Marzo 17th, 2017 Riccardo Fucile
PUO’ AMBIRE A GUIDARE IL PAESE CHI NASCONDE CIO’ CHE DOVREBBE ESSERE PUBBLICO E TRASPARENTE?
L’inestricabile incastro di scatole cinesi dietro il quale si nasconde il Movimento 5 stelle è
inaccettabile per una democrazia compiuta che si vuole definire tale.
La vicenda del blog di Beppe Grillo, della querela del Partito democratico e della incredibile difesa del fondatore (in sintesi: “Il blog chi?”), ha fatto molto ridere e molto incazzare.
In sintesi: il Pd ha denunciato un post pubblicato su beppegrillo.it, e i legali del fondatore si sono difesi spiegando che nulla sa e nulla c’entra il buon Beppe con quel che viene pubblicato.
Al di là delle ironie e delle reazioni di bottega, tuttavia il campanello d’allarme è serio. Ed è l’ultimo di una lunga serie.
L’opacità e la viscosità dei meccanismi di funzionamento del Movimento, uno dei principali player dello spazio pubblico italiano, sono cose che riguardano tutti.
E non è sufficiente il manierismo della linea difensiva dei colonnelli 5 stelle (riassumendo: “Guardate la nostra pagliuzza, non le travi degli altri”) a derubricarne la rilevanza nella discussione politica e civile del nostro paese.
Nè tantomeno la sostanziale insensibilità del loro elettorato, mobilitato su issues ideologico-fideistiche.
I meccanismi di funzionamento del Movimento sono imperscrutabili.
Fino ad arrivare al punto che il suo fondatore rifiuta di riconoscere la paternità di quel che esce sul blog, fonte di diritto primaria della sua creatura politica. E si spinge a rinnegare anche di quel che viene pubblicato sui suoi profili social, che portano il suo nome e sono certificati rispettivamente da Facebook e da Twitter.
In punta di diritto, la difesa di Grillo sembra funzionare. Caterina Malavenda, luminare del diritto dell’informazione, su queste colonne spiegava come la responsabilità in solido di blog, post e tweet sia dell’autore che materialmente li scrive.
Ma il pilatesco rinnegamento dell’intero impianto normativo-culturale su cui si fonda l’avventura politica del Movimento lascia basiti.
Anche perchè non è l’ennesima provocazione, l’iperbole brandita come strumento di comunicazione di massa, alla quale il lessico dell’ex comico ci ha abituati.
Il vederlo certificato sulla carta di un documento ufficiale, nel burocratese di una memoria difensiva, ricorda quel che diceva Lebedev ne L’idiota di Dostoevskij: “Ogni fatto reale ci appare quasi sempre incredibile e inverosimile. E quanto più è reale, tanto più talora ci appare inverosimile”. Più prosaicamente: quando la realtà supera la fantasia.
Tra le righe, la realtà diventa ancora più inverosimile. Perchè tra i metatag del post querelato (sulla vicenda di Tempa Rossa), in effetti c’è un campo “author”.
Mistero svelato? Per nulla, perchè ci si infila nell’ennesimo vicolo cieco. L’autore viene identificato da un link. Quello dell’account Google plus di Grillo.
Al quale è applicabile lo stesso discorso illustrato dall’avvocato Malavenda per Facebook e Twitter. Morale della favola, risalire all’autore materiale del post è impossibile.
E non per una fortunata coincidenza, o per qualche bug del web. Ma per un sistema di livelli sovrapposti ed elusivi costruito così bene che non può essere scardinato.
Un fumo che pervade l’intera struttura organizzativa del partito. Non è dato sapere quanta pubblicità fattura il blog, ed è impossibile risalirvi anche per per l’assenza della partita Iva pubblicata a piè di pagina.
Non si sa chi scriva i post, chi ne decida la linea, con chi vengono concordati.
Grillo scarica sulla Casaleggio, Casaleggio (Gianroberto) diceva che erano concordati con Grillo (al Fatto diceva “Sono tutti nostri. Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge. E vanno in rete”), lo statuto 5 stelle dice che il responsabile è Grillo, che però rifiuta di essere considerato il titolare, sia legale sia politico, di quel che vi viene scritto.
Fatti reali, incredibili e inverosimili.
Che fanno il paio con le lettere di diffida, ammonimento, sospensione ed espulsione che arrivano via mail firmate da “Lo staff”.
E ci sarà da ridere, e tanto, quando qualcuno querelerà l’estensore di una di quelle mail. Perchè sarà costretto a sporgere denuncia contro ignoti, non essendo firmate, non assumendosene nessuno la responsabilità .
