Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
LA SCISSIONE E L’INCHIESTA CONSIP INDUCONO A VOTARE ALLA SCADENZA NATURALE DEL MANDATO
Matteo Renzi ha cambiato idea sul voto a settembre. Dopo aver provocatoriamente proposto di aprire
le urne ad aprile e poi aver indicato in più occasioni la via delle elezioni anticipate per chiudere la legislatura, adesso l’ex presidente del Consiglio si è rassegnato a vedere nel 2018 come data per il voto.
Lo fa tornando a proporre una commissione d’inchiesta con dodici mesi d’indagine all’orizzonte per le banche che dovrebbe indagare per i prossimi dodici mesi sui tanti scandali e scandaletti finanziari che hanno travolto il sistema del credito popolare in questi anni e minato la credibilità del suo governo con la faccenda del bail in e quella di Banca Etruria.
Ma soprattutto lo si evince dall’articolo che Maria Teresa Meli pubblica oggi sul Corriere della Sera.
Un articolo nel quale si mettono in fila tutti i momenti in cui Matteo Renzi cambia atteggiamento nei confronti del governo di Gentiloni elogiandolo per le sue uscite televisive e si segnala che la scissione e il caso Consip stanno mettendo in difficoltà il Partito Democratico, tra l’altro oggi attaccato con accuse di “furbizia e spregiudicatezza” nell’editoriale che Antonio Polito ha firmato per lo stesso giornale:
E infatti nella sua e-news lo spiega chiaramente, in un capitolo intitolato ironicamente «Pubblicità progresso»: «Gentiloni ha fatto un ottimo intervento a Domenica in, evidenziando, tra le altre cose, come l’obiettivo da perseguire tutti insieme sia continuare l’opera di riduzione delle tasse. Noi ci siamo».
Dunque Renzi vuole «cambiare verso» al destino del Pd, fossilizzato nelle polemiche interne e mediaticamente azzoppato dal caso Consip.
Ancora ieri girava voce di un litigio con la Boschi che lo avrebbe criticato per l’eccesso di difesa nei confronti di Lotti. Litigio smentito (peraltro Boschi è stata la prima, l’altro giorno, a rilanciare il post del ministro dello Sport) e che però la dice lunga sul clima di veleni che circonda il Pd, dove i seminatori di zizzania ormai abbondano. A tutto questo Renzi dice «basta». E si appresta a una nuova battaglia per rilanciare la commissione d’inchiesta sulle banche.
Renzi ha cambiato verso, quindi, ed è impossibile non notare che nel frattempo sia scomparsa dall’orizzonte della politica la legge elettorale: ai primi di febbraio il Partito Democratico pareva orientato a votare la proposta del MoVimento 5 Stelle sull’estensione dell’Italicum, che avrebbe avvantaggiato i grillini nella contesa.
Ora, nonostante siano da tempo arrivate le motivazioni della Corte Costituzionale sulla bocciatura della sua legge elettorale, tutto tace e nulla si muove.
Il motivo è facile da comprendere: una volta approvata la legge la corsa alle urne si accelererebbe. Ma qui nessuno ha fretta.
Anche perchè c’è da scalare la montagna dei sondaggi, che nelle ultime settimane hanno visto un calo del Partito democratico e certificato il sorpasso dei grillini nel totale delle preferenze per il voto alla Camera.
È evidente che alla decisione di Renzi non sono estranei poi i motivi di opportunità . Anche se è chiaro che l’inchiesta Consip, per quanto è emerso finora, contiene molti punti deboli che potrebbero affossarla ben più della fuga di notizie misteriosa che ha messo in allerta gli indagati e sulla quale c’è ancora molta oscurità , il rischio (soprattutto mediatico) di affrontare una campagna elettorale parlando degli atti dei magistrati è consistente.
Mentre è da escludere che la lettera aperta di Sala e Chiamparino in cui il sindaco di Milano e il governatore del Piemonte gli chiedono di abbandonare i “gruppi ristretti” e di avere maggiore “capacità inclusiva” avrà un qualche risultato, se non altro perchè Matteo Renzi in tv ha difeso a spada tratta il suo braccio destro Lotti e ha tagliato i ponti con gli scissionisti del PD che oggi i due vorrebbero in qualche modo recuperare.
Anche perchè un’alleanza preelettorale potrebbe essere presa in considerazione soltanto nel caso in cui si cambiasse la legge e si facesse spazio alle coalizioni. Una cosa che per adesso non sembra essere in programma.
Quindi per adesso lo sguardo rimane al 30 aprile, quando si terranno le primarie per eleggere il segretario del Pd e dove l’ex premier dovrebbe avere gioco facile nel garantirsi una riconferma che non è mai stata messa in discussione dai numeri.
Anche se, secondo le regole, se nessuno dei candidati supera il 50% dei voti, toccherà ai delegati dell’Assemblea scegliere il nuovo leader e questo potrebbe, incidentalmente, dare qualche pensiero a Renzi in caso di (improbabilissima) alleanza tra Michele Emiliano e Andrea Orlando.
