Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
UN VASTO SCANDALO DI CORRUZIONE CON TANGENTI DI VARI MILIONI
La Procura federale belga ha emesso un mandato di arresto internazionale per corruzione e associazione a delinquere su un consulente e imprenditore italiano sessantenne, Eliau Eluasvili, sospettato di aver agito per conto della più grande azienda israeliana di tecnologia militare e difesa, Elbit Systems, in alcuni importanti contratti finiti sotto inchiesta stipulati con la NATO Support and Procurement Agency (NSPA).
L’Agenzia di supporto e approvvigionamento della NATO è da tempo al centro di un vasto scandalo di corruzione, con
personale attuale ed ex funzionari sotto inchiesta in Belgio e Lussemburgo.
L’indagine, coordinata dalla procura federale belga con la collaborazione di altre giurisdizioni europee, ha preso di mira una serie di appalti assegnati da NSPA a Elbit Systems che, oltre a essere un fornitore chiave in numerosi programmi NATO, è il più grande produttore di armi di Israele, con un fatturato di quasi 7 miliardi di dollari nel 2024. Con sede a Haifa, realizza droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari, collocandosi al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa globale secondo il recente rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro – dalle munizioni ai visori notturni, fino ai sistemi antimissile per l’aviazione – ma il valore reale dei contratti potrebbe essere più elevato, poiché molti accordi e importi restano coperti da riservatezza. Contattata sulle accuse, l’azienda nega qualsiasi responsabilità, tuttavia, l’intreccio tra relazioni personali di lunga data, consulenze esterne e contratti multimilionari restituisce l’immagine di un sistema in cui il confine tra lobbying lecito e scambio di influenze diventa labile, affidato a reti opache costruite nel tempo. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Eliau Eluasvili avrebbe operato come intermediario, corrompendo dirigenti e funzionari dell’agenzia attraverso società di consulenza di sua proprietà o controllo, con l’obiettivo di assicurare a Elbit incarichi per forniture militari. Il 31 luglio 2025 la NSPA – su basi investigative trasversali – ha sospeso Elbit da tutte le gare d’appalto in corso e ne ha congelato i contratti attivi.
Secondo i documenti acquisiti da testate investigative come Follow The Money (Ftm) e da media partner in Belgio e Paesi Bassi, le tangenti pagate, riferite a più contratti, potrebbero valere somme nell’ordine di milioni di euro. Diversi sospettati sono stati arrestati a maggio durante raid della polizia in sette Paesi, tra cui Belgio e Stati Uniti, segno che il sospetto sistema corruttivo era ramificato a livello internazionale. L’indagine ruota anche attorno a una rete di ex funzionari NSPA diventati consulenti, accusati di aver sfruttato la loro posizione per facilitare appalti a favore di specifiche aziende. Fra loro figura il belga Guy Moeraert, ex dirigente NSPA assegnato al programma munizioni, agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico dopo sei mesi di carcere, con accuse che vanno dalla corruzione al riciclaggio. Sotto indagine anche l’imprenditore turco Ismail Terlemez, ex agente NSPA e attuale amministratore delegato di Arca Defense: coinvolto in passato in un’inchiesta dell’FBI su una fornitura di TNT per l’esercito statunitense, è stato arrestato a Bruxelles il 13 maggio e poi rilasciato a luglio, dopo il ritiro delle accuse da parte del Dipartimento di Giustizia USA. Eluasvili, invece, è ancora latitante e si suppone che abbia cambiato identità.
