Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
LA TRISTE PRESENZA IN PRIMA FILA DI UN CONDANNATO A 5 ANNI IN APPELLO PER ABUSO D’UFFICIO E DESTINATARIO DI DUE AVVISI DI GARANZIA, UNA RELATIVA ALL’INCHIESTA “MAMMA SANTISSIMA” SUI RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA
Sovranisti, militanti di estrema destra, esponenti di Forza Nuova , qualche ambulante e qualche taxista.
Tutti insieme, sono partiti da Piazzale Esquilino per il corteo del nuovo Movimento nazionale per la sovranità lanciato dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e dal leader de La Destra Francesco Storace.
Eppure, nonostante le 5mila persone attese, alla manifestazione si sono presentati un migliaio di persone, non di più.
Tra slogan contro l’Unione europea, i cori “boia chi molla” e pure reminiscenze musicali di inizio ‘900 (“La canzone del Piave”) e anni 2000 (Max Pezzali), il corteo è arrivato a Piazza Venezia senza disordini.
Ma si è rivelato un vero e proprio flop.
“Sa contare?”, si è difeso Storace di fronte alle domande sui numeri dell’iniziativa. “Siamo oltre 8mila, alla faccia del Fatto”, ha azzardato invece lo stesso Alemanno. Ma al comizio finale, al contrario, i numeri bassi della manifestazione erano — a dir poco — evidenti.
Ci sarà stato pure il sovrano, ma i sudditi scarseggiano.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
MINNITI HA TROVATO IL SISTEMA PER EVITARE I CORTEI: BLOCCARE LA GENTE PRIMA CHE ARRIVINO, ANCHE IN ASSENZA DI REATI
Centocinquanta attivisti bloccati in Questura. Pullman di manifestanti in arrivo da Nord Est, Marche
e Val di Susa fermati al check point di Roma Nord.
È partito in ritardo e tra le polemiche il corteo EuroStop, la manifestazione più tesa tra le cinque organizzate in occasione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.
All’altezza di lungotevere Aventino un gruppo di manifestanti ha cercato di salire lungo Clivio di Rocca Savella ma la polizia li ha inseguiti senza successo, poi un cordone di agenti ha bloccato la salita.
La coda della manifestazione, composta da circa 1000 persone, è rimasta indietro e la polizia, forse nel timore di una deviazione verso il Lungotevere, ha diviso in due tronconi la manifestazione con i mezzi. Attimi di tensione, ma nessun contatto tra polizia e manifestanti.
Gli attivisti denunciano perquisizioni e fermi senza reali motivazioni. “Finora la polizia li ha identificati e ha sequestrato alcune felpe con cappuccio. Questo è il loro crimine”, spiega Tommaso Cacciari, militante di un centro sociale veneto, a proposito dei “compagni fermati”. “La cosa più grave è che la Questura ha annunciato che non li rilascerà fino alla fine della manifestazione. Tutto questo è grottesco”.
“150-200 compagni provenienti dalla Val di Susa sono stati sequestrati per essere identificati, senza motivo e non gli hanno trovato praticamente nulla”, dice ad HuffPost Giorgio Cremaschi, tra gli organizzatori di Eurostop.
“Quanto successo è lo specchio di questa Unione Europea che è una dittatura. È una rappresaglia inaccettabile, un elemento gravissimo ai danni della libertà di manifestare. Questa è una libera e democratica manifestazione, non ci faremo intimorire. I nostri compagni non sono accusati di niente, sono stati fermati ingiustamente . Stiamo ritardando il corteo per dare la possibilità ai compagni e alle compagne di raggiungerci e manifestare con noi”.
Al casello di Roma nord sono stati fermati quattro pullman provenienti dal Nord-Est. Gli attivisti e le attiviste sono stati fatti scendere, sono stati identificati e perquisiti.
