Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
“FARE CIO’ CHE PIACE” INVECE DEL “GUADAGNA SEMPRE DI PIU'”, CAMBIA IL COSTUME… SI MOLTIPLICANO QUELLI CHE INSEGUONO VITE NORMALI RIFIUTANDO IL SUCCESSO AD OGNI COSTO
Preferirei di no. Lentamente, poco alla volta, abbandonano la gara, passano in un altro campionato. Sognando altri traguardi.
Ancora non sono tutti come Bartleby: lo scribano che improvvisamente si ribella al suo capo e al suo destino, ripetendo un’unica, ossessiva frase.
È una rivolta meno frontale, più silenziosa, senza slogan. Si procede per sottrazione.
I soldi, il potere? No, grazie. La fine del carrierismo è una scelta obbligata: le opportunità professionali sono sempre di meno, il lavoro è precario, anche l’investimento lavorativo diventa a breve termine.
Tutti gli studi lo dimostrano: le aspettative sono cambiate, e così anche le priorità .
Secondo un sondaggio dell’istituto Csa, il 60 per cento dei neolaureati francesi associa il successo professionale a un lavoro gratificante, motivazione che oggi viene molto prima dello stipendio.
Avere un salario elevato interessa appena il 20 per cento dei ragazzi e ottenere un posto di responsabilità addirittura solo il 2.
Ma anche i giovani italiani, registra l’Istud, si allontanano lentamente dal carrierismo: quando si chiede il senso della parola “lavoro” solo il 3,1 per cento la associa al potere, e il 3,6 al denaro.
Sono “ adultescenti”, secondo un neologismo dei media americani per definire una generazione che non vuole crescere, rimandando matrimonio, figli, carriera, anche perchè ognuna di queste cose è diventata più rara, fragile, incerta.
È la “generazione limbo” descritta dal New York Times , che pensa e parla diversamente dal passato. Solo il 22 per cento dei nuovi assunti, scrive il quotidiano americano, usa la parola carriera, contro il 30 fino al 2007, prima della Grande Crisi.
Il manifesto di questo nuovo movimento è La Regina delle Nevi di Michael Cunningham, in cui i protagonisti inseguono “vite normali”.
Ma la crisi economica non spiega tutto.
Karen Demaison, fondatrice dello studio di consulenza in risorse umane Critères de choix , sostiene che si tratta di un cambio di mentalità che parte da lontano, a cominciare dagli anni Ottanta e dai famosi yuppies , arrampicatori professionali a ogni costo.
La generazione di oggi è il contrappasso di quell’epoca.
«Oggi i ragazzi desiderano ancora il successo ma non a qualsiasi prezzo», spiega la consulente d’impresa. «I ragazzi di oggi sono stati in qualche modo vaccinati dall’esperienza, non sempre a lieto fine, degli adulti».
I quarantenni o cinquantenni workhalcolic , che spesso finiscono per sacrificare tutto sull’altare di una promozione, non sono più un modello.
«I giovani sono diventati più diffidenti rispetto all’impresa e al lavoro in generale, si è creata una distanza – conclude Demaison – e non c’è più un’adesione assoluta».
In principio c’è una promessa tradita: i giovani oggi hanno capito che non avranno più una posizione sociale e professionale migliore dei loro propri padri, com’è accaduto dal dopoguerra in poi.
E così si è invertita anche la scala dei valori.
Il “lavoro dei sogni” è solo per il 4,3 per cento legato allo stipendio. Al primo posto (22,6%) viene un impiego che corrisponda ai propri interessi, che dia soddisfazione (11,9%), prestigio (10,3%).
Secondo l’Istud, quasi un quinto dei neolaureati italiani (22,5%) pensa che la qualità della vita sia nella conciliazione tra vita privata e lavoro.
È una preoccupazione che fino a qualche decennio fa praticamente non esisteva.
Il “ work lifebalance” (equilibrio tra lavoro e vita) era un’esigenza tradizionalmente femminile, ora condivisa invece anche dagli uomini. Tanto che sempre più imprese cercano di sviluppare strumenti per facilitare la gestione della vita famigliare dei loro dipendenti, come chiave per una migliore produttività .
