Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
LO SPETTRO DELLA DISGREGAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA
Uno spettro si aggira per il vecchio continente: è quello della disgregazione dell’Unione
Europea. Nel suo recente non-paper, dal titolo «Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva», il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «Stati autoritari» che, in modo «subdolo», alimentano la «delegittimazione» dei processi democratici interni e delle «alleanze sovranazionali come l’Ue». Il ministro ha fatto i nomi: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Ma c’è un convitato di pietra: a minare l’Unione Europea, insieme a Putin, c’è anche l’America di Donald Trump e dei suoi suggeritori strategici, a partire dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore che ha prodotto il «Project 2025». Si tratta del documento programmatico che Trump ha adottato per affermare la supremazia presidenziale, sopprimendo molti degli anticorpi che la Costituzione Usa ha creato a protezione della democrazia.
Lo smembramento dell’Unione Europea è da vent’anni uno degli obiettivi strategici della Heritage Foundation. In tempi più recenti la Foundation ha sviluppato un’alleanza con quelle stesse associazioni e amministrazioni dell’ultradestra sovranista europea coltivate da Vladimir Putin.
L’alleanza anti Ue
Per decenni il leader russo ha usato le forniture di gas per esercitare un’influenza politica sui singoli Stati membri dell’Ue e, dopo l’invasione della Crimea, ha fatto leva sulla dipendenza della Germania da quel gas (il 50% dei consumi fino al 2022) per spingerla a opporsi a sanzioni più severe chieste dagli Stati confinanti con la Russia. Così come oggi Putin sta usando la dipendenza dell’Ungheria dal suo petrolio per spingere Orbán a mettere i bastoni tra le ruote di una politica unitaria continentale.
Ma un’Unione Europea forte si scontra anche con la strategia dell’America First sostenuta da Donald Trump, che ha tutto l’interesse a indebolire il coordinamento istituzionale e il potere collettivo europeo. La miglior riprova di questa apparentemente paradossale coincidenza di interessi tra Putin e Trump è stata fornita dalla Brexit. L’uscita dalla Ue della Grand Bretagna è stata infatti fortemente sostenuta da entrambi. Ed entrambi hanno usato lo stesso canale per favorirla: Nigel Farage, il politico inglese che il presidente americano continua ancora oggi a sponsorizzare e il cui fedele luogotenente Nathan Gill è stato appena condannato a 10 anni per essere stato portatore della propaganda del Cremlino sulla guerra in Ucraina
A febbraio di quest’anno Donald Trump ha dichiarato senza alcuna remora diplomatica che «l’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti: quello è il suo scopo» (qui) e che «è per molti versi peggio della Cina». Si potrebbe pensare che si tratti di esternazioni tipiche del personaggio, ma gli stessi promotori del manuale strategico di Trump ritengono la Ue un avversario da smantellare.
Heritage Foundation: il programma
L’attività anti Ue della Heritage Foundation, che ricordiamo è considerato il centro studi ultraconservatore più grande e influente a livello internazionale, è diventata più esplicita negli ultimi 20 anni, con un’accelerazione dal 2022. Passiamo in rassegna fatti e documenti.
Giugno 2005: l’ex vicedirettore per le comunicazioni strategiche della Heritage Foundation Lee Casey scrive: «Dal punto di vista degli Stati Uniti, la mancata approvazione della Costituzione Europea ai referendum in Francia e Olanda rappresenta un duro colpo allo stesso progetto europeo (…). Ed è giunto il momento che i politici americani mettano in discussione tale progetto».
Dicembre 2006, in un rapporto intitolato «L’Ue è amica o nemica dell’America?», il ricercatore della Heritage Foundation John Blundell scrive: «Le differenze politiche tra Europa e Stati Uniti si sono moltiplicate e approfondite. (…) non c’è alcun motivo per cui gli Stati Uniti, che hanno fatto da levatrice alla nascita di questo neonato politico, non debbano svolgere un ruolo nella sua scomparsa» .
Febbraio 2007, il dirigente Nile Gardiner scrive: «La crescente centralizzazione politica dell’Europa rappresenta una minaccia fondamentale per gli interessi degli Stati Uniti . Nulla è mai certo nella storia. La spinta verso un’Unione sempre più stretta può ancora essere fermata».
