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INTERVISTA A GIORGIO GORI: “CHIUDETE TUTTO, ANCHE LE FABBRICHE”

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

“ORMAI GLI ANZIANI MUOIONO A CASA”

Sindaco Gori, inevitabile, come prima cosa, partire dalle immagini dei carri militari andati a prendere i corpi a Bergamo. Una fila interminabile.
È un’immagine che più ha scosso le sensibilità : la nostra, ma anche quella di tante persone lontane. Mi pare anche di chi ha responsabilità  di governo. È come se l’Italia avesse di colpo realizzato cosa sta davvero succedendo in questa provincia, quello che andiamo raccontando da settimane.
Ci racconti la situazione di queste ore. Non c’è più spazio neanche nel forno crematorio, che lavora 24 ore al giorno, giusto?
Abbiamo dovuto chiedere il supporto di altri impianti crematori, in altri città , che ci stanno aiutando.
Neanche nelle camere mortuarie mi pare. Non voglio essere macabro, sono elementi di una drammatica cronaca.
È la realtà  di questi giorni terribili. In cui moltissime famiglie si sono ritrovate faccia a faccia con la morte.
Qual è, al momento, la situazione negli ospedali?
È allo stremo, aldilà  di quanto si possa immaginare. In Lombardia e a Bergamo abbiamo un ottimo sistema sanitario, forse il migliore del nostro Paese. Agli ospedali pubblici si sono affiancati anche quelli privati. Si sono moltiplicati i posti letto, inventati nuovi spazi per le cure intensive. Eppure non basta. Le persone che avrebbero bisogno di essere ricoverate e curate sono molte di più.
Fece molto discutere una sua frase sui medici chiamati a operare in condizioni estreme, tali da metterli di fronte alla scelta sul chi salvare. In fondo anche Fontana ha detto la stessa cosa: “Se va avanti così non potremo curare tutti”. Si sta arrivando a quello che diceva lei?
Ci siamo arrivati da un pezzo. Quando ho parlato della dolorosa scelta di quei medici parlavo di fatti di cui ero assolutamente certo.
Ci sono anziani che muoiono in casa, nei conventi, nei monasteri che non riescono neanche a salire sull’ambulanza. Neanche arrivano negli ospedali. Conferma?
È quello che sta accedendo. In questa provincia il numero dei decessi a causa del virus è di gran lunga superiore a quello delle statistiche ufficiali. Molti malati anziani muoiono di polmonite a casa loro, o nelle case di riposo, senza che nessuno abbia fatto loro un tampone, nè prima nè dopo il decesso. Ho chiamato una dozzina di sindaci, per farmi un’idea: in quei comuni il numero dei decessi attribuibili all’epidemia è all’incirca quattro volte quello ufficiale.
Sapeva che un’azienda di Brescia ha mandato mezzo milione di tamponi negli Stati Uniti, e sarebbero invece bastati per tutto il Nord? È davvero una cosa clamorosa.
Non mi pare che in Italia scarseggino i dispositivi per eseguire i tamponi: mancano semmai i tecnici per fare i prelievi, i laboratori per analizzarli, se è vero che già  oggi ci vogliono giorni per avere i risultati.
Ma lei è favorevole al cosiddetto “modello coreano”, di tamponi a tappeto?
Non so dire se oggi, visto il livello diffusione dell’epidemia in questa regione, abbia senso avviare tamponi di massa: ne andrebbero però fatti a decine di migliaia, forse di più. E ho l’impressione che – semplicemente – non si sia in condizione di farlo.
Non è il momento delle polemiche ma è inevitabile che, in queste situazioni, ci si chieda se è solo un castigo divino o se ci sono degli errori umani. Si può dire che c’è una falla nella Sanità  lombarda, che non riesce ad assicurare servizi a tutti?
La sanità  lombarda, ripeto, è tra le migliori di questo Paese. Quella bergamasca è al primo posto nella classifica del Sole 24 Ore. Ma l’impatto di quello che sta succedendo travolge qualunque difesa. Negli ospedali ci sono medici e infermieri che fanno miracoli, la medicina di territorio è a sua volta in prima linea, ma non basta. Gli operatori sanitari si ammalano, ci sono continue defezioni dovute al virus. La verità  è che vengono al pettine gli errori fatti negli ultimi anni, i mancati adeguamenti dei bilanci della sanità  — mentre si buttavano decine di miliardi su altri fronti — le strozzature del sistema formativo dei medici, dai numeri chiusi alle scuole di specialità  per pochi. E anche se non li avessimo fatti, questi errori, probabilmente saremmo lo stesso in difficoltà .
Il Veneto che è un modello che, a differenza di quello lombardo, ha meno presenza del privato funziona meglio, perchè funziona meglio la prevenzione. Si può dire?
Non credo. Qui i privati stanno aiutando. Tantissimo. L’Humanitas Gavazzeni è praticamente un ospedale per soli pazienti Covid. La verità  è che il Veneto ha avuto un solo focolaio, a Vo’, ed è stato ben circoscritto. La Lombardia ne ha avuti due, a Codogno e in Val Seriana, e sul secondo non si è intervenuti per tempo.
A fine febbraio, quando c’era già  la zona rossa a Codogno e i primi contagi in val Seriana lei non invocò la zona rossa. Perchè?
Io sono stato tra quelli che l’ha chiesta, per giorni, e anche con forza. Qualche giorno fa è emerso che all’ospedale Fenaroli è andata come all’ospedale di Codogno. Polmoniti in crescita già  a gennaio, forse addirittura a dicembre, non riconosciute per tempo come manifestazioni del virus — del resto allora non era forse neanche possibile –   trattate come mutazioni del ceppo annuale dell’influenza. In mezzo ai medici, agli infermieri, agli altri pazienti. Si sono infettati tutti. Bisognava chiudere, come a Codogno, come ho chiesto anche io, e invece non si è fatto. Non mi chieda perchè, non lo so. Non era facile, non era campagna come a Lodi, c’erano un sacco di imprese, una zona molto più urbanizzata. Hanno mandato l’esercito a fare i sopralluoghi ma alla fine non l’hanno chiusa. E a quel punto era forse già  troppo tardi.
Lei, un po’ come faceva Sala con “Milano non si ferma”, era della linea “Bergamo non si ferma”. È stata una sottovalutazione?
Sì, era una sottovalutazione.
Non fu l’unico, c’era chi diceva che era una influenza, ma crede di aver commesso qualche errore?

