Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
DATO SENZA PRECEDENTI NEL PRIMO TRIMESTRE 2012… LE CITTA’ PIU’ COLPITE SONO PALERMO E GENOVA, MENO 10% DI ACQUISTI A MILANO E NAPOLI
Crolla il mercato immobiliare italiano nel primo trimestre 2012: meno 19,6% di compravendite nel
settore residenziale rispetto allo stesso periodo del 2011.
Nel complesso il calo del mercato è del 17,8%.
Lo comunica l’Agenzia del Territorio, spiegando che per le case è la più grave caduta dall’inizio delle rilevazioni trimestrali, che data al 2004.
Il mercato immobiliare “potrebbe registrare un’ulteriore contrazione anche nel secondo e terzo trimestre” del 2012 a causa della crisi economica.
Lo afferma il direttore centrale dell’Osservatorio del mercato immobiliare e dei servizi estimativi dell’Agenzia del Territorio Gianni Guerrieri, presentando la nota sull’andamento del mercato nel primo trimestre 2012.
Tra le città più colpite dal crollo si trovano Palermo (-26,5%) e Genova (-21,8%).
A Roma e Firenze le transazioni sono diminuite rispettivamente del 20,6 e del 21,1 per cento. Molto elevati i cali anche a Bologna (-18,4%) e Torino (-18,1%).
Più contenuta la flessione delle compravendite a Milano (-10,7%) e a Napoli (-9,8%).
Il crollo delle compravendite “trova ampia spiegazione considerando i principali indicatori macroeconomici riferiti” agli ultimi mesi del 2011, periodo nel quale sono stati decisi gli acquisti i cui rogiti sono stati registrati nel primo trimestre di quest’anno, ha spiegato Guerrieri.
Dal Pil in calo all’aumento del tasso di disoccupazione, per l’Agenzia è la congiuntura a incidere sulle decisioni delle famiglie italiane.
“Non è ravvisabile, invece, una correlazione tra i dati di riduzione del mercato immobiliare del primo trimestre 2012 e l’aumento della tassazione degli immobili”, decisa con il decreto Salva-Italia praticamente alla fine dell’ultimo trimestre 2011.
Anche per il calo previsto nei prossimi mesi, secondo l’Agenzia, l’aumento dell’Imu è un fattore molto meno importante rispetto alle condizioni economiche generali del Paese.
Entrando nel dettaglio dei dati, il settore residenziale con 110.021 transazioni registrate nei primi tre mesi dell’anno rappresenta il 45% circa dell’intero mercato immobiliare per numero di compravendite e il calo del 19,6% subito interrompe il trend di crescita rilevato negli ultimi due trimestri del 2011.
Altrettanto significativa è la flessione registrata nel settore delle pertinenze (box e cantine), pari a -17,4%: le compravendite passano da 107.593 a 88.894.
Continua la contrazione degli scambi anche nei settori non residenziali con il terziario che perde il 19,6% delle transazioni (da 3.259 a 2.618), seguito dal commerciale (-17,6%; da 7.916 a 6.521).
Diminuzioni più contenute si rilevano nel settore produttivo (-7,9%) con le compravendite che passano da 2.474 a 2.279.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI PUBBLICI “ANZIANI” AVREBBERO TRA IL 50 E IL 60% DI RETRIBUZIONE, POI RICOLLOCATI O LICENZIATI
Il timore è che la spending review si trasformi in un’operazione di tagli alla cieca nel comparto pubblico.
Il rischio è che usare la mobilità prevista dalla legge Brunetta per gli statali (due anni all’80% dello stipendio, a conti fatti solo al 50-60%, poi ricollocamento in altri comparti o licenziamento) generi un altro bacino di “esodati” non concordati: troppo giovani per la pensione e senza reddito.
La preoccupazione dei sindacati, per ora estromessi dal confronto, sale.
Mentre la riunione tecnica della “troika” governativa (tecnici di Ragioneria, Funzione pubblica, commissari) non ha sciolto i nodi sul tavolo.
Il primo dei quali è come ricavare 5 miliardi di risparmi per il decreto atteso entro giugno e quanta parte di questi attribuire agli statali.
Una strada è partire dai dirigenti. Anche se le risorse recuperate potrebbero deludere.
I dirigenti verso la pensione. Soltanto in mille hanno i requisiti
Un’ipotesi è prepensionare i soli dirigente pubblici. Il nocciolo duro dello Stato(ministeri, enti previdenziali e di ricerca, agenzie fiscali) ne conta circa 4 mila.
Ma quelli sopra i 60 anni di età , che potrebbero entrare nel blocco in uscita, in realtà sono appena un migliaio.
Davvero poca roba, in termini di risorse da recuperare. Il criterio dei 40 anni di lavoro, poi, valutato ieri dai tecnici di Ragioneria e Funzione pubblica, sembra invece incontrare problemi giuridici.
