Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PUTIN SGUINZAGLIA DA ANNI GRUPPI DI HACKER CONTRO I SERVER ISTITUZIONALI ITALIANI PER SOTTRARRE INFORMAZIONI E DATI SENSIBILI; FOMENTA LA SUA PROPAGANDA SOCIAL CON I TROLL E AGIT-PROP DA TALK SHOW (I FAMOSI “PUPAZZI PREZZOLATI” EVOCATI DA MARIO DRAGHI); CI MINACCIA CON LE “NAVI FANTASMA” NEL MEDITERRANEO E CON I MISSILI SCHIERATI IN LIBIA – COSA DOVREMMO FARE? PRENDERE SCHIAFFI, E RINGRAZIARE?
Chi si espone è la Lega, come detto. Con una nota ufficiale che riassume in poche righe l’ostilità alle ragioni di Kiev, la vicinanza agli slogan di Mosca. «Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione – si legge – gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando “attacchi preventivi” significa alimentare l’escalation.
Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni». Sono parole che ricalcano gli affondi che arrivano nelle stesse ore dal Cremlino.
La reazione del governo è invece quella di un silenzio venato di imbarazzo. Non parla ufficialmente Giorgia Meloni, non si espone pubblicamente Guido Crosetto. Nelle interlocuzioni informali al vertice dell’esecutivo, però, si ragiona della dichiarazione: nessuno contesta in astratto il contenuto dell’intervista, perché è evidente da tempo che la guerra ibrida portata avanti da Mosca sta spingendo proprio in questi mesi la Nato ad attrezzarsi per reagire.
Dubbi vengono semmai espressi sull’opportunità di esporsi su un dossier così delicato. Nessuna parola viene però proferita contro Cavo Dragone, su esplicita indicazione di Palazzo Chigi.
Anzi, a sera tocca ad Antonio Tajani mostrarsi diplomatico per provare a ridimensionare quanto accaduto. «È stata un’intervista
dell’ammiraglio Cavo Dragone, non mi pare che si debba fare un dibattito su questo – sostiene a margine di un evento di FI – Credo che noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida, ma non farei una polemica».
Il caso che ruota attorno all’ammiraglio mostra però in controluce anche una crepa nell’esecutivo. Il dossier ucraino potrebbe mettere in difficoltà il governo già a gennaio, in Parlamento.
La maggioranza deve infatti votare il decreto che offre copertura giuridica all’invio di armi italiane all’Ucraina per l’intero 2026. Un accordo di pace, o anche solo una tregua, potrebbe congelare questo passaggio. Ma se così non fosse, Salvini dovrebbe decidere: strappare da Meloni, mettendosi di traverso sulle armi anche a costo di negare gli impegni assunti dalla presidente del Consiglio con gli alleati, oppure negare quanto sostenuto
dall’intero stato maggiore leghista con forza nelle ultime settimane? Potenzialmente, un duello capace di far traballare il governo.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “SE CERCATE UN’INDICAZIONE DI QUEL CHE CONTE HA IN TESTA, RIPENSATE A COME HA GESTITO LE REGIONALI. LÌ NON HAI MAI DETTO ‘CANDIDIAMO QUELLO DEL PARTITO CON PIÙ VOTI’, MA ‘QUELLO PIÙ COMPETITIVO’. CATEGORIA NELLA QUALE ANNOVERA SE STESSO
Già la vicenda di Atreju aveva scavato un solco tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Se
al Nazareno l’hanno vissuta come uno sgarbo – per la serie: «ha giocato di sponda con Giorgia Meloni» – lui l’ha vissuta come uno sgarbo al cubo. Il ragionament
suona così: io lì ci sono andato a confrontarmi sin da quando ero premier, peraltro dopo che mi avevano fatto una manifestazione sotto palazzo Chigi; andai anche lo scorso anno, quando Elly rifiutò sdegnosamente l’invito; e avevo già accettato quest’anno. E lei che fa? Si mette a maramaldeggiare in casa altrui per far vedere che la leader è lei.