Ci abbiamo messo qualche giorno di troppo a capire, abbiamo sbagliato anche noi, anche io. Per alcuni giorni — eravamo già  zona gialla — abbiamo pensato che si potesse tenere insieme la prudenza, il rispetto delle regole, le distanze di sicurezza, e la vita normale. Eravamo preoccupati per il virus, ma anche per le attività  economiche delle nostre città , i negozi, gli studi, i bar, la vita stessa nei nostri concittadini. Ma quell’equilibrio non poteva reggere.
Ad esempio, c’era Bergamo in fiera, e il Comune propose la convenzione con l’agenzia dei trasporti locali, per una scontistica. Valanghe di persone sugli autobus…
No, no, erano chiusi i centri commerciali, ma aperti i negozi di vicinato, che disperatamente cercavano di salvare almeno un pezzetto del loro lavoro. Con ciò, non c’era folla nei negozi e tantomeno sugli autobus. Anzi.
Il regista Paolo Franchi ha pubblicato una suo foto al ristorante con sua moglie mentre invitava i bergamaschi ad andare avanti senza allarmismi. Tre giorni prima l’ospedale di Alzano Lombardo era in tilt.
È quello di cui parlavo. Il messaggio che accompagnava quella foto parlava di preoccupazione, ma anche di “andare avanti con intelligenza e buon senso, senza allarmismi”. Non abbiamo dato messaggi sciocchi, ma in quel momento stavamo certamente sottovalutando il pericolo. Gli stessi virologi del nostro Paese erano divisi sull’argomento Coronavirus, faccia lei.
Perchè Bergamo è l’epicentro della pandemia?
Credo per quello che è accaduto tra Alzano Lombardo e Nembro, e per le scelte che non sono state fatte.
Il governo, proprio in queste ore, sta valutando una ulteriore stretta alle misure di contenimento. Lei è d’accordo?
Sì, assolutamente. Da almeno dieci giorni dico che bisogna chiudere tutte le attività  non essenziali. Si salvaguardino le filiere strategiche – alimentare, sanità , energia – e si chiuda il resto. Che senso ha tenere aperta una fabbrica di bottoni o di giocattoli e vietare ai cittadini di fare jogging in campagna?
Magari non è il momento, ma non crede che a bocce ferme si dovrà  indagare sulle responsabilità  di ognuno?
Forse, alla fine. Anch’io ho qualche sasso nelle scarpe. Ma non adesso, adesso è invece fondamentale che le istituzioni si mostrino coese, che trasferiscano solidità  e fiducia. E comunque il mio giudizio sulla risposta complessiva del Paese, delle sue istituzioni e dei suoi cittadini è largamente positivo. Non parliamo neppure di questa città  e di questa provincia: i bergamaschi hanno fama di gente tosta, stavolta si stanno dimostrando dei marine.
Di cosa ha bisogno oggi Bergamo?
Di medici e di infermieri, di ventilatori polmonari, di dispositivi di protezione per evitare che gli operatori sanitari si ammalino. Domani serviranno anche forti aiuti economici, per rimettere in piedi questa terra in difficoltà , ma oggi le priorità  sono tutte sanitarie.
Che appello vuole lanciare?
Chiedo aiuto alle altre regioni e agli altri Paesi che hanno avuto la fortuna di non trovarsi sulla linea di primo impatto di questo flagello. I bergamaschi sono andati ovunque, per qualunque alluvione o terremoto, in Italia e fuori, abbiamo sempre aiutato tutti. Adesso tocca a noi ricevere soccorso.