Per maggiori dettagli citofonare Pizzarotti. O con un collegio di probiviri tirato su in fretta e furia, votato plebiscitariamente via blog, non per costruire una sana e robusta vita democratica all’interno del Movimento, ma per la stanchezza del fondatore di essere il destinatario delle cause delle denunce.
Per tacere del nulla assoluto intorno alle votazioni online, all’elaborazione dei risultati, alla certificazione esterna.
E pensare che si era partiti, quattro cinque anni fa, con i vertici che discutevano dell’opportunità di rendere pubblico o meno il codice del blog, di adottare piattaforme come Liquid Feedback per l’elaborazione collettiva delle proposte politiche.
Siamo finiti con un garante non responsabile, con uno statuto e con un non statuto, con un Direttorio, con due blog (oltre a beppegrillo.it è nato da qualche mese il blog delle stelle) incastrati tra di loro, alimentati sull’asse Genova-Milano ma, a quanto pare, senza responsabili effettivi, con staff senza volto, con procedimenti decisionali che si sa come finiscono, ma non si capisce mai fino in fondo come nascono e come si sviluppano.
Un caos che sommerge le stelle danzanti, in cui nessuno si assume responsabilità se non quando gli conviene per il momento per cui gli conviene.
Tutto il resto è nascosto da livelli concentrici di protezione, penetrati i quali spesso si viene rimandati al punto di partenza con un pugno di mosche. Il problema è che il caos sembra organizzato scientemente.
Può il nostro sballottato sistema democratico permettersi un partito che gioca a rimpiattino se si prova a penetrarne i meccanismi di funzionamento?
Può il nostro paese consentire che vada al governo chi nasconde ciò che dovrebbe essere pubblico e trasparente dietro una cortina di firewall?
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 17th, 2017 Riccardo Fucile
QUESTA E’ LA DEMOCRAZIA DEL PADRONE DELL’AZIENDA: DOVEVA USCIRE IL PROTETTO DELLA SALVATORE, GLI ISCRITTI HANNO VOTATO INVECE LA CASSIMATIS CHE ORA DIVENTA IMPROVVISAMENTE “NON CANDIDABILE”… MA FINO A IERI LO ERA
“In qualità di garante del MoVimento 5 Stelle, al fine di tutelarne l’immagine e preservarne i valori e i principi, ho deciso, nel pieno rispetto del nostro metodo, di non concedere l’utilizzo del simbolo alla lista di Genova con candidata sindaco Marika Cassimatis”.
Lo scrive sul blog Grillo secondo il quale “molti” esponenti della lista di Cassimatis “hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del MoVimento 5 Stelle”.
Grillo indice quindi nuove Comunarie a Genova, con votazione dalle 10 alle 19.
“Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me”, continua il comico, spiegando la decisione di non permettere la candidatura di Marika Cassimatis, vincitrice delle Comunarie per Genova.
“Non possiamo permetterci di candidare persone su cui non siamo sicuri al 100%. Vi garantisco che non accadrà , nè a questa tornata delle comunali, nè alle politiche. Le nostre selezioni rispetteranno il voto online, ma saranno rigorose. Non c’è più spazio per chi cerca solo poltrone”, scrive ancora Grillo.
Proprio nella giornata di ieri, il tenore Luca Pirondini, sconfitto al ballottaggio delle Comunarie da Cassimatis nonostante fosse favorito, ha annunciato di voler chiedere la pubblicazione dei nomi di chi ha votato alle primarie grilline.
“Apprendo ora che la mia lista, ancora fantasma in quanto non pubblicata, uscita vincitrice da una votazione democratica, è stata sconfessata da Beppe Grillo. Ne prendo atto”.
È quanto scrive Cassimatis sulla sua pagina Facebook dopo l’annuncio sul blog di Beppe Grillo.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO TOSI: “LA DATA SCELTA E’ UNA PROVOCAZIONE, FA IL GIOCO DEI VIOLENTI, COSI’ SCOPPIA UN CASINO E VA SUI GIORNALI”
Il 25 Aprile, Festa della Liberazione, Matteo Salvini a Verona sulla legittima difesa? «Anch’io sono
per ampliare il concetto di legittima difesa, ma è sbagliata la data scelta per la manifestazione. È una provocazione».
Non le manda a dire il sindaco Flavio Tosi, leader del Fare!, al segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini, che due anni fa tra l’altro lo espulse dal Carroccio.
