Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
E’ FORSE PER PREMIARLO CHE IL PARTITO VUOLE NOMINARLO CAPOGRUPPO AL SENATO?
Per le motivazioni bisognerà attendere diverse settimane, ma intanto giovedì sera il senatore di Forza Italia Mario Occhiuto è stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi di carcere per la bancarotta fraudolenta della società “Ofin Srl”.
Il dispositivo della sentenza è stato letto in aula dal Tribunale di Cosenza. Dopo una lunga camera di consiglio, i giudici hanno sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio della Procura guidata da Mario Spagnuolo.
Al termine del dibattimento, i pubblici ministeri avevano chiesto quattro anni di reclusione per l’ex sindaco di Cosenza, fratello del governatore della Calabria Roberto Occhiuto.
Il processo è nato da un’inchiesta della Guardia di finanza che, nel 2019, aveva notificato l’avviso di conclusione indagini a Mario Occhiuto con l’accusa di aver utilizzato la Ofin, fallita nel 2014, come una sorta di bancomat. Il curatore fallimentare della società, infatti, aveva sostenuto “di essere riuscito a stabilire che le cause del fallimento sono dovute alla mancata restituzione dei finanziamenti erogati ai soci e alle società partecipate”.
Stando agli accertamenti degli investigatori, Occhiuto ha prelevato a più riprese dalle casse della società oltre tre milioni e mezzo di euro restituendone solo 500mila.
Finanziamenti, – scrive la Guardia di finanza – ottenuti “senza motivata contropartita e, soprattutto, senza le adeguate garanzie che normalmente richiederebbe un intermediario finanziario”.
Ma soprattutto – si legge in un’informativa – si è trattato di prelievi che “vanno considerati veri e propri atti distrattivi che avrebbero potuto e dovuto essere destinati al soddisfacimento dei creditori, in primis l’Erario”.
Tra sanzioni, interessi e aggi di riscossione, infatti, dalla verifica delle scritture contabili della Ofin, il curatore aveva “evidenziato che i debiti via via maturati nei confronti dell’Erario (oltre tre milioni di euro, ndr) sono superiori a quelli riportati nel bilancio”.
Negli atti del processo c’è scritto che la società, di cui il parlamentare era amministratore di fatto, sarebbe stata così “esposta ad un irreversibile stato di insolvenza erogando senza adeguata contropartita e senza valide garanzie”. Chi ha condotto le indagini lo ha messo nero su bianco: la società “è stata svuotata del proprio patrimonio con una chiara distrazione a vantaggio delle partecipate e del socio Occhiuto Mario”.
Inizialmente, nell’inchiesta erano coinvolti anche la sorella del senatore Annunziata Occhiuto e il suo ex capo di gabinetto Carmine Potestio. Mentre la posizione di quest’ultimo, al termine delle indagini, è stata archiviata perché ritenuto estraneo ai fatti, Annunziata Occhiuto è stata processata con il rito abbreviato e condannata a un anno e quattro mesi di carcere.
Al momento degli avvisi di garanzia, Mario Occhiuto si era detto “sereno” e allo stesso tempo “perplesso” della tempistica con cui era arrivata la chiusura indagini, poco dopo l’annuncio della sua candidatura a governatore della Calabria. In realtà alle regionali del 2020 il centrodestra presentò poi Jole Santelli, e, dopo la morte di quest’ultima, l’anno successivo è stato candidato ed eletto il fratello Roberto. Mentre al fratello Mario, da imputato per bancarotta, Forza Italia ha spalancato le porte del Senato. A proposito di tempistica.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
DA QUI LE VOCI DI TRANSATLANTICO SU UN POSSIBILE RITORNO IN FORZA ITALIA DI MARIA STELLA GELMINI E MARA CARFAGNA… LE MOSSE DI RENZI CHE VUOLE ISOLARE CALENDA E SPINGERLO VERSO IL PD
Ultime dal pianeta Terzo polo. Lunedì sera è in programma la
riunione dei senatori renzian-calendiani. Forse l’ultima tutti insieme prima del divorzio, la creazione cioè di un gruppo autonomo di Italia viva con Azione destinata al gruppo Misto in compagnia di Verdi e sinistra (che nemesi). Per lunedì insomma è in programma la riunione convocata da Raffaella Paita, capogruppo a Palazzo Madama.
