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PENSIONI COME BANCOMAT, SULLA MANOVRA L’ULTIMO TRADIMENTO DELLA MELONI

Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

PER FARE CASSA PENALIZZATE LE USCITE ANTICIPATE E IL RISCATTO DEGLI ANNI DI LAUREA

Il governo Meloni doveva abolire la legge Fornero con Matteo Salvini nel ruolo di alfiere. E invece, alla quarta legge di Bilancio, c’è la nemesi: fa cassa sulle pensioni per provare a dare qualche risposta alle imprese e accontentare Confindustria.
La sintesi del disastro meloniano è tutto nell’ennesimo emendamento alla legge di Bilancio, calato dall’alto per riscrivere pezzi portanti del provvedimento. Un testo che esce stravolto rispetto alla formulazione iniziale. Negli ultimi giorni c’è stata una sfilza di modifiche presentate dallo stesso ministero dell’Economia, guidato da Giancarlo Giorgetti.
Auto-bocciatura
Un’auto-bocciatura che ha lasciato esterrefatte le opposizioni, anche perché non si tratta della solita grandine di mancette che in genere appare nel corso del confronto.
«La legge di Bilancio, che abbiamo letto due mesi fa, non esiste più. Per fortuna hanno accolto alcune delle nostre critiche», dice a Domani Daniele Manca, capogruppo del Pd in commissione Bilancio al Senato. Se ogni manovra è difficile, quest’anno la destra si è superata.
Nel caos generale hanno almeno preso forma i 3,5 miliardi di euro promessi proprio da Giorgetti alle imprese per garantire il supporto a Transizione 5.0, l’iperammortamento, il finanziamento delle Zes e il fondo contro il caro-materiali. Per attingere alle risorse, il governo ha sostanzialmente rotto il salvadanaio del Pnrr, rimodulando – in pratica saccheggiando quel che resta del Piano.
La sorpresa arriva dal fatto che si poteva fare tutto fin da subito, prevedendo determinate misure, senza balletti last minute. Un modus operandi che lascia intendere la volontà della destra di agire con il “favore delle tenebre”, ossia con le votazioni in piena notte e in gran velocità con la scusa di dover evitare l’esercizio provvisorio. Una strategia utile anche a evitare qualsiasi dibattito nel merito. Ma che non è un modello di confronto, proprio mentre Fratelli d’Italia in piena celebrazione di Atreju ha esaltato “l’arena” di Castel Sant’Angelo, a Roma, come luogo di dialogo.
L’ultimo cortocircuito, il più clamoroso, è arrivato con le risorse drenate sulle pensioni, colpendo in particolare il riscatto della
laurea per un “risparmio” dello stato tra i 500 e i 600 milioni di euro. «Una mega fregatura per chi ha riscattato la laurea», l’ha definita senza mezzi termini la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Mentre il Movimento 5 stelle ha parlato di una «macelleria», annunciando «battaglia». Un fatto è certo: gradualmente, fino al 2035, sarà annullato il beneficio del riscatto per i laureati intenzionati a far valere il loro titolo di studio ai fini previdenziali. Intervento ancora più duro sul pensionamento anticipato: la “finestra” di tre mesi si allargherà da tre a quattro (per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033).
Diventerà di cinque mesi per il biennio successivo con un beneficio per la casse statali di mezzo miliardo nel 2033, ma con una cifra che è destinata a triplicarsi, arrivando quasi al miliardo e mezzo, nel 2035. Ma oltre i numeri c’è la scelta politica di un governo che diceva di voler introdurre Quota 41 come principio per andare in pensione, ossia la possibilità di uscire da lavoro – in maniera anticipata – alla maturazione di 41 anni di contributi.
Appena poche settimane fa, il sottosegretario al Lavoro, il leghista Claudio Durigon, aveva promesso interventi per favorire il pensionamento anticipato. Al contrario la previdenza viene impiegata come un bancomat. Il governo «peggiora le condizioni, allunga i tempi, scarica i costi sulle spalle di chi lavora e di chi studia», ha detto il deputato di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonellio.
Per il partito di Salvini c’è un altro elemento negativo: deve mandare giù pure la rimodulazione dei fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto. Sull’opera, peraltro, sono giunte anche le
ulteriori motivazioni della Corte dei conti sulla bocciatura. «Dopo anni di slogan, la manovra chiude la propaganda e lascia Sicilia e Calabria senza risposte», ha commentato il senatore dei 5 stelle, Pietro Lorefice.
La linea leghista resta quella di minimizzare e tirare dritto con la promessa di provvedere ad aprire i cantieri «prima possibile».
Voto notturno e natalizio
Alla voce “impegni disattesi” sulla manovra, spicca quello sulla tempistica dell’iter. Il calendario prevedeva che il testo approdasse in aula al Senato il 15 dicembre, in quella data non c’era nemmeno stata una sola votazione in commissione Bilancio. Solo il 16 dicembre sono iniziati i primi voti sui temi comuni per avviare almeno un cammino che si annuncia ancora tortuoso. La seduta è stata aggiornata in attesa di avere un quadro più chiaro.
Uno scenario di improvvisazione che costringerà i senatori a maratone notturne per velocizzare l’esame e garantire il via libera dell’assemblea di palazzo Madama entro Natale.
Con questo timing, il testo arriverebbe di gran carriera alla Camera, che dovrebbe approvarlo tra il 29 sera e il 30 mattina molto probabilmente con la blindatura della fiducia. Fornendo l’ennesima immagine di un parlamento ridotto al ruolo di passacarte. A Montecitorio i deputati non hanno preso molto bene l’incartamento sulla manovra, benché molti avessero messo in conto il ritorno prima della notte di San Silvestro per “bollinare” la babele di norme firmata Giorgetti-Meloni.
(da La Repubblica)