In totale, i dirigenti del pubblico impiego sono circa 230 mila, a prescindere dall’età . Ma tra questi, 15 mila rispondono agli enti locali, 180 mila sono medici (non tutti “manager”), e poi prefetti, diplomatici, magistrati, forze armate, 6-7 mila nella scuola (settore già spolpato).
Il rapporto capi-funzionari. Ora si punta al modello europeo un “capo” ogni quaranta sottoposti.
Un rapporto minimo di un dirigente ogni 40 dipendenti, in linea con quanto avviene nei Paesi europei più virtuosi. Questo obiettivo, messo in pratica già per le agenzie fiscali con il decreto varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, potrebbe essere esteso a tutto il settore pubblico.
Dove esistono sacche di sicura inefficienza, con un rapporto talvolta di uno a 10, persino di uno a 8. Ma anche realtà ridotte all’osso, in cui la proporzione si situa già sui livelli auspicati dal governo.
Gli “esuberi” dirigenziali, che certo la misura produrebbe, andrebbero poi assorbiti. Con la mobilità all’80% di stipendio, per chi si trova a due anni dalle pensione. E per gli altri? Anche per questa misura, il rischio è di raccogliere cifre non esorbitanti.
I dipendenti “anziani”. Un bacino di 240 mila lavoratori che adesso teme per l’assegno.
Mettere in moto la legge Brunetta e usare la mobilità all’80% dello stipendio per due anni come strumento di “prepensionamento”.
L’ipotesi fa correre più di un brivido sulla schiena di statali e sindacati.
Il bacino dei lavoratori over 60 è di 240 mila persone, di cui 25 mila nelle amministrazioni centrali (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici, ricerca). Pescare in questo bacino è operazione delicatissima.
Il rischio è creare nuovi “esodati”, senza passare neanche da un accordo. Se difatti non è possibile ricollocare gli statali presso altri enti o strutture, scatta il licenziamento. Con il traguardo della pensione spostato in là dalle nuove regole, dopo due anni di cassa, molti sarebbero senza busta paga e lontani anni dall’assegno previdenziale.
Il taglio lineare del 5%. Piante organiche già prosciugate. Il rischio di sforbiciate alla cieca.
La soluzione paventata dal ministro Giarda, il regista della spending review, di un taglio lineare del 5% alle piante organiche ha il difetto di operare alla cieca.
Proprio quanto si voleva evitare, sfoltendo le spese in modo mirato per eliminare gli sprechi. Se poi il riferimento è alle “piante organiche”, esiste anche un rischio flop. Molte amministrazioni, per via del blocco del turn over, non hanno rimpiazzato le uscite con assunzioni.
E dunque quel bacino è già “asciugato” e i risparmi attesi contenuti. Per gli enti in eccedenza (la SuperInps, ad esempio, e altri) il taglio lineare avrebbe un effetto casuale dannoso: uffici depotenziati e altri sovraffollati, per assorbire gli “esuberi”.
Se parliamo poi di organico (e non di pianta), allora le rasoiate sono di fatto licenziamenti.
Le indennità -extra. Bonus cospicui per i responsabili la base rischia decurtazioni record.
La parte “accessoria” dello stipendio di un dipendente pubblico pesa dal 10 al 40% della busta paga totale.
Di meno per i dipendenti della scuola, di più per i lavoratori delle agenzie fiscali, sanità ed enti locali. Pensare di “risparmiare” su questa parte è argomento molto scivoloso che rasenta il taglio degli stipendi.
Succosa per i livelli dirigenziali, per la maggior parte degli statali questa voce è linfa insopprimibile, perchè fatta di turni, festività , produttività , risultato.
Va notato, poi, che la mobilità all’80% dello stipendio per due anni (ipotesi al vaglio della task force governativa), per molti si tradurrà nel dimezzamento dello stipendio, proprio perchè l’80% si calcola solo sul livello base, e non anche sui parametri “accessori”.
(da “la Repubblica“)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
INDENNITA’ AGGIUNTIVE FINO A 2.500 EURO PER BANCARI, CARABINIERI E POSTINI “DISTACCATI”….NEL BILANCIO 3,6 MILIONI DI EURO PER LE INTEGRAZIONI… 901 DIPENDENTI DIVISI IN 14 SINDACATI
L’ex senatore Gustavo Selva l’ha bollata un giorno «indennità di Palazzo». 
Mai definizione è stata più azzeccata per descrivere il capitolo 1.6.4 del bilancio di palazzo Madama.
Dove c’è scritto «Personale di altre amministrazioni ex enti che forniscono servizi in Senato», accanto a una cifra: 3 milioni 570 mila euro.
Tanto la Camera alta ha stanziato nel 2011 per arrotondare le paghe di tutte quelle persone che non ne sono dipendenti, ma lavorano lì.
