Destra di Popolo.net

UE, SOSPETTA FRODE SULLA FORMAZIONE DEI DIPLOMATICI: TRE FERMATI, ANCHE L’EX MINISTRA MOGHERINI

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

L’INDAGINE HA PORTATO AL BLITZ NEGLI UFFICI DEL SERVIZIO EUROPEO PER L’AZIONE ESTERNA… FERMATO ANCHE L’EX SEGRETARIO DELLA SEAE SANNINO

Sono tutti italiani i tre fermati stamattina dalla polizia belga e dalla Eppo, la Procura europea, per l’inchiesta su una presunta frode relativa ad un appalto che riguarda il Seae ( il “Ministero degli Esteri dell’Ue) e il Collegio d’Europa di Bruges, autorevole università.
Si tratta di Federica Mogherini, attuale rettrice del collegio ed ex Alto Rappresentante per la politica estera europea dal 2014 al 2019. Poi Stefano Sannino, ambasciatore ex direttore generale del Seae ed ora direttore generale della Commissione per il Mediterraneo. Poi c’è un terzo fermato, sempre italiano, che occupa un posto di rilievo nell’amministrazione dell’università di Bruges.
L’oggetto dell’indagine è il progetto per l’Accademia diplomatica dell’Unione europea – un programma di formazione di nove mesi per giovani diplomatici negli Stati membri – che è stato assegnato dal Servizio europeo per l’azione esterna al Collegio d’Europa in Belgio, per il periodo 2021-2022, a seguito di una gara d’appalto.
L’inchiesta è volta a verificare se il Collegio d’Europa e/o i suoi rappresentanti fossero stati informati in anticipo sui criteri di selezione della procedura di gara e avessero sufficienti motivi per ritenere che si sarebbero aggiudicati l’esecuzione del progetto, prima della pubblicazione ufficiale del bando di gara da parte del Seae. I sospetti si concentrano sulla violazione dell’articolo 169 del Regolamento Finanziario relativo alla concorrenza leale e quindi sulla possibilità che informazioni sensibili siano state condivise con uno dei candidati partecipanti alla gara.
Stamattina la polizia federale, su richiesta dell’Eppo, ha effettuato una perquisizione negli uffici del Seae ed ha chiesto la revoca dell’immunità per diversi sospettati. Le indagini sono state condotte con la collaborazione dell’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf).
La commissione europea ha oggi specificato che l’inchiesta riguarda la precedente legislatura durante la quale la carica di Alto Rappresentante era ricoperta dallo spagnolo Josep Borrell, e la presidente dell’esecutivo europeo era comunque Ursula von der Leyen.
Secondo la legge belga, i tre fermati possono essere privati della libertà personale per 48 ore nel corso delle quali potranno essere interrogati (può chiedere l’assistenza di un avvocato). Il giudice istruttore può prolungare il periodo di fermo in alcuni casi.
(da agenzie)

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DI COSA E’ ACCUSATO NETANYAHU NEL PROCESSO IN ISRAELE PER IL QUALE HA CHIESTO LA GRAZIA