Carlo Calenda ci sarà. E anche Matteo Renzi. Forse collegato via Skype, e non di persona. Ma poco importa. Sarà il “momento del chiarimento umano e politico” dicono dalle parti dell’ex premier.
Il gruppo della Camera è chiamato a un’assemblea martedì. Ma tutto dipenderà da quella del giorno prima.
La fotografia del Terzo polo, mentre scriviamo, è la seguente: Renzi si è messo di buzzo buono per isolare il leader di Azione (e spingerlo verso il Pd per forza d’inerzia con tutte le conseguenze del caso). Renzi ha inoltre i senatori per formare un gruppo di Iv (ne bastano sei) e altrettanto potrebbe fare con deroga e nuovi acquisti a Montecitorio. Anche sui territori è in corso la transumanza a senso unico. Il senatore fiorentino è in movimento.
Tra realtà e sogni. Come, in quest’ultimo caso, l’indiscrezione del Foglio sul corteggiamento di Paolo Gentiloni, commissario Ue del Pd: “Paolo è un amico – dice l’ex premier – per lui le porte sono aperte, ma non credo che verrà. Lasciamolo in Europa”. E però tutto si muove nel mondo renziano, compresa l’idea di mandare in sofferenza il personale politico che sta con Calenda.
Da qui le voci di Transatlantico su un possibile ritorno in Forza Italia di Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, specie ora che Licia Ronzulli sembra aver perso potere interno (dentro al partito del Cav., altro ambientino niente male, danno per imminente la sua sostituzione da capogruppo in Senato per far spazio a Mario Occhiuto).
Illazioni, veleni e nessun dorma. Ecco forse perché Calenda per il momento si morde la lingua e studia il da farsi. In attesa di lunedì, certo. La sera del definitivo chiarimento con Renzi. Solo posti in piedi, si prega di spegnere i cellulari in sala.
(da Il Foglio)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
LA RUSSIA AVEVA DIFFUSO LA NOTIZIA COME CONSEGUENZA DELLA DISTRUZIONE DI ARMI ALL’URANIO IMPOVERITO IN UCRAINA… I DATI SMENTISCONO
Secondo il capo del Consiglio di Sicurezza russo Nikolai Patrushev, a seguito di un bombardamento di un deposito a Khmelnytskyi contenente missili all’uranio impoverito forniti dall’occidente, una “nube radioattiva” proveniente dall’Ucraina si starebbe dirigendo verso l’Europa.
La notizia di una presunta contaminazione radioattiva circola da qualche giorno sui social, diffondendo grafici di enti europei, condividendo un presunto comunicato del Ministero della Salute ucraino e sostenendo un esaurimento delle scorte di iodio nelle regioni ucraine colpite. Di fatto, nessun allarme è stato lanciato dalle autorità ucraine e dai Paesi vicini coinvolti nel comunicato russo.
Per chi ha fretta
Le autorità ucraine smentiscono la presenza di missili o ordigni contenenti uranio impoverito nei luoghi colpiti dal bombardamento.
Nessuna autorità ucraina ha dichiarato un aumento delle radiazioni a seguito del bombardamento, così come non risultano volantini per mettere in guardia la cittadinanza locale.
Le analisi condotte dagli esperti non hanno rilevato un aumento delle radiazioni a Khmelnytskyi
Le autorità polacche e slovacche hanno smentito le voci di un presunto innalzamento dei valori nei loro territori.
L’unica fonte a sostenere queste voci sono quelle russe, senza alcuna prova.
Analisi
Oltre alle parole del russo Nikolai Patrushev, circola la foto di una carta intestata attribuita al Ministero della Salute ucraino sul pericolo di contaminazione da radiazioni a Khmelnytskyi:
Non si trova alcun riscontro di tale comunicato o di riferimenti in tal senso dai siti e dagli account istituzionali del Ministero, della “Protezione civile” ucraina o del Centro della Sanità pubblica (i rispettivi loghi sono riportati nella parte superiore del foglio stampato).
