Destra di Popolo.net

COME PREVISTO, PARTE LA LETTERA UE: “CHIARIMENTI SU COPERTURE E RIFORME”

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

LA UE METTE IN GUARDIA RENZI CONTRO IL RISCHIO DI VIOLARE LE REGOLE… INTANTO IL DISEGNO DI LEGGE NON E’ ANCORA STATO RESO PUBBLICO

Bruxelles vuole da Roma chiarimenti sulle coperture della legge di Stabilità  e sulle riforme.
Mentre ancora il testo del ddl non è stato reso noto, fonti comunitarie citate dall’agenzia Ansa fanno sapere che in giornata partirà  la lettera in cui la Commissione Ue chiede al governo delucidazioni non solo sull’ampiezza dell’aggiustamento strutturale dei conti ma anche sulle risorse necessarie per finanziarle e sugli interventi di riforma che l’esecutivo Renzi intende mettere in campo.
Con la missiva l’organismo che ancora per una settimana sarà  guidato da Josè Manuel Barroso metterà  in guardia Roma dal rischio di violare le regole comunitarie.
Jyrki Katainen, commissario agli Affari economici e vicepresidente in pectore della prossima Commissione a guida Jean Claude Juncker, ha sminuito la portata delle trattative che proseguono da giorni facendo sapere attraverso il suo portavoce che “le consultazioni in corso in queste ore sulla legge di Stabilità  non pregiudicano il giudizio finale della Commissione”, ovvero non significa che sarà  “necessariamente negativo”.
D’altronde, in base alle indiscrezioni circolate in queste ore, il finlandese avrebbe una posizione più morbida rispetto al presidente uscente della Commissione, Josè Manuel Barroso, che vorrebbe dall’Italia maggiori sforzi sull’aggiustamento strutturale, pari ad almeno lo 0,5%, laddove il governo ha invece indicato lo 0,1%.
A Katainen potrebbe andare invece bastare l’attivazione della “riserva” da 3,4 miliardi messa da parte dallo stesso governo in caso di rilievi Ue, che porterebbe lo sforzo a circa lo 0,25%.
Secondo il Financial Times, la Commissione avrebbe pronte “richieste formali” di dettagli a Italia, Francia, Austria, Malta e Slovenia. .
Intanto, a sette giorni dal Consiglio dei ministri che lo ha varato, il testo del disegno di legge di Stabilità  2015 non si è ancora visto.
”Il testo, corredato di relazione illustrativa è stato presentato dal Ministero dell’economia e delle Finanze al Consiglio dei ministri che lo ha discusso il 15 ottobre, approvandolo salvo ulteriore affinamento tecnico”, si legge in una nota diramata martedì sera dal ministero del Tesoro, che ha così ammesso una volta per tutte che il testo approvato dal Consiglio dei ministri mercoledì 15 era tutt’altro che definitivo.
Smentendo, tra l’altro, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che subito dopo il Cdm aveva promesso la diffusione del documento “nelle prossime ore, già  stasera”, mentre il premier Renzi era stato leggermente più cauto parlando di “domani mattina”.
Martedì sera un nuovo mistero: il ddl è arrivato al Quirinale “in attesa di bollinatura da parte della Ragioneria Generale dello Stato”, si legge in una nota del Colle, che commentava con freddezza l’irritualità  del fatto.
Riassumendo: il testo della legge di Stabilità , di cui al momento si conoscono i contenuti solo per sommi capi, è arrivato sulla scrivania di Giorgio Napolitano senza che la Ragioneria generale dello Stato lo abbia vidimato attestando l’adeguatezza delle coperture.