Ad aggravare il quadro poi sono arrivate le parole pronunciate sempre dalla segretaria del Pd la sera da Formigli. Quel «se deve venire Conte, allora porti Salvini». Immaginare che effetto faccia, soprattutto a chi non difetta di autostima, essere paragonati a dei comprimari, saltando un bel po’ di passaggi. Perché se l’uno, da quella parti, è uno junior partner, anche piuttosto in decadenza, di uno schieramento consolidato e con un capo affermato, qui è tutto da costruire, tanto lo schieramento quanto la leadership.
Se possibile, Montepulciano quel solco lo ha approfondito,
sempre per le medesime ragioni.
il nocciolo è uno scambio tra Elly e i capicorrente – peraltro parecchi erano ministri con Conte – che hanno fatto massa critica e negoziale: noi ti sosteniamo, per l’oggi e per il futuro come nostra candidata premier, tu ci garantisci agibilità politica, ovvero posti in lista.
cco, la segretaria del Pd è entrata nel “trip” di palazzo Chigi. Invece di ritagliarsi per sé il ruolo di regista di un campo, è protesa alla costruzione della sua leadership. Fare i conti con Conte, significa misurarsi col rapporto che c’è tra desiderio e realtà.
Chi ha parlato con l’ex premier racconta che è piuttosto infastidito da questa accelerazione, peraltro molto politicista nella discussione: si parla di candidato per palazzo Chigi quando ancora non si sa con quale sistema di voto si andrà alle urne, si parla di “primarie” quando manca un anno e mezzo alle “secondarie”, che sono quelle che contano, si dà per scontata la coalizione senza parlare di uno straccio di tema. Insomma, Elly, questa l’analisi, «sta anteponendo l’ambizione al progetto».
Ed effettivamente c’è del vero nella fotografia. Ad Atreju la segretaria del Pd ha cercato la legittimazione mediatica, a Montepulciano quella interna. Dopo le regionali quella nel paese attribuendosi la vittoria.
Lo si è visto la sera dei festeggiamenti, quando si è precipitata a Napoli per abbracciare Fico prima di Conte. Vittoria che il leader pentastellato sente molto sua, anche per abilità manovriera sin da quando chiuse l’accordo con De Luca e disse subito di sì a Decaro, a tenzone con Michele Emiliano ancora aperta.
La sensazione è che più lei gioca per sé, più l’altro si irrigidisce. Fare i conti con Conte significa non dare per scontato ciò che scontato non è. Le sue ambizioni, ma anche le necessità di una forza politica che ha un bisogno esistenziale di mantenere margini di autonomia, perché, come ama ripetere, «se vengo percepito come un cespuglio di un novello Ulivo siamo morti».
Tradotto: dire di sì oggi al modello coalizione, primarie, candidato significa consegnarsi al partito maggiore, cosa che ha un costo elettorale.
E vedrete che, di qui a quando sarà finita la sua campagna d’ascolto sul programma nel paese, il leader pentastellato manterrà una ambiguità sugli assetti finali e terrà un profilo molto identitario perché «questo è il momento di mettere fieno in cascina, poi vedremo come fare il consorzio».
Se cercate un’indicazione di quel che ha in testa, ripensate a come ha gestito le regionali. Lì non hai mai detto «candidiamo quello del partito con più voti», ma «quello più competitivo». Categoria nella quale, pur dissimulando, annovera se stesso. Dissimulando molto. Perché sa, a differenza di Elly Schlein, che se vuoi uscire Papa, i conclavi non si anticipano.
Alessandro de Angelis
per “la Stampa” –
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’IPOTESI PIÙ ACCREDITATA È QUELLA DI APPARECCHIARE AL BIOGRAFO DI GIORGIA MELONI UNA STRISCIA SETTIMANALE DI POCHI MINUTI O DI FARGLI SOSTITUIRE PAOLO DEL DEBBIO A “4 DI SERA”… MA I DIRIGENTI DI COLOGNO SAREBBERO SCETTICI: SALLUSTI È UN OSPITE FISSO DI TALK SHOW, MA NON “BUCA” LO SCHERMO E NON HA MAI CONDOTTO UN PROGRAMMA DA SOLO
Parte l’avventura di Tommaso Cerno alla direzione del Giornale. Cambiamenti in vista nella redazione del quotidiano di Milano: Cerno vuole azzerare le vicedirezioni del Giornale con alcuni innesti da Roma. Potrebbe arrivare, anche se non nell’immediato, Alessio Gallicola, attuale vicedirettore al Tempo.