Già in passato venivano mostrati presunti volantini attribuiti alle autorità tedesche e ucraine in una stessa e identica bacheca, dimostrando che erano stati creati e fotografati nello stesso posto dalla propaganda filorussa. Questo ultimo documento, l’unico circolante online, sembra essere la conseguente evoluzione di questo genere di comunicazione.
Le smentite dall’Ucraina
Il 18 maggio 2023, il Ministero dell’Istruzione e della Scienza dell’Ucraina pubblica un articolo sulle analisi effettuate a Khmelnytskyi a seguito delle accuse rivolte dai canali filorussi di una fuga radioattiva. Il presunto bombardamento di un deposito contenente missili all’uranio impoverito sarebbe avvenuto tra il 13 e il 14 maggio 2023, subito smentito dalle autorità locali e nazionali. Oltre alla smentita del consiglio comunale di Khmelnytskyi su un presunto pericolo radiazioni, gli scienziati dell’università locale avevano effettuato delle analisi sul territorio senza riscontrare pericoli per la popolazione. Lo stesso parere è stato fornito dal Centro regionale per il controllo e la prevenzione delle malattie di Khmelnytskyi.
Come riportato dai colleghi di Voxucraine, non risultano carenze di iodio nelle farmacie di Khmelnytskyi: secondo le informazioni fornite dal portale Tabletki.ua, risulta disponibile. I colleghi riportano che, come spiegato dal Ministero della Salute ucraino, è possibile assumere una dose profilattica di ioduro di potassio solo dopo una nota ufficiale delle autorità, cosa che non è avvenuta
I dati polacchi usati dai filorussi
Alcuni utenti filorussi, come Piotr Panasiuk, hanno condiviso il 15 maggio 2023 un grafico riguardo il monitoraggio dell’intensità della radiazione di alcuni isotopi al fine di sostenere un pericolo per la popolazione di Lublinie, cittadina polacca poco distante dal confine ucraino. Gli stessi grafici sono stati poi utilizzati da canali russi per insinuare la possibilità che il grano proveniente dall’Ucraina possa risultare contaminato.
Come spiegato dai colleghi di Fakenews.pl, utilizzando lo stesso servizio di monitoraggio, erano stati rilevati altri picchi nei giorni precedenti al presunto bombardamento di un deposito contenente uranio impoverito in Ucraina.
Il 17 maggio 2023 l’Agenzia Nazionale per l’Energia Atomica della Polonia pubblica un comunicato per smentire la diffusione di notizie false su un presunto pericolo di radiazioni in Polonia.
Le smentite dalla Slovacchia
Oltre la Polonia, anche la Slovacchia è stata tirata in ballo in quanto Paese confinante più vicino alla città ucraina di Khmelnytskyi. A seguito della diffusione di un presunto innalzamento delle radiazioni a seguito del bombardamento, i canali ufficiali della Polizia slovacca hanno diffuso un comunicato dove smentiscono le voci provenienti dalla Russia, riportando ai cittadini che non sono stati registrati aumenti di radiazioni e che non c’è niente di cui preoccuparsi.
Nel comunicato viene proposto un link diretto al sito dell”Istituto idrometeorologico slovacco (SHMU) dove vengono riportati i livelli di radiazioni gamma nell’aria, riscontrando che in nessun caso vengono rilevati aumenti tali da allarmare la popolazione.
In un comunicato pubblicato sui canali social ufficiali, i responsabili dello SHMU rispondono alle domande dei cittadini preoccupati dalla diffusione delle false notizie, smentendole del tutto. Citano, inoltre, i dati forniti dal sistema dell’EUropean Radiological Data Exchange Platform (EURDEP) indicando che i valori rilevati sono nella norma.
La diffusione social in Italia
Sia il presunto volantino attribuito alle autorità ucraine e i grafici polacchi sono stati condivisi anche via Facebook in Italia
I canali filorussi, così come quelli istituzionali del Cremlino, stanno diffondendo la fantomatica notizia di una nube radioattiva proveniente dall’Ucraina a seguito del bombardamento di un deposito di missili all’uranio impoverito fornito dagli occidentali all’esercito ucraino. Oltre alla smentita riguardo la presenza di quel tipo di armi, le autorità ucraine e quelle dei Paesi confinanti hanno smentito il presunto innalzamento della radioattività.
