Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
PERCHE’ IL GIP DI ROMA HA DISPOSTO I DOMICILIARI AL PRIMARIO DI ROMA
Il gip di Roma ha disposto gli arresti domiciliari per Roberto Palumbo, il primario del
reparto di Nefrologia dell’ospedale Sant’Eugenio, arrestato in flagranza lo scorso 4 dicembre mentre riceveva una presunta tangente da 3mila euro dall’imprenditore Maurizio Terra. Per quest’ultimo sono stati confermati gli arresti domiciliari. L’inchiesta procede per corruzione e, nel corso dell’udienza di convalida, entrambi hanno ammesso parte delle proprie responsabilità. Secondo il giudice, «il legame tra la funzione svolta dal medico (Roberto Palumbo, ndr) e il pagamento è evidente», così come «il controllo di Palumbo sulla destinazione dei pazienti verso vari centri, in modo da indirizzarli verso la Dilaeur», società di cui il primario detiene di
fatto una quota di maggioranza. Il gip ha sottolineato la gravità della condotta, evidenziando una «costanza di comportamenti e una pervicacia» che indicano una propensione del primario a simili reati.
«Se Palumbo si sposta nel privato, il mondo si sposta nel privato perché lui è il capo del Dipartimento più grande d’Europa». È in questa frase, intercettata dagli investigatori, che per la Procura di Roma si riassume il potere del primario del Sant’Eugenio Roberto Palumbo, arrestato venerdì mentre intascava una mazzetta da 3mila euro dall’imprenditore Maurizio Terra. Oggi il gip di Roma ha disposto per lui gli arresti domiciliari: è accusato di aver gestito un sistema di smistamento dei pazienti dializzati dal pubblico al privato in cambio di denaro.
Le carte
Il giudice – che definisce “gravi i fatti contestati” – aggiunge che “Terra ha, sostanzialmente, ammesso i fatti e anche Palumbo, che nel corso dell’interrogatorio reso dinanzi al pm era parso più reticente ha, infine, operato ammissioni di responsabilità nel corso dell’udienza di convalida”. Il dottore ha infatti ammesso solo l’evidenza, di prendere soldi in nero per il suo lavoro ma ha detto che quel denaro non costituiva il pagamento per aver dirottato pazienti verso il privato convenzionato. Il gip non ha creduto a questa tesi: “Può dirsi accertato che Palumbo avesse un controllo della destinazione dei pazienti verso i vari centri”, scrive il magistrato.
Il metodo Palumbo
“Palumbo mi fece chiaramente intendere che avrei dovuto sborsare delle somme per risolvere il deficit” di pazienti, racconta il 13 ottobre 2024 agli investigatori della squadra
Mobile Carmelo Antonio Alfarone, il consigliere e responsabile del centro dialisi Diagest srl.
Il sospetto che aveva già all’epoca Alfarone, secondo le voci che circolavano nell’ambiente, è che Roberto Palumbo, il primario dell’Unità operativa complessa di nefrologia e dialisi all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, orientasse i pazienti in dimissione dal Sant’Eugenio verso specifici centri dialisi, a lui più vicini, a scapito delle altre strutture
Le indagini successive confermeranno i sospetti. Lo stesso Alfarone, per mandare avanti la sua struttura, si troverà costretto a pagare a Palumbo 120mila euro, tremila a paziente.
I regali
Anche il responsabile della Diagest, annotano gli atti, si era trovato costretto a chiedere aiuto al primario del Sant’Eugenio, per scongiurare la chiusura. E si era trovato costretto a corrispondere “al primario la somma complessiva di 120mila euro”, cioè tremila euro a paziente. Alfarone aveva dovuto anche pagare, “tra il 2019 e il 2021 – è annotato sugli atti – 1600 euro al mese di affitto per l’appartamento di Palumbo in via Gregorio VII”, a due passi da San Pietro, nonché “acquistare i mobili per l’abitazione”.
Non solo. Alfarone ha denunciato di essersi trovato costretto a garantire a Palumbo, tra il 2020 e il 2022, anche l’uso della Mercedes aziendale della Diagest, e fare un contratto di
consulenza alla compagna del primario, Germana Sfara, per 2500 euro al mese. Altrimenti nel centro dialisi Diagest non sarebbe entrato neanche un paziente appena dimesso dal Sant’Eugenio.
A raccontare il metodo Palumbo ci sono diversi dialoghi cristallizzati dagli investigatori della sezione anticorruzione della Mobile. “Io vendo il ghiaccio agli eschimesi”, dice una responsabile della Dialeur, il centro clinico che fa riferimento a Testa.
Palumbo, secondo l’accusa, avrebbe creato “corsie preferenziali” per i pazienti, sfruttando le liste d’attesa pubbliche e trasformando il momento della dimissione in un passaggio obbligato verso i centri privati. “Sono percorsi — scrivono gli investigatori— che, oltre ad avere ovvi aspetti clinici, sono ammantati da interessi esclusivamente privati”.
