Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DELLA PROCURA I FINANZIAMENTI DEI COSTRUTTORI AL PARTITO NEL LAZIO
Dopo la Margherita, il Pdl e l’Italia dei Valori, anche il partito di Pier Ferdinando Casini finisce sotto inchiesta.
A seguito della segnalazione della Corte dei Conti, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, di cui è titolare il procuratore aggiunto Francesco Caporale, per chiarire alcuni aspetti sui finanziamenti ricevuti da parte di aziende private per le regionali del 28 e 29 marzo del 2010.
I magistrati contabili nell’ultima relazione, pubblicata ad agosto scorso, scrivono che “Il dott. Vittorio Bonavita, (poi nominato direttore dell’Asl Roma B, ndr), segretario amministrativo dell’Udc Lazio pro tempore, con nota in data 3 luglio 2012 ha trasmesso solo una parte (14 delibere societarie) della documentazione relativa alle società eroganti (in tutto 39 società ) previste dalla predetta legge n. 195 del 1974”.
Ossia su 39 aziende o comunque persone giuridiche che hanno finanziato il partito, in 25 casi non è stata presentata alcuna carta che giustifichi quelle entrate , contabilizzate per un totale di 171mila euro.
Nell’elenco delle società di cui manca documentazione c’è la Todini Costruzioni Generali Spa che ha finanziato quella campagna regionale del 2010 con un bonifico di 20 mila euro.
La società Todini è gestita da Luisa Todini che siede anche tra i consigliere Rai in quota Pdl/Lega.
Altri esempi di società , di cui non è stato presentato alcun documento alla Corte dei Conti, sono poi la Edil C.a.s.a. Edilizia che al partito ha donato 20 mila euro, la Ciaccia appalti srl (altri 20mila). E ancora, la Sales appalti (15 mi-la) e la Di. Bi. costruzioni (5 mi-la), tutte operanti nel settore dell’edilizia.
Il collegio dei magistrati contabili, si conclude nell’ultima relazione, però “non ritiene che la mancata trasmissione della documentazione relativa ai contributi di che trattasi sia, di per sè sola, atta a concretizzare un fumus di sussistenza del reato di cui all’art. 7, ultimo comma, della legge 2 maggio 1974, n. 195 — ossia la legge che regola i finanziamenti privati ai partiti. Tuttavia, il Collegio si è determinato nei sensi dell’opportunità di riferire i fatti, per quanto di rispettiva competenza, alla Procura della Repubblica di Roma”.
Che solo pochi giorni fa ha aperto un fascicolo, per adesso senza indagati nè reati, al fine di chiarire la regolarità o meno di quei 171 mila euro che sono entrati nelle casse della sezione regionale dell’Udc e che sono stati utilizzati per la tornata elettorale del 2010.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Casini, Udc | Commenta »
Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
POSSIBILE SUGGELLO DEL PATTO: MONTI NON ESCLUDE PIU’ IL QUIRINALE
Attaccare Bersani per polarizzare la campagna elettorale, trasformandola in una
competizione tra il centro e il Pd.
E in questo modo oscurare Berlusconi.
Questi sono i consigli che gli spin doctor (americani e non) hanno dato a Mario Monti e che il premier sta mettendo in pratica.
«Conviene a noi — ha osservato Monti provando a convincere un esponente Pd che si lamentava per gli attacchi — e conviene anche a voi».
A questo si deve l’apparente recrudescenza tra le due formazioni, compreso lo scambio di “carezze” sulle tasse tra Monti e Bersani. Ma l’apparenza non deve ingannare.
Perchè i numeri della politica sono noti a tutti.
E Monti è il primo a essere consapevole che sarà con il centrosinistra e non con Berlusconi che dovrà provare a mettere in piedi quella «grande coalizione per le riforme» di cui ha parlato a Omnibus.
Del resto è stato il Professore, in una riunione al suo quartier generale, a spiegare la strategia in vista della trattativa sul governo: «Dobbiamo arrivare al 20% per rendere Vendola non necessario. Poi può accadere di tutto».
Insomma, un conto è presentarsi al Pd con un progetto arenato sul 10-12 per cento.
Altro è veleggiare sul 18 per cento e oltre.
«Noi vogliamo aggregare i riformisti — spiega Andrea Romano — e diventare il baricentro riformatore della prossima legislatura. Bersani dice che non si separerà mai da Vendola? Vedremo… sulle riforme necessarie vedremo chi ci starà oppure no».
È comunque sul possibile accordo con il centrosinistra che Monti si gioca la sua partita. Il premier ne è consapevole.
«Ai poteri forti il Pd piace», ha confidato ieri ammettendo la centralità di Bersani, «mentre Berlusconi è del tutto screditato».
Il problema che si aprirà un minuto dopo aver conosciuto il risultato delle urne sarà invece quello della collocazione del Professore in un possibile governo a guida Bersani.
Mentre nei primi giorni di campagna elettorale i montiani escludevano sdegnati che il loro leader potesse accettare un incarico ministeriale con il centrosinistra, ora nessuna ipotesi viene preclusa. La Farnesina? L’Economia? Inutile almanaccare oggi.