A Roma est fermato invece il pullman proveniente dalle Marche, e cinque attivisti sono stati portati in Questura. Dopo la perquisizione dei mezzi, due dei pullman provenienti dal Nord-Est sono stati scortati fino alla Questura di Tor Cervara assieme a un’altra macchina di attivisti e al pullman partito dalla Val di Susa.
In totale sono 150 gli attivisti portati in Questura.
(da “Huffingtonpost”).
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
SONO SEMPRE PIU’ GLI INGLESI CHE NON VOGLIONO USCIRE DALL’EUROPA
Mentre a Roma proseguivano le celebrazioni per l’anniversario dei Trattati, a Londra centomila persone si sono riversate sulle strade, mettendo da parte la paura generata dall’attentato terroristico dei giorni scorsi, per manifestare nel nome dell’Europa.
La marcia è cominciata questa mattina e si è conclusa nel pomeriggio proprio in piazza del Parlamento.
A organizzare il tutto è stato Unite for Europe, un gruppo di coordinamento per le organizzazioni che si battono per “limitare i danni della Brexit”.
“Noi siamo il 48% che ha votato per restare”, si legge sul sito, “giovani cittadini europei che vivono, lavorano e pagano le tasse nel Regno Unito. Siamo indignati dal comportamento del governo e da come sta gestendo il risultato del referendum”.
Theresa May, scrive l’Independent, ha commentato l’annuncio della marcia, accusando chi avrebbe partecipato di “dividere il paese”.
Per le strade di Londra, al momento, quello che prevale è tuttavia un senso di unione. Donne, uomini, bambini e ragazzi manifestano pacificamente: qualcuno ha il volto dipinto di blu, con dodici stelle disegnate in cerchio, altri imbracciano ironici cartelli filoeuropeisti. “Domani gli orologi andranno avanti di un’ora. Mercoledì andranno indietro di 40 anni”, recita uno. “Come faremo a vincere l’Eurovision adesso?”, si chiede un altro.
Mentre i 27 capi di Stato dell’Ue sono riuniti Roma, da Londra parte il più accorato grido di amore all’Europa.
Qualcuno tra i manifestanti lascia un fiore vicino Westminster, per ricordare le vittime degli attentati. #WeAreNotAfraid era l’hashtag circolato a poche ore dall’accaduto, oggi la paura non ha bloccato la loro marcia.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
ATTENTATO LONDRA, PARLA LA RAGAZZA DELLA FOTO
Dopo gli attentati di mercoledì a Londra questa foto ha iniziato a circolare sui social: una ragazza
con indosso l’hijab guarda il suo cellulare sul ponte di Westminster.
Insieme a lei c’è un gruppo di persone, riunite intorno a una donna ferita. Qualcuno è in piedi, qualcuno in ginocchio a confortarla.
Nonostante la ragazza musulmana abbia una mano sul volto atterrito, su internet molti utenti l’hanno accusata di noncuranza, rendendola oggetto di attacchi islamofobici.
Lo scatto è stato diffuso su Twitter e su alcuni blog anti-Islam.
Un utente ha postato l’immagine della donna accanto a quella di Tobias Elwood, il deputato conservatore osannato per il suo comportamento in quei momenti difficili, durante i quali non è fuggito, ma è rimasto per prestare soccorso alle vittime.
“La differenza tra cristiani e musulmani”, recitava la didascalia, decidendo solo in base a quello scatto che la ragazza col velo si fosse totalmente disinteressata a quanto le stava accadendo intorno.
Lei racconta una realtà diversa. Lo ha fatto attraverso Tell Mama, un gruppo che monitora gli attacchi contro i musulmani, al quale ha chiesto di rendere nota una sua dichiarazione, in merito a quanto accaduto.
“Sono scioccata e totalmente costernata per il modo in cui una mia foto è circolata su internet”, dice l’anonima ragazza , “Alle persone che hanno interpretato i miei pensieri in quei momenti terribili e dolorosi, vorrei dire che non solo ero devastata, essendo testimone di un attacco terroristico sconvolgente e paralizzante, ma ho subito anche lo shock di trovare la mia immagine attaccata sui social media, da parte di coloro che non sono riusciti ad andare oltre al mio abbigliamento, per trarre conclusioni xenofobe e dettate dall’odio”.