Intanto l’ex direttore Alessandro Sallusti vuol cambiare aria. Rifiutate tutte le opzioni di ricollocazione all’interno del gruppo editoriale della famiglia Angelucci, dopo un addio pare caratterizzato da forti tensioni, il giornalista è pronto a riabbracciare la famiglia Berlusconi.
È iniziata una trattativa, molto complicata, con Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset. L’ipotesi più accreditata sarebbe quella di apparecchiare una striscia settimanale di pochi minuti per Sallusti
L’altra opzione, meno probabile, è una sostituzione di Paolo Del Debbio alla conduzione di 4 Di Sera dal primo gennaio. Ma, appunto, i vertici Mediaset non sono convinti di questa soluzione. Fino al 31 gennaio, comunque, Sallusti manterrà il contratto da opinionista di punta a Rete 4.
(da Domani)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
È APPENA STATO PRESENTATO IN PARLAMENTO UN DISEGNO DI LEGGE CHE AUTORIZZA LE FORZE ARMATE A ESEGUIRE ATTACCHI CYBER PER LA DIFESA E LA SICUREZZA. ED È PREVISTA LA CREAZIOBE DI UN’ARMA CIBERNETICA CON CINQUEMILA UOMINI. MA PER ORA È TUTTO SULLA CARTA
In fondo, il ministro della Difesa Guido Crosetto l’ha detto chiaramente che alla Nato
valutano l’ipotesi di rispondere più duramente alle operazioni di “guerra ibrida” portate avanti dalla Russia. «In qualche modo noi siamo già in guerra. E dovremmo reagire».
Era in una intervista al Corriere della Sera del settembre scorso. «Se non si reagisce, si soccombe. Si deve bloccare chi attacca anche, se serve, restituendo l’attacco». Ma non parlava di una guerra guerreggiata come quella in corso in Ucraina, bensì della
cosiddetta “guerra ibrida” che è un mix venefico di disinformazione, attacchi hacker, intrusioni, manipolazione dell’opinione pubblica, spionaggio tecnologico.
Restituire l’attacco? L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha ora lasciato trasparire i termini del dibattito. Banalmente detto, c’è chi spinge per una reazione offensiva (sempre su un terreno digitale) che superi la mera autodifesa e chi si ferma all’ortodossia.
L’Italia sotto questo punto di vista è in grave ritardo. Mentre francesi, britannici e tedeschi hanno già riorganizzato le loro difese cyber, da noi è appena stato presentato in Parlamento un disegno di legge, a prima firma del leghista Nino Minardo, che aggiorna le norme vigenti, riconoscendo alla Difesa la possibilità di intervenire nel cyberspazio anche al di fuori di scenari di conflitto armato per proteggere cittadini, istituzioni e infrastrutture critiche§
Ebbene, l’articolo 4 del ddl autorizza le forze armate ad eseguire attacchi cyber per la difesa e la sicurezza, specialmente in uno scenario di guerra. Allo scopo è consentito al personale impegnato in operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, di avvalersi di persone fisiche o giuridiche specializzati.
Il ministro Crosetto, a sua volta, pochi giorni fa ha presentato un lungo documento intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida. Una strategia attiva”. Vi è un esplicito accenno al ddl Minardo, che ha così piena copertura politica da parte del governo. E si prefigura, una volta sistemate le norme di cornice, specie il punto delicatissimo di che cosa sia una strategia “offensiva” (perché il confine con il commettere un reato è davvero labile), la nascita di una Arma cibernetica al pari di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, composta subito da almeno 1.200 specialisti e che a regime dovrebbero essere 5.000
In appendice al suo documento, il ministro illustra come gli alleati si siano già mossi: la Germania ha dato vita a un “Kommando Cyber und Informationsraum” che tra le altre cose è adibito ad operazioni offensive in risposta a un attacco subìto; la Gran Bretagna ha un National Cyber Force, organizzazione mista tra Difesa e intelligence che conduce «operazioni cibernetiche offensive per sostenere le priorità di sicurezza nazionale del Regno Unito»; la Francia ha il “Commandement de la cyberdéfense” che si affianca all’Agenzia civile della cybersicurezza con capacità offensive
In Italia siamo molto indietro. I cyber-reparti vagheggiati dal ministro sono solo sulla carta. La discussione in Parlamento nemmeno è cominciata. E c’è un problema difficilissimo da superare: se la Difesa vorrà arruolare davvero mille o duemila hacker in grado di competere con quelli russi o cinesi, non basterà certo lo stipendio base di un soldato professionista, che si
aggira sui 1.300 euro al mese.