La novità semmai riguarda la nuova disponibilità di Monti per il Quirinale.
Il premier infatti non rifiuta più come prima l’idea di poter “salire” fino al Colle più alto. Solo, precisa, «dipende da altri, non da me».
Un piccolo scivolamento semantico che segnala un’apertura inattesa. E così l’eventuale elezione di Monti a capo dello Stato potrebbe essere il suggello finale della «grande coalizione» prospettata ieri.
Del resto alcuni giorni fa, nel corso di una riunione centrista, un navigato democristiano ha fatto a Monti un discorso chiaro: «Presidente ascolta, la sinistra non ti regalerà nulla, men che meno il Quirinale. Se vuoi qualcosa te lo devi conquistare con la tua forza».
Per questo è ancora più vitale per il premier agguantare un risultato convincente.
Vista dalla parte del Pd la prospettiva di un’intesa, la cui necessità Bersani è tornato ancora ieri a prospettare nell’intervista a Les Echos, offre un’opportunità in più.
Non sono sfuggiti infatti a Largo del Nazareno gli accenti differenti tra Pier Ferdinando Casini e Mario Monti.
Con il primo che ha lasciato nel limbo dell’indeterminatezza la possibilità di un partito unico insieme a Scelta Civica.
E che, soprattutto, ha gettato sul premier la responsabilità di aver candidato in Toscana Alfredo Monaci, il manager ai vertici di Mps nell’era Mussari («Monaci? Chiedete a Monti non certo a me»).
Ecco, nel Pd questa “dialettica” interna a Scelta Civica è stata notata, eccome.
Anche perchè, come ha spieato Roberto D’Alimonte sul Sole24ore, grazie al gioco della candidature multiple, Casini riuscirà a far eleggere almeno dieci senatori di provenienza Udc nella lista unica.
Una garanzia per poter costituire un gruppo parlamentare autonomo (insieme magari ai tre finiani sicuri) a palazzo Madama, dove si giocherà la partita.
«Se Monti tirerà troppo la corda — ragionano quindi nel Pd — c’è sempre Casini disponibile a trovare un accordo per tirare fuori il paese dalla secche nel segno della responsabilità nazionale».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Bersani, Monti | Commenta »
Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
NON SOLO IMMIGRATI, IN 50.000 VIVONO IN STRADA
Anziani soli e con la pensione minima, lavoratori che non arrivano a fine mese, padri separati.
Eccoli i nuovi senzatetto: non solo immigrati e non solo disoccupati.
Dimenticate l’immagine romantica del clochard per scelta, del vecchio con barba lunga e sacca in spalla.
La crisi cambia l’identikit dei “senza dimora” e ne ingrossa le fila, tanto che oggi c’è una città grande come Mantova popolata solo da abitanti invisibili.
È una città senza neppure una casa, con 47.648 persone che sopravvivono tra mense e strutture d’accoglienza.
«Accanto agli storici clochard e cioè italiani 50enni, abituati a vivere da anni per strada, spesso con problemi psichiatrici o di alcolismo – racconta Paolo Pezzana, presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.psd) – incontriamo sempre più “insospettabili” e perfino interi nuclei familiari».
Purtroppo il registro dei senza fissa dimora, istituito nel 2010 dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, non ha mai funzionato, «perchè – spiega Pezzana – molti comuni continuano a non aggiornare gli appositi registri anagrafici».
L’unica indagine attendibile resta allora la ricerca Istat, Fio.psd, Caritas e ministero del Lavoro presentata alla fine dell’anno scorso.
Questi i risultati: i senzatetto che tra novembre e dicembre 2011 hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna sono stati 47.648.
Il che porta a stimarne la popolazione complessiva in una forchetta che varia tra 43.425 e 51.872 persone.
«Ma con la crisi i numeri stanno aumentando – avverte Pezzana – tanto che il ministero del Lavoro ha rifinanziato la ricerca anche per il 2013 e 2014».
I senza dimora sono per lo più uomini (86,9%), con meno di 45 anni (57,9%), nei due terzi dei casi hanno al massimo la licenza media inferiore.
Tanti gli italiani, anche se la maggioranza è costituita da stranieri (59,4%): romeni (11,5%), marocchini (9,1%) e tunisini (5,7%).
In media, le persone senza dimora sono in tale condizione da 2 anni e mezzo; quasi i due terzi (il 63,9%) prima di diventare homeless vivevano nella propria casa, gli altri si suddividono tra chi è passato per l’ospitalità di amici o parenti (15,8%) e chi ha vissuto in istituti, strutture di detenzione o case di cura (13,2%).
Più della metà (il 58,5%) vive nel Nord. Record a Milano e Roma: qui risiede gran parte dei senzatetto
E ancora: il 28,3% delle persone senza dimora dichiara di lavorare.
Si tratta in gran parte di lavoro a termine, poco sicuro, saltuario, di bassa qualifica e che procura un guadagno medio di 347 euro mensili.
Perchè si finisce per strada?
