Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
INCREDIBILE SENSIBILITA’ DELLA BANCA BARCLAYS: NEGATO L’UTILIZZO AI DIRETTORE CONFESERCENTI DI FERRARA “COSI’ NON ACCUMULA DEBITI CHE POI NON E’ MAGARI IN GRADO DI RIPIANARE”
La risposta dell’operatore al numero verde della banca inglese Barclays di fronte alla richiesta di chiarimenti per un pagamento negato è stata tanto franca quanto irritante. “Sa, lei avrebbe potuto aver perso la casa o il lavoro e non essere più in grado di pagare gli acquisti che fa”, è quanto si è sentito dire Alessandro Osti, direttore di Confesercenti Ferrara, città colpita dal terremoto emiliano. €
“Per questo Barclays ha bloccato le carte di chi abita in queste zone – ha precisato l’operatore – perchè la gente non accumuli debiti che non è in grado di ripianare”.
Barclays mette dunque il lucchetto alle carte di credito di chi abita nei paesi terremotati, scongiurando il rischio che i debiti rimangano insoluti.
Intervento di segno opposto alle molteplici iniziative di solidarietà e volontariato che hanno permesso ai paesi colpiti dal sisma di iniziare il lungo cammino per la ricostruzione.
La decisione della Barclays “è una cosa assolutamente spiacevole e antipatica. Non esiste, merita di essere resa nota”, denuncia Osti. “In un momento come questo hanno bloccato le carte di chi abita nelle zone colpite dal sisma per la paura di avere insoluti sugli addebiti degli acquisti, una dimostrazione perfetta della solidarietà delle banche”.
Osti è riuscito a farsi riattivare la carta di credito, precisando che la sua casa non aveva subito danni.
La tessera però non resterà in funzione ancora per molto. “Mi appresto a disdire il contratto- assicura Osti all’agenzia Dire – lo farò nei prossimi giorni”, ovviamente per protesta.
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
A CAUSA DEL BOOM DEL MERCATO DELLE AUTO, IN CINA TRAFFICO E INQUINAMENTO STANNO AVVELENANDO LE CITTA’…IL GOVERNO LANCIA UN PIANO PER INCENTIVARE L’USO DELLE DUE RUOTE, SIMBOLO DELL’ERA DI MAO
I cinesi, per non soffocare nel traffico, risalgono in sella. 
Ai tempi di Mao erano l’icona mondiale della massa a pedali. Su una bicicletta saliva tutta la famiglia e ogni compagno rosso era tenuto a possedere solo due tesori: la tessera del partito e le due ruote.
Pechino, negli anni Cinquanta, stabilì un imbattibile primato: circolavano più biciclette che abitanti.
Negli ultimi vent’anni, con il boom economico, l’addio ai cicli e la conversione all’automobile. Ed ancora un record.
La Cina si è trasformata nel primo mercato auto del pianeta: oltre un milione di vetture vendute ogni mese, domanda superiore all’offerta, multinazionali dei motori in fuga verso l’Oriente e lotterie in diretta tivù per l’assegnazione delle targhe.
Una motorizzazione senza precedenti, incentivata dalle autorità impegnate nella più colossale migrazione interna della storia
Anche la “metropolizzazione” di Stato però, con cinque città -mostro di oltre 90 milioni di abitanti entro il 2020, mostra la corda.
Aria definita «inadatta alla vita umana», guerra sui dati dello smog, ingorghi lunghi centinaia di chilometri e insolubili per mesi, mercati alimentari ambulanti di servizio ai pendolari in colonna.
L’allarme suona così pure nei sondaggi pilotati dalla propaganda: per la nuova classe media della Cina, più numerosa della popolazione europea, traffico e inquinamento sono il primo problema, dopo la corruzione dei funzionari.
Dunque, contrordine compagni: anche il Dragone si tinge di verde, ferma le auto e riscopre le care, vecchie e gloriose biciclette.
Il ritorno al futuro delle due ruote cinesi ancora una volta parte da Pechino.
Il governo ha appena inaugurato i primi 63 punti-noleggio dotati di 2 mila biciclette nei quartieri centrali di Chaoyang e di Dongcheng.
Altri 140 affitti pubblici, con 48 mezzi, sono stati sparsi nel resto della capitale. Entro il 2015 si arriverà a 150 mila cicli di Stato distribuiti in 1000 punti della città e serviti dalla più estesa rete di piste ciclabili del mondo.