(da “il Fatto Quotidiano“”)

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ADOZIONI CONGO, DOPO 5 MESI DALLO SPOT DELLA BOSCHI, BEN 130 FAMIGLIE ASPETTANO ANCORA I LORO BAMBINI

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

E DOPO LA GRANCASSA PUBBLICITARIA, LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO NEANCHE RISPONDE ALLE FAMIGLIE

Cinque mesi dopo, punto e a capo.
Dopo il viaggio del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi a Kinshasa, con la celebre foto del piccolo congolese che intreccia i capelli del ministro, la questione delle adozioni in Congo è tutt’altro che chiusa.
Da quel 28 maggio, quando atterrarono in Italia 31 bimbi adottati da 24 famiglie italiane, ci sono ancora 130 coppie (secondo una stima) che aspettano che la situazione si sblocchi.
“Giulia (nome di fantasia) nel gennaio 2013 ha adottato un bambino di 6 anni. Il mese prossimo ne compirà  8: ha già  il cognome dei genitori italiani, ma loro non l’hanno mai incontrato. Giulia e il marito sarebbero dovuti partire alla volta del Congo per portarlo in Italia il 2 ottobre 2013”.
Pochi giorni dopo il blocco delle adozioni deciso dal governo congolese. Un lasso di tempo che si è rivelato infausto. La situazione è ancora ferma.
Racconta ancora il Fq che il caso è di competenza della Commissione per le adozioni internazionali, ente della Presidenza del Consiglio.
Ed è alla Cai che le onlus impegnate nel campo delle adozioni hanno scritto per chiedere che l’impasse si sbloccasse : “La Commissione non ha mai risposto”.
Una mancanza di comunicazione resa ancora più fastidiosa – per le famiglie che aspettano ormai da più di un anno – dalla decisione presa dal Congo di prorogare sine die il blocco delle adozioni, anche a causa dell’ennesimo caso di traffico di bambini perpetrato da una famiglia nordamericana.
Intanto, in Italia, le coppie si aspettano risposte, e soprattutto di poter presto abbracciare i loro piccoli.

(da “Huffingtonpost”)

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GENOVA, RABBIA IN PIAZZA: UOVA E SPUTI SUL COMUNE, MUSICA DI BACCINI E DE ANDRE’

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

E SPUNTA UN ALTO PREMIO BEFFA AI DIRIGENTI GIA’ SOTTO PROCESSO

Il giorno in cui un corteo di un migliaio di cittadini con in testa i cantanti Cristiano De Andrè e Francesco Baccini assedia il Comune lanciando uova, sputando addosso ai consiglieri e chiedendo le dimissioni del sindaco Marco Doria, a Genova esplode un nuovo caso legato alle retribuzioni di risultato.
La manifestazione organizzata via Facebook al grido “#orabasta cittadini genovesi uniti” ha reso ancor più caldo il clima politico.
Una delegazione con De Andrè e Baccini è stata ricevuta dal sindaco Doria che ha risposto alle critiche di immobilismo: «Ad aprile partiranno i lavori per lo scolmatore di un altro rivo, il Fereggiano, affluente del Bisagno. Io adesso non mi dimetto: l’amministrazione serve funzionante, ora».
Il sindaco in consiglio ha ringraziato il governo: «A me non interessa se verrà  o no a Genova Renzi. Perchè io, in questi giorni, non mi sono mai sentito solo, così come il premier ci aveva promesso. Il sottosegretario Delrio, i ministri Galletti e Pinotti, il capo struttura D’Angelis è come se fossero qui da dieci giorni».
Ma la tensione in città  resta alta.
E non contribuisce a rasserenare il clima il nuovo caso dei premi ai dirigenti comunali. Quelli andati ai tre attualmente imputati di omicidio colposo e falso nel processo per l’alluvione del torrente Fereggiano che nel 2011 uccise sei donne.
Hanno tutti ricevuto per il 2013 la cosiddetta “retribuzione di risultato”, che premia chi ha raggiunto obiettivi prestabiliti.
Cifre comprese tra i 5700 a 6800 euro per stipendi tra i 73 mila e i 93 mila lordi annui.
A sollevare questo nuovo caso è Marco Costa, papà  di Serena la diciannovenne uccisa dall’esondazione mentre andava a prendere il fratellino a scuola: «Capisco i meccanismi della burocrazia ma trovo sconvolgente che non si possano bloccare, specie di fronte a chi ha anche ammesso precise responsabilità  ».
Marco Costa si riferisce a Sandro Gambelli, ex capo della Protezione civile che ha confessato di aver alterato gli orari nel verbale dell’esondazione per alleggerire le responsabilità .
A processo con lui ci sono i dirigenti Gianfranco Delponte e Pierpaolo Chà .
Tutti e tre sono stati rimossi da incarichi riguardanti la Protezione civile, i loro stipendi decurtati di circa un 20% (tranne, per ora, Chà ), e l’indennità  di risultato è stata concessa ma non al 100%.
Isabella Lanzone assessore al personale si trova in una posizione surreale visto che da quando si è insediata, due anni fa, ha avviato una campagna di taglio di dirigenti, riduzione di stipendi e licenziamenti per assenteismo: «Capisco la sensazione di inopportunità  che possono creare queste situazioni ma si tratta di parte della retribuzione di centinaia di migliaia di lavoratori definita da norme che non possiamo cambiare. Quello su cui stiamo lavorando è cercare di aumentare lo spettro degli elementi da valutare, ancorando la valutazione non solo agli obiettivi raggiunti ma anche al comportamento complessivo del dirigente».

