QUEL BOTTO IMPREVISTO DELLA DEA NEMESI NEMICA DELL’ARROGANZA
IL PRECEDENTE SULLO STESSO TEMA DEL REFERENDUM DEL 1991 CHE FU IL PRIMO SCHOCK PER CRAXI E FORLANI
«C’è una sorta di rigetto — scrisse allora Eugenio Scalfari — una voglia di dissacrazione e
di delegittimazione che sale dal fondo e arriva fino ai vertici dello Stato. La Repubblica è in discussione, i partiti sono sotto accusa. Questo rigetto globale è in larga misura meritato…».
Quando gli eventi si ripropongono, sia pure in forma diversa, ma comunque in modo traumatico, conviene sempre tirare il fiato, chiarirsi la testa, deglutire i rimasugli della recente cronaca e riandare con la memoria a ciò che di solito è finito da un pezzo nell’oblio; perché invece è proprio da lì, dal botto imprevisto, dalla rivolta inaspettata, che come un dono prezioso si trae la lezione della storia — con l’iniziale volutamente minuscola, ma pur sempre la storia.
Per cui, dopo averla fatta così lunga e solenne dinanzi a quello che dopo tutto si configura come un agguato di franchi tiratori, è giusto e forse anche utile ricordare che la parola “preferenze” ha già determinato l’inizio della fine di un ciclo di potere. Perché sì, certo, sarà dipeso dal crollo del muro di Berlino, dal trattato di Maastricht, dalla fine dell’unità politica dei cattolici, dall’affermarsi della Lega, dalla rivoluzione giudiziaria e da tante altre utili e disutili evenienze, ma nel giugno del 1991 la Prima Repubblica cominciò ad affondare, a furor di affluenza e voto popolare, con i risultati del cosiddetto referendum sulla preferenza unica. Consultazione ritenuta erroneamente minore, ma tale da schiavardare il sistema, anche perché vissuto dai leader sconfitti (Craxi, Forlani e Andreotti) come uno shock politico e dai vincitori come un festoso plebiscito.
E con tale premessa, senza dilungarsi sul ruolo e sul destino del fronte referendario, così come sui numeri e sulle conseguenze che quel lontano scossone procurò sugli equilibri a venire, ecco che in un accesso di ingenua ribalderia varrà forse la pena di riflettere sulle risorse che Nemesi, figlia della Notte, nonché secondo Esiodo “flagello degli uomini mortali” ed emblema della giustizia riparativa, seguita a offrire alla vita politica di questo fantastico paese dove le furbate giocano insieme a nascondino, a mosca cieca e ad acchiapparella; con il che grazie alle preferenze, vere, fasulle o usate come nel presente caso quali specchietti per allodole, il governo più stabile dell’universo può tranquillamente finire a gambe levate.
Buttarla in mitologia rende tutto più semplice. Anche perché in tempi ormai vuoti di ideali e progetti la minacciosa Nemesi, dea ex machina significativamente raffigurata (vedi Durer) con spada, lavora in genere di comune accordo con i proverbi tipo «chi troppo vuole nulla stringe», «chi la fa l’aspetti» e così via. Ciò che senza dubbio le assegna un potere supplementare e terribile, tanto più in un ambito dove l’astuzia calcolante dei politicanti all’italiana da un ventennio almeno ha prodotto a getto continuo per taluni amene, per talaltri beffarde entità legislative volta per volta rinominate “Porcellum”, o “Italicum”, o “Tatarellum”, o “Rosatellum”, appellativi che nel santuario di Ramnunte, presso Maratona, dedicato alla divinità, suscitano un’ira senza scampo.
Dagli e dagli, si era di recente arrivati al “Melonellum”, già “Meloncellum”, già più grazioso, o “Stabilicum”, come da enfatico conio dell’onorevole Benigni, proveniente dai ranghi di “Cambiamo” del compianto Toti; figurarsi Nemesi dinanzi a tali modeste esercitazioni lessicali.
Per quarant’anni, dal suo rifugio, ha lasciato con pazienza che l’Italia elettorale si riconoscesse in uno slogan che suonava buffo solo perché diffuso, con un megafono, affacciato a una finestra, anche da Totò: «Vota Antonio! Vota Antonio!». A suon di preferenze si è costruito il potere andreottiano, nacque l’impero di Emilio Colombo, si stabilizzò il reame gavianeo, sfolgorò in Veneto e poi a Roma la stella di Toni Bisaglia, ai danni del più anziano Rumor. La storia referendaria, come si diceva, ha poi messo fine a quel sistema cui la classe dirigente di allora, prossima alla decapitazione, reagì — è sempre Scalfari — «con statuaria indifferenza».
Ma adesso Nemesi ha stabilito che qualcosa doveva pur fare contro chi si vanta di durare più di tutti, ma al tempo stesso nell’ultimo anno di legislatura impone di cambiare le regole del gioco. In situazioni del genere il potere delle divinità vendicatrici si nasconde dietro eclatanti dettagli, a loro volta schermati da sorpresine numerologiche. Ebbene, ieri è mancato un voto, un solo voto, il voto della premier che aveva imposto la prova di forza. Sulle preferenze. Naturalmente sono tutte fantasie, ma pure di queste per disgrazia o per fortuna vive la politica, e in fondo la vita stessa.
(da Repubblica)
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