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

E’ ACCUSATO DI FRODE E CORRUZIONE E RISCHIA IL CARCERE

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Isaac Herzog una grazia preventiva nel processo a suo carico, una mossa che ha sollevato notevole attenzione politica e mediatica. La richiesta, nella sua sostanza, significa sospendere il procedimento prima che arrivi a una sentenza. Il motivo? La necessità di non compromettere la stabilità politica e il governo, soprattutto in un momento delicato per Israele. Netanyahu deve rispondere di frode e corruzione in diverse indagini, tra le altre cose avrebbe accettato regali costosi da uomini d’affari in cambio di favori politici.
Se il processo dovesse concludersi con una condanna, per il capo del governo di Tel Aviv si aprirebbero scenari pesanti: dalle multe al carcere. La sua posizione, politica e personale, è dunque in bilico. È proprio alla luce di ciò che in molti vedono la mossa della grazia preventiva come un tentativo di allontanare lo spettro di un verdetto sfavorevole
Intanto, le sue richieste di rinvio hanno inevitabilmente alimentato le polemiche: i critici sostengono che Netanyahu stia sfruttando la crisi di Gaza per rallentare le udienze e allungare ulteriormente i tempi del procedimento.
Di cosa è accusato Netanyahu in Israele: frode e corruzione
Benjamin Netanyahu è il primo capo di governo israeliano sotto processo mentre è ancora in carica. L’inchiesta è partita nel 2016. Tre anni dopo la magistratura lo ha incriminato su raccomandazione della polizia. Il processo è iniziato nel 2020. È accusato di corruzione, frode e abuso di potere in un procedimento suddiviso in tre casi principali.
Nel caso 1000, è imputato di aver ricevuto regali di lusso per circa 250 mila euro, tra cui gioielli, sigari e champagne, da uomini d’affari come Arnon Milchan e James Packer, in cambio di favori economici e assistenza per ottenere visti negli Stati Uniti
Nel caso 2000, avrebbe discusso uno scambio di favori con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yediot Aharonot: una copertura mediatica favorevole in cambio di misure per ostacolare il rivale Israel Hayom, sebbene tale accordo non sia stato messo in pratica.
Il caso 4000 riguarda un presunto patto con Shaul Elovitch, azionista di maggioranza della telecom israeliana Bezeq: Netanyahu avrebbe favorito gli interessi di Elovitch in cambio di una copertura positiva sul sito di news Walla.
Le polemiche sui rinvii del processo e il legame con la guerra a Gaza
Il processo continua però muoversi tra slittamenti e tensioni politiche. Da oltre cinque anni l’aula di Gerusalemme è diventata il teatro di una sfida che va ben oltre le sopracitate accuse. I legali del primo ministro hanno più volte chiesto nuovi rinvii, sostenendo che gli impegni diplomatici e la gestione dei conflitti
in corso – soprattutto a Gaza – gli impediscano di prepararsi alla testimonianza.
La Corte ha respinto l’ultima richiesta, ricordando che “non si può permettere all’imputato di dettare il calendario”. Una posizione ribadita dalla Procura, che ha ricordato come a luglio Israele fosse già in guerra e come le necessità del fronte non possano trasformarsi in un argomento per sospendere un processo così delicato.
Netanyahu denuncia da anni una “caccia alle streghe”, e prima della recente richiesta di grazia aveva persino tentato la via dell’immunità parlamentare. Intanto, il dibattito nel paese resta acceso: i difensori evocano la mancanza di un rifugio antiaereo nel tribunale di Gerusalemme Est, mentre i critici vedono nelle continue domande di rinvio un tentativo di logorare i tempi della giustizia.
Sul fondo, la guerra a Gaza amplifica tutto: le pressioni su Tel Aviv, le accuse d’opportunismo, la percezione di un processo destinato a trascinarsi fino alla fine del decennio.
Si prevede infatti che la sentenza possa arrivare non prima del 2028-29. In caso di condanna definitiva, Netanyahu dovrebbe dimettersi, ma la legge israeliana consente ai capi di governo di restare in carica durante il processo, a differenza di altri ministri. È in questo spazio giuridico che si inserisce la sua richiesta di grazia al presidente Isaac Herzog, un gesto che ha scosso il panorama politico israeliano.
Di solito la grazia in Israele entra in scena solo dopo la condanna, come ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria già chiusa. Solo una volta il presidente era intervenuto prima ancora dell’inizio del processo, e lo aveva fatto evocando ragioni di sicurezza nazionale. Nel caso di Netanyahu, invece, la richiesta arriva quando la sentenza pare ancora lontana, e proprio questo la rende anomala: in questo non c’è lo Stato da proteggere, ma
una serie di accuse che parlano di favori, pressioni e vantaggi personali, un uso del potere ritenuto da molti piegato ai propri interessi.
I sostenitori parlano di una persecuzione giudiziaria divenuta insostenibile; i critici vedono nella richiesta un tentativo di fermare il processo prima che possa concludersi. Herzog si trova così davanti a una scelta che potrebbe segnare un precedente decisivo nella storia istituzionale israeliana.
Cosa rischia Netanyahu
A seconda della gravità dei capi d’imputazione, Netanyahu potrebbe andare incontro a pene che vanno dalle sanzioni economiche a diversi anni di carcere. Una condanna definitiva lo obbligherebbe a lasciare l’incarico, mentre la normativa attuale gli permette di restare al governo finché il processo è in corso.
Un procedimento così lungo e complesso, destinato a trascinarsi per anni, rischia però di erodere la sua leadership e di
destabilizzare un esecutivo già messo alla prova dalle polemiche e dai continui rinvii legati alla guerra contro Hamas. In questo scenario, la speranza del premier è che si aprano spiragli alternativi: dal possibile patteggiamento con la magistratura a un eventuale perdono da parte del presidente Isaac Herzog, ex leader laburista che in passato lo ha più volte criticato ma ha anche condiviso con lui un governo di coalizione.
/da Fanpage)

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“PERSONE COSTRETTE A SFAMARSI CON CIBO PER ANIMALI”: L’ALLARME DAL SUDAN DEL RESPONSABILE DI MEDICI SENZA FRONTIERE

