Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA RIFORMA NON SOLO CONTEMPLA GLI ABUSI, MA RIDUCE LA PUNIZIONE RISPETTO A PRIMA
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha detto giovedì scorso che nella riforma
sul lavoro ci sarà una apposita norma per evitare che vengano commessi abusi nei licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche.
Ma che cosa prevede la riforma per questo tipo di licenziamenti?
Prevede che se il giudice dimostra che non esiste un giustificato motivo economico per espellere uno o più lavoratori, scatta l’indennizzo al posto del reintegro.
Ma se si scopre che il datore di lavoro ha licenziato senza giustificato motivo, allora significa che ha commesso un abuso, perchè evidentemente lo scopo del licenziamento era un altro.
E rispetto a quell’abuso, il governo che fa?
Riduce la punizione per il datore di lavoro abusante, cioè gli consente comunque di espellere il lavoratore previo pagamento di un indennizzo.
Dunque, in conclusione, la riforma non solo contempla gli abusi ma ne riduce la punizione rispetto a prima.
E allora che senso ha dire che verranno introdotte norme per evitare gli abusi?
Il paradosso ( o se vogliamo la beffa) nasce dal fatto che, diversamente da quel che può sembrare, la riforma non stabilisce cosa deve succedere se un licenziamento è giustificato in un certo modo (ad esempio per motivi economici o disciplinari), ma stabilisce che cosa deve succedere esattamente nel caso opposto, cioè se un licenziamento non è giustificato per quegli stessi motivi.
In altre parole non regola il “giusto” licenziamento ma regola (favorendolo) proprio il suo abuso.
Marco Ruffolo
(da “la Repubblica”)
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
PER EVITARE UNA LISTA DELLA LEGA E UNA PERSONALE DI TOSI, ALLA FINE LE HANNO FATTO DIVENTARE SETTE, TUTTE CON IL NOME DI TOSI CHE NON POTRA’ COSI’ DIRE DI AVER VINTO LUI… “ALFANO NON ESPELLE, MA SOSPENDE SOLO, 14 PIDIELLINI IN LISTA CON TOSI
Saranno sette liste – quella della Lega e sei civiche – a sostenere la ricandidatura di Flavio Tosi a sindaco di Verona e in tutte ci sarà la formula “per Tosi”.
Questo l’accordo patacca raggiunto nella riunione pomeridiana tra Umberto Bossi e il sindaco uscente di Verona.
Un’intesa raggiunta dopo mesi di tensioni in cui i vertici del Carroccio – contrari alla lista personale – avevano perfino minacciato l’espulsione del primo cittadino dal partito.
In pratica ci sarà una lista, tra le sei civiche, che sarà composta da candidati vicini al sindaco di Verona. Si chiamerà “Civica per Verona – Tosi sindaco”.
Per quanto riguarda la lista del Carroccio, il simbolo riporterà la dicitura “Lega Nord – Liga Veneta per Tosi” mantenendo il nome di Bossi nella parte inferiore.
Poi altre cinque civiche con la dicitura “per Tosi” del tutto simili a quella principale.
Simboli e aggiustamenti grafici sono stati esaminati e concordati dai vertici leghisti a Milano prima del via libera definitivo.
Una soluzione che fa ridere tutta Italia, visto che la speranza del cerchio magico è che da un lato, con la dicitura “per Tosi” sulla lista ufficiale della Lega, essa recuperi qualche voto in più e dall’altro che quella gestita da Tosi, confusa con altre cinque simili, ne perda parecchi, visto che l’elettore non capirà più una mazza.
Ma la comica veronese non finisce qua.
Acque agitate nel Pdl a causa dell’appoggio di 14 dirigenti politici veronesi del Pdl al sindaco leghista Flavio Tosi e alla sua lista civica.
Il segretario del partito, Angelino Alfano, ha deciso la sospensione dei politici locali che si sono impegnati a favore del sindaco uscente.
In un comunicato del Pdl si legge: “Il segretario politico nazionale, ai sensi dell’articolo 48 dello statuto del Popolo della libertà , ha sospeso in via immediata dall’attività politica del partito 14 esponenti politici locali della città di Verona che, ne i giorni scorsi, avevano esplicitamente annunciato la loro intenzione di voler costituire liste d’appoggio all’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi. Tale posizione è in netto contrasto con la decisione presa dal Pdl di sostenere, alle prossime elezioni comunali, l’avvocato Luigi Castelletti come proprio candidato a sindaco di Verona”.
E il coordinatore veneto del Pdl, Alberto Giorgetti, aggiunge: “Chi ha fatto la scelta di sostenere Flavio Tosi alle prossime comunali “è fuori dal Pdl, non può rappresentarlo e parlare ad alcun titolo a suo nome”.
Domanda spontanea: e allora perchè non li avete espulsi, invece che sospenderli temporaneamente?
Per recuperarli dopo il voto?
Ma chi volete prendere per i fondelli?
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
DOVEVA ESSERE UNA SORTA DI ESPERIMENTO, MA MOLTI MILITANTI HANNO PROTESTATO… FORSE PREFERISCONO CHE VINCANO LEGA E PDL… CASINI: “SE SON ROSE FIORIRANNO”
Non sarà indicativa, e nemmeno ha dato i frutti migliori. 
Ma sulle rive di Comacchio il Pd e il Terzo Polo si misurano in quella che sarà una prova d’alleanza.