(da “Huffingtonpost”)

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MEZZA LOMBARDIA VA ANCORA IN GIRO, POI E’ INUTILE LAMENTARSI

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

IL 43% DEI LOMBARDI SI SPOSTA ANCORA OGNI GIORNO … SE NON SI CHIUDONO UFFICI E ATTIVITA’ NON SI RISOLVE UNA MAZZA

Mezza Lombardia va ancora in giro. Grande preoccupazione arriva dalle istituzioni, dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, al presidente della Regione, Attilio Fontana, che chiede una presenza massiccia dell’esercito.
Sala: “In Lombardia si muove ancora il 42-43% della popolazione”.
“Se in Lombardia il 42-43% della popolazione si sposta ancora rispetto al periodo precedente l’emergenza sanitaria, “evidentemente non è solo il jogging il problema”. Lo ha detto il vicepresidente della Regione Lombardia, Fabrizio Sala, a Sky Tg24. “Anche oggi siamo su una media del 42-43% rispetto alla mobilità  in un giorno normale della regione Lombardia”.
Il dato ormai rappresenta circa l′85% del totale della popolazione, quindi è un dato sicuramente valido. Ci sembra molto alto. Stiamo facendo un’analisi su fascia oraria, abbiamo dei picchi molto importanti alle 18 e alle 19, seguono le 12 e le 13. In questi orari la gente si sposta di più. Molto sicuramente è dovuto alle attività  produttive, noi facciamo l’appello a chi sta uscendo senza una reale necessità ”.
Oggi in Regione Lombardia “c’è una riunione in cui incrociamo tutti i dati di movimento e le fasce orarie. Da lì capiamo se questi provvedimenti possono avere un effetto significativo. Ieri il presidente Fontana ha parlato con il presidente Conte e ora aspettiamo una risposta del governo. Poi vedremo anche come Regione che cosa fare”, ha aggiunto Sala.
Prefettura di Milano dispone impiego di 114 militari di “Strade sicure.
Con la rimodulazione dei servizi, decisa stamane in sede di Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, con la presenza degli assessori regionali Riccardo De Corato e Pietro Foroni, secondo le indicazioni del Ministro dell’Interno, 114 unità  di militari dell’Esercito di Strade Sicure verranno impiegate direttamente nel controllo delle misure di contenimento della diffusione del virus Covid-19. Lo fa sapere la Prefettura di Milano.
Trentaquattro unità  sono già  operative per il controllo dei passeggeri nelle stazioni ferroviarie – rende noto la Prefettura -. Da domani partiranno i nuovi servizi, insieme al potenziamento dei controlli da parte di tutte le forze di polizia. I servizi aggiuntivi si distribuiranno nella Città  Metropolitana tenendo conto dei flussi di movimenti rilevati in questi giorni, delle segnalazioni pervenute dai sindaci e della incidenza territoriale del contagio. Nella giornata di ieri sono stati effettuati 11.944 controlli, 353 persone e 6 titolari di esercizi commerciali denunciati. Quattro gli esercizi chiusi con sanzione amministrativa.