Michela Bompani e Marco Preve
(da “La Repubblica”)

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PER RENZI ANCHE FIRME FALSE

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

COSàŒ SI BLINDA IL GOVERNO: IN CALCE A UNA RISOLUZIONE QUALCOSA NON TORNA…OGGI LA FARSA IN AULA

Un documento anomalo (e apocrifo) al Senato, farcito con firme sospette.
Per blindare il governo e liquidare il delicato discorso di stamattina in aula di Renzi sulla manovra all’esame della Commissione europea, i capigruppo di maggioranza, un po’ affannati e senz’altro premurosi, sette giorni fa, hanno spedito agli uffici di Palazzo Madama una proposta di risoluzione per ottenere un plebiscito e tanti saluti, al massimo una cartolina da Bruxelles.
Renzi sarà  in trasferta domani e venerdì per il Consiglio europeo.
Le righe sono due, proprio due: “Udite le comunicazioni del presidente, relative alla riunione dei capi di Stato e di governo del 23 e 24 ottobre a Bruxelles, le approva”.
E che barbosi: scrivono “udite” senza ancora “udire”, pazienza.
E no, non c’entra nulla. Di strano ci sono le firme in calce, vergate a penna, più o meno sovrapposte ai nomi di Luigi Zanda (Pd), Maurizio Sacconi (Ncd), Karl Zeller (Svp), Lucio Romano (Pi) e Gianluca Susta (Sc).
Non occorre una perizia calligrafica per intuire che le firme sono prodotto di una stessa mano o di mani incerte (e ignote).
Ma per un paragone più preciso, e più inquietante, va consultato l’ordine del giorno del 15 ottobre, non un giorno qualsiasi per questa legislatura di Palazzo Madama, gli autografi sono sempre di Zanda, Sacconi, Zeller, Romano e Susta.
I cinque capigruppo, allora, sostenevano e approvavano lo slittamento del pareggio del bilancio al 2017.
Una modifica essenziale per Palazzo Chigi, passata soltanto con 161 favorevoli e una serie di coincidenze e di conversioni determinanti: il leghista Roberto Calderoli che presiedeva l’aula e non poteva votare , il sì di Luis Orellana (ex Cinque Stelle) e di quei democratici dissidenti sull’articolo 18 come Walter Tocci.
O sono false le firme per la nota di aggiornamento al Def — poco probabile, sono diverse e sarebbe un disastro normativo (e anche peggio) — o sono false quelle per inviare Renzi a Bruxelles senza contrattempi.
E oggi, proprio mentre Renzi svelerà  ai senatori le sue tattiche per blandire Angela Merkel e i terribili burocrati, i capigruppo Zanda, Sacconi, Zeller, Romano e Susta dovranno spiegare: il Senato dibatte, delibera e si esprime attraverso documenti anomali (e apocrifi)?
Zanda & C. non dovranno, però, giustificare l’apprensione, perchè al governo dei cento o mille giorni basta un’occasione per perdere la maggioranza a Palazzo Madama.
E ci prova, Roberto Calderoli, esperto in tranelli e regolamento: anche l’opposizione vuole mettere ai voti una risoluzione, ma sui temi eticamente sensibili, quelli che dividono inesorabilmente i democratici e il drappello di Ncd.
Se lo richiedono venti senatori, lo scrutinio sarà  segreto. Nonostante il sacrificio di Zanda e colleghi, non sarà  una passerella da trionfatore di Renzi: l’ormai leggendario 40% e rotti per le europee non è spendibile, stavolta.
A presiedere l’assemblea ci sarà  Linda Lanzillotta, senatrice di Scelta Civica, infuriata con Renzi per il “silenzio” (citazione) dopo le “illusioni vendute” (citazione bis) di Ignazio Marino, il sindaco di Roma che ha trascritto in Campidoglio le nozze all’estero di 16 coppie gay.
Ma per proteggere il fiorentino e per evitare una figuraccia , chissà , Valeria Fedeli (lo dice il cognome, fedelissima dem) potrebbe sostituire la Lanzillotta.
Alchimie, nient’altro. Prima di tumulare l’istituzione di palazzo Madama che verrà  trasformata in dopolavoro per i politici regionali, quel che conta sapere è semplice: le firme false valgono al Senato?
Qualcuno avvisi di questa riforma, grazie.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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80 EURO A CHI FA UN FIGLIO, 160 SE LO CHIAMA MATTEO