Gli iscritti del partito di Bersani non è che l’abbiano presa benissimo, ma Pierferdinando Casini, raggiunto al telefono dice senza mezzi termini che “se sono rose fioriranno”.
In realtà , e questa volta è il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, sono già fiorite: “Come avverrà a Comacchio a maggio, la stessa cosa avverrà per le politiche: noi saremo gli alleati della sinistra che da da Sel al Pdci e dell’Idv, il Pd andrà insieme a Casini, Fini e Rutelli”.
Che a Comacchio, paese di 25mila abitanti in provincia di Ferrara, si facciano delle prove per il futuro non c’è dubbio.
E Bersani però sa bene che dovrà fare i conti con quello che è accaduto: singoli tesserati del Pd hanno approfittato delle primarie del centrosinistra (Prc, Pdci, Sel e Idv) per manifestare nel modo più spontaneo ed eclatante la propria contrarietà alla possibile deriva centrista dei bersaniani.
Gli scrutatori delle primarie raccontano infatti di aver assistito in diverse occasioni a persone che si sono presentate con la tessera del Pd in mano. “Prima di votare le hanno stracciate — confermano —. Ci hanno detto che si erano tesserati dietro la precisa rassicurazione da parte della federazione comunale di non andare mai con il terzo polo”.
E invece qualcosa è cambiato.
Oggi a Comacchio, domani chissà .
Per quanto riguarda il comune comacchiese atteso al voto amministrativo di maggio (commissariato dopo le dimissioni di massa di più della metà dei consiglieri della passata legislatura di targa Pdl) il centrosinistra di memoria ulivista sarà solo un ricordo.
Il Pd, memore della sconfitta del 2010, non si vuole lasciar scappare l’ago della bilancia che deciderà con ogni probabilità gli esiti delle urne, Alessandro Pierotti. Lui, già sindaco ed ex assessore provinciale al Turismo fatto fuori proprio dal Pd per ragioni di equilibrio “territoriale” del partito, è a capo della lista L’Onda.
E con essa si candida a risalire sullo scranno più alto del municipio lagunare.
Il Pd, nonostante le dichiarazioni di indipendenza della prima ora, ha sposato il suo programma e la sua corsa per non rischiare di farselo scippare dal Pdl.
Ora l’appoggio a Pierotti si fonda non solo sul consenso dell’Onda e del Pd, ma anche di Udc, Fli e Api.
Insomma il Terzo Polo al gran completo.
Il Pdl correrà da solo, con la Lega Nord che punta sul vicesindaco uscente. Dall’altra parte dell’emiciclo Sel, Rifondazione, Comunisti italiani e Italia dei valori si sono uniti per provare a giocare la carta di terzo incomodo.
Il 18 marzo si sono tenute le prime primarie in assoluto in Italia di questa nuova forma di alleanza.
Ne è uscito vincitore Fabio Cavallari, 31 anni, già consigliere comunale della precedente amministrazione per il Prc.
A lui è andato il 71% delle preferenze provenienti dal 5% dell’elettorato attivo. Con la ciliegina sulla torta di aver conquistato parte degli scontenti del Partito democratico.
Ma il rumore di quelle tessere andate in frantumi potrebbe andare bel al di là dei confini ferraresi.
Ne è sicuro Paolo Ferrero, che vede nel caso comacchiese un paradigma di quanto potrebbe avvenire di qui a breve a livello nazionale.
E questo sulla base di una “semplice riflessione: gli accordi con il terzo polo snaturano qualsiasi profilo progressista.
Di questo evidentemente se ne sono accorti molti elettori del Pd”.
Comacchio diventerebbe un “caso sintomatico della scelta che Bersani e i suoi sono chiamati a compiere: sostenere il governo Monti insieme a Casini, Fini o Rutelli oppure guardare a sinistra, dove le battaglie sono ancora quelle della gente: pensioni, articolo 18, rifiuto di liberalizzazioni e privatizzazioni brutali”.
In fondo il segretario del Prc la sua scelta l’ha già in mente, con o senza Bersani: “una sinistra che si mette insieme all’Idv per proporre una alternativa”. Non un partito, “sarebbe follia”, ma “un polo politico che si opponga alle visioni neoliberiste che stanno devastando il Paese. Vogliamo evitare di far indossare il loden a tutta l’Italia”.
Non entra nel caso specifico di Comacchio ma allarga il discorso a livello nazionale Giuseppe Civati, che individua “il problema vero nel chiarire subito qual è la coalizione che il Pd intende scegliere e dire agli elettori che non ci saranno più equivoci”.
Ossia “dire chiaramente se si vuole andare con il terzo polo oppure con la sinistra e in questo caso con quale parte di sinistra”.
Non ultimo, per evitare altre tessere in frantumi, “rispettare il risultato delle primarie se si vogliono fare le primarie, altrimenti si finisce solo per recitare a soggetto. E su questo l’insegnamento di Palermo deve far riflettere”.
E il terzo polo?
“Non voglio entrare nelle questioni della sinistra”, mette le mani avanti Casini, che trova comunque “singolare che si facciano delle primarie per poi non rispettare il loro esito se non gradito”.