“Preparati che andiamo a bere”. È il 15 luglio 2025 quando Annalisa Pipicelli, parlando con un altro indagato dell’assegnazione di un paziente dializzato di Spinaceto, invita a festeggiare l’ingresso in clinica come se si trattasse di un traguardo condiviso. Un brindisi che, per gli inquirenti, fotografa il senso degli affari dietro lo smistamento dei pazienti tra pubblico e privato.
“Ho fatto una faccia come il culo… co’ Palumbo… me ne ha date quattro, oltre quelle che già mi aveva dato, quattro bianche”. È il 31 marzo 2025: Terra racconta alla nipote Federica, dipendente Dialeur, il ritorno in ospedale insieme al primario. E’ – per gli investigatori – uno spaccato di rapporti disinvolti
attorno a terapie e farmaci.
“Ogni mese 3k e poi li riprendo da utili netti”. È la frase trovata scritta a mano durante la perquisizione nello studio della OMNIA 2025 s.r.l. società riconducibile, per i pm, a Palumbo. E’ la stessa somma dei 3.000 euro consegnati al primario. Per gli investigatori, la sintesi di un sistema.
In un’altra conversazione intercettata, Pipicelli racconta al marito il progetto che Palumbo le avrebbe confidato: nel giro di uno o due anni lasciare il Sant’Eugenio e gli incarichi pubblici per passare definitivamente al privato.In quello scenario, lei diventerebbe “il braccio destrissimo”, mentre gli altri resterebbero nel pubblico. Da fuori, Palumbo continuerebbe comunque a “comandare” il Sant’Eugenio lasciando i suoi uomini, e allo stesso tempo gestirebbe il fronte privato. Pipicelli rivendica un ruolo centrale: “Palumbo favorirà sempre me perché con me guadagna e sta tranquillo… quindi lui sicuramente porterebbe in cielo me”. E chiude con la frase che per gli inquirenti sintetizza tutto: “Se Palumbo si sposta nel privato, il mondo si sposta nel privato perché lui è il capo del Dipartimento più grande di Europa”.
Il primario, ascoltato dagli investigatori all’inizio si è difeso: “Non ho mai preso soldi per aver mandato dei pazienti nella sua struttura” . Salvo poi ammettere di avere incassato soldi in nero.
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
UNA PRECISA STRATEGIA DI ABBANDONARE IL FIANCO ORIENTALE AL SUO DESTINO E CHE NESSUNO ROMPA LE SCATOLE AI GIGANTI TECH AMERICANI
Prima regola del Fight Club: Donald Trump non va mai preso alla lettera, ma va sempre preso sul serio. Tradotto: tutte le sue rozze semplificazioni sono banalizzazioni a uso e consumo di un’opinione pubblica trattata alla stregua di un bambino di otto anni, ma nel contempo indicano chiaramente la direzione che
vuole prendere la Casa Bianca.
È una regola, questa, che dobbiamo applicare anche alle parole del presidente americano sull’Unione Europea e la Nato: coglierne il senso profondo, più che scandalizzarci per ciò che emerge in superficie.
In estrema sintesi, cos’ha detto Trump? Ha detto, nelle trentatré pagine della sua nuova National Security Strategy che l’Europa “se continua con il trend” in atto “fra 20 anni sarà irriconoscibile”, a “causa delle “attività dell’Ue e di altri organismi internazionali che minano la libertà e la sovranità politica”, delle “politiche migratorie che stanno trasformando il continente” della “censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica”.
Non solo: ha detto anche che la Casa Bianca “si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche per la guerra” in Ucraina, e che i Paesi europei sono “arroccati su governi di minoranza instabili, molti dei quai calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione”. Ha detto anche che la Nato deve smettere di espandersi e che Europa dovrà assumere la guida dell’Alleanza atlantica entro il 2027.
Anziché avventurarci in fact-checking che lasciano il tempo che trovano, andiamo al nocciolo delle questioni, partendo dalla fine
Uno: cosa vuole dire Trump quando dice che l’Europa deve farsi carico della Nato? Vuole dire che gli Usa non si assumono più l’onere di difendere il confine orientale dell’Europa. Che la diatriba su cosa sia Occidente e cosa Russosfera in quella terra di
mezzo che sta tra la Germania e la Russia è affare nostro, non suo.
Come mai tutto questo? Perché il fronte geopolitico su cui l’America concentra la sua attenzione è quello che la vede contrapposta con la Cina su due diversi scenari: quello Artico, ricco di materie prime e nuove rotte commerciali che si aprono, grazie allo scioglimento dei ghiacciai e al riscaldamento globale. E quello Pacifico, con la questione Taiwan – formalmente territorio cinese, ma anche primo fornitore di semiconduttori all’industria tecnologica americana – in testa.
