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LA RISCOSSA DI NANTES LA ROSSA: “VOTEREMO MACRON, QUA MARINE LE PEN NON PASSERA’ MAI”

Maggio 1st, 2017 Riccardo Fucile

VIAGGIO NELLA CITTA’ LABORATORIO IN TESTA ALLA QUALITA’ DELLA VITA DOVE LA SINISTRA GOVERNA DA 40 ANN E DOVE LA PEN HA PRESO SOLO IL 7%: “NON FAREMO COME MELENCHON, FERMEREMO IL RAZZISMO”

Come si fa a battere Marine Le Pen? Lasciandosi alle spalle le estenuanti discussioni parigine sul «fronte repubblicano»; è meglio salire su un treno ad alta velocità . Scivolare lungo la valle della Loira, verso l’Ovest.
Eccola Nantes, più di due ore di viaggio.
In testa nelle classifiche sulla qualità  della vita, un piacevole mix di case bianche e antiche e sorprendenti palazzi contemporanei, meta di tanti francesi che qui possono ricominciare una vita, tra silenziosi tram e piste ciclabili.
E una disoccupazione in costante calo (7,9% contro il 10% nazionale).
Ebbene, al primo turno delle presidenziali, la candidata del Front National ha preso il 7%, un terzo della media di tutta la Francia: ancora meno del 2012.
Aymeric Seassau, 39 anni, assessore alla Cultura, riceve vicino alla Cattedrale, alla pizzeria di Giuseppe (che tifa ancora Catania, ma dice: «Qui si vive benissimo»). Seassau è un comunista, dice che a Nantes da molto tempo non mangiano più i bambini. «La sinistra amministra la città  dal 1977: da allora i socialisti, maggioritari, governano con noi e oggi anche con i Verdi – racconta -. Abbiamo perso solo un mandato, negli Anni Ottanta».
Nel 1988 divenne sindaco Jean-Marc Ayrault, che ha trasformato la città , in carica fino al 2012, oggi ministro degli Esteri.
Professore di tedesco, Ayrault, figlio di un operaio e di una sarta, militava da giovane nel Movimento rurale della gioventù cristiana, che a quei tempi occhieggiava al marxismo: siamo nelle terre del cattolicesimo sociale in salsa francese.
«Negli Anni Ottanta chiusero i cantieri navali, nell’isola formata dalla Loira, nel cuore della città  – continua Seassau -. Ma ci siamo risollevati».
Ora l’isola è un insieme di sale di concerto, istituti di ricerca, società  hi-tech. Ma i cantieri esistono ancora, nella vicina Saint-Nazaire, da poco proprietà  di Fincantieri.
E a Nantes pullulano fabbriche «vere», dell’aeronautica soprattutto.
«La Francia senza industria non ha futuro – precisa l’assessore -. Tra tutti coloro che si trasferiscono a Nantes, il 40% è rappresentato da impiegati e operai: non si sono solo startupper. E il 26% del parco immobiliare è costituito da case popolari: non abbiamo buttato fuori i poveri ».
In questo contesto, i 300 mila abitanti di Nantes (e gli 800 mila dell’agglomerato) hanno snobbato la Le Pen.
Al primo turno Jean-Luc Mèlenchon ha preso il 25,4%, il socialista Benoà®t Hamon l’11% ed Emmanuel Macron il 30,8%, contro rispettivamente 19,6, 6,4 e 24% a livello nazionale.
Seassau ha votato per Mèlenchon, ma «al ballottaggio non farò come lui: esiste una differenza tra i razzisti e gli altri, voterò Macron. Che, però, dovrà  tenere conto dei nostri voti e rinunciare al suo progetto liberista. Altrimenti lo combatteremo, anche per le strade».
Quanto al risultato così buono in città  per il giovane candidato di «En Marche!», dice che «tanti elettori di sinistra lo hanno votato per evitare di ritrovarsi poi la Le Pen contro Franà§ois Fillon».
Le stradine scendono dalla Cattedrale giù verso la place Royale, dove alcuni giovani distribuiscono i volantini di Macron.
«Ha fondato il movimento En Marche! il 6 aprile 2016 e io già  la notte sul web mi iscrissi», racconta Morgan Simon, 31 anni. Originario di Nancy, nell’Est disastrato, anche lui si è rifatto una vita qui, dove già  possiede due pizzerie in franchising.
«Ma fare impresa in Francia è difficilissimo: io sono come Macron, più di destra per l’economia e più di sinistra per i temi di società ».
Accanto a lei Victoria Jolly, 23 anni, è attirata «da un progetto che va al di là  dei partiti tradizionali. Se Macron sarà  eletto, non dovrà  cambiarlo. E della sua validità  dobbiamo convincere la gente».
Pure Goulven Boudic, politologo, non crede all’ipotesi di Nantes nuovo «feudo macronista». «Qui, anche se diviso sui candidati – spiega -, l’elettorato di sinistra è rimasto compatto e non ha ceduto alle lusinghe della Le Pen, anche per la tradizione cattolica di sinistra, che genera sempre meno dirigenti, ma si mantiene come traccia culturale. A Nantes la sinistra ha governato con pragmatismo, cercando di coinvolgere la società  civile e gli imprenditori, tutti insieme verso un progetto comune. Potrebbe essere un esempio a livello nazionale».
Da anni si parla del «laboratorio Nantes». Ma la gauche francese resta spesso settaria e inconcludente.
Nantes, in fondo alla valle della Loira, rimane una piccola parte di Francia. Sospesa tra sogno e aspirazione.

Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)

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ONG, SERVIZI SEGRETI E BALLE PUBBLICHE: VOILA’ I SOVRANISTI DA TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO

Maggio 1st, 2017 Riccardo Fucile

A CERTA SEDICENTE DESTRA COMPLOTTISTA PIU’ CHE RIAPRIRE LE CASE CHIUSE FAREBBE BENE LA RIAPERTURA DEI MANICOMI

Internet permette la circolazione di idee, confronti, conoscenze come mai nella storia dell’umanità . Esiste il rovescio della medaglia: per chi ha dei seri problemi psichici e per i manipolatori di menti è anche un ottimo strumento per seminare odio e raccontare balle stratosferiche, stante i beoni che circolano sul web.
Il problema delle Ong che “potrebbero” (per usare il termine di uomo di legge che dovrebbe parlare solo quando i fatti sono provati) essere colluse con gli scafisti diventa così un terreno fertile per i manipolatori interessati a veicolare balle per eliminare una delle poche realtà  “umane” in un mondo fondato sulle speculazioni e sugli egoismi.
Chi ha come modello la fortificazione del pianerottolo di casa, la paura del diverso, l’accumulo di soldi nel materasso, la “roba” da lasciare ai pronipoti (se gli stessi, educati ai sani principi, non li sgozzano prima, per anticipare i tempi dell’eredità ), la “famiglia” salvo sputtanare soldi in mignotte, il “matrimonio tradizionale” salvo accoppiarsi con i trans nei viali delle periferie e poi tornare al desco familiare, scambiare il fascismo con un saluto romano da esibizionisti   senza aver mai letto uno straccio di libro, ci fornisce finalmente sul web la verità  sulle Ong .
Dopo una seduta collettiva (in questo caso hanno fatto una eccezione al loro ego smisurato che impedisce di andare oltre un numero dispari inferiore a tre) nel reparto psichiatrico, emerge finalmente la verità  rivelata diffusa sul web.
In realtà  le Ong, in particolare il Moas, ma anche Emergency, non hanno a bordo degli operatori umanitari ma dei “mercenari”, ovvero dei contractors pagati dai servizi segreti americani. Con la scusa di soccorrere i profughi, in realtà  monitorano le coste, agendo come spie. Perchè in tempi dove con i satelliti possono controllare persino quante volte un soggetto va in bagno, è evidente che una spia deve imbarcarsi su una nave scassata, affrontare magari il mare forza 7 e fare un secondo lavoro per “osservare il prossimo”, passando inosservato.
Quindi dietro il Moas non possono che esserci gli americani che lo finanziano e se avanza qualche soldo a fine anno il saldo attivo lo   danno alla campagna elettorale della Clinton. Magari ci aggiungono anche un assegno del “famigerato” finanziere Soros (ma i finanzieri amici di Putin che si sono arricchiti sulla pelle del popolo russo fanno beneficienza?) che ci sta sempre bene.
Poi citare i servizi segreti è facile: essendo segreti non potranno mai smentire.
Basta mettere un “forse” davanti a ogni affermazione cialtrona, non da ultimo chi ancora ieri diceva in TV “se i nostri servizi segreti sono informati parlino”, e il messaggio è veicolato.
Tutti a ripetere dietro al cazzaro: “ecco, dietro ci sono i servizi segreti, Soros, e forse anche il mio vicino arabo che mi sta sul cazzo e quella troia della mia collega ebrea che lavorerà  di certo per il Mossad”.
In attesa di sapere se gli scafisti hanno finanziato per ripicca la campagna elettorale di Trump, se nelle prigioni libiche gli aguzzini si sono forgiati a Guantanamo, se la contabilità  degli imbarchi viene tenuta dalla Boldrini attraverso sua sorella, se a impedire a Di Maio di laurearsi è stato un complotto del califfato in combutta con la università  di Tirana dove si è laureato il “trota”, non resta che aspettare l’ora di pranzo.
Anche nei manicomi rappresenta l’unico momento di normalità .
Per qualche minuto cala il silenzio anche tra i coglioni.

