Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
A UNA SETTIMANA DAL CONGRESSO, BOSSI CAMBIA STRATEGIA E FA RITORNARE SULLA TERRA I BARBARI TRASOGNANTI: “QUELLI CHE HANNO FATTO LA LEGA NON POSSONO ESSERE BUTTATI FUORI PER BEGHE LOCALI”
Umberto Bossi non molla. 
Ad una settimana dal congresso federale che dovrebbe decretare la definitiva uscita di scena del Senatùr a favore di Roberto Maroni e della sua Lega 2.0, il vecchio Capo fa sapere da Cermenate (Como) di voler restare in sella, ora più che mai.
Ha dato la sua disponibilità per fare il presidente al fianco di Maroni (con cui ha chiuso un accordo), ma vuole capire quali saranno i reali poteri attribuiti alla sua figura.
Così Bossi, che dopo la batosta di marzo si sente nuovamente al timone del suo partito, parla già di far rientrare nella Lega tutte le persone espulse “quelli che hanno fatto la Lega e non possono essere buttati fuori per delle beghe locali”.
Bossi lo ha detto durante un incontro con i militanti a cui ha preso parte anche l’indipendentista Mario Borghezio.
L’eurodeputato ha dato l’ennesima prova di sobrietà e mansuetudine, attaccando lo Stato (“mafioso”) ma anche quei leghisti troppo morbidi che “accarezzati dalle brezze romane pensano che la situazione possa cambiare dialogando con Roma”.
Insomma, la vecchia Lega non vuole cambiare e punta a sopravvivere a sè stessa.
La leadership di Maroni peraltro si è dimostrata scarsa, com’era prevedibile, e il partito è dato in costante calo, segno evidente che le epurazioni non hanno portato ai risultati auspicati dai barbari trasognanti. Sono state viste piuttosto come un regolamento di conti interni tra bande rivali accompagnate da una strategia di riavvicinamento al Pdl che la base elettorale non condivide per nulla.
Non a caso l’emorragia di voti di protesta verso i grillini ha colpito in gran parte proprio l’elettorato della Lega.
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
I GIUDICI: “IL QUADRO ACCUSATORIO SI E’ RAFFORZATO ED E’ STATO CORROBORATO DA DETTAGLI CHE ORA DOVRANNO ESSERE ESAMINATI”… RUTELLI: “VUOL FARE LA FINE DI IGOR MARINI”
“Tutti gli investimenti immobiliari che ho fatto dal 2007 in poi li ho fatti per conto della corrente rutelliana, c’era un preciso patto fiduciario”.
Questo uno dei passaggi del lungo interrogatorio di oggi del senatore Luigi Lusi.
L’ex tesoriere della Margherita è stato ascoltato per oltre sette ore a Rebibbia dal gip Simonetta D’Alessandro e dai pm della procura di Roma. Il senatore è accusato dell’ammanco di oltre 23 milioni di euro dalle casse del partito confluito nel Pd.
Il senatore durante l’interrogatorio di garanzia ha ripercorso puntualmente tutta la sua attività di tesoriere della Margherita.
Ha precisato che “dal 2001 al 2007” il controllo che operava sui bilanci del partito era “regolare e rigoroso e riguardava una verifica accurata di tutte le entrate e le uscite”.
Dal 2007 in poi, ovvero da quando il partito si scioglie, ha precisato Lusi davanti al gip, il suo controllo operato sui bilanci “è stato solo un controllo formale e non riguardava le entrate e le uscite”, dunque “era meno accurato”. L’ex tesoriere ha ribadito che con la fusione con i Ds e la costituzione del Pd, all’interno della Margherita fu raggiunto un accordo, del quale lo stesso Lusi era il garante, per la ripartizione dei fondi e delle spese tra Popolari (60 per cento) e Rutelliani (40 per cento), ma ha aggiunto “che tutti gli investimenti immobiliari” da lui compiuti, tracciabili e riconducibili appunto alla sua persona, “sono stati fatti per conto della corrente rutelliana e in virtù di un patto fiduciario con tale corrente per fare rientrare i soldi in questa maniera”. Allo stesso tempo Lusi ha anche ammesso che in questo meccanismo di gestione poco accurata dei bilanci si è appropriato di somme di denaro.
Ma ha più volte sottolineato che la stragrande maggioranza degli acquisti di immobili sono stati fatti proprio in virtù del patto con la corrente del’ex presidente Dl Rutelli.
Immediata la reazione del leader Api: “Se è vero che ha detto di aver concordato con la ‘corrente rutelliana’ le operazioni di ladrocinio a beneficio personale e dei suoi familiari, significa che Lusi vuol fare la fine di Igor Marini”.