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

VERBA VOTANT, IL BELLO DELLA TRADIZIONE ORALE

Davvero avvincente questa regressione alla tradizione orale, a prima di Gutenberg, anzi a prima dell’invenzione della scrittura, a prima dei Sumeri e dei caratteri cuneiformi, per giunta spacciata per modernità  o postmodernità .
Mentre Casaleggio ricorda a giornali e giornalisti che devono morire (mo’ me lo segno), mentre tutti presenziano in gramaglie ai funerali del talk show politico, mentre il pie’ veloce Renzi è già  oltre con il selfie a bordo dei labbroni alla pummarola della D’Urso, l’Italia tutta discute per sei giorni di una manovra che non c’è: o meglio, che fino a ieri esisteva solo nelle conferenze stampa, nelle slide, nelle interviste di Renzi & Padoan e nelle “reazioni” di maggioranza ed eventuali opposizioni, nell’“ira delle Regioni” e nel “gelo dei sindacati”.
La sua versione scritta è arrivata al Quirinale per la firma solo a metà  pomeriggio, e lì s’è scoperto che non era neppure quella buona: anzichè quella uscita dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre (in forma orale), poi peraltro modificata nei giorni successivi dal Tesoro (sempre in forma orale), era quella entrata nel Cdm medesimo (pure quella orale), addirittura priva delle modifiche apportate in Cdm (sempre oralmente) dai vari membri del governo, e a maggior ragione sprovvista dei ritocchi (anch’essi orali) del Tesoro.
Ragion per cui era sguarnita della “bollinatura” della Ragioneria, antiquata e polverosa istituzione che pretende testi scritti per fare le somme e controllare che i conti tornino.
Un po’ come l’Ue, anch’essa tristemente ancorata alla tradizione cartacea.
Ora sul Colle si registra una certa “irritazione”, perchè il presidente non sa dove e cosa firmerà .     E dire che già  venerdì 17, due giorni dopo il Cdm, Napolitano era parso convertirsi alla postmodernità  renziana con uno sperticato elogio della manovra che nessuno aveva letto per la semplice ragione che nessuno l’aveva scritta: “Ci sono misure importanti per la crescita, sia direttamente per quel che riguarda le politiche di investimenti, sia indirettamente per quello che riguarda la riduzione della pressione fiscale”.
Parole così definitive da far supporre che almeno lui avesse avuto il privilegio di leggere qualcosa.
Invece niente: era la versione orale della firma in bianco. Sulla fiducia.
Con Renzi basta la parola, anzi il pensiero. L’idea platonica di Manovra, che non richiede fastidiosi e defatiganti passaggi dalla forma alla materia.
Del resto, Lui non ha tempo da perdere: mentre i vecchi gufi si attardano nella vana attesa di un testo scritto, il Pie’ Veloce già  galoppa nell’iperuranio di nuove Idee: tipo gli 80 euro a chi fa un figlio nel 2015 e poi — come ha scritto Daniela Ranieri — i 160 a chi lo chiama Matteo. Seguiranno la tassa sui single, l’oro alla patria e magari — mi voglio rovinare — la ribonifica delle paludi pontine e la ribattaglia del grano, per chiudere in bellezza con il ripartito unico della Nazione.
Se la tradizione orale la usa il governo, figurarsi le opposizioni che non possono nemmeno far nulla di concreto.
Salvini, l’altro Matteo, spaccia a una piazza Duomo gremitissima l’infallibile ricetta della Lega contro gli immigrati: non spiega perchè, in 11 anni di governo su 20, la Lega non sia mai riuscita ad applicarla.
E tutti i giornali elogiano la sua grande abilità  di nuovo leader del centrodestra, sorvolando sulla presenza al suo fianco dei fascisti di Casa Pound che inneggiano al Duce.
Grillo, sempre nella tradizione orale, prima dice al Circo Massimo “ben vengano i dissidenti”, poi il presentatore ne fa salire quattro sul palco, infine Grillo sul blog ne annuncia l’espulsione (dimenticando di farla votare dalla mitica Rete) perchè avrebbero “approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza per occupare il palco”.
Sui giornali il post demenziale finisce mischiato a quello stra-ovvio che chiede l’espulsione dei clandestini e le visite mediche per chiunque arrivi dall’Africa: è esattamente quel che prevedono le leggi italiane ed europee, ma se lo dice uno che non si chiama Matteo (forse perchè sguarnito del supporto di Casa Pound) diventa fascismo.
È il bello della tradizione orale: verba volant.
E votant.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ALLARME DEL PARROCO: ATTENZIONE CADUTA GAMBE