Ma il margine di voti per adesso lo tranquillizza e gli fornisce la possibilità di prepararsi alle elezioni del 2018.
Dove si gioca non solo la presidenza del consiglio ma anche il suo avvenire politico.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Renzi | Commenta »
Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
QUESTA ACCOZZAGLIA DI FURBETTI DOVREBBE ESSERE L’ALTERNATIVA ALLE LEADERSHIP EUROPEE?
La badante della vecchia madre del leader ultraconservatore polacco Jaroslaw Kaczynski, spacciata per assistente parlamentare e pagata con i soldi dei contribuenti europei, non deve sentirsi sola.
Le fanno compagnia i finti assistenti del Front National di Marine Le Pen, le finte fondazioni dello Ukip, le finte “ricerche” commissionate dai deputati grillini.
Tutto, naturalmente, pagato con i soldi dell’Unione europea tanto esecrata.
Non mancano certo di coerenza i populisti eurofobi del Parlamento di Strasburgo: più detestano la Ue, più si mettono d’impegno a derubarla e a truffarla. E ora sono chiamati a restituire centinaia di migliaia di euro.
Le verifiche e le indagini, che l’ex presidente del Parlamento Martin Schulz ha meritoriamente inasprito, sulla correttezza dei bilanci dei gruppi politici hanno portato alla luce una vasta schiera di euro-furbetti.
C’è da augurarsi che il suo successore, Antonio Tajani, eletto da una maggioranza di centro-destra, prosegua nell’opera di controllo e di risanamento con altrettanta solerzia.
Ma probabilmente non è un caso che chi ha maggiormente abusato dei fondi messi a disposizione dai contribuenti europei venga proprio dalle file dei movimenti anti-Ue. Sono quegli stessi movimenti che contestano la rappresentatività democratica del Parlamento europeo.
Sono gli stessi che combattono le regole dell’Unione come se fossero il prodotto di una struttura burocratica e delegittimata.
Sono l’esercito dei sovranisti a sovranità limitata, che guardano a Putin o a Trump come a possibili liberatori dal “giogo” di Bruxelles.
Che orgoglio possono avere nell’assolvere al meglio un mandato parlamentare che disprezzano?
Quali vincoli morali possono sentire verso istituzioni che vorrebbero abbattere?
Quale rispetto possono provare verso i propri elettori di cui interpretano solo la rabbia, senza un sogno e senza un progetto?
Le piccole e grandi storie di ordinario malaffare probabilmente non serviranno a fermare l’ondata populista che minaccia di travolgere mezzo continente.
Le radici dello scontento sono profonde, spesso legittime, e l’infima qualità della classe politica anti-europea non le rende meno reali.
Ma certo, se il progetto europeo richiede una leadership migliore di quella che si ritrova, non c’è dubbio che meriterebbe, anche, nemici meno impresentabili di questa accozzaglia di furbetti.
(da “La Repubblica“)
argomento: denuncia | Commenta »
Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
I FINTI ASSISTENTI DI LE PEN, LA BADANTE DELLA MADRE DI KACZYNSKI, I CONTRATTI ILLECITI DELLA MOGLIE DI FARAGE… CI SONO ANCHE CASI ITALIANI: IL LEGHISTA BORGHEZIO, LARA COMI, DUE GRILLINE E UN PD
Sono loro, i grandi partiti europei che vogliono abbattere l’Unione, al centro delle inchieste per frode ai
danni delle casse del Parlamento di Strasburgo: abusano sistematicamente dei soldi Ue per portare a termine i loro disegni politici in patria. Frodi sistemiche, organizzate a livello centrale, come quelle del Front National di Marine Le Pen, dello Ukip di Nigel Farage o del partito Diritto e giustizia del polacco Jaroslaw Kaczynski.
Assumono collaboratori con i soldi di Strasburgo ma li impiegano in patria per lavorare al partito.
Ci sono anche casi italiani, di singoli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega ed ex Pd.
In questo caso senza un disegno di sistema, organizzato dalle forze politiche di appartenenza, ma episodi isolati.
La mappa delle frodi all’Europarlamento tracciata da Repubblica può partire in Francia, con un nuovo e inedito filone di indagini sul Front National di Marine Le Pen.
Già nella bufera per i casi legati agli assistenti pagati da Strasburgo ma al lavoro in Francia della candidata all’Eliseo, ora la forza politica che vuole portare Parigi fuori dall’Europa è al centro di un nuovo caso: le autorità europee e transalpine indagano sui contratti degli assistenti di altri big come Louis Aliot, compagno di Marine Le Pen, e Florian Philippot, braccio destro della leader, o del padre, il fondatore dell’Fn Jean-Marie.
Si passa allo Ukip di Nigel Farage, che a breve dovrà restituire circa un milione di euro al Parlamento Ue per i contratti di una serie di assistenti — tra cui la moglie Kirsten – che lavoravano per il partito pur essendo stipendiati da Strasburgo.
E poi ancora, le fondazioni dello Ukip, che prendevano fondi Ue per sostenere la politica europea del movimento ma che invece hanno usato i soldi per la campagna del referendum dello scorso giugno su Brexit.