I soci europei
Nel 2020 il primo ministro dell’Ungheria, Victor Orbán, grande nemico dell’integrazione europea, cede una quota del 10% della compagnia petrolifera ungherese Magyar Olaj (Mol) al Mathias Corvinus Collegium (Mcc), un centro studi schierato su posizioni di chiaro euroscetticismo. Ed è soprattutto dagli utili della Mol, per lo più dovuti alla vendita di petrolio russo, che arrivano i finanziamenti annuali del Collegium. L’emittente tedesca Zdf ha calcolato che nel solo 2023 ha ricevuto da Mol 50 milioni di euro in dividendi
A novembre 2022, in un discorso tenuto a Budapest davanti un pubblico di euroscettici ungheresi, il presidente della Heritage Kevin Roberts afferma: «Lo Stato-nazione ha due principali avversari, da un lato c’è il nemico che viene dall’alto: le§ organizzazioni sovranazionali dall’altro c’è il nemico che viene dal basso: i propagandisti woke (…). E non esiste una cricca di élite globalista più pericolosa dei totalitari woke di stanza a Bruxelles.» (qui). Il 19 settembre 2024 l’Heritage organizza una conferenza a Varsavia per contrastare il «pericoloso progetto» di consolidamento della Ue assieme al think tank euroscettico polacco Ordo Iuris. Come il confratello ungherese, anche l’Ordo Iuris ha legami con Mosca tramite il World Congress of Families, associazione finanziata dall’oligarca russo Konstantin Malofeev e strettamente legata al politologo putiniano Aleksandr Dugin (qui). Lo stesso sito di Ordo Iuris scrive che «al termine della conferenza sono state prese alcune decisioni preliminari su attività congiunte da intraprendere» (qui)
2025: si scoprono le carte
E veniamo a quest’anno. Pochi giorni dopo il suo insediamento Trump dichiara pubblicamente: «Gli europei sono come i democratici, ci odiano (…) per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e spogliato (…). Denunceremo l’Unione Europea.».
L’11 marzo l’Heritage Foundation riunisce a Washington alcune delle maggiori associazioni euroscettiche d’oltreatlantico per discutere di come riformare le attuali strutture dell’Ue. In quell’occasione, in un «workshop a porte chiuse» si dibatte un rapporto prodotto da Mcc e Ordo Iuris intitolato «Il Great Reset: ripristinare la sovranità degli Stati membri nel XXI secolo». Il documento invoca «lo scioglimento dell’Ue nella sua forma attuale»
Nell’aprile 2025, il dirigente dell’Heritage Foundation Nile Gardiner elogia Trump dicendo che «è l’unico presidente americano ad essersi opposto attivamente al progetto europeo»
Il 1 maggio, a un mese dal ballottaggio delle elezioni presidenziali polacche, in un incontro nello Studio Ovale Donald Trump fa l’endorsement a Karol Nawrocki, il candidato euroscettico e contrario a una maggiore integrazione europea (qui). Pochi giorni dopo, in un convegno a Varsavia, la segretaria alla Sicurezza Interna americana Kristi Noem, elogiando pubblicamente Nawrocki, esorta i polacchi a votare per lui. La rivista online DeSmog, che ha ottenuto un file audio dell’evento, scrive: «I relatori hanno parlato in termini apocalittici del futuro dell’Unione Europea e uno di loro ha promesso di “liquidare” la Commissione Europea».
110 milioni di dollari contro Bruxelle
L’agenzia di stampa britannica Reuters rivela che in quegli stessi giorni una delegazione del Dipartimento di Stato incontra a Parigi alti funzionari del Rassemblement National di Marine Le Pen, il partito più euroscettico della Francia (qui). La delegazione è guidata da Samuel Samson, il funzionario dell’Ufficio per la democrazia, i diritti umani e il lavoro (Drl) del Dipartimento di Stato. Samson fa parte di un gruppo di giovani ultraconservatori che stanno scalando i ranghi dell’amministrazione Trump. Nella pagina Substack del Drl Samson scrive: «Il regresso democratico dell’Europa inficia la sicurezza e l’economia americana, oltre che i diritti di libertà di espressione dei cittadini e delle aziende americane»
Poche settimane dopo, in un’intervista a Fox News, il presidente dell’Heritage Kevin Roberts dichiara: «Siamo all’inizio di un’era d’oro, non solo per gli Stati Uniti – un’era d’oro di autogoverno in tutto il mondo, in particolare in Europa. Pensiamo a Santiago Abascal, leader del partito Vox in Spagna, pensiamo a Nigel Farage, che probabilmente sarà il prossimo primo ministro del Regno Unito» (qui a 3’31”). Farage è il principale promotore della Brexit e Abascal è tra i leader europei che più invocano «un cambiamento di rotta radicale nell’Ue» nel nome della «sovranità nazionale»
Consultando gli archivi dell’agenzia delle entrate americana e i documenti del Parlamento europeo, Giorgio Mottola di Report ha scoperto quanto hanno investito in Europa negli ultimi 5 anni i maggiori think tank conservatori statunitensi: 109,8 milioni di dollari, con un vertiginoso aumento di flussi a partire dal 2022.
Un modello europeo forte potrebbe essere di intralcio al modello americano sulla scena internazionale (…) mentre per Mosca un’Europa divisa consente più libertà di trattare da una posizione di forza con i singoli Paesi Ue
La coincidenza di interessi
Raphaël Kergueno, ricercatore di Transparency International fa notare che «La maggior parte di queste organizzazioni non è iscritta nel registro delle lobby dell’Ue, vuol dire che non è dato sapere come spendano le loro risorse e quali siano i loro obiettivi. Possiamo solo monitorare il numero di incontri segnalati dai deputati europei, e sappiamo che con l’arrivo di Donald Trump ha registrato un forte aumento». Il fatto che gli interlocutori europei preferiti da Putin siano gli stessi di quelli dei Maga non può essere ritenuto casuale: «Per entrambi un’Europa liberal-democratica unita e funzionante rappresenta
§una minaccia». Secondo i più esperti analisti, un modello europeo forte potrebbe essere di intralcio al modello americano sulla scena internazionale, e Washington non vuole competitor; mentre per Mosca un’Europa divisa consente più libertà di trattare da una posizione di forza con i singoli Paesi Ue, e di influenza sui suoi ex vicini sovietici.
