Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
DALLA CALIFORNIA AI PORTICI DI BOLOGNA: TRA SHOCK CULTURALI E RITMI DI VITA DIFFERENTI
Quando Clara Hogan e suo marito Brian hanno deciso di lasciare la Bay Area di San
Francisco per trasferirsi a Bologna con le loro due bambine, sapevano di compiere un gesto coraggioso. Non immaginavano, però, che quel cambiamento avrebbe trasformato non solo il loro quotidiano, ma il loro stesso modo di essere genitori. In un post condiviso su TikTok, Clara ha raccontato lo sconvolgente impatto culturale con il nostro Paese, trasformando quello che doveva essere un semplice anno di studio in un percorso di riscoperta personale. “Quando siamo arrivati, è stato emozionante ma anche estenuante. Tutto era nuovo: la lingua, la cultura, il modo di vivere”, ha raccontato nella didascalia del suo post. I primi mesi in particolare sono
stati molto difficili, tra la nostalgia di casa e le lungaggini burocratiche, vero marchio di fabbrica del Made in Italy, con cui lei e il marito hanno dovuto imparare subito a fare i conti.
Da San Francisco ai portici di Bologna
Per Clara e Brian la California era un luogo ricco di opportunità. Entrambi erano riusciti a costruirsi una posizione e le prospettive di carriera apparivano molto promettenti. I ritmi frenetici e lo stress continuo sembravano però esaurire ogni loro energia e dopo la nascita delle loro figlie, i due avevano cominciato a sognare una vita diversa. Così, quando Brian ha ottenuto una borsa di studio per un Master in Business Administration a Bologna, la coppia non ci ha pensato due volte e dopo aver venduto la casa, hanno preso le loro bambine – una di sei, l’altra di tre anni d’età – e sono volati in Italia. La speranza non era solo quella di porre le basi per un nuovo futuro, ma anche di riuscire a ridefinire la propria idea di quotidianità.
Una visione un po’ ingenua del nostro Paese, spesso visto oltreoceano come un luogo di vita lenta e agreste, dove la gente passa le giornate a sorseggiare ottimi cappuccini sui tavolini dei bar delle piazze. Eppure, sebbene la realtà italiana sia molto meno “bucolica” di quanto che un americano possa pensare, per Clara e Brian l’arrivo in Emilia Romagna ha rappresentato davvero un nuovo inizio, soprattutto come genitori.
“Quando torni a lavorare?”: madre a tempo pieno spiega perché questa domanda la ferisce ogni volta
Ritrovare un ritmo più umano
A Bologna la famiglia ha scoperto un modo diverso di vivere le giornate. Ci si muove a piedi, si attraversano quartieri senza l’assillo delle auto e del traffico (almeno in confronto alle strade affollate di San Francisco), si accompagnano i figli a scuola senza la tensione che Clara dice di aver provato per anni ogni volta che usciva di casa.
A stupire la coppia è stato poi l’atteggiamento nei confronti dei più piccoli: “I bambini sono adorati e accolti ovunque”, ha scritto Clara, che probabilmente non ha ancora avuto modo di confrontarsi con il boom di matrimoni child free o le iniziative dei ristoratori che sconsigliano l’ingresso alle famiglie con figli piccoli.
Tra le sorprese più inattese, Clara ha anche citato il supermercato. Negli Stati Uniti passava minuti interminabili a decifrare etichette e ingredienti, cercando di scansare i prodotti troppo processati. In Italia ha invece trovato delle usanze alimentari più sane, dove il consumo di cibo fresco – soprattutto frutta e verdura – è un’abitudine diffusa e accessibile, non un privilegio per le classi più abbienti. Anche la lentezza che all’inizio la spaesava, è presto diventata una conquista. In un Paese dove famiglia e tempo condiviso hanno ancora un valore centrale, Clara si è ritrovata più calma e presente, capace di vivere la genitorialità con meno automatismi e più consapevolezza.
Dietro la cartolina, la fatica del cambiamento
Oggi Clara riconosce di essersi lanciata in questa nuova avventura senza sapere davvero cosa l’aspettasse al di qua dell’Atlantico, ammettendo di essersi fidata, come molti stranieri, di un’idea romantica (e poco realistica) del nostro Paese. Se però per lei e il marito l’adattamento a una società così diversa da quella americana è stato un piccolo shock, per le figlie il passaggio a un nuovo stile di vita è invece sembrato molto più naturale. Hanno subito stretto nuove amicizie, preso confidenza con un sistema scolastico differente e, ben prima dei genitori, hanno imparato la lingua. “Sono molto fluenti quando parlano l’italiano”, ha spiegato Clara.
La vera rivoluzione è però avvenuta dentro casa. Genitori meno stressati, ha sottolineato la donna, significano bambine più serene, un equilibrio che ha dato stabilità a tutta la famiglia. “In Italia si dà un valore altissimo al tempo insieme, al non riempire troppo l’agenda”, ha osservato. Una lezione che, filtrata dagli occhi di chi osserva da una prospettiva differente, può aiutarci a ricordare il valore delle cose che contano davvero.