Per finire con il caso di Jaroslaw Kaczynski, dominus politico del governo polacco guidato da Beata Szydlo che usava la signora Bozena Mieszka-Stefanowska, assistente del deputato Tomasz Poreba e quindi pagata da Strasburgo, come badante della madre scomparsa nel 2013.
Uno dei casi che riguardano il partito Diritto e giustizia che dovranno essere rimborsati all’Europarlamento.
Tra i dossier italiani quello di Lara Comi, deputata di Forza Italia che ha assunto la madre come assistente parlamentare e ora dovrà restituire i 126 mila euro percepiti dalla signora, Luisa Costa, dal 2009 al 2010.
Al centro di un’inchiesta ancora in corso e i cui esiti non sono ancora decisi due eurodeputate grilline: Daniela Aiuto e Laura Agea.
La prima è nel mirino per avere chiesto il rimborso, diverse migliaia di euro, per una mezza dozzina di ricerche che le sarebbero dovute servire per svolgere il mandato europeo ma che in realtà sono state copiate da siti come Wikipedia.
La seconda ha assunto come assistente un imprenditore, sospettato di non avere il tempo di svolgere il lavoro relativo la mandato europeo dalla deputata ma al massimo, nella veste di attivista del Movimento, di seguirla nella politica locale.
Al centro di un’inchiesta anche un collaboratore del leghista Mario Borghezio, Massimiliano Bastoni, assunto come assistente parlamentare del leghista Mario Borghezio nella legislatura europea 2009-2014. In questo caso l’illecito risiede nella doppia attività di Bastoni, che oltre a essere assistente accreditato del leghista, dunque con obbligo a prestare la propria attività tra Bruxelles e Strasburgo, era anche consigliere municipale a Milano. L’OLAF ha quantificato un danno erariale di 35mila euro per i viaggi che Bastoni si faceva rimborsare tra Bruxelles e Milano per prendere parte alle sedute del consiglio comunale.
Poi ci sono il viceministro Riccardo Nencini (ex europarlamentare al quale Strasburgo aveva chiesto indietro 455 mila euro ma ha scampato il rimborso grazie alla prescrizione) e il deputato eletto con il Pd, ora Mdp, Antonio Panzeri, che ha fatto ricorso alla Corte di giustizia europea di fronte alla richiesta di restituire 83 mila euro.
Quelli italiani sono casi isolati e spalmati su tre legislature, con la stragrande maggioranza dei 73 parlamentari eletti ogni cinque anni che rispetta alla lettera le regole.
(da “La Repubblica”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI E IL PATTO CON IL PARTITO DI PUTIN… GLI UTILI IDIOTI E I VENDUTI SONO SEMPRE ESISTITI
Prima la battaglia contro le sanzioni dell’Unione Europea alla Russia, ora un vero e proprio patto politico con il partito di Vladimir Putin.
Matteo Salvini — da fondatore dei Comunisti Padani — non perde dimestichezza con la linea di Mosca.
L’accordo firmato nella capitale russa tra Lega Nord e Russia Unita è definito di “cooperazione e collaborazione” e, anche se in concreto resta da capire di cosa si tratti, prevede — come dice lo stesso Matteo Salvini — unità di intenti su “lotta all’immigrazione clandestina e pacificazione della Libia, lotta al terrorismo islamico e fine delle sanzioni contro la Russia, che sono costate all’Italia 5 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro persi”.
Salvini ha incontrato non solo il cosiddetto “vicesegretario generale del Consiglio per le Relazioni internazionali” di Russia Unita, Serghiei Zhelezniak. Ma anche il ministro degli Esteri Serghei Lavrov: “Un interessantissimo confronto a due durato 35 minuti” racconta Salvini che dice di aver ringraziato il ministro “dell’intervento russo in Siria (quello che ha ammazzato decine di migliaia di civili innocenti …) .
Il testo dell’accordo con Russia Unita, che Salvini su Facebook definisce “storico”, prevede che le parti “si consulteranno e si scambieranno informazioni sui temi di attualità , sulle relazioni internazionali, sullo scambio di esperienze nella sfera delle politiche per i giovani, dello sviluppo economico”.
Qualcuno si candida ad agente del KGB insomma : d’altronde lo capisce anche un bambino che l’unico obiettivo di Mosca è quello di indebolire l’Europa e riacquistare il controllo del continente.
Obiettivo imperialista che la Russia ha peraltro sempre perseguito, anche nella versione oligarchica corrotta come quella attuale.
E di utili idioti e disposti a farsi comprare è pieno il mondo.
(da agenzie)
argomento: LegaNord | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA DI ENTRARE IN PARLAMENTO DICHIARAVA REDDITO ZERO, ORA 98.471 EURO MA DICE CHE I CINQUESTELLE NON SI SONO ARRICCHITI CON LA POLITICA… ANDIAMO A FARE DUE CONTI ALLORA
Roberto Fico ci ha spiegato che non è vero che i parlamentari del M5S come lui, Alessandro Di Battista
e Luigi Di Maio prendono quasi centomila euro all’anno (98.471 per la precisione) ma che in realtà ne prendono “esattamente la metà ”, ovvero poco meno di cinquantamila euro all’anno.