«La necessità di armonizzare vita privata e professionale è la grande sfida economica e sociale dei prossimi anni», nota Cècile Van de Velde, sociologa e autrice del saggio “ Repenser les inègalitès entre gènèrations ” (Ripensare le diseguaglianze tra generazioni, ndr).
«Non è vero che i giovani non tengono più al lavoro», precisa la sociologa, «ma vogliono che abbia il posto giusto e non che invada ogni attimo della vita».
Questa “barriera” è paradossalmente sempre più difficile da erigere, anche per via delle nuove tecnologie.
«C’è una tensione sempre più forte e talvolta insopportabile – spiega Van de Velde – tra le varie dimensioni esistenziali».
I giovani hanno una visione più lucida e realista, ma non per questo disincantata.
Anzi, nonostante lavoro e opportunità di carriera scarseggino sempre più, i millennials sono più esigenti dei loro genitori. “Fai ciò che ti piace” ha sostituito nelle mentalità il “guadagna sempre di più”, osserva la sociologa francese.
Ci sono laureati disposti a fare scelte radicali, scegliendo un lavoro meno remunerato ma che corrisponda di più alle proprie aspirazioni di vita. «Sono fenomeni completamente nuovi, mai osservati prima», nota Van de Velde.
Nel momento in cui non c’è più automatismo tra studi, lavoro e carriera, anche i giovani cambiano strada e priorità .
L’Istud ha creato un osservatorio sulla Generazione Y, proprio per aiutare le imprese a mappare un approccio al lavoro radicalmente diverso in quanto a vocazioni, attitudini.
Solo il 36 per cento dei ragazzi pensa che per fare carriera serva lavorare molto, mentre il 38 per cento è convinto che la chiave del successo sia la fiducia in se stessi.
E così quasi la metà (43%) dei giovani tiene a mantenere un buon equilibrio tra ufficio e vita privata, intesa non solo come famiglia, ma anche amici, tempo libero. Metà dei giovani laureati sogna invece di mettersi in proprio, avviando un’attività e diventando il «capo di se stesso».
Dalla concezione del lavoro dipendente, ormai in crisi, avanza quella, nuova, del lavoro intraprendente.
La propensione al lavoro autonomo, professionale, imprenditoriale dei giovani sta crescendo particolarmente in Italia, come dimostrano la natalità di nuove imprese, il neoartigianato e lo sviluppo di cooperative e imprese sociali. Secondo l’ultimo studio dell’Istud, il 30 per cento dei ragazzi punta a essere titolare di un’impresa o comunque lavorare da collaboratore esterno per un’azienda.
«Il carrierismo era uno dei tanti nomi che avevamo dato al Progresso», spiega Domenico De Masi. Ora che quella promessa è avvolta nella nebbia, i ragazzi non sono più disposti a crederci. Secondo il sociologo del lavoro, «fare carriera» è un’altra di quelle eredità dell’epoca industriale che oggi ha perso senso e valore.
«I ragazzi si allontanano da categorie mentali che non sono più capaci di spiegarci il presente», continua De Masi che ha studiato questo smarrimento nel suo ultimo libro, Mappa Mundi, modelli di vita per una società senza orientamento .
La crisi del lavoro, sottolinea il sociologo, è anche psicologica. I giovani disinvestono affettivamente su qualcosa che non è più sicuro, cercando altrove certezze e riconoscimenti. Anche il futuro è a tempo determinato.
Anais Ginori
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
FAVOREVOLI ANCHE MOLTI CATTOLICI ASSIDUI… PER L’83% DEI FEDELI GIUSTA LA COMUNIONE AI DIVORZIATI
Il Sinodo straordinario sulla famiglia convocato da papa Francesco ha mostrato un volto della Chiesa
a cui non eravamo abituati.
Una Chiesa pronta ad affrontare e discutere temi scomodi, come l’ammissione dei divorziati al sacramento dell’eucarestia o l’omosessualità .
A conclusione del Sinodo, aldilà di alcuni aspetti che rimangono controversi, sembrano lontani i tempi della Chiesa «del no», dei valori «non negoziabili».
Queste aperture appaiono in forte sintonia con le opinioni prevalenti nel nostro Paese, una sintonia testimoniata dall’impennata di fiducia nella Chiesa dopo l’elezione di Francesco (passata dal 54% del febbraio 2013 al 76% dei mesi scorsi) e dai risultati del sondaggio odierno.