Milena Gabanelli e Claudio Gatti
(da corriere.it)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
A GAZA DAL 10 OTTOBRE SONO STATI UCCISI 354 PALESTINESI
Sembra che ci siamo dimenticati di Gaza. Dopo tante manifestazioni a sostegno della Palestina che hanno riempito di grandi folle le strade italiane come quelle di molte altre parti dell’Italia e del mondo, dopo tanto parlare e scrivere, dopo che la distruzione di Gaza e l’uccisione di tante migliaia di palestinesi erano diventate l’argomento del giorno nelle nostre scuole, nelle nostre università, nei nostri talk show televisivi, a partire dal 10 ottobre, data di inizio della tregua, su Gaza e sulla questione palestinese è sceso il silenzio, o almeno qualcosa di molto simile al silenzio.
Forse perché la tregua regge? Perché non ci sono più bombardamenti sulla Striscia martoriata di Gaza? Non è così, la tregua regge, ma una tregua che consente ancora bombardamenti e uccisioni. Dal 10 ottobre ad oggi sono stati uccisi 354 palestinesi. Sembra poco, se paragonati ai numeri precedenti, ma provate ad immaginarveli tutti in fila, nei loro sudari.
O forse perché i rifornimenti bloccati alla frontiera sono stati lasciati passare, la popolazione rifornita di cibo ed acqua, i medicinali tornati in ciò che resta degli ospedali? Non è così, Israele apre e chiude i valichi, e le chiusure corrispondono ai momenti di tensione, quasi i rifornimenti fossero in realtà ostaggio dello svolgimento delle operazioni legate alla tregua. Non restituisci tutte le salme degli ostaggi, noi teniamo in ostaggio cibo, acqua, medicine sembra dire la chiusura a singhiozzo dei valichi.
Ma gli ostaggi sono tornati, e con loro sono stati liberati i prigionieri palestinesi chiusi nelle carceri di Israele. È un risultato importante. Che gli ostaggi nascosti da Hamas nei tunnel di Gaza tornino alle loro famiglie, che si possano seppellire i morti, è cosa che ha fatto tirare un sospiro di sollievo ad Israele, come ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai
palestinesi la liberazioni di famigliari spesso detenuti sulla base di semplici sospetti e in condizioni che gli ultimi scandali ci hanno rivelato non aver poi molto da invidiare a quelle degli ostaggi israeliani di Hamas.
Eppure, sia Gaza che Israele hanno accolto con speranza e favore la tregua. Perché ha significato l’idea, almeno l’idea, di non essere più in guerra. Ma più le settimane passano, più questo sollievo diminuisce, più le speranze sfumano. Ma se possiamo capire e condividere il sollievo che la tregua ha procurato ad israeliani e palestinesi, riesce meno facile capire perché anche il mondo sembra credere che tutto stia andando per il meglio.
Le grandi manifestazioni, importanti nonostante le sbavature politiche e gli accenni antisemiti, sembrano aver dato luogo al vecchio copione dei gruppi sociali che se la prendono a caso con tutti quelli che considerano espressione del “potere”, come dimostra la devastazione di questo giornale, devastazione che di “Pro-Pal” ha solo il nome e ci ricorda invece l’inizio del fascismo un secolo fa, con gli attacchi e le devastazioni squadriste a l’Avanti, l’organo del Partito Socialista.
Sul fronte dell’alta politica, gli Stati dell’Ue tacciono, o sono invece impegnati a disquisire sull’antisemitismo crescente, senza
vedere che soprattutto di una conseguenza di quanto succede si tratta, non di una sua spiegazione. Solo Trump e in parte i Paesi arabi insistono, e per motivi loro, tutti diversi. E se fosse tutto, sul fronte mediorientale, si potrebbe anche trarre un sia pur piccolo sospiro di sollievo.
Ma, intanto, se Gaza non è più sulle bocche di tutti, la Cisgiordania è in fiamme, e non solo ad opera dei coloni che aspettano il Messia sbarazzandosi dei palestinesi e distruggendone case e campi, ma ormai direttamente ad opera dell’esercito. I video che ci arrivano mostrano episodi che suscitano in noi una sorta di inorridita incredulità, come quello dei due palestinesi – terroristi o no, che importa, dal momento che si arrendevano con le mani alzate? – assassinati a sangue freddo dai militari. A Gaza è subentrata la Cisgiordania, ma sembra che non susciti nel mondo una pari indignazione. O forse, l’indignazione è a tempo, ad un certo punto si esaurisce, la clessidra ha versato tutta la sua sabbia, parliamo d’altro.