La vicenda crea forte imbarazzo nelle capitali europee e svela la doppia morale della corsa al riarmo: mentre si invocano trasparenza, sicurezza e valori comuni, emerge un sistema segnato da scandali legati al “malaffare della guerra“, capace di innescare frizioni politiche e diplomatiche e di incrinare la fiducia nelle procedure di appalto dell’Alleanza. L’indagine potrebbe avere un effetto domino su altri grandi appalti militari in Europa, spingendo i governi e l’Alleanza a una revisione complessiva dei meccanismi di controllo, con ricadute anche sul piano diplomatico, in un contesto di fragilità globale, dove il tema del riarmo è già al centro di tensioni internazionali.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA: “STIAMO BENE ANCHE DA SOLI. BOSSI AVEVA RAGIONE, DIAMO FASTIDIO”
Meglio soli che con i romani che non ci capiscono e ancora ci soffrono perché siamo più
bravi. Il giorno dopo la Prima della Scala, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana riprende la sua battuta sulla grande diserzione del governo dall’apertura della stagione lirica ambrosiana («Ce ne faremo una ragione, noi viviamo bene anche da soli») e la butta in politica rispolverando argomenti che — come certi profumi — hanno il potere di riportare istintivamente alla memoria la stagione leghista del primo Umberto Bossi. Bersaglio: la politica di Roma, che continua a non capire e anzi a invidiare un po’ quella del Nord, ma anche una frecciata a qualche fratello leghista: «L’amatriciana è buona per tutti…».
Presidente, com’era l’atmosfera della Prima, considerate le tantissime assenze di figure istituzionali e di governo?
«Bellissima, come sempre, non si è sentita proprio alcuna mancanza. Innanzitutto perché abbiamo assistito a uno spettacolo meraviglioso, un’opera di oltre tre ore e mezza che è scivolata via velocissima grazie allo splendido lavoro della regia, dei cantanti, della scenografia e a una musica intensa. Insomma, una grande serata all’altezza della tradizione della Scala, che rappresenta sempre la nostra tradizione di eccellenza lombarda. E non è certo la maggiore o minore presenza di personalità istituzionali e politiche a incidere su questa magia. E io ho voluto esprimere il mio orgoglio di lombardo».
A prescindere dalle presenze alla Prima, però, l’idea che questo governo stia snobbando un po’ Milano è sempre più condivisa.
«Ma non dipende da questo governo: è Roma che da sempre vive con pregiudizio e fastidio la realtà lombarda, perché noi rappresentiamo ciò che dovrebbe accadere ovunque ma comunque succede soltanto qui. E questa cosa evidentemente fa girare un po’ le scatole e noi siamo vissuti come antipatici».
Come il compagno di classe secchione che non fa copiare?
«Più o meno. Però noi siamo secchioni simpatici, e faremmo anche copiare volentieri. Lo facevo già a scuola».
Però nel governo ci sono anche ministri della Lega.
«Il problema è che l’amatriciana è buona per tutti».
Cioè?
«Cioè esiste un modo di pensare, che definiamo romano, che è diametralmente opposto al nostro e che ha una sua brillante pervasività».
Aveva ragione Umberto Bossi quando voleva tenere tutti i parlamentari leghisti in un residence perché temeva che Roma li corrompesse?
«A distanza di tempo mi viene da dire che, come in tutti gli altri casi, Bossi aveva visto giusto».
In ogni caso, adesso, anche all’interno della Lega sta tornando attuale il tema del Nord e delle politiche del Nord. Anche lei ha detto nei giorni scorsi che sarebbe favorevole a un eventuale ruolo dell’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, come punto di riferimento per questo.
«Al di là dei nomi e dei ruoli ipotetici, la questione, a mio giudizio, va letta in questi termini: in questa fase di grande vitalità e trasformazioni è importante affrontare il tema del Nord. Ma è un argomento da impostare adesso e non dopo. Ed è un’operazione nell’interesse di tutti, perché il Nord che produce di più e sostiene economicamente l’intero Paese, non può e non deve rischiare di perdere o di vedere frenate le proprie potenzialità».
E su questo non sono tutti d’accordo, anche a Roma?
«A Roma certe cose non le capiscono. Ricordo ancora nitidamente quando, tanti anni fa, da giovane sindaco di Induno Olona, in provincia di Varese, andai al ministero per portare alcune questioni relative ai lavoratori transfrontalieri: sembrava che stessi parlando dei marziani. Ma è proprio questo il valore della territorialità della politica, rendere condivisibili temi che altrimenti non avrebbero attenzione».
Ma anche nella Lega ci sono anime e visioni diverse?
«Non direi, esistono semmai diverse sensibilità territoriali, ma sono convinto che attorno all’idea di un Nord politicamente centrale ci si compatta sempre e comunque».