Innanzitutto le forze di polizia. «Un numero che non sono mai riuscito a conoscere nei 14 anni in cui sono stato deputato e senatore», confessò lo stesso Selva a Libero qualche tempo fa, argomentando tuttavia che quella «indennità di palazzo» spettante a poliziotti e carabinieri in servizio, appunto, nei palazzi del potere «dovrebbe essere riconosciuta piuttosto a chi fa servizio di strada per combattere la criminalità ».
La cifra è ovviamente diversa a seconda dei gradi di responsabilità .
L’«indennità di Palazzo» concessa alle forze di polizia oscilla da un minimo di 200 euro lordi al mese per i piantoni a un massimo di 2.500 euro per i gradi apicali.
Poi ci sono i pompieri: da 300 a 2 mila euro.
Quindi i vigili urbani: da 150 a 500 euro. E i dipendenti dell’ufficio interno di Poste italiane: da 200 a 1.000 euro.
E già il fatto che un lavoratore dipendente debba avere una retribuzione aggiuntiva da un’amministrazione diversa dalla sua per fare lo stesso lavoro che qualunque suo collega meno fortunato svolge altrove in condizioni certamente più disagiate, soltanto perchè è nel cuore del potere, è abbastanza curioso.
Ma che all’indennità abbiano diritto anche alcuni privati è addirittura sorprendente. Parliamo dei dipendenti dello sportello bancario interno gestito da Bnl del gruppo Bnp Paribas (da tempo immemore si è in attesa di una gara), ai quali toccano da 400 a 750 euro lordi al mese.
Come pure di quelli dell’agenzia di viaggi di palazzo Madama, affidata alla Carlson Wagonlit, i quali più modestamente si devono accontentare di 300-400 euro mensili. Briciole.
Che però non toccano, per esempio, ai dipendenti del ristorante finiti in cassa integrazione dopo l’aumento dei prezzi del menu che ha provocato il tracollo del fatturato
Sia chiaro: di questo stato di cose non sono certo responsabili i lavoratori.
Ma che l’«indennità di Palazzo» rappresenti una singolare anomalia è chiaro da tempo: almeno da quando, dopo un ordine del giorno voluto nel 2009 dall’ex leghista Piergiorgio Stiffoni, quella voce avrebbe subito in alcuni casi un taglio del 10%.
Del resto, chi si ostina a difendere quel piccolo privilegio va compreso.
Il livello delle retribuzioni del Senato continua a essere tale da mortificare gli «esterni» che lavorano a palazzo Madama e dintorni.
Lo scorso anno gli stipendi del personale, comprese indennità varie, hanno toccato 134 milioni e mezzo di euro. Ovvero, 149.300 euro in media per ciascuno dei 901 dipendenti.
Quasi il quadruplo della retribuzione media di un dipendente della Camera dei comuni britannica.
Ma chi ha l’ingrato compito istituzionale di fronteggiare le offensive sindacali al tavolo delle trattative qui non deve avere vita facile.
Anche se è un sindacalista poco arrendevole, a giudicare da come ha reagito alla sua espulsione decretata dal Carroccio: si tratta di Rosi Mauro, vicepresidente del Senato nonchè presidente del sindacato «padano».
Di sigle sindacali, davanti, ne ha 14. Quattordici per 901 dipendenti.
In media, se tutti quanti avessero una tessera in tasca, 64 iscritti a sigla. In media, appunto.
Perchè per 49 stenografi esiste un «sindacato tra gli stenografi parlamentari» e un’«associazione resocontisti stenografi parlamentari».
C’è poi l’«associazione fra i funzionari», l’«associazione consiglieri parlamentari», il «sindacato quadri parlamentari» e il «sindacato coadiutori parlamentari».
Senza parlare dell’«organizzazione sindacale autonoma-Senato», dell’«associazione tra gli assistenti parlamentari del Senato», del «sindacato dei dipendenti del Senato», dell’«associazione sindacale intercategoriale del Senato» e dell’«associazione dipendenti Senato».
E per finire con Cgil, Cisl e Uil.
La ciliegina: nonostante queste paghe stellari e il nutrito gruppo di espertissimi consiglieri (117), il Senato ha comunque speso 2,3 milioni di «consulenze per il Consiglio di presidenza e i presidenti» (capitolo 1.6.2) e quasi due milioni di «Prestazioni professionali per l’amministrazione».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
LE FAMIGLIE ‘NDRANGHETISTE” CHIEDONO IL 3% ALLE IMPRESE
“o non è che sono venuto da voi per mille euro, che io gli piscio, ma per la scostumatezza che avete avuto. Perchè venite da fuori e avete fatto lavori a casa mia”.
Autostrada Salerno-Reggio Calabria, 433 chilometri di ‘ndrangheta.
“Il corpo di reato più lungo del mondo”, dove la mafia più potente chiede il pizzo, impone ditte per i subappalti, stabilisce buone relazioni con i colossi delle costruzioni italiane, mantiene l’ordine quando si può e quando gli accordi non vengono rispettati l’ordine lo sovverte a suon di bombe nei cantieri e minacce.
