso un nuovo ordine esecutivo basato su una diversa base giuridica. Le cantine italiane, quindi, non sanno se il dazio che pagano oggi resterà tale o salirà di nuovo, o addirittura aumenterà ulteriormente. Il secondo elemento è una data: il 24 luglio 2026. L’attuale dazio al 10% ha una scadenza precisa, fissata a 150 giorni dalla sua introduzione. Se entro quella data non sarà stato raggiunto un accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, il sistema tariffario tornerà in una situazione di totale incertezza, con il rischio concreto di un nuovo rialzo delle tariffe. Il terzo fattore riguarda le trattative diplomatiche in corso tra Bruxelles e Washington. I produttori italiani sperano che i negoziati portino non solo a una tariffa stabile e più bassa, ma anche a un riconoscimento speciale per i vini a denominazione di origine, che potrebbero così essere tassati in modo diverso rispetto ai vini generici. Ma al momento non c’è ancora nessuna garanzia.
(da lespresso.it)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
PER L’AMMNISTRAZIONE TRUMP L’ONESTA’ E’ UN OPTIONAL
Si può mentire? Dipende se la menzogna serve, funziona, fa prevalere chi la pronuncia. Si può
imbrogliare? Come sopra: se l’imbroglione vince, certo che si può. Aggiungete alla lista del “si può fare, basta che funzioni” altre possibili azioni considerate in genere disoneste o vergognose, e avrete l’essenza umana (prima ancora che politica) del trumpismo: sottomettere il prossimo a qualunque costo e con qualunque mezzo, perché è il fine che giustifica i mezzi.
Non lo dicono gli oppositori di Trump. Lo dicono, anzi lo rivendicano, i componenti del suo staff di comunicazione social, molto abili nella pratica del rage baiting (adescamento/provocazione per suscitare rabbia): si pubblicano contenuti urtanti o falsificanti o illeciti, per esempio usando la canzone di un artista progressista come colonna sonora dei rastrellamenti dell’Ice, per provocare i “buonisti” (direbbero i trumpiani delle nostre parti), le “anime belle”, l’opinione pubblica dem, i giornali e gli intellettuali attenti al rispetto dei diritti. Il contenuto diventa virale, ed è solo questo che importa. La reputazione di chi lo pubblica non ha alcuna rilevanza: quello che conta è l’effetto mediatico.
Torna in mente “la Bestia” di Salvini, ma eravamo al paleolitico rispetto alla potenza di fuoco che oggi può garantire l’IA. Colpisce, soprattutto, il cinismo e la disonestà di un modo di comunicare che annulla le categorie del vero e del falso, della lealtà e della truffa, pur di ottenere visibilità — senza contare la soddisfazione di avere fatto imbufalire l’avversario politico.
Come spiega il capo dello staff, Kealen Dorr (traggo la citazione dal Post) bisogna “essere spudorati nel perseguire gli obiettivi dell’amministrazione con ferocia, rapidità, incisività”. L’onestà? Chi se ne frega.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“I FINANZIAMENTI DA QUESTE REALTÀ SONO CALATI DI 5 VOLTE RISPETTO AGLI ANNI SCORSI. QUEST’ANNO LA LEGA HA RACCOLTO FINORA CIRCA 893 MILA EURO: QUELLI RICEVUTI DALLE IMPRESE SONO STATI APPENA 59 MILA”
Al di là dei sondaggi, che la Lega non sia in un buon momento è testimoniato pure dall’andamento dei finanziamenti al partito. Secondo le verifiche di Pagella Politica sui dati pubblicati dalla Camera, da gennaio ad aprile di quest’anno la Lega ha registrato un netto calo delle donazioni ricevute dalle imprese.
«Fino allo scorso anno, una parte consistente delle donazioni (circa il 20%) era arrivata da imprenditori di vari settori — sottolinea il team di fact-checking —. Nei primi mesi del 2026 invece i finanziamenti da queste realtà sono calati di 5 volte rispetto agli anni scorsi.
Quest’anno la Lega ha raccolto finora circa 893 mila euro: quelli ricevuti dalle imprese sono stati appena 59 mila».
(da Corriere della Sera)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
È VISTO COME L’UOMO CHE PUÒ BATTERE LO SPAURACCHIO-FARAGE MA CHE SPAVENTA I MERCATI – LA CITY LO CONSIDERA IL PEGGIOR CANDIDATO POSSIBILE ALLA SUCCESSIONE DI STARMER PERCHÉ BURNHAM HA DETTO CHE INTENDE ROMPERE LE REGOLE DI BILANCIO E FARE PIÙ DEBITO PER FINANZIARE LA SPESA PUBBLICA
Tutti lo chiamano il «re del Nord» e il suo credo – da lui stesso coniato – è il
«manchesterismo». Ma soprattutto Andy Burnham, sindaco di Manchester, da pochi giorni eletto al Parlamento di Westminster, è ormai il primo ministro in pectore del Regno Unito.