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PRIMO MAGGIO SENZA LAVORO

Maggio 1st, 2017 Riccardo Fucile

I TAVOLI DI CRISI AL MINISTERO SONO 153 E LA SOLUZIONE E’ UN MIRAGGIO

Primo maggio: dal 1886 celebra la festa del Lavoro per ricordare il giorno che diede l’inizio al grande sciopero generale negli Stati Uniti per ottenere la giornata lavorativa di 8 ore.
Oggi, la giornata di festa serve piuttosto a ricordare quanti, almeno in Italia, siano disoccupati o rischiano di diventarlo.
I numeri sono impietosi: a febbraio i senza lavoro erano 2,98 milioni; gli inattivi — coloro che delusi nè hanno un lavoro, nè lo cercano — addirittura 13,48 milioni.
Le politiche occupazionali del governo non hanno avuto l’effetto positivo sperato: finito il tempo dei sussidi le assunzioni sono calate, ma sono cresciuti i licenziamenti disciplinari.
Rispetto all’entrata in vigore del jobs act, a febbraio sono aumentati del 69%.
“Finito il doping fiscale degli incentivi per le assunzioni è finito l’effetto positivo sul mercato del lavoro” ripete l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
E i numeri confermano la sua analisi: nel 2016 solo il 29% dei nuovi contratti è stato a tempo indeterminato. Due anni prima erano il 32% a dimostrazione che il problema dell’Italia non era nella flessibilità , ma nel tessuto industriale del Paese. Un aspetto, forse, ancora più preoccupante.
Anche perchè al ministero dello sviluppo economico sono aperti più di 150 tavoli di crisi, un numero magico che da almeno due anni non accenna a calare.
Dal 2008 al 2016 sono stati gestiti circa 1.000 tavoli per un totale di oltre 3.000 incontri con imprese, ma la situazione non cambia. In gioco resta il futuro di oltre 250mila dipendenti.
“Purtroppo manca un progetto, bisogna guardare al tessuto produttivo del Paese per cercare le giuste soluzioni” dice Tiziana Bocchi, segretaria confederale Uil che poi aggiunge: “Il governo ha varato Industria 4.0, è una cosa positiva, ma diventa inutile se non si investe in infrastrutture. Serve una visione strategica del Paese, ma c’è un vuoto enorme”.
A complicare la situazione — dicono i sindacati — è la riforma degli ammortizzatori sociali che sarebbero serviti ad accompagnare imprese e lavoratori.
Così per alcuni il Primo maggio sarà  un giorno di festa per riposare, ma per molti altri sarà  un momento per fare il punto sulle 14 aree di crisi complessa: quelle che hanno una rilevanza strategica industriale con ricadute su tutto il territorio nazionale.
“Non basta prevedere singoli interventi correttivi ma — spiega Bocchi — occorre dotarsi di un progetto di rilancio del nostro sistema industriale che, partendo da una politica dei fattori e traguardando missioni strategiche precise e cogenti, sappia dare continuità  produttiva e occupazionale attraverso il ricorso a investimenti pubblici e privati”.
Abruzzo
L’area di crisi complessa coinvolge la Val Vibrata, dove vivono 80mila persone: uno dei distretti industriali più floridi d’Italia è stato messo in ginocchio dalla crisi. Tra il 2008 e il 2015 sono fallite 178 imprese sulle 503 interessate da procedure concorsuali. Il comparto col più alto tasso di perdita d’impresa è quello del tessile/abbigliamento (10%), seguito dalla pelletteria (2%) e dal mobile/legno (1,6%). Il tavolo di crisi è aperto, ma i provvedimenti sono ancora in fase di definizione.
Friuli Venezia Giulia