A margine della riunione di Giunta, Tosi alza…il tiro verso il suo ex segretario:«Salvini ha provocato Napoli e i napoletani, diversamente da me li ha offesi per anni, e poi va là a fare una manifestazione? È chiaro che qualcuno lo va a contestare. Quindi, ripeto, fare una manifestazione ci sta, ma non il 25 Aprile.
La richiesta avanzata dalla Lega Nord è di poter occupare piazza Dante per tutto il giorno con una manifestazione politica che dovrebbe cominciare ufficialmente alle 12. Una richiesta inoltrata alla Questura di Verona, il cui indirizzo pare sia quello di concedere lo spazio.
L’autorizzazione ufficiale però non è stata ancora data perchè mancano alcune carte.
“La data per l’evento del 25 aprile è provocatoria, fai il gioco dei violenti, non usare le Forze dell’Ordine come carne da macello”, è il tweet del sindaco Flavio Tosi diretto a Matteo Salvini.
E sempre di provocazione parla il consigliere comunale veronese Damiano Fermo: “Il 25 aprile è una festa nazionale i cui valori sono presenti nelle nostre vite più di quanto possiamo immaginare e non si può strumentalizzare per alimentare lo scontro tra partiti e cittadini. Spero quindi che prevalga il senso civico e morale”.
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
“DECISIONE DISTORSIVA DEL PRINCIPIO DI LEGALITA'”…”VA SOLLEVATO CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE DI POTERI DELLO STATO”
“Il Senato della Repubblica oggi ha agito non secondo, ma contro la legge”.
Salvato Augusto Minzolini dalla decadenza gli onorevoli di Palazzo Madama hanno di fatto votato anche per la non applicazione della legge Severino, che pure ha voluto e approvato.
E ora che succede?
Lo chiediamo al costituzionalista Antonio d’Andrea che, in tempi non sospetti, aveva segnalato il rischio di “effetti distorsivi al principio generale di legalità ” derivanti proprio dalla sindacabilità della legge ad opera dei parlamentari.
Alla fine il colpo di spugna alla Severino è arrivato
E’ evidente che la decisione di oggi su Minzolini da parte dell’aula del Senato allarga il conflitto di poteri tra magistratura e politica, alimentato da Parlamento che si discosta dall’osservanza degli effetti necessari e obbligatori della condanna.
Perchè siamo arrivati a questo punto?
Perchè quando si è discusso della Severino e delle sue interpretazioni e applicazioni c’era chi ne dava una lettura molto restrittiva, quasi autopplicativa, e chi voleva creare uno spazio di interferenza politica rivendicando maggiore sindacabilità nell’applicazione delle legge.
In base a cosa il Parlamento si arroga il diritto di interferire con gli effetti di una legge?
I parlamentari fanno leva su un tema costituzionale legato all’art. 66 relativo alla “verifica dei poteri” che comporta per chi ha lo status di parlamentare una competenza camerale, giuntale prima e dell’aula. Una sorta di giurisdizione “speciale “esercitata direttamente dalle Camere. Il principio è giusto, ma la sua applicazione pratica realizza una declinazione dell’autodichia pesantemente distorsiva del principio di legalità generale per cui le regole che valgono per tutti hanno una riserva, in questo caso perfino quando il procedimento penale è concluso.
Cosa pensa sia accaduto realmente oggi?
Che il Senato abbia esercitato un potere che non gli compete. Mi spiego. Quando le camere sono chiamate a svolgere sia pure nel novero dell’autodichia funzioni che gli derivano da una competenza costituzionale non possono ignorare la legge. E’ vero che le Camere fanno da “giudici speciali” quando deliberano sulla verifica dei poteri, quando convalidano le elezioni o si pronunciano sulla decadenza legata a pronunciamo degli organi giudiziari. Ma devono agire secondo legge, non contro la legge.
Potevano agire in maniera più “lineare”?
Certo, se i parlamentari dubitavano della legge avevano tutti gli strumenti per bloccarla o modificarla. Potevano non votarla, e una volta approvata avevano modo di attivare l’incidente di costituzionalità presso la Corte.
Cosa può succedere ora?
Politicamente parlando poco. Solo il giudice ha una strada maestra, quello delle esecuzioni penali potrebbe sollevare il conflitto di attribuzioni. Non può che essere l’autorità giudiziaria a sollevare il conflitto tra poteri dello Stato perchè non è che alla Corte arrivi così. Bisogna capire se l’autorità , deprivata della sua sfera costituzionale nel veder garantite e osservate le sentenze che ha pronunciato da questo voto, ha la volontà di porre il problema alla Corte. Può una delibera di decadenza al Senato spingersi fino a vanificare il pronunciamento giudiziario?