Il quel mercoledì 22 marzo un misto di tristezza, paura e preoccupazione si sono impadroniti di lei. Ha parlato con altra gente presente per cercare di capire cosa stesse accadendo e sapere se servisse il suo aiuto.
Lo scatto è stato immortalato da Jamie Lorriman, che ha parlato in sua difesa.
Oltre a lui molti utenti hanno preso le sue parti, postando immagini di altri testimoni, apparentemente noncuranti: “Non potete giudicare se non vi trovavate lì, non possiamo neanche immaginare cosa stessero provando”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA NICOLINI HA DIMOSTRATO COSA VUOL DIRE ACCOGLIENZA: L’HA PURE ACCOMPAGNATO AL CIMITERO
La visita di Salvini a Lampedusa è stata fruttuosa: il leader leghista ha potuto comprare (e mangiare) i cannoli siciliani all’aeroporto di Palermo, fare una foto ricordo in spiaggia, immortalare una pompa di benzina e fare una visita al cimitero dove l’ha accompagnato la sindaca Nicolini.
Al netto degli agenti di scorta e degli accompagnatori, ha trovato a contestarlo appena dieci persone con uno striscione “No alla Lega dell’odio”, peraltro sempre in numero superiore rispetto a chi l’ha invitato.
Salvini ha snocciolato per l’occasione un nuovo slogan “riprendiamoci il nostro mare” ma
probabilmente non voleva che nessuno gli rovinasse lo sfondo per la foto ricordo in spiaggia: ma non essendoci nessuno a sentirlo, il pericolo non è esistito.
Da encomiare la signorilità della sindaca Nicolini che l’ha accolto con gentilezza e l’ha accompagnato in un breve giro dell’isola con destinazione finale il cimitero.
Finito lo spot uso media e vomitato le solite banalità , Salvini è dipartito verso il continente.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE LA POLITICA SA SOLO ODIARE, GLI ITALIANI SI RACCOLGONO ACCANTO ALL’UOMO CHE SA PARLARE DI AMORE E SOLIDARIETA’
“Incontrarti è un sogno”, gli scrivono sugli striscioni. E lui risponde: “La Chiesa deve andare
incontro a tutti, anche nelle periferie, anche ai non credenti”.
Papa Francesco arriva a Milano. I primi fedeli si sono ritrovati già prima dell’alba nella periferia in via Salomone, Duomo gremito alle 8.
Alle 8.17 Francesco atterra (portando il sole dopo un risveglio nella nebbia), folla di fedeli anche in aeroporto.
Ad attenderlo allo scalo di Linate, oltre all’arcivescovo Angelo Scola, i vertici delle istituzioni – il sindaco Beppe Sala, il govenatore lombardo Roberto Maroni, la prefetta Luciana Lamorgese – che non incontrerà più nel resto della giornata dedicata tutti agli “ultimi”.
La prima tappa è alle ‘Case bianche’ del quartiere popolare di via Salomone, cintura est della città , terra di frontiera dove sono presenti i problemi sociali della città .
Qui la visita a tre famiglie: due anziani, madre padre e tre bimbi musulmani, un disabile gravissimo assistito dai parenti.
Poi la preghiera in strada, davanti alla parrocchia di San Galdino, con gli abitanti arrivati anche dai quartieri limitrofi.
Migliaia di persone, e due doni speciali per Francesco, consegnati dai bambini: una stola da sacerdote e una immagine della statua della Madonnina che da sempre è nel cortile delle case popolari.
E’ al popolo delle case popolari che Francesco lancia il suo messaggio: “La Chiesa deve andare incontro a tutti, nelle periferie, anche ai non credenti e ai non cristiani”.
Alle 11 l’appuntamento con i preti, le suore e i religiosi della Diocesi ambrosiana, in Duomo, sempre con l’arcivescovo Angelo Scola al suo fianco.