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

QUESTIONE DI CENTIMETRI: ISTRUZIONI PER L’USO DELLA GONNA

Il Vaticano apre ai gay e il parroco di Gesico, provincia di Cagliari, chiude alle minigonne.
Con tanto di disegnino affisso sul portone della chiesa e di sagoma del diavolo cancellata con una ics.
Le riflessioni sarebbero innumerevoli, ma presuppongono tutte un trattamento della notizia improntato alla gravità .
E invece questo prete ossessionato dalla lunghezza degli orli irrompe nello spettacolo quotidiano dell’attualità  con uno spirito da ultimo kamikaze che mette quasi tenerezza.
Il ginocchio della donna diventa un confine invalicabile, oltre il quale si spalancano le porte dello sbracamento, che nella sua visione del mondo coincide con la perdizione.
Tanto più che la mancanza di un disegnino che interdica l’ingresso in chiesa anche agli uomini in canottiera e alle loro ascelle in debito di sapone ripropone una concezione a senso (e sesso) unico del decoro che si pensava scomparsa con le calzamaglie delle gemelle Kessler.
Ai maschi slombati del nostro tempo che transitano impassibili in mezzo a microgonne, pantaloncini lillipuziani e rattrappiti fuseaux, l’allarme del parroco (attenzione, caduta gambe) suona piuttosto come un promemoria.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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UNA MANOVRA PASTICCIO: COLLE E UE NON SI FIDANO

Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

NAPOLITANO PROMETTE UN “ATTENTO ESAME”…. NIENTE OK DALLA RAGIONERIA… IL PREMIER AL QUIRINALE, A BRUXELLES PAZIENZA IN ESAURIMENTO