Si parlasse almeno dell’altro fronte di guerra, quella scatenata dallo Zar della Russia. Ma di quella si è già smesso di parlare da tempo. E non perché fosse arrivata la questione di Gaza, evidentemente. È perché l’attenzione di chi vive tranquillo nel§tepore della sua casa è limitata. La abbiamo consumata già tutta? E su quanto succede oggi in Cisgiordania, niente o poco da dire?
(da La Stampa)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
“LA DETERRENZA SI OTTIENE ANCHE GRAZIE AD ATTACCHI PREVENTIVI”
“La Nato sta valutando un attacco preventivo contro la Russia in risposta agli attacchi
ibridi. Forse dovremmo essere più aggressivi del nostro avversario”. Lo ha dichiarato al Financial Times l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato Militare della Nato. “Stiamo valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo, piuttosto che reagire”, ha affermato Dragone. Alcuni diplomatici, soprattutto provenienti dai paesi dell’Europa orientale, chiedono all’Alleanza di smettere di limitarsi a “reagire” e di contrattaccare.
Secondo l’ammiraglio italiano, un “attacco preventivo” può essere considerato “azione difensiva”. Tuttavia, “questo va oltre il nostro solito modo di pensare e di comportarci”, ha osservato. “Forse dovremmo agire in modo più aggressivo del nostro avversario, le domande riguardano il quadro giuridico, la giurisdizione: chi lo farà?”, ha aggiunto.
Il Financial Times cita la missione Baltic Sentry della Nato, che pattuglia il Mar Baltico e ha impedito il ripetersi di incidenti dovuti al taglio dei cavi. “Dall’inizio dell’operazione ‘Baltic Sentry’ non è successo nulla. Questo significa che la deterrenza funziona”, ritiene Dragone. Tuttavia, ha ammesso che uno dei problemi è che i paesi della Nato hanno “molti più vincoli rispetto ai nostri avversari, a causa di etica, leggi e giurisdizione”. “Non voglio dire che questa sia una posizione perdente, ma è più complicata di quella del nostro avversario”, ha valutato l’ammiraglio. “Dobbiamo analizzare a fondo come si ottiene la deterrenza: attraverso azioni di ritorsione o attraversoun attacco preventivo?”, ha concluso il capo del Comitato Militare della Nato.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
“VIVIAMO IN UN PAESE CHE SCEGLIE DI SPEGNERSI”
Fanpage.it pubblica la lettera di una donna di 37 anni che ci parla del suo percorso di studi e di come, negli anni, i suoi sogni “si sono ristretti”: “Un Paese che non dà spazio ai suoi giovani è un Paese che sceglie di spegnersi lentamente”.
Pubblichiamo la lettera che ci ha inviato una nostra lettrice 37enne che ci scrive da una città nel nord-Italia e racconta il suo percorso di studi e di quelli che erano i suoi sogni dopo la laurea. “Pensavo fosse l’inizio della vita adulta – ci scrive – il primo passo verso un lavoro nel mondo della cultura. Invece, da allora, ogni tentativo di costruirmi un futuro è stato un susseguirsi di porte chiuse”
La lettera di Sara
Mi chiamo Sara, ho 37 anni. Nel 2018 ho conseguito la laurea triennale in Lettere, Arti e Archeologia: pensavo fosse l’inizio della mia vita adulta, il primo passo verso un lavoro nel mondo della cultura. Invece, da allora, ogni tentativo di costruirmi un futuro è stato un susseguirsi di porte chiuse.
Ho inviato decine di curriculum a musei, biblioteche, fondazioni. Ho partecipato a concorsi pubblici che sembrano progettati per non essere superati. Ho presentato la messa a disposizione nelle scuole, arrivando fino all’Ufficio Territoriale, dove nemmeno volevano aprirmi la porta. Nel frattempo ho lavorato saltuariamente in nero, come un’adolescente che deve “farsi le ossa”, mentre gli anni passavano e il mio entusiasmo diminuiva.
Nel 2020 mi è stata diagnosticata una depressione con ansia grave. Ho continuato comunque a cercare un impiego come commessa, ma paradossalmente la laurea – che avrebbe dovuto aprirmi strade – è diventata un ostacolo anche nei lavori non qualificati.
Oggi siamo nel 2025 e nulla è cambiato. I miei sogni si sono ristretti: da “lavorare in un museo di una città d’arte” a “lavorare in un luogo di cultura vicino casa”, fino all’ultima, semplice richiesta: “lavorare”.
Qualcosa avrò sbagliato anch’io, certo. Forse non mi sono formata abbastanza o, per certi lavori, mi sono formata troppo. Ma esiste anche un sistema che non permette ai giovani – e meno giovani – di mettersi alla prova, crescere, credere nelle proprie capacità.
Un Paese che non dà spazio ai suoi giovani è un Paese che sceglie di spegnersi lentamente.
