Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO UN INCONTRO “SURREALE” DELL’ESECUTIVO CON CGIL, CISL E UIL, IN SERATA IL PREMIER SPIEGA IN TV IL SUO CONCETTO DI DIALOGO DEMOCRATICO: “MANDATEMI UNA EMAIL”
Il senso di Matteo Renzi per il sindacato è tutto in una battuta: “Mandateci una email”.
È il messaggio che il premier manda a Cgil, Cisl e Uil dagli studi di Ottoe-Mezzo, il programma di Lilli Gruber, dopo l’incontro pomeridiano tra il governo, senza Renzi, e le sigle sindacali.
Le avvisaglie di quanto avrebbe detto il premier, Cgil, Cisl e Uil le hanno avute al ministero del Lavoro, dove si sono trovati di fronte un governo indisposto, perfino, a fissare il prossimo appuntamento.
“Vi faremo sapere” hanno comunicato, imbarazzati, Pier Carlo Padoan, Graziano Delrio, Giuliano Po-letti e Marianna Madia.
Un atteggiamento che ha provocato la stizza e l’accusa di Susanna Camusso, che ha definito quell’incontro come “surreale”.
Renzi, in serata, è però molto più esplicito: “Il governo non tratta con i sindacati. Cgil, Cisl e Uil fanno il loro mestiere trattando con le imprese ma le leggi si fanno in Parlamento non chiedendo il permesso ai sindacati. E poi, trattare su cosa?”.
Unica apertura, la dissociazione dall’attacco al diritto di sciopero fatta alla Leopolda dal finanziera Davide Serra: “Non sono d’accordo, dice il premier, è un diritto sacrosanto”.
Che il confronto fosse inesistente lo si era capito nel pomeriggio.
Il ministro dell’Economia, Padoan, illustra a grandi linee la manovra finanziaria e descrive le scelte dell’esecutivo. “Mancavano solo le figurine” commenta chi ha ascoltato attentamente. “Il governo ha detto meno di quello che sapevamo”, sorride Annamaria Furlan, neo-segretario della Cisl.
Unica nota interessante, il diverbio tra Padoan e Delrio. “Il rientro in manovra sarà dello 0,4%” comunicava il responsabile del Tesoro mentre il Sottosegretario lo invitava a maggior cautela.
Dopo, la parola è toccata ai sindacati. Furlan, ha puntato l’attenzione sul Tfr, sugli statali e i pensionati ma anche sul taglio dei fondi ai patronati.
Carmelo Barbagallo, futuro segretario Uil, ha consegnato al governo tre documenti e, pur sottolineando l’estrema impreparazione dei ministri — “sembrava non avessero alcun mandato”, dice al Fatto — considera l’incontro comunque “utile”.
Molto negativa la reazione di Camusso, scontratasi nel finale con il ministro Poletti: “Come andiamo avanti? ”, chiede la segretaria Cgil. “Fateci sapere le vostre indicazioni, vi faremo sapere”, la replica imbarazzata del ministro.
“Un incontro inutile, una presa in giro”, dicono sottovoce i sindacalisti mentre si accomodano fuori. Unico momento leggero quello in cui Danilo Barbi, della Cgil, risponde a un Padoan intento a osservare, irritato, sul proprio Ipad la diffusione dell’incontro in tempo reale: “Non guardi noi, non abbiamo i gettoni per far funzionare gli Ipad”.
Ironia che, però , non scalfisce la dura sostanza dei rapporti sindacali.
Al termine dell’incontro, sia Poletti che Delrio provano a smussare: “Siamo pronti a raccogliere suggerimenti concreti” spiega il Sottosegretario, “discuteremo sui singoli punti”.
Ma Renzi, in tv, ha fatto capire cosa intende per raccogliere suggerimenti.
“In assenza di risposte andremo alla sciopero” ha ribadito così Camusso. E ieri sera la Cgil ha riunito i suoi segretari di categoria per un bilancio della manifestazione e discutere delle prossime tappe.
L’indicazione unanime, in vista della decisione che sarà presa dal direttivo, è stata una sola: sciopero generale.
Salvatore Cannavò
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OGGI NAPOLITANO DEPONE, ESCLUSI I GIORNALISTI… NESSUN FILMATO, L’AUDIO LO REGISTRERà€ IL COLLE
Si conosce solo l’orario d’inizio. Le dieci di stamattina, nella sala del Bronzino nota anche come “sala
oscura”, perchè non ha finestre sul mondo esterno.