Marini – viene ricordato in una nota – fu condannato a 10 anni di carcere anche per calunnia a danno di Rutelli. Il deputato del Pd ed ex dirigente della Margherita Giampiero Bocci ha a sua volta dichiarato: “Se ha detto questo, è proprio andato fuori di testa”.
La deposizione potrebbe segnare uno spartiacque nell’inchiesta della procura capitolina.
Lusi, in carcere da tre giorni, aveva infatti lasciato intendere, nei giorni scorsi tramite i suoi avvocati, che oggi sarebbe stato il “momento della verita”. Della sua verità . I penalisti dell’ex tesoriere della Margherita avevano anche aggiunto che il loro assistito avrebbe fornito oggi tutti i particolari a sua conoscenza sulla sottrazione di fondi dalle casse del partito per chiamare così in causa altri soggetti.
“Ha parlato di come funzionava il sistema e di quello che era il suo ruolo”, hanno detto i difensori lasciando il carcere di Rebibbia.
Gli avvocati Luca Petrucci e Renato Archidiacono hanno anche spiegato che il senatore ha portato all’attenzione degli inquirenti documenti e fatto riferimento a carte che la procura può acquisire e che adesso saranno oggetto di valutazione dei pubblici ministeri.
I legali hanno precisato di non aver presentato istanza per la remissione in libertà del parlamentare. La richiesta sarà presentata la prossima settimana. Massimo riserbo in ambienti della Procura sull’esito dell’interrogatorio di garanzia , ma fonti di piazzale Clodio affermano che “il quadro accusatorio si è rinforzato ed è stato corroborato da dettagli che ora dovranno essere esaminati”.
Il senatore, che deve rispondere delle accuse di associazione a delinquere e appropriazione indebita, è finito in carcere due giorni fa dopo il via libera dell’assemblea di Palazzo Madama.
Nell’ambito della stessa inchiesta è già agli arresti domiciliari la moglie di Lusi, la signora Giovanna Petricone, mentre i due commercialisti che erano stati raggiunti dall’ordinanza di custodia hanno ottenuto nelle scorse settimane l’obbligo di firma.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
UNICEF: “NEL MONDO CI SONO 215 MILIONI DI PICCOLI SCHIAVI, IMPIEGATI IN ATTIVITA’ A RISCHIO”
Sono 215 milioni i bambini coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo. 
Più della metà svolge attività a rischio, come la schiavitù sessuale e la guerra. Ma non solo.
Ogni minuto ne muore uno per incidenti, malattie o gravi traumi psicologici.
E il 40% dei disoccupati sono giovani.
A denunciarlo è l’Unicef, in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile.
«Oggi giovani disoccupati o impiegati in modo inadeguato sono in genere bambini lavoratori, la cui educazione, salute e benessere sono stati compromessi in modo permanente. Il lavoro minorile crea svantaggi ai lavoratori per tutta la vita e rafforza cicli intergenerazionali di povertà , discriminazione e iniquità », ha spiegato Joanne Dunn dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia.
«Il lavoro minorile mina sistematicamente i progressi per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Osm) per ridurre la povertà , l’istruzione, l’Hiv/Aids e la disuguaglianza di genere.
Se non riusciremo a sconfiggere il lavoro minorile, non riusciremo a sostenere il diritto umano dei bambini alla protezione e a un futuro migliore», ha concluso Dunn. Nel frattempo a Firenze, nell’ambito del convegno «Lavoro Minorile: azioni di contrasto e promozione del benessere» verrà firmato un protocollo d’intesa tra l’Unicef Italia e il Garante per l’infanzia e l’adolescenza della regione Toscana. Il protocollo avrà l’obiettivo di promuovere e realizzare attività d’informazione, diffusione e studio della Convenzione sui diritti dell’infanzia; favorire la partecipazione autentica e strutturata delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi alle attività promosse; favorire lo scambio reciproco d’informazioni e buone prassi sulle politiche e i progetti dedicati all’attuazione dei diritti dei minorenni sul territorio; promuovere iniziative per il benessere dei bambini/e con particolare attenzione al diritto alla salute, soprattutto per i più marginalizzati.
Marta Serafini
Corriere della Sera
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA LETTERA INVIATA AI LEADER EUROPEI E DEL G20: “E’ LA STRADA GIUSTA”
Cinquantadue professionisti del mondo della finanza hanno scritto ai leader del G20 e dell’Europa per chiedere che sostengano la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) volta a generare risorse per “le persone più bisognose nei propri paesi e nelle nazioni più povere del mondo”.