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

I CIVILI IN FUGA ARRIVANO STREMATI NEGLI OSPEDALI, TRA FAME E VIOLENZE ESTREME

La guerra in Sudan intensifica fame e violenze estreme: dopo la caduta di El Fasher i civili in fuga arrivano stremati negli ospedali, mentre attacchi e negoziati falliti aggravano la crisi umanitaria. Il racconto di Vittorio Oppizzi, responsabile di Medici Senza Frontiere in Sudan.
Non solo a Gaza. Anche in Sudan la fame è stata trasformata in una spietata arma di guerra. A poco più di un mese dalla caduta di El Fasher, ultima roccaforte governativa nel Darfur settentrionale, intere comunità sopravvivono – quando sopravvivono – nutrendosi di scarti destinati al bestiame, mentre i casi di malnutrizione acuta esplodono anche tra gli adulti.
Quello che sta emergendo dai racconti dei superstiti va oltre la normale cronaca militare: esecuzioni sommarie, stupri, torture, rapimenti a scopo di riscatto, cadaveri lasciati lungo le vie di fuga. Il Darfur torna a essere il laboratorio di una violenza etnica e politica che ricorda gli anni Duemila, mentre il resto del
mondo guarda altrove. A Tawila, 60 chilometri dalla città conquistata dalle RSF, i team di Medici Senza Frontiere operano in un ospedale saturo di feriti da arma da fuoco, tra persone che hanno camminato per giorni, senza acqua né cibo, per scampare ai combattimenti. Intervistato da Fanpage.it Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi di MSF in Sudan, ricostruisce il quadro delle atrocità che si consumano contro civili disarmati, denuncia l’uso sistematico della fame e racconta come, nonostante le promesse di cessate il fuoco, sul terreno non ci sia alcun segno di reale protezione per la popolazione civile.
A poco più di un mese dalla caduta di El Fasher, qual è la situazione oggi sul terreno in Sudan? Che tipo di riscontri avete dai pazienti e dalle persone che assistete
Noi ci troviamo a Tawila, circa 60 chilometri da El Fasher, e da quando la città è caduta abbiamo immediatamente registrato un afflusso massiccio di feriti e sfollati. Il primo impatto è stato il
numero elevatissimo di vittime della guerra: per far fronte alla situazione abbiamo dovuto attivare un secondo team chirurgico, oltre a quello già presente prima dell’attacco. La popolazione che è riuscita a fuggire da El Fasher arrivava in condizioni disperate, dopo mesi di assedio totale. Parliamo di circa 500 giorni senza alcun accesso umanitario, senza nessuna possibilità di far entrare cibo, medicinali o beni essenziali.
Già mesi fa, con l’attacco al campo di Zamzam, avevamo avuto segnali chiarissimi della brutalità del conflitto: operatori sanitari uccisi, civili colpiti indiscriminatamente. Quello che è accaduto a El Fasher ala fine di ottobre ha seguito la stessa dinamica, ma su scala molto più ampia. A Tawila oggi vediamo due fenomeni: i feriti di guerra e la fame. Una malnutrizione così diffusa negli adulti è particolarmente indicativa della gravità estrema della situazione. La carestia era già stata dichiarata sulla base dei dati raccolti dalla IPC, ma ora abbiamo conferme cliniche dirette: i
pazienti che arrivano da El Fasher portano sul corpo le prove della fame prolungata.
Per capire il livello di disperazione, la popolazione sotto assedio si nutriva di una poltiglia chiamata “mbas”, un residuo di frantoio considerato cibo per animali. Non solo lo mangiano: a un certo punto hanno anche iniziato anche a venderlo, perché non c’era più nient’altro. Questo dà la misura di cosa sia stato vivere in una città completamente isolata per un anno e mezzo. E di quanto la situazione, qui in Sudan, sia letteralmente allucinante.
Le cronache – in particolar modo quelle dell’ultimo mese – riferiscono di violenze atroci contro i civili, con stupri, torture ed esecuzioni sommarie. È quello che state riscontrando anche voi sul campo?
Sì, vista la brutalità delle parti in conflitto. E anche qui c’è continuità con quello che osserviamo dall’inizio della guerra in
Darfur. Le violenze sessuali sono un elemento ricorrente: assistiamo le vittime in tutti i nostri progetti e non abbiamo alcun dubbio che siano avvenute anche in questo attacco. È molto difficile quantificare, perché i dati sulla malnutrizione sono oggettivi – sottoponiamo tutti a screening – mentre quelli sugli stupri dipendono dalla volontà delle persone di parlarne, e in un contesto di trauma, vergogna e paura non è semplice.
Ma dai racconti, dai comportamenti, dalle ferite, e anche da ciò che circola sui social locali o dalle analisi satellitari, è evidente che la presa di El Fasher è stata uno degli episodi più brutali di questi due anni e mezzo di conflitto. Donne, uomini e bambini sono stati colpiti senza alcun rispetto per la vita umana.
Sulla base di ciò che state osservando, queste violenze sono episodi isolati, pur numerosi, oppure sembrano rientrare in una dinamica più coordinata, in una sorta di “strategia”?
Non saprei parlare delle strategie militari delle parti in conflitto
Quello che è chiaro, però, è che quanto visto a El Fasher prosegue quanto accaduto a Geneina e in altre aree del Darfur: violenze mirate contro specifici gruppi etnici, in continuità con ciò che è accaduto agli inizi degli anni Duemila. Il Darfur è segnato da tensioni profonde tra comunità arabe nomadi e comunità africane come i Fur o i Massalit. In questi due anni abbiamo visto ripetersi lo stesso schema. Allo stesso tempo, la brutalità non ha risparmiato altre aree come Khartoum. Noi stessi, in un solo giorno di settembre, abbiamo ricevuto più di cento tra morti e feriti in tre diversi ospedali, vittime di attacchi con droni condotti dall’altra parte del fronte. E parliamo di zone lontane dai combattimenti diretti. La conclusione è che si tratta di una guerra che colpisce sistematicamente la popolazione civile, indipendentemente dall’appartenenza etnica o dalla distanza dal fronte
A proposito degli attacchi con i droni: stanno diventando una
componente sempre più centrale del conflitto, come accaduto a Gaza e in Ucraina?
Assolutamente sì. Gli attacchi con i droni sono documentati in varie parti del Paese. Penso a Nyala, capitale del Sud Darfur, che è lontanissima dal fronte e dove eppure ci sono stati bombardamenti. Oppure a Port Sudan, dove ci sono stati attacchi pur senza che la città fosse coinvolta nei combattimenti. Anche dopo la perdita di Khartoum, si sono registrati attacchi successivi nella capitale.
È una situazione molto simile a quella che vediamo in altri conflitti contemporanei: i droni permettono di colpire a distanza, spesso in modo non sufficientemente discriminante. E i civili continuano a morire anche dove non c’è una battaglia in corso.
Quali interessi si muovono dietro questo conflitto? C’è solo la dimensione etnica o anche altro
Quello che è evidente è che questa è una guerra massimalista di
potere. Nel 2021 il golpe militare in Sudan fu compiuto da entrambi i generali che oggi si combattono: insieme avevano rimosso la transizione civile avviata dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019. Tra il 2021 e il 2023 hanno governato insieme, finché il conflitto non è diventato una guerra intestina.
Quando parlo di guerra massimalista intendo proprio questo: nessuna delle due parti ha mai mostrato reale disponibilità a cedere terreno. Gli annunci di negoziati o cessate il fuoco, compresi quelli firmati a Gedda mesi dopo l’inizio della guerra, sono rimasti sulla carta. La realtà sul campo è quella che vediamo ogni giorno: una guerra che prosegue, che ha già costretto alla fuga più di 12 milioni di persone e che non dà segnali di rallentamento.
Gli interessi regionali esistono, come sempre in un conflitto così grande, ma dal punto di vista interno resta una lotta tra due generali per il controllo totale del Paese.
Rispetto all’avanzamento del processo negoziale, c’è qualcosa che lascia intravedere un cambiamento?
Al momento no. Più volte, dall’inizio della guerra, si sono susseguiti annunci di tregue, accordi, intese per l’accesso umanitario. Ma nulla di tutto questo ha trovato applicazione concreta. Sul terreno, la guerra continua esattamente come prima.
Guardando ai prossimi mesi, e alla catastrofica situazione umanitaria, qual è la prospettiva operativa di MSF in Sudan?
Il Sudan resta una delle nostre priorità globali. Non ci sono segnali che la guerra si stia fermando, e ora il conflitto si sta spostando negli stati del Kordofan. Questo significa che dobbiamo adeguare costantemente la nostra risposta: riceviamo feriti anche qui ad Abyei, zona contesa tra Sudan e Sud Sudan, perché ogni movimento della linea del fronte genera nuovi sfollati.
Parallelamente, il sistema sanitario è in collasso ovunque, anche a Khartoum. Molto personale non riceve stipendi, le forniture mediche non arrivano, e l’accesso alla salute di base è ormai un privilegio. Abbiamo affrontato un’enorme epidemia di colera, e per due anni e mezzo è stato un problema costante. A oggi oltre un milione e trecentomila persone sono fuggite solo verso il Sud Sudan, molte provenienti dal Kordofan. La popolazione del Sud Sudan è aumentata di quasi il 10% a causa di questi arrivi, con un impatto enorme su un Paese già fragile.
Nei prossimi mesi dovremo continuare a scegliere le priorità, sia rispetto ai bisogni diretti generati dalla guerra, sia rispetto a quelli indiretti, che sono altrettanto devastanti.
(da Fanpage)