Quindi adesso cosa succederà
«Per quanto mi riguarda, succederà che la Lombardia continuerà
a crescere e a essere competitiva con il resto del mondo».
E a lei? Cosa farà dopo la fine di questo suo secondo mandato alla presidenza della Lombardia?
«Farò fino in fondo il mio dovere e poi mi metterò a disposizione, se e dove potrò essere utile. Ma con spirito di servizio, consapevole di non essere imprescindibile. Ringrazierò sempre il mio partito per avermi dato la possibilità di essere sindaco, presidente del consiglio regionale e presidente della Regione».
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
“ABOLIRLA NON E’ LA NOSTRA SOLUZIONE, MEGLIO RIFORMARLA, ALTRIMENTI E’ DESTINATA A SCOMPARIRE”
Il governo italiano osserva lo scalciare di Elon Musk contro l’Unione europea. Resta pubblicamente silenzioso, ormai, da 48 ore. Un po’ perché a Roma si è tornati a parlare del dossier sulla rete di satelliti Starlink, di cui è proprietario l’imprenditore sudafricano, un po’ perché anche Donald Trump si è espresso con asprezza nei confronti dell’Ue e il legame con il presidente
americano impone prudenza, se si vuole mantenere la posizione diagonale, tra Stati Uniti ed Europa, assunta finora.
La Lega è il partito di maggioranza che più accarezza certe idee radicali sull’Unione europea. Il senatore Claudio Borghi scriveva ieri sui social, discutendo con il ministro della Difesa Guido Crosetto, di volerla vedere «smantellata». Ma questo, puntualizza il vicesegretario ed europarlamentare leghista Roberto Vannacci parlando con La Stampa, non vuol dire che si possa fare a meno dell’Ue.
«Abolirla, come dice Musk, non è la nostra soluzione», dice. Quello che vuole la Lega è «che venga trasformata e riportata all’idea di Europa delle nazioni e dei popoli». Condivide però l’analisi del miliardario sudafricano, così come quella di Trump, perché «rispecchiano la realtà
In questo scenario i leghisti sembrano muoversi più a loro agio degli alleati. E sono allettati dalla possibilità di portare in Italia la prossima convention del movimento Maga (acronimo del motto trumpiano “Make America great again”). Matteo Salvini ha già in cantiere la manifestazione dell’internazionale sovranista, che si dovrebbe riunire a Roma il prossimo 18 aprile per promuovere la “remigrazione”. Quando la data sarà ufficiale, partiranno gli inviti e non c’è dubbio che molti verranno recapitati oltre oceano, pescando nella variegata galassia trumpiana. Potrebbe essere quello – ragionano nel partito – l’amo per poter ottenere il ruolo di “partito ospitante” della futura kermesse Maga nel nostro Paese. I leghisti ci sperano. Dentro Fratelli d’Italia, invece, hanno forti dubbi. «Diventeremmo corresponsabili degli ospiti che salgono sul palco», spiega una fonte di primo piano che chiede di non essere citata.
Gli uomini di Giorgia Meloni non chiudono però del tutto la porta: «Con il mondo Maga abbiamo un ottimo rapporto e continueremo ad averlo. Al momento non ci sono le condizioni.
(da agenzieI
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
UNA MISURA CHE SEMPLIFICA LE PROCEDURE E VIOLA I DIRITTI DEI MIGRANTI
Il Consiglio dell’Unione europea ha dato il via libera al nuovo regolamento sui rimpatri e
all’aggiornamento formale della lista dei cosiddetti “Paesi terzi sicuri”. È un passaggio che l’Italia attendeva da tempo per procedere alla ratifica della normativa e, soprattutto, per tentare di sbloccare l’operatività dell’hub previsto in Albania.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, presente al Consiglio Affari Interni a Bruxelles, ha salutato con favore l’accordo, considerandolo “un tassello importante della strategia nazionale sulla gestione dei flussi migratori”. Resta però un risultato controverso, perché molti degli strumenti introdotti sollevano non pochi dubbi sia sul piano della tutela dei diritti sia sull’effettiva efficacia delle misure.