La lettera, firmata da autorevoli professionist di Wall Street, della City di Londra e di altre piazze finanziarie europee, afferma che la TTF “permetterebbe di riequilibrare I mercati finanziari prendendo le distanze da una mentalità di trading a breve termine che ha contribuito all’instabilità dei nostri mercati finanziari. Questa tassa ha anche il pregio di generare un gettito rilevante”.
Tra i firmatari, Arielle de Rothschild, Managing Director del Rothschild Group, Andreas Neukirch, President del GLS Bank, in Germani, Barry Marshall, ex Chief Operating Officer del Gartmore Group e Dr William Barclay ex senior Vice President del Chicago Stock Exchange oltre a otto ex dirigenti della Goldman Sachs e JP Morgan.
La lettera respinge le affermazioni dei critici della TTF secondo cui questa tassa provocherebbe danni all’economia.
Nella lettera si spiega infatti che la TTF — detta anche Robin Hood Tax dalle campagne internazionali che chiedono che il gettito sia destinato per combattere la povertà – “avrebbe un effetto irrisorio sugli investimenti a lungo termine” e che “una piccola tassa sulle transazioni migliorerebbe il funzionamento dei mercati”.
Si fa notare inoltre, che il valore delle transazioni finanziarie è attualmente settanta volte le dimensioni dell’economia reale e che gran parte di questo aumento è dovuto all’uso di computer che permettono lo scambio in frazioni di secondo traendo profitti dalle brevissime oscillazioni di mercato senza che si contribuisca in alcun modo alle funzioni fondamentali del mercato primario: incrementare gli investimenti allocando efficientemente le risorse e mitigando i rischi.
Questa lettera arriva proprio a pochi giorni dal lancio della Robin Hood Tax Campaign negli USA e alla vigilia del vertice dei Ministri delle Finanze europei che si terrà a Lussemburgo.
Questo vertice insieme al Consiglio Europeo della prossima settimana potrebbero rompere la situazione di stallo provocata dall’opposizione della Gran Bretagna all’introduzione della tassa su scala europa.
Una coalizione di stati, che includa Germania, Francia, Italia e Spagna, potrebbe comunque far avanzare la proposta e superare quindi l’ostruzionismo britannico per la soluzione a 27 Stati Membri.
Una recente analisi della Commissione Europea ha confermato che l’impatto della TTF potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita.
Questa lettera dal mondo della finanza, si aggiunge alle dichiarazioni favorevoli alla tassa già espresse da Bill Gates, dal Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, dall’Arcivescono di Canterbury, e da oltre mille economisti — tra cui il Premio Nobel Stiglitz — che hanno sostenuto pubblicamente la Robin Hood Tax.
Questa lettera ribadisce che la TTF è un’opportunità storica che non può essere accantonata.
Forme di tassazione delle transazioni finanziarie, applicate su alcuni strumenti finanziari, hanno già dato prova di essere efficaci, è il caso di quanto già avviene in Gran Bretagna, in Sud Africa, ad Hong Kond, in Svizzera e in India, paesi in cui da queste tassazioni si generano risorse per miliardi di dollari all’anno.
(da “La Stampa“)
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
UN FLAGELLO ESTRANEO AL CRIMINE ORGANIZZATO CHE INFURIO’ PER SECOLI ANCHE AL NORD
Preparavano i bagagli e salutavano le persone care. Ma prima di mettersi in viaggio non si
dimenticavano di fare testamento.
Nel Settecento e nell’Ottocento succedeva in tutta Italia, da Como alla Calabria.
Lo raccontano testimoni del calibro dell’intellettuale campano Giuseppe Maria Galanti o dello scienziato e patriota lecchese Antonio Stoppani, a dimostrazione dei rischi ai quali si andava incontro allora per le strade italiane.
Che non pullulavano certo di Tir, nè di auto guidate il sabato sera da giovani ubriachi appena usciti dalla discoteca. Ma di briganti.
L’Italia ne era piena. Ne è sempre stata piena, finchè quello che viene definito il «fenomeno» del brigantaggio non fu stroncato dallo Stato unitario.
La formidabile galleria tratteggiata da Enzo Ciconte nel suo volume “Banditi e briganti. Rivolta continua dal Cinquecento all’Ottocento”, da poco in libreria per i tipi di Rubbettino, si chiude con il bandito Giuseppe Musolino, detto il «re dell’Aspromonte». Figura a suo modo epica e di fortissima connotazione popolare, al punto da ispirare Giovanni Pascoli per un’ode rimasta poi incompiuta, muore ottantenne nel 1956: dopo quarantacinque anni di carcere e dieci di manicomio.
Difficile dire se fosse davvero l’ultimo dei briganti, ma è certo che con lui scompare un mondo che per secoli ha percorso una strada parallela a quella della storia d’Italia.