Per la seconda economia globale è una svolta: automobili a numero chiuso, targhe alterne e biciclette gratis omaggiate dal partito. Se fino a ieri salire in macchina era la cifra del successo nazionale, oggi diventa snob parcheggiare la berlina tedesca sotto casa e pedalare fino all’ufficio protetti dalla mascherina anti-piombo.
Prima ora di sella in regalo, le successive a prezzi popolari: dieci centesimi all’ora, per un massimo di un euro a giornata. Un solo dovere: esibire un documento, o il permesso di soggiorno, e restituire la bicicletta in uno dei centri aperti dal governo.
Frenare l’invasione dei volanti e convincere i cinesi a reimbracciare il manubrio, è del resto una drammatica necessità . In dieci anni la superficie occupata dalle quattro ruote in Cina è cresciuta 680 volte più rapidamente di quella coperta dalle strade.
A Pechino e a Shanghai i tempi di percorrenza dello stesso tragitto, nelle ore di punta, si sono allungati fino a 12 volte: per un percorso da dieci minuti occorrono due ore.
Il risultato, secondo l’allarme dell’Accademia delle scienze, è il 52% dei cinesi, ormai urbanizzati, sull’orlo di una crisi di nervi e sempre più contrari ai privilegi di leader e funzionari.
La riscossa delle biciclette pubbliche, dalla capitale, dilaga così nelle principali città e nei distretti industriali, dove i colossi di Stato cominciano a offrire agli operai l’abbonamento alla metropolitana e una bici di servizio al posto dell’aumento in busta paga.
Resta, insuperabile, il problema dei numeri: montagne di automobili che invadono ogni spazio, cancellano le piste ciclabili e causano la più alta concentrazione di incidenti mortali nei Paesi in via di sviluppo.
«Prima delle Olimpiadi del 2008 — dice Bay Xiuying, gestore del più grande noleggio bici di Pechino — il governo varò il primo piano di riciclizzazione popolare. In pochi mesi sparirono 60 mila biciclette e gli incentivi economici si riorientarono sulle quattro ruote. Oggi tutto è cambiato: se non si ferma lo smog e non si rimette la gente in movimento, l’urbanizzazione della Cina fallisce. I pedali diventano l’assicurazione sulla vita del potere».
Non l’unica però. Il sogno proibito dei metropolitani è sì la bici, ma elettrica: in quattro anni si è passati da 90 e 160 milioni di cicli a motore, 200 milioni entro il 2015, più 35% all’anno.
È l’esercito dei nuovi eco-cinesi a rischio infarto, terrorizzati da smog e sovrappeso, ma obbligati alla puntualità sul lavoro.
Salute e denaro: i «principi rossi» eredi di Mao spingono il popolo in sella, ma scoprono che non pedala più.
Nemmeno una nostalgia a emissioni zero può salvare Pechino dal virus di un autoritarismo capitalista di successo.
Giampaolo Visetti
(da “La Repubblica“)
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL COORDINATORE DEI GIUDICI DI PACE A SARONNO SI ALTERNA TRA SENTENZE E LAVORO AMMINISTRATIVO….”AL TELEFONO DICO: VUOLE UN GIUDICE, IL CANCELLIERE, UN COMMESSO O UN IMPIEGATO? FACCIO TUTTO IO”
«Buongiorno, qui è l’ufficio del giudice di pace di Saronno. Vuole parlare con un giudice, con il cancelliere, con un commesso o con un impiegato? Di chiunque abbia bisogno, sta parlando con la persona giusta».
Erminio Venuto, coordinatore dei giudici a pace di Saronno, in provincia di Varese, cerca di sdrammatizzare la situazione buttandola sul ridere: al suo ufficio dovrebbero essere assegnate cinque persone per tutte le mansioni burocratico-amministrative previste dalla legge, ma al momento lui è l’unico in servizio permanente.