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SEI MORTO E BEN TI STA

Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

TRUMP UNISCE BRUTALITA’ E OTTUSITA’, UN MIX CHE LO PONE AL DI FUORI DEL GENERE UMANO

Sarebbe persino rassicurante liquidare le condoglianze aggressive di Trump – quelle in cui «saluta» il regista ucciso mortificandolo e dileggiandolo – come un nuovo genere letterario riferibile soltanto a lui. Trump unisce brutalità e ottusità, un mix difficilmente riscontrabile nello stesso essere umano, ma non è un cavaliere solitario. Interpreta, esasperandolo, lo spirito di un’epoca che ha dichiarato guerra alla gentilezza e considera la buona educazione una forma di ipocrisia. Il rispetto dovuto ai morti, per esempio: avversari politici compresi.
Davanti alla testa mozzata di Pompeo, Cesare ebbe un moto di ribrezzo e parole di solidarietà per il nemico assassinato. La morte azzerava tutto e anche chi non se la sentiva di tessere l’elogio del defunto rimaneva quantomeno in silenzio.
Ai trumpiani nell’animo tutto questo appare arcaico, fasullo, insincero. Se andavano d’accordo col morto, lo piangono in modo teatrale (ricordate i funerali di Charlie Kirk?), spargendo granelli di rabbia sulla loro retorica per non correre il rischio di passare per buoni. Se invece, come nel caso del regista di «Harry ti presento Sally», il de cuius aveva idee diverse, non nascondono il loro disprezzo né rinunciano alla tentazione di attribuire la sua fine alle sue opinioni.
Un impasto di vittimismo e senso di inferiorità: tu da vivo parlavi male di noi? E allora perché dovremmo piangerti o restarcene zitti?
Quelli come Trump nel nemico morto non vedono il morto. Vedono soltanto il nemico.
(da corriere.it)

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SPAGNA, SANCHEZ ANNUNCIA UN ABBONAMENTO UNICO DI 60 EURO AL MESE PER VIAGGIARE IN TUTTO IL PAESE

Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

PER RILANCIARE IL TRASPORTO PUBBLICO UN ABBONAMENTO NAZIONALE DA 60 EURO PER AUTOBUS E TRENI, 30 EURO PER I GIOVANI

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato oggi il lancio, a partire dal prossimo gennaio, di un abbonamento unico per i trasporti pubblici (treni e bus) al prezzo di 60 euro al mese: il ticket permetterà di viaggiare in tutto il Paese sulle reti pendolari, di media percorrenza e nazionali.
Per i giovani sotto i 26 anni, il prezzo sarà dimezzato, a 30 euro al mese. Sánchez ha inoltre annunciato che gli sconti sui trasporti pubblici continueranno per tutto il 2026. “Si tratta di un impegno molto forte nei confronti della mobilità sostenibile e anche nei confronti della classe media e operaia”, ha affermato Sánchez.
Il leader iberico ha presentato il provvedimento come una misura destinata a incidere in modo strutturale sulle abitudini di mobilità, con l’obiettivo di rendere più semplice e conveniente spostarsi per lavoro o per esigenze quotidiane. L’abbonamento sarà valido sui treni regionali e suburbani e sulle principali linee nazionali di autobus, estendendo su scala statale un sistema finora frammentato.
L’annuncio arriva mentre l’esecutivo di coalizione, privo di una maggioranza parlamentare stabile, è sotto pressione per una serie di scandali che hanno coinvolto il PSOE e figure dell’entourage del premier, tra accuse di corruzione e segnalazioni di molestie sessuali. Le opposizioni chiedono lo scioglimento anticipato delle Cortes, ma Sánchez respinge l’ipotesi di elezioni prima del 2027, sostenendo che il Paese stia crescendo e che il governo
abbia ancora margini e responsabilità per intervenire.
In questo contesto, il nuovo abbonamento è stato presentato come una risposta diretta ai problemi concreti dei cittadini. Secondo le stime dell’esecutivo, la misura potrebbe ridurre fino al 60% le spese di trasporto per una parte dei lavoratori, coinvolgendo circa due milioni di persone. Un risparmio che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe tradursi in un sostegno tangibile al reddito e a una maggiore equità nell’accesso alla mobilità.
Il progetto si inserisce in una tendenza europea già avviata, sulla scia dell’esperienza tedesca, dove dal 2023 è in vigore un biglietto mensile valido su treni regionali e mezzi urbani. In Spagna, tuttavia, non sono ancora stati diffusi i dati sul costo complessivo dell’operazione per le finanze pubbliche.
Sánchez ha colto l’occasione anche per rispondere alle critiche politiche, rivendicando una linea di fermezza di fronte alle accuse che hanno colpito il suo partito e ribadendo l’impegno del governo nella lotta agli abusi e alle molestie. Alle pressioni per un voto anticipato, rilanciate nei giorni scorsi anche dal presidente della Conferenza episcopale spagnola, il premier ha risposto con un richiamo netto alla separazione tra sfera religiosa e politica.
(da agenzie)