Un mondo fatto di violenza, coraggio, viltà , lealtà , tradimento, avidità , corruzione, egoismo, solidarietà .
E le cui origini sono del tutto sconosciute.
Ma non le ragioni per cui la penisola italiana ne diventa il terreno fertile.
Il fatto è che a partire dal Cinquecento l’Italia è attraversata da scontri sanguinosi, senza soluzione di continuità . Ed è seguendo il filo rosso del sangue e del denaro che il brigantaggio prospera, fino a diventare, nello Stato unitario, un vero e proprio contropotere.
«Nel 1559», racconta Ciconte, «la fine delle guerre d’Italia lascia sul lastrico un numero enorme di persone, abili a combattere, ma che non sono più abituate al lavoro dei campi. Molti di costoro forniscono schiere e schiere di fuorilegge radunati in bande. Non c’è da stupirsi che anche nel Veneto del Seicento molti delinquenti siano soldati, costretti a quella scelta per integrare la misera paga giornaliera».
Ma se il fenomeno è diffuso in tutta Italia, è al Sud che tocca l’apice.
«La Calabria del Cinquecento produce tanti briganti perchè è in quel secolo che la condizione di vita dei contadini e dei diseredati spesse volte raggiunge punte di insopportabilità tali da spingere le popolazioni a scoppi irrefrenabili d’ira violenta contro i baroni e i signori locali».
Alle rivolte spesso si univano anche i frati.
Una situazione nella quale, ricorda Ciconte, «giganteggia la figura di Tommaso Campanella», che tuttavia non riuscirà a «instaurare una repubblica comunista e teocratica come quella immaginata nella Città del Sole».
Alcuni briganti sono abilissimi nell’utilizzare a proprio vantaggio i contrasti fra i poteri locali.
È il caso dell’abruzzese Marco Sciarra, detto «Flagellum Dei»: nemico pubblico numero uno per lo Stato pontificio; protettissimo dalla Repubblica di Venezia.
Nè mancano i banditi che si fanno direttamente braccio armato dei potenti e dei nobili, qual è, per esempio, Francesco Marocco detto Tartaglia, ciociaro di Sora, al servizio di Paolo Giordano Orsini. Oppure Pietro Mancino, una specie di Francis Drake pugliese, che per conto dei francesi e del Papa è la spina nel fianco del Regno di Napoli.
Va da sè che per stroncare il brigantaggio non si esitasse a ricorrere a ogni mezzo.
Ivi incluse le atrocità .
«Di questi tempi è frequente», scrive Ciconte, «trovare agli angoli delle strade i cadaveri, o pezzi di essi, dei banditi orrendamente sfregiati e tagliati in quarti; è un fatto consueto, fa parte del panorama abituale perchè tutti sono convinti che l’orribile spettacolo possa essere d’esempio».
Un macabro rituale che si ripeterà per secoli, fino alla vigilia dell’Italia unita, nello Stato pontificio.
«Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un’accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo».
L’autore di questa sconvolgente descrizione altri non è che Giovanni Battista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta: il boia del Papa che per ben 68 anni, dal 1796 al 1864, eseguì le sentenze capitali emesse dal tribunale dello Stato della Chiesa.
Aveva 17 anni quando uccise il suo primo uomo, 85 quando chiuse una carriera durante la quale per ben 77 volte aveva squartato un cadavere: fosse quello di un brigante o di un semplice furfante.
Nemmeno le pene più atroci, come la tortura, nè le leggi più infami avrebbero tuttavia spezzato il legame, inevitabile, fra briganti e alcuni strati popolari.
Ci sono perfino momenti in cui le bande si fanno esercito «di liberazione». In alcune zone del Sud, come l’Abruzzo, i briganti combattono con i sanfedisti per restituire ai Borbone il regno che gli è stato sottratto dai rivoluzionari francesi.
Tragica premessa per quella dolorosa pagina storica derubricata per lunghi decenni sotto la voce «repressione del brigantaggio», ma che in realtà ha assunto nel Mezzogiorno dopo il 1861 i contorni di una vera e propria guerra civile.
Nella ribellione al governo giacobino di Gioacchino Murat emergono banditi leggendari, che sono condottieri in piena regola: come Michele Pezza da Itri, detto «Fra Diavolo». Ciconte ci racconta che, con il momentaneo ritorno dei Borbone a Napoli, «mantiene il grado di colonnello, ottiene una pensione ed è nominato Duca di Cassano».
Poi tornano i francesi e lo impiccano. Uno dei tanti.
«Murat individua nel brigantaggio l’arma più importante usata da inglesi e borbonici contro il suo regno e decide di non accettare più quella situazione», spiega l’autore.