La perdita di un lavoro risulta tra gli eventi più rilevanti del percorso di emarginazione (nel 61,9% dei casi), insieme alla separazione dal coniuge (59,5%) e alle cattive condizioni di salute (16,2%).
Insomma la popolazione dei senzatetto è in rapido e costante cambiamento, con conseguenze paradossali: «Al centro ascolto Caritas di Torino – racconta Pezzana – mi hanno detto che i clochard storici non vanno più, perchè in fila ci sono troppe persone vestite bene, addirittura in giacca e cravatta, e loro si sentono a disagio».
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
argomento: povertà | Commenta »
Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
SONO 82.000 LE FAMIGLIE CHE SONO RIUSCITE A RINVIARE I PAGAMENTI
Conto alla rovescia per gli italiani in difficoltà con le rate del mutuo. 
Giovedì prossimo scade il termine per richiedere alla banca la sospensione per almeno un anno dei versamenti.
La procedura è applicabile ai mutui ipotecari destinati all’acquisto, alla costruzione o alla ristrutturazione dell’abitazione principale, a tasso fisso, variabile o misto. Secondo l’accordo, il quarto di questo tipo sottoscritto dall’Abi e dalle associazioni dei consumatori, gli eventi che permettono di usufruire della moratoria, per esempio la perdita del posto di lavoro o l’ingresso in cassa integrazione, devono essersi verificati entro il 31 dicembre 2012.
Il Piano famiglie, che finora ha consentito ad oltre 82.000 nuclei di sospendere il pagamento delle rate (per un controvalore in termini di debito residuo di oltre 9,2 miliardi di euro), fissa ulteriori limiti per la concessione dello stop: il ritardo nel pagamento delle rate non deve superare i 90 giorni, non può presentare richiesta chi abbia già usufruito di una sospensione, il mutuo non deve superare il valore di 150.000 euro e il contraente deve avere un reddito imponibile inferiore a 40.000 euro (limite riferito a ciascun mutuatario).
Alcune delle banche aderenti hanno però introdotto delle clausole migliorative. Bnl, ad esempio, non applica limiti di reddito o di importo e include nella moratoria anche i prestiti personali, mentre Banca Popolare di Vicenza tratta sospensioni più lunghe, fino a 18 mesi.
Per le famiglie che non riusciranno ad usufruire di questo salvagente non resta invece che aspettare.
L’Abi e 13 associazioni dei consumatori hanno lanciato un «forte appello» alle commissioni competenti di Camera e Senato perchè emanino il regolamento necessario a rendere operativo il Fondo di solidarietà per l’acquisto della prima casa, definendolo «uno strumento in continuità con il Piano famiglie».
I due veicoli hanno però diverse condizioni di applicabilità .
Il Fondo di solidarietà si applica a mutuatari con indicatore ISEE del nucleo familiare non superiore a 30.000 euro e ammette una moratoria fino a 18 mesi. Inoltre, al contrario del Piano famiglie, paga la quota di interessi delle rate relativa al tasso di riferimento (Euribor o Irs).
Infine, il Fondo è stato rifinanziato con la legge 214 del 2011, 10 milioni di euro l’anno per il 2012 e il 2013, e difficilmente sarà operativo entro il 31 gennaio.
Nel frattempo una mini-proroga del Piano famiglie, come quella trimestrale già concessa alle Pmi, potrebbe permettere al nuovo Parlamento di varare il secondo pilastro del pacchetto proposto da Abi e associazioni dei consumatori.
Si tratta di misure per rendere sostenibile il credito «negli eventuali periodi di difficoltà incontrati nell’adempimento delle proprie obbligazioni» e per ampliare e rendere compatibili le regole del Piano famiglie e del Fondo di solidarietà .
Un nuovo incontro fra Abi e associazioni dei consumatori è in programma per domani.
Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)
argomento: casa | Commenta »
Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
LE DOMANDE DEI SENESI E GLI ATTACCHI AGLI EX MARGHERITA
Esserci, ci sono quasi tutti. Alla seduta di autocoscienza del Pd senese si sta stretti, anche sulle scale.
Oltre 400 persone di sera, in una sala che può tenerne al massimo un centinaio, un successo per una assemblea convocata un giorno per l’altro, con una fretta che rivela un certo timore per l’esito delle prossime elezioni amministrative e soprattutto la consapevolezza di essere ormai divenuti una questione di politica nazionale.
«E chi se lo aspettava, di vedere il Franco Ceccuzzi in mondovisione» bofonchia un vecchio sindacalista in coda con l’orecchio teso al pianterreno per sentire quel che esce dalle finestre di sopra.
Ma ieri l’impressione era di un tuffo nel passato, più o meno recente.
La Sala dei mutilati, gloriosa istituzione cittadina che spesso è approdo di eventi organizzati alla buona, sembrava una Casa del popolo, come le raccontavano i nonni di una volta.
Mancava qualcuno, all’incontro con i cittadini, mancavano i soliti sospetti.