La nuova lista dei Paesi sicuri
Secondo la decisione dei ministri Ue, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia devono essere considerati Paesi di origine sicuri. Per i cittadini provenienti da queste aree saranno dunque applicate procedure accelerate di esame delle domande d’asilo, che in tempi molto brevi potranno concludersi con un rigetto. Non solo, la loro richiesta potrà essere valutata anche nei Paesi terzi attraversati durante il viaggio, estendendo la possibilità di delocalizzare le procedure fuori dal territorio europeo.
L’Italia, che registra un numero significativo di arrivi proprio da Bangladesh, Egitto e Tunisia, ha spinto per prima per questo risultato. Tuttavia la logica utilizzata dall’Ue, considerare “sicuri” i Paesi da cui arriva una quota di domande d’asilo inferiore al 20%, appare più una scorciatoia statistica che una valutazione reale delle condizioni nei Paesi di origine. Non a caso, nell’elenco compaiono Stati in cui diritti umani e libertà fondamentali non sono garantiti per ampi settori della popolazione.
La Tunisia è uno degli esempi più citati: nonostante i rapporti istituzionali stretti con Bruxelles, è teatro documentato di violenze contro migranti, violenze e abusi da parte delle autorità, respingimenti sommari e repressione politica. Lo stesso vale per il Bangladesh, dove minoranze religiose e oppositori subiscono persecuzioni, e per l’Egitto, caratterizzato da un uso sistematico della detenzione arbitraria e da una compressione drastica delle libertà civili. L’inclusione di questi Paesi nella lista rischia
dunque di produrre un effetto semplice e grave: ridurre l’accesso al diritto di asilo proprio a chi ne avrebbe più bisogno.
Il principio del Paese terzo sicuro: un meccanismo che sposta responsabilità senza risolvere i nodi
Le nuove norme dicono che, se una persona è passata attraverso un Paese che l’Ue considera “sicuro”, la sua domanda d’asilo può essere respinta subito, perché l’Europa ritiene che la protezione debba essere chiesta proprio in quel Paese di transito.
Il criterio può basarsi su tre elementi: un legame con quel Paese, un transito effettivo o un accordo bilaterale che consenta di trasferire lì l’esame della domanda. È esclusa solo la possibilità di applicare questo meccanismo ai minori non accompagnati.
Si tratta di una misura che, nelle intenzioni, dovrebbe alleggerire le procedure europee, ma che nella pratica rischia di affidare la tutela dei diritti dei migranti a Stati che spesso non dispongono né delle strutture né delle garanzie necessarie. Anche in questo caso, il risultato potrebbe essere un allontanamento delle persone da territori in cui esistono controlli, trasparenza e diritti riconosciuti, verso luoghi dove questi elementi sono molto, molto più deboli.
Gli hub nei Paesi terzi
Uno degli effetti più rilevanti del regolamento è la possibilità per gli Stati membri di istituire centri di procedure e rimpatrio in Paesi terzi, i cosiddetti return hub. Il commissario europeo Magnus Brunner ha sottolineato che la scelta dei partner spetta agli Stati: i Paesi Bassi stanno trattando con l’Uganda, la Germania ha manifestato interesse e ‘’Italia continua a puntare
sull’accordo con l’Albania. La cornice giuridica europea ora consente queste sperimentazioni, ma i dubbi rimangono profondi. La delocalizzazione delle procedure può tradursi in un indebolimento delle garanzie giuridiche, in un minor controllo pubblico e in un rischio concreto di trattenimenti prolungati senza un adeguato supporto legale. A ciò si aggiunge la questione etica: esternalizzare l’accoglienza significa trasferire responsabilità fondamentali a Paesi terzi che molto spesso non hanno alcuno standard paragonabile a quelli dell’Ue. Il timore delle organizzazioni per i diritti umani è, insomma, che questi centri diventino luoghi opachi, ben lontani dal controllo democratico e molto più esposti a violazioni di diritti umani.
La partita delle quote di solidarietà: un’Europa ancora divisa
Resta irrisolto anche il nodo delle quote di solidarietà. La Commissione propone un sistema di contributi obbligatori a sostegno dei Paesi di primo approdo, ma le resistenze rimangono forti. La Finlandia, ad esempio, accetterebbe solo di contribuire finanziariamente, senza assumersi l’onere dell’accoglienza. L’accordo finale dipenderà dalla capacità dei Ventisette di superare veti e diffidenze, ma l’esito non è scontato.