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LA STORIA DI DARIO, DALLA SICILIA ALL’ISLANDA: “ORA FACCIO LA GUIDA SUI GHIACCIAI E VIVO SENZA STRESS”

Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

“SIAMO TUTTI IMMIGRATI”

Dario Mentesana 7 anni fa ha lasciato tutto per trasferirsi in Islanda dove lavora come guida sul ghiacciaio di Vatnajökull, il più grande e imprevedibile d’Europa.
“Qui è la natura che comanda, non l’uomo. I turisti perdono la vita perché sottostimano la pericolosità dell’Islanda, ma io vivo una vita senza stress”, racconta a Fanpage.it.
A rendere la vita di Dario priva di ansia è un mix tra coesione e controllo sociale: “Ci sono telecamere ovunque, non solo nella capitale Reykjavík ma anche a Nesjahverfi, il paesino di 300 persone dove vivo io. La microcriminalità non esiste, ma non neanche esiste il nostro concetto di privacy. Nessuno chiude la porta a chiave, così che tutti possano entrare e prendere ciò che serve dal frigo, basta lasciare un bigliettino per informare il proprietario di casa. Ho faticato ad abituarmi ma adesso non potrei vivere diversamente”.
La testimonianza: “Ho scelto di trasferirmi in Islanda in una sola settimana”
Negli ultimi 12 anni il numero degli italiani in Islanda è quadruplicato e tra coloro che oggi vivono stabilmente nel paese dei ghiacci c’è anche Dario, 49 anni: “Ancora non so dire perché ho scelto di trasferirmi qui. 7 anni fa vivevo in Olanda, e per caso un amico australiano mi chiese di collaborare per un breve periodo a un documentario in Islanda, e dato che mi mancava come paese da visitare sono partito. Dopo 1 settimana mi sono innamorato, sono tornato in Olanda per licenziarmi. Ora vivo a 45 minuti dal ghiacciaio più grande d’Islanda e d’Europa, in un paesino di 300 anime”.
Dario ha viaggiato in tutto il mondo, ma piuttosto che tornare nella sua Sicilia, dalla quale è partito 16 anni fa, ha scelto i ghiacci: “Vengo da Palermo, 1 milione di abitanti, mentre in tutta l’Islanda ne sono appena 400 mila. Sono sempre stato un siciliano atipico: non amo il caldo e il mare. E quando ho iniziato a girare il mondo ho trovato tanti posti dove volevo trasferirmi, ma per nessuno ho avuto una folgorazione simile. Non so spiegarmi cosa è scattato: per me la natura è fondamentale e sono tornato da quella prima settimana senza dubbi. Per trasferirmi in Olanda ho impiegato almeno due mesi, per l’Islanda 1 sola settimana”.
Anche per gli italiani come Dari, intenzionati a trasferirsi per lavoro e non per turismo, le procedure sono molto semplici. “Il nostro passaporto è uno dei più potenti al mondo e questo vale anche per l’Islanda. Anche se non fa parte dell’Unione Europea
noi europei possiamo entrare con 5mila euro sul conto e senza visto di lavoro. Appena arrivati si ha il kennitala, si tratta di un numero di identificazione personale, simile al nostro codice fiscale, attraverso il quale si accedono a tutti i servizi, dalla sanità agli eventuali sussidi. Lo stato islandese inizialmente ti mette a disposizione l’alloggio, e poi tu devi dimostrare di essere in grado di mantenerti, e non è difficile dato che la disoccupazione è vicina allo zero”.
L’Islanda però è ben lontana dall’essere una terra promessa: “Entro pochi mesi bisogna dimostrare di sapersi mantenere autonomamente altrimenti la Polizia ti preleva e ti imbarca sul primo volo. E poi noi stranieri non possiamo sbagliare né infrangere le regole, altrimenti si viene subito bannati. Passare con il rosso più volte, rubare in un negozio a un islandese costa qualche settimana di galera, mentre lo straniero viene cacciano per sempre. Qui non esiste la microcriminalità ma il senso di sicurezza si basa sul rispetto delle regole”.
Per diventare un cittadino islandese a tutti gli effetti bisogna giungere a qualche compromesso soprattutto di tipo culturale. “Non è stato facile integrarsi in Norvegia, e qui pensavo fosse lo stesso, ma è molto diverso. Il senso di socialità è molto importante e si vede in ogni aspetto della vita quotidiana: dove vivo io non ci sono locali ma un solo ristorante dove si organizzano cene tra vicini a cui partecipa tutto il paese” . Questo particolare aspetto culturale è presente anche a Reykjavík, l’unica grande città del paese, ma è particolarmente evidente nei piccoli centri come quello in cui vive Dario: “Anche
se sei immigrato una volta che entri nei meccanismi della comunità diventi una persona di famiglia: le case sono aperte, scrivi cosa prendi dal frigo su un post-it e te ne vai; le chiavi vengono messe sulle ruote delle auto così che tra vicini si possano prendere a vicenda. La fiducia e il senso di sicurezza sono incredibili”.
Per chi vive alle porte di uno dei ghiacciai più grandi e impervi d’Europa si tratta di un meccanismo di sopravvivenza, come sottolinea Dario: “Pochi giorni fa c’è stato un uragano con venti a 200 chilometri orari, io non avevo niente in casa perché ero appena tornato da un lavoro nella capitale e quindi sono andato a stare da un vicino perché non avevo cibo in casa. Questo alza di molto la qualità della vita”.
Resta però un’esistenza non per tutti: “Conosco persone che sono tornate indietro per la pressione di rispettare le regole e stare tranquillo. Qui non esiste lo sclerato per strada che litiga perché è nervoso, e quindi non puoi essere tu”.
“Noi guide sul ghiacciaio siamo quasi tutti immigrati”
I lavoratori immigrati in Islanda sono impiegati principalmente nel settore del turismo, come svela l’ultimo rapporto dell’OCSE, e anche Dario rientra in questa statistica, ma in un modo decisamente particolare. È tra le circa 65 guide che lavora sul Vatnajökull, un immenso ghiacciaio che copre l’8% di tutta la superficie dell’Islanda.
“La maggior parte delle guide è straniera, ci sono pochi islandesi – ammette Dario – molti sono scoraggiati dalle condizioni di lavoro, e al contrario di quello che potremmo pensare non amano
la vita selvaggia e avventurosa”.
Si tratta di un lavoro non privo di rischi: “Qui è la natura che comanda, non l’uomo. È potente, a volte cattiva, e i turisti perdono la vita perché sottostimano la pericolosità dell’Islanda. Un cliente si è distratto, è caduto sul ghiacciaio ed è morto. Un’altra guida ha perso due clienti in una grotta di ghiaccio”.
Non a caso in Islanda c’è anche la Reynisfjara, la spiaggia più pericolosa del mondo: “Qui le onde dell’oceano del nord arrivano fino a 50 metri nell’entroterra, in alcuni casi fino al parcheggio, ma molti ignorano i divieti e si avventurano sulla spiaggia vulcanica, perdendo la vita. Uno degli ultimi incidenti è avvenuto qualche mese fa: un padre con due figli piccolo ha aperto il cancello per fare le foto anche se c’era il semaforo rosso, e sono stati portati tutti via dalle onde. Il padre e un bambino sono stati recuperati, mentre il secondo bimbo è sparito. Noi componenti del consiglio delle guide pensavamo di chiuderla, alla fine abbiamo deciso di tenerla aperta perché non si può privare tutti di una bellezza naturale per pochi che non rispettano le regole”.
(da Fanpage)