Subito Forza Italia e non solo dicono che la Severino non vale più
Non è così, anche se certamente quella pretesa oggi ha trovato conferma addirittura in una votazione che sostanzialmente vanifica gli effetti della legge. E’ accaduto anche con Berlusconi, quando all’applicazione delle legge si è tentato di rispondere con distinguo e eccezioni non previsti di natura squisitamente politica e non collegata agli argomenti strettamente giudiziari.
Come se ne esce?
Il problema da impostare giuridicamente è la relazione che intercorre in questi casi tra l’autorità giudiziaria penale che conclude gli accertamenti con sentenza di condanna che comporta come naturale conseguenza la decadenza e l’intervento dell’organo parlamentare che dovendo per Costituzione prendere atto senza alcuna valutazione in realtà utilizza la discrezionalità per vanificare il pronunciamento. Il nodo, alla fine, è tutto qui.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO A MONTECITORIO SU PREVITI: “LA FUNZIONE DI DEPUTATO E’ UN PUBBLICO UFFICIO E NON GLI E’ PIU’ CONSENTITO DI RICOPRIRLO. LA CAMERA DEVE DISPORNE LA DECADENZA SALVO VIOLARE LA COSTITUZIONE E LA LEGGE”
Un parlamentare interdetto dai pubblici uffici? “Decade dal suo mandato ai sensi dell’articolo 66
della Costituzione”.
Chi dispone della sua decadenza? La Camera d’appartenenza,”salvo violare le regole della Costituzione e della legge”, che sono “chiare e stringenti”.
E in caso contrario? “Significherebbe che un parlamentare, qualunque fosse il reato da lui commesso, sarebbe comunque inamovibile, conclusione infondata ma anche aberrante“.
Sembra un commento a caldo di un parlamentare d’opposizione, dopo che il Senato ha salvato Augusto Minzolini, per il quale la giunta per le Autorizzazioni aveva deliberato la revoca del mandato parlamentare.
E invece è il parere — chiaro, netto e documentato — fornito da Sergio Mattarella, l’attuale presidente della Repubblica che dieci anni fa era intervenuto alla Camera su un caso simile a quello dell’ex direttore del Tg1.
Era il 31 luglio del 2007 e l’aula di Montecitorio doveva votare la decadenza da parlamentare di Cesare Previti, condannato in via definitiva nel processo Imi — Sir e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici.
“Quello che oggi in questa aula celebriamo non è un giudizio nel merito delle accuse formulate nei processi all’onorevole Previti. Non ci compete. Siamo chiamati a prendere atto di una decisione formulata dalla magistratura in tre gradi di giudizio, e passata in giudicato con la pronunzia della corte di Cassazione. Ne dobbiamo prendere atto e assumerci la responsabilità delle conseguenti decisioni che competono soltanto a questa Camera”, era stato l’incipit di Mattarella, che nel 2007 era parlamentare della Margherita. All’epoca, ovviamente, non esisteva la legge Severino. Montecitorio, però, doveva esprimersi sulla decadenza di Previti da parlamentare, perchè dopo la condanna in via definitiva e l’interdizione dai pubblici uffici aveva perso i diritti elettorali attivi e passivi.
Un caso quasi identico a quello di Minzolini, condannato in Cassazione per peculato e interdetto a sua volta, seppur soltanto per due anni e mezzo.
“Non è possibile in alcun modo, con nessun argomento, complicare la realtà dei fatti che è, al contrario, estremamente semplice — aveva detto Mattarella — Un cittadino interdetto in perpetuo dai pubblici uffici non è più titolare dei diritti elettorali, non può più votare e di conseguenza non può più essere eletto, e se è già stato eletto ed è parlamentare decade dal suo mandato ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”.
Da costituzionalista esperto, l’ex ministro della Difesa ricordava che “l’articolo 66 della Costituzione, sopra la quale non vi è null’altro — sottolineo nulla — attribuisce alla Camera il compito di decidere sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità dei deputati, e l’onorevole Previti è divenuto, dopo le elezioni, ineleggibile. L’interdizione perpetua dai pubblici uffici comporta — come è noto — la perdita della titolarità dei diritti elettorali. Chi ne è colpito non può essere più nè eletto nè elettore, e difatti l’onorevole Previti è stato cancellato dalle liste elettorali. È sempre la Costituzione all’articolo 56, che dispone che può essere deputato soltanto chi può votare, e ciò non è più consentito all’onorevole Previti per effetto di quella interdizione”.