Migliaia di persone ad attenderlo, un momento di preghiera silenziosa nella cripta. E poi il discorso al clero, incentrato sul significato di “sfida”: “Non dobbiamo temere le sfide: quante volte si sentono lamentele su quest’epoca, ma non bisogna avere timore”. Le sfide, dice, “bisogna prenderle per le corna, come i buoi: dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, che si ritiene completa”.
In piazza Duomo alle 11.30, Bergoglio recita l’Angelus sul sagrato della cattedrale, in una piazza gremita da 200mila milanesi arrivati a piedi fin dalle prime ore del mattino per riuscire a trovare posto.
Francesco risponde alle domande fatti dai diaconi e dai preti presenti. E dice: “I nostri giovani sono sottoposti a uno zapping continuo: ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti, nostro dovere come pastori è aiutarli ad attraversare questo mondo”.
Il Papa ha donato un calice alla Chiesa di Milano, e il cardinale Scola ha spiegato: “Noi, a nostra volta, abbiamo fatto un altro dono: 50 appartamenti donati dalla Caritas”. Il riferimento è agli alloggi popolari che verranno consegnati a famiglie in difficoltà : Francesco dà le chiavi alle prime quattro famiglie.
Ingenti le misure di sicurezza dal centro città fino al carcere di San Vittore, dove il Pontefice arriva per le 12. Incontro con tutti i 900 detenuti e pranzo con 100 di loro, che hanno anche cucinato.
Un breve riposo nell’ufficio del cappellano don Recalcati e poi alle 14 di nuovo in macchina per raggiungere il parco di Monza, dove alle 15 inizia la messa. Quasi un milione i fedeli presenti.
Ultima tappa, alle 17, stadio di San Siro: 80mila ragazzi cresimandi con parenti ed educatori. Il saluto del Pontefice, alla Milano che verrà .
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
LO STUDIO DEL CEPS: “UN PUNTO IN MENO DEL PIL ALL’ANNO, A RISCHIO 184 MILIARDI DI ESPORTAZIONI VERSO IL MERCATO EUROPEO, FUGA DELLE MULTINAZIONALI”
È la settimana della Brexit. Mentre da Roma, i leader dei 27 membri superstiti della Ue tentano di ridefinire un’idea d’Europa, dalla capitale dell’ex impero britannico Theresa May aprirà formalmente, mercoledì, il processo che porterà la Gran Bretagna (anche se non necessariamente tutta) fuori dall’Unione.
Nonostante l’ottimismo di facciata a cui il governo inglese si abbarbica ostinatamente da mesi, è un autentico salto nel buio. Nessuno guadagna dalla ritirata inglese, ma il conto di questo risorgente nazionalismo o di questa nostalgia di insularità , è sproporzionatamente a carico dei sudditi di Elisabetta.
Per la Ue la Brexit pesa per circa mezzo punto del Pil dei 27 paesi rimasti nell’arco di dieci anni.
Per il Regno Unito le perdite sono pari a quasi un punto del Pil nazionale all’anno. Le cifre le mette in fila il Ceps – il think tank diretto da Daniel Gros – in uno studio per conto del Parlamento europeo, appena pubblicato.
Il terreno del divorzio è un interscambio paragonabile, per volume, all’intero commercio Usa-Europa, attraverso l’Atlantico, che è solo di un quinto più grande di quello attraverso la Manica. Ci sono 306 miliardi di euro di esportazioni europee in Inghilterra, contro solo 184 miliardi di importazioni.
Ma l’export europeo è in qualche misura marginale rispetto all’economia europea (equivale a circa il 2,5 per cento del Pil) mentre per Londra quei 184 miliardi di beni venduti in Europa valgono il 7,5 per cento del Pil. In altre parole, se Londra chiude il mercato agli europei, il colpo può essere assorbito sul continente, mentre per gli inglesi sarebbe una catastrofe. Tanto più se ci si aggiungono i servizi, quelli della City in testa che, per gli inglesi valgono altri 122 miliardi di export.