Vediamoli in dettaglio.
La definizione di famiglia nella quale ci si riconosce maggiormente (53%) è quella di una «qualunque coppia legata da affetto che voglia vivere insieme»; un italiano su quattro (28%) considera la famiglia solo se è composta da un uomo e una donna sposati e 18% se è composta da un uomo e una donna anche se non sposati.
Tra i fedeli assidui, cioè tra coloro che partecipano alla messa domenicale regolarmente, quasi uno su due (46%) ritiene che la famiglia sia composta da uomo e donna sposati ma una importante minoranza (uno su tre) si riconosce nella prima definizione.
Su questo tema, com’era lecito attendersi, le opinioni variano in relazione all’età : tra le persone di oltre 60 anni e i pensionati infatti prevale una concezione più tradizionale della famiglia.
Riguardo alla possibilità di dare la comunione ai divorziati si registra un larghissimo consenso: nel complesso 84% si dichiara molto (55%) o abbastanza (29%) d’accordo. In questo caso il favore è nettamente prevalente anche tra i fedeli assidui (83%).
Il Sinodo sulla famiglia nell’ultima settimana ha suscitato un confronto politico e mediatico più ampio sui diritti delle coppie di fatto rispetto a cui l’Italia appare in una situazione diversa rispetto a molti altri Paesi.
A tale proposito prevale l’idea che su questa spinosa materia la legislazione italiana sia arretrata. La pensa così il 56% degli intervistati, mentre il 21% ritiene che la nostra legislazione abbia il giusto approccio al problema non essendo nè troppo avanzata nè troppo arretrata e il 14% considera la nostra legislazione fin troppo permissiva
Tra i fedeli assidui, sebbene prevalga l’idea che la nostra legislazione sia arretrata (36%), le opinioni sono decisamente più diversificate mentre tra i fedeli che partecipano saltuariamente alla messa i pareri sono sostanzialmente in linea con la totalità della popolazione.
Da ultimo la questione più spinosa, rappresentata dai diritti delle coppie omosessuali. Tre intervistati su quattro sono favorevoli al riconoscimento dei loro diritti: il 35% si dichiara favorevole al matrimonio e il 39%, pur essendo contrario al matrimonio, è favorevole alle unioni civili.
Viceversa, il 23% è contrario sia all’uno che alle altre. L’apertura ai diritti delle coppie gay prevale indistintamente tra tutti i segmenti sociali, sia pure con accentuazioni diverse.
Infatti i giovani fino a 30 anni, gli studenti, gli impiegati e gli operai, i residenti nelle regioni del centro nord e gli elettori del Movimento 5 Stelle si esprimono nettamente a favore del matrimonio.
Sul fronte opposto si osserva maggiore contrarietà tra le persone meno giovani, meno istruite, tra i pensionati, i residenti nelle regioni meridionali tutti con valori compresi tra 33% e 37%.
Gli atteggiamenti di maggiore chiusura si registrano tra gli elettori di Forza Italia (42%), nonostante il dialogo avviato su questo tema da parte di Silvio Berlusconi che nei giorni scorsi ha ospitato a cena ad Arcore Vladimir Luxuria, uno dei simboli della lotta per i diritti degli omosessuali, e soprattutto dalla sua giovane compagna Francesca Pascale che nei mesi scorsi si è iscritta all’Arcigay e ha fatto scalpore chiedendo scusa per tutti coloro che dal centrodestra hanno insultato e maltrattato i gay.
Nel mondo cattolico gli atteggiamenti sono abbastanza variegati: tra i fedeli più assidui la maggioranza assoluta (56%) è a favore del matrimonio (24%) o delle unioni civili (32%), tuttavia con valori meno elevati rispetto ai fedeli saltuari (75% a favore dei diritti) e ai non praticanti e ai non credenti (85% a favore).
Il Paese sta cambiando, sia pure in modo graduale e non univoco. E trova conforto nel fatto che un’istituzione come la Chiesa, tradizionalmente poco incline al cambiamento, stia affrontando di petto alcune questioni delicate, fino a poco tempo fa considerate dei veri e propri tabù.