(da fanpage)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
DALLA CALIFORNIA AI PORTICI DI BOLOGNA: TRA SHOCK CULTURALI E RITMI DI VITA DIFFERENTI
Quando Clara Hogan e suo marito Brian hanno deciso di lasciare la Bay Area di San
Francisco per trasferirsi a Bologna con le loro due bambine, sapevano di compiere un gesto coraggioso. Non immaginavano, però, che quel cambiamento avrebbe trasformato non solo il loro quotidiano, ma il loro stesso modo di essere genitori. In un post condiviso su TikTok, Clara ha raccontato lo sconvolgente impatto culturale con il nostro Paese, trasformando quello che doveva essere un semplice anno di studio in un percorso di riscoperta personale. “Quando siamo arrivati, è stato emozionante ma anche estenuante. Tutto era nuovo: la lingua, la cultura, il modo di vivere”, ha raccontato nella didascalia del suo post. I primi mesi in particolare sono
stati molto difficili, tra la nostalgia di casa e le lungaggini burocratiche, vero marchio di fabbrica del Made in Italy, con cui lei e il marito hanno dovuto imparare subito a fare i conti.
Da San Francisco ai portici di Bologna
Per Clara e Brian la California era un luogo ricco di opportunità. Entrambi erano riusciti a costruirsi una posizione e le prospettive di carriera apparivano molto promettenti. I ritmi frenetici e lo stress continuo sembravano però esaurire ogni loro energia e dopo la nascita delle loro figlie, i due avevano cominciato a sognare una vita diversa. Così, quando Brian ha ottenuto una borsa di studio per un Master in Business Administration a Bologna, la coppia non ci ha pensato due volte e dopo aver venduto la casa, hanno preso le loro bambine – una di sei, l’altra di tre anni d’età – e sono volati in Italia. La speranza non era solo quella di porre le basi per un nuovo futuro, ma anche di riuscire a ridefinire la propria idea di quotidianità.
Una visione un po’ ingenua del nostro Paese, spesso visto oltreoceano come un luogo di vita lenta e agreste, dove la gente passa le giornate a sorseggiare ottimi cappuccini sui tavolini dei bar delle piazze. Eppure, sebbene la realtà italiana sia molto meno “bucolica” di quanto che un americano possa pensare, per Clara e Brian l’arrivo in Emilia Romagna ha rappresentato davvero un nuovo inizio, soprattutto come genitori.
“Quando torni a lavorare?”: madre a tempo pieno spiega perché questa domanda la ferisce ogni volta
Ritrovare un ritmo più umano
A Bologna la famiglia ha scoperto un modo diverso di vivere le giornate. Ci si muove a piedi, si attraversano quartieri senza l’assillo delle auto e del traffico (almeno in confronto alle strade affollate di San Francisco), si accompagnano i figli a scuola senza la tensione che Clara dice di aver provato per anni ogni volta che usciva di casa.
A stupire la coppia è stato poi l’atteggiamento nei confronti dei più piccoli: “I bambini sono adorati e accolti ovunque”, ha scritto Clara, che probabilmente non ha ancora avuto modo di confrontarsi con il boom di matrimoni child free o le iniziative dei ristoratori che sconsigliano l’ingresso alle famiglie con figli piccoli.
Tra le sorprese più inattese, Clara ha anche citato il supermercato. Negli Stati Uniti passava minuti interminabili a decifrare etichette e ingredienti, cercando di scansare i prodotti troppo processati. In Italia ha invece trovato delle usanze alimentari più sane, dove il consumo di cibo fresco – soprattutto frutta e verdura – è un’abitudine diffusa e accessibile, non un privilegio per le classi più abbienti. Anche la lentezza che all’inizio la spaesava, è presto diventata una conquista. In un Paese dove famiglia e tempo condiviso hanno ancora un valore centrale, Clara si è ritrovata più calma e presente, capace di vivere la genitorialità con meno automatismi e più consapevolezza.
Dietro la cartolina, la fatica del cambiamento
Oggi Clara riconosce di essersi lanciata in questa nuova avventura senza sapere davvero cosa l’aspettasse al di qua dell’Atlantico, ammettendo di essersi fidata, come molti stranieri, di un’idea romantica (e poco realistica) del nostro Paese. Se però per lei e il marito l’adattamento a una società così diversa da quella americana è stato un piccolo shock, per le figlie il passaggio a un nuovo stile di vita è invece sembrato molto più naturale. Hanno subito stretto nuove amicizie, preso confidenza con un sistema scolastico differente e, ben prima dei genitori, hanno imparato la lingua. “Sono molto fluenti quando parlano l’italiano”, ha spiegato Clara.
La vera rivoluzione è però avvenuta dentro casa. Genitori meno stressati, ha sottolineato la donna, significano bambine più serene, un equilibrio che ha dato stabilità a tutta la famiglia. “In Italia si dà un valore altissimo al tempo insieme, al non riempire troppo l’agenda”, ha osservato. Una lezione che, filtrata dagli occhi di chi osserva da una prospettiva differente, può aiutarci a ricordare il valore delle cose che contano davvero.
