SULLA LEGGE ELETTORALE MELONI HA PECCATO DI HYBRIS: LA SINISTRA ORA HA UNA GRANDE CHANCE
SE IL MELONELLUM E’ DAVVERO SEPOLTO SI VOTERA’ CON IL VECCHIO ROSATELLUM
La sconfitta politica è personale, e sanguinosa. Giorgia Meloni ha perso malamente, e
non su un dettaglio: sul cuore della legge truffa con cui sperava di scegliersi il prossimo Parlamento. L’emendamento sulle preferenze è stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto: 187 sì contro 188 no. Meloni aveva invitato tutti a «metterci la faccia». Alla fine ce l’ha messa lei, ma è stata sfiduciata proprio dai suoi.
Non è una disputa tecnica. La premier aveva trasformato il voto in una sfida personale per provare a salvare una riforma orrenda. Il Melonellum cancella i collegi uninominali, assegna un premio abnorme alla coalizione che arriva al 42 per cento e, come sfregio alla Costituzione e ai poteri del presidente della Repubblica, prevede l’indicazione del candidato premier direttamente nella scheda.
Una legge scritta con un solo intento, nemmeno mascherato: consegnare alla destra una super maggioranza con cui provare non solo a governare nella prossima legislatura, ma a eleggere in solitaria le figure di garanzia istituzionali, quella del Colle in primis. L’invocazione alla stabilità, dopo quasi 5 anni di dominio ininterrotto, è risibile. Il mantra nasconde solo il vecchio vizio dei governi uscenti (anche di sinistra) di cambiare le regole prima dell’inizio della partita, perché il risultato possibile con le vecchie norme non piace più.
La maggioranza in teoria può raccogliere i cocci e provare a riscrivere l’emendamento. Politicamente, però, la riforma è morta. Il governo non può pensare di approvare una legge elettorale avendo tutte le opposizioni contro se non la votano nemmeno quelli che l’hanno proposta. E non si superano 114 scrutini segreti, compreso quello finale, se il governo va sotto al primo minuto di gioco.
La disfatta per la destra è fenomenale, per entità è seconda solo a quella avuta sul referendum sulla giustizia, ed è normale che le opposizioni chiedano ora a gran voce elezioni anticipate. Non credo, però, che il governo seppur in evidente fase crepuscolare cadrà prestissimo. Il potere resta un collante potente, e le divisioni nella coalizione di FdI, Lega e Forza Italia, minacciate dalla crescita esponenziale nei sondaggi dei fascisti di Vannacci, non indurranno Meloni a un proprio Papeete in tempi brevi.
Anzi. Una strascicata sopravvivenza del governo è l’ipotesi più probabile. Ma è anche quella che potrebbe fare più danni al Paese. L’Italia non può permettersi un’armata Brancaleone in un momento così complesso e delicato, sia sul piano interno sia su quello internazionale. La guerra in Medio Oriente spinge in alto i costi dell’energia e dei carburanti, l’aggressione russa all’Ucraina continua a colpi di missili e minacce nucleari, il rapporto degli Stati Uniti con Roma e gli (ex) alleati europei è stato devastato dal bullo che siede alla Casa Bianca. La Banca d’Italia prevede una crescita striminzita dello 0,5 per cento nel 2026 e dello 0,4 nel 2027. Se Meloni avesse a cuore gli interessi nazionali, dovrebbe fare uno scatto d’orgoglio e portarci al voto il prima possibile.
Se il Melonellum è davvero sepolto, come qui ci si augura, si voterà con ogni probabilità con il vecchio Rosatellum. Per la sinistra è un’occasione enorme. Innanzitutto, si brindi allo scampato pericolo: con la nuova legge elettorale Meloni intendeva mettere il dito nella piaga del campo largo, costringendolo a scegliere un leader unico prima delle elezioni. Inoltre, la struttura dei collegi potrebbe aiutare il centrosinistra: sondaggi alla mano, nel Mezzogiorno potrebbe ottenere quasi un filotto. Con il Rosatellum Pd, M5s, Avs e forze centriste possono costruire un’alleanza basata sulla forza dei candidati e su un programma essenziale, rinviando la scelta della guida del governo. Non significa rimuovere il problema della leadership, ma impedire che la sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte distrugga il campo prima ancora del giudizio degli elettori.
Attenzione. La sconfitta di Meloni è figlia solo e soltanto della hybris e dall’arroganza della premier, non certo delle capacità di un’opposizione apparsa ancora divisa e incerta su programmi e posture sui grandi temi del tempo. I progressisti in poche settimane sono riusciti, per beghe e insipienza strategica, a perdere subito il treno del trionfo referendario. Ora non ci sono più alibi.
Bisognerà scegliere insieme candidati credibili, sia nei collegi sia nelle liste bloccate, spiegare nel programma come aumentare salari e crescita, difendere sanità e scuola, collocando l’Italia in Europa senza distinguo e ambiguità. Max Weber scriveva che l’etica della responsabilità impone di «rispondere delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni». È il conto che oggi arriva a Meloni. Chi sogna di sostituirla ha fatto già troppi errori. Non ne faccia altri: sarebbe imperdonabile.
(da editorialedomani.it)
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