Un vero hacker guadagna dieci volte di più. Forse il trucco è nell’ultimo comma dell’articolo 4 del ddl Minardo, quando si prefigurano società private specializzate, con contratti sganciati dai parametri del pubblico impiego, di cui potranno avvalersi le forze armate.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO È EVITARE DI DOVER RICOMINCIARE DA CAPO TUTTO L’ITER CON UNA NUOVA GARA. DI CERTO SLITTERÀ DI MOLTI MESI L’APERTURA DEI CANTIERI, CON BUONA PACE DI SALVINI
Nessuna forzatura con la Corte dei conti. Quindi, tempi più lunghi di quelli auspicati dal ministro Matteo Salvini per la posa della prima pietra del ponte sullo Stretto. Il governo è intenzionato a riscrivere la delibera Cipess, accantonando quella bocciata dai magistrati contabili: una strada, l’ultima, per evitare di ricominciare tutto da capo rifacendo la gara, come comunque hanno chiesto i magistrati contabili nella relazione a supporto della bocciatura della delibera che stanziava 13,5 miliardi di euro per l’opera.
«Rifare il bando significa non fare più il Ponte», ha ammesso lo stesso Salvini. Da qui il tentativo di evitare lo stop definitivo all’iter messo in piedi dal governo, che ha voluto ripescare una
vecchia gara del 2003 vinta dal consorzio Eurolink ù
Ieri a Palazzo Chigi si è tenuta una riunione tecnica, alla presenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e dei dirigenti del Dipartimento per la programmazione e dei ministeri dell’Economia, degli Affari europei, delle Infrastrutture e dell’Ambiente. All’incontro anche l’ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
§Sul tavolo la decisione su quale strada intraprendere per rispondere ai rilievi della Corte dei conti, che non ha bollinato la delibera Cipess per una serie di motivazioni: tra queste, la carenza di documentazione a sostegno della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera (inserita anche come strategia nell’ottica della difesa Nato), il rispetto delle direttive europee su ambiente e appalti, e i mancati pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dell’Autorità dei trasporti.
La soluzione emersa dal tavolo a Chigi è quella di non chiedere la registrazione con riserva da parte della Corte dei conti della delibera bocciata. Ma di ripresentarne un’altra, accogliendo alcuni rilievi dei magistrati. E accompagnandola con una serie di nuove relazioni e atti a sostegno del progetto.
Un lavoro che richiederà mesi, con conseguente allungamento dei tempi: impensabile la posa della prima pietra a gennaio o entro l’estate, come auspicato da Salvini. Ma questa, come hanno fatto notare ieri i tecnici, è l’unica opzione perseguibile per evitare lo stop definitivo all’appalto e doverne bandire un altro, a quel punto aperto alla concorrenza internazionale.
La speranza è che una seconda delibera Cipess, più corposa, possa passare al vaglio della Corte dei conti
Resta un ultimo scoglio: la Corte dei conti ha di fatto detto che occorre fare una nuova gara perché «l’operazione economica entro cui si collocano i rapporti negoziali differisce, in maniera significativa, da quella originaria». Questo perché nel 2003 si
prevedeva che il costo dell’opera fosse a carico del privato.
Adesso invece, cambiando i criteri della gara, a coprire la spesa sarà lo Stato. Secondo i tecnici di Chigi e del Mit, però, per evitare l’apertura di una procedura di infrazione dell’Europa per lesione della concorrenza basterà rispettare il tetto del 50 per cento dell’aumento complessivo dei costi rispetto al 2003.