Poi tutto quello che accadrà al piano nobile del Quirinale sarà ignoto, in una sorta di blackout di stampo nordcoreano.
Persino la disposizione di persone, una quarantina, tavoli e poltrone non è ammesso sapere.
Giorgio Napolitano testimonierà al “buio” sulla trattativa tra Stato e mafia. Fino all’ultimo si sono moltiplicati gli appelli per dare trasparenza all’esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo, in trasferta eccezionale a Roma.
Il più autorevole ieri sul Corriere della Sera, a firma del quirinalista di via Solferino, Marzio Breda. Sembrava così che in giornata si fosse aperto uno spiraglio, ma alle sei di sera dagli uffici del consigliere per la stampa e per la comunicazione la risposta è stata laconica: “Non sono ammessi giornalisti”.
Stop. Il grande nemico: le telecamere
Al di là della rabbia e del fastidio con cui Re Giorgio ha seguito e subìto la drammatica escalation della sua testimonianza di oggi, a blindare come un’aula cieca e sorda la sala oscura del Quirinale è stata la grande paura dello staff di Napolitano. Quella riguardante la “tenuta psicofisica” del capo dello Stato.
Un timore nato esattamente un mese fa, quando al Colle fu recapitata l’ordinanza della Corte per l’esame. Quello stesso giorno a Palermo fu sentito, sempre nel processo sulla trattativa, Ciriaco De Mita e Napolitano rimase colpito dal “modo sprezzante” in cui, a suo giudizio, sarebbe stato trattato l’ex premier ed ex leader della Dc.
Da quel momento in poi, al Quirinale hanno avuto una sola priorità : preservare il Re dalle telecamere per evitare anche “eventuali manipolazioni o strumentalizzazioni” di singole immagini, che magari possono essere isolate e dare l’impressione di un Napolitano in difficoltà .
È il rischio che ieri sul Corsera, Breda ha chiamato “spettacolarizzazione” del processo.
Il presidente impegnato a studiare le carte
Ma a far pendere per la blindatura dell’udienza di oggi nella sala del Bronzino è stata la “condizione di stanchezza” del capo dello Stato (che nonostante tutto, in ogni caso, non sarebbe più intenzionato a dimettersi a gennaio).
Ed è per questo che dallo staff del Quirinale trapela la speranza che l’esame di oggi non sia estenuante e possa concludersi nell’arco di mezza giornata, a fine mattinata. Al contrario, un allungamento fino al pomeriggio potrebbe far tendere i nervi ancora di più a Napolitano.
Il quale oggi si presenterà nel suo consueto stile: gelido e pignolo. Ieri ha trascorso parecchie ore nel suo studio a studiare e rileggere le “carte”, a partire dalla questione centrale delle telefonate di Nicola Mancino, in cerca di sponde per evitare il processo, e dalla famosa lettera del suo consigliere giuridico poi morto per infarto, Loris D’Ambrosio.
Il piano del presidente, messo a punto con i suoi consiglieri, è quello di ripetere le risposte già mandate per iscritto e comunque di “uscirne bene dopo il calvario di questi mesi”.
L’amico Macaluso: ”Bisognava evitare”
In particolare, in questa vigilia descritta come “relativamente tranquilla”, l’attenzione del capo dello Stato si è concentrata soprattutto su “un’enorme mole di carte” che riguarda il biennio 1992-1993 e le conseguenti domande dei magistrati sull’allarme attentati diramato dai servizi segreti.
All’epoca, Napolitano era presidente della Camera e in questi giorni ha cercato di fare “mente locale” su episodi e dettagli di quell’anno e che possono essere al centro di questa parte dell’esame.
Ieri all’agenzia LaPresse, Emanuele Macaluso, uno degli amici più fidati del capo dello Stato, ha mostrato uno stato d’animo decisamente preoccupato: “Questa cosa andava evitata. Sarebbe stato meglio che non fosse stato chiamato a testimoniare”. Alla fine il grande giorno della testimonianza di Napolitano è arrivato.
Nel buio mediatico, in una sala oscura al piano nobile del Quirinale.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI NAPOLITANO CON L’ESCLUSIONE DEI GIORNALISTI
L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbattè il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca.
Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia.
Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo.
Hanno ribaltato la verità , trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.
Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare.
Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire).
Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati.
E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).
Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia.
Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà , suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”.
Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”.
Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali.
Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.
Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”.
Già : il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano.
Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone potè farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto.
Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perchè non sarà neppure filmata.
Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”.
Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL CLAN RENZI E IL RITORNO DELLA BALENA ROSA
L’aretina Maria Elena Boschi ha confessato in tv di preferire il concittadino Fanfani all’icona rossa
Berlinguer per ragioni territoriali.
La motivazione è risibile: come se una milanese di sinistra dichiarasse di prediligere Salvini a Che Guevara perchè il primo è di Milano.
Ovviamente Fanfani non è Salvini e la Boschi non è milanese: resta da capire se sia di sinistra.
Di sicuro è una donna che non perde mai il controllo di sè, perciò la battuta non può venire relegata nel ghetto delle gaffe.
Chi l’ha pronunciata sa benissimo cosa rappresenti Berlinguer per la base del suo partito.
E anche cosa rappresenti Fanfani: l’uomo del referendum contro il divorzio, il poster di una Democrazia Cristiana riformista in economia ma fieramente conservatrice in tutto il resto.
Nel vuoto attuale delle ideologie, questi giochetti sui padri nobili della politica fungono da bussola.
La scelta della Boschi conferma l’estraneità del clan Renzi alla tradizione cui fa riferimento una parte consistente dei suoi elettori: Veltroni, che certo non è un pericoloso estremista, ha realizzato un film su Berlinguer, mica sull’inaffondabile toscanaccio che Montanelli ribattezzò «Il Rieccolo».
È anche da questi piccoli segnali che traspare la strategia di costruire una nuova Balena democristiana: non più bianca, semmai rosè.
Una Dc moderna, digitale, che rinuncia ai rullini ma non ai Fanfani, e che attraverso il giovane erede fiorentino realizza il progetto dei democristiani più astuti del passato: svuotare la sinistra tradizionale dal di dentro, governando con i suoi voti però non con le sue idee.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OPERAZIONE IN CORSO: “CONTATTI CON POLITICI MILANESI E IMPRESE”
I Carabinieri stanno eseguendo in Lombardia e Calabria 13 arresti, su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano, nei confronti di altrettanti indagati per associazione di tipo mafioso.
L’indagine è diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Milano, Como, Monza-Brianza, Vibo Valentia e Reggio Calabria.
I 13 indagati sono accusati di associazione di tipo mafioso, detenzione e porto abusivo di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d’ufficio, favoreggiamento, minacce e danneggiamento mediante incendio.
Al centro delle indagini del Ros dei Carabinieri due gruppi della ‘ndrangheta radicati nel Comasco, con infiltrazioni nel tessuto economico lombardo.
Accertati, secondo le indagini, gli interessi delle cosche in speculazioni immobiliari e in subappalti di grandi opere connesse ad Expo 2015.
Gli arrestati avevano con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario da cui ottenevano vantaggi, notizie riservate e finanziamenti.
In particolare avevano rapporti con un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario e con dei consiglieri comunali di comuni nel Milanese.
I particolari dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa alle 11 negli uffici della Procura.
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA BOSCHI EVIDENZIA I RITARDI DEI GOVERNI PRECEDENTI MA DIMENTICA DI CITARE I SUOI: I DECRETI ATTUATIVI MAI EMANATI E RESTA TUTTO FERMO
Salva Italia, Destinazione Italia, Sblocca Italia. Le leggi cardine degli ultimi tre governi hanno un
elemento in comune: l’alto tasso di decreti attuativi mai emanati.
Il governo in carica non fa eccezione: i 46 provvedimenti pubblicati in Gazzetta ufficiale nei suoi primi otto mesi rimandano ad altri 242 che ancora oggi mancano all’appello.
Erano 133 a giugno, 140 a luglio, 171 ad agosto.
Il piede di Renzi inizia dunque ad affondare nel terreno dei decreti e dei regolamenti inattuati.
Il suo esecutivo rischia di andare incontro a un ko tecnico sul ring delle riforme nel confronto con quelli di Monti e Letta, tra i più paludati della storia.
E sarebbe uno schiaffo pesantissimo. Ecco perchè.
“A noi non interessa il gioco della conta, gli scontri, noi facciamo proposte che diventano leggi dello Stato”.
Alla Leopolda Renzi ha rimarcato così la distanza con la piazza di sindacati e lavoratori in San Giovanni.
Stando ai numeri, però, è vero proprio il contrario. A certificarlo è l’aggiornamento sullo stato di attuazione del programma diffuso sui siti della Presidenza del Consiglio e della Funzione pubblica il 24 ottobre scorso.