Sul voto relativo alla decadenza, poi, secondo il futuro capo dello Stato, la Camera non aveva più opzioni.
“La funzione di deputato — diceva — è appunto indiscutibilmente un pubblico ufficio, e non gli è più consentito di ricoprirlo. Soltanto la Camera, attraverso il voto dei suoi componenti, può disporne la decadenza o accertarne le dimissioni, e noi siamo chiamati a farlo, salvo violare le regole della Costituzione e della legge, norme che esistono — colleghi — diversamente da quanto si è detto, norme che esistono, chiare e stringenti“.
Mattarella parlava di dimissioni perchè poco prima dell’inizio del dibattito parlamentare, Previti aveva fatto pervenire alla Camera la sua disponibilità a dimettersi in extremis (al contrario di Minzolini, che lo ha fatto solo dopo essere stato “salvato” da Pd e Fi).
Gli altri esponenti di Forza Italia, però, avevano comunque provato a salvare lo storico avvocato di Silvio Berlusconi, con interventi alle quali il futuro inquilino del Colle aveva replicato. “Vi sono stati nel dibattito odierno alcuni abili, talvolta acrobatici tentativi di formulare argomentazioni volte a contestare la decadenza e le conclusioni della giunta, o addirittura volte a sostenere l’impossibilità di decadenza di un parlamentare, senza riflettere che ciò significherebbe che un parlamentare, qualunque colpa abbia commesso, qualunque fosse il reato da lui commesso, qualunque responsabilità abbia di qualunque natura, sarebbe comunque inamovibile, conclusione infondata ma anche aberrante. Si tratta di tentativi che si infrangono contro la chiarezza di quelle due norme della Costituzione”.
È per questo motivo che alla fine Mattarella aveva invitato i colleghi a votare per le dimissioni di Previti, perchè si trattava “semplicemente della verità dei fatti e di adempiere al dovere di rispettare le regole poste dalla Costituzione e dalla legge”. Dieci anni dopo, in Parlamento sarebbe accaduto esattamente il contrario.
E adesso che siede sul colle più alto di Roma, Mattarella potrebbe facilmente commentare quanto successo in Senato.
Al presidente basterebbe stampare una copia del suo stesso discorso senza cambiare quasi nessuna parola.
D’altra parte lo ha detto lui stesso poche ore fa incontrando gli studenti al Quirinale: “Io sono un arbitro non silenzioso ma discreto, intervengo quando il meccanismo si inceppa“.
Ecco presidente: si è inceppato.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
A 24 ORE DAL SALVATAGGIO DI LOTTI, 19 PD VOTANO CONTRO LA DECADENZA DEL SENATORE DI FORZA ITALIA, CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA A 2 ANNI E SEI MESI PER PECULATO… LA LEGGE SEVERINO NE PREVEDE LA IMMEDIATA DECADENZA
Ieri hanno salvato il ministro Luca Lotti, oggi il soldato Augusto Minzolini. Domani, già lo chiedono, Berlusconi.
Dopo infiniti rimandi la questione della decadenza dell’ex direttore del Tg1, aperta dalla condanna definitiva per peculato con interdizione, è approdata in Aula che ha votato per salvarlo: è passato con 137 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti l’ordine del giorno di Forza Italia che ha proposto di respingere la deliberazione con cui sette mesi fa la Giunta per le autorizzazioni aveva votato la revoca del mandato parlamentare.
All’annuncio del presidente Pietro Grasso: applausi, pacche sulle spalle, qualche lacrima e abbracci tra i sodali strenuamente o nascostamente avversi alla cacciata del senatore.
“Sono pronto a bere la cicuta”, aveva detto Minzolini a conclusione del suo discorso prima del voto. Pochi minuti dopo può tornare a brindare a Champagne grazie al salvataggio in extremis.
E infatti, puntuale, l’annuncio: “Ora ho vinto la mia battaglia, mi dimetto“. Parole, le dimissioni dovranno essere anche calendarizzate e poi votate. E potranno essere respinte. Così che Minzolini — benchè dimissionario a parole — nei fatti potrà rimanere al suo posto e maturare anche la pensione.
Per sminare il voto Forza Italia ha proposto non uno ma tre ordini del giorno (due poi ritirati) per neutralizzare il parere della giunta del 18 luglio 2016.