Un bilancio tutt’altro che trionfale
Il pacchetto approvato a Bruxelles rappresenta sicuramente un passaggio politico importante, ma non può essere letto come una vittoria. L’impianto costruito dall’Ue punta soprattutto a velocizzare le procedure, esternalizzare la gestione e restringere l’accesso all’asilo per un numero crescente di persone. Il rischio è che, in nome dell’efficienza, si riducano tutele e garanzie,
lasciando ancora più esposte le persone già vulnerabili.
Il risultato è una migrazione trattata come un problema logistico, più che come un fenomeno umano complesso. E a farne le spese, ancora una volta, saranno soprattutto i migranti, quelli in fuga da Paesi che sulla carta sono “sicuri”, ma che nella pratica continuano a non esserlo affatto.
(da Fanpage)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
A NULLA È SERVITA LA GUERRA DEI DAZI DI DONALD TRUMP, L’EXPORT VERSO GLI USA CROLLA DEL 29%, MA VIENE AMPIAMENTE COMPENSATO DALL’EUROPA (+14%), INONDATA DI MERCI CINESI, E DALLE VENDITE NEL SUDEST ASIATICO, DA DOVE I PRODOTTI VENGONO POI RIESPORTATI NEGLI USA
L’avanzo commerciale della Cina ha superato quest’anno per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari, grazie al boom delle esportazioni nonostante la guerra dei dazi avviata dal presidente Usa, Donald Trump.
Nei primi 11 mesi dell’anno, il surplus in dollari è stato pari a 1.076 miliardi, secondo i dati diffusi lunedì dall’amministrazione doganale del Paese, che contabilizza i beni (ma non i servizi). Nel 2024 l’avanzo commerciale si era avvicinato ai 1.000 miliardi senza però superarli.
Il surplus record arriva dopo una fase di riduzione delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino, che lo scorso ottobre hanno concordato una tregua di un anno.
Il forte divario tra esportazioni e importazioni della Cina ha attirato critiche da parte dei partner commerciali, con il presidente francese Emmanuel Macron che, durante una visita nel Paese la scorsa settimana, ha definito «insostenibili» questi squilibri.
Le esportazioni verso l’Ue sono aumentate molto a novembre, con un +14,8% su base annua rispetto allo 0,9% di ottobre. «E’ stata la grande sorpresa nei dati di novembre», il commento di Lynn Song, capo economista per la Cina di Ing. Song ha
spiegato che la svalutazione del renminbi, in linea con il dollaro e rispetto all’euro, ha rafforzato la competitività delle esportazioni cinesi e contribuito ad ampliare l’avanzo commerciale con l’Ue
L’analista prevede che la situazione persisterà anche l’anno prossimo, ma dovrà affrontare una crescente resistenza da parte dell’Unione europea. «Macron ha detto che l’Ue potrebbe aumentare i dazi sulla Cina, quindi rimangono molte incertezze», ha aggiunto Song. «E inoltre abbiamo prospettive di crescita globale leggermente più deboli, che influiranno sulla domanda di esportazioni».
Le importazioni sono aumentate dell’1,9% a novembre, portando il surplus mensile a 112 miliardi di dollari. Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono crollate negli ultimi mesi e a novembre sono diminuite del 29% su base annua.
Ma le spedizioni verso altre regioni, soprattutto il sudest asiatico, sono cresciute rapidamente. Gli economisti ritengono che parte di queste spedizioni verso il Sudest asiatico — in aumento dell’8% il mese scorso — vengano poi riesportate negli Stati Uniti.
Il governo del presidente Xi Jinping ha fatto forte affidamento sulle esportazioni per sostenere l’attività economica, a fronte di una domanda interna debole e di un mercato immobiliare in rallentamento da cinque anni.
Le esportazioni verso l’Ue sono inoltre aumentate velocemente a novembre, con un +14,8% su base annua rispetto allo 0,9% di ottobre.
La Cina è destinata ad aumentare la propria quota sulle esportazioni globali al 16,5% entro il 2030, rispetto all’attuale 15%, secondo gli analisti di Morgan Stanley.