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L’AMMIRAGLIO CAVO DRAGONE E L’ATTACCO PREVENTIVO ALLA RUSSIA: COS’E’ E QUALI GLI OBIETTIVI

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

PREVENZIONE DETERRENZA CONTRO HACKER, INTRUSIONI DI DRONI E DISINFORMAZIONE

Cos’è l’attacco preventivo che la Nato sta valutando nei confronti della Russia e di cui ha parlato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone al Financial Times?
«Stiamo studiando tutto sul fronte informatico, siamo in un certo senso reattivi. Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando», ha dichiarato il militare. Che si riferiva a «prevenzione e deterrenza» contro attacchi hacker, intrusioni di droni e disinformazione. Intanto però a Roma il governo Meloni si spacca. «Smentirete?», è stata la domanda finita sul tavolo dell’Alleanza Atlantica da parte dell’esecutivo. La risposta dell’ammiraglio, però, è stata «no».
L’attacco preventivo della Nato alla Russi
L’attacco preventivo della Nato alla Russia è stato studiato per ragioni di deterrenza. Perché il Cremlino ha già messo in moto le varie forme di intrusione. Per questo l’Alleanza Atlantica punta sulla proattività. Che significa difendersi in via preventiva: «prevenire è meglio che curare». I pilastri su cui intende muoversi la Nato sono tre, spiega oggi Repubblica. Il primo è la cyber guerra. La paura è che le azioni di hackeraggio possano avere effetti di blocco sulle grandi infrastrutture come telecomunicazioni, trasporti, ospedale. Per questo l’idea è di individuare la fonte da cui partono gli attacchi e paralizzarla. Una sorta di “contro-hackeraggio”.
I tre pilastri
Il secondo è la manipolazione dell’opinione pubblica. Molto paesi andranno alle elezioni nei prossimi mesi. Pure in questo caso il progetto è di bloccare all’origine il tentativo di influenzare la vita dei paesi membri della Nato. Il terzo invece
riguarda lo spazio aereo dell’alleanza. E le intrusioni da parte di Russia e Bielorussia, come l’ultimo caso di ieri in Lituania. Per i paesi che non confinano con Mosca la soluzione è semplice: si abbatte il drone prima che entri nello spazio internazionale. Ma quando non c’è un cuscinetto neutrale intermedio questi interventi sono più complicati. L’ipotesi, allora, è di verificare in primo luogo la traiettoria dei droni.
L’esempio è semplice: se la rotta è parallela al confine, allora si può evitare in ogni caso un intervento. Se invece è perpendicolare e quindi il drone è diretto in territorio europeo, si può intervenire prima. Abbattendoli prima che violino lo spazio aereo dei paesi. Se invece la minaccia arrivasse da un aereo militare scatterebbero le misure di sicurezza già in funzione. Intanto però le parole di Cavo Dragone hanno fatto infuriare il governo. E la Lega. Con una nota ufficiale che riassume in poche righe l’ostilità alle ragioni di Kiev, la vicinanza agli slogan di
Mosca. «Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione – si legge – gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando “attacchi preventivi” significa alimentare l’escalation. Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni».
Escalation e provocazioni
La reazione del governo invece è fatta di silenzio. Mentre la maggioranza deve infatti votare il decreto che offre copertura giuridica all’invio di armi italiane all’Ucraina per l’intero 2026. Per questo, riferisce La Stampa, la prima domanda finita sul tavolo del presidente del comitato militare Nato è stata «Smentirete?». Il fatto che l’intervista non sia stata concessa in questi giorni, mentre si discute il piano di pace, ma lo scorso 18 ottobre, viene considerato un’attenuante dall’esecutivo, tra gli uomini di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Ma soprattutto, secondo l’esecutivo, «non si parla di certe cose– spiega una fonte di peso
a La Stampa –. Se serve, si fanno».
Senza annunci
In questi casi, è il ragionamento, meglio muoversi senza annunci. Anche perché nel frattempo è in ballo la trattativa per la pace tra Russia e Ucraina. Dove si vuole impegnare la Nato in base all’articolo 5 senza però far entrare Kiev nell’Alleanza. Quando verranno stabilite le garanzie di sicurezza, si dovranno definire i contorni del ruolo della Nato. Si dovrà capire quale sarà la sua agibilità militare in Ucraina e su quali basi giuridiche poggerà. In modo da non dare alcun pretesto alla Russia per scatenare una terza guerra di invasione, dopo la Crimea e il Donbass. E per questo ci vorranno rapporti più distesi con Mosca.
(da Open)

