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LEONARDO MARIA DEL VECCHIO CONFERMA DI AVER OFFERTO 140 MILIONI DI EURO PER RILEVARE IL GRUPPO EDITORIALE DI “REPUBBLICA” E “STAMPA”: “ERO PRONTO A RILANCIARE ANCORA, MA LA PROPRIETÀ HA FATTO UNA SCELTA DIVERSA. LA RISPETTO, MA NON LA COMPRENDO”

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

“IL MIO OBIETTIVO ERA RILANCIARE UN PROGETTO EDITORIALE SOLIDO E CAPACE. DA ITALIANO, ERA DOVEROSO METTERE SUL TAVOLO UN’ALTERNATIVA ITALIANA”

«Ho messo sul piatto 140 milioni per investire e rilevare il Gruppo Gedi e lo ho fatto rispettando la tempistica dettata dall’offerente. Ero pronto a rilanciare ancora. E questo perché questo investimento e il mio impegno personale nel realizzarlo è un gesto di amore verso l’Italia, un atto di responsabilità verso il futuro. Ma la proprietà di Gedi alla fine ha fatto una scelta diversa. Che rispetto».
Leonardo Maria Del Vecchio, azionista con il 12,5% di Delfin, la holding a capo dell’impero che ruota intorno a EssilorLuxottica, con la sua Lmdv Capital ha presentato un’offerta al gruppo Gedi, la società editoriale che possiede La Repubblica e La Stampa mentre era in corso la trattativa con il gruppo Antenna dell’armatore greco Theo Kyriakou, che conta un socio finanziario forte come il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, Pif.
Leonardo Maria Del Vecchio, nella sostanza, ha “pareggiato” l’offerta del gruppo greco nel primo giorno utile dopo lo scadere dell’esclusiva, e ha illustrato il progetto che aveva in mente per la società editoriale alla proprietà, rappresentata dalla famiglia Agnelli e dal numero uno del gruppo Exor, John Elkann.
Non è stato sufficiente. Domenica 7 dicembre il gruppo editoriale ha fatto sapere che «Gedi resta impegnata nella trattativa in corso con il gruppo Antenna interessato a La Repubblica e alle altre testate del gruppo editoriale» mentre al momento «non ci sono le condizioni per aprire nuove strade».
Leonardo Maria del Vecchio come nasce questo interesse verso l’editoria?
“Ho sempre pensato di entrare nel mondo dell’editoria non tanto per la profittabilità del business ma perché ritengo che sia essenziale garantire l’informazione autorevole e di qualità di rimanere in una posizione centrale, soprattutto per le nuove
generazioni che non hanno più riferimenti chiari a cui ispirarsi ma sono travolte dal mondo dei social declinato in tutte le molteplici forme, da TikTok ai social media”
Perché ha scelto di investire in un gruppo editoriale come Gedi?
“Gedi, con testate storiche, radio, produzione multimediale, rappresenta un patrimonio. Che non deve essere inteso come un bene da sfruttare nel breve termine, ma piuttosto come un’infrastruttura di democrazia, cultura e partecipazione. Una base solida su cui costruire un progetto altrettanto solido e capace di essere in sintonia con un mondo dell’informazione in continua evoluzione. Da italiano e da imprenditore con fiducia nel Paese, per me era doveroso mettere sul tavolo un’alternativa italiana, che potesse dare continuità al valore dell’informazione”.
Il gruppo Lmdv Capital ha offerto 140 milioni, pareggiando l’offerta del gruppo di Theo Kyriakou ma lo ha fatto solo nel momento in cui il negoziato, in corso da tempo, si era praticamente chiuso su quei valori. Come mai avete deciso di inserirvi con un piano alternativo soltanto alla fine?
“C’era una esclusiva in corso che scadeva il primo dicembre. Solo al termine del periodo di esclusiva, quindi il 2 dicembre, ho ritenuto giusto proporre un’opzione alternativa, fatta da italiani, per l’Italia. Non era una questione economica ma un piano con una visione a lungo termine: un progetto da costruire con cura, con rispetto per le persone, per i giornalisti, per il ruolo sociale dell’informazione. Evidentemente la mia attesa nel formalizzare l’offerta è stata presa come un ritardo. Ma non è così: non appena l’esclusiva è scaduta ho inviato al consiglio di amministrazione l’offerta vincolante”
Ha sentito John Elkann?
Si, ho preso contatto con Elkann dopo aver inviato l’offerta vincolante. La famiglia Agnelli-Elkann ha custodito per tanto tempo un pezzo fondamentale di democrazia, informazione e cultura italiana. L’obiettivo non è cambiare l’anima del progetto ma offrirgli nuova energia, nuovi strumenti, un orizzonte per il futuro. La famiglia Agnelli ha scelto di non dar seguito alla mia iniziativa. E io rispetto la loro scelta anche se non la comprendo fino in fondo.
Voci negli ambienti finanziari riferiscono di un coinvolgimento di Lapo Elkann nell’operazione Gedi, è così?
“No. Sono legato a Lapo da una profonda amicizia, ma in questo progetto mi muovo da solo, nessuna cordata e lui non è coinvolto”
Quali sono i punti chiave del piano Gedi che aveva in mente?
“Innanzitutto l’obiettivo è quello di rilanciare e non di ristrutturare. È un progetto editoriale “integrato”: stampa, digitale, radio, podcast, multimedialità, community, coinvolgimento. Non un’operazione di mera acquisizione, ma un patto di lunga durata con l’Italia: investire in contenuti di qualità, in indipendenza, in pluralismo, volto anche a formare nuove generazioni di giornalisti e comunicatori”
Può indicare il baricentro del progetto, intorno a cosa ruota?
“Le persone. Un gruppo editoriale vive attraverso le sue firme, le sue redazioni, la competenza costruita in decenni. Fondamentale mantenere una linea di continuità per proteggere questo patrimonio: consolidare invece di tagliare; costruire invece di frammentare. Un editore deve partire da qui, non da un foglio excel”
Sareste pronti a rilanciare?
“Certo, e l’ho anche fatto presente alla proprietà. Ma evidentemente la scelta è stata fatta, come comunicato dal gruppo Gedi. Onestamente ho fatto tutto questo perché mi aspettavo una reazione diversa”
Il tentativo di rilevare Gedi arriva in un momento molto delicato per il gruppo Delfin, coinvolto anche nella inchiesta della Procura di Milano sull’offerta lanciata da Mps su Mediobanca. Sul fronte della partita dell’eredità, siete vicini a un accordo per concentrare Delfin nella sola partecipazione industriale in EssilorLuxottica e valorizzare il portafoglio finanziario?
“Questa estate eravamo molto vicini all’accordo. Ma alla fine è saltato tutto perché lo statuto di Delfin impone l’unanimità. La chiusura è solo una questione di tempo. C’è voglia di chiudere la successione e farlo nella migliore maniera possibile”
(da agenzie)