Due: cosa vuole dire Trump quando dice che la Nato non si espanderà e che l’Europa ha prospettive irrealistiche sulla fine della guerra in Ucraina? Vuol dire che gli Usa vogliono fare la pace con Putin per rompere l’alleanza Russia-Cina e isolare Pechino. E che per farlo non si fanno scrupoli a concedere a Mosca quel che vuole: il Donbass, per cominciare. E poi forse il controllo su quel che Mosca ritiene sia russosfera, fino a quel che dell’est Europa non è ancora né Nato né Ue, quindi Moldavia e Georgia. Ecco spiegato perché Mosca plaude alla nuova dottrina americana.
Tre: che per farlo ha bisogno di un Europa divisa, che non rompa le scatole con una sua strategia autonoma, o con regolamentazioni che chiudano il mercato ai suoi giganti tecnologici come Meta, Google e X – recentemente multate da Bruxelles, peraltro – che Trump ritiene strategici nella sua nuova guerra fredda con la Cina. Quindi: governi di destra, nazionalisti, anti Ue, ideologicamente affini alla sua visione del mondo anti
migrazioni, conservatrice e confessionale.
Tutto questo pone una domanda fondamentale per l’Europa: ha più senso piegarsi alla visione del mondo di Trump, facendoci guidare per mano nella nuova guerra americana, come del resto abbiamo fatto senza battere ciglio dal 1945 a oggi, o sviluppare una strategia autonoma in questo nuovo scenario? Tradotto: ha più senso stare con Washington contro la Cina o assumere una posizione terza e negoziare con entrambe, forti di un mercato unico ricchissimo?
Se Trump fosse presidente dell’Europa probabilmente non avrebbe dubbi: giocare su due tavoli è sempre preferibile che essere dipendenti dai ricatti di un unico interlocutore. Forse per questo che vuole soffocare sul nascere questa tentazione. E forse è per questo che dovremmo prendere le sue parole, e fare esattamente il contrario di quel che dice.
(da fFanpage)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
NON E’ SOLO CHE LA SOCIETA’ NON VALORIZZA LA GENITORIALETA’, E’ CHE IN UN MONDO DI LAVORO PRECARIO E FOGNA RAZZISTA NESSUNO VORREBBE FAR CRESCERE I PROPRI FIGLI
Gli italiani hanno paura del futuro. Per questo non fanno figli. Lo dice un sondaggio
dell’istituto demoscopico Noto realizzato per il Sole 24 Ore su un campione di giovani di età tra i 18 e i 35 anni. L’ansia comune in tutta Europa è quella economica. Ma gli italiani non vedono soluzioni, a differenza di inglesi, spagnoli e francesi. Il tasso di natalità nel 2024 è di 1,18 figli per donna in Italia (con 229.731 nati da gennaio ad agosto 2025, -5,4% rispetto ai primi otto mesi 2024), 1,62 per la Francia, 1,1 per la Spagna, 1,35 per la Germania, e 1,41 per la Gran Bretagna.
La denatalità in Italia
Alla domanda sull’intenzione di avere o non avere dei figli, il 20% degli intervistati italiani risponde che non ne avrà mai. Il rifiuto scende all’8% nel caso degli inglesi, al 4% per gli spagnoli, al 10% per francesi e tedeschi. Il 42% dei giovani italiani è incerto su questa prospettiva, gli incerti scivolano al 18% degli inglesi, al 28% degli spagnoli, al 26% dei tedeschi, al 21% dei francesi. Tra le motivazioni ci sono l’insicurezza economica (il 41% di italiani, francesi e tedeschi, il 57% degli spagnoli e il 45% degli inglesi). Ma anche altre. Il 78% degli italiani ritiene che tra i fattori che influiscono sulla decisione di non avere figli (o di non averne altri) ci sia il costo complessivo per crescerli. Gli intervistati francesi, tedeschi e spagnoli rispondono allo stesso modo nel 58% dei casi, pochi di più (il 62%) gli inglesi.
Il lavoro
Il rischio di perdere il lavoro pesa per il 59% degli inglesi. Fra le altre ragioni che influiscono sulla decisione, per i giovani italiani ci sono la scarsa disponibilità di asili nido e di servizi per l’infanzia (57%), congedi parentali brevi o mal distribuiti tra i genitori (62%), difficoltà a conciliare lavoro e famiglia (77%). E il 77% dei giovani italiani ritiene che la decisione di avere figli sia condizionata dall’avere un supporto all’interno della famiglia. I giovani inglesi sono al 30%, al 39% i francesi. Poi la scarsa disponibilità di asili nido e di servizi per l’infanzia (57%), congedi parentali brevi o mal distribuiti tra i genitori (62%), difficoltà a conciliare lavoro e famiglia (77%). In linea con quest’ultima risposta, il 77% dei giovani italiani ritiene che la decisione di avere figli sia condizionata dall’avere un supporto
all’interno della famiglia.