(da agenzie)

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IL PALMEIRAS COMMUOVE L’ITALIA: “SOFFRIAMO E PIANGIAMO CON VOI”

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

IL CLUB CALCISTICO DI SAN PAOLO E’ STATO FONDATO DA IMMIGRATI ITALIANI: “CON ORGOGLIO ABBIAMO OSTENTATO I VOSTRI COLORI CON I NOSTRI SIMBOLI”

In tutto il mondo proseguono i messaggi di solidarietà  nei confronti dell’Italia, afflitta dal continuo aumentare dei contagi e dei morti da coronavirus.
L’ultimo, il più commovente, arriva dal Brasile, dal Palmeiras, squadra di San Paolo nata da immigrati italiani nel 1924 come “Palestra Italia” (cambiò nome nel 1942) e da sempre legata al calcio nostrano. “Siamo con voi fratelli italiani! Siamo insieme fratelli italiani. Forza”.
Una lunga lettera che avvicina il club di San Paolo al nostro paese: “Cara Italia – si legge -, sono trascorsi più di cento anni da quando ci siamo salutati, quando la guerra, la povertà , e la fame hanno cambiato i nostri destini, all’inizio dello scorso secolo. Con molta sofferenza e nostalgia, abbiamo attraversato l’Atlantico per ‘Fare l’America’. Con sudore, lavoro, fede e determinazione, sono stati gli italiani immigrati qui a San Paolo a portare avanti la lotta contro la Grande Influenza nel 1918, che ha devastato il mondo, simile ai tempi così bui che stiamo vivendo oggi. Abbiamo vinto insieme queste e altre sfide, e siamo diventati ancora più forti nel nostro percorso”.
“Oggi tuo figlio soffre e piange”
“Sono passati tanti anni, abbiamo raggiunto la gloria sia a livello sociale che sportivo, come lo avete fatto anche voi quando una Seconda Guerra Mondiale ci ha immersi di nuovo nel caos, nella paura e nella distruzione. Abbiamo avuto di nuovo la forza per superare momenti bui, per rinnovarci e andare avanti. Anzi, proprio questo sembra essere il nostro destino: riemergere sempre, sempre più forti. Con orgoglio abbiamo ostentato i tuoi colori con i nostri simboli. Era la nostra premessa nei primi tempi della nostra esistenza. Oggi chiediamo il permesso ai nostri avi per riscrivere questa idea: quando feriscono in qualche modo l’Italia, feriscono anche il Palestra e la sua gente. Oggi, il tuo figlio, qui in Sud America, soffre e piange nel vedere la sua terra madre in difficoltà , come tutto il resto del mondo. E’ dovere dei più giovani – conclude la lettera aperta del club brasiliano – accogliere i parenti e gli amici più vecchi e più fragili con altruismo e fratellanza, così come i nostri genitori e nonni”.

(da agenzie)

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COME MATTEO SALVINI PROVA A FAR DIMENTICARE CHI HA CHIUSO GLI OSPEDALI

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

IL BALLISTA DICE CHE L’EUROPA HA VOLUTO CHE CHIUDESSIMO GLI OSPEDALI, IN REALTA’ LI HA CHIUSI LA LEGA IN LOMBARDIA E VENETO PER FAVORIRE LA SANITA’ PRIVATA