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“IO FACCIO POLVERE E RUMORE”: JAGO, LO SCULTORE ITALIANO CHE È STATO DEFINITO DA “THE GUARDIAN” “IL NUOVO MICHELANGELO”, SI RACCONTA A “STAI SERENA” SU RADIO2

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

“FACEVO L’AUTOSTOP E ANDAVO AL FIUME A PRENDERE GLI SCARTI DI MARMO. IN UN BLOCCO ESISTONO UN NUMERO INFINITO DI FORME, MI DEVO ASSUMERE LA RESPONSABILITÀ DI SCEGLIERNE UNA”

Puntata speciale dedicata all’arte per Radio2 Stai Serena, condotta da Serena Bortone con Massimo Cervelli, in diretta dal Jago Museum di Napoli ospitato nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. Protagonista d’eccezione lo scultore ha rivelato: “Questa è un’attività corale, siamo un gruppo. Io faccio polvere e rumore poi assieme si capisce come riuscire a condividerle nel modo migliore”.
Parlando del legame profondo con Napoli e con il suo percorso artistico, Jago ha spiegato: “Questo luogo, inteso come quartiere e città, ti accoglie in una dimensione di desiderio di partecipazione, ti dà la possibilità di vederti in una prospettiva, cosa che altri luoghi faticano a fare. Qua si faceva e si fa scultura con il materiale umano e mi son detto: quale migliore scuola di questa”.
“Poi in questa chiesa ho scolpito la Pietà”, ha aggiunto, “La porta si apriva, sentivo la presenza e il desiderio di partecipazione. Qui c’è grande amore, non sei mai solo. Ho imparato a mettermi a disposizione, sei un oggetto ma anche parte di qualcosa di più grande. Poi Napoli è una città capace di trasformazioni incredibili”.
Jago ha poi raccontato il suo rapporto con i maestri della tradizione: “Mi piace ammirare quei maestri che essendo mor non si possono rifiutare di condividere i propri segreti, continuo ad essere in comunicazione con loro in qualche modo. Poi ci sono gli esseri umani, i geni, che abitano in questo luogo”
Ripercorrendo gli esordi della sua carriera, ha rivelato: “Io facevo l’autostop e andavo al fiume a prendere gli scarti del processo di cavatura, ho fatto quello che più era nelle mie corde con un amore sfrenato e mi sono innamorato dei grandi maestri della tradizione e l’ho trasformato in lavoro. Il talento ce l’abbiamo tutti quanti, bisogna vedere come si usa. Qualsiasi cosa sia basta fare qualcosa e intercetterai quello che ti riguarda e utilizzi il tuo tempo per quello”.
“Se conservi il bambino che ti abita”, ha raccontato relativamente al processo creativo, “continuerai ad avere creatività e percezioni e dai voce a quella parte intuitiva, catturi quelle immagini, decidi a quali dedicarti. In un blocco di marmo esistono un numero infinito di forme, mi devo assumere la responsabilità di sceglierne una. Io non è che non sbaglio, sbaglio bene, devi imparare a farlo perché non puoi tornare indietro. Puoi però indagare in maniera più profonda e inventare nuovamente”.n n“Ho un rapporto diretto con la spiritualità”, ha poi concluso, “devo essere un uomo di fede inteso come fiducia che ripongo in me stesso. Se ti arriva un grande blocco e non hai fiducia del fatto che attraverso il tuo gesto puoi far qualcosa, non fai niente e ti fermi sulla superficie. Il blocco può durare minuti, ore e giorni, ma poi prendi lo scalpello e vai avanti”.
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(da agenzie)

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IO SO’ GIORGIA E VI TARTASSO. ALLA DISPERATA RICERCA DELLE COPERTURE PER LA MANOVRA, IL TESORO DÀ IL VIA LIBERA A DUE PROPOSTE DI FDI CHE PREVEDONO NUOVE TASSE

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA PRIMA AUMENTA LE IMPOSTE SULLE POLIZZE ACCESSORIE RC AUTO CHE COPRONO L’INFORTUNIO DEL CONDUCENTE, LA SECONDA PREVEDE UNA MAGGIORAZIONE DELLE ALIQUOTE SULLE TRANSAZIONI FINANZIARIE