La genitorialità
E ancora: per il 72% degli intervistati italiani la società non valorizza adeguatamente la genitorialità rispetto alla realizzazione personale e professionale (percezione che invece in Germania scende al 47%, al 46% in Spagna, al 43% in Francia, al 41% in Gran Bretagna). Gli incentivi economici hanno un peso per il 44% degli italiani, il 42% degli spagnoli, il 41% degli inglesi, il 37% dei tedeschi, il 34% dei francesi. E ancora ci vorrebbero congedi parentali più lunghi e retribuiti, asili nido pubblici e accessibili e un supporto per l’affitto o il mutuo.
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
I GIOVANI MUSULMANI D’ITALIA SUL MODELLO DI MAMDANI… SENZA CONTENUTI SOLIDALI REALI FINISCE CHE QUELLI CHE FARANNO CARRIERA E QUATTRINI VOTERANNO SOVRANISTA
Un partito islamico in arrivo? Secondo il Giornale è quello che sta organizzando Ibrahim Youssef, divulgatore, dottore in Scienze Politiche e Filosofia, attivista dei Giovani Musulmani d’Italia e volontario dell’Islamic Relief Italia.
Nel podcast «Strong Beliver», un «progetto di potenziamento personale e crescita spirituale» fondato da Abed Elbakki Rtaib si parte dall’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. Con un paragone che spiazza: «Pensate al caso dell’Italia: oggi abbiamo dei partiti di destra che, quasi un secolo fa, erano coloro che sterminavano gli ebrei e invece ora promuovono lo Stato d’Israele. Hanno fatto un cambio radicale, enorme»
Il Partito Islamico
Il ragionamento è prima di tutto numerico. Nel 2022 i
musulmani erano il 4,6% della popolazione italiana; le proiezioni indicano un 9,6% nel 2050, secondo il Pew Research Center. Una cifra che, se trasformata in base elettorale, ridisegna equilibri che oggi sembrano granitici. «Partendo dall’ipotesi che questo 9,6% abbia cittadinanza italiana e possa votare, capite che la comunità musulmana avrà un impatto enorme dal punto di vista politico. Se votassero tutti, un partito come la Lega non si permetterebbe mai di andare contro la comunità islamica, perché altrimenti non potrebbe vincere». Il divulgatore su Facebook rilancia pure la battaglia di Muro27, il partito musulmano di Roma. Ma, avverte Youssef, uno scenario favorevole non è affatto automatico: richiede una coscienza politica collettiva che oggi ancora non esiste.
Come gli Lgbtq
«Vanno fatti dibattiti, va fatta sensibilizzazione sul se possiamo votare o meno. Bisogna rifletterci». E aggiunge: «Spero che nel 2050 ci siano personaggi molto meglio di Mamdani. Ma finché continueremo a snobbare la politica ma, come dice un mio amico, finché non siamo sul tavolo ma siamo sul menù, cosa ci aspettiamo che cambi?». E quindi: «Bisogna far sì che quando un musulmano entra in politica, noi lo appoggiamo. Che promuoviamo il massimo che dev’essere promosso. Il musulmano in politica non può promuovere tutto quello che un musulmano dovrebbe promuovere, però step by step…». E fa l’esempio degli Lgbtq, spiegando come sia stata «la cultura» a rendere oggi, in politica, proponibili battaglie che un tempo erano considerate irrealizzabili. «Anche loro sono stati
discriminati – osserva – ma sono arrivati, con lungimiranza politica…» a raggiungere un obiettivo «di lungo termine».
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
LA RIFORMA APRE LE PORTE ALLA DEPORTAZIONE IN PAESI TERZI, COSI’ IL BUON BORGHESE PUO’ DEDICARSI AD EVADERE IL FISCO SENZA ESSERE DISTRATTO DALLA PRESENZA FASTIDIOSA DELL’IMMIGRATO CHE POTRA’ RESTARE IN EUROPA PAGATO DUE ORE L’ORA A SPACCARSI LA SCHIENA
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una riforma delle regole sull’asilo che dà
agli Stati membri nuovi strumenti per gestire i flussi migratori. In particolare, la modifica del regolamento sul concetto di «Paese terzo sicuro» consente respingere una richiesta di asilo senza entrare nel merito, dichiarandola quindi «irricevibile» già all’ingresso, se il richiedente avrebbe potuto ottenere asilo in un altro Paese considerato sicuro. Contro il provvedimento hanno votato Spagna, Grecia, Francia e Portogallo, ma la maggioranza qualificata è stata raggiunta. È uno dei punti più delicati della riforma, perché amplia i casi in cui una domanda può essere bloccata già in partenza.