(da Fanpage)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
E’ ALL’UNITA NEUROVASCOLARE DEL SAN FILIPPO NERI…. MAGI: “E’ UNA LOTTATRICE, SIAMO FIDUCIOSI”
Ha passato la notte “in condizioni stabili” Emma Bonino, giunta nella serata di domenica in codice rosso al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito di Roma. E questa mattina si è deciso di trasferirla alla Stroke Unit, l’unità di terapia intensiva neurovascolare, dell’ospedale San Filippo Neri, per sottoporsi a cure specializzate, adatte per la patologia che le è stata riscontrata. L’ex senatrice, affermano fonti di +Europa, è vigile,
lo è sempre stato. E gli accertamenti medici proseguono.
“Siamo fiduciosi di avere in giornata notizie di miglioramenti perché Emma è una grande lottatrice. Le mandiamo il nostro abbraccio affettuoso e la aspettiamo”, ha dichiarato il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
Bonino ha lottato a lungo con un tumore che l’aveva colpita al polmone sinistro dieci anni fa e da cui nel 2023 aveva annunciato di essere guarita. “Io non sono la mia malattia”, aveva dichiarato in quella occasione, spiegando di voler continuare a impegnarsi nelle battaglie per i diritti che hanno segnato la sua vita.
A ottobre 2024 fu ricoverata due settimane per una seria crisi respiratoria. Nel novembre 2024 la visita ricevuta nella sua casa nel centro di Roma da Papa Francesco: una foto ritraeva entrambi in sedia a rotelle, Bonino con occhiali da sole e un cappello a sostituire il turbante che ha portato negli anni della lotta contro la malattia.
Le reazioni
“Bonino è un patrimonio della nostra cultura politica e abbiamo bisogno di lei. Le siamo tutti vicini perché conosciamo la sua grande forza. È una donna straordinaria a cui va tutto il nostro
affetto”, scrive sui social il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Alfredo Antoniozzi.
“Un abbraccio forte e sincero all’amica Bonino, donna dall’energia straordinaria, combattiva e ironica. Le sono vicina con grande affetto, certa di rivederla presto in salute, pronta a tornare in prima linea con la forza di sempre”, afferma la vice presidente dei senatori del Pd, Beatrice Lorenzin.
“Emma Bonino è un’indomita lottatrice, appassionata e determinata, le sue battaglie sono patrimonio di generazioni di italiani. Spero fortemente che le sue condizioni mediche migliorino, abbiamo ancora bisogno di lei. Forza Emma”, le parole del presidente del Partito Liberaldemocratico Andrea Marcucci.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
DUE TRIONFI AL ROLAND GARROS E CAPITANO DELLA STORICA COPPA DAVIS DEL 1976
È un giorno triste per l’Italia dello sport e non solo. È morto a 92 anni a Roma Nicola
Pietrangeli, baluardo e icona del tennis azzurro, a cui ha dedicato tutta la vita scrivendo pagine memorabili di storia. È stato lui il primo giocatore a vincere uno Slam (due volte il Roland Garros nel 1959 e nel 1960) trionfando poi in Coppa Davis nel 1976 da capitano. L’ex campione, nato a Tunisi l’11 settembre 1933, era malato da tempo, ma questo non gli ha impedito di seguire i successi dei suoi eredi in campo, commentando costantemente.
Il suo nome resta legato a imprese memorabili in carriera, come quelle appunto al Roland Garros o agli Internazionali, che gli hanno permesso tra l’altro di essere per 65 anni il primatista in termini di trionfi prestigiosi, prima dell’avvento dell’era Jannik Sinner.
Morte Pietrangeli, le complicazioni della malattia e il dolore morale
Pochi mesi fa, Pietrangeli infatti aveva parlato delle sue condizioni di salute aggravatesi. Nonostante il dolore fisico e morale per la morte del figlio a 59 anni, Nicola provava ad andare avanti seppur con difficoltà. A Supertennis ha dichiarato: “Non voglio fare il drammatico, ma aspetto… e mi sa che se
piove non rimandiamo. Che ci sto a fare? Sono come una larva. Devo aver fatto qualcosa di male nella mia vita”.
Una carriera di successi e record vinti
La sua è stata una storia sportiva meravigliosa e memorabile che gli ha permesso, unico italiano a riuscirci, di entrare nella Hall of Fame del tennis mondiale. I successi, che lo hanno spinto fino al numero 3 del mondo, parlano da soli: due vittorie al Roland Garros (primo italiano a vincere un torneo dello Slam), due agli Internazionali d’Italia per un totale di 48 titoli e poi ancora la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo e quella di bronzo nel torneo di esibizione olimpico.
Impossibile dimenticare poi il suo essere un vero e proprio uomo Davis: è lui il primatista di tutti i tempi per numero di partite giocate, ben 164, con un bilancio di 78 successi e 32 sconfitte in singolare e 42 vittorie e 12 sconfitte in doppio. Curioso come, nonostante i tanti sorrisi, la prima vittoria dell’Insalatiera sia arrivata solo nel 1976, da capitano di un gruppo memorabile.
Sempre schietto e mai banale, Pietrangeli ha sempre alimentato il dibattito tennistico con posizioni forti e scomode anche su quelli che sono stati i suoi eredi in campo. Basti pensare alle sue battute e provocazioni, spesso anche forzate e tra il serio e il faceto, sul confronto con Sinner e altri campioni.