Il Pd aveva lasciato libertà di voto, opzione che si rivelerà decisiva: in dettaglio votano per il salvataggio 19 senatori Pd, altri 24 sono assenti al momento del voto. E tanto è bastato.
Ma in pochi minuti il tema politico è diventato già un altro: che fine fa la Severino oggi rottamata in Parlamento?
Forza Italia ha colto al volo l’occasione. “Con questo voto oggi il Senato l’ha abolita. Berlusconi dovrà essere reintegrato già domani perchè i due casi sono simili”, ha detto Lucio Barani, capogruppo di Ala-Sc al Senato.
Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “E adesso che fine farà l’infame legge Severino? Usata dalla sinistra solo contro il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi è rottamata una volta per tutte”.
I democratici si sono affrettati a respingere ogni accusa d’inciucio. “Il M5S è abituato alle fake news. Non c’è alcuna relazione tra il voto su Lotti e quello su Minzolini. Oggi il Pd ha scelto di lasciare libertà di voto. Libertà è un altro termine ostile per i Cinque stelle”, ha detto il senatore Pd Andrea Marcucci (che pure si è astenuto).
Un assist perfetto per il M5S che tuona legittimamente .
I grillini hanno organizzato una conferenza stampa poco dopo il voto e l’attacco più duro lo ha pronunciato Luigi Di Maio: “Non vi lamentate se i cittadini poi protestano in maniera violenta”, ha detto. “Si è trattato di un atto di una violenza inaudita, un atto eversivo contro le istituzioni della Repubblica, l’atto di un partito al governo che, da oggi, sancisce il principio che la legge non è più uguale per tutti. Per la legge di questo Stato, Minzolini non potrebbe fare nemmeno il collaboratore scolastico o il netturbino.”
Prima di arrivare al voto, si sono espressi in Senato i vari rappresentanti dei partiti politici che hanno motivato le loro posizioni.
Per i dem ha parlato il capogruppo Luigi Zanda, che ha lasciato libertà di coscienza: “I senatori e senatrici del Pd hanno libertà di voto”, ha detto. “Io voterò in conformità delle decisioni prese dalla Cassazione”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
DOVEVA ESSERE “LA SVOLTA” SECONDO IL MINISTRO DEGLI INTERNI, I DATI DI FRONTEX DOVREBBERO INDURLO A TOGLIERE IL DISTURBO PER MANIFESTA INCAPACITA’: “IL 99% DEI 3.000 PROFUGHI SBARCATI AD AUGUSTA NELL’ULTIMO MESE PROVENIVA DA SABRATA”
Doveva rappresentare una “svolta”. Ma a oltre un mese dalla firma, l’accordo stipulato il 3 febbraio
con il governo Al Sarraj e concepito per “evitare le partenze dei migranti irregolari” dalla Libia rimane al palo. Non funziona. Non parte.
Lo dicono i dati di Frontex, lo confermano gli addetti ai lavori: “Il 99% dei 3mila migranti sbarcati nell’ultimo mese — spiega Carlo Parini, capo del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della Procura di Siracusa — proveniva da Sabrata“.
Città sotto il controllo nominale del governo con il quale l’Italia ha stretto l’intesa.
A febbraio, recitano i dati diffusi il 15 marzo dall’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, in Europa sono stati registrati 10.900 arrivi totali, meno di un decimo di quelli totalizzati nello stesso mese del 2016.
Il discorso, però, non vale per l’Italia perchè il numero di arrivi complessivi segna +46% rispetto a gennaio a causa dell’aumento dei migranti che hanno seguito la rotta del Mediterraneo centrale, che a febbraio hanno sfiorato le 9mila unità .
Tradotto: dalla stipula dell’accordo con Tripoli, il numero dei disperati che hanno raggiunto la penisola è raddoppiato.
Il Paese di partenza dei gommoni è sempre lo stesso: la Libia.
“Il 99% delle persone sbarcate ad Augusta — spiega il sostituto commissario Parini — è partito da Sabrata”, città di origine romana situata a 78 km a ovest di Tripoli che “teoricamente dovrebbe essere sotto il controllo del governo” con il quale si era schierata con altri 9 centri costieri il 1 aprile 2016.
Quanti sono stati gli arrivi?
“Nel 2016 erano stati 26mila, dall’inizio del 2017 siamo già arrivati a 4mila“, prosegue il capo del Gicic scartabellando i rapporti ufficiali.