Il parto della legge di Stabilità  è ogni giorno più travagliato: a quasi sei giorni dal Consiglio dei ministri che ha definito la manovra da 36 miliardi, il governo ha mandato ieri al Quirinale un testo ancora grezzo, mancava un dettaglio non irrilevante come la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato.
Cioè la certificazione che le coperture siano a posto.
Il Colle ha diramato un comunicato in cui capo dello Stato Giorgio Napolitano ha sottolineato che la legge di Stabilità  sarà  “oggetto di un attento esame”, così attento che non è bastato un colloquio di un’ora e mezza con il premier Matteo Renzi a chiarire i dubbi.
Si replica oggi con una colazione tra i due. Oggetto del confronto: la reazione della Commissione europea alla legge di stabilità  e la riunione del Consiglio cui parteciperà  Renzi domani.
“La Lettera all’Italia sulla legge di Stabilità  non è stata ancora inviata, ci sta lavorando la direzione generale Affari economici”, ha detto il temuto commissario Jyrki Katainen.
L’obiettivo ormai non più nascosto del governo Renzi è evitare la bocciatura esplicita, che la Commissione deve decidere entro due settimane dalla presentazione dei conti (arrivati a Bruxelles il 15 ottobre, con la nota di aggiornamento al Def).
Per le richieste di correzione minori, c’è più tempo.
E da novembre sarebbe la nuova Commissione guidata da Jean Claude Juncker a pronunciarsi, considerata più bendisposta.
Il punto sensibile è il rinvio del pareggio di bilancio dal 2016 al 2017: l’Italia sostiene che ci sono le “circostanze eccezionali” che giustificano il mancato rispetto del cosiddetto “obiettivo di medio termine”, ma due giorni fa il presidente uscente della Commissione Josè Barroso ha detto invece che all’Italia sarà  comunque richiesto un aggiustamento da 0,5 punti di Pil (circa 7,5 miliardi) nel 2015 invece che lo 0,1 offerto da Renzi e dal suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Secondo quanto risulta al Fatto, a Bruxelles ci sarebbe una soluzione di compromesso pronta: un aggiustamento di 0,2-0,3 punti.
Ma è un’ipotesi elaborata dagli uffici tecnici, che ha bisogno di un via libera politico ancora mancante.
La direzione generale economia e finanza, guidata proprio da un italiano, Marco Buti, ha elaborato la mediazione . Ma la copertura politica non c’è perchè a Bruxelles vogliono capire se l’Italia sta imbrogliando o no.
A Katainen e a Barroso non è sfuggito il testo dell’audizione di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio.
È il primo anno in cui, come previsto dal Fiscal Compact, un’autorità  indipendente esamina e commenta i numeri del governo.
Nel documento dell’Upb, di cui in Italia si sono accorti in pochi, ci sono commenti politicamente esplosivi.
Primo dato: le stime di crescita del governo su 2016, 2017 e 2018 sono discutibili. Uno 0,2 per cento nel 2016 e 0,4 nei due anni seguenti dipendono dall’impatto delle riforme strutturali (lavoro, Pubblica amministrazione ecc.), una misura “essenzialmente affidata alla valutazione discrezionale dell’analista, con conseguente rischio di errori e dimensioni nelle stime del loro impatto macroeconomico”.
Come dire che sono numeri sparati a caso.
Secondo punto critico segnalato da Pisauro e dall’Upb: i conti legittimano un rinvio del pareggio di bilancio di un anno, cioè dal 2015 al 2016, ma non di due, come chiede il governo.
All’Italia è richiesto un aggiustamento dello 0,5 del Pil, cui si può derogare se ci sono due condizioni: se la crescita è negativa (e nel 2014 è di -0,3) e se a causa della recessione l’economia reale è molto lontana dal suo potenziale (in gergo: l’output gap è sopra il 4 per cento, e nel 2014 è al 4,3).
Quindi è lecito non prevedere l’aggiustamento di 0,5 punti, circa 7,5 miliardi, nel 2015.
Ma il governo prevede poi una piccola ripresa nel 2015 e un output gap al 3,5, quindi nessuna delle due condizioni richieste per rimandare ancora i tagli sarebbe rispettata. Delle due l’una: o il governo non ha diritto a rinviare il pareggio di bilancio al 2017, o sono sbagliati i numeri ma allora significa che il prossimo anno il deficit sfonderà  la soglia del 3 per cento del Pil.
C’è un’altra cosa che i tecnici di Bruxelles non hanno preso bene: tutti i conti dell’Upb sono fatti sulla manovra da 30 miliardi con un deficit di 11, ma la versione finale muove 36 miliardi, 11 di deficit e 3,4 di “cuscinetto” per placare la Commissione. Quindi l’impatto espansivo non è 11, ma 7,6 (11 meno i 3,4 di cuscinetto), dunque la crescita sarà  inferiore al previsto.
E questo aggiunge elementi per dubitare dei numeri del governo.
Un pasticcio che si complica ogni giorno di più.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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