Binaghi e il ricordo di Nicola Pietrangeli e delle sue provocazioni
Il suo sarà insomma un vuoto incolmabile per tutto il movimento, come spiegato bene anche dal presidente federale Angelo Binaghi che lo ha ricordato così: “Oggi il tennis italiano perde il suo simbolo più grande, e io perdo un amico. Nicola Pietrangeli non è stato soltanto un campione: è stato il primo a insegnarci cosa volesse dire vincere davvero, dentro e fuori dal campo. È stato il punto di partenza di tutto quello che il nostro tennis è diventato. Con lui abbiamo capito che anche noi potevamo competere con il mondo, che sognare in grande non era più un azzardo. Quando si parla di Nicola, si pensa subito ai record, alle Coppe Davis, ai titoli e ai trionfi che resteranno per sempre nella nostra storia. Ma la verità è che Nicola era molto di più. Era un modo di essere. Con la sua ironia tagliente, il suo spirito libero, la sua voglia inesauribile di vivere e di scherzare, riusciva a rendere il tennis qualcosa di umano, di vero, di profondamente italiano”.
Un monumento insomma che ha dedicato tutta la sua vita al nostro tennis per Binaghi, anche quando provocava: “Gli devo
molto, come uomo e come presidente. Non solo per quello che ha fatto per la Federazione e per tutti noi, ma per come lo ha fatto: con stile, con coraggio, con quella sua irriverenza che era il segno dei veri fuoriclasse. A modo suo, Nicola non è mai cambiato: diretto, sincero, incapace di essere banale. Anche quando provocava, lo faceva con un’intelligenza che nasceva dall’amore profondo per il nostro sport. Oggi salutiamo un monumento del nostro sport, ma anche un amico vero. Uno di quelli che ti dicono le cose in faccia, che sanno farti arrabbiare e poi ridere un secondo dopo. E questo, nel mondo di oggi, vale più di mille trofei. Grazie, Nicola. Per tutto quello che ci hai dato, e per tutto quello che continuerai a rappresentare per il tennis italiano”.
La vita intensa di Pietrangeli e il miracolo sotto i bombardamenti
Molto più di un semplice sportivo o atleta. Molto più di un campione capace di raggiungere risultati eccezionali. Nicola Chirinsky Pietrangeli è stato una vera e propria colonna di un’Italia che si è immedesimata nei suoi trionfi in un periodo storico particolare. Una vita che sembrava destinata a diventare eccezionale, quella del classe 1933 nato a Tunisi, all’epoca protettorato francese, da Giulio, imprenditore di origini abruzzesi
e napoletane e appassionato di tennis, e Anna De Yourgaince, russa di nascita. Infatti il piccolo Nicola si salvò miracolosamente durante i bombardamenti e visse sulla sua pelle le conseguenze della prigionia del padre prima di trasferirsi a Roma e iniziare la sua avventura sportiva. Prima l’esperienza calcistica giovanile nella Lazio e in prestito alla Viterbese, e poi il suo grande amore, il tennis.
Personaggio totale e perfettamente a suo agio nel racconto della Dolce Vita di Felliniana memoria, Pietrangeli ha incarnato alla perfezione il ruolo dello sportivo e in particolare del tennista glamour, dividendosi anche tra campo, tv e cinema. Basti pensare che Nicola, capace di ricevere le onorificenze di Commendatore, la medaglia d’oro al valore atletico, il Collare d’Oro al merito sportivo, abbia anche ricevuto il cavalierato dell’Ordine di San Carlo a Monte Carlo.
(da Fanpage)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
ERA SOLO UN COUP DE THEATRE VOLTO A RIBADIRE PRINCIPI SOVRANISTI, NEL CASO A QUALCUNO FOSSERO SORTI DEI DUBBI. L’ORO ALLA PATRIA, LORO E LA PATRIA
La retromarcia matura dopo l’altolà dei tecnici del Tesoro. Di fronte all’alert sull’esproprio delle riserve auree e la violazione dei trattati europei, Fratelli d’Italia riscrive l’emendamento alla manovra sul trasferimento dell’oro di Bankitalia allo Stato.
Il passaggio di proprietà sparisce. Resta solo un riferimento al «popolo italiano», ma all’interno di un quadro che riconosce il ruolo insostituibile di via Nazionale nell’operare in linea con il sistema europeo delle banche centrali e la Bce. Tutto il contrario di quello che i senatori meloniani avevano sostenuto nella prima versione della proposta.
Il ripensamento spunta nel nuovo fascicolo degli emendamenti “segnalati” sotto forma di un testo 2.
L’oggetto è lo stesso: le riserve auree gestite e detenute da palazzo Koch. Ma invece di chiedere che «appartengano allo
Stato, in nome del popolo italiano», la nuova formulazione si aggancia al Testo unico delle norme di legge in materia valutaria per stabilire che la gestione della Banca d’Italia nel rispetto dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) e dell’Eurotower «si interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al popolo italiano».
Ecco allora che la riscrittura della proposta vira da un disconoscimento della titolarità sull’oro alla richiesta di un’interpretazione sul ruolo di via Nazionale, chiedendo di specificare che le riserve appartengono ai cittadini. È già così, ma i Fratelli vogliono comunque metterlo nero su bianco all’interno della legge di bilancio.
Soprattutto, però, la riformulazione del testo prende atto delle criticità messe in fila al Mef. Nella bozza del parere all’emendamento iniziale, anticipata da Repubblica, i tecnici del Dipartimento del Tesoro hanno posto l’accento proprio sulla negazione delle prerogative in capo alle istituzioni nazionali e internazionali.
La proposta di FdI — è il rilievo — limiterebbe la capacità delle banche centrali nazionali di adottare decisioni in completa
autonomia. Non solo: il trasloco delle riserve da Bankitalia allo Stato eluderebbe il divieto per la banca centrale di finanziare il settore pubblico. Per non parlare dell’esproprio che si configurerebbe.