(da Open)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
IL CAMPO LARGO (PD. M5S E TERZO POLO) STACCHEREBBE IL CENTRODESTRA DI 3 PUNTI
FdI perde mezzo punto nel corso dell’ultimo mese, rimane
comunque il primo partito e totalizza una percentuale (27,5%) maggiore rispetto a quanto ottenuto nelle recenti elezioni politiche (26%), secondo il sondaggio per Repubblica dell’Istituto Noto Sondaggi.
Il Pd di Elly Schlein frena dopo la ripresa registrata in questi ultimi mesi visto che dal giorno delle primarie è passato dal 16 a 21% (stabile rispetto al 20 aprile), ma negli ultimi periodi non è riuscito a continuare la sua corsa.
Comunque sia la differenza tra i due maggiori partiti è scesa a 6,5 punti.
Tiene la Lega mentre il M5S soffre ancora il nuovo corso del Pd e scende al 14% perdendo un punto.
In leggero aumento Italia Viva ora al 3% (+0,5%), in attesa di comprendere con quale configurazione il terzo polo si presenterà alle europee. Mentre perde invece lo 0,5 Azione che si attesta al 4,5%.
C’è una curiosità.
Le opposizioni unite, il cosidetto campo largo”, e quindi Pd-M5S, Verdi-Si, +Europa, Renzi e Calenda insieme come prima, la loro somma arriva a 48,5: ovvero supera di tre punti il centrodestra che si fermerebbe al 45,5%.
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
IL RISCHIO È AUMENTARE LE DISEGUAGLIANZE, COME DIMOSTRANO GLI ALTRI PAESI CHE L’HANNO APPLICATA. E COMUNQUE LE ENTRATE GARANTITE SAREBBERO TROPPO POCHE PER TENERE IN PIEDI LA BARACCA. SPECIE SE SI CONSIDERA L’ENORME DEBITO PUBBLICO, “PRINCIPALE VINCOLO” PER LA RIFORMA DEL FISCO
Il principio di realtà irrompe in una delle narrazioni più identitarie della destra al governo. In ballo c’è la grande promessa sulle tasse: la flat tax. a dire che lo schema è «poco realistico» è la Banca d’Italia. Se poi si segue lo sviluppo dell’analisi del capo del Servizio assistenza e consulenza fiscale Giacomo Ricotti, audito ieri dalla commissione Finanze della Camera sulla delega fiscale, il contraccolpo per Giorgia Meloni e i suoi alleati risulta ancora più evidente.
Il messaggio di via Nazionale: «Il modello prefigurato come punto di arrivo — un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale — potrebbe risultare poco realistico per un Paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica ».
Tradotto: le entrate garantite dalla flat tax non permetterebbero di sostenere un welfare che ha bisogno invece di essere alimentato abbondantemente. E che non può contare sul serbatoio del deficit, se si vogliono tenere i conti in ordine. Non a caso la Banca d’Italia definisce il debito pubblico come «il principale vincolo» per la riforma del fisco.
Aggiungendo che «la sfida» per l’esecutivo «sarà tradurre in pratica i principi cui si ispira la delega, tenendo insieme i vincoli di bilancio pubblico » con «l’equità orizzontale e verticale». La bocciatura della “tassa piatta” si allarga perché il rischio aggiuntivo è un aumento delle diseguaglianze; per questo arriva la raccomandazione a valutare attentamente gli effetti redistributivi. Ne sanno qualcosa quei pochi Paesi, appena 23 su 225, che l’hanno scelta.
Nell’appendice al testo dell’audizione vengono smontate le ragioni dei sostenitori del sistema con un’aliquota unica: l’incentivo alla crescita è «limitato» e «incerto» è il ruolo nella riduzione dell’evasione. Al contrario, si legge, «l’unico argomento su cui le ricerche mostrano una certa convergenza è quello a sfavore della flat tax», per le conseguenze in termini di redistribuzione e disuguaglianze, che sono costate care, ad esempio, alla Bulgaria, dove sono state introdotte due aliquote flat, al 10% e al 15 per cento.