Cosa cambia
Con le norme aggiornate, ora gli Stati potranno applicare il concetto di Paese terzo sicuro in tre casi. Quando esiste un legame tra il migrante e quel Paese (anche se questo non è più un requisito obbligatorio), quando la persona è transitata da lì prima di entrare nell’Ue oppure quando è in vigore un accordo tra uno Stato membro e il Paese terzo che garantisca l’esame della richiesta di asilo. Restano, però, esclusi da queste procedure i minori non accompagnati. Parallelamente, per chi arriva da un Paese di origine ritenuto sicuro saranno previste procedure accelerate, anche alle frontiere o nelle zone di transito, perché si parte dal presupposto che in quei Paesi non vi siano persecuzioni sistematiche o gravi violazioni dei diritti umani.
Bangladesh, Egitto, Kosovo: la nuova lista dei Paesi «sicuri»
Nella prima lista europea dei Paesi di origine sicuri, secondo il
Consiglio, dovrebbero entrare Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. A questi si aggiungerebbero automaticamente anche i Paesi candidati all’adesione all’Unione europea, salvo casi eccezionali come conflitti armati interni o internazionali, gravi limitazioni delle libertà fondamentali o un tasso elevato di accoglimento delle domande di asilo, superiore al 20%. L’intesa raggiunta apre ora la fase decisiva dei negoziati con il Parlamento europeo, da cui dovrà uscire il testo definitivo della riforma.
La riforma apre le porte agli hub in Albania
La riforma apre quindi la strada anche alla realizzazione dei cosiddetti «return hub», i centri per i rimpatri situati fuori dall’Ue. «Sugli hub per i rimpatri, non spetta a me pensare ai Paesi terzi. Si tratta di negoziati tra gli Stati membri e poi con i Paesi terzi. Sarebbe positivo, naturalmente, se più parti unissero le forze. Penso ai Paesi Bassi, che stanno discutendo con l’Uganda. La Germania ha già aderito ai colloqui. Così come l’Italia e l’Albania. Ma non spetta a me decidere; abbiamo ormai gettato la base giuridica, affinché sia possibile prendere in considerazione idee così nuove e innovative», ha dichiarato Magnus Brunner, commissario Ue per gli Affari interni e la Migrazione.
Soddisfatto il ministro per l’Immigrazione della Danimarca, Rasmus Stoklund, che ha affermato: «Ora disponiamo del quadro giuridico affinché gli Stati membri possano creare centri di accoglienza e altre soluzioni di questo tipo con i Paesi terzi, il che è estremamente importante per cambiare le carenze
fondamentali dell’attuale sistema di asilo, il suo malfunzionamento, il fatto che aiutiamo le persone sbagliate e non aiutiamo le persone effettivamente bisognose, e possiamo controllare la migrazione verso l’Europa».
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
ATTUALMENTE FAVOREVOLE IL 56-57% DEGLI ITALIANI, MA SOLO IL 10% CONOSCE DI COSA SI TRATTA, GLI ALTRI PECORONI SEGUONO LA PROPAGANDA DI REGIME
Non siamo ancora entrati nel vivo della campagna referendaria, ma le due fazioni in campo stanno già scaldando i motori. Ai blocchi di partenza, il fronte governativo, schierato graniticamente per il Sì, appare favorito: dal 57.9% di Ipsos al 56% di Youtrend, ad oggi il vantaggio fotografato dai sondaggi è piuttosto netto e supera chiaramente i rapporti di forza tra la coalizione di centrodestra e il Campo Largo.
Sono numeri che possono infondere ottimismo alla coalizione di governo, ma significano ancora molto poco. Nel 2016, ad esempio, la riforma costituzionale proposta e approvata da Matteo Renzi secondo molti istituti di rilevazione veniva inizialmente promossa da quasi due italiani su tre. Solo dopo l’estate il consenso calò drasticamente, ma all’inizio di settembre, con il voto previsto il 4 dicembre, buona parte dei sondaggi continuava a fotografare un testa a testa.
È difficile infatti misurare le opinioni dei cittadini con grande anticipo sulla data referendaria: in un’epoca caratterizzata da
disaffezione e disinteresse dei cittadini verso la politica, il grande limite è la conoscenza degli argomenti. Nel caso relativo
alla riforma della giustizia, ciò si nota in modo particolare: il tema è evidentemente ancora poco conosciuto dagli italiani, e un sondaggio Youtrend per SkyTg24 di inizio novembre evidenzia come solo il 10% degli intervistati si dichiari “molto informato” sul quesito.