Il conto è presto fatto: dei 10 mila euro lordi mensili che costituiscono lo stipendio dei parlamentari i Cinque Stelle hanno deciso di percepirne cinquemila (lordi). Secondo Fico i giornali che hanno parlato dei redditi dei politici hanno voluto “fare titoloni” per far credere che i parlamentari del MoVimento sono uguali a tutti gli altri quando non è così.
In sostanza quindi invece che guadagnare quasi cinquemila euro netti al mese i 5 Stelle ne incassano poco meno di tremila.
Secondo Fico questo li renderebbe molto diversi dai politici “di professione” ovvero da tutti gli altri parlamentari che incassano lo stipendio per intero e quindi anche da Virginia Raggi e Chiara Appendino che prendono più o meno quanto deputati e senatori degli altri schieramenti politici.
Questo però non significa che i vari Alessandro Di Battista, Roberto Fico e Luigi Di Maio non siano politici di professione, soprattutto per una ragione: prima di entrare in parlamento Roberto Fico e Luigi Di Maio (e con loro altri 49 deputati pentastellati) avevano dichiarato di non avere un reddito ovvero di guadagnare zero euro.
Di Battista invece nel 2012 aveva dichiarato redditi pari a 3.176 euro, ovvero in un anno ha guadagnato quanto ora prende in un mese. Questo si è un vero affare.
La tesi di Fico e di altri portavoce è che loro non si sono arricchiti con la politica, al contrario di quello che fanno quotidianamente da anni i parlamentari della casta.
Un ragionamento che i 5 Stelle sono costretti a fare per non fare la fine della Lega Nord, arrivata una ventina di anni fa a suon di “Roma Ladrona” e ora perfettamente integrata nei modi della politica romana, soprattutto per quanto riguarda il trattamento economico.
Per non perdere la purezza, ma al tempo stesso dovendo percepire uno stipendio i 5 Stelle devono dire che nessuno di loro ci guadagna dalla politica.
Di sicuro i parlamentari non saranno diventati milionari ma passare dal non avere un lavoro fisso — o non avere un reddito — a prendere più di tremila euro al mese (ovvero cinquantamila euro all’anno per cinque anni) è un bel salto di qualità e di quantità .
È moralmente sbagliato? Stando a quanto dicevano i pentastellati prima di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, sì, soprattutto se si tratta di esponenti della casta non laureati e non competenti.
Per quanto riguarda gli altri invece è giusto che la politica abbia un costo, a patto che i politici facciano ciò per cui sono pagati.
E a livello di produttività Roberto Fico risulta essere al 327° posto (su 630 deputati), non proprio uno dei primi della classe.
Non è vero però che i parlamentari prendono “solo” cinquemila euro netti al mesi, a questi però vanno aggiunti rimborsi per le spese sostenute — e rendicontate “al centesimo” dai Cinque Stelle — che i parlamentari a Cinque Stelle si fanno rimborsare da Camera e Senato.
Certo, a differenza degli altri parlamentari i pentastellati restituiscono (con qualche trucco per fare propaganda) tutto quello che non spendono.
Ma è proprio su quello che spendono i parlamentari pentastellati che la questione della trasparenza si fa più opaca.
Qualche tempo fa Roberta Lombardi si è scagliata contro quei parlamentari a Cinque Stelle che pur essendo di Roma si fanno rimborsare le spese per l’alloggio.
Ed è un peccato che la Lombardi non abbia fatto i nomi.
Ma non ci sono solo i romani: c’è il caso di Marta Grande, che nel 2013 fece notizia per aver rendicontato 12 mila euro per due mesi di affitto, che pur essendo di Civitavecchia (ad un’ora di regionale da Roma) spende 1.800 euro al mese di affitto (più 270 euro di spese per manutenzione e utenze).
Mediamente i parlamentari del MoVimento spendono intorno ai 1.500 euro al mese, che anche per una città come Roma sono decisamente alti.
C’è chi spende addirittura di più però, Il Dubbio ad esempio ha scoperto che il senatore Morra (che non è di Roma) spende 2.155 di affitto al mese (più le spese per utente etc.)
Addirittura la deputata padovana Silvia Benedetti ha speso nel maggio 2016 2.600 euro di affitto mentre c’è chi come Nicola Cappelletti ha dovuto pure “ristrutturare” l’appartamento avendo speso 1.500 euro di affitto e 1.400 euro di spese di manutenzione: un affarone.
Non è vero quindi — e lo si può dire guardando proprio il sito Ti Rendiconto — che i Cinque Stelle fanno attività politica prendendo solo “3.000 euro di stipendio” perchè — proprio come tutti i parlamentari — hanno le spese pagate.
E anche la rendicontazione non procede poi così rapidamente, siamo a marzo 2017 e la maggior parte dei Senatori e Deputati ha rendicontato le spese fino a ottobre 2016, con alcune eccezioni che hanno “già rendicontato” fino a dicembre 2016.