L’Estonia e la Slovacchia hanno provato a parare i colpi, ma hanno dovuto alzare il livello della spesa pubblica, oltre a fare retromarcia rispetto al modello base del sistema flat. I rilievi di Bankitalia non riguardano solo il disegno del governo sull’Irpef. Servono coperture «adeguate, strutturali e credibili », sottolinea Ricotti, anche per gli altri interventi di una riforma che punta a essere organica, perimetro che via Nazionale promuove.
Ma al momento le uniche coperture garantite sono quelle che arriveranno da un balzello aggiuntivo, la nuova sovraimposta all’Ires che è necessaria per superare l’Irap. Non è chiaro, invece, come l’esecutivo voglia intervenire sulle agevolazioni fiscali, indicate come il bacino principale da cui attingere le risorse per finanziare il taglio delle tasse (tra 6 e 10 miliardi solo per “l’antipasto” della flat tax, cioè la riduzione delle aliquote Irpef, da 4 a 3).
(da La Repubblica)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
SECONDO I PM, NON FURONO EFFETTUATI I CONTROLLI A VISTA MENSILI SUL TRATTO DI FUNE TRAENTE, PREVISTI DAL MANUALE DI MANUTENZIONE E DAL REGOLAMENTO DI ESERCIZIO, QUINDI NON VENNERO RILEVATI I SEGNALI DI DEGRADO DELLA FUNE CHE SI STAVA DETERIORANDO
Non furono effettuati i “controlli a vista mensili sul tratto di
fune traente in prossimità del punto di innesto al carrello (testa fusa), previsti dal manuale d’uso e manutenzione” e dal “regolamento di esercizio”, quindi non vennero rilevati i “segnali di degrado della fune “, che invece “si deteriorava progressivamente, sino a rompersi”, proprio in corrispondenza dello stesso punto d’innesto in cui “presentava il 68% circa dei fili” lesionati. Si legge nell’avviso di conclusione indagini per otto sulla tragedia della funivia del Mottarone, in cui il 23 maggio di due anni fa persero la vita 14 persone, tra cui due bambini.
A due anni dalla tragedia del Mottarone, in cui morirono 14 persone, la Procura di Verbania ha chiuso l’inchiesta in vista della richiesta di processo per 8 indagati. Destinatari dell’avviso di conclusione indagini, oltre alle due società, sono Luigi Nerini, titolare della Ferrovie del Mottarone, Enrico Perocchio, direttore d’esercizio, Gabriele Tadini, capo servizio, e, per Leitner, incaricata della manutenzione, Anton Seeber, presidente del CdA, Martin Leitner, consigliere delegato e Peter Rabanser, responsabile del Customer Service. Si va verso l’archiviazione per 6 tecnici esterni la cui posizione è stata stralciata.
Le indagini, condotte dai carabinieri, sono state coordinate dal Procuratore di Verbania Olimpia Bossi e dal pm Laura Correra. I reati contestati a vario titolo sono attentato alla sicurezza dei trasporti, rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni colpose gravissime e solo per Tadini e Perocchio anche il falso.
Dai primi e accertamenti, in base ai racconti delle persone informate sui fatti e e al materiale sequestrato, subito sono emersi i due temi centrali: il cavo tranciato e mancato funzionamento del sistema frenante di sicurezza dovuto all’inserimento dei cosiddetti forchettoni per evitare che la cabina, poi precipitata con a bordo i passeggeri, si bloccasse durante la corsa.
Per questo Nerini, Perocchio e Tadini sono stati fermati dai pm nella notte tra il 25 e il 26 maggio ma il gip, ritenendo non ci fossero i presupposti (il pericolo di fuga), non ha convalidato il fermo: la sera del 29 maggio ha rimesso in libertà i primi due e ordinato gli arresti domiciliari solo perTadini riconoscendo nei suoi confronti i gravi indizi in base alle prime testimonianze. Una decisione che, per una questione formale, ha aperto uno scontro tra toghe arrivato a fino al Csm, mentre il procedimento è stato riassegnato a un altro giudice.
Qualche mese dopo il nuovo gip ha accolto la richiesta di incidente probatorio e nominato due collegi di periti per far luce sulle cause dell’incidente. Nel contempo la Procura ha iscritto nel registro degli indagati altre 11 persone: Leitner con i suoi vertici, la società Ferrovie del Mottarone in qualità di ente e un gruppo di 6 tecnici, quelli ora stralciati in vista della richiesta di archiviazione, dipendenti di aziende super specializzate che, in subappalto, si sono occupate dei controlli e pure colui che ha realizzato la testa fusa della funivia.