Lo si trova a Palazzo di giustizia praticamente sette giorni su sette: «Non posso fare diversamente. Al mattino devo andare all’ufficio postale per ritirare la corrispondenza, talvolta passare in banca e poi rispondere al telefono, ricevere le persone che giustamente si presentano in ufficio pretendendo di essere ascoltate, seguire le richieste di conciliazione — racconta — A tutto questo si aggiungono ovviamente le udienze. Io sono l’unico giudice di pace saronnese che si occupa sia di diritto civile sia di penale e qui si discutono mediamente mille casi l’anno. Porto a casa gli incartamenti da studiare di sera e di notte, perchè il giorno spesso se ne va tra le mille incombenze extra, per le quali tra l’altro non vengo retribuito».
La frenetica routine del giudice Venuto prosegue da ormai due mesi, anche se «la carenza di personale per il nostro ufficio è cronica. Ce ne lamentiamo da almeno 12 anni».
Da aprile l’unica impiegata si è messa in malattia e nessuno l’ha più vista.
«Oltre a me ci sono altri due giudici di pace, ma loro non hanno le stesse responsabilità del coordinatore, quindi vengono due volte alla settimana per le udienze e poi se ne vanno. Siamo tre ufficiali senza nemmeno un soldato — continua Erminio Venuto — Ho sommerso di fax la Corte d’appello di Milano, segnalando l’insostenibilità della situazione, e così sono riuscito a ottenere che un giorno alla settimana venga una persona a darmi una mano».
Un intervento insufficiente, però, anche perchè il giudice tuttofare non gode ancora del dono dell’ubiquità : «Quando sono in udienza non posso certo rispondere al telefon, e quindi i cittadini che chiamano hanno un’impressione di inefficienza del nostro ufficio. D’altra parte chi entra qui trova solo cinque scrivanie vuote. Il servizio che garantiamo risulta per forza di cose inadeguato, ma io non posso proprio fare di più. Apro l’ufficio alla mattina e lo chiudo alla sera, facendo le veci dell’usciere. Non mi sono ancora ritrovato a spazzare i pavimenti, ma di questo passo ci arriverò presto».
Nonostante tutto, comunque, Venuto continua per la propria strada senza cedimenti: «La vita è fatta anche di principi — conclude — Sono quelli e la passione per un mestiere che amo a consentirmi di rimanere ben saldo al mio posto, facendo il mio dovere e non smettendo mai di segnalare a chi di dovere che cosa non va».
Lucia Landoni
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
RIPORTATA UNA FRASE DEL FIDANZATO DI MICHELLE CONCEICAO: “L’EX PREMIER AVEVA LA TESTA SUL VENTRE DI RUBY”
Ha parlato di foto in cui Silvio Berlusconi e Ruby sono in atteggiamenti compromettenti “di natura
sessuale” Imane Fadil, una delle pentite del bunga-bunga sentita come testimone al processo in corso a Milano a carico di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti.
La giovane marocchina ha raccontato in aula di una cena di circa un mese fa a cui era andata con la sorella.
“Al dolce arriva un amico di un amico – ha spiegato – un tale Gigi, che si presentò come il fidanzato di Michelle Conceicao”.
Imane ha proseguito dicendo che l’uomo le avrebbe riferito che la brasiliana aveva delle foto di Ruby “e che lui le aveva viste. Ricordo che mi disse – ha continuato la teste – erano di natura sessuale e che alcune ritraevano Berlusconi con la testa appoggiata sul ventre di Ruby”.
La testimone, durante l’esame e il controesame, è tornata a parlare delle serate ad Arcore, fornendo dettagli su quel che accadeva (Iris Berardi che si strusciava e si era travestita da Ronaldinho), delle avances che avrebbe ricevuto da Fede e che, per averlo respinto, non riuscì a firmare il contratto con Mediaset che le sarebbe stato promesso.
Inoltre ha parlato dei suoi rapporti con l’uomo siriano che, come ha più volte spiegato, l’avrebbe contattata nella primavera del 2011 proponendole un incontro ad Arcore “per avere dei soldi”.
Al termine del controesame da parte delle difese, il pm Antonio Sangermano ha fatto ancora alcune domande alla Fadil su “quelle foto di cui lei oggi ha parlato per la prima volta”.
La ragazza ha spiegato che quello che le disse “Gigi, ex fidanzato della Conceicao” era “l’ulteriore conferma di quel che mi aveva già raccontato su quelle foto la Faggioli (Barbara, una delle ragazze presenti alle feste ad Arcore)”.