Ma ora si cambia. «Manteniamo l’emendamento e con la riformulazione chiariamo che non c’è nessun esproprio come qualcuno invece dice», annota Lucio Malan
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
“UN ITALIANO SU DUE RITIENE CHE I GENITORI SIANO ‘PARZIALMENTE’ LIBERI DI ADOTTARE UNO STILE DI VITA ALTERNATIVO PER I FIGLI (49,7%)
Il caso della famiglia anglo-australiana che da anni viveva nei boschi di Palmoli, in
Abruzzo, ha acceso un dibattito nazionale come poche volte accade. La decisione del Tribunale dei minori di allontanare i tre figli – e temporaneamente la madre – dal padre, collocandoli in una casa protetta, ha polarizzato l’opinione pubblica su due fronti che sembrano inconciliabili: da una parte la libertà di scelta e di stile di vita alternativo, dall’altra la protezione e i diritti del minore.
Secondo l’ultimo sondaggio di Only Numbers, quasi un cittadino
su due (49,8%) si schiera apertamente a favore della famiglia e contro la decisione dei giudici.
Tra i sostenitori di questa posizione ci sono i difensori dell’educazione «rurale», fatta in casa, modellata sui ritmi naturali e non su quelli standardizzati della scuola e della società.
A rendere la famiglia ancora più «simpatica» agli occhi di uparte dell’opinione pubblica è la percezione che si trattasse non di un contesto di miseria, ma di una scelta consapevole: bambini curati, genitori presenti, vita essenziale, ma non degradata. Un esperimento di autosufficienza più che un caso di abbandono.
Sul fronte opposto troviamo il 35,2% degli intervistati, convinti che la tutela del minore debba prevalere su tutto. È la parte del Paese che guarda ai fatti con occhi pragmatici: la casa giudicata fatiscente, priva di servizi essenziali; l’assenza di elettricità, acqua corrente e sicurezza strutturale comporta possibili e facili rischi concreti per la salute e l’incolumità dei bambini.
Il vulnus se vogliamo è proprio l’interpretazione del «come» questi bambini siano stati educati, curati, istruiti e inseriti nella società dai loro genitori Nathan e Catherine. Il Paese, insomma, è profondamente diviso: il 44,1% ritiene che il Tribunale dei Minori abbia oltrepassato i propri limiti; il 37,7% sostiene che
abbia semplicemente applicato le norme, come previsto dalla legge.
Tuttavia questa storia – al di là della cronaca – ci mette davanti a domande più profonde, che interpellano il nostro rapporto collettivo con la genitorialità, la libertà individuale e il ruolo dello Stato. Dove finisce il diritto dei genitori di educare secondo i propri valori e dove comincia il diritto del minore a condizioni di vita sicure e conformi agli standard sociali?
È una domanda senza risposte immediate, perché tocca la sfera più delicata dell’esperienza umana: crescere ed essere cresciuti. Non stupisce, dunque, che un italiano su due ritenga che i genitori siano «parzialmente» liberi di adottare uno stile di vita alternativo per i figli (49,7%).
Interessante il dato del target tra i 24 e i 44 anni, cioè tra chi oggi ha figli piccoli o potrebbe averli, la percentuale sale al 59,7%; e tra i 18 e i 24 anni dove la percentuale sfiora l’80% (78,9%). Segno che la generazione che si confronta ogni giorno con l’educazione è quella più sensibile alla necessità di trovare un equilibrio.
Nel campione nazionale solo il 26% sostiene invece la libertà totale dei genitori, mentre il 14,1% ritiene che debba prevalere la
norma sociale, l’insieme delle regole condivise che definiscono ciò che consideriamo accettabile per un minore nella nostra società.
Nel giudicare questa vicenda, ciascuno di noi finisce per interrogare la propria idea di infanzia, di comunità, di responsabilità. Non è – e non sarà mai – una questione di «giusto» o «sbagliato». È una questione di confini: quelli tra autodeterminazione e tutela, tra scelta personale e bene collettivo, tra natura e società. E i confini, si sa, sono sempre i luoghi più difficili da abitare; tuttavia, sono anche quelli in cui una comunità, se vuole crescere, è chiamata a guardarsi dentro – senza slogan e senza polarizzazioni – e a capire chi desidera essere «da grande».
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA DIRIGENZA DEL PARTITO HA PRESO LE DISTANZE E HA APERTO UN’INCHIESTA PER LA PARTECIPAZIONE AL CONGRESSO DI EICHWALD, CHE SUL PALCO HA SCANDITO OGNI PAROLA ARROTANDO LA R, COME FACEVA IL DITTATORE NAZISTA: “SI È ALLONTANATO DAI PRINCIPI DEL PARTITO”. BEH, A DIRE IL VERO, SI È AVVICINATO MOLTO
Esplode la polemica nel dibattito politico tedesco sulla figura di Alexander Eichwald, uno dei candidati ai vertici di “Generazione Germania”, la “fucina dei talenti” dell’ultradestra tedesca. Ieri con un discorso chiaramente ispirato ai plateali comizi di Adolf Hitler, vestito in smoking, gilet e cravatta e con i capelli lunghi fino alle spalle, Eichwald ha aizzato la platea scatenato un putiferio all’interno dell’AfD.