Quello dell’autostrada, ci dice un investigatore, è un osso che i mammasantissima non molleranno mai. In ballo ci sono tanti soldi: almeno altri 10,2 miliardi (erano 5,8 secondo i calcoli fatti nel 2002) per tratti da appaltare o da progettare.
Qui le carte le dà la ‘ndrangheta, il resto (Anas, colossi nazionali dei lavori pubblici e Stato) sono giocatori che sanno di dover perdere.
Vittime o complici, a seconda dei casi e delle convenienze.
E chi varca il check-point di Eboli non deve essere “scostumato”, come dice il boss intercettato in una delle tante inchieste (sette negli ultimi anni) sulle infiltrazioni mafiose nei lavori della Salerno- Reggio Calabria.
Comportarsi in modo educato significa pagare.
Almeno il 3% sull’importo dei lavori, che i boss gentilmente definiscono “tassa ambientale”.
Basta versarla con puntualità e si vive tranquilli .
Il geometra Talarico, che lavora per il consorzio Baldassini- Tognoli, un giorno vive la peggiore avventura della sua vita.
Mentre sta lavorando in un cantiere viene avvicinato da due giovani che lo minacciano e gli chiedono il pizzo.
à‰ terrorizzato, non sa che fare. Si tranquillizza solo ventiquattro ore dopo, quando quei due picciotti impudenti si ripresentano accompagnati da un vecchio. Don Mico, si chiama, e dice poche parole: “Il geometra è con me, come vi siete permessi? Ora prendete quelle paline a aiutatelo a misurare il terreno, che gli avete già fatto perdere un sacco di tempo”.
Talarico è allibito quando racconta la sua giornata nera a un amico: “Gioia Tauro, Rosarno e un altro paese che non mi ricordo il nome, lo chiamano il triangolo della morte. Te l’ho detto che mi hanno fermato e mi hanno puntato una pistola in faccia?”.
Funziona così in Calabria, dove la ‘ndrangheta ha trovato un sistema scientifico per spremere fino all’osso i miliardi dell’autostrada.
Lo racconta, da pentito, Antonino Di Dieco, commercialista imparentato con importanti boss e consigliori della famiglia Pesce di Rosarno.
Intanto bisognava appianare tutti i contrasti tra le cosche che avevano provocato attentati e morti fino a tutti gli anni Ottanta.
Per questo, una sera del 1999, le famiglie si riuniscono in un bar di contrada Bosco a Rosarno, il regno dei Pesce e dei Bellocco.
“Le controversie tra le cosche — racconta il pentito — andavano sanate per permettere alle aziende di pagare regolarmente senza che venissero danneggiati i mezzi”.
La “tassa ambientale”, per la ‘ndrangheta.
Il “cash flow”, per il manager di un grande consorzio.
Ma come si stabilisce il pizzo, la quota da pagare?
Lo spiega Di Dieco. “Esaminai i bilanci, i business plane e diedi la mia consulenza. Alterando le fatture di costo si poteva creare una somma di denaro che poi veniva destinata al pagamento del 3%. La ‘ndrangheta riceveva i soldi e la società che si era aggiudicata i lavori pagava senza mettere mano alle proprie casse, bensì da questo surplus che si creava dai costi elevati nelle fatture che presentavano le ditte in subappalto”.
Si gonfia sul costo del noleggio delle attrezzature, ma anche truccando carotaggi e analisi. Sabbia di fiume e di mare, asfalti scadenti, vengono classificati come materiale eccellente.
Come hanno reagito i grandi colossi, ce lo spiega un’inchiesta del pm Roberto Di Palma.
“Sia Condotte che Impregilo avevano compreso molto bene la realtà mafiosa della Calabria, insediando rispettivamente nelle loro società D’Alessandro Giovanni e Miglio Francesco, personaggi che da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della ‘ndrangheta e con imprese di riferimento delle cosche”.
I due tecnici vengono nominati entrambi capo area per la Calabria.
La terra dell’autostrada della ‘ndrangheta. Con i suoi boss bisogna accordarsi, anche trovando, parola di un manager, ‘ditte a modo’ per i subappalti.
Perchè la ‘ndrangheta non è un fenomeno folk, tutto tarantella e ‘nduja, ma grande business criminale.
Ce lo spiega l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia definendo la mafia made in Calabria “una presenza istituzionale strutturale nella società calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico e amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
PAOLILLO: “LAVORIAMO SOLO NOVE MESI ALL’ANNO. AUMENTIAMO IL TEMPO DEDICATO ALL’OCCUPAZIONE PER FAR RIPARTIRE LA PRODUTTIVITA’”
Aumentare il tempo di lavoro per far ripartire la produttività . E’ la ricetta del sottosegretario
all’Economia, Gianfranco Polillo.
“Nel brevissimo periodo, per aumentare la produttività del Paese – ha spiegato – lo choc può venire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”.
Secondo Polillo, “se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”.