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PONTE SULLO STRETTO, LA CORTE DEI CONTI: “ITER NON RISPETTA NORME EUROPEE, IL GOVERNO SI FERMI”

Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile

LA CORTE DEI CONTI HA PUBBLICATO LE MOTIVAZIONI DELLA BOCCIATURA DEL CONTRATTO: “I CRITERI SONO STATI MODIFICATI, VA FATTA UNA NUOVA GARA. I COSTI A CARICO DELLO STATO SONO INDEFINITI E INCERTI” … TRADOTTO: È TUTTO DA RIFARE, CON BUONA PACE DI SALVINI

L’iter messo in piedi dal governo Meloni per realizzare il ponte sullo Stretto non rispetta le norme europee. In particolare non rispetta la direttiva sugli appalti, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione e contenziosi civili infiniti.
La Corte dei conti dopo aver bocciato la delibera Cipess che stanziava 13,5 miliardi di euro per l’opera, ha bocciato anche l’atto aggiuntivo: il contratto in soldoni, tra il ministero dell’Economia e il Mit e la società concedente, Stretto di Messina.
Tre le azioni nel mirino dei giudici contabili nelle motivazione appena pubblicate sulla bocciatura del contratto: si doveva fare una nuova gara perché sono cambiati i criteri; in ogni caso non c’è alcuna certezza che rispetto alla vecchia gara del 2005 i costi non salgano di più del 50 per cento e i calcoli sono troppi generici; terzo, non si può prevedere in queste condizioni alcun
risarcimento e penale a favore dei privati che hanno vinto la vecchia gara che però era stata bandita in project financing, cioè con costi a carico anche delle aziende non solo dello Stato, come invece ha voluto il governo Meloni.
In primis i giudici contabili contestano il calcolo dei costi, tra l’altro tutti a carico dello Stato e incrementati attraverso un emendamento politico della Lega.
Calcolo bocciato già dai giudici nella delibera Cipess: “Non può non tenersi conto, in questa sede, dell’inefficacia del Piano economico e finanziario in ragione della sua mancata registrazione e delle ricadute che ciò comporta sulla validità dell’atto aggiuntivo che ne assorbe i contenuti, modificando in coerenza la convenzione originaria.
Altra contestazione riguarda l’appalto: per i magistrati contabili si doveva rifare una nuova gara, essendo cambiati i criteri e per il rischio che superi del 50 per cento i costi rispetto al 2005 (soglia, quella del 50 per cento, fissata dalle direttive Ue).
Scrive la Corte dei conti: “Il Pef, oltre a richiamare più volte il contratto fin dalle premesse, contiene, nell’ambito del quadro economico complessivo dell’investimento, un’analisi dei corrispettivi riconosciuti – proprio in forza del citato contratto – al contraente generale e determinati in euro 10.508.820.773,00 (cui va aggiunto quanto dovuto al Project Management Consultant e al Monitor).
In ogni caso, si sottolinea la diversità della presente fattispecie rispetto a quella oggetto della citata normativa europea: l’art. 72 della direttiva Ue si riferisce all’ipotesi di modifica dei contratti
durante il periodo di validità e non anche all’ipotesi – qual è quella de qua – di modifica di contratti già caducati ma tornati a produrre effetti in ragione di un successivo accordo di revivisce…
Ed infatti, per ammissione della stessa Amministrazione, l’aumento del valore contrattuale non consegue solo alla mera indicizzazione dei prezzi, prevista o meno nei documenti di gara iniziali, ma anche ai nuovi lavori necessari per adeguare il progetto alle sopravvenute necessità tecniche…
Infine con particolare riferimento alla mancata valutazione, ai fini dell’ulteriore verifica del rispetto del limite del 50 per cento la valutazione degli aggiornamenti progettuali in misura pari a euro 787.380.000,00, in quanto frutto di un’attività di mera stima, rende possibile il rischio di ulteriori variazioni incrementali, incidenti – in disparte i problemi di reperimento di nuove coperture – sul superamento della soglia del 50 per cento delle variazioni ammissibili”.