Le perizie, depositate nel settembre scorso e che hanno poi indotto gli inquirenti a sfoltire l’elenco degli indagati, hanno ricostruito le carenze nei controlli e nella gestione dell’impianto: hanno rilevato che la fune era corrosa ben prima dell’incidente e una corretta manutenzione avrebbe potuto rilevarlo. E poi l’uso costante dei forchettoni che non ha lasciato scampo. Nell’incidente, avvenuto circa alle 12.15 del 23 maggio, hanno perso la vita 14 persone, tra cui due bambini. Solo il piccolo Eitan, all’epoca cinque anni, è sopravvissuto.
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
IL DANNO PIÙ GRAVE È PER I FRUTTETI, GLI ALBERI DOVRANNO ESSERE RIPIANTATI. PER I PROSSIMI 5 ANNI GLI AGRICOLTORI NON VENDERANNO I PROPRI PRODOTTI
«Tra siccità e gelate il 2023 era già cominciato malissimo, poi l’alluvione del 3 maggio e infine l’apocalisse dell’altro ieri: guardi, qui per adesso bisogna ancora lottare per salvare vite, comprese quelle di tanti agricoltori ancora isolati, ma appena finita l’emergenza ci sarà da riprogettare l’intero settore ortofrutticolo della Romagna, il più vasto d’Europa, quello che dà lavoro, indotto compreso, ad almeno 20mila persone».
Sopra la testa di Nicola Dalmonte, di Faenza, 54 anni, da 4 presidente della Coldiretti della provincia di Ravenna (4mila aziende associate), continuano a ronzare gli elicotteri che recuperano naufraghi sui tetti. Agricoltore e vivaista, ha le scarpe infangate come tutti nella sua città, alluvionata anche nelle piazze del centro dove sono parcheggiati i mezzi della protezione civile.
Ragiona sulla crudeltà del momento, ma poi sposta l’orizzonte già alla fine del decennio, perché «la situazione è eccezionale tanto quanto i quasi 500 millimetri di pioggia caduti in 4 giorni nell’arco di 2 settimane e per di più proprio in maggio».
Maggio è uno dei mesi più importanti in agricoltura e non ci sono precedenti relativi, in questo periodo, né a queste precipitazioni, né ai danni che hanno causato. E in fatto di danni, adesso in decine di migliaia di quegli ettari è distrutto il raccolto di ortaggi, frutta (anche da serra, come le fragole) e seminativi di quest’anno, che a livello regionale vale almeno 1,2 miliardi di euro e che comprende colossi internazionali come la cesenate Orogel.
«Ma paradossalmente – continua Dalmonte – questo è il danno minore, anche se da solo rischia già di far chiudere tante aziende. Il peggio è che gran parte dei frutteti (pesche, albicocche, kiwi, susine), i più estesi del continente, saranno da ripiantare, perché gli alberi sono sott’acqua da troppo tempo e stanno morendo per carenza di ossigeno […] E perché i nuovi impianti tornino produttivi servono almeno 5 anni: un disastro epocale assolutamente imprevedibile».
Migliaia di aziende agricole senza reddito per 5 anni e con ingenti spese da affrontare, comprese quelle per ricomprare trattori e macchinari travolti dalla piena. La voce di Dalmonte si incrina: «Ecco, capisce la portata della catastrofe? Qui in Romagna, lo vede, ci siamo già rimboccati le maniche, per adesso spaliamo fango mentre constatiamo con angoscia con quanta lentezza l’acqua si stia ritirando dai campi, ma è chiaro che senza aiuti dallo Stato diciamo “strutturati” non sarà possibile rimettersi in piedi con solidità».
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
LEI PROVAVA A CONVINCERLO AD ANDARSENE, MA LUI È STATO IRREMOVIBILE: “SONO AFFEZIONATO A QUESTA CASA, NON MI MUOVO”… L’ANZIANA CHE HA PROVATO DISPERATAMENTE A SOLLEVARE IL MARITO, MALATO, PER PORTARLO VIA
Fino all’ultimo la vicina, Marina Giacometti, ha cercato di
convincerlo a scappare, a lasciare la sua casa al piano terra di via Marzari, mentre lei si era già rifugiata dalla figlia Martina, su al primo piano. Ma il signor Giovanni Pavani, 75 anni, di Castel Bolognese, è stato irremovibile: «A questa casa ci sono affezionato, Marina, ho messo i sacchi di sabbia alle finestre, vedrai che basteranno. Non mi muovo di qui».