Al giro di boa decisivo, la manovra incamera nuove tasse. Dall’aumento delle imposte sulle polizze accessorie Rc auto che coprono l’infortunio e l’assistenza del conducente alle aliquote maggiorate sulle transazioni finanziarie.
Balzelli, piccoli e grandi, per chiudere il cerchio delle coperture. Serviranno, quest’ultime, a coprire i costi delle correzioni chieste dalla maggioranza al Senato, dove gli emendamenti del governo e le riformulazioni delle proposte dei gruppi sono attese gioved
La manutenzione della parte fiscale della legge di bilancio è sostanzialmente chiusa. Dovrà essere validata dalla Ragioneria, a cui spetta la bollinatura dei testi, ma lo schema messo a punto dal Dipartimento delle Finanze del Mef è di fatto pronto.
Dentro c’è il via libera alla proposta di Fratelli d’Italia che incrementa l’aliquota applicata sulle polizze per gli infortuni e l’assistenza del conducente. Salirà dal 2,5% al 12,5% a partire dal primo gennaio dell’anno prossimo. Lo scatto, quindi, non sarà retroattivo.
Un altro aumento di imposte riguarderà invece la Borsa. E anche in questo caso il veicolo sarà un emendamento dei meloniani.
Con una novità rispetto alla formulazione depositata in commissione Bilancio: l’anticipo dell’incremento della tobin tax dal 2027 al 2026. Invece che triennale (2027-2029) e posticipato rispetto all’entrata in vigore della Finanziaria, l’innalzamento dell’aliquota scatterà quindi l’anno prossimo.
E l’aggravio fiscale potrebbe essere biennale: la questione è aperta, ma fonti di governo spiegano che sarà chiusa in tempo per il deposito dei nuovi testi a Palazzo Madama
Soluzione in vista anche per la revisione della norma sui dividendi che le società e gli imprenditori incassano dalle partecipazioni di minoranza.
Nell’ultima bozza dell’emendamento che veicolerà la modifica sparisce l’obbligo di mantenere la partecipazione per un determinato numero di anni (holding period). Sarà invece dimezzata la soglia, dal 10% al 5%, che fa da confine tra la tassazione piena e quella agevolata
Resta la stretta introdotta proprio con la manovra: quella che è di fatto un’esenzione sarà garantita solo al di sopra di questa quota, che però sarà appunto ridotta.Ma per beneficiare dello sconto fiscale occorrerà rispettare un altro requisito: un valore minimo della partecipazione. La forchetta è tra 500 mila e 2,5 milioni di euro. Forza Italia spinge per l’estremo più basso, le prossime ore saranno decisive per fissare un punto di caduta che accontenti tutti i partiti della coalizione.
Chiuso anche lo schema sugli affitti brevi: l’aliquota sul primo immobile resterà al 21%. Ma il mancato aumento al 26%, inserito nella legge di spesa, sarà controbilanciato da un aumento della tassazione: dalla terza casa, infatti, scatterà il regime applicato ai redditi di impresa.
Tra le new entry c’è anche l’estensione dell’iperammortamento per le imprese. L’intesa con Confindustria, che chiede un intervento triennale, è a vista. La misura sarà allungata fino al 30 settembre 2028. Via l’anticipo del 20% entro il 2027: l’ipotesi di un acconto del versamento a carico delle aziende è stata accantonata.
(da agenzie)

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“DAVID ROSSI FU AGGREDITO, TENUTO PER I POLSI E UCCISO, NON SI È SUICIDATO”: I CARABINIERI DEL RIS DI ROMA CONFERMANO LA RICOSTRUZIONE DELLE “IENE”

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

I MILITARI HANNO SVOLTO DEI NUOVI ESPERIMENTI CON UN MANICHINO, I CUI RISULTATI COINCIDONO CON LE SIMULAZIONI DIGITALI DELLE “IENE” – IL “GIALLO” DELLA SUPER PERIZIA DEL 2022, AFFIDATA ALL’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA (CHE CONCLUDEVA OPTANDO PER IL SUICIDIO): PERCHÉ FU USATA UNA VERSIONE OBSOLETA DEL SOFTWARE? PERCHÉ NON FU COMPRATA UNA LICENZA ORIGINALE?