Infine il contratto. La Corte evidenzia “che il contratto originario era stato stipulato il 27 marzo 2006 tra la concessionaria Stretto di Messina e la società Eurolink, quale contraente generale selezionato previa procedura di gara. Conformemente a quanto previsto dall’art. 5.2 del relativo bando del 2005, il contrante generale prendeva atto che SdM intendeva ricorrere, per il finanziamento di quota parte dell’opera, alla tecnica della finanza di progetto.
Diversamente, nell’atto aggiuntivo alla convenzione di concessione è prevista, la mera facoltà per la concessionaria SdM, previa valutazione di compatibilità con gli equilibri di finanza pubblica da parte del Mef, di reperire finanziamenti sul mercato interno o internazionale. La descritta differenza consegue al sopravvenuto totale finanziamento pubblico dell’opera, tale da rendere non necessario il reperimento di quota parte del finanziamento tramite ricorso.
Una simile differenza di finanziamento dell’opera è tale da modificare sostanzialmente la natura del contratto. Infatti, la circostanza che l’opera sia completamente finanziata con fondi pubblici cambia la natura del contratto”.
Per la Corte poi è sbagliato prevedere penali a favore del privato in caso di blocco dell’opera: Stante il finanziamento dell’opera con il ricorso esclusivo a risorse pubbliche, sia nei casi di recesso per motivi di pubblico interesse e di mancato accordo finalizzato all’adozione del Pef, come anche nel caso di subentro di un nuovo concessionario o di inadempimento del concessionario, non potrebbe essere riconosciuto alcun indennizzo al concessionario da parte del concedente, qualificato quale società in house”.
Le reazioni politiche a questa dura delibera della Corte dei conti arrivano subito. “Con le motivazioni depositate con la seconda delibera della Corte dei Conti sul Ponte sullo Stretto di Messina, ormai è chiaro che Salvini e Ciucci hanno fallito e dovrebbero trarne le conseguenze”, dice Angelo Bonelli di Avs.
“Un fallimento su tutta la linea per il governo. Questa opera continua a dimostrarsi un progetto dannoso, costoso e lontano dalle reali esigenze dei cittadini e del Mezzogiorno. Non ha
senso continuare a inseguire un’opera che rischia di consumare miliardi di denaro pubblico senza benefici chiari per le comunità, alimentando solo spese faraoniche e propaganda politica”, dice il capogruppo del Pd nella commissione Trasporti della Camera, Anthony Barbagallo
(da agenzie)

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MA SI PUÒ ASPETTARE 360 GIORNI PER UNA TAC? SECONDO DUE RAPPORTI DI “CITTADINANZATTIVA”, LE LISTE D’ATTESA INFINITE METTONO SEMPRE PIÙ A REPENTAGLIO IL DIRITTO ALLA SALUTE

Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile

CI VOGLIONO 720 GIORNI PER UNA COLONSCOPIA E 500 GIORNI PER LE PRIME VISITE SPECIALISTICHE… SECONDO L’AGENAS, NELLA FASCIA DI PRIORITÀ URGENTE LA COLONSCOPIA SUPERA, PER 1 PAZIENTE SU 4, I 105 GIORNI RISPETTO AL LIMITE DELLE 72 ORE

Liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale mettono ancora a rischio l’effettività del diritto alla salute. Emerge da due Rapporti presentati oggi da Cittadinanzattiva.
Dall’analisi sul 2024 di oltre 16mila segnalazioni dei cittadini emerge che il 47,8% riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni, soprattutto per le liste d’attesa: fino a 360 giorni per una Tac, 720 per una colonscopia e 500 giorni per le prime visite specialistiche.
Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, però, nella fascia di priorità urgente la colonscopia supera, per 1 paziente su 4, i 105 giorni rispetto al limite delle 72 ore.
(da agenzie)

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A 53 GIORNI DALL’INAUGURAZIONE DEI GIOCHI, LA CORTINA OLIMPICA ARRANCA IN MEZZO AI CANTIERI: TRA OPERE IN RITARDO O RIMASTE AL PALO, IL RISCHIO FLOP AUMENTA

Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile

COMPLETATI SOLO 3 INTERVENTI SUI 25 PREVISTI IN VENETO (IL FINE LAVORI SLITTA A DOPO LE OLIMPIADI INVERNALI 2030, CONTESE TRA NORD AMERICA E NORVEGIA)… DECINE LE INTERRUZIONI STRADALI TRA BELLUNO E CORTINA. NON UN TUNNEL APERTO, O UNA CIRCONVALLAZIONE PERCORRIBILE: QUASI DUE ORE DI MACCHINA PER COPRIRE UNA SESSANTINA DI CHILOMETRI, VELOCITÀ MEDIA 30 ALL’ORA

Olimpiadi invernali? Mai sentite nominare: non sono del posto». I cortinesi, per non cedere allo sconforto, scherzano. Mancano 53 giorni dall’inaugurazione dei Giochi: stando alle promesse, dovrebbero già vivere «nella più moderna località turistica delle Alpi». Si svegliano invece «nel caos del più vasto cantiere montano d’Europa, tra lavori in corso privi di un termine prevedibile».
Nel 2019, all’assegnazione di Milano-Cortina, nei caffè affacciati sul salotto di Corso Italia si erano stappate le bottiglie. «Sono passati sei anni — dice la consigliera comunale Roberta de Zanna — e oggi la gente non vede l’ora che arrivi fine marzo, sperando di sopravvivere. Alle bugie della politica è seguita la disorganizzazione dei manager: atleti e televisioni di tutto il mondo, al posto dello spettacolo delle Dolomiti, saranno accolti da una foresta di gru, impalcature, prati squarciati e colonne di auto bloccate nel traffico».
L’incubo-incompiuta minaccia di debuttare già prima di Natale. Decine i cantieri aperti e le interruzioni stradali tra Belluno e Cortina. Non un tunnel aperto, o una circonvallazione percorribile: quasi due ore di macchina per coprire una
sessantina di chilometri, velocità media 30 all’ora. «Con festività e Giochi — dice Silverio Lacedelli, ex dirigente regionale — l’assalto si profila ingestibile. Il ritardo delle opere ha messo in ginocchio la viabilità, i cantieri hanno cancellato i parcheggi. Albergatori, rifugisti, commercianti e gestori degli impianti di risalita non credono a ciò che vedono: un affare, nell’immediato, ridotto a un disastro anche economico».
Ad allarmare non sono solo le 105 licenze, tra pubblico e privato, concesse per opere olimpiche in corso, ancora da appaltare, in attesa di finanziamenti, o neppure progettate. Cortina d’Ampezzo conta 5 mila residenti e oltre 50 mila letti per turisti: non più di 1400, entro la cerimonia inaugurale del 6 febbraio, i posti auto accessibili. Non solo cortinesi e ambientalisti, preoccupati anche da caldo anomalo e ritardo della neve, denunciano il rischio-flop.
Uno studio dei costruttori dell’Ance documenta l’emergenza veneta e invoca «una programmazione adeguata a gestire almeno le grandi opere del dopo Olimpiadi, per un valore di 1,4 miliardi». Cifre shock, scovate da Open Olimpics nei report elaborati da ministero delle Infrastrutture, Rfi e dalla stessa Simico, la società pubblica che gestisce i lavori previsti per i Giochi. Per il Veneto, un’imbarazzante Caporetto: solo 3 su 25 le opere concluse, 7 quelle ancora in fase di progettazione, 4 le incompiute che si dovranno perfino sospendere durante le gare. I lavori finiti in tempo sono appena il 12%, i progettati ?il 28%, in via di esecuzione il 60%: di questi, solo 4 su 10 gli ultimati entro febbraio.
«Basta interventi in emergenza — l’attacco di Alessandro Gerotto, presidente dei costruttori — per non fermarci dopo i Giochi e la fine del Pnrr, serve programmazione». Un dopo-Zaia subito bollente, nelle mani del neogovernatore veneto Alberto Stefani.
Simboli della crisi, la cabinovia olimpica di Socrepes, la nuova pista da bob, il parcheggio sotto l’ex stazione dei treni e la ristrutturazione del trampolino inaugurato nel 1956. A questi si sommano le varianti di Longarone e della stessa Cortina: lavori per oltre un miliardo, consegna promessa tra il 2029 e il 2032, o neppure ipotizzabile.
A rischio tutto il resto, ossia il grosso di lavori e appalti: strade, gallerie e parcheggi, ribattezzati “piano di accessibilità a Cortina”, le infrastrutture “accessorie” della pista da bob, palazzetto del ghiaccio, nuova cabinovia e villaggio olimpico a Fiames. «Gli atleti finiranno in container privi di spazi comuni — dice lo storico fotografo Diego Gaspari Bandion — le sciatrici di Italia e Usa alla fine hanno preferito stare in hotel».
Data segnata in rosso, l’Epifania. Dopo il 6 gennaio e fino a metà marzo chiuderanno l’area-sci delle Tofane, piste e rifugi compresi, palaghiaccio e palestre, l’intera zona considerata olimpica. I 700 agenti reclutati per la sicurezza saranno alloggiati a 40 chilometri: anche per studenti e pendolari si profila un’odissea quotidiana. A Roma il governo parla di un «miracolo del nostro saper fare». A Cortina si ingrossano le fila di chi ammette un «fallimento del loro saper parlare».
La verità, forse, tra sette anni: in Veneto il fine lavori slitta a dopo le Olimpiadi invernali 2030, contese tra Nord America e Norvegia.
(da La Repubblica)