Tutto ciò rappresenta una sfida per le nostre istituzioni e il nostro legislatore che, quanto ad innovazione, oggi sembrano scavalcati dalla chiesa di papa Francesco.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
DA UN CANALE RENZI PUNTA AI GENITORI, DALL’ALTRO PADOAN SI INVENTA 800.000 NUOVI POSTI DI LAVORO
La domenica il governo è Live.
Lo si trova dal vivo in televisione a spiegare una manovra economica che nessuno ha ancora visto.
Pier Carlo Padoan sceglie la platea tradizionale di Lucia Annunziata (In 1/2 Ora su Raitre), Matteo Renzi invece regala il meglio delle sue capacità di intrattenitore a Barbara D’Urso (Domenica Live, appunto, su Canale 5): entrambi, però, svolgono lo stesso ragionamento invocando contro la crisi soprattutto l’ottimismo (“investite”, “spendete”, “assumete”).
La manovra, d’altronde, è recessiva e lo stesso Padoan lo dice, seppur in maniera obliqua: “Il deficit continuerà a diminuire”, per la precisione di uno 0,1%, anche se meno di quanto Letta e Monti avevano promesso a Bruxelles.
I messsaggi che palazzo Chigi voleva lanciare ieri — al netto dei soliti sprezzanti riferimenti alle regioni del premier (“Sono arrabbiate? Gli passerà ”) — erano sostanzialmente due.
Il premier s’è tenuto un argomento consono col pubblico della domenica pomeriggio: “Daremo gli 80 euro al mese per tre anni — ha detto Renzi — anche a tutti quelli che faranno un figlio nel 2015” (il limite di reddito sarà 90mila euro l’anno).
Le risorse sono quelle stanziate nel Fondo per la famiglia: 500 milioni, una cifra all’ingrosso sufficiente per pagare il bonus ai poco più di 500mila bambini che nascono in Italia ogni anno. Leggermente disturbante il modo in cui la racconta Renzi: “Visto che hanno detto che gli 80 euro erano una misura elettorale, ora diamo i soldi a chi non vota: i bambini”. (come se non votassero i genitori…)
Quanto al ministro dell’Economia gli è toccata una ambigua quanto modesta rimodulazione del “milione di nuovi posti di lavoro” di quando c’era lui.
Il nostro aveva sostenuto venerdì, in un’intervista col Sole 24 Ore, che secondo le stime del suo ministero la detassazione per tre anni delle assunzioni a tempo indeterminato “porterà 800 mila posti” dal 2015 al 2017.
Ieri ha ribadito la cosa aggiungendo che forse “è una stima per difetto”: “D’altronde — aveva spiegato al giornale di Confindustria — col Jobs Act questo tipo di contratto diventerà molto più conveniente”.
Nel senso che tanto le aziende dopo tre anni potranno comunque licenziare i neoassunti pagando un indennizzo.
Quale che sia l’intenzione di Padoan — propagandistica o meno — è bene chiarire una cosa: non si tratta di nuovi posti di lavoro, al massimo della platea interessata.
Cerchiamo di spiegarlo coi numeri.
Lo stesso Sole 24 Ore analizzando le bozze della manovra ha calcolato che — stanti il tetto massimo di sgravio (6.200 euro l’anno a contratto) e le risorse stanziate (un miliardo l’anno fino al 2017) — la platea interessata è di 162mila contratti l’anno.
Padoan, però, ieri ha citato per il prossimo anno la cifra di 1,9 miliardi, il che porterebbe lo stanziamento complessivo a 3,9 miliardi nel triennio: grazie all’invenzione della calcolatrice, si può dunque sapere che i beneficiati saranno in tutto 629mila.
A scanso di equivoci: è impossibile sapere quali saranno i contratti in più determinati dagli sgravi della manovra.
D’altronde lo stesso governo Renzi non crede molto negli effetti salvifici di quello che fa: nel “Piano nazionale delle riforme” prevede una disoccupazione sostanzialmente stabile nel 2015 (12,5%) e quota l’effetto delle sue riforme sul Pil allo 0,1% .
Torniamo ai nuovi posti. Nel 2013, anno di recessione nera, il ministero del Lavoro ci dice che furono attivati oltre un milione e mezzo di contratti a tempo indeterminato, 400mila a trimestre: come farà Padoan a contare i suoi 800mila?