Gigi, ha aggiunto la modella marocchina, “mi descrisse tre foto e io ne ricordo una in particolare quella che, a detta di Gigi, ritraeva Berlusconi con la testa appoggiata sul ventre di Ruby”.
Il pm: “Dove teneva le foto la Conceicao?”. Lei: “Sul cellulare, penso”. Sangermano: “E perchè Conceicao aveva quelle foto?”. Fadil: “Gigi disse che Conceicao prese quelle foto di nascosto quando Ruby uscì di casa, lei si prese le foto e andò via e ci fu anche un litigio tra loro per quelle foto”.
Fadil, rispondendo sempre al pm, ha chiarito anche il contenuto di diverse telefonate che ebbe con Emilio Fede, dopo che aveva partecipato ad alcune serate ad Arcore. “Quando Fede le diceva al telefono ‘avete fatto?’ che cosa intendeva?”, ha chiesto il magistrato.
E lei ha risposto: “Si riferiva ai soldi, intendeva ‘hai avuto i soldi da Berlusconi?’, perchè lui aveva parlato con l’ex premier dei miei problemi e sapeva che io andavo spesso alle feste”.
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO AMERICANO BOCCIA IL DECRETO SVILUPPO: “LE NORME SUL LAVORO FRENANO TUTTO IL PAESE”
Il giornale riferisce che il premier italiano Mario Monti ha varato un nuovo decreto sulla crescita per far risollevare «l’economia moribonda dell’Italia».
Incentivi alla ricerca, crediti di imposta per l’assunzione di alte professionalità , fino alla vendita di alcuni asset.
«Potranno queste misure risolvere i problemi dell’economia italiana?» si chiede Wsj. E si dà anche una risposta: «Solo nel senso che teoricamente è possibile svuotare il lago di Como con mestolo e cannuccia».
Di seguito il quotidiano illustra tutte le leggi e i costi che un imprenditore deve affrontare nella gestione del personale.
«Immagina di essere un ambizioso imprenditore italiano che cerca di avviare un nuovo business», scrive il Wsj, portando una serie di esempi e concludendo che non solo tutte queste protezioni e assicurazioni «sottraggono il 47,6% dalla media delle paghe italiane, secondo l’Ocse» ma anche che «tu, al posto dell’imprenditore, sei consapevole di ciò e allora si può spiegare la tentazione di restare “piccoli” e tenere quanto possibile del tuo business fuori dai bilanci.
“E questo mercato grigio e nero misura per più di un quarto dell’economia italiana». Poi la conclusione ironica: «Con un pò di fortuna comunque puoi scoprire – dice Wsj rivolgendosi all’ipotetico nuovo imprenditore italiano – una scappatoia nel nuovo decreto Sviluppo di Monti che ti consente di assumere un pò più di persone senza incorrere in troppi costi, a condizione che tutti i nuovi assunti siano disabili, provenienti dalla Sardegna, con gli occhi blu e tra i 46 e 53 anni».
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
C’ERA UN FALLIMENTO DIETRO IL NUOVO ASSESSORE ALL’URBANISTICA: GIA’ COSTRETTO A DIMETTERSI… LA FARSA DEL CURRICULUM NON HA FUNZIONATO
Incassa uno sganassone politico imbarazzante la giunta parmigiana guidata da Federico Pizzarotti,
primo esponente della lista di Beppe Grillo ad aver conquistato un grosso centro del nord.
Un assessore chiave della nuova amministrazione, il titolare di urbanistica, lavori pubblici e patrimonio Roberto Bruni, architetto 53enne, ha una macchia nel suo passato da imprenditore di quelle che, in un movimento che ha sempre fatto della moralità e dell’intransigenza le chiavi principali del suo successo: la sua azienda, la Thauma Sas di Collecchio, è fallita, la procedura si è chiusa l’anno scorso davanti al tribunale di Parma.
Oggi era in programma la conferenza stampa per presentare proprio l’assessore Bruni, oltre al suo collega alla cultura Ferraris, ma Bruni, per placare le polemiche, ha anticipato i tempi rinunciando all’incarico «per garantire la serena prosecuzione dell’attività politico amministrativa dell’Amministrazione comunale».