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SOVRANISTI SALVA-LOBBY: BALNEARI E PETROLIERI GRAZIATI DALLA RIFORMA

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

COSI’ I GRUPPI DI INTERESSI PIU’ POTENTI SARANNO ESCLUSI DAL REGISTRO SULLA TRASPARENZA

Trasparenza, ma fino a un certo punto. Perché tutti lobbisti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
In caso di approvazione definitiva, la legge sulle lobby in esame alla Camera non sarà infatti applicata a varie categorie: dai balneari ai produttori di farmaci, fino ai rappresentanti dell’industria fossile. Eludendo la ratio della riforma che vuole tracciare l’attività dei legislatori, a qualsiasi livello, con i portatori di interessi.
Basta essere parte delle grandi confederazioni, come Confindustria e Confcommercio, per poter incontrare ministri, sottosegretari, parlamentari e assessori regionali senza lasciare segni. Stesso discorso varrà per i sindacati alla ricerca di interlocutori istituzionali.
Un colpo di biliardo magistrale: un’operazione di lobbying ha cambiato i connotati alla legge sulle lobby. Peraltro con il ripristino del vecchio difetto della norma sulla rappresentanza di interessi: prevedere deroghe specifiche.
Destra compatta
Il contenuto del provvedimento, che nelle prossime settimane dovrebbe approdare in aula a Montecitorio (e poi essere trasmesso al Senato per l’eventuale via libera definitivo) è stato annacquato da due emendamenti approvati nel corso dell’esame in commissione Affari costituzionali alla Camera.
La destra si è presentata compatta con una proposta depositata dal deputato di Fratelli d’Italia, Alessandro Urzì, e sottoscritta da tutti i colleghi dei partiti di maggioranza. L’altro testo, uguale, è stato firmato dell’ex ministra Maria Elena Boschi (Italia viva). Il risultato è un allargamento delle maglie con l’inserimento di ampie zone grigie rispetto al principio di trasparenza più stringente introdotto nella prima formulazione del testo base.
La modifica prevede che un’ampia platea di organizzazioni di categoria non avrà l’obbligo di iscrizione nell’apposito registro unico, che sarà istituito al Cnel, soppiantando tutti i registri ora vigenti. Lo scopo è appunto quello di documentare e rendere consultabile gli incontri (e i relativi temi) tra portatori di interessi e legislatori, ponendo fine all’attuale far west
Gli emendamenti fanno peraltro un riferimento generico alle «associazione datoriali e dei lavoratori». La vaghezza della definizione lascia intendere che praticamente tutte le realtà dei singoli settori – iscritte a Confindustria o altre confederazioni – possano aggirare l’obbligo di iscrizione al registro. E ai conseguenti adempimenti della normativa.
Tra le varie organizzazioni ci sono Assobalneari, “il sindacato” dei balneari, lobby amica del governo, l’Anpam, che unisce i produttori di armi, e l’Unione energie per la mobilità (Unem), che rappresenta anche le aziende operanti nella distribuzione dei prodotti petroliferi.
Ma sono solo alcune categorie inevitabilmente toccate dall’iter delle leggi in parlamento, perché per estensione la questione può riguardare anche Confcommercio, Confesercenti, Ance e tante altre.
Un’esenzione di massa, dunque, che fornisce un canale privilegiato. «L’emendamento sulle esclusioni renderebbe inservibile la legge», dice a Domani Federico Anghelé, direttore di The good lobby, che coordina la coalizione #Lobbying4Change, da anni in prima linea per arrivare a una legge nel settore.
Sono palesi gli squilibri innescati dalle modifiche votate in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. Il direttore di The good lobby le spiega così: «Per fare un esempio, un’organizzazione ambientalista dovrebbe iscriversi al registro e rendere conto delle proprie attività di lobbying, mentre l’associazione di categoria dei petrolieri non dovrebbe farlo. Questo sarebbe giocare ad armi pari?».
Legge svuotata
Una falsa partenza nel percorso della proposta di legge, firmata da Nazario Pagano (Forza Italia), presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera, che ha avviato un’indagine conoscitiva per raccogliere i pareri degli esperti e arrivare a un
testo condiviso tra le forze politiche.
Dopo decine e decine di proposte finite nel vuoto nelle precedenti legislature, il deputato forzista ha cercato la strada del dialogo per evitare che la riforma finisse su un binario morto. Ora le modifiche parlamentari rischiano di provocare un cortocircuito o far approvare una legge svuotata, che presenta gli stessi problemi denunciati negli anni scorsi.
Ci sono stati poi altri interventi su misura di altre categorie: potranno esercitare il ruolo di lobbisti anche i giornalisti, alimentando la contaminazione tra portatori di interessi ed esperti di comunicazione.
Una sovrapposizione di ruoli sempre più pressante che aveva portato Pagano a evitare che gli iscritti all’ordine dei giornalisti potessero iscriversi al registro dei lobbisti. In questo caso emendamenti bipartisan, da FdI ai Cinque stelle, hanno cancellato la norma, salvando il ruolo del giornalista-lobbista.
Il punto resta comunque l’esenzione alle associazioni datoriali e ai sindacati. L’appello per il passo indietro sugli emendamenti Urzì e Boschi è stato lanciato anche da Ferpi e Una, altre due realtà a favore di una puntuale regolamentazione dei rapporti tra legislatori e portatori di interessi. «Riteniamo che il testo vada cambiato, in aula alla Camera o al Senato. Sappiamo benissimo che sindacati e associazioni datoriali contribuiscono massicciamente a influenzare i processi legislativi», sottolinea Anghelé.
Insomma, fatta la legge (o quasi), trovata la deroga.
(da EditorialeDomani)