Il sottosegretario, parlando a margine di un convegno a Roma, non vede particolare difficoltà a realizzare questo obiettivo.
“Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità perchè abbiamo un deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che è di circa 3 punti del Pil, un dato spesso sottovalutato. Questo significa che noi ogni anno per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che negli ultimi anni sono stati pari a 50 miliardi di euro. Quindi, se non chiudiamo questo gap non possiamo continuare a utilizzare prestiti esteri per sostenere i consumi”.
“Questo gap – ha aggiunto – lo possiamo colmare in due modi: riducendo la domanda interna e, sarebbe inaccettabile se non vogliamo distruggere il Paese oppure aumentando il potenziale produttivo del Paese”.
Premettendo che nel medio periodo bisogna pensare ad aumentare la produttività attraverso una razionalizzazione degli apparati produttivi, riducendo costi e sprechi per aumentare gli investimenti, Polillo ha sottolineato che nel breve periodo serve una scossa elettrica per far ripartire il sistema.
“Credo che la riflessione che dobbiamo fare è sullo shock che può venire da un aumento dell’imput di lavoro senza variazione di costo”. “Siamo in un Paese in cui si lavora mediamente nove mesi all’anno e, credo, che ormai bisogna ragionare che questi nove mesi di lavoro sono troppo brevi”
“Se noi rinunciassimo a una sola settimana di vacanza – sono parole di Polillo – avremmo un impatto immediato sul Pil di circa l’1%”. E lo stesso sottosegretario ha chiarito che “da parte dell’industria questo non deve essere un accordo generalizzato, ma deve essere un accordo per le aziende che sono state già ristrutturate e che hanno un mercato”.
Per chiarire che queste idee sono “in una fase di studio e di riflessione”, Polillo ha fatto presente che “anche i sindacati non sono contrari, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per proprio conto su questo tema”.
E questa riflessione non è limitata ad alcune sigle: “All’interno di tutti i sindacati, compresa la Cgil, vi sono settori illuminati e riformisti – ha riferito Polillo – che ragionano in termini di interessi generali”.
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLO SVILUPPO A “RADIO ANCH’IO” SPECIFICA CHE L’AUMENTO DELLE IMPOSTE “NON AVREBBE EFFETTI POSITIVI SULL’ECONOMIA”… “LA LEGGE ELETTORALE COSTRINGE A RAGGRUPPAMENTI FORZOSI, ETEROGENEI E REPELLENTI”
L’obiettivo “che rimane confermato” della spending review è quello di “evitare un intervento automatico di aumento dell’Iva che non avrebbe effetti positivi sull’economia” .
Il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, intervenendo a Radio Anch’io, ha specificato che l’introduzione di nuove tasse non è “la cosa da fare adesso” visto che “l’ammontare del peso fiscale è molto elevato e non vedo spazio per ulteriori interventi”.
Al contrario, ha detto, “ridurre le tasse a quelli che le pagano è un obiettivo” dell’esecutivo, ma “non è pensabile nel breve” termine. E’ necessario infatti “prima di tutto che tutti paghino e sappiamo che questa è una condizione diversa dalla realtà ”.
Per quanto riguarda invece il vertice del G20, secondo Passera “gli incontri devono aiutare a consolidare il fronte di tutti coloro che credono in politiche più attive per la crescita” e anche sul fatto che l’Europa possa “garantire per se stessa” perchè “è chiaro che se questo non avviene può permanere l’incertezza per l’euro”.
Una stoccata anche alla Germania, che rientra fra i “paesi che danno importanza esclusiva ai conti, il che è giusto, ma è chiaro che il disagio che cresce, soprattutto occupazionale, deve essere fronteggiato con politiche più attive”.
Occorre ”maggiore impegno per lacrescita ma non abbiamo tutti con noi, gli incontri debbono servire per consolidare il fronte di coloro che si rendono conto che è necessario creare più lavoro in Europa”.
Il ministro dello Sviluppo ha ricordato che il governo “sugli esodati” deve “risolvere la situazione”, aggiungendo che “sarebbe un bel segnale” arrivare al consiglio europeo di fine giugno con la riforma del lavoro approvata. E ribadisce il no comment ad una sua possibile candidatura nel 2013.
“Che ci sia una vasta area di italiani — ha aggiunto — che vogliono partecipare di più è un fatto oggettivo, che ci sia una legge elettorale che non aiuta perchè costringe a raggruppamenti forzosi, eterogenei, repellenti, correggo subito: che non incoraggiano, è un altro fatto oggettivo”.
Ma ad una candidatura, aggiunge, “non posso e non devo pensarci. Questo governo tecnico non deve pensare al dopo perchè dobbiamo svolgere il nostro compito e guai a targare elettoralmente questo governo”.