E lì che spunta il fardello dei 242 provvedimenti fantasma. Con alcune chicche.
Il governo ha appena approvato il secondo bonus da 80 euro, quello per neomamme. Ma non è ancora entrato del tutto in vigore il primo bonus, quello approvato ad aprile: attende ancora 35 decreti attuativi.
L’altro dato sorprendente è che ben 30 provvedimenti inattuati facciano capo alla stessa Presidenza del Consiglio, la casa di Renzi.
Qualcuno potrebbe ricordare gli annunci del neopremier sull’impellenza di star dietro alla legislazione di secondo livello.
Ne aveva fatto un punto d’onore, sostenendo di aver ereditato da Monti e Letta “una scandalosa montagna di decreti inattuati”.
Era poi arrivato al punto di mettere alla gogna i suoi stessi ministri, rei di contribuire alla mole di pezzi di legislazione finiti a bagnomaria. Ma evidentemente non è bastato.
Renzi aveva annunciato una task force per smaltire l’arretrato. Non è mai arrivata
Nei report e nelle comunicazioni ufficiali pubblicate dagli uffici del Ministro Maria Elena Boschi a ottobre si continuano così a tirare in ballo Monti e Letta.
La foga di far emergere performance positive del governo fa sì che su 22 pagine di rapporto solo 7 siano dedicate all’azione dell’esecutivo in carica, 15 all’eredità incompiute dei predecessori, come se queste non riguardassero anche il governo Renzi. Come dire, il fardello è colpa loro. Noi siamo più bravi.
Sarà poi vero? Nella sua relazione alla Camera sullo stato di attuazione del programma di governo la Boschi ha messo in luce come il confronto tra i primi sette mesi e mezzo (226 giorni) di Letta e Renzi facciano segnare punti a favore del nuovo premier: 40,6% di provvedimenti adottati contro il 28,6%.
Ma se il confronto fosse stato fatto pochi giorni dopo avrebbe avuto come base di calcolo non 171 ma 242 decreti non attuati. Con risultati decisamente diversi.
Sull’oggetto della legislazione “sospesa”, poi, sembra calato il silenzio. Ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto ufficialmente agli uffici del Ministro Boschi il 21 ottobre: visto che è stato aggiornato il report sullo stato di attuazione, indicando i numeri dei provvedimenti che mancano all’appello, è possibile sapere a quali misure esattamente si riferiscono?
Nel report si legge, ad esempio, che mancano 35 atti legislativi secondari al Dl 66/2014.
Si tratta del decreto che disciplina il famoso bonus da 80 euro approvato il 24 aprile 2014 convertito in legge e pubblicato in Gazzetta il 23 giugno, quattro mesi fa.
A cosa mai si riferiscono? Quali parti del provvedimento sono rimaste inattuate? Come cadono sulla platea dei percettori del bonus?
La risposta non è mai arrivata. Non è bastata la mail inviata martedì 21 ottobre al capo ufficio Alessandra Gasparri. “La risposta arriva, non preoccupatevi” assicurava mercoledì il portavoce del ministro, Luca Di Bonaventura.
Rassicurazioni al giovedì, salvo scoprire venerdì che “sono tutti alla Leopolda”, la kermesse renziana.
Se ne riparla lunedì, forse.
Lo stock dei decreti riferiti ai Governi Monti e Letta è sceso da 516 a 448
Non resta dunque che affondare gli occhi tra tabelle e riferimenti normativi.
Partiamo allora con il primo provvedimento in lista.
La legge 56/2014 che doveva abolire le Province. Si è pure votato per riconfermarle ma a quella misura, varata addirittura ad aprile, mancano ancora oggi 5 decreti attuativi.
Ne mancano anche 6 al Dl 16/2014 “Finanza e scuola”, entrato in vigore il 6 marzo. E’ stato convertito il 2 maggio ma ancora è parzialmente inattuato.
Per quali parti? Nessuno lo spiega.
In alto mare anche il Decreto competitività (Dl 91/2014): che conta 36 decreti fantasma.
Andiamo avanti. Si parla tanto delle nuove misure del jobs act, articolo 18 etc etc.
Ma il primo decreto Poletti, approvato il 20 marzo, ancora non è pienamente operativo: due provvedimenti sono attesi da ben sette mesi.