Quelli che sono stati già designati come i colpevoli politici: i cattolici del Pd, gli ex della Margherita, difficile rendere l’idea della smorfia di disprezzo collettiva che in sala accompagnava l’evocazione dell’incolpevole fiore.
«Perchè Mussari avrà le sue colpe» ha detto un militante giunto apposta dalla Maremma profonda. «Ma il grande nemico si chiama Monaci», nel senso di Alberto, presidente del consiglio regionale toscano, democratico ex democristiano di lunghissimo corso nonchè fratello di Alfredo, candidato nella lista di Mario Monti. «
E Franco», questa volta nel senso di Ceccuzzi, sindaco uscente e ricandidato, officiante dal palco, «ha il merito di aver tenuto testa a questa banda che sosteneva Mussari e gli altri». Ovazione
Senza alcuna ironia, perchè i drammi veri meritano rispetto: ma la vita politica cittadina in questi giorni riserva notevoli sorprese, a partire da una presa d’atto.
Il Partito democratico, a Siena, non è mai nato. L’amalgama tra le due componenti, ex Ds ed ex Margherita, ex comunisti ed ex democristiani, non è dei più riusciti.
Si odiano, a farla breve. E non da ieri.
Figurarsi adesso, che c’è da rimpallarsi le colpe sulle vicenda Mps, roba da influire sulle sorti del partito nazionale.
Noi stiamo facendo autocritica» ha detto Ceccuzzi, che in questi giorni ha ricevuto una patente di purezza per aver sponsorizzato la sostituzione al vertice di Mps di Mussari, del quale è stato testimone di nozze e «migliore amico» per oltre vent’anni. «Ma speriamo che si faccia avanti anche qualcun altro. Nel Pd mancano tanti protagonisti all’appello…».
I nomi sono indicati sull’opuscolo distribuito all’ingresso, venti domande e venti risposte del candidato sindaco su Mps. Sono quelli dei consiglieri comunali della maggioranza «che votarono contro la mia richiesta di discontinuità » e pochi mesi dopo fecero cadere la giunta dall’interno. Alcuni di loro, sospesi ma non espulsi dal Pd, sono nelle liste civiche che sostengono l’avversario di Ceccuzzi alle prossime amministrative. Anatema: «Personaggi contrari al cambiamento, che dovrebbero chiedere scusa alla città ».
Alla fine questo disprezzo così evidente nella sala gremita si tramuta in una doppia debolezza. L’intento della serata non era solo quello di fornire spiegazioni alla cittadinanza. Anche la voglia di tirarsi un po’ su ha giocato la sua parte.
Anche per questo la quota di truppe cammellate convocate per l’occasione era notevole. Nonostante una folla amica, non tutto è filato liscio, qualche dissidente ha mostrato segni di insofferenza piuttosto marcata.
«Io il Ceccuzzi non lo voglio sentire» è stata l’esclamazione di un distinto signore che se n’è andato mentre il «suo» candidato prendeva la parola per l’introduzione. Si è comunque perso una auto critica già sentita, che ha riservato la novità di un attacco ai sindacati della banca. Anch’essi, secondo Ceccuzzi, grandi sostenitori del pagamento cash di Antonveneta invece di un più ragionevole concambio che avrebbe diminuito la quota di azioni «senesi» in Fondazione. «C’era l’egemonia di questa posizione autoreferenziale che alla fine ha danneggiato sia la città che la forza lavoro del Monte».
Le domande dei cittadini non prevedono risposta.
Sono esortazioni, inviti ad agire, ma non si sa come.
C’è un’aria di smarrimento evidente, sul palco e in sala.
Tutti si conoscono e si chiamano per nome. Ma in questi giorni c’è sempre qualcuno che canta fuori del coro, che del mea culpa non ne ha mai abbastanza.
«In buona o cattiva fede, il Pd ha un conflitto di interessi naturale che non ha ancora risolto. Le nomine in Fondazione e in Banca le fate voi. Non può essere normale che ogni sindaco o assessore uscente sia poi diventato capoufficio di qualche divisione Montepaschi».
Eugenio Nocito, bancario in pensione fa il pieno di applausi.
Sul palco, Ceccuzzi muove la bocca.
Non si capisce se è un sorriso o una smorfia.
Per essere una partita che si giocava in casa, poteva andare meglio.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAPOLISTA E’ SOTTO PROCESSO PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA, IL SECONDO INDAGATO PER CORRUZIONE IN UNA INCHIESTA SULLA SACRA CORONA UNITA
Tra sabato e domenica Roberto Maroni s’è arrabbiato con Nichi Vendola che parlava
dell’infiltrazione della ndrangheta al nord anche grazie alla “loffia confidenza” di alcuni esponenti del Carroccio: “Dice cazzate, ci vediamo in tribunale”.
Nella Puglia del suo avversario, però, la situazione è un po’ differente.
La Lega Nord, infatti, è sbarcata nelle liste delle regioni del Sud con tanto di Alberto da Giussano e relativo spadone nel simbolo (più il nome di Tremonti).
Ebbene, al posto numero 2 della lista alla Camera c’è Donato Amoruso, che risulta essere indagato per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio in un’inchiesta sulla Sacra Corona Unita.