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
NELLA “LISTA NERA” CI SONO POI MAURIZIO GASPARRI, FULVIO MARTUSCIELLO E FRANCESCO BATTISTONI … SAREBBERO PRONTI AD ADERIRE ALLA NUOVA CORRENTE GIORGIO MULÈ, LA SOTTOSEGRETARIA MATILDE SIRACUSANO (MOGLIE DI OCCHIUTO), ALESSANDRO CATTANEO
L’operazione Occhiuto punta a un primo obiettivo: far saltare il capogruppo alla Camera
di Forza Italia, Paolo Barelli, fedelissimo del segretario di FI, Antonio Tajani. Al suo posto la neo-corrente vuole l’ex portavoce di FI, Debora Bergamini.
Nella lista nera ci sono poi Maurizio Gasparri, Fulvio Martusciello e Francesco Battistoni.
Prima di ufficializzare la data (17 dicembre) della nascita della corrente, Occhiuto si confronta con Marina Berlusconi. E riceve la benedizione. Tra gli spin dell’operazione figurano due volti Mediaset: Nicola Porro e Andrea Ruggieri.
Ma la partita vera si gioca in parlamento. Sono pronti ad aderire alla corrente Giorgio Mulè, la sottosegretaria Matilde Siracusano (moglie di Occhiuto), il senatore Mario Occhiuto (fratello del governatore).
E ancora i parlamentari Alessandro Cattaneo, Cristina Rossello, Francesco Canizzaro, Maria Tripodi. Per ora il gruppo Fascina (Tullio Ferrante, Alessandro Sorte e Marco Benigni) resta al fianco di Tajani.
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
“LE DEMOCRAZIE DEL VECCHIO CONTINENTE SOTTOPOSTE A UN STRESS TREMENDO”
Parlando della situazione in Ucraina, e più in generale del contesto internazionale, Yves Mény cita il generale Charles de Gaulle. «Diceva che gli Stati non hanno amici, ma solo interessi», ricorda il politologo francese, spiegando che si tratta di «realpolitik, all’interno della quale i valori diventano secondari se paragonati agli interessi egoistici dei Paesi». Una visione che ricorda quella mostrata da Donald Trump negli ultimi giorni sulla risoluzione del conflitto.
Professore, è rimasto stupito dalle critiche all’Europa espresse nella Strategia di sicurezza nazionale di Washington?
«I suoi contenuti si inseriscono nella continuità del pensiero trumpiano, che però non era mai stato formulato in modo così netto. Nel documento viene messo nero su bianco quello che fino ad oggi si poteva solo immaginare, come la sfiducia del
presidente americano nei confronti dell’Ue o il suo disprezzo per i capi di governo europei. Concetti che prima erano difficili da definire, a causa delle dichiarazioni spesso contraddittorie dello stesso presidente Usa».
Si prospetta uno scenario nero?
«Sì, ma c’è un elemento positivo: Trump mette gli europei dinanzi alle loro contraddizioni, alle loro esitazioni e ai loro timori. Come ha detto l’economista greco Loukas Tsoulakis, l’Europa deve diventare grande, senza l’aiuto degli Usa».
Si può parlare di un asse russo-americano formatosi contro l’Europa?
«Si tratta di un’alleanza oggettiva e critica contro l’Ue. Abbiamo due capi di Stato, Trump e Putin, interessati soprattutto a fare soldi, per i loro Paesi ma anche per i rispettivi entourage. La Russia dispone di materie prime strategiche, come gas e petrolio, mentre gli Stati Uniti hanno una tecnologia molto avanzata. In mezzo c’è l’Europa, con governi caratterizzati da quei sistemi di check and balance che non esistono nella visione trumpiana».
L’Europa però è l’unico sostegno rimasto a Volodymyr Zelensky. «Un avvicinamento tra Russia e Stati Uniti fondato su alcuni interessi ben precisi presuppone la scomparsa del problema ucraino. Per questo il primo piano di pace di Trump sembrava essere stato scritto a Mosca. La proposta sull’utilizzo degli asset russi ha dimostrato l’appetito del presidente americano nei confronti del denaro, facendo emergere un aspetto mercantilistico».