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CALTAGIRONE, L’OTTAVO RE DI ROMA AL SUO ULTIMO NEGOZIO

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

PRIMA IL CEMENTO, POI L’EDITORIA, ADESSO LA FINANZA

Francesco Gaetano Caltagirone è personaggio imponente per spalle, cravatta, sguardo e naturalmente per il suo personale forziere di monete antiche e modernissime, sesterzi da collezione e euro da paperone, appena inciampato nell’inchiesta della Procura di Milano per avere scalato i forzieri di Mediobanca – dice l’accusa – ostacolando tutti gli organi di controllo. Lo ha fatto con i suoi soci, il numero uno di Luxottica, Francesco Milleri, e l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio. Ma specialmente con l’accordo – “la
complicità” dicono gli analisti – degli gnomi di Palazzo Chigi, rivestiti, profumati e pettinati da Giorgia Meloni che a forza di prendersi sul serio, s’è incapricciata dell’alta finanza, come suo personale upgrade dal complesso dell’under-dog. Dunque assecondando un nodo psichiatrico prima che politico. Rivelando smanie da potere assoluto, per fortuna affidate a strateghi di second’ordine, pasticciati e pasticcioni, anche loro per troppo entusiasmo nel servire e troppa bulimia nell’addentare.
Tutti difetti che neanche lontanamente sfiorano il poderoso Caltagirone, 82 anni saldamente compiuti, che guarda dall’alto il suo ultimissimo negozio – incamerare, proprio attraverso Mediobanca, Assicurazioni Generali, quasi 900 miliardi di patrimonio gestito, il principale arrosto dell’economia italiana – con la lentezza digestiva che gli consente il potere accumulato per dinastia, insignito, dal secolo scorso, del titolo di Ottavo Re di Roma, o meglio ancora Caltariccone, secondo la più efficace
istantanea firmata Dagospia, visto che la rivista Forbes lo stima numero 7 per ricchezza in Italia, patrimonio di 9,6 miliardi, liquidità illimitata.
La sua famiglia viene dalla lontanissima Palermo, sbarcata nel Dopoguerra tra le macerie della Capitale con sabbia, piccone e calcestruzzo. Lui è terza generazione, la più ricca di sempre. Non più palazzinaro, come il nonno, il babbo, e l’altro ramo di famiglia, i Bellavista, che furono tutti quanti cari a Giulio Andreotti, all’intera Democrazia cristiana e pure al Vaticano, massimo esperto spirituale del do ut des terreno, artefici del sacco cementizio che ha trasformato i silenzi vegetali dell’Agro Romano negli ingorghi automobilistici della periferia che dalla Bufalotta a Tor Pagnotta, da Casal Boccone alla Romanina, assedia gli asfalti del Raccordo in un inferno di tangenziali, svincoli, palazzi da otto piani, ma con un albero a testa.
Il suo quartier generale si estende tra i marmi pregiati di Roma
centro, via del Corso, piazza Barberini, via Nazionale. Da dove ha elaborato le notevoli stazioni della sua perpetua ascesa – prima cemento, poi carta stampata, ora finanza – in compagnia del suo factotum Fabio Corsico, 52 anni, un tizio capace d’alte raffinatezze lessicali, come alla sua ultima prolusione all’Università di Segovia dal titolo “Dante e la leadership: etica potere e umanità”, qualunque cosa voglia dire.
Dal tonfo sonante di Mani Pulite, anno 1992, Caltagirone ne esce con qualche ammaccatura, ma la piena assoluzione da tutte le accuse di nequizie o tangenti. Saluta senza rancori la Prima Repubblica democratico-cristiana per infilarsi nella Seconda ben più spregiudicata di Berlusconi e soci. Stavolta con la buona idea di proteggere gli interessi delle sue cento aziende, specialmente la prima, la Cementir che ha interessi in Italia, in Europa e pure negli Usa, nei fortini della carta stampata, dove si coltivano i piccoli poteri locali per farli diventare grandi. Nel 1996 compra
il Messaggero, giornale leader di Roma Capitale. Negli anni successivi, il Gazzettino di Venezia, il Quotidiano di Puglia, il Corriere Adriatico e nel 1998 il Mattino di Napoli. Dove compra, costruisce. Dove costruisce, comanda. E qualche volta la fa franca, come nella guerra dichiarata al sindaco Luigi De Magistris che nel 2013 avrebbe voluto accollargli la bonifica dell’area di Bagnoli inquinata anche dalla Cementir, costo stimato 300 milioni di euro, tutti passati in cavalleria, dieci anni dopo, quando Caltariccone gratuitamente dona i suoi terreni a Invitalia, che pagherà quei danni ambientali con i soldi del Tesoro, cioè i nostri. Un capolavoro.
L’altra intuizione, visto che va diminuendo la spesa pubblica per le costruzioni, è quelle di diversificare gli investimenti in titoli e asset finanziari. Senza mai troppi clamori, fa shopping azionari in Banca Nazionale dell’Agricoltura, Montedison, Bnl, Rcs, Unicredit. Partecipa a Acea, azienda energetica di Roma gestisce Fabrica, la holding che ha in pancia gli immobili delle casse previdenziali di avvocati, ingegneri, architetti, psicologi. Oltre che a 17 fondi di investimento che mettono palazzi in cascina per conto di investitori istituzionali, compreso l’Inps. Senza mai il fastidio di una intervista o quasi – al Financial Times una volta e a Lilli Gruber negli ultimi anni – Caltagirone mangia, scala, cresce. Ha piazzato i tre figli sulle torri di controllo del suo castello, compresa Azzurra, la preferita, che per qualche anno si è lasciata conquistare dal sempre in piedi Pierferdinando Casini, prima di accorgersi dell’errore. Ma il ponte levatoio dei Caltaricconi sale o scende solo al suo comando.
C’è un buco nero che illumina il suo indiscusso potere. Si spalanca nella notte tra il 3 e il 4 agosto dell’anno 2000, quando dalla villa con parco ai Parioli spariscono la moglie Luisa Farinon e la guardia del corpo Walter Scafati. Dopo l’allarme generale si scopre che li ha sequestrati il domestico filippino Leo
Begasson, in fuga con i due ostaggi su una Golf rossa. È un maldestro rapimento per il riscatto? È una vendetta? Sembra il classico giallo destinato durare l’intera estate. Invece si chiude in una manciata d’ore. E in modo sorprendente: i due rapiti vengono rilasciati dalle parti di Trieste, se la cavano chiedendo aiuto. Il rapitore viene ritrovato morto stecchito in una camera d’albergo di Portorose, la 399 del Palace Hotel, pochi chilometri dopo il confine con la Slovenia. Abbastanza affinché nulla trapeli delle indagini che parlano di una irruzione della polizia slovena interrotta dal suicidio del fuggitivo. L’ambasciata filippina sospetta l’omicidio, protesta e chiede spiegazioni. La polizia italiana invece si accontenta del nulla. La Procura di Roma archivia. Proprio come i giornali che dedicano tre righe al giallo, prima di dimenticarsene per sempre. Calta incassa e neanche ringrazia. Anche lui, come il campione di Machiavelli, preferisce essere più temuto che amato. Oggi festeggia la
conquista di Generali. È da vent’anni il suo sogno. Vedremo se dio o la procura, gli faranno il dispetto di esaudirlo.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PERCHE’ MELONI HA BISOGNO DI FARCI SAPERE CHE NON BERRA’ ALCOL FINO A NATALE