A catapultarlo verso Downing Street – dopo le dimissioni di Starmer – è stata una vittoria a valanga, quella delle suppletive nel seggio di Makerfield, contro il candidato di Reform, il partito populista di Nigel Farage: «Questa è l’ultima chance
per il cambiamento – aveva ammonito il neo-eletto – non ce ne sarà una seconda». Il messaggio-chiave che arrivava dalle urne era chiaro: Burnham è l’uomo in grado di battere Farage, che i sondaggi danno tuttora in testa se si tenessero oggi le elezioni politiche generali.
Ma che premier sarebbe il sindaco di Manchester, il settimo capo del governo a Londra dopo il referendum per la Brexit di dieci anni fa? Lui è sicuramente un grande comunicatore e l’unico politico genuinamente popolare in Gran Bretagna, forte del successo riscosso nel promuovere la rinascita della sua città: ma le sue intenzioni politiche restano assai vaghe.
La barzelletta che circola a Londra è la seguente: «Un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un pub. Il barista dice: ‘Andy, cosa ti servo?’». Come a dire che Burnham non ha nessuna convinzione propria, ma sposa le idee che più gli convengono al momento.
Di certo è visto come uno spauracchio dai mercati: già lo scorso autunno, quando aveva reso pubbliche le sue ambizioni da premier, dichiarando improvvidamente che la Gran Bretagna non deve sentirsi «in pegno ai mercati obbligazionari», aveva fatto affondare la sterlina e schizzare in alto lo spread.
La City lo considera pertanto il peggior candidato possibile alla successione di Starmer: non a caso la valuta britannica è immediatamente scesa, dopo le dimissioni dell’attuale premier. E questo perché Burnham ha detto che intende rompere le regole di bilancio e fare più debito per finanziare la spesa pubblica: con Londra sorvegliata speciale sui mercati a causa degli alti livelli di deficit e debito pubblico, non è il miglior viatico per la stabilità.
La filosofia del «manchesterismo» include anche nazionalizzazioni, aumento delle tasse, abolizione della Camera dei Lord, instaurazione del sistema proporzionale e riavvicinamento alla Ue più deciso di quanto non abbia fatto finora Starmer.
A favore di Burnham gioca comunque un lungo apprendistato: figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato in Lettere a Cambridge, era entrato nel partito laburista a 15 anni sull’onda degli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher e dal 1997 aveva ricoperto una serie di ruoli minori nei governi di Tony Blair, fino a essere nominato ministro della Sanità da Gordon Brown nel 2009.
Già nel 2010 si era candidato una prima volta, senza successo, alla leadership laburista e poi, sotto la guida di Ed Miliband, era stato ministro-ombra per la Cultura e per la Sanità. Di nuovo nel 2015 aveva lanciato la scalata al partito, arrivando fino allo spareggio contro Jeremy Corbyn (e perdendo di nuovo). Con il leader di ultra sinistra era stato ministro-ombra degli Interni, fino a conquistare nel 2017 la poltrona di sindaco di Manchester, vincendo a mani basse con una maggioranza del 63%. Rieletto due volte, nel 2021 e nel 2024, è chiamato ora alla sfida della sua vita, quella «marcia su Londra» che da re del Nord deve portarlo alla guida del Paese.
Molta attenzione, da parte dei media britannici, è dedicata alla sua formazione cattolica: lui ha ereditato la fede di Roma dalla madre Eileen, che era di origine irlandese, è stato educato in una scuola religiosa e da ragazzo faceva il chierichetto a messa. Lo stesso Burnham ha detto che le istituzioni che lo hanno forgiato sono la squadra di calcio dell’Everton, il partito laburista e la Chiesa cattolica: «In quest’ordine». Ma così sarebbe non solo il primo premier tifoso della squadra di Liverpool, bensì anche il primo cattolico a pieno titolo.
La sua militanza politica a sinistra, iniziata sin da adolescente, è in diretta continuità con i suoi valori religiosi, improntati alla solidarietà: la sua fonte di ispirazione è la Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII che stabilì la dottrina sociale della Chiesa, e non a caso Burnham era un ammiratore di papa Francesco, al quale regalò una maglietta del Manchester United in occasione di una visita in Vaticano. Ma il cattolicesimo di Burnham è più un fatto culturale che non dogmatico: lui ormai non va molto a messa e ha posizioni liberali sui diritti gay e sui temi della sessualità.
Perfino la sua appartenenza geografica è dubbia: Burnham è nato a Liverpool (da qui il sostegno all’Everton), ma si considera altrettanto mancuniano (ossia di Manchester), città di cui è diventato sindaco nel 2017. Un espediente tanto più utile, visto che il seggio di Makerfield, dove è stato eletto, è a metà strada fra i due centri del Nord. E così prima della suppletiva si era detto a favore del rientro di Londra
nella Ue: ma poi ha fatto marcia indietro, dato che quella circoscrizione è piena di fautori della Brexit.
(da Corriere della Sera)
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