Dà quindi una terrificante carta bianca al suo generale Charles-Antoine Manhès: «È una guerra di sterminio che voglio fare a questi miserabili». Ed è quello che accade.
Il problema si ripeterà quando arriverà l’esercito piemontese. Ma «non c’è bisogno dei soldi dei Borbone per accendere la rivolta», commenta Ciconte. «Molti li accendono i galantuomini che con la coccarda tricolore s’insediano nei posti di potere e comandano più di prima… Altri li accende la chiamata alle armi delle quattro classi più giovani e poi una successiva chiamata, per il solo Mezzogiorno, di 36 mila uomini con una ferma che ha durata quinquennale… I giovani meridionali non hanno alcuna intenzione di vestire la divisa del re piemontese. Molti per non fare il soldato si fanno briganti… I boschi pullulano d’altri giovani. Sono i soldati borbonici che rientrano nelle loro case… Gli ufficiali trovano un posto nel nuovo esercito, i soldati no… Ad essi s’aggiungono i soldati dell’esercito meridionale garibaldino che viene sciolto. Molti di loro diventeranno provetti capibanda».
Ma senza subire, a quanto pare, il fascino della via mafiosa al crimine.
«Tra brigantaggio, mafia, camorra e ‘ndrangheta», afferma Ciconte, «non c’è alcun nesso. In Calabria il brigantaggio non ha interessato l’attuale provincia di Reggio Calabria. In Abruzzo, Puglia e Basilicata ci sono stati briganti, non mafiosi. In Campania il brigantaggio interessa le province di Terra di Lavoro e dei Principati e non la città di Napoli, che è il cuore della camorra».
In Calabria «lo scenario delle gesta brigantesche è identico a quello delle lotte contadine. Si può arrivare a dire che… briganti e moti contadini hanno scacciato da quelle terre la ‘ndrangheta, ne hanno impedito la formazione».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
RAPPORTO DEL DIPARTIMENTO DI STATO USA: NEL 2011 SALVATE DALLO SFRUTTAMENTO 42.000 PERSONE, LA MAGGIOR PARTE IN EUROPA
Amina è una giovane del Bangladesh che accettò l’offerta di fare la domestica in Libano finendo in una casa dove venne violentata, torturata e ridotta alla fame per tre mesi prima di piegarsi ai voleri dei carcerieri accettando di diventarne schiava.
In un mondo con oltre sette miliardi di abitanti ve ne sono 27 milioni che vivono in schiavitù ma nel 2011 ne sono stati liberati appena 42.291.
E Amina è fra questi.
La fotografia del Pianeta contenuta nel rapporto sul «Traffico degli esseri umani» redatto dal Dipartimento di Stato e firmato da Hillary Clinton precipita in una dimensione dei rapporti internazionali pressochè inedita.
Le regioni geopolitiche sono ritagliate sulla forza delle reti del traffico di uomini, donne e bambini: dai confini dell’Afghanistan a quelli della Cina e dell’Indonesia si estende il mercato più grande con 11,7 milioni di vittime, seguito dall’Africa con 3,7 milioni, l’America centro-meridionale con 1,8 milioni, la Russia con 1,6 milioni e l’area transatlantica Usa-Europa occidentale con 1,5 milioni mentre l’Australia è l’unica a poter vantare l’assenza di luoghi dove i trafficanti hanno totale potere sui sottomessi.
A fronte di questo sterminato giacimento di vite che alimenta il crimine organizzato vi sono i singoli individui che le polizie nazionali, giorno dopo giorno, riescono a liberare.
Il rapporto riconosce la difficoltà di quest’opera, evidenziata da numeri esigui e da una gerarchia geografica rovesciata perchè il numero maggiore di liberazioni di schiavi si registra nell’area transatlantica, che invece è ultima per quantità di sottomessi.
In Europa le vittime identificate nell’ultimo anno sono state 10.185 e nell’Emisfero Occidentale 9014 ma dove gli schiavi sono di più le liberazioni sono di meno: in Estremo Oriente 8454, in Africa 8900 e nel mondo arabo-musulmano appena 1831.
I numeri di condanne di trafficanti in queste regioni sono altrettanto esigui, basti pensare che in tutto il Maghreb-Medio Oriente sono state solo 60.
I dati in arrivo da ogni capitale vengono analizzati da una task force che classifica le vittime per categorie: c’è chi è schiavizzato per fini sessuali, anche se minore, per i lavori forzati, manodopera infantile, formazione di reparti di bambini-soldati o per essere trattato da dipendente domestici senza diritti.
Se combattere contro tale fenomeno è una missione in salita, Hillary identifica «dieci eroi» che sono di esempio per il contributo che danno e fra loro c’è un’italiana: Maria Grazia Giammarinaro che dal 2010 è la coordinatrice della lotta al traffico di esseri umani dell’Osce e si è recata in 16 nazioni per invocare l’adozione di misure più severe.