Un riferimento anche agli sprechi generati dalla politica, che “ha creato migliaia dientità e società sia attaccate ai ministeri che agli enti locali. In questo grande mondo ci sono circa diecimila entità parapolitiche e ci sono miliardi da recuperare con coraggio e determinazione”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile
PIETRO ICHINO: “ALTRI 24.500 POTREBBERO ESSERE “SALVAGUARDATI”, PER GLI ALTRI LA STRADA DEGLI INCENTIVI ALL’ASSUNZIONE”… “FAVORIRE IL RIENTRO DEI 50-60ENNI NEL TESSUTO PRODUTTIVO E PREVEDERE UN TRATTAMENTO DI DISOCCUPAZIONE”
Per decenni ci siamo consentiti di andare in pensione a cinquant’anni accumulando debito pubblico,
poi debito per ripagare il debito e gli interessi sul debito, finchè i creditori hanno incominciato a dubitare della nostra capacità di restituire il tutto.
Così, di colpo, come per effetto dello scoppio di una «bolla», la drammatica crisi del debito pubblico nel dicembre scorso ci ha costretti a rimettere i piedi per terra
Fino ad allora avevamo fatto finta che con 60 anni di età e 37 o 38 anni di contribuzione un lavoratore si fosse «guadagnato il diritto» alla pensione.
Se si considera che a 60 anni gli italiani hanno una attesa media di vita di 23 anni se uomini, 24 se donne, è evidente l’insostenibilità di quell’idea: non è possibile che 38 anni di contribuzione nella misura del 33 per cento costituiscano un finanziamento sufficiente per una pensione pari a tre quarti o quattro quinti dell’ultima retribuzione, destinata a durare per 23 o 24 anni.
Il sistema poteva stare in piedi soltanto con un cospicuo contributo dello Stato: ed è infatti ciò che è accaduto per tutto il mezzo secolo passato, nel quale lo Stato ha contribuito ogni anno con l’equivalente di molte centinaia di miliardi di euro al pareggio di bilancio dell’Inps.
In realtà lo sapevamo benissimo: tanto che nel 1995 abbiamo fatto la riforma delle pensioni necessaria.
Ma l’abbiamo applicata solo ai ventenni e trentenni, cioè ai nostri figli e non a noi stessi.
Il governo Monti, appena costituito, ha dovuto fare in due settimane quello che avrebbero dovuto fare i governi precedenti nell’arco di due decenni, estendendo la riforma del 1995 a tutti.
Naturale che in questo modo molti di noi cinquantenni e sessantenni siano rimasti scottati; ma la colpa non è del governo che ha gestito lo scoppio della bolla: è di chi per tanto tempo ha lasciato che si gonfiasse.
Ora, certo, occorre curare le scottature prodotte da quello scoppio.
Ma non possiamo farlo tornando indietro rispetto alla riforma.
Già con il decreto «salva Italia» del dicembre scorso sono stati «salvaguardati», cioè esentati dall’applicazione delle nuove regole, circa 65.000 sessantenni senza lavoro e molto prossimi al pensionamento secondo le regole vecchie.
Oggi a chiedere di essere «salvaguardati» sono moltissimi altri, un po’ meno vicini al traguardo.
Se si esaminano le categorie interessate, ci si rende subito conto che – oltre a circa 24.500 lavoratori per i quali un accordo stipulato prima della fine del 2011 ha previsto la cessazione del lavoro dal 2012 in poi, con o senza assistenza di un fondo di solidarietà (categoria alla quale pare davvero logico estendere la «salvaguardia» già disposta per casi analoghi con cessazione del lavoro entro il 2011) – tra gli altri aspiranti potrebbero annoverarsi tutti i cinquantenni e sessantenni attualmente disoccupati: l’Inps in particolare segnala 173.100 lavoratori con più di 53 anni, che per i motivi più svariati hanno cessato di lavorare tra il 2009 e il 2011, e 122.750 nati dopo il 1946 e senza lavoro da anni, autorizzati dallo stesso istituto ai versamenti contributivi volontari (per ulteriori dati rinvio al mio sito).
Esentare dall’applicazione delle nuove norme tutti questi casi equivarrebbe evidentemente a svuotare la riforma del dicembre scorso, ripristinando la situazione finanziariamente insostenibile precedente e l’ingiustizia tra generazioni, con un incremento di decine di miliardi del debito di 2 mila miliardi che già lasciamo da pagare ai nostri figli e nipoti.
I cinquantenni e sessantenni senza lavoro non devono essere incoraggiati a uscire definitivamente dal tessuto produttivo, ma aiutati a rientrarvi, con tutti gli incentivi e le agevolazioni possibili per favorire il loro ritorno a un’occupazione retribuita adatta a loro, ancora per qualche anno.