Amoruso fu addirittura arrestato nel dicembre 2009 — all’epoca era vicesindaco di Valenzano per Forza Italia — nel-l’ambito dell’operazione Domino, un blitz della Guardia di Finanza sull’attività di riciclaggio del clan di Savino Parisi: l’accusa era di essersi adoperato, insieme ad altri amministratori, per agevolare l’iter burocratico legato all’approvazione delle concessioni relative a un progetto di edilizia universitaria da 30 milioni di euro dietro cui si celavano i soldi della criminalità organizzata.
Magari la magistratura si sbaglia visto che Amoruso, nel 2007, aveva spiegato alla stampa che nel suo Comune “la mafia non esiste”.
Alla Lega, però, non è andata bene neanche la scelta del primo in lista: si tratta di Ferdinando Pinto, gestore del teatro Petruzzelli ai tempi dell’incendio (accusato di esserne il mandante, è stato assolto) e già candidato non eletto per l’Mpa di Raffaele Lombardo.
Il problema è che Pinto è ancora sotto processo per bancarotta fraudolenta aggravata: i fatti risalgono agli anni Novanta e il nostro è accusato di aver distratto fondi proprio dall’ente autonomo che gestiva il teatro barese.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: elezioni, Giustizia, LegaNord | Commenta »
Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
DA DUE ANNI L’AUTORITA’ DI VIGILANZA AVEVA INFORMAZIONI PER CAPIRE …IL MONTE HA FATTO DI TUTTO PER FAR SPARIRE LE PERDITE. E GLI ISPETTORI LO SAPEVANO
La Banca d’Italia, allora diretta dal presidente della Bce Mario Draghi, nel 2010 aveva gli elementi per capire che i conti di Monte Paschi di Siena erano truccati.
O almeno molto sospetti.
Sarà pur vero che “la vera natura di alcune operazioni riguardanti il Monte dei Paschi di Siena riportate dalla stampa è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza di MPS”, come ha comunicato Bankitalia pochi giorni fa.
E sarà pur vero che il contratto con Nomura sul derivato Alexandria che nascondeva un buco di almeno 220 milioni è stato nascosto nella cassaforte dell’ex direttore generale Antonio Vigni dal 2009 fino al 10 ottobre 2012.
Ma è anche vero che la Banca d’Italia aveva davanti ai suoi occhi una sequenza di fotogrammi nitidi che formavano un film.
Ma nessuno ha voluto capirne la vera trama.
Il miliardo per Antonveneta.
Prima scena: l’acquisizione di Antonveneta.
Per arrivare ai 10 miliardi richiesti dal Banco Santander, Mps chiede ai suoi amici di sottoscrivere anche un miliardo di obbligazioni convertibili in azioni.
È il F.R.E.S.H. (Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred Securities) sottoscritto per 490 milioni dalla Fondazione Mps, per 15 milioni di euro dalla Fondazione di Piacenza, per 30 milioni dalla Fondazione Cariparo e il resto da investitori istituzionali.
Il FRESH si converte in azioni ma garantisce una cedola lorda pari al 4,25 per cento più il tasso Euribor: nel 2008 si arriva al 10 per cento.
Per Mussari raccogliere il miliardo mediante le obbligazioni ibride FRESH presenta un vantaggio non da poco: può considerare quei soldi come se fosse capitale della banca perchè se la banca non fa utili, gli obbligazionisti non incassano la cedola.
Ai tempi dell’acquisto di Antonveneta, nel 2008, Mussari dichiara trionfante che vede la possibilità di fare 700 milioni di euro di utile nel 2009 e tutti sono tranquilli.
Poi c’è il crollo dei mercati con il crack Lehman e i nodi vengono al pettine. Al 31 dicembre 2009 Mussari e Vigni si trovano stretti in una tenaglia: da un lato Bankitalia chiede di rafforzare il rischio del bond.
Se Mps vuole considerare quel miliardo come capitale, il FRESH deve distribuire la cedola non quando la banca realizza l’utile ma quando lo realizza e lo distribuisce. Mussari non è in grado di chiedere altri soldi al mercato e così il FRESH viene modificato dal suo emittente, JP Morgan, per andare incontro alle volontà della Vigilanza di Bankitalia.
Però non tutti ci stanno a rinunciare ai diritti acquisiti.
La riunione a Milano
In una riunione nei primi mesi del 2009 a Milano, sottoscrittori che rappresentano circa l’otto per cento del Fresh si oppongono alle modifiche.
Il Jabra Fund del finanziere libanese Philippe Jabra ottiene che sia firmata dal Monte dei Paschi una sorta di malleva, una lettera di “indemnity” alla JP Morgan e alla Bank of New York che ha formalmente emesso il FRESH.
Se ci dovessero essere conseguenze negative a seguito delle decisioni di quella riunione, sarà il Monte a farvi fronte.
Il rischio dell’impresa che Bankitalia voleva fosse attribuito ai possessori del FRESH (come Jabra) viene rimbalzato dal coriaceo libanese proprio su MPS.