E l’intesa sbandierata dal ministro dell’Interno Marco Minniti? Non pervenuta: “Dal 1° febbraio — continua Parisi — sono arrivate 4 navi, per un totale di 2.633 migranti. Domani (16 marzo, ndr) ne attendiamo un’altra con a bordo 333 persone. Il totale fa 2.966, solo nel porto di Augusta”, punto di maggiore approdo in Italia. Un terzo di tutti gli ingressi.
Eppure poco più di un mese fa il governo aveva annunciato in pompa magna di aver trovato la soluzione a quella che continua pervicacemente a chiamare “emergenza sbarchi”: l’accordo con il governo di unità nazionale di Tripoli presieduto da Fayez Al Sarraj.
L’intesa era stata preannunciata il 9 gennaio dal capo del Viminale, volato appositamente a Tripoli per incontrare il premier del governo faticosamente messo in piedi dall’Onu, il ministro degli Esteri Siyala e i membri del consiglio presidenziale Maitig e Kajman, ed esprimere “l’impegno congiunto a lottare contro l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani”.
Il 2 febbraio era stato Sarraj a volare a Roma: “Siamo a una svolta“, l’accordo consentirà “una migliore gestione e regolazione dei migranti illegali”, esultava Gentiloni dopo la firma ufficiale del memorandum a Palazzo Chigi.
Con il conseguente codazzo di titoli di stampa uniti in coro nel magnificare le proprietà taumaturgiche dell’intesa.
Un memorandum dai contenuti generici — basato “sulla protezione dei confini sud” del Paese da dove passano migliaia di migranti, sull”adeguamento e il finanziamento dei centri di accoglienza usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Ue” e sul “sostegno alla Guardia costiera libica” — approvato il 3 febbraio in un coro di osanna nel vertice informale Ue di Malta, che accoglieva la proposta della Commissione di “mobilitare 200 milioni di euro aggiuntivi” del Trust Fund per l’Africa lanciato nell’autunno 2015 destinati a rafforzare le forze di polizia libiche. Lo scopo lo aveva spiegato chiaramente il giorno prima Angelino Alfano, fresco ministro degli Esteri: “Evitare le partenze dei migranti irregolari”.
La Guardia costiera libica è ancora in attesa della consegna di 10 motovedette promesse dall’Italia (sei al momento in Tunisia e 4 in manutenzione in cantieri italiani), ma è dotata di uomini e natanti: le sue imbarcazioni incrociano al largo di Sabrata (dove all’inizio di febbraio 431 migranti erano stati bloccati su 4 gommoni e altri 700 venivano intercettati su barche di legno, secondo quanto comunicato dal portavoce all’agenzia Reuters), di Zwara e di Zawiya, nelle cui acque i pattugliamenti avvengono anche nelle ore notturne.
Gli uomini in mimetica dell’aspetto di guerriglieri arrestano i disperati, danno fuoco ai barconi ma spesso, troppo spesso, lasciano andare gli scafisti.
“E’ stata completata nei giorni scorsi la formazione del primo nucleo di equipaggi della Guardia costiera libica a bordo della nave San Giorgio — spiegava il 15 febbraio Minniti in audizione al Comitato Schengen — ora sono pronti e possiamo ricominciare a restituire le motovedette alle autorità libiche in modo che la Guardia costiera sia in grado di operare” (lo stesso identico concetto espresso in un’intervista al Quotidiano Nazionale un mese piu tardi, il 15 marzo, da Enrico Credendino, comandante della missione EunavforMed: “E’ stato completato il primo blocco addestrativo di 14 settimane e abbiamo preparato a tutte le funzioni gli uomini della guardia costiera, in totale 93 unità , su una nave olandese e sulla nostra San Giorgio”).
Un mese dopo i natanti in Libia non sono ancora arrivati e il 14 marzo, a più di un mese dalle fanfare che hanno salutato l’accordo, si è svolta la prima riunione del Comitato misto per l’attuazione del Memorandum.
Dal comunicato diffuso dal Viminale si ha la sensazione di essere ancora al giorno della firma: è emersa “da entrambe le parti la determinazione a portare avanti un impegno deciso, volto al raggiungimento di risultati tangibili“. Per questo il Comitato “continuerà il suo lavoro con un ritmo serrato per dare risposte rapide alle necessità ‘ più urgenti“. “Obiettivo comune — conclude la nota — resta la realizzazione di un contrasto efficace e tempestivo all’immigrazione illegale e ai traffici di esseri umani”. Efficace e tempestivo.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
SPUNTA UN POST DEL 2012 FIRMATO DA GRILLO CON IL QUALE SOSTENEVA L’ESATTO OPPOSTO DI QUELLO CHE HA DETTO IERI PER SALVARSI DALLA QUERELA DEL PD
Il post del 2012: “Il responsabile sono io”. E così è lo stesso Grillo, con un post firmato del suo blog, a smentire se stesso.