L’area industriale di Trieste è stata riconosciuta in crisi dal 2013 per i problemi relativi alla faticosa riqualificazione delle attività  industriali e portuali e del recupero ambientale. Il tavolo ha deliberato interventi di messa in sicurezza, riconversione e riqualificazione industriale dell’area, mediante tre distinti momenti: nel 2014 è stato siglato l’accordi di programma per la disciplina degli interventi relativi alla riqualificazione delle attività  industriali e portuali e del recupero ambientale nell’area di crisi industriale, mentre il Prri (Progetto di Riqualificazione e Riconversione industriale) è stato approvato il 17 giugno 2016. La soluzione per il porto è ancora lontana.
Lazio
Sono aree di crisi complessa il “sistema locale del lavoro” di Rieti che ricomprende 44 Comuni e l’area di Frosinone. Con il Prri si è provato a mettere in atto interventi finalizzati alla salvaguardia e consolidamento delle imprese del territorio, all’attrazione di nuove iniziative imprenditoriali ed al reimpiego dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, ma la strada è tutta in salita: il terribile terremoto dell’anno scorso ha messo in ginocchio il tessuto economico della zona, privando gli imprenditori e gli allevatori delle principali fonti di sostentamento. L’area di Frosinone è stata riconosciuta come area di crisi industriale complessa con decreto 12 settembre 2016: a preoccupare è soprattutto l’assenza di infrastrutture.
Liguria
L’area di Savona, con i SLL di Cairo Montenotte e Comuni di Vado Ligure, Quiliano e Villanova d’Albenga, riconosciuta area di crisi industriale complessa e nel 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Savona con il compito di definire e attuare il Prri. Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali riguardano Sestri Ponente. Tra le aziende coinvolte più rilevanti ci sono Tirreno Power con un centinaio di dipendenti e altrettanti di Bombardier Transportation.
Marche
L’Area di Val Vibrata — Valle del Tronto — Piceno è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 10 febbraio 2016: il riconoscimento contestuale di aree appartenenti a due Regioni nasce dalla contiguità  territoriale, dalle affinità  socio-economiche e dalle omogenee caratteristiche delle rispettive crisi industriali, unitamente a esigenze di potenziamento infrastrutturale interregionale. Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali: Fabriano, Gaifana/Nocera Umbra, Matelica (MC), Sassoferrato (AN), Ancona. Nel frattempo la giunta regionale delle Marche ha ripartito i 17 milioni di euro che il Por Fesr assegna alle tre aree di crisi industriale del territorio: Piceno, provincia di Pesaro Urbino, area del Fabrianese coinvolta dalla crisi dell’ex Antonio Merloni.
Molise
Campochiaro, Bojano e Venafro: l’area delle province di Isernia e Campobasso ricomprendente i Comuni di Campochiaro, Bojano e Venafro è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 agosto 2015. Si è in fase di predisposizione del Prri che si approverà  con l’accordo di programma: l’obiettivo di governo e Regione è rendere attrattivo il territorio e rilanciare la filiera tessile, quella avicola ed il settore metalmeccanico che soffre una pesante crisi con Gam e Itierre
Puglia
L’area di Taranto è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con il DL 7 agosto 2012, n. 129. Il problema principale della Regione è sempre l’Ilva.
Sardegna
L’area di Porto Torres è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 ottobre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Porto Torres con il compito di definire e attuare il Prri. L’area di Portovesme, con i SLL di Carbonia, Iglesias e Teulada, è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 13 settembre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Portovesme con il compito di definire e attuare il Prri.
Sicilia