Quanto alla possibilità ventilata da Ferrero, invece, il leader Udc non nega che “come terzo polo collaboriamo con il Pd anche in molte realtà locali e collaboriamo bene; e non nascondo che su molte materie abbiamo trovato convergenze”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA UNO DEI LEADER DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEGLI HACKER CHE ATTACCA I SITI DI NEMICI POTENTI: DA TRENITALIA AL VATICANO… UN INSOSPETTABILE PROFESSIONISTA RACCONTA COSA C’E’ DIETRO IL GRUPPO PIU’ RICERCATO DEL MONDO… UN MOVIMENTO SENZA GERARCHIE CHE AGISCE SENZA LASCIARE ALCUNA TRACCIA DI SE’
Incontro con uno dei leader dell’organizzazione mondiale di hacker che, in rete, attacca i siti di “nemici” potenti: da Trenitalia, per difendere la causa dei No Tav, al Vaticano.
Un insospettabile professionista racconta cosa c’è dietro al gruppo più segreto e ricercato del mondo.
Appuntamento al buio. Ci vediamo in una città del Sud che ho promesso di non rivelare.
Non conosco il suo nome nè il suo numero di telefono. Ho semplicemente scritto un’email.
Per due settimane non ha risposto nessuno (“Ti stavo facendo le radiografie con Google”), poi il messaggio possibilista.
Le condizioni sono chiare: dovrà essere assolutamente impossibile anche per sua madre e per la sua compagna, per non dire della polizia postale, riconoscerlo in quanto scriverò.
Un’intervista criptata. Pixelata in ogni dettaglio che, incrociato con altri, possa far risalire alla sua vera identità .
Perchè i reati che ha commesso prevedono il carcere. Anche otto anni quando il bersaglio è governativo o militare.
E lui, per un’altra storia di violazioni di sistemi informatici, ha già avuto problemi con la giustizia.
Un’ora prima dell’appuntamento controllo la posta. “Ci vediamo nella tal piazza, vicino alla fontana”. Se uno si è fidato del sole abbacinante, ora è punito dal vento gelido. Giornata a doppio taglio: sembra estate, ma è ancora inverno.
Quanto a sorprese, però, siamo solo agli inizi.
La persona che pronuncia il mio nome, da dietro le spalle, è un uomo non alto, occhiali neri a goccia e divisa d’ordinanza del manager senza guizzi: giacca blu, camicia azzurra a righe e cravatta blu a pois bianchi.
Anonimo. “Non si aspettava qualcuno del genere, eh?” dice, allungando la mano. Inutile negare. Dov’è la felpa col cappuccio, magari un piercing o un tatuaggio?
Per il leader-non leader di Anonymous Italia sembrerebbero più adeguati.
Ma se uno si fida delle apparenze è condannato a non capire niente in questa storia.
È arrivato in anticipo di un’ora per perlustrare la zona.
Andiamo in un bar con pretese malriposte, i tavoli bianchi e la musica alta.
Ribadisce le regole del gioco: “Non puoi neanche scrivere il mio nickname, quindi scrivi che hai parlato con uno tra Mendax, Attila, Savant, Phate Lucas, N4pst3r, Kirya, Case, B, Tor4k1k1, Netsec”.
Mentre snocciola i vari soprannomi è come se calcolasse la robustezza della password: più è lunga, più è difficile indovinarla.
Dieci nomi, milioni di possibilità .
La Valdisusa è sulla prima pagina dei giornali sparpagliati sul tavolo accanto. “Anonymous è totalmente No Tav: per i costi, l’inutilità , i rischi per la salute” dice.
E aggiunge: “Per questo qualche giorno fa abbiamo fatto un attacco blando a Trenitalia. Un DDoS fatto bene, non solo al sito, ma anche alle biglietterie online. Però qualcuno dei nostri ha fatto filtrare in anticipo la rivendicazione, favorendo la difesa. E i loro tecnici sono stati bravi”.
Il DDos è un distributed denial of service, la loro arma più consueta. In pratica è come se a uno sportello pensato per servire dieci clienti si presentassero nello stesso momento in mille.
La differenza è che qui non servono fisicamente mille o diecimila utenti per mandare in tilt il sito bersaglio.
Basta che chi lancia l’attacco possa azionare a distanza un certo numero di computer (botnet), dirigendoli tutti contro lo stesso indirizzo.
Sopraffatto dal traffico inaspettato e simultaneo, questo non riuscirà più a visualizzare le pagine. “Impossibile collegarsi a Trenitalia. com” è la resa scritta sullo schermo.
Gli aggressori esultano online: “Trenitalia: Tango Down”, dal gergo delle forze speciali per dire che un terrorista (T come Tango) è stato abbattuto.
Che, per gente definita “terroristi informatici”, è prova di discreto senso dell’umorismo.
Quindi ci sono questi computer zombie, infettati in precedenza da virus, che possono essere risvegliati al momento giusto e sguinzagliati contro la preda.
“Ma non è vero, come hanno scritto i giornali, che servono centinaia di persone armate del software Loic per sferrare una carica congiunta. Per Trenitalia eravamo in tre. Noi inondavamo il sito di richieste e loro dirottavano il traffico su altri indirizzi. E noi li inseguivamo, per buttare giù anche quelli”.
In un OK Corral cibernetico durato circa quattro ore che ha lasciato a terra il sito per circa un’ora e mezzo (“comprese le biglietterie automatiche nelle stazioni”, anche se Trenitalia minimizza i disservizi).
Tre erano anche contro i siti di Equitalia, di Enel, del Vaticano e di Radio Vaticana. C’è una logica in questa razzia.