La conclusione del rapporto dell’amministrazione Obama è infatti che se la piaga della schiavitù non ha confini; in Occidente esistono almeno delle leggi per combatterla mentre all’estremo opposto vi sono 16 nazioni che «non rispettano gli standard minimi di lotta al traffico e non stanno facendo sforzi significativi per raggiungerli».
Ecco quali sono: Algeria, Libia, Siria, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan, Eritrea, Repubblica Centrafricana, Congo, Zimbabwe, Madagascar, Nord Corea, Nuova Papua Guinea e Cuba.
C’è poi un secondo gruppo di 32 nazioni «sotto osservazione» perchè «non danno informazioni» e registrano «numeri alti di vittime», limitandosi a promettere «azioni future» per ridurle: fra loro spiccano Cina e Russia.
Maurizio Molinari
(da “La Stampa“)
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE DEGLI INQUIRENTI I BENEFIT MESSI A DISPOSIZIONE DEL GOVERNATORE (YACHT, CENE, VACANZE) E IL PRESUNTO PASSAGGIO DI DENARO DA UN’AZIENDA SANITARIA PRIVATA PER LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE
Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni è indagato nell’inchiesta della Procura di
Milano sui 70 milioni di euro che il polo privato della sanità Fondazione Maugeri ha pagato negli anni al consulente-mediatore Pierangelo Daccò.
La notizia è stata pubblicata sul Corriere della Sera.
Le ipotesi di reato, riporta il quotidiano, sarebbero due: corruzione per la somma dei benefit ricevuti da Daccò e finanziamento illecito per oltre mezzo milione di euro relativi alle elezioni regionali 2010.
La notizia è stata poi confermata all’Ansa che ha aggiunto che la contestazione per corruzione è formulata in concorso con Daccò.
Formigoni ribatte così: ”Provo serenità e tranqullità d’animo, non solo oggi ma sempre”. E ancora: “Non ho nessuna notizia di questa indagine, la notizia ad oggi è destituita di ogni fondamento”. Il presidente della Regione Lombardia ha chiesto al Corriere della Sera ”un’immediata smentita”.
L’inchiesta.
Il finanziamento elettorale illecito, sottolinea il Corriere, sarebbe provenuto da un’azienda sanitaria privata in vista della campagna di Formigoni per le Regionali lombarde.
L’ipotesi di reato di corruzione farebbe invece riferimento ai benefit di ingente valore patrimoniale — vacanze, soggiorni, utilizzo di yacht, cene di pubbliche relazioni a margine del Meeting di Rimini, termini della vendita di una villa in Sardegna a un coinquilino di Formigoni nella comunità laicale dei Memores Domini — messi a disposizione del governatore dal mediatore Daccò.
Le ipotesi di reato di corruzione e finanziamento illecito sono del tutto inedite, come evidenzia il Corriere della Sera.
Sono spuntate nell’ultimo giro di interrogatori alcuni dei quali sono stati secretati. Tra questi quelli di Daccò. In ogni caso, per quanto se ne sa, nè il “mediatore” nè Simone avrebbero fatto ammissioni.
Sospetti anche sulle delibere di giunta.
Ci sono anche alcune delibere varate dalla Giunta regionale nel corso degli anni “nell’interesse” della Fondazione Maugeri alla base delle accuse mosse dalla Procura al presidente Formigoni. In particolare, secondo quanto scrive l’Ansa, i pm milanesi sono arrivati ad ipotizzare nei confronti del governatore la corruzione anche analizzando una serie di provvedimenti “complessi” che hanno ritoccato al rialzo i cosiddetti “drg”, acronimo che sta per “Raggruppamenti omogenei di diagnosi” con il quale si indica il sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura, introdotto in Italia nel 1995. Tra i beneficiari di questi rialzi, tra varie strutture sanitarie, rientrava proprio la Fondazione Maugeri.
Per gli inquirenti, questa è l’ipotesi, tali delibere di giunta sulla maggiorazione dei rimborsi sarebbero state la contropartita dei benefit di lusso, come i viaggi esotici e le vacanze su mega yacht, e di “altre utilità ” pagate da Daccò, come da lui stesso a messo a verbale, a Formigoni e al suo entourage.
Questi provvedimenti approvati dalla giunta Formigoni hanno cominciato ad essere affrontati negli ultimi interrogatori e, in particolare, da quanto si è saputo, in quelli resi da Costantino Passerino, l’ex direttore amministrativo della Fondazione arrestato lo scorso 13 aprile assieme, tra gli altri, all’ex assessore regionale Antonio Simone, amico personale del governatore come Daccò.