Non solo: stanziare 1,9 miliardi significa che i soldi finiranno già a febbraio e dunque, almeno nel 2015, finanzieranno assunzioni in larga parte già decise. Un regalo.
Fare conti più precisi è impossibile perchè, giova ribadirlo, la legge di Stabilità ancora non c’è: “Domani sarà al Quirinale”, dice Padoan.
Peccato dovesse essere depositata alle Camere — e cioè resa pubblica — mercoledì scorso. Intanto le bozze continuano a girare: una delle ultime, per dire, riporta una decisa riduzione dei tagli ai ministeri (non tre miliardi, ma a malapena due).
È così? Non si sa. Bisogna aspettare martedì. Forse.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA A MENTANA: “RENZI “PIACIONE” DALLA D’URSO COME SE FOSSE A CASA SUA”
“Se fosse rimasto altre due ore in studio, avrebbe presentato anche le previsioni meteo” spiega il
direttore del Tg de La7, Enrico Mentana.
Quindi ha visto il premier dalla D’Urso.
Certo, e neanche Berlusconi dopo le Europee del ’94 aveva questa forza, questa capacità di comunicare e di includere.
Il tutto è avvenuto in casa Mediaset.
È già andato in trasmissione da Paolo Del Debbio e da Nicola Porro, evidentemente la sua è una strategia per parlare al corpo profondo del Paese, alla pancia, di provvedimenti che potrebbero provocare malessere nei cittadini, quindi negli elettori. Ne ha bisogno.
Renzi sembrava seduto in casa.
Lui riesce a parlare e muoversi come una persona senza steccati, è uno spregiudicato, con la capacità di proporre la sua narrazione.
Spregiudicato e seduttore.
L’atteggiamento piacione è la sua cifra, e riesce a cercare e ottenere il consenso. Ma c’è un punto che mi ha particolarmente colpito…
Quale?
Renzi dà del “tu” a molti giornalisti, ma è la prima volta che vedo un premier intervistato pubblicamente con il “tu”, anche se il contesto è una trasmissione non giornalistica.
E cosa comporta?
Accorcia le distanze con lo spettatore-cittadino.
Il senatore Paolo Romani ha twittato: “E ora voglio vedere chi parla di conflitto d’interessi”.
Sì, l’ho letto. Romani è un uomo di televisione, evidentemente è rimasto colpito della complicità : sembrava un pesce nella sua acqua, un beniamino. Sembrava “uno di noi” che ce l’ha fatta. E non dimentichiamoci mai che lui è anche e sempre il leader del Pd. Quindi Romani ha le sue ragioni.
Vede, Renzi riesce anche a muovere negli avversari una certa invidia e ammirazione.
Chissà il pensiero del fu Cavaliere…
In questo contesto, la differenza tra Berlusconi e Renzi è una: il primo è divisivo, il secondo no. Non solo, il premier porta gli altri a essere inclusivi con lui.
Ed è spesso in televisione.
La questione è reciproca: lui deve presentare i provvedimenti, le trasmissioni invece lo chiamano perchè alza gli ascolti, fa la differenza. È una questione editoriale. Infatti viene trattato con tutti gli onori, mai in maniera scomoda, da nessuno. E solo lui fa politica, vista l’auto-esclusione dei 5Stelle dai format.
Ha campo libero
Eccome, chi gli va contro pubblicamente sono solo Civati, i gufi e Landini, un po’ poco rispetto a quello che Renzi rappresenta.
Se al suo posto ci fosse stato Berlusconi…
Ripeto: questo livello non è mai stato raggiunto, Berlusconi è stato attaccato per meno, adesso invece nessuno trova strano ciò che accade.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA DESTRA E’ LEGALITA’, ETICA POLITICA, UNITA’ NAZIONALE, SOLIDARIETA’ SOCIALE, SENSO DELLO STATO, EUROPA NAZIONE
Ogni tanto sarebbe meglio ripassare la storia.
E anche in un periodo di crisi delle ideologie, proprio per chi ama ancora rifarsi ad esse, è quanto mai opportuno riprendere in mano qualche libro della variegata cultura di destra.