Il leader 5 Stelle, evidentemte, dimentica, o finge di dimenticare quanto aveva scritto quattro anni fa, in quell’editoriale con il quale precisava di essere il responsabile editoriale del suo blog.
E quindi anche dei post non firmati.
Secondo quanto affermato dallo stesso fondatore 5 Stelle, sarà dunque lui a risponderne in Tribunale.
Ecco cosa scriveva Grillo nel 2012. “Vorrei ricordare, ancora una volta, che la responsabilità editoriale del blog è esclusivamente mia. Beppe Grillo”
La difesa dalle querele pd. In queste ore Grillo si difende così: “Il Blog beppegrillo.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi. Il pezzo oggetto della querela del Pd – scrive – era un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce”.
La coerenza non pare essere di questa terra…
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
ESPLODE LA GUERRA INTERNA TRA GLI ORTODOSSI DELLA LOMBARDI E I SEGUACI DELLA RAGGI
La notizia era nell’aria da qualche giorno e ora è divenuta ufficiale: nella Capitale, con la caduta della
Giunta dell’VIII municipio (Garbatella e Ostiense), si è consumata la prima crisi politica conclamata dovuta alle divisioni interne a M5S.
Stamani infatti il minisindaco Paolo Pace ha deciso di gettare la spugna e di rassegnare le proprie dimissioni, in aperta polemica coi consiglieri “ortodossi” vicini alla deputata Roberta Lombardi, che in consiglio municipale avevano messo in minoranza i “governativi” fedeli al presidente e leali nei confronti della sindaca Virginia Raggi.
Un esito che la prima cittadina, consapevole delle ripercussioni che avrebbe potuto avere a livello cittadino e nazionale, aveva tentato in ogni modo di scongiurare, nominando una task-force di consiglieri capitanata dal capogruppo in Campidoglio Paolo Ferrara, con la missione di far siglare un compromesso alle parti, capace di riportare la situazione alla normalità .
Missione che, lungi dall’appianare le divergenze, ha ulteriormente esacerbato gli animi (si parla di contatti fisici e di strattoni nel corso del tentativo di mediazione la settimana scorsa nella sede del municipio) e ha portato Pace ad usare parole al vetriolo nei confronti degli ortodossi per motivare la scelta di dimettersi.
Pace ha parlato di “una maggioranza che si comportava costantemente da opposizione, controllando e criticando ogni atto della giunta prima ancora che venisse prodotto, effettuando veri e propri blitz negli uffici amministrativi e producendo così una indebita e inaccettabile ingerenza”.
Lo strappo tra la giunta e i consiglieri si è prodotto sulla questione dell’area degli ex-mercati generali, per la quale la giunta cittadina ha avallato il progetto di riqualificazione già approvato dalla giunta Marino.
Scelta a sua volta approvata dal municipio, contro cui però si sono schierati gli ortodossi, chiedendo che si ridiscutesse il tutto e si ripartisse da una consultazione dei residenti.
Ma al di là del casus belli, la situazione era apparsa complicata per l’incompatibilità delle diverse visioni e sensibilità messe in campo dalle due “correnti”: i consiglieri ortodossi erano arrivati a chiedere a Pace di non utilizzare il simbolo pentastellato nelle sue uscite pubbliche, e hanno mantenuto una linea aspramente critica sul progetto del nuovo stadio della Roma, tanto da appoggiare la contestazione in Campidoglio alla sindaca da parte del tavolo urbanistica del movimento, capeggiato da Francesco Sanvitto, che non a caso si è occupato anche dei mercati generali.
Ora che la crisi è deflagrata sul piano politico, su quello formale ci sono 20 giorni da far trascorrere nel caso vi fosse un ripensamento del presidente dimissionario, dopodichè la gestione del municipio passerà direttamente nelle mani della sindaca, che potrà decidere la data delle elezioni (si pensa ad un mini election-day assieme a Ostia).
Resta, in ogni caso, il vulnus all’amministrazione cittadina, e una situazione interna al Movimento preoccupante, se si considera che proprio in questi giorni si dovrebbe assistere al rush finale sul nuovo progetto di stadio a Tor di Valle, per il quale dovrà poi necessariamente giungere il via libera dell’aula Giulio Cesare, in uno scenario che a questo punto non risulta dei più rassicuranti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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