(da Fanpage)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
E’ ALL’UNITA NEUROVASCOLARE DEL SAN FILIPPO NERI…. MAGI: “E’ UNA LOTTATRICE, SIAMO FIDUCIOSI”
Ha passato la notte “in condizioni stabili” Emma Bonino, giunta nella serata di domenica in codice rosso al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito di Roma. E questa mattina si è deciso di trasferirla alla Stroke Unit, l’unità di terapia intensiva neurovascolare, dell’ospedale San Filippo Neri, per sottoporsi a cure specializzate, adatte per la patologia che le è stata riscontrata. L’ex senatrice, affermano fonti di +Europa, è vigile,
lo è sempre stato. E gli accertamenti medici proseguono.
“Siamo fiduciosi di avere in giornata notizie di miglioramenti perché Emma è una grande lottatrice. Le mandiamo il nostro abbraccio affettuoso e la aspettiamo”, ha dichiarato il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
Bonino ha lottato a lungo con un tumore che l’aveva colpita al polmone sinistro dieci anni fa e da cui nel 2023 aveva annunciato di essere guarita. “Io non sono la mia malattia”, aveva dichiarato in quella occasione, spiegando di voler continuare a impegnarsi nelle battaglie per i diritti che hanno segnato la sua vita.
A ottobre 2024 fu ricoverata due settimane per una seria crisi respiratoria. Nel novembre 2024 la visita ricevuta nella sua casa nel centro di Roma da Papa Francesco: una foto ritraeva entrambi in sedia a rotelle, Bonino con occhiali da sole e un cappello a sostituire il turbante che ha portato negli anni della lotta contro la malattia.
Le reazioni
“Bonino è un patrimonio della nostra cultura politica e abbiamo bisogno di lei. Le siamo tutti vicini perché conosciamo la sua grande forza. È una donna straordinaria a cui va tutto il nostro
affetto”, scrive sui social il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Alfredo Antoniozzi.
“Un abbraccio forte e sincero all’amica Bonino, donna dall’energia straordinaria, combattiva e ironica. Le sono vicina con grande affetto, certa di rivederla presto in salute, pronta a tornare in prima linea con la forza di sempre”, afferma la vice presidente dei senatori del Pd, Beatrice Lorenzin.
“Emma Bonino è un’indomita lottatrice, appassionata e determinata, le sue battaglie sono patrimonio di generazioni di italiani. Spero fortemente che le sue condizioni mediche migliorino, abbiamo ancora bisogno di lei. Forza Emma”, le parole del presidente del Partito Liberaldemocratico Andrea Marcucci.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
DUE TRIONFI AL ROLAND GARROS E CAPITANO DELLA STORICA COPPA DAVIS DEL 1976
È un giorno triste per l’Italia dello sport e non solo. È morto a 92 anni a Roma Nicola
Pietrangeli, baluardo e icona del tennis azzurro, a cui ha dedicato tutta la vita scrivendo pagine memorabili di storia. È stato lui il primo giocatore a vincere uno Slam (due volte il Roland Garros nel 1959 e nel 1960) trionfando poi in Coppa Davis nel 1976 da capitano. L’ex campione, nato a Tunisi l’11 settembre 1933, era malato da tempo, ma questo non gli ha impedito di seguire i successi dei suoi eredi in campo, commentando costantemente.
Il suo nome resta legato a imprese memorabili in carriera, come quelle appunto al Roland Garros o agli Internazionali, che gli hanno permesso tra l’altro di essere per 65 anni il primatista in termini di trionfi prestigiosi, prima dell’avvento dell’era Jannik Sinner.
Morte Pietrangeli, le complicazioni della malattia e il dolore morale
Pochi mesi fa, Pietrangeli infatti aveva parlato delle sue condizioni di salute aggravatesi. Nonostante il dolore fisico e morale per la morte del figlio a 59 anni, Nicola provava ad andare avanti seppur con difficoltà. A Supertennis ha dichiarato: “Non voglio fare il drammatico, ma aspetto… e mi sa che se
piove non rimandiamo. Che ci sto a fare? Sono come una larva. Devo aver fatto qualcosa di male nella mia vita”.
Una carriera di successi e record vinti
La sua è stata una storia sportiva meravigliosa e memorabile che gli ha permesso, unico italiano a riuscirci, di entrare nella Hall of Fame del tennis mondiale. I successi, che lo hanno spinto fino al numero 3 del mondo, parlano da soli: due vittorie al Roland Garros (primo italiano a vincere un torneo dello Slam), due agli Internazionali d’Italia per un totale di 48 titoli e poi ancora la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo e quella di bronzo nel torneo di esibizione olimpico.
Impossibile dimenticare poi il suo essere un vero e proprio uomo Davis: è lui il primatista di tutti i tempi per numero di partite giocate, ben 164, con un bilancio di 78 successi e 32 sconfitte in singolare e 42 vittorie e 12 sconfitte in doppio. Curioso come, nonostante i tanti sorrisi, la prima vittoria dell’Insalatiera sia arrivata solo nel 1976, da capitano di un gruppo memorabile.
Sempre schietto e mai banale, Pietrangeli ha sempre alimentato il dibattito tennistico con posizioni forti e scomode anche su quelli che sono stati i suoi eredi in campo. Basti pensare alle sue battute e provocazioni, spesso anche forzate e tra il serio e il faceto, sul confronto con Sinner e altri campioni.