È morto al telefono con lei, la notte tra martedì e mercoledì, il signor Gianni. Quarantasette minuti di conversazione fino a quando la piena del Senio è arrivata e non gli ha dato scampo. Gli ultimi istanti, al telefono con la vicina, sono stati terribili: «Ho freddo, tanto freddo — ripeteva Gianni — L’acqua è entrata e sta salendo, vedo i mobili che girano per casa».
L’ultima cosa che lei gli ha detto è stata: «Mettiti in piedi sul tavolo, intanto io chiamo i soccorsi, dai che ce la facciamo…». Ma poi la linea è caduta e il telefono è rimasto muto. Allora Marina ha capito. La mattina dopo il corpo del signor Pavani, pensionato, una vita passata a lavorare in una ditta imolese di mobili per ufficio, è stato ritrovato sotto due metri d’acqua.
Una morte orribile, come quella del signor Giovanni Sella, 89 anni, a Sant’Agata sul Santerno, sempre nel Ravennate. Lui per 50 anni è stato il barbiere del paese, ma poi tutto precipitò con la morte prematura del figlio Giorgio, malato di leucemia. Da quel momento, il signor Sella ha lasciato il lavoro e si è ammalato gravemente anche lui.
L’altra notte, quando il Santerno è esondato, l’ex barbiere era a letto e non si poteva muovere, così la moglie, anche lei anziana, ha cercato disperatamente di sollevarlo per portarlo via da lì. Impossibile. Allora la donna ha chiamato i soccorsi, è salita al primo piano e quando è arrivato l’elicottero dei vigili del fuoco si è sbracciata per attirare l’attenzione. Quelli, con una manovra perfetta, l’hanno fatta uscire dalla finestra e lei subito ha detto ai pompieri che giù al piano terra c’era anche suo marito, ma ormai l’acqua del fiume aveva allagato tutto. Il corpo è stato recuperato il giorno dopo.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 19th, 2023 Riccardo Fucile
IN EMILIA ESPOSTO A FRANE E ALLUVIONI IL 70% DEL TERRITORIO
C’è una piattaforma che mostra la fragilità del territorio italiano meglio di cento parole e che spiega in un solo colpo d’occhio le radici della catastrofe che ha colpito la Romagna. Si chiama IdroGeo, la realizza e la pubblica sul web l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che censisce frane (621 mila in tutto il territorio nazionale) e alluvioni. Ne emerge un quadro pauroso: con più del 70% della popolazione e del territorio a rischio idrogeologico, l’Emilia-Romagna è il ventre molle del nord. Nella mappa del dissesto svettano anche Calabria, Marche, Abruzzo, Molise, Liguria e Toscana, ma la geografia dei rischi non ha quasi soluzione di continuità dal Brennero a Pantelleria.
IdroGeo è costruita e aggiornata su dati scientifici. Le statistiche su popolazione, edifici e imprese sono raccolte dall’Istat tramite le sue 402 mila sezioni censuarie. I dati sulle precipitazioni arrivano dalle sette autorità di bacino distrettuali, poi l’Ispra li “ricuce” coprendo l’intero territorio nazionale. I modelli idraulici sono aggiornati dall’Istituto ogni tre anni, in base alla direttiva Ue sulle alluvioni del 2007 recepita in Italia nel 2010 che consente di standardizzare sistemi e scenari a livello nazionale. Le aree a rischio alluvione sono quelle dove le acque di fiumi, torrenti, rii e canali possono esondare, rompere gli argini o superare la capacità di deflusso delle reti fognarie e di collettamento nelle città e nelle aree urbanizzate. Una norma e una metodologia unica non esistono invece ancora per le frane. Questi modelli però si basano sulle serie storiche delle precipitazioni, mentre per le inondazioni i rischi sono calcolati sui tempi di ritorno medio delle calamità. Sinora il rischio era considerato alto per le aree dove le inondazioni potevano ripetersi ogni 30-50 anni, medio per le aree colpite ogni 100-200 anni, basso per eventi con frequenza compresa tra 300 e 500 anni. Ma il cambiamento climatico sta sconvolgendo le serie storiche.