(da La Repubblica)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
GALVAGNO, DELFINO DI IGNAZIO LA RUSSA, È ACCUSATO DI CORRUZIONE, PECULATO, TRUFFA E FALSO IDEOLOGICO
La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea
regionale siciliana Gaetano Galvagno e di altre 5 persone tra cui l’ ex portavoce del politico, Sabrina De Capitani, e l’imprenditrice Caterina Cannariato.
Galvagno è accusato di corruzione, peculato, truffa e falso ideologico. Il gip ha fissato l’udienza preliminare al 21 gennaio prossimo
Oltre a Galvagno, all’ex portavoce e alla Cannariato, il processo è stato chiesto per l’imprenditore Alessandro Alessi, per Marianna Amato, dipendente della Fondazione Orchestra sinfonica siciliana e per Roberto Marino, all’epoca dei fatti autista del presidente dell’Ars.
Secondo i pm, Galvagno e la De Capitani, avrebbero piegato gli interessi pubblici a quelli privati della Cannariato, rappresentante in Sicilia della Fondazione Marisa Bellisario e vicepresidente della Fondazione Tommaso Dragotto, facendo finanziare dalla Presidenza dell’Ars una serie di eventi come un apericena del costo di 11mila euro per l’evento “Donna, Economia e Potere” che si tenne a Palermo ad ottobre del 2023 e fu realizzato dalla Fondazione Bellisario.
L’indagato avrebbe poi fatto avere dalla presidenza dell’Ars un contributo di 15mila euro e dalla Fondazione Federico II uno di 12.200 euro alla Fondazione Tommaso Dragotto, per l’evento “La Sicilia per le donne” che si svolse a Palermo e Catania il 25 novembre 2023 e avrebbe fatto inserire nella legge di Bilancio del 2023, durante una seduta da lui presieduta, sempre in favore della Fondazione Tommaso Dragotto, 100mila euro destinati allo svolgimento dell’evento “Un Magico Natale” edizione 2023.
E ancora, il politico avrebbe fatto inserire nella legge di Bilancio del 2024 un contributo di 98mila euro in favore della Fondazione Tommaso Dragotto, destinato allo svolgimento dell’evento “Un Magico Natale” edizione 2024.
In cambio, Galvagno avrebbe ottenuto un incarico di consulenza legale da parte della A&C Broker s.r.l. (società legalmente rappresentata dalla Cannariato) per la cugina Martina Galvagno; la nomina di Franco Ricci, compagno della De Capitani nel c.d.a. di Sicily By Car s.p.a. (società della famiglia della Cannariato), e un incarico per Marianna Amato, da parte della Fondazione Tommaso Dragotto, per l’organizzazione “La Sicilia per le donne”.
Nel patto illecito ci sarebbero stati anche incarichi retribuiti ad Alessandro Alessi, Marianna Amato, Davide Sottile e la stessa De Capitani per l’ edizione 2023 di Un Magico Natale. Ad Alessi la Fondazione Tommaso Dragotto avrebbe dato l’incarico
dell’organizzazione dell’evento con l’accordo che l’imprenditore avrebbe restituito almeno 20mila alla Cannariato e fatto avere altre somme ad Amato e De Capitani.
Alessi, definito nella richiesta dei pm “intermediario e facilitatore”, avrebbe dato un “contributo necessario agli accordi corruttivi”; mentre Amato sarebbe stata “istigatrice ed intermediaria”.
A Galvagno e all’ex autista Marino sono poi contestati il reato di peculato per l’uso a fini privati dell’auto di servizio, un’Audi 6, che sarebbe stata per 60 volte a disposizione del presidente, dell’autista, della segreteria e dell’ufficio di Gabinetto per scopi personali. Infine, Marino e Galvagno rispondono di truffa e falso: l’ex autista avrebbe dichiarato di decine di missioni mai fatte e vidimate da Galvagno, intascando circa 19mila euro per rimborsi spese e diarie.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
CON IL NO DI LAGARDE, SARÀ MOLTO COMPLICATO PER BRUXELLES USARE GLI ASSET RUSSI SEQUESTRATI E DETENUTI DALLA SOCIETÀ BELGA EUROCLEAR . IL PIANO PREVEDEVA GARANZIE STATALI DEI PAESI MEMBRI PER ASSICURARE LA CONDIVISIONE DEL RISCHIO, MA SECONDO I FUNZIONARI DELLA COMMISSIONE I PAESI NON SAREBBERO IN GRADO DI RACCOGLIERE RAPIDAMENTE IL DENARO IN CASO DI EMERGENZA
“La Bce rifiuta di fornire garanzie per il prestito da 140 miliardi di euro all’Ucraina”. E’ quanto scrive il Financial Times.