«Occorre rivedere tutte le regole europee. Negli anni passati bisognava CHIUDERE gli ospedali, le scuole… perchè ce lo chiedeva l’Europa». Matteo Salvini, il leader responsabile che vuole tirarci fuori dall’emergenza coronavirus con la sola forza dei suoi tweet ha deciso di andare all’attacco contro l’Unione Europea che ci ha costretto a chiudere gli ospedali e le scuole.
Lo fa con il solito mantra del “bisogna cambiare l’Europa”. Lo dicono tutte le forze politiche del continente: ma per la Lega significa che “o si cambiano le regole o si esce”.
Dopo i migranti che ci fanno chiudere gli ospedali oggi è colpa della UE
Cosa c’entrino le scuole lo sa solo lui, al momento sono chiuse a causa dell’epidemia di Covid-19, che decisamente non ha nulla a che fare con le regole europee.
E gli ospedali? Vi sorprenderà  scoprire che lo stesso Matteo Salvini che oggi dà  la colpa alla UE che ci ha chiesto di chiudere gli ospedali non più tardi di quindici giorni fa sosteneva che se non c’erano abbastanza posti nei reparti di rianimazione era colpa delle politiche di accoglienza dei migranti.
Ora che di invasione, migranti, barconi e porti chiusi non si parla più Salvini gioca la carta del nemico europeo. E chissà  se qualcuno tra gli elettori della Lega si ricorda che il Carroccio è anche quello che ha chiesto a gran voce la Flat Tax (le tasse servono per finanziare il SSN) o che ha approvato Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza (quanti miliardi sono costati?).
Difficile che lo dica Salvini, proprio oggi che vengono richiamati in servizio i medici mandati in pensione con Quota 100.
Se avanza tempo ci si può soffermare sul fatto che l’emergenza sanitaria, la crisi dei posti letto in terapia intensiva, sta avendo luogo in Lombardia e in Veneto. Due regioni dove da decenni è la Lega a governare.
Se dei tagli ci sono stati non è certo stato per fare spazio ai migranti (a proposito, vi ricordate di quanto “spendeva” lo Stato per i migranti con la Lega al governo?) o perchè ce lo chiedeva l’Europa ma a causa di precise scelte politiche.
Chi ha svenduto la sanità  lombarda ai privati?
Chi ha tagliato i posti letti ospedalieri in Veneto?
Chi aveva predisposto sei miliardi di euro di tagli lineari a scuola e sanità  per il 2020?
Chi è che aveva detto che i medici di famiglia non sono poi così importanti perchè ormai i cittadini (che hanno sufficienti disponibilità  economiche) si rivolgono direttamente agli specialisti nei centri di medicina privati?
Di chi è stata la decisione di “azzerare” l’addizionale IRPEF in Veneto e così avere meno risorse a disposizione per la Sanità ?
Risposta a tutte queste domande: la Lega.

In quelle regioni vent’anni di politiche leghiste sulla Sanità  hanno portato ai risultati che abbiamo sotto gli occhi di tutti. E con l’Autonomia Differenziata (a proposito, come mai non se ne parla più?) Veneto e Lombardia hanno chiesto maggiori competenze, anche in ambito sanitario.
Ma quando è che l’Europa ci ha chiesto di chiudere scuole e ospedali?
È vero, l’Unione Europea si sta muovendo troppo lentamente e la Presidente della BCE Christine Lagarde prima di annunciare un bazooka finanziario da 750 miliardi di euro ha fatto una dichiarazione che ha molto danneggiato il nostro Paese.
Ma non è di questo che sta parlando Salvini. Il quale essendo stato parlamentare europeo l’opportunità  per “cambiare le regole europee” la ha avuta. Così come ha avuto la possibilità  — da ministro dell’Interno — di cambiare l’atteggiamento della UE rispetto all’immigrazione.   Ma quando era a Bruxelles Salvini non andava quasi mai a lavoro. E quando era al Viminale ha disertato quasi tutti i vertici europei.
Cosa ha fatto l’Europa (cioè noi)? Ci ha chiesto di ridurre gli sprechi, e gli sprechi sono quelle spese che non producono maggiori servizi per i cittadini ma solo vantaggi per alcuni.
Ci ha imposto dei parametri, delle regole, rispetto al debito pubblico. Ha detto al nostro Paese (e a tutti gli stati membri) che non potevano fare troppo debito pubblico.
La ragione è semplice: bisogna tenere i conti in ordine perchè poi può succedere che in un periodo di crisi ad esempio basti poco per far salire il famigerato spread oltre la soglia di sicurezza.
Oppure perchè c’è il rischio di fare default, che significa non avere più soldi per garantire i servizi essenziali.
La Lega invece ha risposto proponendo i Minibot, oppure di fare più deficit per finanziare la Flat Tax (salvo magari dire che voleva usare “la ricchezza degli italiani”) non per aumentare gli stanziamenti a favore di scuole e ospedali.
Nel 2020 i due grandi provvedimenti della stagione di governo gialloverde come RdC e Quota 100 costeranno la bellezza di 12 miliardi di euro.Soldi che si sarebbero senz’altro potuti investire altrove. Ma quando Lega e M5S “lottavano” con la Commissione Europea per il famoso 2,4% non stavano pensando a scuole ed ospedali.