Dopo aver rilevato alcune discrepanze tra il video della caduta di Rossi e la simulazione presentata durante la conferenza stampa, organizzata per mostrare quel risultato a giornalisti e istituzioni, l’autore dell’inchiesta, Marco Occhipinti, si è rivolto allo studio
di ingegneria forense che in Italia importa, distribuisce e forma all’uso del software Virtual Crash, lo stesso utilizzato dalla Sapienza per quella simulazione.
Gli ingegneri dello studio hanno segnalato che: “Né i Ris né La Sapienza risulterebbero tra gli acquirenti di una licenza del programma. Se lo avessero utilizzato, lo avrebbero fatto in violazione del contratto di licenza. La licenza è personale e non trasferibile: se non l’hai acquistata, non puoi usarla”, spiega l’ingegnere Monfreda.
C’è di più: osservando le prime immagini della ricostruzione ufficiale, gli ingegneri notano che “sarebbe stata effettuata con una versione obsoleta del software, la 3.0, quando era già disponibile la 5.0 da circa un anno e mezzo. La 3.0 non consente la simulazione di corpi animati di moto autonomo e quindi non può riprodurre movimenti precedenti a urti o cadute, come un eventuale volontario lasciarsi cadere mollando la presa della sbarra”.
Anticipazione della puntata delle “Iene”, in onda stasera in prima serata su Italia
Anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, con le indagini e i nuovi esperimenti del Ris di Roma, confermerebbe la conclusione a cui è giunta la nuova simulazione 3D commissionata da Le Iene.
Per la prima volta dalla sua morte, i carabinieri del RIS hanno ipotizzato che «David Rossi sarebbe stato trattenuto per i polsi, sospeso nel vuoto a penzoloni e poi lasciato cadere». A confermarlo anche i video in esclusiva degli esperimenti svolti dal Ris di Roma.
Conclusioni che coincidono con la nuova consulenza tecnica commissionata da Le Iene e che per la prima volta permetterebbe di affermare, sulla base di un riscontro scientifico, che David Rossi «Non si sarebbe tolto la vita, ma sarebbe stato vittima di un omicidio».
A sostenerlo le recenti verifiche e una simulazione digitale effettuata con un manichino antropomorfo virtuale, costruito rispettando alla lettera le proporzioni del corpo di Rossi, effettuata da uno studio di ingegneria forense consultato da Le Iene
La nuova simulazione metterebbe infatti in forte discussione le conclusioni raggiunte fino ad oggi dalla super perizia, presentata dal RIS dei Carabinieri nel 2022 su mandato parlamentare, che concludeva che «David Rossi si sarebbe lasciato cadere con gesto anticonservativo mollando la sbarra della finestra a cui era appeso».
Tutti gli sviluppi del caso in esclusiva a “Le Iene” nel servizio di Marco Occhipinti e Roberta Rei, in onda questa sera in prima serata su Italia 1.
Per arrivare alle nuove e clamorose prove scientifiche presentate oggi, che di fatto riaprirebbero il caso di David Rossi, sono stati necessari circa due anni di lavoro di inchiesta de Le Iene, insieme a quanti hanno offerto il proprio contributo gratuitamente nella ricerca della verità.
Come spiega l’ingegnere forense Giuseppe Monfreda, uno dei massimi esperti in Italia proprio del software usato tre anni fa per
realizzare la simulazione del dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale della Sapienza, ma che però sarebbe giunto a conclusioni opposte: «David Rossi non si è suicidato, David Rossi è stato ucciso».
«Per effettuare la nuova consulenza con la versione 6.0 del software di Virtual Crash – al contrario della simulazione della Sapienza realizzata con una versione obsoleta del software 3.0, sono stati effettuati almeno un migliaio di tentativi di simulazioni… abbiamo impiegato dalle 85 alle 90 ore», spiega l’ingegnere forense: «David è stato trattenuto per i polsi e poi lasciato».
Durante il lavoro giornalistico, la trasmissione ha costantemente aggiornato la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sugli sviluppi più rilevanti, consentendole di avviare nuove indagini che oggi sembrano confermare integralmente la ricostruzione avanzata dagli ingegneri consultati da Le Iene: «Quella sera David Rossi ha incontrato qualcuno e con quel qualcuno è successo qualcosa di direi drammatico violento… lui in qualche modo è stato posizionato fuori dalla finestra e di fatto è stato lasciato cadere. Di sicuro non si è trattato di un suicidio», afferma il presidente Gianluca Vinci.
Uno degli aspetti più significativi riguarda la rottura e la caduta l’orologio di Rossi. Come spiega Vinci: «Si arriva a questa conclusione studiando la caduta dell’orologio di David, ritrovato vicino al suo corpo, con i cinturini staccati dalla cassa, e per la prima volta si può affermare con certezza che l’orologio non si è rotto con l’impatto al suolo…».
E, aggiunge: «Il medico legale Roberto Manghi, che ha firmato la nuova relazione insieme al Ris di Roma, ha da subito chiarito che non era ferita a stampo, quella sul polso sx del Rossi, ma fatta con più movimenti a strappo e quindi c’era stata una presa prolungata su questo polso da parte di terze persone», precisando che, grazie a un’analisi dettagliata del video che riprende la caduta del manager, «siamo riusciti a vedere sia la cassa che atterra prima del corpo, sia il cinturino che atterra successivamente»
L’esperimento porta a una domanda inevitabile: se l’orologio si è frantumato in tre parti, precipitando separatamente dal corpo, come avrebbe potuto accadere ciò in seguito ad un gesto volontario di un uomo che si lascia cadere mollando la sbarra a cui è appeso?
Il presidente della Commissione racconta che «È stata ricostruita la finestra di Rocca Salimbeni, con il laser scanner del Ris, è stata portata a Milano in un’importante azienda di crash test e ricostruendo tutta la scena si è visto che l’unico modo per staccare da entrambi i lati l’orologio al polso sinistro di un manichino e creare anche quelle lesioni che il Rossi aveva al polso, era trattenerlo e sospenderlo nel vuoto, dopodiché… per ottenere lo strappo dell’orologio vi è stata comunque una pressione forte fino all’ultimo da parte di qualcuno che lo tratteneva».
Durante i test svolti dal Ris di Roma poi si è potuto osservare che: «Ad un certo punto quando il peso sul manichino casca c’è la cassa che vola indietro e il cinturino che casca leggermente
dopo più vicino alla finestra.
Lo stupore del tenente colonnello del Ris Adolfo Gregori che partecipava all’esperimento è notevole, nel vedere che l’orologio si rompe e cade separatamente dal corpo proprio dopo che il manichino è stato tenuto sospeso nel vuoto per i polsi…».
Esperimento che smentirebbe un’altra spiegazione della rottura dell’orologio, data in passato, che vedrebbe il cinturino incastrarsi al piolino della finestra. Il presidente Vinci invece spiega:
«Sono state fatte numerosissime prove, ma in nessun modo l’orologio riesce ad agganciarsi a questo cinturino, quel piolo della finestra, ma soprattutto non avrebbe dato il distacco da entrambi i lati della cassa e soprattutto quel tipo di lesioni non possono essere create da uno strappo secco».
Interrogato su cosa possa essere realmente accaduto quella sera, Vinci risponde senza esitazioni: «Da comune cittadino mi sento di dire che qualcuno l’abbia ucciso… Perché un suicidio non può avere quelle caratteristiche quel tipo di lesione».
La famiglia, rappresentata da Carolina, rivolge oggi un appello alla magistratura: «Noi chiediamo la riapertura delle indagini. L’omicidio non ha prescrizione».
E, con la voce spezzata dall’emozione, confida: «Beh, ho paura, ho paura di essere delusa di nuovo, è uno sfogo un po’ per tutte le cose che ci siamo sentite dire, è difficile, ma è difficile perché tredici anni fa la nostra famiglia è zompata per aria e le persone che invece hanno voluto che David morisse, tornano a casa dalle loro famiglie. Fanno Natale insieme, e mia mamma è sola. Ed è
difficile farci i conti, vedere che finalmente qualcuno dimostra scientificamente che David è stato tenuto dai polsi da due persone, è stato lasciato cadere, è stato ucciso, è una roba molto forte per noi».
(da agenzie)

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“SANNO DI AVER COMMESSO CRIMINI DI GUERRA”: PARLA LO PSICOTERAPEUTA CHE SEGUE I SOLDATI DI RITORNO DA GAZA