Ci saranno pericoli per i sistemi democratici occidentali?
«Saranno sempre più sotto stress. Le nostre democrazie sono diventate lente e complesse. Questo porterà al rischio di veder crescere nella popolazione l’interessamento a regimi più snelli o alla tendenza nel rafforzare le leadership di chi governa».
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
“COSI’ RENDEREBBE I SINGOLI STATI PIÙ DEBOLI, PERMETTENDO AGLI STATI UNITI DI STIPULARE ACCORDI ECONOMICI A LORO VANTAGGIO, COME HANNO TENTATO DI FARE CON I DAZI”
Donald Trump pensa che solo un’Europa governata interamente dai Viktor Orbán e dalle
Giorgia Meloni, dai Nigel Farage e dai Jordan Bardella starà dalla parte giusta: la sua. Per questo gli tende la mano: solo un’Europa interamente di destra somiglierà all’alleato che sogna».
Yascha Mounk è il politologo tedesco-americano della Johns Hopkins University — ma per questo semestre a Sciences Po, l’Istituto di Studi Politici di Parigi — esperto di populismo e autore di saggi come “La trappola identitaria”, “Il grande esperimento”, “Popolo vs. Democrazia”.
La “dottrina Trump” enunciata nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale contiene un attacco all’Europa senza precedenti.
«Trump ha un rapporto complesso con l’Europa. La considera parte della sua identità. E ritiene certi valori di cui si sente paladino figli della civiltà europea. Un pensiero condiviso da tutto il popolo Maga. Per questo, prova risentimento verso la
leadership del Vecchio Continente. Per lui le politiche dei Macron e dei Merz, somigliano troppo a quelle dei suoi nemici politici interni, gli Obama e i Biden. Ed è convinto che tradiscano l’essenza di quelli che ritiene essere i veri valori occidentali».
Cosa non tollera della “nostra” Europa?
«Il pensiero di Trump — e dell’intera destra Maga — si articola in categorie: etnia, religione, civiltà e così via. Quel che attaccano è l’Europa dei governi moderati, per motivi che vanno dalle politiche d’immigrazione, che a loro dire, ci contaminano dal punto di vista etnico e religioso, al liberalismo sociale e alle regole imposte ad aziende e social media, ad esempio sulla privacy. Insomma, contestano l’intero sistema di valori politici europeo fatto di regole e libero commercio, ma pure, di accoglienza e rispetto per identità di genere e diritti».
Tutto questo sembra molto affine all’idea putiniana di Europa decadente…
«Diciamo che è un pensiero condiviso dai conservatori di mezzo mondo: anche in poli geograficamente opposti».
Ieri pure Elon Musk ha attaccato: “L’Unione europea va abolita”. «La stupisce? Anche nella stessa Europa c’è chi lo pensa: e chiede la dissoluzione dell’Unione europea dall’interno, esattamente come fa Elon Musk dagli Stati Uniti.
Ma Trump, più che divisa, la vorrebbe… trumpiana. Omogenea al suo pensiero.
L’impressione che spinga per frantumarla deriva solo dal fatto che favorisce la parte d’Europa meno europeista».
L’astio per la Ue ha anche motivi economici?
«Di sicuro, la dissoluzione dell’Unione renderebbe i singoli Stati più deboli, permettendo agli Stati Uniti di stipulare accordi economici a loro vantaggio, così come hanno tentato di fare con i dazi».
(da Repubblica)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
“BISOGNA DIRE A MELONI: TU NON PUOI ESSERE AMICA DI TRUMP E DI ZELENSKY. DEVI SCEGLIERE. L’EUROPA DEVE FARE SUBITO LA DIFESA COMUNE”
Trump e Putin hanno siglato il «nuovo patto Molotov-Ribbentrop» per distruggere l’Europa. Il vecchio continente rischia di cadere in un sistema «illiberale» senza democrazia. Deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’unione federale e difendendo l’Ucraina.
Daniel Cohn-Bendit, leader del ‘68 francese e dei Verdi europei è fermissimo: il presidente Usa è un «matto» e la politica della Casa Bianca punta a trasformare il Vecchio Continente in un «protettorato» senza libertà.