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“TRUMP HA LA PERSONALITÀ DI UN ALCOLIZZATO”: IL CAPO DELLO STAFF DELLA CASA BIANCA, SUSIE WILES, IN UN’INTERVISTA A “VANITY FAIR” SI LASCIA ANDARE E DIPINGE IL PRESIDENTE COME UN EGOMANE SENZA LIMITI

Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile

“GOVERNA CON L’IDEA CHE NON CI SIA NULLA CHE NON POSSA FARE. COME GLI ALCOLISTI CHE HANNO UNA PERSONALITÀ ESAGERATA QUANDO BEVONO”… SU MUSK È LAPIDARIA: “È UN CONCLAMATO CONSUMATORE DI KETAMINA, UN TIPO STRANO”

Donald Trump “ha la personalità di un alcolizzato”, nonostante il presidente sia noto per essere astemio. A dirlo è la potente Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, in un’intervista a Vanity Fair. Wiles ha affermato che Trump governa con “l’idea che non ci sia nulla che non possa fare. Niente, zero, niente”.
“Gli alcolisti ad alto funzionamento, o gli alcolisti in generale,
hanno una personalità esagerata quando bevono”, ha spiegato. Il capo dello staff ha poi sottolineato che “potrebbe esserci un elemento” di ritorsione politica nei procedimenti contro i suoi oppositori politici.
“La gente potrebbe pensare che sembri vendicativo”, ha detto in risposta a una domanda sul procedimento penale contro l’ex direttore dell’Fbi James Comey. “Non credo che si svegli pensando alla vendetta. Ma quando si presenta l’occasione, la coglie”. Wiles ha affermato di aver cercato di convincere il presidente a porre fine al suo “regolamento dei conti” entro i primi 90 giorni del suo secondo mandato.
Il tentativo, ha ammesso, è fallito, mentre la sua pressione per l’avvio di procedimenti giudiziari continuava. Wiles ha poi offerto valutazioni poco lusinghiere su alcuni degli alleati più stretti del tycoon. Del vicepresidente JD Vance, ha detto che è “un teorico della cospirazione da un decennio” e ha suggerito che la sua evoluzione da critico di Trump ad alleato leale sia stata “in un certo senso politica”.
Riguardo a Elon Musk, Wiles ha detto che è un “conclamato consumatore di ketamina” e “un tipo strano, strano, come penso che siano i geni”. La sua azione per smantellare l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid), tuttavia, l’ha lasciata “sgomenta”.
Rivolgendosi al procuratore generale Pam Bondi, Wiles ha affermato di aver “completamente sbagliato” nella gestione dei fascicoli Epstein.
(da agenzie)

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“DA LUCIO CARACCIOLO UNA NUBE TOSSICA SULL’UCRAINA” : IL PROFESSORE DELLA JOHN CABOT FEDERIGO ARGENTIERI, FRANZ GUSTINCICH E GIORGIO ARFARAS LASCIANO IL CONSIGLIO DI “LIMES” E DENUNCIANO “IL PREGIUDIZIO STRUTTURALE CHE LA RIVISTA HA NEI CONFRONTI DI KIEV DA OLTRE VENT’ANNI”

Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile

“ALLA VIGILIA DELL’INVASIONE DEL 24 FEBBRAIO 2022, CARACCIOLO DICHIARÒ IN TV CHE LA RUSSIA NON AVREBBE MAI INVASO. SE SEI UN ESPERTO GEOPOLITICO E SBAGLI IN MODO MACROSCOPICO, DOVRESTI RENDERNE CONTO. IN ITALIA QUESTO NON ACCADE” … SI SVEGLIANO TARDI, SONO ANNI CHE LA RIVISTA, PER MANO DEL SUO DIRETTORE, E’ SCHIERATA SU POSIZIONI CHE STRIZZANO L’OCCHIO AL CREMLINO