“Il nostro interesse principale è salvaguardare la libertà di informazione. Ma ci schieriamo contro ogni violazione di diritti”.
Le colpe, si legge sui comunicati, sono di “una ferocia inaudita nella riscossione di (presunti) tributi” o di ingerenze nella vita pubblica, contro preservativo e aborto, nel caso della Chiesa.
In genere i media sono risparmiati, ma qui la vendetta era per lo scandalo delle leucemie dovute ai ripetitori.
Bastano pochi hacktivisti, fusione a freddo tra hacker e attivisti, per grandi operazioni. Piace raccontarli come moltitudini, magari per accrescere l’epica e precostituire alibi di mancate catture, ma l’Anonymous italica è più “due camere e cucina”.
“Chiunque può partecipare. Basta entrare in uno dei nostri canali Irc (forum paleo-internettiani), farsi un’idea nei canali pubblici ed eventualmente approfondire la conversazione in quelli privati, a prova di intrusione poliziesca. Comunque direi che siamo una cinquantina di persone che contribuiscono regolarmente e sei-sette con un ruolo di coordinamento, gli organizzatori”.
La parola tabù è “capo”. Qui, come nei vari Occupy, non c’è gerarchia.
Chiunque può proporre delle azioni nelle chat. “Magari segnalano di aver scoperto una falla nella sicurezza di un sito.
A quel punto bisogna vedere se violarlo ha un senso strategico per noi. In ogni caso, le informazioni vengono salvate in una specie di grande blocco note online”.
È come collezionare chiavi di casa e annotare quali porte aprono. Non si sa mai che un giorno torni utile entrare.
Il nostro uomo, con tutte le vaghezze del caso, è un professionista.
Nella vita vera, come spesso succede, si occupa di sicurezza.
“È successo che abbia lanciato attacchi a partire dai computer di aziende per cui prestavo i miei servizi”. In passato ha lavorato anche per lo Stato.
È venuto in contatto con reti e documenti molto delicati.
Ciò che ha visto non gli è piaciuto: “Lo Stato insabbia, copre. Il mio senso delle istituzioni lo espleto in Anonymous”.
Racconta storie complicate, torbide, che è difficile verificare. Dà molti dettagli, ostenta familiarità con un’architettura bizantina di potere. “Il nostro colpo più ardito? Aver “bucato” la Vitrociset, ovvero l’azienda che gestisce tutte le reti delle forze dell’ordine.
Prendono un sacco di soldi dallo Stato, dovrebbero essere i garanti della sicurezza e gli abbiamo fatto tunnel per ben tre volte.
L’ultima, abbiamo defacciato (cambiato i connotati) la loro home page postando una specie di ricevuta del prezzo che avrebbero dovuto pagarci per la lezione che gli stavamo dando”.
Goliardici, anche.
La cosa più difficile è impadronirsi della password della sua personalità .
Del poco che si può dire, nel suo curriculum ci sono studi classici e pianoforte.
Poi un’impegnativa facoltà scientifica. Quindi la professione in importanti aziende private e pubbliche.
Un paio di anni fa, qualcuno l’avvicina. Intercetta il suo risentimento nei confronti del governo e, di fatto, lo arruola.
“Ero berlusconiano, non lo sono più. Più per fatto privato che politico. Ma neppure mi direi di sinistra”.
Il suo scaffale recente comprende La solitudine dei numeri primi (“Bella idea, realizzazione deludente “) e tutto Camilleri.
Musicalmente cita i Carmina Burana di Orff, i Pink Floyd, ma non gli viene in mente un italiano.
Al cinema ha visto sia Benvenuti al Nord che Benvenuti al Sud e gli sono piaciuti. “Ho bisogno di cose leggere” aggiunge quasi a scusarsi, “perchè la mia vita è sempre sul chi vive”.
Gli cito il titolo dell’autobiografia di un grande informatico, l’Andrew Grove che ha creato Intel: Only the Paranoid Survive.
Concorda. Il suo cellulare ha una scheda ricaricabile intestata al cinese sotto casa sua, cui ha dato cento euro per il disturbo. La sua email è criptata a 256 bit: “L’inespugnabilità non esiste, ma questa è la cosa che più gli si avvicina”.
Ogni volta che si connette a internet, come adesso per mostrarmi le schermate con la telecronaca dell’assalto a Trenitalia, entra in una specie di tunnel telematico (Tor) che, di nodo in nodo, cancella ogni traccia del passaggio.
Il suo disco fisso è blindato da varie mandate di TrueCrypt che, in caso di sequestro, dovrebbe renderne illeggibile il contenuto.
Dunque è tranquillo? “Neppure per idea. Ti rilassi un momento e quello dopo ti beccano. Le nostre chat sono infiltrate. Le “polpette avvelenate” sono frequenti, come quando ci hanno attribuito il furto dai server del Cnaipic, il centro anticrimine informatico che a luglio 2011 aveva indagato 15 presunti hacker, di 6 gigabyte di informazioni riservate che imbarazzavano la polizia. Ecco, approfitto di quest’occasione per ribadire che non siamo stati noi. Il file c’è arrivato da Sabu, un noto esponente di Anonymous americana. Peccato però che, nella data in cui l’abbiamo ricevuto, lui fosse già stato catturato dall’Fbi. Così, a occhio, sono stati i federali a recapitarlo: per quale motivo?”.