Chissà se Bankitalia ha ricevuto notizia da Mps della lettera che liberava dai rischi i sottoscrittori del FRESH.
E cosa ha fatto l’organo di vigilanza per reagire all’aggiramento alle sue prescrizioni?
Questa è una delle questioni al centro dell’inchiesta della Procura di Siena che si lega con il secondo filone, quello sul “trucco del bilancio” 2009 realizzato da Giuseppe Mussari e Antonio Vigni mediante il contratto (scovato nella cassaforte tre anni dopo) siglato con No-mura.
Il centesimo di Mussari.
Proprio nel 2009, subito dopo la modifica alle regole del bond per impedire di distribuire la cedola sul FRESH senza dividendi , accade una cosa più unica che rara: MPS distribuisce solo un centesimo e solo alle azioni di risparmio.
Sembra una pernacchia agli uomini di Mario Draghi e del suo vice Annamaria Tarantola.
Ma nessuno pare accorgersi che la distribuzione di poche centinaia di migliaia di euro agli azionisti di risparmio fa scattare la cedola sul FRESH da un miliardo.
La Fondazione MPS può mettere a bilancio più di venti milioni di euro. E anche Jabra è accontentato: MPS non dovrà pagare la sua cedola come si era impegnata a fare con la lettera di “indemnity”. Tutti sono contenti.
Il bilancio ritoccato.
Peccato che oggi si scopre come è stato possibile chiudere quell’anno il bilancio in utile e quindi distribuire il dividendo da un centesimo e quindi pagare decine di milioni alle Fondazioni, a Jabra e agli altri ignoti e misteriosi detentori del FRESH. Mussari aveva concordato con Nomura un’operazione per nascondere le perdite del derivato Alexandria.
La banca giapponese comprava Alexandria a un prezzo alto e fuori mercato e in cambio Mussari si impegnava (con tanto di telefonata registrata a futura memoria) a comprare da Nomura alcuni derivati su titoli di Stato con scadenza lunghissima a prezzi fuori mercato, stavolta a sfavore di Mps.
Uno scambio tra un vantaggio immediato sul bilancio 2009 e uno svantaggio più pesante per Mps, ma spalmato sui bilanci a venire. Banca d’Italia, che già doveva insospettirsi di fronte a un dividendo ridicolo alle sole azioni di risparmio nel 2009, avrebbe dovuto reagire a maggior ragione nel 2010.
L’ispezione.
Da maggio a novembre i suoi ispettori scoprono che “alcuni investimenti a lungo termine finanziati con repo di pari scadenza presentano profili di rischio non adeguatamente controllati, …. si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi di euro) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi stipulate con No-mura Plc”, si legge nel verbale pubblicato da Linkiesta.it  .
Bankitalia quindi da un lato sa che MPS ha un disperato bisogno di distribuire un utile nel 2009.
Dall’altro vede nei conti della banca le operazioni realizzate a prezzi “fuori mercato” per nascondere le perdite di Alexandria e truccare il bilancio del 2009.
Ma non fa due più due e non prende provvedimenti.
La Procura dovrà stabilire se si è trattato solo di disattenzione o di altro.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia, Giustizia | Commenta »
Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE PREVEDE 1.240.000 EURO PER LE VITTIME DIODATO, VIOLANTI E PARRINELLO… SCONOSCIUTI I RESPONSABILI, NUOVE OMBRE SULLA FRANCIA
Trentadue anni, sei mesi e un giorno. Tanto tempo ci è voluto perchè sulla strage di
Ustica di quel famigerato 27 giugno 1980 e costata la vita a ottantuno persone, ci fosse una sentenza definita e definitiva.
Una sentenza che spazzasse via anni di menzogne, e parlasse di quello che fu: un missile.
Non fu un cedimento strutturale nè una bomba esplosa nella toilette di coda.
Ma un attacco militare contro il Dc-9 I-Tigi Itavia, decollato dall’aeroporto di Bologna per raggiungere Palermo e scomparso dai radar alle 20.59 mentre a 7.500 metri di quota si trovava tra Ponza e Ustica.
La Cassazione è andata anche oltre: ha stabilito che lo Stato deve risarcire i familiari delle vittime perchè ministero dell’Interno, della Difesa e dei Trasporti non seppero garantire la sicurezza di quell’aereo.
Questi sono i contenuti della sentenza 1871 depositata ieri dalla terza sezione civile della Suprema Corte.
Una sentenza che respinge i ricorsi presentati dai tre dicasteri, rappresentati dall’avvocatura di Stato, contro il pronunciamento d’appello della prima sezione civile di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Laurino.
Allora per la prima volta — era il 14 giugno 2010, dopo che il 30 giugno 2007 era terminato il primo grado — venivano condannati i ministeri al risarcimento di un milione e 240 mila euro a tre famiglie (quella di Marco Volanti, di Antonalla, Vincenzo e Giuseppe Diodato e a quella di Carlo Parrinello) che per prime si sono rivolte alla giustizia civile.