Si riferisce alla nuova “strategia” americana? Il Cremlino dice che è anche la sua strategia.
«Hanno lo stesso obiettivo. L’Europa deve capire. L’Italia deve capire che le regole del gioco sono totalmente cambiate».
In che senso?
«La sinistra italiana in passato è stata contro l’imperialismo americano, ma l’imperialismo americano era legato all’Europa, all’Alleanza transatlantica. Oggi invece è contro l’Europa. Vede solo le grandi potenze: Russia e Cina. Vuole allearsi con la Russia contro l’Europa».
Ma perché?
«Perché per gli Usa non è solo un nemico economico ma rappresenta il confronto tra la democrazia e la democrazia illiberale».
Gli Usa o Trump?
«Trump è al potere in America. Non è che se vince Vance cambia qualcosa. Anzi, il trumpismo può dominare per dodici anni. È inutile sognare che perda le elezioni mid-term. Ora è così».
Lei definirebbe Trump un fascista?
«Se dici fascista, tutti pensano a Mussolini, a Hitler, a Franco o a Salazar. Trump è una forma di potere illiberale, autoritario. Va nella direzione del totalitarismo».
Cosa ha consentito di eleggere in Usa un presidente così illiberale?
«Illiberale e matto. È un problema generale. La Fifa gli ha dato pure un premio. Incredibile. Il punto è che le soluzioni ai problemi sono complesse e le persone invece vogliono risposte facili. Un contesto accelerato dalla pandemia perché ha provocato la paura. Ha liberato le emozioni negative».
E il Cremlino è un suo alleato.
«L’alleanza Trump-Putin è come il patto Molotov-Ribbentrop. È un patto trasversale. Se penso al passato, mi chiedo cosa sarebbe accaduto se Hitler non avesse attaccato la Russia: la destra sarebbe rimasta al potere? Per questo dobbiamo difendere la nostra democrazia».
La domanda è: come?
«Giorgia Meloni è una reazionaria, ma non è uscita dall’euro. Non è uscita dall’Europa. Ha difeso l’Ucraina. Lo ha fatto per la moneta unica che rappresenta una obbligazione che impedisce di lasciare l’Ue. E perché per l’Italia sarebbe la fine».
Però è amica di Trump.
«Questo è il dato interessante».
Questo ha attinenza con il come l’Europa deve rispondere?
«Bisogna dire a Meloni: tu non puoi essere amica di Trump e di Zelensky. Devi scegliere».
Cosa dovrebbe concretamente fare l’Europa?
«Subito la difesa comune. Perché è chiaro che gli Usa hanno un altro progetto. Ecco, su questo Meloni deve uscire dall’ambiguità».
E chi non ci sta esce dall’Unione? Perché se resta uno come Orbàn, è difficile fare passi avanti.
«Certo, vanno cacciati Orbàn, Fico etc. Tutti gli altri scelgano tra la vita e la morte dell’Europa. Non possiamo accettare i cavalli di Troia di Putin e Trump».
L’Unione della difesa significa arrivare ad un’Unione federale?
«Draghi ha parlato di un federalismo pragmatico, sono d’accordo. Va fatto un passo avanti verso l’integrazione
federale».
E l’Ucraina è il confine tra democrazia e autoritarismo in Europa?
«Si, dobbiamo difenderla».
Servono leader politici per fare tutto questo.
«Mancano, è vero. Un Churchill non si trova facilmente. All’inizio c’era Macron ma poi ha fatto tanti errori. Anche gli intellettuali devono aiutare a far sopravvivere la democrazia e la libertà».
In caso di sconfitta diventeremmo un protettorato di Trump o di Putin?
«È possibile che sia così. È in gioco tutto quel che abbiamo costruito dopo la liberazione del ‘45».
Ma come è possibile che nel mondo non si consideri più l’Europa un modello da seguire?
«Però l’Ue è una cosa formidabile. Paesi che si mettono insieme senza guerra. Possiamo ancora essere un modello. Quando gli storici analizzeranno quel che è accaduto in questi anni, spero che potranno dire: l’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina».
(da agenzie)
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