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

NELL’INTERVISTA, TULY FLINT RIVELA QUELLO CHE L’ESERCITO ISRAELIANI NASCONDE DA PIU’ DI DUE ANNI

Tuly Flint ha 58 anni, di cui due terzi passati nell’esercito israeliano (IDF). Parallelamente alla carriera militare, Flint conduce una vita civile, studia psicologia e assistenza sociale, e diventa infine terapista specializzato in trauma. Tra il 1985 e il 2024, ha partecipato a ogni operazione militare. Nel 2012, dopo essere stato comandante di reggimento per cinque anni, ha lasciato la posizione ma gli è stato chiesto di restare come ufficiale e occuparsi di salute mentale per una divisione, data la sua competenza nel campo.
La guerra di Gaza del 2014 è stata un punto di svolta: Flint decide che non avrebbe mai più indossato uniformi o portato armi. Questa esperienza lo spinge a diventare un attivista, si unisce a Combatants for Peace e guida il movimento tra il 2018 e l’agosto 2023.
Dopo il 7 ottobre 2023, riprende a fornire terapia ai soldati e a insegnare agli ufficiali addetti alla salute mentale le tecniche di recupero dal trauma. Nonostante ciò, nell’aprile 2024 Tuly Flint firma una lettera in cui rifiuta di partecipare a qualsiasi ostilità a Gaza o altrove. Soldati, ufficiali, ufficiali addetti alla salute
mentale e medici si sono uniti a questa iniziativa. Flint continua a dare supporto terapeutico ai soldati di ritorno da Gaza.
Fanpage.it lo ha incontrato nel suo studio a Tel Aviv, dove ci ha rivelato quello che l’IDF nasconde da più di due anni, dentro e fuori Israele:
Qual è il numero di soldati israeliani che si rifiutano di combattere a Gaza?
È il numero più alto di sempre. Facciamo una distinzione tra rifiuto silenzioso e rifiuto aperto. Rifiuto aperto, siamo ora a circa 600 soldati. Per quanto riguarda il rifiuto silenzioso si tratta di decine di migliaia di persone che non si presentano. Alcune famiglie hanno mandato i figli all’estero, altri trovano problemi medici, altri dicono persino, ‘non andrò a Gaza, ma andrei in Siria se c’è una guerra in corso o andrei in Libano se c’è una guerra in corso’.
Per via della brutalità messa in atto dall’ IDF a Gaza?
Per via della brutalità e per via del numero di uccisioni di civili palestinesi e per via del danno alle infrastrutture, noi lo chiamiamo ormai ‘domicidio’, la distruzione di ogni edificio. Uno mi ha detto: ‘Ho capito che dovevamo far esplodere alcuni edifici perché erano davvero quartier generali di Hamas ma quando sono tornato a casa e poi sono rientrato a Gaza dopo poche settimane l’intero quartiere era stato raso al suolo, e non so perché’.
Cosa è cambiato in questi due anni nei racconti dei soldati che tornavano da Gaza?
Intorno, direi, a gennaio ’24, le testimonianze dei soldati che tornavano da Gaza, sia uomini che donne, sono diventate sempre più inquietanti, hanno iniziato a riferire di azioni illegali, illecite, che andavano contro le loro convinzioni, contro il loro sistema di valori, contro tutto ciò che è umano. Questo ha determinato un cambiamento nella terapia che somministriamo. In quasi la metà delle persone a cui viene diagnosticato il PTSD (disturbo da Stress Post-Traumatico), viene diagnosticata anche lesione morale o trauma del carnefice. Questo non vuol dire che provino senso di colpa nei confronti dei palestinesi, l’altro infatti non esiste in questo tipo di trauma, ma significa che sono preoccupati per se stessi: ‘Come ho potuto fare questo?’ Non vedono la sofferenza dall’altra parte, ma vedono la propria deviazione: ‘Chi sono io se ho fatto questo?’. La “cura” per la lesione morale è molto interessante. Essa prevede da un lato, terapia, ma dall’altro lato, un’attività di volontariato, nello specifico quello che in ebraico definiamo ‘tikkun’, che significa riparare o aggiustare il mondo. Quindi, se sono molto angosciato dal fatto che ho demolito un asilo a Gaza, non andrò lì e ricostruirò l’asilo, ma farò volontariato in Tibet. Farò volontariato in Kenya, o in altri posti per portare del bene contro gli orrori che ho commesso. Perché il trauma è riferito a te stesso e non all’altra persona, si tratta del trauma del carnefice.
Ci sono soldati che stavano bene quando sono entrati a Gaza e avevano problemi psichiatrici quando ne sono usciti?
L’esercito parla di 50.000. Professionalmente e clinicamente parlando, sono d’accordo con il numero, e tuttavia aspetto fino alla fine della guerra per vedere quali sono veramente
traumatizzati con PTSD e quali si riprenderanno una volta che la guerra sarà finita. E la guerra non è finita. Quindi, in tal senso, l’esercito parla del 5% della popolazione. Se 100 persone vanno in guerra, l’80% non avrà bisogno di nulla, il 10% avrà bisogno di un qualche tipo di supporto, e un altro 5% avrà bisogno di una terapia più intensa, e un altro 5% è a rischio di sviluppare un PTSD cronico.
Qual è la differenza tra il tipo di violenza che hai esercitato nel 2014 e la violenza che i soldati che hai in cura stanno esercitando adesso a Gaza?
In ogni guerra vengono commessi crimini. Ma la differenza sta nell’intensità e nella quantità. Ad esempio, nel 2014, Israele ha commesso crimini di guerra radendo al suolo alcuni quartieri di Gaza. Quando guardi Gaza oggi, sai che l’80% degli edifici è stato raso al suolo, e un altro 10% è danneggiato, quando guardi al fatto che nel 2014, in un’altra guerra, nessun ospedale era stato demolito, e ora abbiamo distrutto 36 ospedali. I soldati mi raccontano di aver ucciso persone innocenti di proposito o seguendo ordini che hanno ricevuto. Ad esempio c’è il perimetro, la linea, che le persone non dovrebbero attraversare. E se lo fanno, spari. Anche se vedi che è qualcuno disarmato, anche se è una donna, anche se è un bambino. Più di 20.000 bambini sono stati uccisi e il doppio sono rimasti disabili o feriti. Quindi se guardi a tutto questo capisci che nulla può essere stato un errore. Non è qualcosa che è stato fatto per sbaglio. Quando guardi a tutto questo allora capisci perché questa guerra ha causato un numero molto maggiore di persone con PTSD rispetto alle
guerre precedenti.
I militari che hai in cura sono consapevoli di aver commesso crimini di guerra?
Sì, ne parlano molto apertamente. I soldati che vengono qui dicono: ‘abbiamo commesso crimini di guerra’. Alcuni di loro hanno paura di essere giudicati da un tribunale ma la maggior parte no. Uno era scioccato per aver fatto esplodere una macchina per la risonanza magnetica, dopo che glielo avevano ordinato. Ha detto, ‘Perché l’ho fatto? Perché mi è stato detto di farlo?’ Il sistema è costruito in modo tale che le persone obbediscano, e loro lo fanno la maggior parte delle volte.
Qual è il numero di persone che si sono suicidate nell’IDF dal 7 ottobre 2023 a oggi?
È interessante. Non abbiamo i numeri esatti, il governo li nasconde ma sappiamo che sono molti più di prima. Allo stesso tempo questa è la punta dell’iceberg, perché il vero problema è la violenza domestica, che è triplicata rispetto al passato. Ricordo un mio paziente tornato da Gaza che mi raccontava che quando i suoi figli urlavano in salotto non era un problema. Ma ora esplode di rabbia. Un altro cliente due o tre settimane fa mi ha detto ‘Sai, di solito quando tornavo a casa e in salotto c’era lo zaino di mio figlio adolescente, ero contento, ridevo con lui. Nascondevo il suo zaino nel frigorifero. Mettevo animali di pezza dentro per metterlo in imbarazzo di fronte ai suoi amici. Ma questa volta quando sono tornato da Gaza e ho visto lo zaino mi sono ritrovato a lanciare il suo zaino dal quinto piano’. Dice, ‘Mi sono ritrovato’. Non era un meccanismo di pensiero ma una
reazione violenta e istintiva a un qualche tipo di minaccia, che però non era affatto una minaccia. ‘È così che a Gaza trattiamo i pericoli’, mi ha detto.
(da Fanpage)