Adesso occorrerà stabilire se quell’importo è adeguato, dato che la Cassazione ha deciso pure che la Corte d’Appello di Palermo verifichi in un nuovo processo l’effettiva congruità della somma.
Omissioni e negligenze
E questa sentenza potrebbe costituire un precedente per due questioni aperte. La prima riguarda il maxi risarcimento deciso il 12 settembre 2011, quando la terza sezione civile di Palermo, presieduta dal giudice Paola Protopisani, condannò il ministero dei Trasporti e della Difesa per ragione analoghe.
Straordinario l’importo: più di 100 milioni di euro alla maggior parte delle famiglie perchè, oltre a non garantire la sicurezza del volo soprattutto nel famigerato Punto Condor, si erano macchiati di “omissioni e negligenze” che non avevano consentito di raggiungere la verità sui fatti del 27 giugno 1980.
In altre parole avevano depistato sottoponendo per oltre trent’anni i parenti delle vittime a una “tortura della goccia cinese”. Anche in questo caso lo Stato ha presentato ricorso e il processo d’appello inizierà solo nell’aprile 2014.
La seconda questione è invece politica e riguarda questa volta il Parlamento europeo.
Dove, da mesi, la commissione petizioni ha bloccato la possibilità di indagare in sede comunitaria sulla strage perchè mancava una sentenza definitiva che parlasse di un missile ed escludesse una volta per tutte altre cause.
Questo passaggio potrebbe contribuire ad aggiungere un pezzo di verità ancora mancante: la nazionalità dell’aereo che ha sparato contro il volo dell’Itavia.
Che si trattasse di un’azione di guerra nei cieli sul Tirreno si sapeva infatti da molti anni. Si sapeva da quando, il 31 agosto 1999, il giudice istruttore Rosario Priore aveva depositato la sua sentenza.
Un documento che, se dal punto di vista penale non si è tramutato in condanne, ha comunque ricostruito lo scenario politico e militare in cui era avvenuta la sciagura di Ustica.
In quelle migliaia di pagine, infatti, si dava conto delle prime ipotesi che parlavano di un missile fin dalla fine degli anni Ottanta.
Ma soprattutto c’erano altri documenti, come la perizia radaristica consegnata a Priore, in cui emergevano le tracce di altri aerei — tutti militari — in volo con il Dc9.
Il decollo dalla Corsica
La Francia rimane la nazione sulla quale grava il maggior numero di sospetti. Suoi, si ipotizza, erano i velivoli che aprirono il fuoco. Si deduce dalla documentazione Nato consegnata alla magistratura italiana.
Con un ulteriore particolare: il decollo dei caccia sarebbe avvenuto dalla base aerea di Solenzara, in Corsica. Parigi, dal canto suo, ha sempre negato che sia mai accaduto qualcosa del genere sostenendo che le operazioni in quella base si erano concluse alle 17 del 27 giugno 1980.
Falso, hanno invece sostenuto testimoni oculari che videro aerei alzarsi ancora per molto tempo, dopo l’ora dichiarata.
Un’ulteriore smentita all’Eliseo arrivò dal presidente emerito Francesco Cossiga, che aveva parlato di un missile “a risonanza e non a impatto” sparato da un mezzo della Marina militare francese.
Dopo queste parole, il 21 giugno 2008 la magistratura romana aveva aperto un nuovo fascicolo ed era partita una serie di rogatorie a Paesi che operavano nel Mediterraneo nel 1980. Dopo anni Francia e Stati Uniti non hanno risposto.
A fronte di quest’ennesimo muro di gomma dall’estero Andrea Purgatori, il giornalista del Corriere della Sera che primo scrisse del missile, sostiene: “In Italia occorre un governo politicamente determinato a chiudere questa vicenda. Solo così si può avere la forza di chiedere a un Paese vicino, se non confinante e di certo alleato, di raccontarci la verità . Quello è stato un episodio di guerra che ha riguardato anche Gheddafi, i cui caccia sono sicuramente stati coinvolti e che ai tempi era considerato il primo nemico dell’Occidente”.
Antonella Beccaria e Emiliano Liuzzi
(da Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Giustizia | Commenta »
Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
“RESPONSABILITA’ SU GESTIONE DEI DERIVATI E TOBIN TAX”: PER IL PD LA CAUSA VA RICERCATA NEI GOVERNI PRECEDENTI
Lo scandalo Monte Paschi ha fatto perdere a Bersani l’1,6% di voti.
Nel giro di una settimana, la vicenda di Rocca Salimbeni ha “spostato” più del 5% dell’elettorato complessivo.
E ancora l’onda di piena non sembra affatto abbassarsi.
Anche se il centrodestra nel suo complesso non se ne è avvantaggiato (solo +0,2, ma +1 il Pdl), per il Pd la botta è stata accusata in modo molto forte.
E Bersani, ora, tenta il recupero.
A partire da oggi pomeriggio, quando il ministro Grilli riferirà in commissione Finanze di Montecitorio sull’intera questione, indicando le prospettive di possibile (necessaria) nazionalizzazione dell’istituto di credito senese.