Se possibile, la storia si fa ancora più ingarbugliata.
Sembra che tutti vogliano depistare tutti.
L’unico dettaglio che manca è il perchè.
Il signor Anonymous ricorda che ha molto da perdere: “La mia compagna mi vede armeggiare al computer di notte e ogni tanto fa battute su siti porno. Preferisco continui a pensare a quello”.
Promette nuove iniziative.
Mi invita a seguirlo su twitter per essere il primo a sapere. “Ci saranno un paio di botti, nelle prossime settimane. Alcuni obiettivi grossi sui quali abbiamo, a grande maggioranza, convenuto”.
Mi mette anche in guardia dagli usurpatori.
Su Facebook, per dire, sono nate varie pagine che usano il nome di Anonymous senza avere niente a che fare, giura, con la cellula originaria.
Per quel tanto o poco che significa al tempo dell’opera rivoluzionaria nell’epoca della sua riproducibilità telematica.
Riccardo Taglianò
(da “la Repubblica“)
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL LICENZIAMENTO PER MOTIVI ECONOMICI E’ LEGATO “ALL’ATTIVITA’ PRODUTTIVA, ALL’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO”
Articolo 18, si cambia. 
Il governo Monti conferma di voler innovare anche intervenendo sulla norma-totem per i sindacati, salvo modifiche del Parlamento.
Le norme si applicheranno a tutti, vecchi e nuovi assunti, tranne che al pubblico impiego, per ora.
I discriminator
Resta intatta la norma che li considera nulli, dunque come mai avvenuti, e continua a valere anche per le aziende sotto i 15 dipendenti.
Il licenziamento viene considerato discriminatorio se è determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione a attività sindacali.
Oppure nella formulazione più recente, in caso di «discriminazione sindacale, politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali».
E ancora, quando è intimato in concomitanza col matrimonio oppure dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino o dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per malattia del bambino.
Infine se è determinato da un motivo illecito.
In tutti questi casi il giudice ordina la reintegrazione del lavoratore, anche dirigente, nel posto di lavoro indipendentemente dalla motivazione adottata e quale che sia il numero dei dipendenti occupati.
È previsto anche il risarcimento del danno attraverso un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale dal giorno del licenziamento al reintegro, e il pagamento dei contributi.
Non cambiano nemmeno le norme che consentono al lavoratore di rinunciare al reintegro in cambio di un’indennità .
I disciplinari
Sono tali i licenziamenti intimati per giusta causa (comportamento grave che non consente la prosecuzione del rapporto, come ad esempio i furti o le risse) o per giustificato motivo soggettivo (notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, insomma i «fannulloni»).
In questo caso il governo innova nel senso che tali licenziamenti, qualora il giudice accerti l’insussistenza delle motivazioni del datore di lavoro (l’onere della prova sta al lavoratore), comportano la risoluzione del rapporto di lavoro dalla data del licenziamento e la condanna del datore di lavoro (per le aziende sopra i 15 dipendenti) a un’indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità .
Il reintegro del lavoratore, così come previsto dall’attuale articolo 18, resta solo per alcuni casi.
Si avrà diritto al reintegro, secondo la nuova normativa, qualora il fatto contestato al lavoratore non sia stato commesso o se rientra tra le ipotesi previste dal contratto collettivo.
In questi casi sarà corrisposta anche un’indennità risarcitoria e verranno versati i contributi. Il lavoratore potrà chiedere al posto del reintegro l’indennizzo.
Gli economici.
Sono quelli più controversi.
Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, altrimenti detto per motivi economici, è sostenuto da ragioni che attengono «all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa».
Cioè dalla crisi dell’impresa (sempre sopra i 15 dipendenti), dalla cessazione dell’attività e, anche solo, dal venir meno delle mansioni cui era in precedenza assegnato il lavoratore, se non è possibile il suo «ripescaggio», ovvero la ricollocazione del medesimo in altre mansioni esistenti in azienda e compatibili con l’inquadramento.
Finora la normativa prevedeva che tale lavoratore potesse andare dal giudice, se riteneva insussistenti i motivi del licenziamento.
Al giudice era preclusa la valutazione sui criteri di gestione dell’impresa, in quanto considerati espressione della libertà di iniziativa economica.
Al giudice, insomma, spettava soltanto il controllo circa l’effettiva sussistenza del motivo del datore, sul quale gravava l’onere di provare l’inutilità della singola posizione e l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altra collocazione.
Fatto sta che se i motivi economici non c’erano, l’attuale normativa prevedeva il reintegro del lavoratore, il risarcimento del danno e la corresponsione dei contributi.
La novità del nuovo testo è che l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo, accertata dal giudice, determina solo il pagamento di un’indennità tra le 15 e le 27 mensilità e non più il reintegro.
Prima del licenziamento è prevista una procedura di conciliazione in cui il lavoratore è assistito dai sindacati.
Se la conciliazione produce la risoluzione consensuale del rapporto, il lavoratore sarà aiutato nel ricollocamento. In caso contrario si andrà dal giudice con le conseguenze già dette.
La Cisl e la Uil hanno chiesto che nel testo venga specificato che se nel processo emergono motivi diversi da quello economico, cioè «discriminazioni, abusi, irregolarità nelle procedure o motivi disciplinari», il giudice annulli il licenziamento. Il governo sembra orientato a accettare la formulazione che, qualora il licenziamento rientri sotto la fattispecie disciplinare o discriminatoria, se ne applichi la relativa discliplina.