Perchè se in un passato recente un giovane che si sentiva “di destra” poteva scegliere di seguire politicamente “cattivi maestri” di diverse sfaccettature (da Evola a Gentile, da Prezzolini a De Benoist) per non parlare dei “più politici” Armando Plebe, Domenico Mennitti, Beppe Niccolai, Pino Rauti e Paolo Signorelli (personaggi semplicemente posti ad esempio di visioni diverse e spesso controverse), oggi temo ci si formi senza maestri o attraverso cattive interpretazioni delle poche letture assimilate.
Lo dimostra la disinvoltura ideologica e l’incoerenza politica con cui spesso si muovono molti gruppi della cosidetta destra radicale.
Premesso che se essi fossero portatori di idee innovative e di facile presa politica non navigherebbero da decenni su quozienti dello “zerovirgola”, segno in controtendenza alla forza propulsiva e innovativa che dimostrò invece il fascismo “immenso e rosso” delle origini, con l’impulso futurista, corridoniano, del sindacalismo rivoluzionario, delle tesi soreliane, della capacità di rinnovare le elite di governo, delle leggi sociali d’avanguardia in Europa, oggi ci troviamo di fronte a “profonde incorenze” ideologiche.
Perchè se uno vuole essere “cattolico e cristiano” dovrebbe seguire le indicazioni del Pontefice, non estrapolare dalla storia millenaria della Chiesa solo ciò che gli viene comodo.
Perchè se uno vuole essere “sociale” per essere credibile deve farlo nella sua declinazione più ampia, senza steccati di razza ed etnia.
Altrimenti si rischia di vendere solo un prodotto taroccato.
Tornando all’attualità , qua accanto pubblichiamo una foto dell’ultima manifestazione della Lega a Milano che genera profonda tristezza: la convivenza tra uno striscione “I-talia di merda Secessione” della Lega e uno che inneggia a “casa, lavoro, scuola, stato sociale Prima gli italiani” di Casa Pound.
E allora è meglio intendersi su cosa possa rappresentare oggi un minimo comune denominatore della Destra italiana.
Per noi la destra è legalità : quindi non abbiamo nulla a che fare con i truffatori delle quote latte, i lingotti nascosti in Tanzania, il finanziamento pubblico investito a Malta e Norvegia, le tangenti di Belsito, i lavori in casa Bossi pagati coi soldi pubblici, le decine di consiglieri regionali inquisiti per i rimborsi taroccati, le mutande di Cota e la sistemazione della moglie di Salvini in Regione.
Per noi la destra è unità nazionale che nulla ha a che fare con i rutti sui “napoletani colerosi” di Salvini, il tricolore usato come carta igienica, i tank all’assalto del campanile di Venezia, le farse dell’acqua putrescente del Po, i parlamentini padani, le minacce secessioniste, gli insulti agli italiani.
Per noi la destra è etica politica, stile di vita, servizio alla nazione e al popolo italiano, non è sistemare parenti, lucrare tangenti, acchiappare poltrone, manipolare bilanci, farsi pagare le cure, sistemare i figli e le mogli, usare i soldi publici per le nozze della figlia o nominare addetta stampa l’amante.
Per noi destra è socialità , solidarietà , aiuto ai più deboli, non razzismo, discriminazione, affogamenti in mare e difesa degli evasori fiscali.
Per noi destra è sicurezza garantita dallo Stato non da ronde private.
Per noi destra è assicurare a tutti uguale base di partenza, non tutelare privilegi di casta o di censo.
Potremmo continuare a lungo, ma sono già motivi sufficienti per dimostrare che la destra vera (a maggior ragione quella sociale) non può avere nulla a che vedere con la Lega, la sua ideologia e i suoi rappresentanti passati, presenti e futuri.
Una destra radicale (e non solo) avrebbe dovuto da tempo scendere in piazza per contestare questi “clandestini” che lucrano sugli egoismi e seminano odio per garantirsi un ricco stipendio in parlamento, non certo accodarsi per fargli da portaborse.
Se lo avessero fatto a tempo debito avrebbero coperto uno spazio a destra che oggi non ha rappresentanza: quello di una destra innovativa che sappia guardare al futuro, non solo a lucrare due miserabili voti razzisti e borghesi.
Con la crisi prodotta dai poteri finanziari, la destra oggi avrebbe più bisogno di un “suo” Landini che della macchietta Salvini.
Ci siamo capiti.
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