Il Pd, però, non ha alcuna intenzione di restare solo ad ascoltare.
Da giorni, al Nazareno stanno preparando un dossier per inchiodare i due governi che si sono succeduti dal 2009 ad oggi (dunque Berlusconi e Monti) alle responsabilità “oggettive” sulla gestione dei derivati negli enti pubblici e, successivamente, alla formulazione di una tobin tax che è entrata in consiglio dei ministri “scritta in un modo” e “uscita” in un altro.
Nella sostanza: durante il governo Berlusconi, il ministro Tremonti ha consentito l’utilizzazione dei derivati anche negli enti pubblici e fino al 2010 sono state totalmente ignorate le richieste delle opposizioni (il parttcolare dei democratici) di far cessare la pratica in virtù degli allarmi internazionali su questi strumenti di “scommessa” economica al centro degli scandali e dei tracolli delle banche americane e della conseguente crisi.
Solo nel 2010, il governo Berlusconi ha sospeso la possibilità di utilizzazione di derivati negli enti locali, ma molti danni erano già stati fatti.
Ma è stato un fatto successivo — e secondo il Pd molto più rilevante dal punto di vista delle responsabilità politiche — quello che verrà rinfacciato oggi a Grilli quando il ministro, com’è probabile, difenderà l’operato del governo Monti rispetto al salvataggio Mps e all’utilizzazione dei Monti Bond.
Per il Pd, la responsabilità del governo non è infatti sul fronte operativo dell’emergenza, bensì su un quadro più ampio, quello della tobin tax.
Quando, cioè, il governo (con l’appoggio della fetta di maggiornaza costituita da Berlusconi e dalla Lega) ha ceduto alle pressioni delle banche riformulando totalmente il provvedimento rispetto a come era stato concordato e arrivando a varare un articolato ancora a favore degli istituti di credito anzichè della tutela dei risparmiatori e dei cittadini.
Che il governo Monti, d’altra parte, sia sempre stato il governo delle banche è noto, ma secondo il Pd, alla luce dello scandalo Mps, questa responsabilità politica diventa, oggi, ancora più gravosa. Molto più di quanto lo sia stata, sotto certi aspetti, quella di Tremonti.
Che ha ignorato (di certo colpevolmente) gli allarmi dei primi momenti, ma poi (sempre,però, con colpevole ritardo, ricordano al Nazareno) ha “chiuso” i rubinetti del pericolo derivati.
Monti invece no: “Sapeva perfettamente cosa faceva e per conto di chi”.
E questo, a parere del Pd, non era a favore dei cittadini italiani.
Nel dettaglio, la tobin tax era stata formulata come una tassa che avrebbe colpito le transazioni finanziarie soprattutto quelle operate attraverso i derivati, proprio per “punire” la cosidetta “finanza di carta” a favore della finanza “sana”, ovvero delle transazioni su vere azioni e patrimoni.
In questo modo, per fare un esempio, su una transizione di milione di euro, le tasse su 800 mila euro sarebbero state a carico delle banche e solo 200 a carico del mercato.
La tobin tax che è uscita dal gabinetto Monti recita esattamente il contrario.
Che la tassazione maggiore è a carico del “mercato” sano, mentre — addirittura — i derivati sono “esentati” dall’applicazione della stessa tassa.
Che, quindi, non costituisce in alcun modo un deterrente. A favore esclusivo delle banche.
Ecco, secondo il Pd, questa scelta operativa pro sistema bancario è una responsabilità politica del governo Monti senza appello.
Al pari di quella, altrettanto pesante — sempre a parere del Pd — che riguarda la mancata “vigilanza” sullo scandalo Mps attraverso il ministero (ma anche Bankitalia). “Per quanto ci riguarda — si sosteneva infatti ieri sera al Nazareno — Grilli, Monti, Tremonti e Berlusconi pari sono sul fronte della responsabilità oggettiva della gestione economica e finanziaria del sistema bancario. Il caso Mps è questione a sè, le responsabilità politiche riguardano il deciso asservimento dei governi Berlusconi e Monti ai voleri e al tornaconto esclusivo delle banche a discapito della finanza pulita e dei risparmi delle famiglie italiane”.
Il messaggio politico che oggi arriverà da parte del Pd dalla commissione Finanze, di fatto è già passato anche nell’elettorato italiano.
La percezione di Monti come “uomo al soldo delle banche” prima che dell’Europa, è uno dei motivi alla base del calo dei sondaggi della lista Monti nelle ultime rilevazioni riguardanti proprio il Monte Paschi.
Se il centrosinistra è stato penalizzato di più di un punto e mezzo, proporzionalmente la lista Monti ha perso molto di più, ovvero l’1%.
E chissà che le notizie relative ai nuovi fascicoli in mano alla procura di Siena sul ruolo svolto da Jp Morgan sull’intera vicenda Antonveneta (Monti è stato a lungo consulente della banca d’affari e oggi lì lavora ancora il figlio Matteo) non rendano questo calo di consensi ancora più vistoso nei prossimi giorni.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Bersani, Monti | Commenta »