Esiste un precedente specifico legato a un assessore provinciale, Michele Pagani, che nel luglio 2004 era stato nominato titolare delle politiche per lo sviluppo economico e l’innovazione dall’allora presidente della provincia, il Pd Vincenzo Bernazzoli, e presentò le dimissioni non appena si seppe che nei suoi confronti gravava una richiesta di ammissione al concordato preventivo.
Ieri un sito di informazione locale aveva anche riportato il commento del neo amministratore della giunta grillina Bruni, che oltre ad ammettere che il nuovo sindaco sarebbe stato a conoscenza della vicenda, rinviava le spiegazioni a oggi, pur parlando di «gioco al massacro» nei suoi confronti: «È tutto vero per carità , la mia famiglia ne era già a conoscenza, ma mia madre insomma…, passa dal ricevere una notizia di un certo tipo ad una notizia d’altro genere».
Nella serata di ieri poi, l’incontro con il sindaco Federico Pizzarotti e alla fine uno scarno comunicato in cui si comunicava che «di comune accordo con il sindaco», «a fronte delle polemiche sollevate circa la figura dell’architetto Bruni» il neo assessore rinunciava all’incarico prima ancora di assumerlo.
Il can-can parmigiano sulle magagne fallimentari di Bruni è stato sollevato da una mail spedita all’edizione online della Gazzetta di Parma: «Ma il Sindaco ha letto bene il curriculum del nuovo assessore all’Urbanistica Bruni? — si chiede una lettrice con ironico riferimento alle intenzioni sbandierate da Pizzarotti già in campagna elettorale “E lui ha fatto presente nel curriculum che ha alle spalle il fallimento della sua Thauma Sas, a causa del quale tante famiglie ancora oggi piangono per aver perduto quanto avevano investito con immensi sacrifici? È questo il concetto di meritocrazia?».
Il primo atto del tribunale di Parma riguardante il fallimento della società in accomandita semplice di Bruni, azienda edile che aveva sede a Collecchio, in provincia di Parma, poi la vicenda concorsuale si è chiusa poco meno di un anno fa.
Franco Giubilei
(da “La Stampa”)
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL COMUNE DI MILANO SI RIMANGIA TUTTO, DOPO LE PRESSIONI ECONOMICHE DI PECHINO… IL TIMORE DI RITORSIONI CINESI IN VISTA DELL’EXPO TRAMUTANO PISAPIA IN DON ABBONDIO
E’ stato dietrofront: niente cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama. Le pressioni cinesi hanno prevalso e il consiglio comunale ha preferito desistere.
Ma non sarà una replica dell’ultima visita del leader spirituale buddista al capoluogo lombardo. Allora, era il 2007, anche l’incontro con il sindaco Letizia Moratti avvenne fuori dai crismi dell’ufficialità .
Questa volta invece Giuliano Pisapia ha annunciato che riceverà sua santità Tenzin Gyatso a Palazzo Marino, sede del Comune.
Il massimo del coraggio che si può pretendere dai rivoluzionari borghesi nostrani.
Che la vicenda della delibera per concedere al leader spirituale tibetano le chiavi della città si sarebbe potuta trasformare in un caso diplomatico era nell’aria da tempo.
Tanto che l’iter del suo approdo in aula ha subito rallentamenti e le voci di pressioni si erano susseguite.
Ma la decisione di mettere la proposta firmata da tutti i capigruppo all’ordine del giorno della seduta di oggi era sembrata un segnale di apertura. Niente di più sbagliato.
Così, a cominciare da mercoledì sera, è stato un susseguirsi di incontri urgenti e trattative, fino al voto che ha di fatto cancellato il riconoscimento.
Sedici i voti a favore, 12 i contrari (con l’opposizione anche il radicale Marco Cappato e il pd David Gentili) e tre astenuti, fra cui il sindaco.
L’irritazione cinese si è da giorni scaraventata sull’amministrazione e sul consiglio comunale. Incontri, telefonate e lettere.
Dall’ambasciatore e dal console. Ma non solo: suggerimenti a lasciar perdere sarebbero arrivati anche dagli investitori cinesi.
Sullo sfondo, i timori per possibili ripercussioni su Expo, sull’ ingente investimento cinese per il suo padiglione e sul milione di visitatori attesi per il 2015.
Perciò, dopo una lunga e tesa riunione dei capigruppo, il consiglio si è aperto con la proposta del presidente Basilio Rizzo di “non discutere oggi la delibera, ma di lavorare per trovare una soluzione migliore”, un “omaggio al livello più alto possibile”.