Prendiamo ad esempio Roberto Fico: ultima rendicontazione disponibile su Ti Rendiconto (a marzo 2017) è quella di ottobre 2016.
Roberto Fico dichiara di aver ricevuto rimborsi forfettari pari a 10.516 euro, quanti ne ha restituiti (ovvero non ha speso)? Ben — si fa per dire — 990 euro e 55 centesimi.
Tra le spese di Fico la parte del leone la fanno i 1.876.61 euro di spese di alloggio (1.400 euro d’affitto più le spese).
Se lo sarebbe potuto permettere con il reddito che aveva prima? La risposta è no.
Lo paga con lo stipendio da parlamentare? No.
Quindi alla domanda “i parlamentari dei Cinque Stelle si sono arricchiti?” la risposta è sì perchè dal momento che — come tutti — rendicontano le spese (certo, se prendi 3000 euro al mese e ti pagano l’affitto magari non è che ti devi fare rimborsare anche i 100 euro di spesa al supermercato, altrimenti sei “come gli altri” no?) quei 3.000 euro sono “tutto guadagno”.
Soprattutto se prima ne prendevi zero.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
LA GIUNTA RISCHIA DI CADERE SULLA RIQUALIFICAZIONE DEGLI EX MERCATI GENERALI… L’ENNESIMA SPECULAZIONE CHE I CONSIGLIERI NON VOGLIONO… E NEI MUNICIPI SE NE SONO GIA’ ANDATI 11 ASSESSORI
La base in rivolta contro una grande opera che ha i contorni della speculazione, i consiglieri che minacciano di sfiduciare il proprio (mini)sindaco.
Ma non parliamo del nuovo stadio della Roma e delle fratture interne al Campidoglio, che anzi sembrano essersi un po’ ricomposte negli ultimi giorni.
Lontano da Palazzo Senatorio, nella periferia Sud della Capitale, va in scena lo stesso copione già visto in Comune per la querelle di Tor di Valle.
Con toni ancora più esasperati, perchè qui i dissidenti sono ormai maggioranza e non si capisce più chi è ancora dentro e chi fuori al Movimento: nel Municipio VIII la minigiunta a 5 stelle guidata da Paolo Pace rischia seriamente di cadere sulla riqualificazione degli ex Mercati Generali, dopo che già a gennaio erano stati cacciati due assessori (sono oltre 10 gli allontanamenti su tutto il territorio, tra dimissioni e revoche).
Un altro cantiere urbanistico, avallato dal minisindaco col benestare dell’amministrazione di Virginia Raggi, che però vede ormai contrari la maggior parte dei portavoce.
Giovedì 2 marzo solo il mancato raggiungimento del numero legale ha evitato una resa dei conti sommaria in assemblea, solo rimandata alla settimana prossima.
Se non si troverà un compromesso, franerà un pezzettino del governo M5s della Capitale: la giunta verrà sfiduciata e il Municipio commissariato. Con degli inevitabili riflessi anche sul Comune, che ha avuto un ruolo non del tutto marginale nella gestione della vicenda.
DOPO LO STADIO, GLI EX MERCATI GENERALI
Il malessere nel Municipio VIII, la vasta area meridionale che comprende storici quartieri come Ostiense e Garbatella, si trascina da tempo.
A giugno, dopo la vittoria alle elezioni, il gruppo sembrava coeso. Ma quasi subito qualcosa si è incrinato: a partire dalla nomina di Massimo Serafini come vice e assessore al Bilancio, nonostante gli estremi di conflitto d’interessi (direttore generale di Confservizi Lazio, associazione che però collabora con il Municipio) denunciati da alcuni suoi colleghi di partito.
E poi comportamenti autoritari, mancanza di trasparenza, atti unilaterali, a sentir parlare i consiglieri.
Ora la crisi sta esplodendo sulla riqualificazione degli ex Mercati generali, zona centrale e in totale disuso su via Ostiense.
Un’altra grande opera urbanistica, proprio come il nuovo stadio della Roma, invisa alla base: perchè la convenzione (165mila euro l’anno per un’area di otto ettari dal valore almeno dieci volte superiore) sarebbe “un regalo ai costruttori”; e perchè il piano di costruzione già predisposto comprenderebbe solo uffici e grandi centri commerciali, con appena il 3% di opere pubbliche, contro la volontà della popolazione.
Un gruppo nutrito di consiglieri si è rivolto al Tavolo M5s Urbanistica (quello coordinato da Francesco Sanvitto, lo stesso che aveva preparato la delibera di revoca del pubblico interesse per Tor di Valle), che ha dato parere negativo. L’amministrazione, però, ha deciso che l’opera si deve fare: così la pensa il presidente di Municipio Paolo Pace; e fin qui pure la sindaca Virginia Raggi, anche perchè l’area è in totale disuso e non ci sono soldi per bonificarla, il progetto è in fase molto avanzata (più dello stadio: la Conferenza dei servizi si è già conclusa positivamente) e secondo l’avvocatura capitolina il rischio di una causa per danno erariale è concreto. Tutte ottimi ragioni per chiudere un occhio sulla convenzione.