Secondo diversi funzionari, la Bce “ha concluso che la proposta della Commissione europea viola l suo mandato”, scrive il foglio britannico sottolineando che “aumentano le difficoltà di Bruxelles nel raccogliere il gigantesco prestito a fronte delle attività della banca centrale russa immobilizzate presso Euroclear, il depositario belga di titoli.
Secondo il piano della Commissione europea, i paesi dell’Ue fornirebbero garanzie statali per assicurare la condivisione del rischio di rimborso del prestito di 140 miliardi di euro concesso all’Ucraina.
Tuttavia, i funzionari della Commissione hanno affermato che i paesi non sarebbero in grado di raccogliere rapidamente il denaro in caso di emergenza e questo potrebbe mettere sotto pressione i mercati, si legge sul Ft.
I funzionari – spiega il foglio britannico – hanno chiesto alla Bce “se potesse fungere da prestatore di ultima istanza per Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, al fine di evitare una crisi di liquidità, secondo quanto riferito da quattro persone informate sulle discussioni. I funzionari della Bce hannocomunicato alla Commissione che ciò era impossibile”.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“CURIOSO, PERÒ, CHE DEBBANO ESSERE DEGLI EX SINDACI, DUNQUE DEI POLITICI, NON DEI TECNICI, A SPIEGARE L’OVVIO A TUTTI GLI AUTORI DEL PIÙ CLAMOROSO AUTOGOL CULTURALE DEGLI ULTIMI ANNI
Nuovo colpo di scena nella vicenda Venezi(a), che ormai sta diventando più lunga e
intricata dell’intero Anello del Nibelungo. A prendere carta e penna sono quattro ex sindaci di Venezia e di conseguenza ex presidenti della Fondazione La Fenice, Ugo Bergamo, Massimo Cacciari, Paolo Costa e Giorgio Orsoni. Carta, penna e randello, per la precisione: il poker di primi cittadini esprime infatti «preoccupazione per una crisi assurda,
auto-inflitta e che si sarebbe potuta facilmente evitare se solo nella delicata scelta del direttore musicale si fossero seguiti criteri di buon senso consolidati nelle regole e nelle prassi seguite in tutti i teatri del mondo», insomma la procedura, certo non difficile da capire, che i direttori prima si provano e poi eventualmente si nominano.
L’insensata scelta di Venezi «non poteva non generare la reazione dell’Orchestra e del Coro a difesa del proprio diritto-dovere di garantirsi, e garantire, la qualità artistica del proprio lavoro: il vero grande patrimonio del Teatro». I sindaci emeriti ringraziano poi «le maestranze della Fenice che responsabilmente non hanno scioperato lo scorso 20 novembre» in occasione della prima stagionale.
«Non può invece essere apprezzata – aggiungono – la decisione della Dirigenza della Fenice di sospendere la liquidazione della quota di welfare aziendale ai dipendenti: l’insussistenza di
motivazioni economico-finanziarie e la tempistica della sua applicazione suonano come una ingiustificata ritorsione», ed è «pressante il nostro invito a rivedere al più presto questa decisione per liberare tutti da ogni sospetto di ricatto», cioè esattamente quello che è. Definite le responsabilità, seguono poi gli appelli a riprendere il dialogo.
Curioso, però, che debbano essere degli ex sindaci, dunque dei politici, non dei tecnici, a spiegare l’ovvio a tutti gli autori del più clamoroso autogol culturale degli ultimi anni: il ministero, il sovrintendente Nicola Colabianchi (viene sempre in mente una delle battute migliori di Checco Zalone: «Ma è del mestiere, questo?») e il sindaco attuale, Luigi Brugnaro, incredibilmente schierato contro il suo teatro, il suo pubblico e in definitiva la sua città.§
A Venezia, Venezi non la vuole nessuno. Del resto, che le sia possibile, se e quando arriverà, fare la direttrice musicale di un
teatro dove tutti hanno fatto le barricate contro di lei può crederlo soltanto chi un teatro d’opera non sa neanche come sia fatto.