Antonella Baccaro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTESA DI MASSIMA SULLA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE IN PERICOLO
Per colpa dell’articolo 18 rischia di saltare la riforma della Costituzione.
Che praticamente sarebbe già scritta, c’è accordo di massima tra le forze politiche maggiori, manca soltanto il timbro finale.
Eppure rimane nel cassetto in quanto «A-B-C» dovrebbero fissare un appuntamento, incontrarsi e dire ai rispettivi capigruppo di Camera e Senato «okay, procediamo».
I tre non hanno in animo di incontrarsi, tantomeno di procedere, per effetto delle tensioni innescate dallo scontro sui licenziamenti.
Cosicchè i giorni passano, e tra non molto suonerà il gong del tempo scaduto.
Niente riduzione del numero dei parlamentari; niente poteri supplementari al premier; niente distinzione di ruoli tra i due rami del Parlamento…
Quale sarebbe il termine ultimo per ingranare la marcia?
Pasqua, dicono gli addetti ai lavori.
Il testo elaborato da Violante, Quagliariello, Bocchino e Adornato deve essere infilato nel calendario di Palazzo Madama entro la prima settimana di aprile.
Solo così sarà ipotizzabile un voto dell’Aula tra fine luglio e inizio di agosto, per poi passare la palla a Montecitorio. Oggi siamo al 22 marzo e tutto tace.
Col risultato che tra una quindicina di giorni si prenderà atto del fallimento, e verrà constatato che l’unica riforma ancora possibile riguarda la legge elettorale; anzi, forse nemmeno quella, perchè di veto in veto rischiamo di tornare a votare tra un anno con l’orrendo Porcellum.
L’esito sembra quasi segnato.
Si tratta solo di vedere se nelle prossime ore l’uno o l’altro o l’altro ancora dei segretari farà una mossa in controtendenza.
E prenderà decisamente l’iniziativa per evitare l’insabbiamento.
Quanti hanno gettato le basi «tecniche» dell’accordo stanno premendo con i rispettivi boss. Sostengono che l’articolo 18 non può giustificare una rinuncia a cambiare la Repubblica.
Dice a nome di tutti gli «sherpa» Quagliariello: «O la riforma della Costituzione viene tenuta al riparo della contingenza, oppure spunterà sempre una scusa per lasciare le cose come stanno. Nel ’48 c’era la Guerra fredda, che tuttavia non impedì ai padri costituenti di trovare un’intesa alta sulla nuova Carta; sarebbe grottesco se oggi ci facessimo bloccare a pochi metri dal traguardo».
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
ROTTURA TOTALE TRA PD E IDV…. LE PRIMARIE AVEVANO VISTO USCIRE VINCITORE FERRANDELLI
La decisione del portavoce nazionale di Italia dei Valori, sponsor politico di Rita Borsellino alle
primarie del capoluogo siciliano sconfitta da Fabrizio Ferrandelli, determina dunque la rottura definitiva a Palermo tra Idv e Pd, che due giorni fa ha confermato la volontà di sostenere alle comunali il vincitore delle consultazioni del 4 marzo scorso.
Artefice di quella che è passata alla storia come la “primavera di Palermo”, per tre volte Orlando ha rivestito la carica di sindaco, dal 1985 al 1990, e dal 1993 al 2000. Candidatosi nel 2007, fu sconfitto da Diego Cammarata al suo secondo mandato consecutivo.
Su chi sosterrà la candidatura di Orlando, che fino a pochi giorni fa appariva determinato a non scendere in campo in questa tornata elettorale, dovrebbero ritrovarsi la Federazione della Sinistra-Prc, insieme ai Verdi e “Un’altra storia”.
Su Ferrandelli, invece, dovrebbe convergere Sinistra Ecologia e Libertà ma, come spiega il segretario provinciale dei vendoliani Sergio Lima, il partito deciderà «sull’avvio o meno di un ragionamento politico con Ferrandelli, se dovesse rispondere positivamente, un ragionamento che ha in sè le questioni programmatiche».
Il via libera di Lima, dunque, sarà dato solo quando il vincitore delle primarie avrà avuto modo di “fare chiarezza” sulle modalità che lo hanno portato a far sua la consultazione, intorno alla quale si sono addensati nelle ultime settimane i sospetti di brogli, che hanno portato a indagini della Procura e all’annullamento del voto nel seggio dello Zen.
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Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA PAGINA DI FACEBOOK DEL SEGRETARIO INVASA DA CENTINAIA DI MESSAGGI DI PROTESTA PER AVER AVALLATO LA RIFORMA DEL LAVORO
Mentre il Pdl ufficialmente appoggia compatto la riforma del lavoro targata Fornero gli elettori del centrodestra si dividono.
Molti sono contrari e minacciano di non votare il segretario alle prossime elezioni.
La spaccatura emerge dove nessuno la riesce a nascondere e cioè in rete.
Il dissenso della base del partito si materializza in queste ore sulla bacheca Facebook di Angelino Alfano.
Il segretario del Pdl pubblica un post in cui difende a spada tratta le scelte del governo e si ritrova centinaia di messaggi di elettori che la pensano diversamente.
Con toni e parole diverse gli chiedono di cambiare strada prima che sia troppo tardi. La posta in ballo è il consenso alle prossime elezioni.