PRONTA LA MOZIONE DI SFIDUCIA
Il gruppo M5s locale si è spaccato: con il presidente sono rimasti solo in 6, mentre 9 si sono dissociati. E a nulla è valsa l’opera di mediazione del Comune: a inizio anno la Raggi aveva inviato tre tutor (i portavoce comunali Pacetti, Zotta e Guerrini), rispediti al mittente.
Quando è stata convocata un’assemblea pubblica per discutere del progetto, altri consiglieri sono intervenuti per cercare di “silenziarla”. Tutto inutile.
La situazione, già molto tesa, è precipitata definitivamente la scorsa settimana in assemblea, dove uno degli uomini di Pace ha presentato una mozione favorevole al progetto insieme ai capigruppo dell’opposizione.
Il voto è saltato all’ultimo per mancanza del numero legale, ma ormai siamo arrivati al punto di non ritorno: i “dissidenti” hanno denunciato ai probiviri il firmatario, chiedendone l’espulsione, e sono pronti a far cadere la giunta.
“Ci chiamano dissidenti, ma sono loro che stanno tradendo i valori per cui sono stati eletti”, spiegano. “Così non è il M5s che sta governando il Municipio, non ha senso andare avanti”.
In tutto ciò, il Comune osserva preoccupato e prova a ricucire: fino ad oggi la Raggi si era schierata dalla parte di Pace, ora le cose potrebbero cambiare anche dopo l’autogol della mozione firmata insieme al Pd. “Noi non siamo contro la sindaca, ma le nostre istanze non sono mai state ascoltate”, precisano i portavoce locali.
Lunedì dovrebbe esserci un incontro in Campidoglio, un estremo tentativo di riconciliazione davanti alla sindaca, alla vigilia del consiglio municipale decisivo previsto per martedì: i “ribelli” chiedono le dimissioni immediate del vice-presidente Serafini, il ritiro del parere favorevole al progetto e l’apertura di un tavolo per capire se ci sono i margini per rivedere almeno in parte la convenzione. “In caso contrario la mozione di sfiducia è già pronta, dobbiamo solo presentarla”.
NEI MUNICIPI VIA 11 ASSESSORI
Che ci sia più di una frizione nel Movimento romano, del resto, lo si capisce anche dai tanti avvicendamenti nelle minigiunte a guida 5 stelle: addirittura 11 dall’inizio della legislatura, e non solo nel Municipio VIII.
L’ultimo ad andarsene in ordine di tempo, giusto un paio di settimane fa, è stato Claudio Bollini, nel Municipio XV: qui qualcuno aveva fatto male i conti sulle “quote rosa”, e dopo una nota ufficiale del segretariato il titolare dell’Urbanistica ha dovuto sacrificarsi per lasciare spazio ad una donna, ancora da individuare.
Certo, c’è chi ha lasciato per motivi personali, di salute o di lavoro (almeno ufficialmente): Emilio Giacomi all’Ambiente del Municipio V, Lucia Carletti, Elena Palermo e Cettina Caruso alla Scuola rispettivamente nel Municipio IX, VI e XI, Rita Pomponio alla Cultura nel VI. Ma il numero resta molto alto, e in diversi casi l’addio non è stato indolore. Nel Municipio VI (l’area di Roma Est e del Pigneto), ad esempio, il titolare dell’Ambiente, Andrea De Carolis, se n’è andato sbattendo la porta (è il terzo in pochi mesi), a quanto è trapelato per la diversità di vedute sul ciclo di rifiuti (lì si trova l’impianto di Rocca Cencia e il tanto contestato tritovagliatore).
Nel Municipio III (Montesacro, il quartiere di Roberta Lombardi e Marcello De Vito) è stata allontanata l’assessora alla Mobilità Patrizia Brescia, impallinata dalla sfiducia delle opposizioni e pure della sua stessa maggioranza.
Nel Municipio IV aveva fatto molto discutere la revoca di Emanuela Brugiotti, a causa delle troppe assenze dovute però alla maternità .
E poi c’è il caso ovviamente del Municipio VIII, dove a gennaio erano stati cacciati, sempre per divergenze urbanistiche, l’assessore Rodolfo Tisi, e pure la titolare della Scuola, Sandra Giuliani. Adesso a loro potrebbe aggiungersi proprio il presidente Pace, insieme a ciò che resta della sua giunta. “Saremo i primi a cadere, ma anche i primi a rialzarci”: un attivista di spicco locale ne è sicuro.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Roma | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
IL SEN. ESPOSITO LASCIA GLI STUDI DE LA 7 DOPO IL SOLITO MONOLOGO DI DI MAIO… LE CONDIZIONI CHE PONGONO I CINQUESTELLE PER PARTECIPARE ALLE TRASMISSIONI E IMPEDIRE IL CONFRONTO
«Io sono stufo che ad ogni trasmissione Di Maio e Di Battista si sottraggano al confronto»: Stefano
Esposito, senatore del Partito Democratico, lascia in polemica lo studio di Tagadà dopo l’intervista a Luigi Di Maio andata in onda durante la trasmissione.