E i contributi al bilancio comunitario? Il buco determinato dalla partenza inglese è pari, secondo il Ceps, a 9 miliardi di euro l’anno, che però, secondo lo studio, sarebbe abbastanza agevole per Bruxelles recuperare.
Se Londra restasse nel mercato unico, le si potrebbe chiedere di continuare a versare la sua quota. Se se ne andasse, e venissero applicate le regole standard del Wto, i soldi arriverebbero da dazi e tariffe, che nel caso dei manufatti, sono pari al 5 per cento circa.
Le due ipotesi – Londra nel mercato unico o Londra come un qualsiasi partner Wto – sono cruciali anche per stabilire la forchetta dell’impatto economico della Brexit.
Su chi lo subisce, il Ceps non ha dubbi.
In rapporto al rispettivo Pil (quello della Ue è cinque volte più grande) la Brexit costa a Londra 10-15 volte di più che ai 27 della Ue (naturalmente, per paesi strettamente legati alla Gran Bretagna, come Irlanda e Olanda il costo è maggiore).
Ma proprio perchè l’economia inglese è cinque volte più piccola di quella europea, fa più effetto guardare l’impatto in cifre assolute: in soldi, Londra rinuncia ad quantità di soldi due-tre volte superiore.
Ma che cifra è? La Brexit costa alla Ue lo 0,11 per cento del Pil in caso di uscita morbida (cioè, con Londra che resta nel mercato unico) fino allo 0,52 per cento in caso di “hard Brexit”, cioè con i rapporti che restano regolati dalle norme Wto.
Stiamo però parlando di cifre complessive, cioè di perdite nell’arco di dieci anni.
Per la Gran Bretagna, invece, le perdite vanno dall’1,31 per cento, nell’ipotesi soft, al 4,21 per cento del Pil, nell’ipotesi hard, sempre nell’arco di dieci anni. Ma la Brexit ha un effetto a cascata.
Se l’uscita dalla Ue (il calcolo lo fa lo stesso Tesoro britannico) dovesse comportare anche la fuga delle multinazionali dal piccolo mercato britannico, le perdite cumulate arriverebbero al 7,5 per cento del Pil, cioè lo 0,75 per cento ogni anno.
E’ l’incubo di Downing Street, che ha spinto Theresa May a minacciare ritorsioni, sotto forma di un dumping fiscale, cioè di un taglio tanto aggressivo delle imposte sulle imprese, da compensare l’effetto Brexit.
Difficile, tuttavia, in questo caso, che Bruxelles non reagisca con qualche ritorsione, sul piano, ad esempio, delle tariffe doganali. Questa spirale di minacce, ricatti, colpi bassi è il vero incubo — per tutti – della Brexit.
Si comincia mercoledì.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DELLA CNN: LA FBI INDAGA SU CONTATTI TRA MEMBRI DELLO STAFF DI TRUMP CON AGENTI SEGRETI RUSSI PER INFLUENZARE LE ELEZIONI PRESIDENZIALI
La CNN ha pubblicato un report il cui contenuto potrebbe fare davvero male alla Presidenza Trump
e addirittura — se quanto scritto venisse confermato — portare ad un impeachment del Presidente USA.
Secondo la CNN, che ha ottenuto le informazioni da alcuni funzionari, il Federal Bureau of Investigation sarebbe in possesso di informazioni in base alle quali persone coinvolte nella campagna elettorale di Donald Trump e collegate a Trimp sono state in contatto con sospetti agenti dei servizi segreti russi per coordinare la pubblicazione di informazioni atte a danneggiare la campagna della candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.
Secondo le fonti della CNN è proprio questo il genere di indagini che sono state menzionate dal direttore del FBI James Comey durante la sua audizione al Congresso di lunedì 20 marzo.