La dirigenza del partito ha preso esplicitamente le distanze sul contenuto e lo stile del suo discorso di candidatura, e ha aperto un’inchiesta per la sua partecipazione al congresso di fondazione della nuova organizzazione giovanile. Il leader del partito Tino Chrupalla ha affermato che “con i contenuti e i modi del suo discorso Alexander Eichwald si è allontanato dai principi del partito”.
Al congresso di Giessen Eichwald una volta salito sul podio ha iniziato a parlare scandendo ogni parola e arrotando la “R”, ricordando proprio nello stile quello del cancelliere nazista.
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO DEL GOVERNO: NON FARE UNA NUOVA GARA E APRIRE I CANTIERI ANCHE SOLO UN MINUTO PRIMA CHE SI VADA AL VOTO PER LE POLITICHE DEL 2027, IN MODO DA INCHIODARE IL FUTURO GOVERNO A DOVER ANDARE AVANTI PENA RISARCIMENTI MILIARDARI AL PRIVATO ATTUALE, IL CONSORZIO EUROLINK
Matteo Salvini mette le mani avanti: «La gara per il ponte sullo Stretto c’è stata. Rifarla
significa dire no a questa infrastruttura». E la sua uscita non è casuale. Perché dopo la pubblicazione delle motivazioni della Corte dei conti che hanno portato alla bocciatura della delibera Cipess che stanziava 13,5 miliardi per l’opera, tra i tecnici di Palazzo Chigi e del ministero dei Trasporti c’è grande preoccupazione per un punto preciso sollevato dai magistrati contabili: la lesione della concorrenza e della direttiva europea sugli appalti per aver ripescato una gara vecchia di oltre venti anni.
È stata fatta rivivere tale e quale, cambiandone però i criteri: il costo è cresciuto e la spesa oggi è tutta a carico dello Stato, mentre nel 2003 si prevedeva il peso in capo ai privati in cambio della gestione dei pedaggi.
«In questo momento la difficoltà sarà rispondere proprio a questa contestazione, che apre a danni erariali, rischio contenziosi e a procedure di infrazione dell’Unione europea», spiega un tecnico che ha avuto in mano il dossier Ponte a livello ministeriale.
Nella delibera della Corte dei conti in un passaggio, non finito sotto i riflettori nei giorni scorsi, si legge: «L’operazione economica entro cui si collocano i rapporti negoziali differisce, in maniera significativa, da quella originaria.
La significatività delle modificazioni recate sulle modalità di finanziamento appare, peraltro, di tutta evidenza ove si abbia riguardo alla circostanza che, nel 2012, la realizzazione dell’opera — con le inevitabili conseguenze sui rapporti contrattuali — è stata interrotta proprio per l’impossibilità di
reperire idonei capitali sul mercato».
Insomma, quello della Corte dei conti non è un dubbio ma una certezza: l’appalto va rifatto e per loro questo «è di tutta evidenza».
Tra Palazzo Chigi e il Mit, in via del tutto informale, si è discusso di cosa accadrebbe se si dovesse fare una nuova gara. Al di là dei tempi, la preoccupazione maggiore ha a che fare con le aziende straniere che potrebbero arrivare da Cina, America e Giappone, a discapito magari di quelle italiane. Non a caso comunque domani a Palazzo Chigi è convocata una riunione.
Il governo cercherà in tutti i modi di tenere l’iter sui binari già scelti: e cioè non fare una nuova gara e aprire i cantieri anche solo un minuto prima che si vada al voto per le politiche del 2027, in modo da inchiodare il futuro governo, qualsiasi colore avrà, a dover andare avanti pena risarcimenti miliardari al privato attuale, il consorzio Eurolink.
Ma i timori che quanto scritto della Corte dei conti faccia saltare il banco ci sono.
Da qui l’ennesimo annuncio della posa della prima pietra, promessa dal segretario del Carroccio prima nella primavera del 2024, poi in quella del 2025 e adesso il prossimo anno:
«Supereremo le perplessità che la Corte dei conti ci ha sottolineato, e invece di partire come avrei desiderato entro novembre-dicembre di quest’anno con i cantieri vorrà dire che partiremo nel 2026».
(da Repubblica)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA SERATA INAUGURALE DELLA NUOVA STAGIONE SINFONICA DEL TEATRO, ALLA FINE DELL’ESIBIZIONE DI ORCHESTRA E CORO, DIRETTI DA IVOR BOLTON, NUOVA PIOGGIA DI VOLANTINI DAI PALCHI
Anche venerdì, serata inaugurale della nuova stagione sinfonica della Fenice di Venezia, sono andate in scena proteste da parte degli spettatori di palchi e platea. Prima dell’inizio del ‘Canto del destino’ di Brahms, gli spettatori hanno acceso le torce dei loro telefonini. Alla fine dell’esibizione di orchestra e coro, diretti da Ivor Bolton, nuova pioggia di volantini dai palchi.
Oltre alla querelle sulla direttrice musicale Beatrice Venezi e alla contrapposizione col sovrintendete Nicola Colabianchi, il nuovo fronte di scontro dei lavoratori della Fenice riguarda la mancata corresponsione dell’acconto del welfare, deciso all’unanimità dal Consiglio di indirizzo della Fondazione. Per sindacati e i 300 lavoratori si tratta di “una ritorsione”.