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

SE VUOLE FARE UN FIORETTO PER RIMARCARE L’APPARTENENZA AI VALORI CRISTIANI AUMENTI LE PENSIONI SOCIALI: A NATALE CI SONO MILIONI DI ITALIANI CHE NON HANNO I SOLDI NEANCHE PER FARE UN REGALO AI PROPRI FIGLI

Perché mai dovrebbe interessarci che la presidente del Consiglio Meloni non beve alcol fino a Natale? Manca ormai meno di un mese alle feste, che per qualcuno non rappresentano solo laN convenzione obbligata e consumistica dello scambio dei regali o un’occasione per passare del tempo con famiglia e amici, ma sono soprattutto un momento di raccoglimento religioso. Ed ecco che gli esponenti del governo di destra sono pronti a ostentare la loro fede, facendo a gara per esibire la loro aderenza ai valori cristiani.
Potrebbe essere questione che attiene unicamente alla sfera intima, ma perché non cercare di sfruttarla anche per allargare il proprio consenso?
Del resto Meloni ha sempre maneggiato la materia con scaltrezza. Lo abbiamo visto recentemente anche al meeting di Rimini, dove la premier è corsa a fine estate per blandire il mondo di Cl, movimento fondato da Don Luigi Giussani, che da sempre ha dettato la linea al centrodestra. Ma torniamo all’oggi. Con il Natale alle porte tornano le consuete polemiche e i vecchi refrain di dicembre: la difesa a oltranza del presepe, di Gesù Bambino e dei canti tradizionali, baluardi della cultura occidentale contro l’invasore straniero, contro il pericoloso integralismo islamico.
L’occasione si è presentata provvidenzialmente a Padova, durante i festeggiamenti per la vittoria del leghista Alberto Stefani in Veneto. A chi le offriva da bere, magari uno spritz, la premier ha risposto gentilmente: “Non se ne parla, ho fatto il fioretto. Brindiamo a Natale…”
Tanto cristiano e caritatevole, questo governo, che prevede condoni agli evasori ma non aumenta le pensioni sociali di chi è costretto a vivere con 600 euro al mese.
(da agenzie)

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UN’ALTRA PAGLIACCIATA DEL GOVERNO SUL “GIOVANI DELL’ESERCITO A CUI VIENE NEGATO IL CORSO UNIVERSITARIO PER RAGIONI IDEOLOGICHE”

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

L’ATENEO: “MAI NEGATO ISCRIZIONI”… COME STANNO VERAMENTE LE COSE… SE QUALCUNO VUOLE UN CORSO ESCLUSIVO A DOMICILIO A MODENA GIUSTO CHE PAGHI TUTTE LE SPESE, NON C’ENTRANO UNA MAZZA I PRINCIPI COSTITUZIONALI