Ci sono poi scelte strategiche che possono incidere sull’esito: nel 2016, ad esempio, a decidere il risultato del referendum fu soprattutto la scelta di Matteo Renzi di personalizzare la partita, legando il proprio destino a quello del voto. Giorgia Meloni e il suo governo vivono oggi una situazione paragonabile sul fronte dell’opinione pubblica: la loro coalizione è in testa nel voto politico, ma il gradimento dell’esecutivo è ben al di sotto del 50%, ed è ulteriormente calato negli ultimi mesi, attestandosi, secondo la stessa rilevazione di Youtrend, al 32%. L’esperienza di Renzi del 2016 fungerà da monito per Giorgia Meloni, che verosimilmente eviterà di commettere lo stesso errore di personalizzazione, ma può essere anche di ispirazione per le opposizioni. Se infatti il voto diventasse un referendum sull’esecutivo, con un consenso così basso, la partita si potrebbe riaprire con più facilità. Stavolta potrebbe non essere il presidente del Consiglio (in questo caso, la presidente del Consiglio) a politicizzare e personalizzare la campagna elettorale, ma l’opposizione, per la quale trasformare questo voto in un referendum sul Governo Meloni potrebbe rappresentare una grande opportunità.
In una sfida elettorale meno tecnica e più politica, infatti, contro il governo si potrebbero mobilitare gli elettori dell’opposizione insieme a tanti scontenti e disaffezionati che non trovano alcun riferimento nei partiti, ma che allo stesso tempo potrebbero voler lanciare un segnale politico, cercando di indebolire la maggioranza.
Certo, è difficile combattere l’astensionismo senza parlare di contenuti, e la battaglia politica dovrà lasciare il giusto spazio a una discussione sul merito della riforma: c’è di mezzo il futuro della giustizia. Anche perché la campagna referendaria è ancora lunga e appare, allo stato attuale, tutt’altro che chiusa, al netto dei numeri delle rilevazioni.
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
PER NON RISPONDERE DEI RIPETUTI FALLIMENTI SUL PIANO ECONOMICO, IL BECERUME SOVRANISTA TAGLIA I DIRITTI E CRIMINALIZZA IL DISSENSO
Qual era la visione di Giorgia Meloni quando è arrivata a Palazzo Chigi? Come si capisce
ora, a tre anni da quel passaggio, le idee del partito di maggioranza erano vaghe, irrealizzabili e
persino pericolose. Su tutto aleggiava un sovranismo da noantri, un euroscetticismo grintoso (è finita la pacchia), una pulsione di legge e ordine, un revanscismo rancoroso nei confronti della sinistra in qualsiasi forma, politica o culturale, si presentasse. La pochezza di quel programma era inevitabile: cosa pretendere da un partito che non aveva classe dirigente in senso lato, ma solo qualche politico di lungo corso transitato da tutte le formazioni della destra neo e post fascista.
L’unico personaggio di un qualche spessore, Francesco Rampelli, animatore dei Gabbiani di Colle Oppio, è stato emarginato non appena ha iniziato a incalzare la premier. L’inconsistenza politico-culturale dei Fratelli d’Italia ha preso forma in personaggi che sembravano emergere dalla commedia dell’arte, da Francesco Lollobrigida, responsabile della sovranità alimentare – già questa etichetta non ha bisogno di commenti – a Gennaro Sangiuliano, capitato per caso al dicastero della Cultura e travolto da una commedia buffa in salsa partenopea.
Se questi casi hanno più che altro fornito un piatto d’argento alla satira, ben più grave è la mancanza di preparazione a gestire un paese. Perché questo ha pesato, e sta pesando, sul nostro sviluppo.
L’Italia ha ricevuto – dall’Unione europea, non certo grazie alla destra – circa 200 miliardi tra donazioni e prestiti: il famoso Next Generation Eu. Nonostante ciò, nel 2024 il governo ha realizzato il record negativo degli ultimi quarant’anni quanto a riduzione della spesa pubblica. Un taglio molto più forte rispetto a tutti gli altri governi degli ultimi trent’anni (Osservatorio sui
conti pubblici dell’Università Cattolica).
Non basta: la nostra economia ristagna navigando tra gli ultimi per crescita e i salari sono fermi, sotto la media europea (anche in Spagna oggi sono superiori). ll paradosso è evidente: è scesa dal cielo di Bruxelles una gigantesca manna eppure la nostra economia arranca penosamente. Dove sono andati tutti questi soldi? Un’opposizione un po’ più grintosa ne chiederebbe conto tutti i giorni.
A favore di rendita
Il governo, comunque, ha centrato alcuni dei suoi obiettivi. In primo luogo ha favorito le rendite con una difesa accanita di corporazioni grandi e piccole, dai balneari, una pantomima che va avanti da anni, ai cementificatori del territorio. Poi ha introdotto una corsia preferenziale per gli amici con un interventismo nella finanza (vendita titoli di Mps a prezzi di favore e uso disinvolto della golden share) che in altri tempi avrebbero trovato la fiera indignazione di tutti gli economisti con articoli di fuoco sui vari giornali.
Inoltre, il governo ha dedicato grande energia ad occupare ogni carica possibile gratificando di vari benefit economici la corte meloniana: un assalto alla diligenza per placare una fame atavica di sotto-potere.