“Sull’articolo 18 — scrive Alfano — diciamo che si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in parlamento. (…) Con questa riforma l’Italia va avanti ed era giusto che andasse avanti perche’ si trovava indietro in tutte le classifiche europee e internazionali relative all’occupazione giovanile e femminile”.
In meno di due ore i commenti sono più di duecento.
E anche nei post successivi, che riguardano altri temi, è la riforma del lavoro al centro del dibattito che si fa incandescente.
Eccone degli estratti.
“Vergognati Alfano, l’Italia al voto ti punirà ”, scrive ad esempio Daniele che evidentemente il Pdl in passato lo ha votato.
Pietro Merli va dritto al cuore della questione che scodella così ad Alfano: “Angelino, hai visto i sondaggi? Non ti rendi conti che sostenendo Monti perdete?”.
Tra i post che invece apprezzano i contenuti della riforma e il sostegno pidiellino alcuni invitano a non fare prigionieri, perchè il fatto che gli statali siano stati esclusi dal provvedimento proprio non va giù: “Art.18, statali privilegiati.
Loro non sono licenziabili.
Se passa il Pdl scenderà sotto del 20%”, vaticina Eliseo. “Io l’art. 18 l’avrei abolito solo per gli statali che timbrano il cartellino e vanno a fare la spesa”, rincara Davide.
E’ Giacomo che fissa nel suo post il punto di caduta del consenso a destra in queste ore: “Se la possibilità di licenziare non verrà estesa anche ai dipendenti pubblici non voterò più nessun partito di centrodestra. Alfano insista che la riforma vada in questa direzione”.
Tra i delusi c’è chi chiede di fermare le bocce e fare un passo indietro. “Mi dispiace ma non credo che ciò che state per approvare sia il meglio possibile. Siamo ormai delusi da un partito che sembra sempre più sottomesso dalle proprie catene. Vi consiglio di aprire una discussione seria su ciò che ora rappresentate e in particolare chi rappresentate”.
Alla bacheca di Alfano si affacciano gli imprenditori scontenti cui va bene avere mano libera nei licenziamenti ma senza quel piccolo sovrapprezzo imposto dal governo per garantire ai licenziati ammortizzatori per affrontare la perdita del posto vecchio e la ricerca di uno nuovo.
Non le manda a dire Giacomo de Fazi: “Angelino noi medi imprenditori se abbiamo difficoltà economiche dobbiamo “sovvenzionare” gli operai dai 15 ai 27 mesi, ma voi politici capite che così ci fate portare i libri in tribunale e fallire? Che le paghi il governo le mensilità visto che ci sta strangolando di tasse! Attenzione così muore la piccola e media impresa: Basta! Se abbiamo un calo di commesse non siamo mica lieti di mandare a casa i nostri lavoratori saai? Ma prima di chiudere cerchiamo almeno di salvare il salvabile!”.
Insiste un altro imprenditore: “Pagare 27 mensilità di buona uscita — posta tal Ridolfi — non è costo del’lavoro? Angelino! le imprese piccole sono rovinate, come spossiamo essere più competitivi sul mercato? Per noi piccole imprese era meglio prima”.
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Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
MONTI: “POSSIBILI MODIFICHE ALLA CAMERA”…SCELTO LO STRUMENTO DELLA LEGGE DELEGA… TELEFONATA DI MONTI A BERSANI: “SAPETE CHE ABBIAMO SEMPRE RISPETTATO GLI IMPEGNI”
“Il testo può essere migliorato in Parlamento”. Dopo una lunga giornata di incontri e colloqui
Mario Monti lancia il segnale che il Pd attendeva.
La riforma del lavoro non può essere considerata blindata.
Le Camere potranno intervenire senza però snaturarla. Una linea che in serata il premier comunica direttamente a Pierluigi Bersani in una lunga telefonata.
Un chiarimento che si basa però su un presupposto che il premier considera preliminare: gli impegni sono sempre stati rispettati, mai è stata violata la parola data. Una risposta alle dichiarazioni fatte mercoledì sera proprio dal leader Pd durante la trasmissione “Porta a Porta”.
Non ci saranno quindi pacchetti preconfezionati. Di certo nessun decreto.
Lo strumento prescelto è quello della legge delega. E dopo la schiarita intervenuta nelle ultime ore, il Consiglio dei ministri di stamattina proverà ad approvare il disegno di legge con la formula “salve intese”.
Un modo per rassicurare i democratici, prendere ancora una settimana per limare il testo e nello stesso tempo permettere al presidente del Consiglio di partire per il suo viaggio in Cina con la riforma già approvata.
Una soluzione che il Professore ha condiviso con il Presidente della Repubblica. Napolitano ha ricevuto al Quirinale la delegazione di governo formata dal premier, dal ministro del Lavoro e da Federico Toniato.
Dopo le tensioni con il Partito democratico e la spaccatura della Cgil, i riflettori del Colle si sono concentrati proprio sulle conseguenze politiche potenzialmente provocate dalla riforma Fornero.
Sui rischi determinati da quelle che Napolitano ha definito in passato le “opposte simbologie”.
Lo scontro, cioè, tra chi ha trasformato la difesa e la modifica dell’articolo 18 in una sorta di totem.
Preoccupazioni già espresse dal Capo dello Stato nei giorni scorsi con un richiamo alla necessità di intesa rivolto a tutti gli interlocutori e non solo alle organizzazioni sindacali.