L’idea, su cui ci sarebbe l’ok dei rappresentanti della potenza asiatica ma mancherebbe ancora la risposta del Dalai Lama, è di accogliere il premio Nobel nell’aula di Palazzo Marino per una seduta straordinaria a lui dedicata e durante la quale potrà rivolgersi alla città .
Proteste sono piovute dalle opposizioni.
Il pidiellino Pietro Tatarella ha rifiutato “accordi al ribasso. Mi vergogno oggi – ha attaccato – di essere rappresentante di questo consiglio e di questo Comune che ha paura”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il grillino Mattia Calise, secondo il quale significherebbe “cedere al ricatto della Cina: non lo accetto”.
“Figuraccia mondiale” per il leghista Alessandro Morelli, mentre dalla capogruppo pd Carmela Rozza si è alzato un “no alle strumentalizzazioni” della vicenda.
L’assessore comunale alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, esprime il proprio parere in un post sulla sua bacheca di Facebook: “Non ho ben capito cosa è accaduto in consiglio comunale, dove i consiglieri di maggioranza stanno facendo un lavoro straordinario su tanti fronti, ma la cittadinanza onoraria io la darei. Spero in una soluzione nei prossimi giorni”.
E sempre su Facebook, dove cresce la protesta del popolo arancione di Pisapia, interviene anche il consigliere pd Carlo Monguzzi: “Sono uscito dall’aula e non ho partecipato al voto che chiedeva di rinviare il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Sono convinto che sia giusto, doveroso e bello dare le chiavi della città al vento di libertà che il Dalai Lama ci porta”.
A riportare alla calma, prima del voto, è stato l’intervento di Pisapia il quale ha detto di aver parlato con la console cinese, che “mi ha comunicato che la cittadinanza onoraria sarebbe stata interpretata come un segnale di inimicizia”, e a cui ha risposto comunicandole che “come sindaco di Milano avrei ricevuto il Dalai Lama” a Palazzo Marino, “un impegno che voglio mantenere” e che “credo sia un segnale importante”.
Al contempo però Pisapia ha dato il suo via libera alla sospensiva della delibera e all’invito al Dalai Lama in aula, “una soluzione convincente e ragionevole, un punto di equilibrio”.
Una tipica farsa all’italiana.
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PREVISTO SABATO L’INCONTRO CON IL GIP: IL SENATORE SI STA LEGGENDO LE CARTE IN CARCERE
Ha trascorso la notte dormendo poco, ma di umore appare sereno e tranquillo. 
Un’unica preoccupazione: i suoi quattro figli. Soprattutto per la più piccola, una bambina.
Ma, «riesce a controllare le sue emozioni», spiega chi lo ha potuto incontrare nel carcere di Rebibbia.
La prima giornata da detenuto per Luigi Lusi, ex tesoriere delle Margherita, è trascorsa in isolamento a Rebibbia tra libri e soprattutto le tante carte del processo che si è voluto portare in cella per prepararsi all’interrogatorio di garanzia previsto per sabato.
«Dirò tutto e darò le prove», promette.
Per questo studia le carte.
Piccole parentesi nella prima giornata da detenuto sono state un colloquio con Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, un confronto spirituale con il cappellano del carcere al quale ha confidato di essere stato trattato bene in queste prime ore di detenzione in isolamento.
Poi ancora il tempo per rileggere le carte dell’inchiesta che lo accusano di associazione per delinquere finalizzate all’appropriazione indebita.
Prima dell’interrogatorio di garanzia, fissato per le 14 di sabato sempre a Rebibbia, il senatore ripasserà in rassegna i vari provvedimenti che hanno scandito le fasi dell’indagine: dalle prime segnalazioni di flussi anomali sui conti della Margherita fatte nel dicembre scorso dalla Banca d’Italia alla richiesta di arresto arrivata il 3 maggio scorso con ordinanza del gip Simonetta D’Alessandro.