Lunedì Comey ha detto che il Bureau non è in possesso di informazioni riguardanti le accuse mosse da Trump ad Obama di averlo fatto spiare dai servizi segreti e al tempo stesso ha dichiarato che i federali stanno investigando sui rapporti tra la campagna elettorale di Trump e agenti russi perchè esiste una “ragionevole accusa” a proposito di illeciti che sono stati commessi e che fanno supporre che cittadini americani (non è stato specificato quanti e quali) abbiano potuto agire come agenti al soldo di una potenza straniera.
Le fonti della CNN fanno sapere che “persone connesse con la campagna [di Trump] erano in contatto [con agenti russi] e risulterebbe che davano il via libera per la pubblicazione di informazioni” per indebolire la posizione della candidata repubblicana e che la Russia si è adoperata per condizionare il processo elettorale statunitense in favore di Trump.
Non è chiaro chi siano questi collaboratori del comitato elettorale di Donald Trump in contatto con sospetti agenti russi ma si sa invece che il Bureau ha già messo sotto indagine, per un’accusa simile quattro uomini che hanno lavorato per l’attuale Presidente: il Generale Michael Flynn ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Paul Manafort consigliere di Trump ed ex presidente del comitato elettorale accusato di aver legami con oligarchi russsi e di essersi adoperato a favore dei russi in Ucraina, in particolare Manafort — ha rivelato qualche giorno fa la NBC — ha avuto tra i suoi clienti Oleg Deripaska, un miliardario russo molto vicino a Vladimir Putin. Donald Trump ha fatto sapere di non essere a conoscenza dei rapporti tra Manafort e Deripaska.
Altri due collaboratori di Trump fino ad ora coinvolti nell’inchiesta sono Roger Stone che sostiene che i servizi segreti britannici spiassero Trump e Carter Page che per un breve periodo è stato consulente per la politica estera del comitato elettorale del candidato repubblicano.
Tutti e quattro hanno respinto ogni addebito e negato qualsivoglia coinvolgimento. Uno dei principali consiglieri di Trump per la politica estera, il senatore Jeff Session, si è incontrato più volte con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak ma si era “dimenticato” di farne menzione quando venne interrogato dalla Commissione parlamentare.
Se quello che ha pubblicato la CNN è vero allora si aprirebbe la porta ad un’altra domanda davvero pericolosa per il Presidente: Donald Trump era al corrente dei rapporti tra agenti russi e membri dello staff del suo comitato elettorale?
Se la risposta risultasse essere affermativa allora difficilmente Trump potrebbe evitare l’impeachment da parte del Congresso (e c’è anche da chiedersi se Trump è in qualche modo ricattabile da Putin).
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
I REPUBBLICANI COSTRETTI A RITIRARE LA LEGGE CHE DOVEVA ABROGARE LA RIFORMA SANITARIA DI OBAMA… DOPO IL BLOCCO MANCATO AGLI IMMIGRATI UNA SECONDA PESANTE SCONFITTA PER IL PRESIDENTE
Donald Trump incassa la prima sconfitta grave tra i “suoi”.
È costretto a ritirare il progetto di contro-riforma sanitaria, che doveva cancellare la nuova sanità introdotta nel 2010 da Barack Obama.
La dèbacle arriva al termine di una giornata convulsa, segnata da lacerazioni tra i repubblicani. Il ritiro del progetto di legge voluto da Trump è una decisione obbligata, presa in un clima di caos, a pochi minuti dall’inizio di una votazione alla Camera dove la sua bocciatura era ormai un certezza.
L’opposizione democratica gongola, i repubblicani si sono rovinati da soli, con una guerra intestina tra fazioni del partito.
Alla prova più cruciale l’autorità del presidente è stata insufficiente a compattare il partito. Ora Trump e il suo interlocutore istituzionale, il presidente della Camera Paul Ryan, devono raccogliere i cocci, ripartire da zero.
Il presidente cerca di mascherare la sconfitta cambiando tema: “Ora occupiamoci della riforma fiscale, per ridurre le imposte”, annuncia in serata.