C’è speranza per lo Sblocca Italia che ha appena incassato la fiducia alla Camera: approvato il 12 settembre ha già sul groppo un vagone di 29 decreti attuativi.
Certo, Renzi ha il vantaggio che per i suoi provvedimenti i termini non sono ancora scaduti. Può rivendicare un uso più intenso dei decreti auto-attuativi (15 su 87).
Ma non può più marcare l’abissale differenza che avrebbe voluto segnare da Letta e da Monti.
Monti ha governato il doppio di Renzi, un anno e cinque mesi. Quando è uscito di scena ha lasciato 207 decreti attuativi da adottare.
Anche il confronto con #lettastaisereno inizia ad andare stretto a chi ne ha preso il posto, in un modo che ancor l’offende: in 10 mesi l’esecutivo Letta, che sembrava il più impaludato della storia, ha lasciato sul terreno 306 provvedimenti da adottare. Ebbene, dopo 8 mesi Renzi ha già un passivo di 242 decreti ancora da emanare, e presto saranno molti molti di più, visto che la Legge di Stabilità aggiungerà un altro vagone carico di mattoncini.
Quella di Letta (dl 147/2013) ne ha portati in dote 84 in un colpo solo.
Così, non è azzardato pensare che siamo prossimi addirittura a un sorpasso.
Si vedrà , ma intanto si può affermare l’inconfessabile: aldilà degli annunci, neppure Renzi ha messo il turbo al processo legislativo.
Anche lui, come i predecessori, legifera e accumula pezzi di leggi inattuate.
Thomas Mackinson |
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
“I PARLAMENTARI COSTRUISCONO E LUI DISTRUGGE TUTTO IN DIECI MINUTI”… “LUI E RENZI SONO SOLO DUE COMICI”
Fiorella Mannoia scarica Beppe Grillo.
“La cosa migliore che possa fare in questo momento per il bene del Movimento 5 Stelle è andarsene. Deve fare come un buon padre: lasciare andare i suoi ragazzi”.
La cantante, a margine della presentazione del doppio cd antologico ‘Fiorella’ con cui festeggia i suoi 60 anni e i 46 di carriera, sostiene che il leader del Movimento debba fare quindi un passo indietro.
L’artista, da qualche tempo vicina al M5S, sottolinea: “Io sostengo i ragazzi del movimento e il loro lavoro in Parlamento perchè credo che siano dei validi ‘cani da guardia’ e l’unica reale opposizione in questo momento nel Paese”.
“Ma purtroppo il grande lavoro di credibilità e contro le etichette che loro stanno portando avanti viene sistematicamente demolito dalle uscite di Beppe Grillo. Loro costruiscono per mesi e lui in dieci minuti distrugge. Sembra uno di quei genitori che vanno a vedere le partite di calcio dei figli e cominciano ad urlare ed inveire a bordo campo. Per questo mi auguro che faccia un passo indietro il prima possibile”.
Non è migliore l’opinione che la cantante ha di Renzi: “Per me lui e Grillo sono due comici. E la sinistra che faceva riferimento a Berlinguer non esiste più, è morta per sempre”.
Quanto alla scelta tra piazza San Giovanni e la Leopolda non ha dubbi: “Io sto con chi era in piazza a San Giovanni”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 600 I CANTIERI RIMASTI APERTI PER DECENNI: IL DANNO PER LO STATO E’ DI 4 MILIARDI DI EURO… MA I GUASTI PER L’AMBIENTE SONO ANCORA PIU GRAVI
Potrebbe sembrare una considerazione banale. 
Ma se la costruzione di una strada, un ponte, uno stadio o una diga non finisce mai, la prima cosa che viene da pensare è che quella strada, quel ponte, quello stadio e quella diga non servano.
Oppure non servano più. Niente meglio della storia che segue rende chiaro come tale banalità possa purtroppo trasformarsi in realtà . Correva l’anno 1976.
Steve Jobs e Steve Wozniac fondavano la Apple Computers: tre mesi prima dagli stabilimenti Ibm era uscita la prima stampante laser.
La Cassazione condannava al rogo per oscenità il capolavoro di Bernardo Bertolucci Ultimo tango a Parigi. Un devastante terremoto colpiva il Friuli-Venezia Giulia, provocando 989 morti. Il Torino vinceva il campionato di calcio di serie A e l’Italia di tennis guidata da Adriano Panatta si aggiudicava per la prima volta la Coppa Davis battendo a Santiago, fra polemiche feroci, il Cile del dittatore Augusto Pinochet.