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA NUOVA STRATEGIA DEL VIMINALE: DA MESI IN CENTINAIA SONO COSTRETTI A VIVERE NEI MAGAZZINI DEL PORTO VECCHIO
Felpe, magliette, coperte appese a una ringhiera. Odore di legna bagnata. Un filo di
fumo. Sulla banchina, cose e persone stese ad asciugare. Dopo due giorni di bora è tornato il sole a Trieste. E c’è una comunità nascosta, resa volutamente invisibile, che viene fuori a cercare calore e conforto che un pallido sole regala. A pochi minuti da piazza dell’Unità, dai caffè con nostalgie asburgiche e dai locali acchiappaturisti, a pochi passi dalle vie dello shopping, da Comune, grandi banche e prefettura, si sono centinaia di persone costrette a vivere accampate nei magazzini del Porto Vecchio di Trieste.
La polvere sotto il tappeto
Richiedenti asilo e aspiranti tali arrivati dopo mesi di di viaggio lungo la rotta balcanica, dublinanti espulsi dal Nord Europa e rispediti in Italia, Paese primo ingresso che di loro si è disinteressata e adesso di nuovo li abbandona, marginali, homeless, transitanti. Uomini e ragazzi per lo più, tutti obbligati dall’inadempienza istituzionale a dormire all’addiaccio, a sopravvivere grazie alle reti di solidarietà che a Trieste sono macchina che funziona, nascosti come polvere sotto il tappeto. Sono 180-200, fra cui almeno un’ottantina di persone che hanno già presentato richiesta asilo, più di cinquanta che non riescono a
farsi ricevere per farlo. I numeri li ha messi in fila Ics, Consorzio internazionale di solidarietà, una delle realtà pioniere dell’accoglienza diffusa a Trieste e in Italia, “ma siamo consapevoli”, dicono gli operatori che regolarmente tentano di restituire nome e diritti a quei fantasmi, “che si tratta di cifre approssimate per difetto e sempre in evoluzione”.
La frontiera rinnovata
Tutti avrebbero diritto a formalizzare l’istanza e ricevere accoglienza, per legge dovrebbero passare non più di tre giorni per l’avvio della procedura, ma in realtà c’è da affrontare un calvario di mesi di tentativi. Identica attesa a cui è obbligato chi, dopo innumerevoli appuntamenti cancellati, giornate e giornate passate fuori dalle questure, riesce finalmente a presentare la richiesta, ma dall’accoglienza – che non è gentile concessione, ma obbligo di legge – rimane fuori comunque.
Perché i posti non ci sono, perché nessuno, salvo le associazioni, informa i diretti interessati che ne avrebbero diritto, perché c’è un nuovo, efficacissimo muro di gomma, che negli ultimi mesi è stato tirato su a Nord Est, nel triangolo fra Trieste, Gorizia e la frontiera. Quella che non dovrebbe esserci, ma dal 2023, per decisione del Viminale, è tornata e, a dispetto delle
rassicurazioni in senso contrario del ministro Tajani, di recente è stata rinnovata nell’assai costosa scenografia dei valichi Fernetti e Rabuiese, con camionette, sbarre e check-point da Guerra fredda, tornati su metà della carreggiata. In uscita, non c’è alcun controllo. “Una costosa sceneggiata”, l’ha definita il centrosinistra locale.
Flussi ininterrotti e rotta sempre più violenta
Basta allontanarsi pochi chilometri, arrivare ai valichi secondari, percorrere i sentieri del Carso, per accorgersi che il passaggio non si è mai interrotto. È solo molto più costoso, difficile, pericoloso, organizzato. Dove un tempo c’erano – e neanche sempre – i passeurs (facilitatori dell’attraversament), adesso sono arrivati i trafficanti. “Da quando nell’ottobre 2023 i controlli sono stati ripristinati, non solo fra Italia e Slovenia, ma a cascata lungo altre frontiere attraversate dalla rotta, ad aumentare sono stati soprattutto i servizi offerti dagli smugglers (trafficanti organizzati, ndr) e il controllo anche violento che esercitano sulle persone” – spiega Alessandro Papes di IRC, international rescue committee, che insieme alla Diaconia valdese raccoglie dati sugli ingressi a Trieste in base alle persone fisicamente incontrate. “I passaggi sono diventati quindi sempre più invisibili e veloci”. Anche perché gli smugglers si adeguano ai controlli, modificano i percorsi e i punti di ingresso, li moltiplicano. “Ad esempio, abbiamo la percezione che sempre più persone in questo momento puntino su Gorizia. Lì però non c’è una rete che permetta un reale monitoraggio”. E allora tocca incrociare i dati sugli ingressi in Slovenia e quelli registrati in strada a Trieste, il più delle volte in piazza Libertà e al centro diurno, cuori dell’accoglienza civica in città.
Fra Frontex e la realtà
Una contrazione c’è stata – di circa il 34%, dato assai lontano dal 60% calcolato da Frontex nei primi sei mesi del 2025 – e sulla rotta si viaggia comunque. Afghani per lo più, inclusi nuclei familiari allargati con due o più generazioni che si mettono in cammino. “Quest’anno ne abbiamo incontrati quasi tremila, tra cui una quarantina di famiglie, e un totale di 703 minori”. Turchi, curdi, bengalesi e pakistani, sempre più nepalesi, fra cui un piccolo esercito di donne sole, ancor più esposte degli uomini alle crescenti angherie e vessazioni che si registrano su una rotta solo più invisibile.