Ed è proprio con il giudice per le indagini preliminari che l’ex tesoriere, accusato di aver depredato le casse per oltre 25 milioni di euro, sabato si confronterà alla presenza dei suoi avvocati, Luca Petrucci e Renato Archidiacono, e del pm Stefano Pesci, titolare dell’inchiesta. Secondo quanto si è appreso da fonti qualificate il parlamentare ha intenzione di sottoporsi all’interrogatorio, di non fornire memoriali bensì di dare «un’accurata e dettagliata, nonchè definitiva versione della vicenda finanziaria del partito dicendo tutto ciò che sa e suffragando i fatti che riferirà con prove e carte».
Lasciando palazzo Madama, dopo il voto dell’Aula che ha dato il via libera all’arresto, l’ex tesoriere del resto aveva annunciato di avere «ancora una marea di cose da raccontare agli inquirenti».
Una frase commentata oggi anche da Beppe Grillo. In un post pubblicato nel suo blog il comico genovese si è auspicato che Lusi parli con i pm e «lo faccia al più presto senza tralasciare alcun dettaglio».
Poi, un’ironia amarissima: «Pisciotta e Sindona, e forse anche Don Verzè, insegnano che un caffè corretto in carcere non manca mai».
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
COSI’ PARTI’ LA TRATTATIVA: DAI CONTATTI DEL ROS ALLA REVOCA DEL 41 BIS AI CAPIMAFIA…E’ IL DELITTO LIMA CHE ROMPE L’EQUILIBRIO, TANTI BIG SI SENTONO IN PERICOLO… CONSO DICE DI AVER DECISO DA SOLO LO STOP AL CARCERE DURO, MA IL SOSPETTO E’ CHE ABBIA PESATO LA RAGION DI STATO
Che cos’è l’inchiesta sulla trattativa dei magistrati di Palermo? È lo Stato che processa se stesso. È lo Stato che si guarda dentro, che si autoaccusa di colpe gravi, che si riconosce traditore per avere patteggiato con il nemico.
È tutto così semplice e tutto così complicato che vent’anni dopo c’è ancora un’Italia che ha paura
Non è solo un affare di mafia. È soprattutto un affare di Stato.
Dove i protagonisti non sono quei boss delle borgate ma ministri dell’Interno e ministri della Giustizia, capi di governo, funzionari di alto rango, forse anche ex Presidenti della Repubblica che hanno subito ricatti per proteggere la Nazione.
L’alta tensione di questi giorni – con il Quirinale trascinato nel gorgo di polemiche incandescenti – è la dimostrazione che non siamo ancora in grado di sopportare certe verità .
Ricominciamo daccapo. Ricordiamo i fatti. Raccontiamo i personaggi.
Spieghiamo cosa è avvenuto fra il 1992 e il 1993.
I delitti, le stragi e le paure dei politici
Il 12 marzo del ’92 uccidono Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia.
Muore perchè non “ha garantito il buon esito del maxi processo”, l’ammazzano perchè in Cassazione tutti i mafiosi incastrati dal giudice Giovanni Falcone vengono condannati all’ergastolo.
È la rottura di un patto che resiste da almeno quattro decenni. Cosa Nostra si ritrova improvvisamente senza “coperture” politiche. “D’ora in poi può accadere di tutto”, dice Falcone davanti al cadavere di Lima. E di tutto, in effetti accade.
Il rapporto mafia-politica si spezza con quell’omicidio. Salvo Lima è il punto di equilibrio fra lo Stato e la mafia, morto lui tutti gli altri ras della politica si spaventano.
Il più preoccupato – e questa è la tesi dei procuratori di Palermo – è il ministro siciliano per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino.
Si sente in pericolo, c’è una lista di uomini che i boss intendono colpire. Il primo è Mannino. Poi c’è Carlo Vizzini, ministro delle Poste. C’è il ministro della Giustizia Claudio Martelli. C’è anche il ministro della Difesa Salvo Andò. E Giulio Andreotti.
Secondo la ricostruzione dei pm, per salvarsi la pelle Mannino incontra il capo dei reparti speciali dei carabinieri Antonino Subranni e il capo della polizia Vincenzo Parisi per “aprire” un contatto con i boss e arrivare a un patto.
Ma la mafia siciliana ha già deciso – con qualcun altro – di non fare patti.
Il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria Falcone a Capaci. Giulio Andreotti, il candidato più accreditato nella corsa al Quirinale, è fuori dai giochi per sempre.
Comincia la prima trattativa
Falcone è morto da 15 giorni e i carabinieri del Ros – il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno – contattano l’ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. E fermare le stragi.