La crisi industriale del Polo di Termini Imerese, determinata dalla chiusura degli stabilimenti del Gruppo Fiat, ha richiesto un intervento coordinato del MISE, della Regione Siciliana e delle Istituzioni locali, con il supporto tecnico di Invitalia, per individuare concrete opportunità  di reindustrializzazione dell’area: sono stati programmati interventi finalizzati a mantenere la vocazione produttiva del territorio nel settore automotive, senza escludere l’inserimento di ulteriori imprese operanti in settori diversificati, con obiettivi di rilancio e di sviluppo industriale.
Il riconoscimento fa seguito al Protocollo di Intesa per l’area di Gela — sottoscritto tra MISE, Regione Siciliana, Comune di Gela e ENI S.p.A. ENI Mediterranea Idrocarburi S.p.A., Raffinerai di Gela S.p.A., Versalis S.p.A., Syndial S.p.A. e rappresentanze delle Organizzazioni Sindacali e Confindustria Centro Sicilia, in data 6 novembre 2014 — in cui, alla luce della crisi del settore della raffinazione, si evidenziava la necessità  di una profonda revisione del modello industriale del sito produttivo di Gela, con conseguente piano di riconversione dell’intera area.
Toscana
Con il decreto legge 26 aprile 2013, n. 43 l’area industriale di Piombino è stata riconosciuta come area di crisi Industriale complessa per la quale è stata ravvisata la straordinaria necessità  e urgenza di adottare interventi di implementazione infrastrutturale, riqualificazione   ambientale e reindustrializzazione, con l’obiettivo principale di mantenere e potenziare i livelli occupazionali dell’area siderurgica, superare la grave situazione di criticità  ambientale dell’area e garantirne uno sviluppo sostenibile. Nonostante i vari accordi, compreso quello con Aferpi, la situazione per Piombino resta complicata.
Per l’area di Livorno, invece, si è deciso di definire una complessa ed unitaria manovra di intervento mediante l’attuazione di un Piano di rilancio della competitività , con il completamento infrastrutturale nodo intermodale e integrazione piattaforma logistica costiera e la riqualificazione produttiva dell’area, ricomprendendo anche Collesalvetti e lo sviluppo del parco produttivo di Rosignano Marittimo. In fase di riconversione c’è anche l’area industriale di Massa Carrara.
Umbria
L’area di Terni — Narni è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 ottobre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Terni — Narni con il compito di definire e attuare il Prri.   Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali riguardano l’area di Costacciaro, in provincia di Perugia.

(da “Business Insider”)

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