Campi ufficiali come Bihac, in Bosnia, sono tappa sempre più rara, mentre squat, capannoni, ruderi diventano prigioni§ nformali, teatro di violenze sempre più organizzate e sistematiche. Torture e pestaggi in videocall per estorcere ai familiari di chi transita ulteriore denaro non sono più eccezione, ma norma. “Diversi report”, aggiunge Papes”, attestano l’utilizzo e il trattenimento sempre più frequenti in posti informali e abbandonati, sia da parte degli smugglers, sia da parte di alcune polizie di frontiera”.
Il confine in città
Il vero muro oggi è in città, dove la nuova strategia della deterrenza si maschera da lassismo amministrativo. È ormai diffusa in Italia, con code che si allungano per giorni e notti davanti agli uffici delle Questure, tanto da costringere gli avvocati di diverse città a diffide, class action e altre iniziative legali. Tra Trieste e Gorizia, con talvolta anche Monfalcone a giocare di sponda, la forma è quella di un cinico ping pong.
Uno dei certificati di invito alla presentazione per la formalizzazione della domanda d’asilo con cancellature che testimoniano i multipli rinvii
“A Trieste mi hanno detto che se voglio presentare domanda devo prima fare far aggiustare il telefono, non si può, l’ho fatto vedere, ma loro mi hanno mandato via lo stesso”. Una barba
sottile che non riesce a invecchiare il viso scavato, quasi divorato da due occhi enormi, Ahmed si guarda attorno perso, mentre Ghulam, pakistano anche lui, mostra uno smartphone nuovissimo. “L’ho preso perché sapevo che solo così avrei potuto vedere la mia famiglia, ma mi hanno detto che è troppo nuovo, quindi non va bene perché non ci sono dati da controllare”. È da tempo ormai che i telefoni sono diventati parte della procedura di controllo.
Da un anno ormai, basta una ricerca che riguardi un’altra città, una posizione fissata su Google Maps, una foto per essere mandati via e invitati a presentarsi altrove. “È una prassi totalmente illegittima”, dice Gianfranco Schiavone, fra i fondatori di Ics. “La presentazione della richiesta asilo è un diritto, un telefono rotto, troppo vecchio, troppo nuovo o delle ricerche on line non possono essere ostative”. E neanche l’avere o meno il passaporto.
Il girone dantesco dei passaporti
Faisal non aveva il tempo di chiederlo, aspettare mesi, né poteva permettersi il lusso di far sapere alle autorità di avere intenzione di fuggire dal Pakistan. “Lavoravo per una Ong che si occupa di diritti delle donne pashtun, ma la nostra attività non era gradita”.
Raid negli uffici, minacce, pestaggi. “Ho mandato mia moglie e le mie figlie in campagna e sono partito”. Iran, Turchia, Grecia, poi la traversata lenta dei Balcani, a Trieste è arrivato a inizio ottobre. “Ci ho messo quasi tre settimane a farmi ricevere in questura, ho spiegato di non avere il passaporto e mi hanno detto di presentare una denuncia di smarrimento, pena l’impossibilità di chiedere asilo. Ho chiesto di farla lì, ma mi hanno detto che non si non si poteva”.
Pur perplesso, lui ci ha provato davvero. Ha girato per commissariati e stazioni dei carabinieri e tutti hanno – comprensibilmente – allargato le braccia. “Sono tornato in questura e mi hanno nuovamente mandato via”. Non è un ragazzino Faisal, ha più di cinquant’anni e di notte nei magazzini non c’è coperta che protegga da gelo e umido. Fra la documentazione che tiene ordinata in una cartellina di plastica ci sono anche diversi certificati medici che raccontano come il freddo stia lentamente compromettendo polmoni e bronchi. Ma deve continuare a dormire all’addiaccio. Senza formalizzazione della domanda, o invito per presentarla in accoglienza non si entra
“Non ti hanno fatto la foto, vero?”, gli chiede un ragazzo accanto
a lui. E non si riferisce al fotosegnalamento, che della procedura è prassi. “Molte persone raccontano che in questura esiste una chat informale in cui circolano le foto di quelli che vengono considerati troppo insistenti. Quando li vedono in fila, li mandano via senza neanche dar loro il tempo di parlare”, dice uno dei mediatori al Centro diurno.
Richieste illegittime, respingimenti e burocrazia creativa
Per chi a Trieste passa per fermarsi o per restare, il Centro diurno è l’unico posto – interamente gestito dalle associazioni – in cui, durante il giorno, chi ha bisogno possa trovare riparo, vestiti asciutti, docce, medici per una visita, operatori per informazioni, supporto, assistenza, volontari per una parola di conforto, un tè, dei biscotti, corsi di italiano. E in cui quotidianamente arrivano sconfitti tutti quelli che inutilmente sono rimasti per ore al gelo davanti alla questura in attesa di poter presentare la domanda.
“Non abbiamo numeri precisi perché le autorità preposte si sono sempre rifiutati di darceli, ma calcoliamo che quotidianamente venga permesso a meno di una decina di persone di entrare in Questura per provare a presentare richiesta d’asilo. Meno della metà ci riescono”, spiega Schiavone, che quotidianamente aggiorna la lista delle persone per cui è necessario mandare un
pec di sollecito alla questura. “Ma ormai neanche questo basta, quindi stiamo pensando ad altre iniziative legali”.