(da “NextQuotidiano”)

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LE MASCHERINE DI ZAIA CHE NON SERVONO CONTRO IL CORONAVIRUS NON CI SONO

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

ANNUNCIATE PRIMA DI ESSERE CONSEGNATE, COMUNI INCAZZATI PERCHE’ I CITTADINI LE CHIEDONO… LO SPOT LEGHISTA SI TRAMUTA IN AUTOGOL

Ieri abbiamo parlato delle fantastiche mascherine di Luca Zaia contro il Coronavirus (che NON SONO dispositivi di protezione individuale) e oggi il Corriere del Veneto fa sapere che il governatore le ha annunciate prima che fossero consegnate, scatenando una caccia nei comuni:
«Ciao, scusa il disturbo, tu sai dove si trovano le mascherine di Zaia?». Non quelle della Regione, quelle di Zaia.
I messaggi girano da mercoledì in tutte le chat, dopo l’annuncio del governatore in conferenza stampa, e successiva la promessa di invio in tutti i luoghi sensibili per compensare la carenza di dispositivi, cercati da tutti e trovati da pochi.
Per i sindaci però è un fattore di complicazione che si aggiunge a quella che è già  (ed è noto,senza ombra di dubbio) un’emergenza: i cittadini chiedono ai Comuni di avere le mascherine prodotte e distribuite da Grafica Veneta.
Che però non sono ancora arrivate capillarmente. La diffusione delle notizie è rapidissima di questi tempi e già  nel pomeriggio di mercoledì, a poche ore dall’annuncio, i municipi erano bersagliati di richieste.
Ieri, sui social, i sindaci hanno dovuto pubblicare post e video per spiegare ai cittadini che no, le mascherine non c’erano.
«Sarà  nostra cura avvisarvi tempestivamente su quantità  e modalità  di consegna delle mascherine annunciate dalla Regione non appena arriveranno delle indicazioni» spiega il sindaco di Preganziol Paolo Galeano su Facebook. Il suo vicesindaco Stefano Mestriner va più sul concreto rispondendo a un commento: «Centinaia di telefonate e messaggi che arrivano perchè “Zaia ha detto che i Comuni le hanno”. È irresponsabile gestire le cose così, se le risposte devono arrivare dagli altri». Uno sfogo che coinvolge tutti i territori impegnati a gestire un’impellenza in più.
Nelle farmacie è difficile perfino prenotare le mascherine perchè i rifornimenti arrivano col contagocce, l’ordine via web prevede un’attesa di diversi giorni, e allora le autoprodotte mascherine «venetiste» sono un miraggio per chi non le può acquistare tramite i canali ufficiali.
Ma a fare la sintesi è un ex sindaco, Simonetta Rubinato di Roncade: «Grazie all’imprenditore Franceschi per l’iniziativa. Ma il presidente della Regione avrebbe fatto bene ad attendere che le mascherine fossero consegnate, per non mettere in difficoltà  sindaci, uffici comunali e protezione civile, che sono in prima linea di fronte alle aspettative dei cittadini in ansia. #propagandainquarantena».

(da “NextQuotidiano”)

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LE MASCHERINE “MADE IN VENETO” DI ZAIA NON POSSONO ESSERE UTILIZZATE NEI LUOGHI DI LAVORO (NON SERVONO A PROTEGGERE DAL CORONAVIRUS)

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

LE AZIENDE DEVONO DOTARE I LAVORATORI DI DPI OMOLOGATI… È URGENTE PROTEGGERE GLI OPERATORI SANITARI NEGLI OSPEDALI E NELLE CASE DI RIPOSO

La dichiarazione di Christian Ferrari, segretario generale Cgil Veneto
“Stiamo ricevendo dai luoghi di lavoro numerose richieste sulla possibilità  di utilizzare le cosiddette “mascherine made in Veneto”, presentate ieri in conferenza stampa dal Presidente Luca Zaia.
È necessario precisare che in nessun caso possono essere considerate “Dispositivi di protezione individuale”, come del resto è scritto nero su bianco su quegli stessi prodotti. Sono dunque inservibili per proteggere i lavoratori mentre svolgono le loro mansioni.
Approfittiamo dell’occasione per ribadire che nelle aziende la cui attività  non è stata vietata dall’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, vanno rispettate nella maniera più rigorosa le prescrizioni previste dalle autorità  sanitarie, a partire dalle dotazioni di Dpi a norma. E che laddove ciò non sia possibile, l’attività  va sospesa attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali come previsto dal Protocollo sulla sicurezza firmato tra Governo, sindacati e parti datoriali, e ribadito anche dall’Accordo sottoscritto a livello regionale.
Infine, abbiamo inviato — come CGIL, CISL e UIL Veneto — una richiesta urgente d’incontro alla Regione per affrontare la gravissima situazione che gli operatori stanno vivendo non solo nelle strutture sanitarie, ma anche nelle case di riposo, nelle quali sono spesso costretti a lavorare a contatto con i pazienti senza le necessarie protezioni. Sono luoghi ad altissimo rischio, che senza utilizzare le precauzioni necessarie mettono a repentaglio entrambi. E’ necessario intervenire per modificare questa situazione pericolosissima nei tempi più rapidi. Ci auguriamo che le istituzioni regionali rispondano prontamente alla nostra richiesta”.