La soluzione deve consistere in una norma speciale che estenda, nella misura delle disponibilità finanziarie, il trattamento di disoccupazione, e al tempo stesso istituisca alcuni forti incentivi all’ingaggio di queste persone: per esempio con esenzioni contributive, sgravi fiscali, una disciplina speciale che consenta un periodo di prova fino a un anno nel rapporto di lavoro dipendente, e che agevoli la costituzione di rapporti genuini di collaborazione autonoma continuativa con le amministrazioni locali, dove ne ricorrano gli elementi essenziali. In altre parole, occorre mantenere fermo il principio per cui a 50 e a 60 anni si può ancora lavorare, e si deve essere disponibili a farlo se si vuole beneficiare di un sostegno del reddito; ma anche fare tutto il possibile per abbattere il diaframma che impedisce a questa offerta di lavoro maturo di incontrarsi con la domanda potenziale, soprattutto nel settore dei servizi alle famiglie e alle comunità .
La nuova cultura del lavoro di cui il Paese ha urgente bisogno deve liberarsi dall’idea che per un sessantenne trovare un lavoro, anche magari a part-time , sia impossibile. Per liberarsi di quell’idea non basta, certo, un tratto di penna sulla Gazzetta Ufficiale : occorre anche far funzionare meglio il nostro mercato del lavoro, abbattendo il diaframma che impedisce l’incontro fra una grande domanda di servizi alle famiglie e alle comunità locali e questa grande offerta potenziale di manodopera, che può essere facilmente posta in grado di svolgerli.
Pietro Ichino
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile
“NOI STIAMO CON BERSANI”: LA LETTERA CONTRO L’USATO SICURO RESPINTA DA MOLTI AMMINISTRATORI PD
Una lettera per la «rottamazione» e un manifesto per l’«usato sicuro».
C’è l’ultima fatica epistolare di Matteo Renzi, indirizzata agli amministratori del Pd per invitarli al Big Bang di sabato prossimo nella sua Firenze.
Con una «provocazione» che è tutta un programma: «I veri tecnici siamo noi. Perchè la tecnica non è il contrario della politica: la tecnica è, dovrebbe essere, almeno, strumento a servizio della politica».
Un invito, però, che a conti fatti, un gruppo di destinatari ha già declinato.
In tutto una trentina, tra sindaci, presidenti di Provincia e di Regione, che alla lettera di Renzi hanno risposto con un appello per sostenere Pier Luigi Bersani alle primarie del centrosinistra.
Da Piero Fassino a Vasco Errani, da Zanonato a Cialente, da Merola a Scanegatti passando per Daniele Manca e Catiuscia Marini.
C’è perfino la firma di Enrico Rossi, governatore della Toscana, in calce al manifesto che sponsorizza il «vecchio» segretario rottamando il «nuovo» sindaco di Firenze.
Insomma, prime importanti defezioni tra i grandi elettori naturali di Matteo Renzi, proprio nel giorno della chiamata a raccolta all’assemblea che, promette lo sfidante di Bersani, «non sceglierà un candidato alle primarie, ma candiderà gli amministratori per cambiare l’Italia».
Già , proprio quegli amministratori tra i quali, evidentemente, c’è chi preferisce l’«usato sicuro» agli incentivi alla «rottamazione».
E che non faranno parte della spedizione dei mille che il prossimo week-end affollerà il palazzo dei congressi a due passi dalla stazione di Santa Maria Novella.
Dove il tema del rinnovamento sembra già destinato a monopolizzare la due giorni. «Non abbiamo scoperto oggi la spending review o il rigore amministrativo — scrive il sindaco —. Solo che siamo abituati a farlo mettendoci il cuore, l’anima, tutto noi stessi. C’è la casta di chi sta rinchiuso nei palazzi dell’amministrazione centrale e c’è l’anticasta di chi tutti i giorni incontra cittadini, parla, ascolta, sta nei mercati e nei centri anziani, nelle scuole e sui posti di lavoro».
Critiche, ma anche proposte. «Non ci serve l’ennesimo cahier de doleances — prosegue Renzi —. E la nostra non può essere una terapia di gruppo di chi si racconta i rispettivi problemi, una sorta di seduta collettiva di amministratori anonimi».
Con una spinta alla fiducia e all’ottimismo. «Noi possiamo e vogliamo restituire un orizzonte all’Italia — continua il capo rottamatore —. Che ha tanti problemi, è vero. Ma è un Paese fantastico, pieno di talenti e opportunità . Liberare l’Italia che già c’è, e che è decisamente più bella di come ce la raccontiamo: questa la prima missione».
Ci sono i meriti dei tecnici guidati da Monti, che hanno ridato «all’Italia quella credibilità che aveva perduto» evitandole «il destino della Grecia», e i doveri della politica.
Che nel manifesto degli amministratori pro Bersani si riassumono più o meno così: «Siamo al cospetto di questioni irriducibili che richiedono di essere guardate in profondità e affrontate con la convinzione che l’impresa che andiamo ad affrontare richiede un passo saldo e determinato e un nuovo patto democratico per la ricostruzione e il cambiamento del Paese».