Binaghi e il ricordo di Nicola Pietrangeli e delle sue provocazioni
Il suo sarà insomma un vuoto incolmabile per tutto il movimento, come spiegato bene anche dal presidente federale Angelo Binaghi che lo ha ricordato così: “Oggi il tennis italiano perde il suo simbolo più grande, e io perdo un amico. Nicola Pietrangeli non è stato soltanto un campione: è stato il primo a insegnarci cosa volesse dire vincere davvero, dentro e fuori dal campo. È stato il punto di partenza di tutto quello che il nostro tennis è diventato. Con lui abbiamo capito che anche noi potevamo competere con il mondo, che sognare in grande non era più un azzardo. Quando si parla di Nicola, si pensa subito ai record, alle Coppe Davis, ai titoli e ai trionfi che resteranno per sempre nella nostra storia. Ma la verità è che Nicola era molto di più. Era un modo di essere. Con la sua ironia tagliente, il suo spirito libero, la sua voglia inesauribile di vivere e di scherzare, riusciva a rendere il tennis qualcosa di umano, di vero, di profondamente italiano”.
Un monumento insomma che ha dedicato tutta la sua vita al nostro tennis per Binaghi, anche quando provocava: “Gli devo
molto, come uomo e come presidente. Non solo per quello che ha fatto per la Federazione e per tutti noi, ma per come lo ha fatto: con stile, con coraggio, con quella sua irriverenza che era il segno dei veri fuoriclasse. A modo suo, Nicola non è mai cambiato: diretto, sincero, incapace di essere banale. Anche quando provocava, lo faceva con un’intelligenza che nasceva dall’amore profondo per il nostro sport. Oggi salutiamo un monumento del nostro sport, ma anche un amico vero. Uno di quelli che ti dicono le cose in faccia, che sanno farti arrabbiare e poi ridere un secondo dopo. E questo, nel mondo di oggi, vale più di mille trofei. Grazie, Nicola. Per tutto quello che ci hai dato, e per tutto quello che continuerai a rappresentare per il tennis italiano”.
La vita intensa di Pietrangeli e il miracolo sotto i bombardamenti
Molto più di un semplice sportivo o atleta. Molto più di un campione capace di raggiungere risultati eccezionali. Nicola Chirinsky Pietrangeli è stato una vera e propria colonna di un’Italia che si è immedesimata nei suoi trionfi in un periodo storico particolare. Una vita che sembrava destinata a diventare eccezionale, quella del classe 1933 nato a Tunisi, all’epoca protettorato francese, da Giulio, imprenditore di origini abruzzesi
e napoletane e appassionato di tennis, e Anna De Yourgaince, russa di nascita. Infatti il piccolo Nicola si salvò miracolosamente durante i bombardamenti e visse sulla sua pelle le conseguenze della prigionia del padre prima di trasferirsi a Roma e iniziare la sua avventura sportiva. Prima l’esperienza calcistica giovanile nella Lazio e in prestito alla Viterbese, e poi il suo grande amore, il tennis.
Personaggio totale e perfettamente a suo agio nel racconto della Dolce Vita di Felliniana memoria, Pietrangeli ha incarnato alla perfezione il ruolo dello sportivo e in particolare del tennista glamour, dividendosi anche tra campo, tv e cinema. Basti pensare che Nicola, capace di ricevere le onorificenze di Commendatore, la medaglia d’oro al valore atletico, il Collare d’Oro al merito sportivo, abbia anche ricevuto il cavalierato dell’Ordine di San Carlo a Monte Carlo.
(da Fanpage)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
ERA SOLO UN COUP DE THEATRE VOLTO A RIBADIRE PRINCIPI SOVRANISTI, NEL CASO A QUALCUNO FOSSERO SORTI DEI DUBBI. L’ORO ALLA PATRIA, LORO E LA PATRIA
La retromarcia matura dopo l’altolà dei tecnici del Tesoro. Di fronte all’alert sull’esproprio delle riserve auree e la violazione dei trattati europei, Fratelli d’Italia riscrive l’emendamento alla manovra sul trasferimento dell’oro di Bankitalia allo Stato.
Il passaggio di proprietà sparisce. Resta solo un riferimento al «popolo italiano», ma all’interno di un quadro che riconosce il ruolo insostituibile di via Nazionale nell’operare in linea con il sistema europeo delle banche centrali e la Bce. Tutto il contrario di quello che i senatori meloniani avevano sostenuto nella prima versione della proposta.
Il ripensamento spunta nel nuovo fascicolo degli emendamenti “segnalati” sotto forma di un testo 2.
L’oggetto è lo stesso: le riserve auree gestite e detenute da palazzo Koch. Ma invece di chiedere che «appartengano allo
Stato, in nome del popolo italiano», la nuova formulazione si aggancia al Testo unico delle norme di legge in materia valutaria per stabilire che la gestione della Banca d’Italia nel rispetto dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) e dell’Eurotower «si interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al popolo italiano».
Ecco allora che la riscrittura della proposta vira da un disconoscimento della titolarità sull’oro alla richiesta di un’interpretazione sul ruolo di via Nazionale, chiedendo di specificare che le riserve appartengono ai cittadini. È già così, ma i Fratelli vogliono comunque metterlo nero su bianco all’interno della legge di bilancio.