(da agenzie)

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IL 15% DELLE PERSONE IN VIAGGIO VERSO LA PUGLIA DAL NORD AVEVA LA FEBBRE E SINTOMI INFLUENZALI

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

LA DIFFUSIONE NEL MERIDIONE DEL CORONAVIRUS DETERMINATO DA COMPARTAMENTI IRRESPONSABILI…. 466 CONTAGIATI IN PUGLIA PER CONTATTI CON PERSONE PROVENIENTI DALLE ZONE ROSSE DEL NORD

Il grande rientro negli scorsi due finesettimana dal nord al sud. È stato per giorni un motivo di discussione e di contrasti su quanto stava accadendo in Italia nella fase dell’emergenza coronavirus.
Dopo i due decreti del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, infatti, si è assistito alle famose scene di viaggio sulla direttrice nord-sud che di certo non hanno agevolato il contrasto al coronavirus. Anzi: lo hanno in qualche modo condizionato in negativo. Soltanto qualche giorno fa, il direttore del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Bari, Gioacchino Angarano, aveva detto che nei reparti ci sono molte persone contagiate con figli venuti dal nord.
Adesso, l’analisi di altri dati porta a riflettere sui viaggiatori in Puglia con febbre e sintomi influenzali.
Secondo quanto riportato da Repubblica — che ha citato come fonte alcune indagini effettuate dai Dipartimenti di prevenzione delle Asl — soltanto nello scorso fine settimana, il 15% delle persone che sono rientrate in Puglia da Veneto e Lombardia presentava febbre o sintomi influenzali.
Al di là  delle misure previste dal dpcm che sconsigliano qualsiasi spostamento non necessario e lo sottopongono a una precisa autocertificazione, è il buon senso stesso a suggerire — soprattutto a quelle persone che provengono da aree a rischio — di non mettersi in viaggio in caso di febbre.
Eppure, a quanto pare, c’è chi lo ha fatto. Sempre lo stesso Dipartimento di prevenzione ha constatato che 466 pugliesi oggi positivi hanno avuto contatti diretti o indiretti con persone passate dalla zona rossa lombarda oppure veneta.
Insomma, la direttrice del contagio sembra proprio essere quella che in tanti cercavano di scongiurare soltanto qualche settimana fa, chiedendo insistentemente di non spostarsi da nord a sud.
Anche in virtù di casi come questo, dunque, il governo ha predisposto una modifica nell’autocertificazione, comunicata il 17 marzo. All’interno di questo documento, infatti, si sottolinea anche la necessità  di comunicare l’assenza di sintomi da Covid-19 e il fatto di non essere sottoposti a misure di quarantena. Un tentativo di arginare casi come quello fatto registrare in Puglia.

(da agenzie)

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“UNA VOLTA CHE INDOSSIAMO LA MASCHERINA NON POSSIAMO NE’ BERE NE’ MANGIARE PERCHE’ NON ABBIAMO IL CAMBIO”

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DEL PERSONALE SANITARIO DELL’OSPEDALE DI TREVIGLIO …TURNI MASSACRANTI MENTRE SCARSEGGIANO I DISPOSITIVI DI PROTEZIONE