Non è stato un caso allora che da ieri la “moral suasion” del Capo dello Stato si sia fatta sentire con Palazzo Chigi e con le forze politiche.
Contatti che hanno permesso a Napolitano di chiudere la giornata con un senso di maggiore serenità e con la certezza che il provvedimento conterrà anche alcune delle chiarificazioni richieste.
Il Capo dello Stato ha visto Monti e ha sentito Bersani, ha parlato con Casini e ha trasmesso i suoi messaggi ai vertici del Pdl.
L’idea del decreto non gli è stata prospettata da Monti ma sul ricorso eccessivo alla decretazione di urgenza ha sempre espresso i suoi dubbi in tutti i suoi anni di mandato: lo ha fatto con Prodi e con Berlusconi.
La sua posizione non è cambiata con Monti.
Anche perchè i decreti spesso a suo giudizio provocano ingorghi, fatica e sofferenza. Ma questa volta con il premier non c’è stato nemmeno bisogno di spiegare la sua eventuale opposizione.
Del resto il Presidente della Repubblica è convinto che la soluzione progettata da Palazzo Chigi possa essere quella giusta.
A condizione che non si porti in Parlamento un pacchetto preconfezionato e si consenta un esame da parte delle Camere approfondito seppure in tempi ragionevolmente rapidi.
Lo strappo della Cgil, infatti, impone ancor di più di calibrare i passi. Il Professore e gli uomini del Quirinale hanno in questi giorni più volte evidenziato che l’adesione della Camusso al modello tedesco non era mai stato esplicitato.
Tutto si è sempre limitato alla definizione vaga di “manutenzione” dell’articolo 18.
Eppure, nello stesso tempo, dal Colle è stata sottolineata la bocciatura da parte della stessa confederazione dell’ipotesi di tornare alla difesa sic et sempliciter della norma sui licenziamenti.
Una proposta avanzata ai vertici Cgil dal capo della Fiom Landini.
Il voto contrario è stato giudicato il segno che anche a Corso d’Italia è ormai maturata la consapevolezza che non tutto può più rimanere come prima.
Il sistema tedesco, poi, non è comunque facilmente applicabile in Italia. Napolitano si è fatto mandare tutto il materiale disponibile per capire i meccanismi di quel modello: capendo quanto sia complicato quel sistema e soprattutto verificando che i reintegri in Germania sono rari.
E che quasi tutti i casi più spinosi vengono risolti dai consigli di fabbrica.
La vera questione, sottolineata di recente dal Quirinale, riguarda l’enfatizzazione eccessiva data proprio dalla Cgil al tema dei licenziamenti.
Una linea che ha offerto la possibilità agli avversari di trasformare quel nodo in un banco di prova. Napolitano in questi giorni ha ricordato le battaglie storiche del sindacato, ma non ha nemmeno dimenticato le sconfitte come quella sulla scala mobile.
Nell’incontro ristretto che si è svolto ieri al Quirinale, si è poi fatto notare che per il governo la riforma del lavoro è la logica conseguenza degli interventi fatti negli ultimi mesi su pensioni e liberalizzazioni.
Anche per questo il Colle non condivide chi contesta la rigidità manifestata in alcune occasioni da parte del Professore.
La questione sociale è un valore da difendere – lo ha ripetuto in questi giorni il Presidente della Repubblica – ma non a costo dell’immobilismo.
Nello stesso tempo al Quirinale nessuno nasconde i pericoli di una tensione sociale crescente. Timori manifestati anche con il presidente del Consiglio.
Tensioni che Palazzo Chigi non vuole avallare e proprio per questo ha apprezzato la presa di distanza della Cgil dall’episodio che ha coinvolto l’altro ieri il segretario del Pdci Diliberto con una militante che indossava una maglietta inneggiante alla morte del ministro Fornero.
Anche per questo da ieri Monti ha fatto di tutto per tendere la mano verso il Pd. “Voglio unire e non dividere”, spiega in queste ore.
Sa che il malessere dei democratici non può essere sottovalutato. È addolorato per il no della Camusso ma non intende nemmeno fare dietrofront sull’intera riforma.
A Bersani – ma anche a Fini e a Schifani – ha spiegato che proprio in Parlamento possono intervenire delle modifiche in grado di evitare spaccature “nella maggioranza e dentro i partiti della coalizione che sostiene il governo”.
Soprattutto il premier vuole impedire che il Pdl possa mettere in atto una strategia capace di allontanare il Pd dal governo.
Sospetti questi che anche il segretario democratico ha iniziato a coltivare. Non solo. Bersani ha voluto ieri in primo luogo far notare a Monti che le conseguenze di una riforma non condivisa “non possono essere sottovalutate”.
E i primi segni di queste conseguenze sono già emersi con le dichiarazioni pubbliche della Cei e della Cisl che ha corretto in corsa la sua impostazione.
Un primo chiarimento, quindi, tra Palazzo Chigi e il Pd è intervenuto.
Non solo con Bersani. Monti ieri alla Camera ha voluto parlare anche con due esponenti di due correnti diverse all’interno dei democratici: con D’Alema e con Fioroni.
E sul banco della trattativa da ieri il Professore ha messo anche un altro intervento: una nuova iniziativa in materia sociale. Un’ultima offerta per persuadere definitivamente il Pd.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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