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L’ITALIA COME L’UNGHERIA DI ORBAN: DOPO IL DDL SICUREZZA E IL CASO PARAGON, LIBERTA’ E DEMOCRAZIA SONO A RISCHIO

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

RAPPORTO CIVICUS MONITOR: ITALIA DECLASSATA A PAESE IN CUI LO SPAZIO CIVICO E’ OSTRUITO

L’Italia come l’Ungheria di Viktor Orbán. Il nostro è stato ufficialmente declassato a Paese con “spazio civico ostruito”, ovvero a Paese in cui le libertà e la democrazia sono a rischio, minacciate da continue violazioni, abusi di potere
compressione dei diritti fondamentali. È quando emerge nel nuovo rapporto annuale del Civicus Monitor, che individua nel caso Paragon e nell’entrata in vigore del decreto Sicurezza tra le principali cause responsabili del downgrade italiano.
Gli analisti riscontrano un progressivo deterioramento strutturale delle libertà democratiche, che “colloca il nostro Paese tra quelli in cui lo spazio civico è sottoposto a restrizioni significative”. Esattamente come l’Ungheria di Orbán.
L’osservatorio raccoglie e analizza una varietà di dati molto diversi tra loro e provenienti da organizzazioni della società civile, associazioni sui diritti umani, team di monitoraggio indipendenti e analisi giuridiche. Tali informazioni vengono catalogate e utilizzate per valutare il rispetto delle libertà di espressione, manifestazione e associazione per classificare il grado di “ostruzione” di ogni Paese. Quanto più quest’ultimo è “ostruito” tanto più significa che tali libertà sono “soggette a violazioni ricorrenti, intimidazioni, limitazioni arbitrarie e uso distorto degli strumenti normativi”.
È quello che è successo all’Italia che da quest’anno rientra a pieno titolo tra i Paesi con uno “spazio civico ostruito”. “Mentre cresce l’impegno della società civile per la tutela dei diritti fondamentali, i decisori italiani chiudono ogni spazio di dialogo democratico, mostrando disinteresse per il confronto e una crescente propensione a silenziare voci critiche”, sottolineano gli esperti.
Perché le libertà democratiche in Italia sono a rischio
Tra i principali fattori a trainare questa retrocessione c’è
l’approvazione, a giugno, del Decreto Sicurezza, che “introduce pene più severe e strumenti repressivi nei confronti del dissenso pacifico e in generale sull’esercizio della libertà di riunione e associazione pacifiche, in violazione dei principi di legalità, uguaglianza e non discriminazione”, osservano. Nei mesi passati l’entrata in vigore delle nuove regole e divieti su manifestazioni, proteste, occupazioni e cannabis light ha attirato parecchie critiche per via dell’approccio essenzialmente punitivo nei confronti di chi esprime il proprio dissenso e di chi si trova ai margini della società.
A questo si aggiunge il caso Paragon, che da un anno a questa parte tiene banco nel dibattito politico italiano ed europeo. L’impiego dello spyware Graphite, prodotto dall’isrealiana Paragon Solutions, utilizzato per attività di sorveglianza illegale nei confronti di giornalisti e attivisti, tra cui il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato e il giornalista Ciro Pellegrino, dimostra “una crescente compromissione del diritto alla critica e alla libera informazione”, si legge.
Tutto questo “si inserisce in un quadro generale di criminalizzazione della protesta che ha colpito principalmente l’attivismo climatico e ambientale, le ong impegnate nel soccorso in mare delle persone migranti e attivisti dei movimenti in difesa del popolo palestinese”, osservano gli analisti. Un quadro in “cui sono messi in discussione la libertà di stampa e l’autonomia della magistratura con i giornalisti che subiscono azioni temerarie e processi per il loro lavoro, mentre esponenti governativi sono protagonisti di vere e proprie campagne
diffamatorie contro la magistratura, accusando i giudici di parzialità politica e di collusione con le organizzazioni non governative”.
Ma l’Italia non è il solo Paese ad aver subito un arretramento sul piano delle libertà e dei diritti. Anche Francia e Germania sono state declassate. Secondo gli esperti questa inflessione va letta come il segno di una generale compressione dello spazio civico in Europa. “L’intensificazione del clima di guerra e la crescente militarizzazione delle politiche pubbliche stanno restringendo progressivamente gli spazi democratici, con i cittadini sempre più esclusi dai processi decisionali. In questo contesto, la sicurezza viene spesso utilizzata come argomento per limitare libertà e diritti fondamentali, alimentando dinamiche repressive”, sottolineano, ricordando la necessità di “riaffermare il ruolo centrale del dissenso e della libertà di stampa nella tutela della democrazia come previsto dalla nostra Costituzione. La difesa dello spazio civico è condizione essenziale per garantire pluralismo, giustizia sociale e tutela dei diritti umani”, concludono.
(da Fanpage)