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
NOVEMBRE MESE POSITIVO PER I PARTITI DI OPPOSIZIONE
Novembre è stato un mese positivo per i partiti dell’opposizione. Che sia stato per le ultime elezioni regionali, per il dibattito sulla legge di bilancio 2026 o per altro ancora, rispetto a quattro settimane fa quasi tutti i partiti di minoranza fanno passi avanti nei sondaggi politici. Al contrario, tutte le forze del centrodestra – con l’eccezione di Noi moderati – sono sostanzialmente stabili o fanno registrare leggeri cali. Ecco quali sono i risultati della nuova rilevazione di Swg per La7.
Fratelli d’Italia è al 31,3% dei voti. Un risultato altissimo, che peraltro nel corso dell’ultimo mese resta di fatto stabile, perché scende di un solo decimo. Il partito di Giorgia Meloni si conferma non solo la prima forza politica nel Paese, ma anche il ‘pilastro’ di consensi a cui si devono aggrappare anche le altre forze del centrodestra, in questa fase.
Anche perché gli altri alleati si trovano parecchio più in basso. La Lega è al 7,9% e nell’ultima mese risulta essere scesa dello 0,3%. Nonostante l’indiscutibile successo in Veneto, è il peggior risultato tra tutti i partiti presenti nella rilevazione.
Il Carroccio di Matteo Salvini è in perfetta parità con Forza Italia, sempre al 7,9%. Per i forzisti la flessione è più leggera, appena un decimo di punto nell’ultimo mese.
La coalizione è completata da Noi moderati all’1,2%, in crescita dello 0,2%, unica forza della maggioranza che migliora il suo
dato rispetto a inizio novembre. Il risultato complessivo, stando a questi numeri, sarebbe del 48,3%. Una percentuale che, come detto, si poggia soprattutto sui voti portati da Fratelli d’Italia.
Nell’opposizione, il Partito democratico è al 22,2%. In quattro settimane, i consensi sono cresciuti dello 0,3%. Non una scalata rapidissima, ma comunque una crescita più o meno costante che per i dem è una buona notizia, soprattutto se si accompagna a risultati simili nel resto della minoranza.
Il Movimento 5 stelle è al 12,7%, appena un decimo in più rispetto a inizio novembre. Sostanzialmente il risultato è stabile, quindi. Dopo le regionali vinte in Puglia e, soprattutto, in Campania, il Movimento – come gli altri partiti – guarda al prossimo anno e mezzo circa che ci separa dalle elezioni politiche. Una partita fondamentale sarà quella che si giocherà tra le forze di opposizione, per capire se ci sarà o meno l’unità. Nel frattempo, il centrodestra in Parlamento potrebbe
concentrarsi su una legge elettorale proporzionale per arrivare avvantaggiato alle urne. E proprio dal M5s potrebbe arrivare un’apertura in merito, anche se è presto per anticipare come si muoverà il dibattito parlamentare.
Alleanza Verdi-Sinistra è al 6,9% con una crescita dello 0,3% in un mese. Il dato è particolarmente positivo per Avs, che si candida a essere la terza forza di una coalizione che, al momento, non esiste ancora ufficialmente.
Ci sono poi le forze centriste dell’opposizione: Azione di Carlo Calenda sale al 3,3% (+0,2%), Italia viva di Matteo Renzi va al 2,4% (-0,1%), +Europa è all’1,5% (-0,2%).
Prendendo in considerazione i partiti che si sono presentati insieme alle regionali (tutte le opposizioni tranne Azione), la somma dei loro voti è il 45,7%. Un distacco di circa due punti e mezzo che, però, conta fino a un certo punto: dato che i partiti oggi non sono in una coalizione unitaria, è difficile prevedere
come si muoverebbero gli elettori se invece lo fossero.
(da Fanpage)
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