Le parole di Daccò.
Chiaro che proprio le parole di Daccò abbiano avuto un peso specifico particolare, come rileva il Corriere: Daccò aveva parlato di “aprire le porte in Regione Lombardia”, aveva detto di sfruttare “la mia conoscenza personale con Formigoni per accreditarmi presso i miei clienti”, di muovere «nell’ente pubblico le leve della discrezionalità » cruciali per il riconoscimento agli ospedali delle «funzioni non coperte da tariffe predefinite», cioè del capitolo (pari al 7% del bilancio della sanità per quasi 1 miliardo l’anno) parametrato su attività d’eccellenza e di ricerca in aggiunta ai normali rimborsi delle prestazioni erogate ai pazienti.
Durante l’inchiesta, nata come costola del crac dell’istituto San Raffaele, sono state arrestate finora 7 persone per accuse di vario tipo: associazione a delinquere aggravata dal carattere transazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazioni indebite pluriaggravate, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.
Tra le persone finite in carcere due persone ritenute molto vicine al presidente della Regione Lombardia: uno è, per l’appunto Daccò, in cella da novembre, legame tanto stretto che i due hanno passato insieme molti periodi di vacanza; l’altro è Antonio Simone, in carcere dalla scorsa primavera, ex assessore regionale della Dc nei primi anni Novanta, coinvolto nella prima fase di Tangentopoli e infine riemerso come imprenditore immobiliare e consulente del settore della sanità . Simone, peraltro, è un compagno della prima ora di Formigoni, visto che entrambi sono tra i fondatori di quel Movimento popolare, “braccio politico” tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta di Comunione e Liberazione.
La lunga difesa di Formigoni.
Il presidente Formigoni ha più volte respinto qualsiasi ipotesi di coinvolgimento nelle vicende giudiziarie che hanno travolto la sanità della Lombardia e in particolare due colossi come l’Istituto San Raffaele e la Fondazione Maugeri.
L’ultima volta il governatore lombardo ha ribadito che tutte le inchieste riguardavano rapporti tra privati, che nessuna figura pubblica (politica o tecnica) era coinvolta e che Daccò non ha avuto vantaggi dalla Regione per il solo fatto di essere suo amico.
All’inizio di questa vicenda Formigoni aveva spiegato anche di aver solo fatto con Daccò «vacanze di gruppo» ai Caraibi, dove ogni componente della comitiva pagava qualcosa.
Ha fatto il giro di giornali online e tv la conferenza stampa in cui Formigoni diceva di dover controllare le sue agende o le ricevute (salvo poi non trovare verifica) per i rimborsi.
Successivamente Formigoni aveva precisato che «non c’era stato bisogno di alcun conguaglio» con Daccò.
Infine la vicenda della villa in Sardegna.
Il presidente della Lombardia ha spiegato che ha “potuto accumulare risparmi per un milione di euro che ho prestato a un amico» (cioè Alberto Perego) per comprare la villa venduta per 3 milioni a Perego da Daccò due settimane prima del suo arresto.
In Regione non è indagato nemmeno un usciere, aveva ripetuto Formigoni. Ma dopo l’ex dirigente alla Programmazione sanitaria Alessandra Massei, la scorsa settimana è finito sotto inchiesta (e perquisito) anche il direttore generale dell’assessorato alla sanità , Carlo Lucchina.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCUSA E’ DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE INSIEME AD ALTRE 10 PERSONE… L’INCHIESTA NATA DA UNA DENUNCIA DEL COMMISSARIO LIQUIDATORE DEL CONSORZIO DI BACINO SALERNO DUE
Rifiuti e truffe in Campania, un film già visto in altre sale.
Il Consorzio di Bacino Salerno 2, composto da 40 comuni del salernitano, che aveva competenze nell’attività di raccolta e smaltimento della spazzatura urbana, trasformato in una gigantesca associazione per delinquere finalizzata alla depredazione delle risorse pubbliche.
Facendo la cresta su tutto: sui pieni di benzina, sugli straordinari dei dipendenti, sulle tessere viacard, sui telepass, sugli stipendi e le indennità di presidente e direttore che il comunicato stampa a firma del procuratore capo di Salerno Franco Roberti definisce “sproporzionati rispetto all’attività svolta”. Per danni complessivi per le casse del consorzio che l’inchiesta della Compagnia dei Carabinieri di Salerno ha quantificato in due milioni di euro.
La Procura salernitana nelle scorse ore ha iniziato a notificare 154 avvisi di conclusa indagine, di cui 11 per associazione per delinquere.