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GLI USA VENDUTI AI RUSSI: “ZELENSKY FIRMI IL PIANO TRUMP”

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

TRUMP VUOLE CHE KIEV ACCETTI LE PERDITE TERRITORIALI, ZELENSKY DICE NO, L’EUROPA CON L’UCRAINA… EMERGE LA COMPLICITA’ TRA DUE CRIMINALI CHE PENSANO CHE AL MONDO NON ESISTANO VERI PATRIOTI MA SOLO SERVI

L’incontro a Londra con Merz, Starmer e Macron è un inutile tentativo di guadagnaretempo. E Volodymyr Zelensky farebbe meglio a firmare il piano di pace tra Ucraina e Russia proposto da Donald Trump. Il presidente ucraino si trova ad affrontare crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti. Washington vuole che Kiev accetti le perdite territoriali e le altre concessioni previste dall’accordo. E, fa sapere Axios, in questo momento la pressione su di lui è maggiore rispetto a quella su Vladimir Putin. Intanto si fa strada l’ipotesi di un Donbass demilitarizzato e sotto tutela Onu. Un modo per l’Ucraina di accettare la proposta russa ma senza cedere territorio. La soluzione però non convince né la Russia né gli Usa.
Zelensky e l’Europa
Ieri a Londra gli alleati europei hanno espresso solidarietà a Zelensky, il quale ha ricordato di non avere «alcun diritto» di cedere alla Russia i territori rivendicati da Mosca. Merz, Macron e Starmer hanno incontrato il presidente ucraino dopo che Trump lo aveva criticato per «non aver letto» le ultime proposte americane. Poco prima dei colloqui a Londra un alto funzionario a conoscenza degli ultimi negoziati ha dichiarato all’Agenzia France Presse che la questione territoriale rimaneva la più «problematica». La Russia, che controlla oltre l’80% del Donbass, vuole ottenere l’intero territorio, una richiesta ripetutamente respinta da Kiev. «Stiamo considerando di cedere territorio? Non abbiamo alcun diritto legale di farlo, secondo la legge ucraina, la nostra Costituzione e il diritto internazionale. E non ne abbiamo nemmeno il diritto morale», ha dichiarato il presidente ucraino durante una conferenza stampa online dopo l’incontro di Londra.
I beni russi
Un funzionario britannico ha dichiarato di «sperare di vedere presto progressi» riguardo all’uso dei beni russi congelati in Europa per finanziare l’Ucraina. L’UE spera di raggiungere un accordo al prossimo vertice europeo del 18-19 dicembre. Da quando, quasi tre settimane fa, gli Stati Uniti hanno presentato un piano percepito come molto favorevole alla Russia, le potenze europee alleate di Kiev hanno cercato di far sentire la propria voce e di moderarlo. L’incontro di Londra ha permesso «la continuazione del lavoro congiunto sul piano americano» per la pace in Ucraina, «al fine di integrarlo con contributi europei, in stretto coordinamento» con Kiev, ha dichiarato la presidenza francese dopo l’incontro. Prima di questo vertice, il primo ministro britannico Starmer aveva affermato che non avrebbe «fatto pressione sul presidente» Zelensky affinché accettasse le proposte americane.
Il Donbass
«Sul Donbass l’accordo tra noi, gli americani e i russi non c’è», ha ammesso Zelensky a Londra. La situazione è in effetti complicata: Putin vuole l’intero Donbass, anche quel 20 per cento della regione di Donetsk che le sue truppe non hanno conquistato e che comprende Kramatork e Sloviansk, abitate da più di centomila ucraini. E pretende anche il riconoscimento formale sul fatto che sia territorio russo, così come per la Crimea. Zelensky non può e non vuole cedere le terre dell’est, perché se lo facesse, si ritroverebbe la metà degli ucraini a protestare in piazza e con un’accusa di alto tradimento. Per questo, dice Repubblica, si fa strada un’ipotesi di negoziazione. Che prevede il rovesciamento delle condizioni facendo di quella striscia di terra una zona demilitarizzata ma ucraina.
L’ipotesi demilitarizzazione
In questo quadro l’esercito di Kiev ritirerebbe l’artiglieria e i droni da Kramatorsk e Sloviansk. Ma su quel pezzo dell’Ucraina dovrebbero garantire gli Usa. O l’Onu. Sul Donbass gli ucraini possono accettare il congelamento del fronte ma nessun riconoscimento. Ma Trump non ha intenzone di cambiare prospettiva. Secondo quanto scrive Politico, che ha parlato con un funzionario europeo vicino alla trattativa, gli americani insistono perché l’Ucraina molli il Donbass. «Sulla questione», spiega il funzionario, «la mettono in modo molto semplice: la Russia vuole quei territori, gli americani pensano che questo debba succedere, in un modo o nell’altro».
(da Open)

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E’ ANCHE LA NOSTRA BANDIERA

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

DAL VECCHIO EUROPEISTA JACQUES ATTALI A COHN BENDIT PER LA RISCOPERTA DELL’ORGOGLIO EUROPEO

“Questa è la bandiera dell’unione delle nazioni più libere, pacifiche e democratiche del mondo. È anche la mia bandiera». Sono le parole con le quali il vecchio europeista Jacques Attali ha rilanciato, su X, una campagna di orgoglio europeo che sta raccogliendo decine di migliaia di adesioni, in risposta al disgustoso post di Elon Musk che ha accostato la bandiera blu-stellata a quella del Terzo Reich (proprio lui: che finanzia i nazisti).
Gli fa eco Daniel Cohn-Bendit: «Il patto Trump-Putin è come il patto Molotov-Ribbentrop, l’Europa deve reagire federandosi».
Sembra di tornare allo spirito della «manifestazione blu» del 15 marzo a Roma, identica è l’opposizione ai due boss dell’Est e dell’Ovest, identico il richiamo ai valori costitutivi dell’Unione. Ma allora come oggi è uno spirito al tempo stesso di speranza e di disillusione (uno spirito-ossimoro, dunque).
Perché gli europei esistono, ma la politica è incapace di dare forma al loro richiamo all’unità. Mi chiedo quanti esponenti politici di rilievo sapranno schierarsi, con la stessa autorevolezza e nettezza di Attali e Cohn-Bendit, contro la volgarità sprezzante che i due gemelli diversi, Trump e Putin, dimostrano nei confronti dell’Europa e della democrazia (concetti, in questo momento storico, quasi del tutto coincidenti).
In tutti questi mesi nulla è cambiato, se non in peggio. Da un lato impotenza e timidezza dei leader nazionali che avrebbero il compito – quelli che ci credono – di accelerare il processo unitario; dall’altro l’opposizione anti-europea interna all’Europa. Ovvia quella dei sovranisti (compresa Meloni, trumpiana per Dna). Triste e autolesionista quella “di sinistra”, una specie di Fronte del Senso di Colpa che in ogni atto di orgoglio europeista vede l’ombra del colonialismo e – i più faziosi – del suprematismo bianco. Ad altri, più banalmente, della democrazia non importa nulla.
(da Repubblica)