Federigo Argentieri, professore di scienze politiche e direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, è stato nel comitato redazionale di “Limes”, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, sin dalla sua fondazione nel 1993. Ma il mese scorso ha inviato un telegramma, insieme a Franz Gustincich e Giorgio Arfaras (che faceva parte del consiglio scientifico), per chiedere di essere rimosso.
Un piccolo scossone nella prima pagina della rivista, che finora era stata piuttosto immutabile, così immutabile che si possono contare almeno tre morti (Furio Colombo dal 2025, Luigi Vittorio Ferraris dal 2018 e Luciano Antonetti addirittura dal 2012), senza che i nomi siano accompagnati da una piccola croce o una losanga come si usa in questi casi.
Professore, partiamo dalla notizia. Lei ha deciso di uscire dal consiglio redazionale di Limes. Perché proprio ora?
Siamo in una fase cruciale, probabilmente la più difficile per l’Ucraina dall’inizio della guerra, non tanto sul piano militare quanto su quello diplomatico e internazionale. Con gli Stati Uniti che si svincolano dalla Nato, che attaccano l’Unione europea apertamente, e con un allineamento sempre più evidente tra America e Russia, questo è il momento in cui bisogna fare scelte chiare, senza ambiguità.
In questo contesto ho ritenuto che non fosse più ammissibile che il mio nome comparisse nel tamburino di Limes
Parla di una decisione politica e morale, non personale.
Non si tratta di opportunismo né di “saltare sul carro del vincitore”, anche perché l’Ucraina oggi non è certo il vincitore. È una scelta di coerenza. Io ho scritto poco per Limes, anche
perché il suo approccio geopolitico – centrato quasi esclusivamente sui rapporti di forza – non mi è mai stato del tutto congeniale. Ma il punto non è questo. Il vero problema è il pregiudizio strutturale che la rivista ha nei confronti dell’Ucraina da oltre vent’anni.
Vent’anni sono tanti. Quando individua la svolta?
La svolta è chiarissima: 2004, la Rivoluzione arancione. Da lì in poi Limes assume una postura costantemente diffidente, se non apertamente ostile, verso l’Ucraina. È lo stesso momento in cui esce in Italia “Raccolto di dolore” di Robert Conquest sulla carestia staliniana, libro che ho curato e prefato dopo averlo letteralmente fatto uscire da un cassetto dove era stato relegato per anni. E cosa fa Limes? Pubblica a puntate – poi per fortuna solo una – “L’autobus di Stalin” di Antonio Pennacchi: un’orrenda apologia cinica del dittatore, mascherata da allegoria grottesca. Un bravo scrittore che conosce bene le dinamiche dell’Agro pontino ma ben poco quelle sovietiche, che si inerpica in un esercizio davvero incomprensibile.
Un affronto personale?
Lo fu. Non solo sul piano scientifico e morale, ma anche umano. All’epoca io e Lucio Caracciolo eravamo amici da vent’anni. Non una conoscenza superficiale. Vedere ridicolizzata la tragedia della collettivizzazione e della carestia ucraina in quel modo fu per me inaccettabile. Ci fu una protesta formale dell’Associazione italiana di studi ucrainistici e anche pressioni interne: la seconda puntata non uscì. Ma la linea non cambiò.
Lei però è rimasto dentro Limes per altri vent’anni. E nella
rivista hanno scritto spesso autori decisamente non filo-russi.
Per una combinazione di fattori. Perché si potevano trovare anche analisi condivisibili, perché nessuno ha mai messo in discussione la mia presenza. I legami personali, come spesso accade, sono duri a morire. E poi c’era sempre la speranza, forse ingenua, di un cambio di rotta. Cambio che non c’è mai stato, anzi: dal 2014 in poi le cose sono peggiorate.
Si riferisce all’annessione della Crimea e alla guerra nel Donbas.
Da allora Limes ha iniziato a pubblicare sistematicamente mappe con la Crimea colorata come Russia, spesso anche il Donbas. Alla protesta ripetuta dell’ambasciatore ucraino, Caracciolo rispondeva: “Se cambierà la realtà, cambieremo il colore della cartina”. È un’assurdità cartografica prima ancora che politica. Le aree contese si rappresentano come tali. Qui invece si faceva una scelta netta.
Dopo il 2022 la frattura diventa definitiva.
Alla vigilia dell’invasione del 24 febbraio 2022, Caracciolo dichiara in televisione che la Russia non avrebbe mai invaso. Una previsione clamorosamente sbagliata. Qui entra in gioco un tema fondamentale: l’accountability, una parola che in italiano non ha traduzione e forse si capisce perché. Se sei un esperto geopolitico e sbagli in modo così macroscopico, in qualche modo dovresti renderne conto. In Italia questo non accade.
E secondo lei questo ha contribuito all’attuale approccio televisivo alla guerra, in cui si cerca una specie di par condicio tra chi difende l’Ucraina e chi gli interessi di Mosca?
È una nube tossica mediatica che avvelena il pubblico e finisce
per influenzare anche la politica. Limes e Caracciolo hanno una responsabilità maggiore di tanti ciarlatani televisivi proprio perché il loro livello culturale è elevato. Quando una fonte autorevole contribuisce alla disinformazione, il danno è più grave. Negli altri paesi europei, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, non c’è la carrellata di figure improponibili che oggi trovano grande spazio in certi programmi. Neanche Fox News è così schierata, solo in Russia si vedono le trasmissioni che ci sono in Italia. I miei colleghi stranieri sono stupefatti davanti a questa, chiamiamola, unicità.
Però non tutta l’informazione televisiva ospita filo-russi o figure impreparate.
Si salvano alcuni programmi del mattino, quando però l’audience totale è un quarto di quella serale, come a dire: tra pochi si possono fare riflessioni più sensate, mentre quando il pubblico cresce bisogna sparare panzane. Per fortuna ci sono i due canali all news, Rainews24 e Skytg24, e soprattutto la radio, con in testa l’ottima Rai Radio1, seguita da Radio24 e altri canali che fanno informazione in modo corretto.
La sua non è l’unica uscita da Limes.
Franz Gustincich, giornalista e analista geopolitico, storico collaboratore della rivista e profondo conoscitore dell’Europa centro-orientale, lascia il consiglio redazionale.
Giorgio Arfaras, economista, e membro del comitato scientifico del Centro Einaudi, esce invece dal consiglio scientifico.
In conclusione: è una rottura definitiva o un atto di testimonianza?
È un atto di coerenza. Non mi interessano le rotture simboliche, ma le responsabilità intellettuali sì. In un momento come questo, non si può restare dentro una cornice che contribuisce a deformare la comprensione della realtà. Per me, semplicemente, non era più ammissibile.
(da Adnkronos)

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