La stabilità del governo – diventata ora la parola d’ordine per impostare il nuovo sistema elettorale – non ha alcun valore se non si traduce in politiche efficaci. Ma per questo era necessaria una preparazione culturale che al partito di maggioranza mancava totalmente. E suonano ridicoli gli ammonimenti di
coloro che ritengono la sinistra e il Pd privi di un programma credibile… Come se un partito che ha ricoperto ripetutamente negli ultimi tre decenni abbondanti incarichi di governo, che amministra grandi città e regioni da lungo o lunghissimo tempo, non avesse risorse a sufficienza per gestire la cosa pubblica. Altro che gli improvvisati fratelli di Giorgia.
Proprio per evitare di rispondere ai fallimenti sul piano economico-sociale la destra rilancia sul piano dei diritti. Dall’iniziale, fondamentale, decreto sul rave party che ha salvato l’Italia da orde giovanili, al decreto sicurezza che criminalizza la disubbidienza civile non-violenta, il governo è ora passato all’attacco dell’autonomia universitaria.
La rinuncia dell’Università di Bologna ad aprire un corso di laurea riservato a 15 cadetti dell’Accademia militare di Modena, presso l’Accademia stessa, ha offerto l’occasione al capo del governo e a ben tre ministri di denunciare la lesione di un diritto costituzionale, come fosse obbligo per una università preparare corsi di laurea ad hoc, on demand.
La destra non ha pudore di spandere falsità, e non è la prima volta (il caso Almasri insegna). Il fatto è che la sinistra gioca sempre di rimessa, e con guanti bianchi. Balla il minuetto mentre dall’altra parte si sferrano calcioni. Così ci si fa male.
(da Editoriale Domani)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
MA NESSUNO DICE ANCHE LA VERITA’: MOLTI CRITICANO LA CORRUZIONE ALTRUI, MA SIAMO TRA I PRIMI EVASORI FISCALI IN EUROPA
Il 9 dicembre ricorre la “Giornata Internazionale contro la corruzione”, un’occasione per porre l’attenzione sulle conseguenze di un fenomeno tanto diffuso quanto persistente. E … resistente. D’altra parte, sono trascorsi più di 30 anni. da quando le inchieste riassunte con la definizione “Mani pulite” hanno rivelato e denunciato quanto fosse ampio e radicato il fenomeno della corruzione politica in Italia. Eppure, nonostante
l tempo passato e le iniziative prese per contrastare questo problema, una larga maggioranza di italiani ritiene che Tangentopoli non sia mai finita.
Opere pubbliche e interessi privati
È quanto emerge da un recente sondaggio condotto da Demos e Libera, che di-mostra come quasi quasi 9 persone su 10 pensino che, rispetto all’epoca di Tangentopoli, sia cambiato poco. O niente. Certo, nell’ultimo anno la quota di coloro che ritenevano la corruzione politica più diffusa si è ridotta in modo significativo: dal 31% al 23%. Ma si tratta, comunque, di una misura analoga a quanto si osservava nel 2020. Prima, cioè, che l’irruzione del Covid ridefinisse l’agenda delle preoccupazioni e delle paure espresse dai cittadini. Oggi, comunque, secondo una larga maggioranza di persone gli ambiti maggiormente interessati e degradati dalla corruzione sono gli appalti per le grandi opere. E, quindi, la politica a livello nazionale. Lo stesso problema appare, inoltre, rilevante – e preoccupante – anche nei concorsi pubblici e nella gestione delle carriere. In altri termini, dove subentrano gli interessi personali. Collegati, soprattutto, ai percorsi professionali. Nel settore privato ma, soprattutto, pubblico. Tuttavia, la corruzione, o quantomeno la “correzione” e il condizionamento delle scelte pubbliche, diventano utili anche per ottenere servizi essenziali nell’ambiente universitario e della sanità.
La richiesta di trasparenza
Insomma, come abbiamo già rilevato in altre occasioni, nell’opinione pubblica la corruzione tende ad essere percepita
come una “necessità”, più che una “deviazione”. Un metodo per favorire e agevolare il funzionamento di attività di interesse non solo imprenditoriale e politico. Ma sociale e personale. Più che di “corrompere” si tratta, cioè, di “rompere” le procedure previste dal sistema pubblico per ottenere non privilegi ma servizi. Per accedere a iniziative e attività di utilità “comune”. Non “particolare”. Anche se proprio questo aspetto sottolinea “il vero problema”. Perché segnala come il dis-funzionamento del sistema pubblico generi “distanza” fra le persone e i luoghi, i canali dove trovare risposte e affrontare le difficoltà che i cittadini incontrano nella vita quotidiana. Oppure, nel percorso professionale. Ricorrendo, per questo, a metodi impropri e irregolari. In particolare, quando si tratta di affrontare “concorsi” o “percorsi” professionali. Per questo motivo, fra i cittadini, negli ultimi anni è cresciuta sensibilmente la domanda di “trasparenza nei bandi”. Mentre rimane elevata la richiesta di rafforzare i luoghi e i sistemi di controllo pubblico, come l’Anac (Autorità Anticorruzione”) e la Procura nazionale antimafia.