Un racconto straziante di chi lavora quotidianamente a contatto con l’emergenza e, durante la propria giornata, deve fare il conto anche con i carenti dispositivi di sicurezza personale.
Quella barriera tra loro e il Coronavirus. Giovedì sera Piazzapulita (su La7) ha esordito con un servizio dall’Ospedale di Treviglio (in provincia di Bergamo) che è stato un vero e proprio pugno nello stomaco. I racconti del personale sanitario, le immagini dei loro volti distrutti dalla fatica e il loro continuo lavoro nel tentativo di salvare vite in una delle zone più colpite dal Covid-19. Molti gli aspetti da approfondire, a partire dal tema delle mascherine.
Durante i 10 minuti (e poco più) del racconto andato in onda su Piazzapulita, compare il volto di un operatore sanitario che lavora proprio nella struttura di Treviglio. L’uomo indossa una delle mascherine fp2 di protezione e racconta di come trascorrano le giornate nel nosocomio, tra il suono continuo delle ambulanze che arrivano senza soluzione di continuità  e le persone che giungono lì in gravi condizioni.
Un servizio da vedere tutto di un fiato. Ma la nostra attenzione va intorno al minuto 6′ e 40”, quando compare sullo schermo il volto di un uomo che racconta: «Continuano ad arrivare ambulanze, continuano a star male persone. Tenete conto che una volta che indossiamo la mascherina fp2, non abbiamo più la possibilità  nè di bere nè di mangiare perchè non abbiamo il cambio e sono dei presidi, purtroppo, contati. State a casa, non uscite e cercate di aiutarci in questo modo. Siamo tutti allo stremo delle nostre forze».
Perchè se le mascherine non si trovano in farmacia, sono poche — molto, troppo poche — anche per chi lavora a stretto contatto con i malati ogni giorno.
La Regione Lombardia ha annunciato di aver stipulato un contratto con la Giordania per 8 milioni di mascherine. La Farnesina ha fatto lo stesso con la Cina per 100 milioni di pezzi. Ma fino a che non arriveranno in Italia, continuerà  anche questa emergenza parallela che mette a rischio anche la salute, e la vita, di chi ci cura.

(da “Giornalettismo”)

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IL TREND DI MILANO ORA FA PAURA

Marzo 20th, 2020 Riccardo Fucile

634 MALATI IN PIU’ NEL MILANESE IN UN GIORNO… MA CON 4 MILIONI DI PERSONE CHE SI SPOSTANO OGNI GIORNO PER LAVORO E METRO PRESA D’ASSALTO COSA CI SI PUO’ ASPETTARE?

634 malati in più nel Milanese, 287 solo in città , il doppio rispetto al giorno prima e 3278 contagi da Coronavirus SARS-COV-2 e da COVID-19.
Il trend di Milano ha superato ieri quello delle province più colpite: Bergamo (+340) e Brescia (+463). E, come sostiene la direttrice di Malattie Infettive degli ospedali Santi Paolo e Carlo, Antonella D’Arminio Monforte, «non siamo ancora minimamente al picco dei contagi».
Spiega oggi La Stampa:
C’è un altro aspetto che preoccupa: da tre settimane in Lombardia vengono sottoposti ai tamponi solo i malati gravi. Gli altri vengono curati a domicilio. Per il direttore di Malattie infettive del Sacco, Massimo Galli, l’epidemia lombarda è figlia del focolaio di fine gennaio a Monaco di Baviera: «In Lombardia vediamo ormai gli effetti dei casi più gravi. Per questo il numero delle vittime è così alto. Ma non risulta che il virus sia più aggressivo. Quindi dobbiamo ritenere che il numero delle persone contagiate asintomatiche, oppure non gravi e che quindi non vengono sottoposte al tampone, sia decisamente maggiore. Ma servono misure ancora più stringenti e durature».
La situazione sanitaria è critica: «Tutti gli ospedali sono in sofferenza ed è già  stato fatto uno sforzo enorme per moltiplicare i posti in terapia intensiva che oggi ospitano 1006 pazienti Covid», dice preoccupato il governatore Attilio Fontana che ha chiesto al premier Conte misure più rigide. Solo nella giornata di mercoledì in procura sono arrivate 80 denunce di persone trovate fuori casa senza motivo. E le immagini di runner e ragazzi in giro per la città  circolano da giorni.
Per “sorvegliare” chi non rispetta i divieti, la Regione sta monitorando i flussi delle celle telefoniche e, spiega il vicepresidente lombardo Fabrizio Sala, «i dati evidenziano che c’è ancora un 42 per cento di spostamenti rispetto al 20 febbraio». Significa che oltre 4 milioni di lombardi si spostano ogni giorno: molti per lavoro. In queste mattine i mezzi della metropolitana (a orario ridotto) sono stati presi d’assalto.
Il prefetto di Milano, Renato Saccone, ha disposto la chiusura di 10 locali con l’inibizione della consegna a domicilio a seguito della mancata osservanza del decreto emesso per contrastare la diffusione del coronavirus. Si tratta di provvedimenti attuati dal 16 marzo a oggi e con una durata di 5 giorni. Le attività  colpite sono 4 pizzerie, 2 kebab, 2 rosticcerie, un panificio e un minimarket.

(da agenzie)

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