Nel caso di S.R, di cui per questioni di sicurezza si indicano solo le iniziali, è stato necessario chiamare in causa il tribunale di Trieste. Ventitré anni, nepalese, R. è arrivato in Europa legalmente, con un permesso di soggiorno temporaneo in Croazia, da lì si è spostato in Italia, dove ancora prima della scadenza dei suoi documenti, ha presentato richiesta d’asilo. Ma autonomamente – e senza alcun riferimento di legge che lo giustifichi – la Questura ha deciso che non poteva farlo e gli ha intimato di rientrare in Croazia entro sette giorni, pena l’espulsione “con destinazione fuori dal territorio dell’Unione Europea”. Un provvedimento che anche il tribunale ha ritenuto fin troppo creativo, tanto da intimare alla questura con provvedimento urgente di formalizzare immediatamente la richiesta d’asilo di R., così come le pratiche necessarie per l’inserimento in accoglienza. Quando mostra orgoglioso il suo modello C3 fresco di stampa, il verbale con cui viene formalizzata la richiesta asilo che poi toccherà alla commissione territoriale valutare, gli occhi gli brillano. “Adesso basta dormire al freddo”
Il silenzioso esodo dei nepalesi
Ma è uno dei fortunati. Soprattutto fra i nepalesi, che da almeno due anni scappano da un sistema divorato dalla corruzione, sempre più iniquo, dove la casta di nascita è una condanna. Talvolta, anche a morte. La stessa che spesso affronta chi si ribella. A settembre, un’ondata di proteste è costata la morte a più di ottanta manifestanti. L’Italia non considera il Nepal un Paese sicuro, eppure “il 95 per cento delle richieste di protezione internazionale, tra cui quelle di donne, viene rigettato”, spiega la psicologa Enkeleida Saraci, che si occupa di donne in situazioni di vulnerabilità.
Del circuito di tratta che coinvolge le nepalesi si sa ancora poco, secondo i primi dati sembra orientato sia allo sfruttamento lavorativo che sessuale, ma di certo ci sono decine di donne che subiscono sistematici abusi. “Incidenti”, li chiamano, senza scendere troppo nei dettagli. Eppure per loro anche la sola presentazione della domanda d’asilo è una lotteria.
Dopo mesi di inutili tentativi, molti provano a bussare alla Questura di Gorizia. Dove la strategia è diversa, ma l’esito è identico.
La burocrazia levantina di Gorizia
“Guarda qui, sette volte mi hanno detto di tornare. E sette volte mi hanno rinviato ad altra data”. Sul foglio che mostra Dinesh ci sono sette date cancellate e poi un’altra, che promette un appuntamento fra un mese per formalizzare finalmente la domanda d’asilo. Ne sono passati già due da quando è arrivato in Italia, almeno cinque da quando è atterrato in Romania con un visto e la certezza di avere un lavoro. Così gli avevano assicurato i dipendenti dell’agenzia a cui si era rivolto, indebitandosi pur di avere una prospettiva.
“In Nepal per chi come me è di una casta bassa non c’è futuro. Anche se abbiamo finito le scuole non troviamo lavoro, siamo costretti alla fame o arrangiarci. La corruzione sta divorando il Paese”. Lui voleva di più, per questo ha creduto a chi – a caro prezzo – gli ha promesso che in Romania avrebbe trovato alloggio, impiego e salario degno. Ma all’arrivo non c’era nulla di tutto ciò. “Per giorni ho dormito in strada. Poi ho incontrato un connazionale, mi ha detto che cercavano persone in un cantiere e siamo andati lì. Ci pagavano qualcosa, ma la polizia ha fatto un controllo e ci hanno mandati via”. Anche Abinash ha un percorso simile alle spalle e un identico elenco di scarabocchi e rinvii sul foglio che la Questura gli ha rilasciato per invitarlo a
presentarsi per la formalizzazione della domanda d’asilo. L’ultima volta – l’ottava – ha chiesto agli agenti di indicare una data certa, gli è stato detto che sarebbe stato possibile solo in caso di rinuncia all’accoglienza. Un ricatto che la procedura non prevede, né concepisce, ma l’informativa legale prevista per legge il più delle volte rimane sulla carta.
I fantasmi del Porto Vecchio
Che arrivino in Serbia, Croazia o Romania il copione è identico, la truffa anche. E lungo tutto il viaggio alla ricerca di un posto sicuro, identiche le forme di sfruttamento. “Io – dice, mentre gli altri con lui annuiscono – voglio solo un posto in cui vivere e lavorare in pace”. Ma per adesso sono solo fantasmi, costretti a vivere negli stanzoni dei magazzini del Porto Vecchio.
Nessuno li usa più da decenni, sono stati progressivamente abbandonati quando tutte le attività sono state spostate al Porto Nuovo, verso Muggia. Ma le strutture sono rimaste sostanzialmente integre. Il freddo è meno intenso rispetto all’esterno, i vetri alle finestre – miracolosamente quasi tutti integri – proteggono dalla bora, che però testarda entra da porte divelte e infissi bucati. Non c’è acqua, né luce, come non c’è nel magazzino occupato dai pakistani, a circa sei palazzoni di
distanza. O in quello degli afghani, poco lontano. Scappano dai talebani, sarebbero rifugiati naturali, eppure anche loro faticano addirittura a chiedere asilo. Ci si divide per nazionalità, un fuoco alimentato da pezzi di truciolato diventa cucina per cuocere il pane e riscaldare le ossa. La notte cala rapida. E domani sarà tempo di provare ancora, aspettare ancora, insistere ancora nel chiedere aiuto.
(da Fanpage)
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