«Ho aspettato diligentemente ma è stata fatta un’intervista-monologo. Io mi confronto con tutti. Di Maio ha detto una quantità di sciocchezze, le ha evase tutte, ha detto delle bugie infamanti. Io sono pronto a tornare quando Di Maio e Di Battista saranno pronti al confronto», ha concluso il senatore.
Le rimostranze del senatore Esposito sono in effetti giuste.
Da molto tempo infatti le trasmissioni televisive che ospitano alcuni esponenti del MoVimento 5 Stelle sono “costrette”, per portare a casa l’intervista, a organizzare un faccia a faccia con il conduttore.
Quando questo non succede, accade invece che la comunicazione del M5S metta il veto sulla presenza di alcuni ospiti, come ha raccontato il professor Paolo Becchi di recente.
Per questo fa anche sorridere che la conduttrice Tiziana Panella dica nel video «Io ho il diritto di intervistare chi voglio» quando sa benissimo che in realtà quello a cui si sta piegando è un obbligo: l’alternativa è o quel tipo di intervista o nessuna intervista. Vista invece la delicatezza dell’argomento — il caso Lotti e le possibili ripercussioni sul governo — sarebbe il caso di evitare interviste a due e concedersi al dibattito pubblico, dove ognuno potrà farsi la sua opinione.
Se non è troppo chiedere.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
“LEZIONI PER STRANIERI IN AULE AD HOC”… LA RIVOLTA DEGLI STUDENTI ITALIANI: “QUI NON CI SONO RAGAZZI STRANIERI, SOLO RAGAZZI”…. IN REALTA’ ERA UN ESPERIMENTO SOCIALE PER STUDIARE LA REAZIONE
Cosa accadrebbe se una mattina entrando in classe dovesse arrivare una circolare che impedisce ai ragazzi figli di migranti di stare con i compagni?
Alla scuola media “Pertini” dell’istituto comprensivo “Lanino” di Vercelli è successo. Nei giorni scorsi, in previsione della Giornata dedicata alla Memoria dei Giusti celebrata oggi in tutt’Europa, la preside ha scritto una circolare che citava queste parole: “A partire da oggi con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe”. Firmato: Ferdinanda Chiarello, dirigente scolastica.
Una simulazione realizzata grazie proprio alla complicità dei ragazzi con genitori non italiani, che hanno retto la parte fino alla fine.
“Quando i collaboratori scolastici sono entrati in classe — spiega la preside — e gli insegnanti hanno letto la direttiva, i ragazzi cui era rivolta la circolare si sono alzati in piedi rassegnati, pronti ad uscire dall’aula”.
Ma è in quel momento che gli altri non sono rimasti zitti. Non hanno accettato l’ordine che arrivava dall’alto. Hanno alzato la voce contro la preside e i professori.
“Alcuni ragazzi erano pronti ad andarsene dalla scuola per protestare, altri volevano andare immediatamente all’ufficio scolastico provinciale. Qualcuno ha detto che avrebbe chiamato a Roma, il ministero. Ero a casa ammalata e mi hanno persino raggiunto telefonicamente per farmi sapere il loro dissenso”, racconta la professoressa Chiarello.
Una protesta “giusta” che è stata sedata solo quando gli insegnanti hanno svelato loro che si trattava di una simulazione per comprendere meglio quello che è accaduto con l’entrata in vigore delle Leggi Razziali in Italia.
“Bisogna provare, sperimentare sulla propria pelle cosa significa il razzismo. E’ inutile parlare di inclusione se non la si fa davvero. Nella nostra scuola, non ci sono ragazzi stranieri, ci sono solo ragazzi”, spiega la dirigente orgogliosa di essersi prestata alla proposta fatta dalle docenti della seconda della “Pertini”.
Sulla pagina Facebook della scuola, “Il giardino dei giusti del Comprensivo di Lanino”, i ragazzi e gli insegnanti hanno postato le loro riflessioni dopo l’inconsueta lezione: “Affinchè questa memoria — ha scritto una docente — non si faccia mai pietra gelida immobile, ma percezione viva, sofferenza a cui dare una risposta, che chiama con forza l’azione e la responsabilità ”.
Così anche un ragazzo ha scritto su un post-it fotografato e messo sul social: “Io ho proposto alla professoressa di portare tutta la classe nell’aula di arte dicendo che ognuno di noi è straniero. E l’abbiamo fatto”.
Oggi l’ultima tappa di questo percorso. Stamattina nel giardino della scuola in onore della Giornata dei giusti sono stati piantati due alberi: uno in memoria di Janusz Korczak, il medico e pedagogo polacco che rimase fino alla morte accanto agli ebrei orfani di cui si prendeva cura; l’altro per ricordare Faraaz Hussein, il giovane musulmano bengalese che è rimasto fino alla morte accanto alle sue amiche durante l’attentato dell’Isis a Dacca nel luglio dello scorso anno.
Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
IN UNA ZONA INFESTATA DALLA CAMORRA GLI AGENTI SONO COSTRETTI A LASCIARE LA SEDE PER LAVORI SULL’IMMOBILE… MA DA 30 ERANO GIA’ STATI RIDOTTI A 2
Nove anni fa l’annuncio di un presidio dello Stato nella terra dei Casalesi. 
Una sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta a Casal di Principe, lì dove c’era il regno sanguinoso di Giuseppe Setola e dove la camorra non è ancora sconfitta. Ma dei trenta poliziotti entrati in servizio nove anni fa ne erano rimasti solo due e anche quest’ultimi agenti andranno via.
Un segnale mortificante per lo Stato lì dove i segnali contano quasi quanto gli omicidi.
Ma perchè succede? Burocrazia sembra essere la risposta.
L’immobile usato negli ultimi anni dagli agenti come sede è una villa confiscata al boss Dante Apicella ma la struttura non rispetta più alcune norme tra cui quelle di agibilità antisismica.
E quindi i poliziotti se ne devono andare.
Antonio Borrelli, questore di Caserta, spiega che “la struttura ha bisogno di grossi interventi di natura logistica. Forse qualche anno fa si badava meno a questi aspetti. Ma i luoghi di lavoro devono avere i requisiti previsti dalla legge. E qui ci sono diversi problemi di sicurezza, a partire dall’acqua inquinata. Si tratta di interventi che non possono essere fatti con la presenza di personale all’interno della struttura”.
Molto amareggiato il sindaco anticamorra di Casal di Principe, Renato Natale. Che al Corriere della Sera — che ha riportato la notizia in prima pagina — dice “le norme di prima non vanno più bene e dunque la sezione della “mobile” non può più stare lì. Capisco tutto… Ma per noi è un disastro“.
Diversa invece la posizione del procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli, che al Mattino dichiara che “visti i problemi di organico di cui soffre la polizia di Stato, tenere aperte due sezioni in luogo di una è praticamente inutile.
E — continua — se la sezione distaccata di Casal di Principe può contare solo di due uomini, l’unica soluzione logica è chiuderla“.
E in effetti gli agenti che operavano a Casal di Principe erano via via diminuiti: dalla ventina iniziale a 15, nell’ultimo anno poi erano rimasti in due. Continueranno a indagare dalla sede di Caserta. Per Borrelli, “fin quando persisteranno i problemi in termini di personale, l’esistenza della sezione distaccata a Casal di Principe non ha ragion d’essere”.
Ed è indubbio che anche dalla sede centrale gli agenti continueranno a portare avanti la lotta alla camorra, ma la presenza fissa della Squadra Mobile nella cittadina a 20 chilometri da Caserta aveva anche un valore simbolico.
Come scrive Gian Antonio Stella l’abbandono dell’avamposto “è uno sbaglio (…) che rischia di dare un segnale pessimo ai cittadini perbene che, anche a dispetto delle difficoltà economiche, continuano a sperare nel riscatto. E incoraggiare i malavitosi, oggi in difficoltà , a rialzare la testa”.
“Lo Stato doveva fare di tutto per non chiudere la sezione della Mobile”, dice Emilio Diana, fratello di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dai Casalesi il 19 marzo del 1994 nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casale.
“Per i cittadini era garanzia di sicurezza, anche se oggi non c’è più quell’emergenza di una volta e, grazie anche all’attività del sindaco Renato Natale, si respira un’aria diversa a Casal di Principe”.
Anche Francesco Greco, procuratore della Repubblica di Napoli Nord, ritiene che sia “meglio tenere aperti i posti di polizia piuttosto che chiuderli, anche considerando il fatto che la presenza della Polizia di Stato nell’agro-aversano è assolutamente sottodimensionata, e che i Casalesi non sono definitivamente sconfitti”. E ribadisce che “la presenza sul territorio della Polizia di Stato è sempre un fatto estremamente positivo, specie in luogo simbolo come Casal di Principe”.
“Apprendiamo dai giornali, con vivo stupore, che, a causa dell’inagibilità dei locali, chiude la sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta nel Comune di Casal di Principe. Notizia inaccettabile e fuori da ogni logica rispetto al contrasto alla criminalità organizzata” afferma da Napoli Tommaso Delli Paoli, segretario nazionale del Silp Cgil. “Appare inopportuno che un posto di Polizia di estrema professionalità investigativa, nato e pensato dall’allora capo delle Polizia Antonio Manganelli per dare un forte segnale di presenza dello Stato su un territorio a forte penetrazione criminale e per la presenza di efferati clan malavitosi, come quello dei Casalesi, possa finire così.
Il Silp Cgil — continua il sindacalista — dice no a tale ipotesi e si mobilita, chiedendo che vengano individuati nuovi locali dove allocare il nucleo di investigatori che hanno permesso la cattura di importanti latitanti come Zagaria, Iovine, Setola e tanti altri. Inoltre, appare evidente che tale paventata ipotesi, in un luogo simbolo dello strapotere criminale come Casal di Principe, implichi emotivamente sui tanti cittadini onesti il senso di abbandono e di resa dello Stato. Non possiamo tollerarlo” conclude il sindacalista.
(da agenzie )
argomento: denuncia | Commenta »