Soprattutto, però, la riformulazione del testo prende atto delle criticità messe in fila al Mef. Nella bozza del parere all’emendamento iniziale, anticipata da Repubblica, i tecnici del Dipartimento del Tesoro hanno posto l’accento proprio sulla negazione delle prerogative in capo alle istituzioni nazionali e internazionali.
La proposta di FdI — è il rilievo — limiterebbe la capacità delle banche centrali nazionali di adottare decisioni in completa
autonomia. Non solo: il trasloco delle riserve da Bankitalia allo Stato eluderebbe il divieto per la banca centrale di finanziare il settore pubblico. Per non parlare dell’esproprio che si configurerebbe.
Ma ora si cambia. «Manteniamo l’emendamento e con la riformulazione chiariamo che non c’è nessun esproprio come qualcuno invece dice», annota Lucio Malan
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2025 Riccardo Fucile
“UN ITALIANO SU DUE RITIENE CHE I GENITORI SIANO ‘PARZIALMENTE’ LIBERI DI ADOTTARE UNO STILE DI VITA ALTERNATIVO PER I FIGLI (49,7%)
Il caso della famiglia anglo-australiana che da anni viveva nei boschi di Palmoli, in
Abruzzo, ha acceso un dibattito nazionale come poche volte accade. La decisione del Tribunale dei minori di allontanare i tre figli – e temporaneamente la madre – dal padre, collocandoli in una casa protetta, ha polarizzato l’opinione pubblica su due fronti che sembrano inconciliabili: da una parte la libertà di scelta e di stile di vita alternativo, dall’altra la protezione e i diritti del minore.
Secondo l’ultimo sondaggio di Only Numbers, quasi un cittadino
su due (49,8%) si schiera apertamente a favore della famiglia e contro la decisione dei giudici.
Tra i sostenitori di questa posizione ci sono i difensori dell’educazione «rurale», fatta in casa, modellata sui ritmi naturali e non su quelli standardizzati della scuola e della società.
A rendere la famiglia ancora più «simpatica» agli occhi di uparte dell’opinione pubblica è la percezione che si trattasse non di un contesto di miseria, ma di una scelta consapevole: bambini curati, genitori presenti, vita essenziale, ma non degradata. Un esperimento di autosufficienza più che un caso di abbandono.
Sul fronte opposto troviamo il 35,2% degli intervistati, convinti che la tutela del minore debba prevalere su tutto. È la parte del Paese che guarda ai fatti con occhi pragmatici: la casa giudicata fatiscente, priva di servizi essenziali; l’assenza di elettricità, acqua corrente e sicurezza strutturale comporta possibili e facili rischi concreti per la salute e l’incolumità dei bambini.
Il vulnus se vogliamo è proprio l’interpretazione del «come» questi bambini siano stati educati, curati, istruiti e inseriti nella società dai loro genitori Nathan e Catherine. Il Paese, insomma, è profondamente diviso: il 44,1% ritiene che il Tribunale dei Minori abbia oltrepassato i propri limiti; il 37,7% sostiene che
abbia semplicemente applicato le norme, come previsto dalla legge.
Tuttavia questa storia – al di là della cronaca – ci mette davanti a domande più profonde, che interpellano il nostro rapporto collettivo con la genitorialità, la libertà individuale e il ruolo dello Stato. Dove finisce il diritto dei genitori di educare secondo i propri valori e dove comincia il diritto del minore a condizioni di vita sicure e conformi agli standard sociali?
È una domanda senza risposte immediate, perché tocca la sfera più delicata dell’esperienza umana: crescere ed essere cresciuti. Non stupisce, dunque, che un italiano su due ritenga che i genitori siano «parzialmente» liberi di adottare uno stile di vita alternativo per i figli (49,7%).
Interessante il dato del target tra i 24 e i 44 anni, cioè tra chi oggi ha figli piccoli o potrebbe averli, la percentuale sale al 59,7%; e tra i 18 e i 24 anni dove la percentuale sfiora l’80% (78,9%). Segno che la generazione che si confronta ogni giorno con l’educazione è quella più sensibile alla necessità di trovare un equilibrio.
Nel campione nazionale solo il 26% sostiene invece la libertà totale dei genitori, mentre il 14,1% ritiene che debba prevalere la
norma sociale, l’insieme delle regole condivise che definiscono ciò che consideriamo accettabile per un minore nella nostra società.
Nel giudicare questa vicenda, ciascuno di noi finisce per interrogare la propria idea di infanzia, di comunità, di responsabilità. Non è – e non sarà mai – una questione di «giusto» o «sbagliato». È una questione di confini: quelli tra autodeterminazione e tutela, tra scelta personale e bene collettivo, tra natura e società. E i confini, si sa, sono sempre i luoghi più difficili da abitare; tuttavia, sono anche quelli in cui una comunità, se vuole crescere, è chiamata a guardarsi dentro – senza slogan e senza polarizzazioni – e a capire chi desidera essere «da grande».
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”
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