Mentre un rampante imprenditore edile milanese di nome Silvio Berlusconi si apprestava a festeggiare il suo quarantesimo compleanno, a Roma nasceva Francesco Totti.
E sulle note della canzone Ancora tu di Lucio Battisti, il singolo più venduto in Italia quell’anno, partiva in Basilicata la realizzazione del grande schema idrico Basento Bradano, che avrebbe dovuto irrigare decine di migliaia di ettari portando sviluppo e ricchezza in un’immensa area agricola.
Obiettivo: trasformare con l’acqua quelle terre baciate dal sole nel più grande orto d’Europa.
Il progetto finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno prevedeva due dighe collegate fra loro da alcune grandi condotte, oltre a una rete di distribuzione.
Ben tre i ministri che in quell’interminabile 1976, con le prime elezioni politiche con il voto ai diciottenni e un governo Moro che vivacchiò per appena cinque mesi, si alternarono al timone dell’Intervento Straordinario nel Sud: Francesco Compagna, Giulio Andreotti e l’astro nascente della Dc, Ciriaco De Mita da Nusco, Avellino.
Ma in quell’Italia dove già la politica si stava facendo famelica, e le grandi opere pubbliche cominciavano ad arenarsi nelle sabbie mobili di una burocrazia inefficiente e corrotta, la sete delle campagne lucane passò ben presto in secondo piano.
Denari che arrivavano a intermittenza, cantieri che aprivano e chiudevano, vertenze sindacali, battibecchi continui fra l’Ente irrigazione incaricato di gestire i lavori e la Regione, nel frattempo sempre più potente.
Passano trent’anni e si scopre che se le dighe sono state fatte, mancano sempre i tubi.
E che per farli ci sono appena 17 milioni, un ventesimo di quello che sarebbe necessario. Dietro le pressioni che arrivano dai politici lucani il Cipe nel 2006 stanzia 85 milioni.
Ma per far ripartire quella macchina infernale, fra Regione Basilicata, Ente irrigazione e i vari commissari straordinari, ci vorranno ancora sette anni.
Soltanto cinque se ne vanno per stipulare un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, che deve mettere il denaro mancante.
Altri due evaporano con le procedure della gara d’appalto. L’ex sottosegretario alle Infrastrutture Rocco Girlanda, che nell’autunno del 2013 si incarica di comunicare che i lavori stanno finalmente per ripartire, annuncia contestualmente che l’opera pubblica sarà completata presumibilmente entro il 2017.
Quarantuno anni dopo la posa della prima pietra.
Complimenti.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGA PIANGE MISERIA, CHIESTA LA CASSA INTEGRAZIONE PER I 70 DIPENDENTI DELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA… SALVINI PERCHE’ NON LI SISTEMA IN REGIONE COME HA FATTO CON SUA MOGLIE?
Sono state avviate le procedure di richiesta di cassa integrazione per i circa 70 dipendenti della Lega Nord.
Il consiglio federale aveva dato mandato al segretario federale Matteo Salvini e ai componenti del comitato amministrativo – Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti e Giulio Centemero – di incontrare i dipendenti per negoziare una soluzione.
Nel corso della riunione in via Bellerio il segretario ha comunicato la decisione di richiedere la cassa integrazione per tutti i dipendenti, unica soluzione possibile visto lo stato in cui versano le casse del partito.
Deciso anche un significativo aumento dei contributi che tutti gli eletti già versano alla Lega.
I dipendenti della Lega sono in tutto una settantina: impiegati, addetti alle segreterie, ai gadget e alla promozione, portinai.
La maggior parte lavora nel quartier generale milanese, mentre una minoranza, di circa il 30 per cento, è impiegato nella sezioni e negli uffici sparsi per il territorio.
“Abbiamo deciso di tagliare le spese del partito e di puntare sul nostro generosissimo volontariato, chiedendo un grosso contributo ai nostri parlamentari, assessori e consiglieri per poter dare il massimo aiuto ai 70 lavoratori-militanti che hanno accompagnato la Lega fino a oggi”.
La situazione dei conti era stata oggetto anche di un congresso straordinario a luglio.
Erano state avanzate critiche al fatto che Salvini aveva destinato una grossa cifra alla campagna elettorale, dove si giocava la segreteria, penalizzando di fatto l’ordinaria amministrazione.
Ora il redde rationem: mancano i soldi per pagare i dipendenti.
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