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FARE DELL’UE UNA COLONIA COMMERCIALE: ECCO IL VERO OBIETTIVO MAGA

Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA TENSIONE TRA USA ED EUROPA RIGUARDA L’ECONOMIA GLOBALE

Il documento sulla strategia nazionale presentato al mondo da Donald Trump non è un documento classico di politica internazionale. È un piano di politica commerciale coloniale. Il cuore del documento è costituito dagli affari commerciali (Silicon Valley) che hanno in mano la Casa Bianca. La spolverata ideologica contro l’immigrazione a difesa del primato culturale occidentale (leggi: razza bianca angloamericana — Wasp) completa il documento. Ai pochi gli affari, ai molti l’ideologia nazional-imperiale. Proteggere gli interessi dell’high
tech e il mito dell’America First and Great. Vecchio e nuovo si tengono nel sogno americano di oggi.
Nuova dottrina Monroe
Gli esperti di politica strategica sono delusi. Il documento non dice molto. Per esempio, non indica la strategia degli Usa per porre fine alla guerra in Ucraina, salvo affidare le sorti della regione alla Russia, agente riconosciuto della pace. È poi a dir poco straordinario che un documento sulla sicurezza nazionale non faccia parola delle relazioni militari tra Usa e Cina, che taccia delle strategie per contenere la produzione di armamenti. Le molte pagine dedicate alla Cina riguardano solo le relazioni commerciali. Trump giustifica i silenzi così: «Non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause, per quanto meritevoli, possono essere al centro della strategia americana».
Quali questioni e quali regioni? Le questioni commerciali e due regioni: le Americhe e l’Europa. In entrambi i casi, lo scopo è il controllo coloniale. Trump riadatta la Dottrina Monroe, per quel suo sapore anti-europeo e imperiale. Il 2 dicembre 1823, il Presidente James Monroe, nello Stato dell’Unione intervenne sulla condizione delle colonie spagnole nelle Americhe, che avevano raggiunto l’indipendenza, e sfidò il Vecchio Mondo a stare fuori dal Nuovo Mondo, definendo le sfere d’influenza degli States e dell’Europa.
Oggi, Trump ribadisce la posizione sul Nuovo e sul Vecchio Mondo: l’interesse degli Usa sta nel controllo militare sulle acque e sui paesi delle Americhe e nel controllo commerciale dell’Europa. La lettura nazionalista della “new Monroe
Doctrine” non è esoterica. Il nazionalismo americano, crudo e violento, aggressivo e razzista verso i popoli detti con disprezzo “latinos”, si ripropone secondo il mito Maga: mezzi militari ed esercito impiegati per combattere l’immigrazione (il traffico di droga, appendice ridicola ma giustificativa).
Il bacino di consumo
In questa cornice, si inserisce l’Europa. Non prendiamo abbagli: la tensione con il Vecchio Mondo non riguarda l’influenza sulle Americhe ma il commercio globale. Nell’Ottocento, lo scopo era tenere in mano il potere estrattivo delle risorse naturali dei paesi americani.
Oggi, lo scopo è tenere in mano il bacino di consumo dell’Europa. L’Europa deve diventare un mercato per i prodotti high-tech statunitensi. Una colonia, come le Americhe. Elon Musk, l’amico di Giorgia Meloni, ha tuonato contro l’Ue: deve sciogliersi perché mette limiti all’espansione commerciale; meglio relazionarsi con i singoli stati, impotenti, come quelli del Centro America.
L’ideazione e l’implementazione dell’Ia generativa sono oggi un ambiente altamente anticoncorrenziale, in mano agli oligopoli e direttamente coinvolti nella produzione di “oggetti” civili e militari – dall’amministrazione pubblica, agli strumenti di persuasione, ai droni di distruzione delle reti informatiche e di trasporto.
La nuova guerra non si vede. Ma è l’unico grande affare. Il fatto dirompente è l’asimmetria di potere che si ha nella preparazione e conduzione dell’agenda di ricerca dell’Ia generativa, che, dice
la Ue, quando si occupa di beni o “oggetti” pubblici deve seguire la stessa logica di responsabilità pubblica di tutte le altre forme di azione e intermediazione che hanno un impatto sulla vita e la libertà della popolazione (così è per esempio per le agende di ricerca nel settore della farmaceutica o dell’energia). È proprio contro questa idea del pubblico che limita la ricerca e la produzione delle aziende di Silicon Valley che la nuova dottrina della sicurezza americana è mobilitata.
L’Ia generativa non è “solo un altro settore” che influenzerà tutti i settori della vita, né è “una tecnologia neutrale”. Ha bisogno di diversi fattori insieme: di essere alimentata da dati (e quindi dagli utenti) e di essere implementata mediante strutture che – oggi – solo gli stati possiedono (nel settore civile e militare).
Ecco perché le piattaforme di cloud computing dei gatekeeper, come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, hanno come obiettivo centrale e primario la demolizione dell’Unione europea, l’unico organismo che oggi cerca di limitare la colonizzazione. Se i nostri politici non comprendono il ruolo strategico dell’Ue nella nostra sovranità democratica, i nostri paesi diventeranno molto presto colonie del Nuovo Mondo e noi, insignificanti individui senza futuro, come ha detto Trump.
(da EditorialeDomani)

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