Trattano con lui. Per conto di chi? Dicono loro: “Di nostra iniziativa”. Nessuno ci crede.
Ne sono al corrente almeno tre persone: il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali di via Arenula Liliana Ferraro (quella che ha sostituito Falcone) e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante.
Tutti e tre – Martelli, la Ferraro e Violante – per 17 anni non dicono nulla di tutto ciò. Stanno zitti.
Quando il figlio di Vito Ciacimino, Massimo, racconta nel 2010 ai magistrati di Palermo di quegli incontri fra suo padre e i carabinieri, Martelli, la Ferraro e Violante ritrovano i ricordi e ammettono tutto.
Smemorati di Stato. Hanno parlato solo perchè costretti.
Cosa sapevano? Perchè non hanno detto prima di quei contatti fra Stato e mafia? Quali segreti custodivano o ancora custodiscono?
Mentre loro nel 1992 nascondono verità , muore anche Paolo Borsellino.
Il 19 luglio del 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, l’autobomba di via Mariano D’Amelio. Totò Riina scrive il suo “papello”, le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia stragista in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo, la revisione del maxi processo.
C’è un nuovo governo, il premier è Giuliano Amato. Il vecchio ministro degli Interni Vincenzo Scotti, considerato un “duro”, salta.
E al suo posto viene improvvisamente nominato Nicola Mancino.
La misteriosa cattura di Riina e la seconda trattativa
Il 15 gennaio del ’93 i carabinieri – quegli stessi che stavano trattando con Ciancimino – arrestano dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza Totò Riina.
E’ una cattura “strana”. Non perquisiscono il suo covo, non inseguono i suoi complici. Il ministro Mancino annuncia – a sorpresa – l’arresto di Riina qualche giorno prima.
Il sospetto è che Riina sia stato “venduto” da Bernardo Provenzano, l’altro capo mafia di Corleone già in contatto con il senatore Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che con l’aristocrazia mafiosa di Palermo ha rapporti da più di un quarto di secolo.
Si tratta ancora fra Stato e mafia. Provenzano è libero e – secondo le indagini dei pm di Palermo – protetto dai carabinieri che avevano incontrato Vito Ciancimino.
Si tratta ma la mafia alza ancora il tiro. Chiede tanto.
Dopo il ministro dell’Interno salta anche il ministro della Giustizia. Al posto di Martelli arriva Giovanni Conso. E’ il febbraio del 1993.
Dopo l’attentato al giornalista Maurizio Costanzo in via Fauro, c’è la bomba di via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti.
È la mafia che diventa terrorismo. Poi gli attentati di Milano e Roma. Cosa sta accadendo in Italia nella primavera-estate del 1993? Chi mette bombe e semina terrore?
Il Presidente della Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, che è stato ministro dell’Interno e che ha come capo della polizia Vincenzo Parisi. In quel momento comincia probabilmente la terza trattativa.
Revocato il carcere duro ai mafiosi
Sotto la regia di Scalfaro vengono improvvisamente sostituiti tutti i vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Presidente della Repubblica in quelle settimane riceve una lettera di minacce dai familiari dei boss in carcere.
Lo Stato in pubblico mostra i muscoli, in realtà cala le braghe.
Nel 1993, dopo le bombe, 441 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di “normalità ” carceraria. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso dice che ha deciso tutto “in solitudine”, il sospetto è che abbia ubbidito a una “ragion di Stato”.
E’ in quei mesi del 1993 che gli apparati di sicurezza non riescono a trattare con la mafia in una posizione di forza.
Dopo le stragi siciliane e quelle in Continente, i Corleonesi progettano di abbattere la Torre di Pisa e disseminare le spiagge di Rimini con siringhe infettate dal virus dell’Hiv.
Poi preparano l’attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994 per uccidere “almeno 100 carabinieri”.
Il massacro è evitato perchè – altro mistero mai chiarito – il congegno non funziona.
E’ la svolta. La pace fra Stato e mafia è raggiunta. La mafia si placa.
Ha trovato nuovi “referenti”. Sarà una coincidenza – sicuramente una coincidenza – ma per vent’anni la mafia non spara più un colpo. E’ l’Italia di Berlusconi.
Governo dopo governo, è sempre trattativa.
Attlio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
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