La premier Giorgia Meloni ha duramente criticato il Dipartimento di Filiosofia di Bologna che avrebbe negato un corso per i giovani ufficiali dell’Esercito italiano. Per la premier, si tratta di un «un atto incomprensibile e gravemente sbagliato. Non si tratta solo di una scelta inaccettabile, ma di un gesto lesivo dei doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università».
Quella posizione di rifiuto, invece, «implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione».
La risposta dell’Università di Bologna
«L’Università di Bologna non ha mai “negato” né “rifiutato” l’iscrizione a nessuna persona. Come per tutti gli Atenei italiani, chiunque sia in possesso dei necessari requisiti può iscriversi liberamente ai corsi di studio dell’Ateneo, comprese le donne e gli uomini delle Forze Armate. Si ricorda, inoltre, che l’Università di Bologna collabora stabilmente con l’Accademia Militare di Modena, ai cui allievi, in virtù di specifici accordi
ormai ventennali, sono riservati posti presso il Corso di Laurea in Medicina Veterinaria». Lo scrive l’università di Bologna, tornando con una nota sulla polemica nata dalle parole del generale Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sul fatto che l’ateneo non avesse accettato la proposta dell’Accademia di organizzare un corso di laurea in filosofia riservato agli allievi ufficiali.
«Il tema oggetto di discussione riguarda non l’accesso ai corsi, bensì una richiesta di attivazione proveniente dall’Accademia, anche in virtù delle collaborazioni pregresse, per un percorso triennale di studi in Filosofia strutturato in via esclusiva per i soli allievi ufficiali», spiega Unibo: un percorso che prevedeva 180 crediti formativi complessivi, «lo svolgimento delle attività interamente presso la sede dell’Accademia, secondo il relativo regolamento interno, e un significativo fabbisogno didattico».
L’insieme delle risorse necessarie, che vanno ben oltre il costo di
eventuali contratti di docenza. Dopo un articolato confronto interno, il Dipartimento ha ritenuto di non procedere, allo stato dei fatti, alla deliberazione sull’attivazione del nuovo percorso. L’Università di Bologna, nel pieno rispetto dell’autonomia dei Dipartimenti, ha comunicato tale decisione ai vertici dell’Accademia Militare già lo scorso ottobre, manifestando al tempo stesso la piena disponibilità a ogni futura interlocuzione».
Le opposizioni all’attacco di Meloni: “Surreale, pensi a governare”
L’intervento in prima persona di Giorgia Meloni ha sollevato reazioni politiche accese. Nicola Fratoianni, di Avs, l’ha accusata di “alzare polveroni intimidatori contro l’università di Bologna al semplice scopo di fare un po’ di propaganda dozzinale, pur di sviare dai problemi del Paese che il suo governo non riesce ad affrontare”, e le ha chiesto invece di “sostenere piuttosto l’istruzione, gli atenei e la ricerca pubblica sempre più i
difficoltà grazie ai mancati interventi proprio del suo governo.
Nel Partito democratico è intervenuto Alfredo D’Attorre, responsabile Università dei dem: “È surreale che la presidente Meloni, alla continua ricerca di diversivi rispetto alla sua concreta attività di governo, oggi trovi il tempo e il modo di attaccare l’Università di Bologna”, ha dichiarato, aggiungendo: “Non c’è bisogno che la Meloni sottolinei l’ovvio, ovvero che sia un fatto positivo che gli allievi ufficiali possano arricchire la loro formazione con un percorso di studi filosofici”.
Se la presidente del Consiglio “davvero tiene al ruolo delle Università pubbliche e degli studi umanistici, lo dimostri non con polemiche prive di senso, ma smettendo di ridurre i finanziamenti al sistema universitario in rapporto al Pil, di costringere gli atenei pubblici a bloccare concorsi e assunzioni, di aumentare la precarietà dei giovani ricercatori e di favorire solo la logica di profitto degli atenei telematici privati”, ha
concluso D’Attorre.
(da agenzie)

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CON LA SCUSA DELLA “PEDALATA ASSISTITA”, LE BICI VENGONO TRASFORMATE IN MOTORINI : A VERONA, SU 78 E-BIKE CONTROLLATE, IL 32% È TRUCCATO E SUPERA IL LIMITE DI VELOCITA’ (IMPOSTO A 25 CHILOMETRI ORARI)

Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

LE BICI TOCCANO I 50 CHILOMETRI ORARI, PRATICAMENTE DEI MOTORINI…A MILANO I CARABINIERI HANNO SEQUESTRATO 54 MEZZI IN UN GIORNO. A PESCARA 36 IN DUE SETTIMANE… PER CHI MODIFICA IL MEZZO, OLTRE ALLA CONFISCA, È PREVISTA UNA SANZIONE CHE VA DAI 5 MILA AI 7 MILA EURO

Nel dedalo che porta al monumento a Cavour si avverte un ronzio lontano, come un avviso. Gli agenti della polizia locale lo colgono al volo. Un cenno basta: un mezzo avanza troppo veloce per essere una bici. La paletta sale, il ciclista si ferma. Bastano pochi secondi: pedali finti, manopola trasformata in acceleratore.
In modalità boost il display corre fino a 49 all’ora. L’agente dice: «È stata “truccata”. Non è più una e-bike, ma un ciclomotore. E va sequestrata». Il guidatore, un rider, si agita:
«Me l’hanno venduta così… e ora come faccio a lavorare?».
Qualche ora dopo, sul piazzale dello stadio Bentegodi, il banco prova mobile della Motorizzazione civile di Bari leva ogni dubbio. Tra il rumore dei rulli e l’odore di gomma riscaldata, il sistema certifica la doppia vita di quel mezzo finito sotto sigilli: la velocità massima è superiore ai 25 km/h consentiti, la pedalata assistita esiste solo sulla carta. A pochi metri, altri mezzi attendono il loro turno: i funzionari parlottano indicando portatarghe improvvisati, sensori staccati, acceleratori.
La legge è chiara. L’articolo 50 del Codice della strada stabilisce che una e-bike è bici solo se assiste mentre si pedala, si disattiva oltre i 25 km/h e resta sotto i 250 watt. Se uno di questi paletti salta, il mezzo diventa ciclomotore: servono targa, immatricolazione, assicurazione, patente e casco.
«Chi le altera rischia una sanzione di 5.100 euro — spiega il comandante Luigi Altamura — e si può arrivare a oltre 7mila. In più c’è il sequestro finalizzato alla confisca». A Verona, su 78 mezzi controllati, il 32% è stato messo sotto sigilli. Multe per 162 mila euro. Altamura osserva le bici sequestrate:
«C’è chi ha mostrato patenti false comprate online: è scattata la denuncia. Altri hanno firmato quello che credevano fosse un regolare contratto d’acquisto: il loro legale sostiene che si trattasse invece di una liberatoria e, ora, vuole denunciarlo per truffa. E poi c’è chi le usa perché la patente l’ha persa: alcol, droga, punti esauriti».
Una bici alterata non è più una bicicletta: è un ciclomotore capace di superare anche i 50 all’ora con il guidatore che viaggia senza casco, assicurazione e targa. E Verona non è un caso isolato. A Milano i carabinieri hanno sequestrato 54 mezzi in un giorno; a Pescara 36 in due settimane; a Bolzano 15 in un pomeriggio; a Torre Annunziata i sequestri sono stati 31 e sulla Pontina una bici ha toccato i 60 all’ora.
(da Corriere della Sera)

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