Il rischio normalizzazione
Tuttavia, “il vero problema” resta quello già segnalato in precedenti indagini. Contrastare la tentazione di “normalizzare” la corruzione. Trattandola, cioè, come un sistema “normale”, comunque, “inevitabile” per favorire il funzionamento delle istituzioni e dei servizi. Senza ridurre le garanzie a metodi di “controllo dall’alto”. Perché, come sottolineano Francesca Rispoli e Alberto Vannucci, i ricercatori di Libera, «il controllo dall’alto, pur necessario, non basta senza un controllo dal basso,
diffuso e competente, a cui contribuiscono associazionismo, volontariato e realtà civiche».
Per questo motivo non possiamo e non dobbiamo “dimenticare Tangentopoli”. Perché non segnala una semplice “deviazione” del nostro sistema democratico. Un incidente di percorso. Ma un rischio che incombe. E può riproporsi nuovamente. Soprattutto se dimentichiamo che “la nostra democrazia” è una “conquista conquistata” dai cittadini con fatica e determinazione. Ma in modo, però, mai “definito e definitivo”. Perché la democrazia può cambiare. E cambia. Non sempre in modo positivo. È sufficiente guardarsi intorno. Oltre ma anche dentro i nostri confini. La democrazia va ri-costruita, un giorno dopo l’altro. Senza sosta. Senza attendere che si rompa. O si … corrompa.
(da Repubblica)
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Dicembre 8th, 2025 Riccardo Fucile
PER ELUDERE IL BLOCCO IMPOSTO DALLE STESSE AUTORITA’ RUSSE, PER ATTACCARE L’UE COSTRETTI A USARE UNA VPN
A seguito della multa inflitta dall’Unione europea a X, l’area antieuropeista è corsa in
aiuto di Elon Musk dando il proprio sostegno al proprietario della piattaforma. Ad alimentare la polemica sono intervenuti anche i russi Dmitry Medvedev e Kirill Dmitriev, intervenendo sempre su X per rilanciare l’attacco nei confronti dell’Unione europea. La dinamica propagandistica del Cremlino sarebbe già prevedibile, se non fosse per un dettaglio emerso grazie alle nuove funzioni della piattaforma: Dmitriev risulta connesso dalla Francia via VPN. Non è un caso isolato, in quanto è l’unico modo per un cittadino russo di accedere a una piattaforma che il Cremlino ha censurato e bloccato quasi completamente nel marzo 2022. Insomma, mentre Mosca punta il dito contro Bruxelles per presunte “misure liberticide”, i suoi stessi funzionari devono eludere la
censura del loro Paese per poterlo dire.
Il paradosso russo su X
«Il fatale errore dell’UE: scegliere la censura invece del dibattito, l’ideologia invece della realtà, la migrazione di massa invece della sicurezza e il dogma green invece dell’industria» scrive su X Kirill Dmitriev, fedelissimo di Vladimir Putin, condividendo un post del Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale descrive la multa europea come «un attacco a tutte le piattaforme tecnologiche americane e al popolo americano da parte di governi stranieri».
In questo contesto, l’attacco di Dmitriev all’Unione europea assume un tono grottesco, soprattutto considerando che la stessa Russia da anni calpesta la libertà d’espressione contro le piattaforme social occidentali. L’autorità russa per il controllo dei media, il Roskomnadzor, aveva iniziato a limitare la piattaforma X (all’epoca Twitter) all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, al fine di controllare la narrazione sulla guerra e impedire ai cittadini di accedere a informazioni indipendenti. Di fatto, lo stesso Kirill (e non solo lui) deve usare una VPN per accedervi e pubblicare i suoi attacchi contro l’Unione europea, come mostrato dalla piattaforma stessa: l’icona dello scudo con il punto esclamativo, presente tra le info dell’account, indica proprio l’uso di una connessione mascherata.
La multa UE non è censura, ma regolazione
La narrazione cavalcata da Mosca e da parte dell’area sovranista europea, con l’assist statunitense, ribalta completamente il senso del provvedimento europeo. L’Unione europea non ha oscurato
X né limitato l’accesso alla piattaforma, ma ha applicato una sanzione prevista dal Digital Services Act per violazioni legate alla trasparenza commerciale, come l’uso ingannevole delle spunte blu, l’opacità del registro pubblicitario e il rifiuto di fornire dati ai ricercatori (tradotto: niente trasparenza). Non c’è alcun tentativo di silenziare il dibattito politico, come fanno le autorità russe, ma la richiesta a una piattaforma globale di rispettare le regole comuni e garantisca un minimo di responsabilità nei confronti dei suoi utenti.
(da agenzie)
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