E come nella lettera di Renzi, anche l’appello a favore del segretario nazionale del Pd, mette al centro gli amministratori locali. «La difficoltà crescente di trovare soluzioni concrete coinvolge direttamente noi Sindaci», nella ricerca di una soluzione che «sta nel ricreare una sana gerarchia dei valori» contro «la montante ondata populista» che «può solo aggravare la disillusione dei cittadini».
La sfida tra Bersani e Renzi per evitarlo è già cominciata.
Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)
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Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile
LA FONDAZIONE PER DISTRIBUIRE 30 MILIONI DI EURO AGLI STUDENTI PIU’ BRAVI NON E’ MAI DIVENTATA OPERATIVA…AL PALO ANCHE IL NUOVO PACCHETTO VOLUTO DAL MINISTRO PROFUMO PER GARANTIRE SOLDI E SCONTI SULLE TASSE UNIVERSITARIE
Quella del 2012 doveva essere una maturità all’insegna del merito. 
Con 30 milioni di euro in borse di studio da assegnare agli studenti più bravi. Ma il progetto annunciato dall’ex ministro Mariastella Gelmini è rimasto sulla carta.
La novità per il momento è stata accantonata, complice anche il cambio che ha portato al vertice del dicastero dell’Istruzione Francesco Profumo.
E così, mentre il nuovo pacchetto pensato dal neo responsabile per introdurre misure per premiare i migliori non è stato ancora discusso in consiglio dei ministri, per ora agli studenti non resta che puntare alla lode, che però quest’anno è quasi impossibile da raggiungere.
In una nota del ministero datata 11 settembre si leggeva: “Dal prossimo anno scolastico gli studenti che hanno sostenuto l’esame di Stato avranno la possibilità di affrontare un ulteriore test nazionale che metterà in palio borse di studio da 10mila euro, per un totale di 30 milioni. La partecipazione alle prove sarà volontaria, ma potranno essere sostenute solo dagli studenti che conseguiranno alla maturità un punteggio di almeno 80/100”. Il ministero si spingeva più in là , delineando alcune caratteristiche dei nuovi test: “Saranno elaborati dall’Invalsi e non valuteranno la preparazione strettamente scolastica degli studenti ma le competenze di base, dalla comprensione del testo alla logica”.
Il nuovo progetto doveva essere gestito dalla Fonazione per il merito, un organismo istituito dal decreto sviluppo approvato dal governo Berlusconi nel maggio 2011, con membri fondatori il ministero dell’Istruzione e quello dell’Economia.
Una fondazione per cui è già stata autorizzata dal precedente esecutivo una spesa di 10 milioni di euro per il 2011 e di un milione all’anno a partire dal 2012.
Da qui, nelle intenzioni della Gelmini, si sarebbe partiti per arrivare, grazie anche ai fondi europei e al contributo di privati, ai 30 milioni di euro da distribuire agli studenti più meritevoli. E a ulteriori somme da utilizzare per prestiti agevolati agli iscritti alle università .
Ma di prestiti e borse di studio non se n’è più fatto nulla.
Così come della Fondazione per il merito, visto che non è più stato approvato lo statuto e il consiglio di amministrazione non è stato ancora nominato.
Dal ministero dell’Economia fanno sapere che nelle prossime settimane saranno poste le firme necessarie e da allora la nuova organizzazione sarà operativa.
Per ora, però, il merito targato Gelmini è rimasto al palo. Così come quello voluto da Profumo. La bozza del suo ‘pacchetto merito’ è iniziata a circolare a fine maggio.
Tra le altre cose, è prevista a partire dall’anno prossimo la nascita della figura dello ‘studente dell’anno’, scelto da ogni scuola tra quelli che hanno ottenuto i voti più alti alla maturità , magari centrando la lode.
I migliori si aggiudicherebbero una borsa di studio, una riduzione del 30 per cento delle tasse del primo anno di università e la tessera ‘IoMerito’ per avere sconti per musei, mostre e mezzi pubblici.
Il provvedimento sarebbe dovuto arrivare in consiglio dei ministri già all’inizio di giugno. Ma le anticipazioni delle nuove norme hanno scatenato diverse polemiche.
Molto critico il Pd: gli esponenti democratici hanno parlato di visione troppo elitaria della scuola e Giuseppe Fioroni, ex ministro dell’Istruzione, ha indicato altre priorità rispetto al merito: “Dovremmo occuparci innanzitutto della grande dispersione scolastica e migliorare le competenze dei nostri studenti, oggi sotto la media Ocse”.
Niente borse di studio quest’anno, quindi. E nulla di certe su quelle future.
Così agli studenti che il 20 giugno affronteranno la prima prova non resta che sperare nei 650 euro garantiti a chi raggiunge la lode.
Solo che quest’anno sarà più difficile del solito aggiudicarsela, visto che è richiesta la media del 9 negli ultimi tre anni, senza voti sotto l’8 in pagella.
E, come se non bastasse, un 100 pulito al termine di scritti e orali senza i punti bonus a disposizione della commissione.
Luigi Franco
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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