Tra questi 11, c’è il consigliere regionale campano Idv Dario Barbirotti, fino al 2010 presidente del Corisa, poi messo in liquidazione, poco prima della sua candidatura in quota dipietrista nella lista di Salerno.
Barbirotti fu tra gli esponenti Idv che più spinse per chiudere l’intesa tra il suo partito e il candidato Governatore del centro sinistra, il sindaco Pd di Salerno Vincenzo De Luca: sulle prime Antonio Di Pietro era contrario, poi si adeguò. E tra gli indagati per il reato associativo ci sono nomi vicinissimi a De Luca. Tra cui Filomena Arcieri, presidente di Salerno Solidale, una municipalizzata del Comune di Salerno che si occupa di servizi socio-assistenziali, all’epoca direttore generale del Consorzio.
E Pellegrino Barbato, presidente di Salerno Pulita, la municipalizzata della raccolta differenziata, all’epoca revisore contabile.
Nel mirino anche i titolari di due pompe di carburante che si erano prestati a un gioco di sovrafatturazione dei rifornimenti degli autoveicoli in uso al Consorzio.
L’inchiesta è durata un anno e mezzo circa ed è nata da una denuncia del commissario liquidatore del Consorzio sulle presunte irregolarità gestionali dell’ente.
Nel mirino degli inquirenti c’è il periodo tra il 2007 e il 2010. Sono indagati anche 143 dipendenti, accusati a vario titolo di truffa, falso e abuso d’ufficio per aver percepito straordinari non dovuti o per aver ottenuto prestiti su buste paga che attestavano stipendi superiori a quelli effettivamente percepiti.
”Sono sorpreso. E non è una frase di rito: ho piena fiducia nell’operato della magistratura”, ha dichiarato a caldo Barbirotti, che si dice però sereno: ”Appena avrò modo di leggere gli atti fornirò tutti gli elementi utili a fare chiarezza al più presto”.
Barbirotti non entra nel merito delle indagini ma su due punti precisa: ”Non ero certamente io a definire l’entita’ del mio stipendio che, invece, era determinato secondo precisi parametri di legge”.
L’esponente dell’Idv ricorda che ”il presidente del Consorzio non aveva compiti amministrativi ma politici. Ho sempre lavorato per scongiurare l’emergenza rifiuti, individuando le discariche necessarie o impegnandomi per far funzionare efficientemente gli impianti”.
Infine: ”Non è il presidente a gestire gli straordinari oppure a verificare le buste paghe al fine della concessione dei prestiti”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
“E’ STATO PRATICAMENTE SCARICATO PERCHE’ CONSIDERATO L’UNICO CAPRO ESPIATORIO”
Sembra quasi una minaccia. “Credo che Luigi Lusi abbia intenzione di raccontare tutto quello che sa,
tanto ormai gli accordi politici sono saltati e lui, con il Senato che ha votato l’arresto, è stato praticamente scaricato. Perchè considerato unico capro espiatorio”.
L’avvocato Luca Petrucci, in vista dell’interrogatorio di garanzia di oggi, fa capire quanto sia determinato il senatore: “Sta a lui decidere quanto stare ancora in carcere. Gli atti processuali a suo carico sono arcinoti. Quindi, è nel suo interesse rivelare quello che sa, a patto che ci sia qualcuno dei pm disposto ad ascoltarlo e a fare le dovute indagini”.
“Voglio dire che – precisa Petrucci – Lusi potrà dire a chi ha dato determinate somme di denaro, non che uso, da parte di altri, sia stato fatto di quei soldi. Non ha ovviamente le prove per poterlo dire. Lui può raccontare quello che sa, ma il resto lo deve accertare la magistratura, se ne ha voglia. Altrimenti, è meglio che Lusi stia zitto”.
L’interrogatorio di oggi si annuncia molto lungo anche perchè il gip, Simonetta D’Alessandro, potrebbe non limitarsi a chiedere a Lusi di chiarire le circostanze che hanno portato all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare per associazione per delinquere e l’appropriazione indebita di oltre 23 milioni di euro.
La procura, dal canto suo, evita le polemiche a distanza ed evidenzia “che non è colpa di nessuno se gli accertamenti sui conti della Margherita fin qui eseguiti hanno condotto a Lusi e a lui solo. E non dimentichiamoci che l’ex tesoriere si è limitato ad ammettere la sottrazione dei primi 13 milioni di euro, quando fu sentito la prima volta, senza fornire spiegazioni ulteriori e se poi l’ammanco è lievitato a oltre 23 milioni, questo è dipeso dagli accertamenti che sono stati effettuati, non certo dalle sue dichiarazioni. Se Lusi ha spunti nuovi da darci che non siano le solite illazioni, lo ascolteremo volentieri’
Insomma, si preannuncia un sabato “caldo”.
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