Il disastro sulla sanità ha ricadute politiche e di sostanza. Cominciando dalla seconda: gli americani per ora si tengono Obamacare. Nel bene e nel male.
La riforma del 2010 ha allargato la platea degli assicurati con quasi 20 milioni di cittadini che per la prima volta hanno avuto la copertura dell’assistenza medica e ospedaliera.
Inoltre è stato vietato alle compagnie assicurative rifiutare dei clienti perchè “già ammalati in passato”, una pratica che prima era corrente.
Con dei costi elevati, però, in certi casi a carico delle aziende, in altri dei cittadini stessi. E senza riuscire a calmierare i prezzi: nè le tariffe assicurative, nè quelle medico-ospedalieri, nè i prezzi dei farmaci.
L’alternativa repubblicana? Sarebbe stata ancora peggiore, peggiorando la situazione per 24 milioni di persone (stime indipendenti del Congressional Budget Office), in nome di un ritorno alla libertà di mercato più sfrenata.
Per esempio, nel disegno di legge repubblicano doveva scomparire il “servizio minimo obbligatorio”, che imponeva alle assicurazioni di rimborsare alcune prestazioni di base come il ricovero d’emergenza in un pronto soccorso o le spese del parto.
Nell’insieme dunque si può parlare – provvisoriamente – di scampato pericolo: gli americani si tengono il sistema che c’è, sia pure molto più inefficiente e costoso rispetto alla media dei paesi ricchi (soprattutto quelli nordeuropei).
La dimensione politica è quella più dirompente per Trump, che ha appena superato i due mesi alla Casa Bianca.
Finora questo presidente si era urtato ai “soliti nemici”: la stampa, l’opposizione democratica, i giudici, e parecchi governi stranieri urtati dalle sue gaffes. Muro col Messico o decreto sigilla-frontiere, smantellamento delle tutele ambientali, protezionismo: Trump grosso modo manteneva le promesse fatte allo zoccolo duro dei suoi elettori, e scontentava tutti gli altri.
La dèbacle sulla sanità invece lo mette contro i suoi, spacca la destra in modo traversale. E getta un’ombra sulla sua presunta capacità di rinnovare i metodi di Washington.
Trump fece campagna come l’ousider per eccellenza, l’anti-politico, il nemico della casta parlamentare, colui che avrebbe messo in riga deputati e senatori.
Vantò anche la sua abilità di negoziatore, sul modello del suo best-seller “The Art of The Deal”, promise di applicare al mondo politico i metodi decisionisti ed efficaci del businessman.
È scivolato su una prova fondamentale, perchè lo smantellamento di Obamacare è un trofeo ad alto valore simbolico per i repubblicani. Molto prima che Trump entrasse in politica, il Tea Party movement lo aveva preceduto e gli aveva spianato la strada, con manifestazioni di protesta che avevano segnato un revival del popolo di destra.
I nemici giurati del Tea Party erano due: i banchieri di Wall Street salvati a spese del contribuente; e la riforma sanitaria Obamacare.
Trump, che all’annuncio della sua candidatura nell’estate 2015 era abbastanza agnostico e possibilista su Obamacare, col progredire della campagna elettorale si allinedò completamente sul Tea Party e promise nel modo più solenne di distruggere la riforma sanitaria del suo predecessore.
Al dunque, i deputati repubblicani si sono divisi tra l’ala più intransigente che voleva spazzare via tutti i modesti progressi di Obamacare; e la componente moderata che voleva salvare gli aspetti più popolari, sia pure con qualche costo per il bilancio pubblico.
Trump ha creduto di risolvere la spaccatura con un ultimatum: giovedì sera ha imposto il voto alla Camera, senza essere sicuro di avere i numeri. Ventiquattr’ore dopo, la disfatta era ufficiale, iniziava la ritirata. E il presidente-decisionista si ritrova alla casella di partenza, con un nulla di fatto.
(da “La Repubblica”)
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