Da vent’anni in Italia continua a calare la pioggia totale annua, però aumenta in modo parossistico la frequenza dei fenomeni meteorologici estremi. La tropicalizzazione del clima sull’Italia del Centro-Nord e la sua parallela desertificazione nel Centro-Sud sono previste da decenni, così come il fatto che il cambiamento climatico causa l’aumento della frequenza di fenomeni estremi. I dati sono incredibili: il 4 ottobre 2021 a Rossiglione (Genova) in sole 24 ore piovvero 88,3 centimetri, con precipitazioni giornaliere fra i 20 e i 35 cm sull’intera Liguria centrale e il Piemonte meridionale. Appena venti giorni dopo, tra il 24 e 25 ottobre, in un giorno caddero oltre 25 cm di pioggia sulla Calabria ionica e meridionale e sulla Sicilia orientale. Il tutto in un anno in cui la pioggia totale in Italia calò del 7%, con oltre 320 giorni di siccità in Liguria orientale ed Emilia-Romagna e mesi senza precipitazioni sulle coste toscana, laziale, sarda, adriatica e ionica e sulla Sicilia centro-meridionale. L’anno scorso, secondo Legambiente, gli eventi meteo estremi in Italia sono aumentati ulteriormente del 55% sul 2021: ben 310 fenomeni hanno causato 29 morti con impatti drammatici su ambiente ed economia. Nel 2023 se ne contano già 70, in stagioni che peraltro di solito erano le meno colpite.
L’Emilia Romagna emerge da IdroGeo come il ventre molle del Nord: sui 22.444 chilometri quadrati della territorio della regione ben 10.618, poco meno della metà, sono colorati in blu più o meno scuro, a indicare i rischi di inondazione. Il pericolo riguarda praticamente quasi tutti i fondovalle, le aree rivierasche dei fiumi, gran parte della Bassa padana e della costa a sud-est di Bologna. Ci vivono oltre 3 milioni di persone, il 69,4% della popolazione della regione. Un altro 14,6% del territorio regionale, 3.270 chilometri quadrati, è colorato in rosso più o meno intenso a significare il rischio di frane molto elevato o elevato, inoltre il 2,1% è a rischio medio-basso e un ulteriore 3% è monitorato. È l’intero crinale appenninico dove vivono altre 190mila persone, un ulteriore 4,3% della popolazione regionale.
Dopo mesi di siccità che hanno ridotto la capacità del suolo di assorbire l’acqua, in appena dieci giorni tra inizio e metà maggio l’Emilia-Romagna è stata colpita da due eventi di piogge violentissime: il 14 maggio è iniziato in Appennino l’ultimo, che ha scaricato in poche ore una quantità di precipitazioni pari al 70% di quelle medie di un intero anno. Da lì è nato il disastro che ha mandato sott’acqua 42 comuni e ha causato 13 morti, 280 frane e oltre 20mila sfollati, oltre a costare danni per molti miliardi.
Il fatto è che la gestione dissennata del suolo e i ritardi della politica aggravano i pericoli del cambiamento climatico. Ma la legge contro il consumo di suolo giace dimenticata in Parlamento da lustri, mentre ogni anno il rapporto Ispra registra la crescita della distruzione del territorio e la sua crescente antropizzazione. Anche le norme che hanno stanziato miliardi (ne servirebbero 26) contro i rischi idrogeologici per ora ne hanno visti investiti effettivamente solo 7. Secondo l’ultima indagine periodica dell’Ispra, datata 2020, che faceva l’analisi di vent’anni di norme sulla difesa del suolo, a livello regionale la quota maggiore di interventi per la messa in sicurezza del territorio non conclusi si riscontrava in alcune regioni del Sud come Sicilia, Calabria e Campania. “Ma se osserviamo i dati in termini di importi finanziati, a queste si aggiungono anche Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana. È agevole, in questo caso, individuarne l’origine negli importanti finanziamenti che queste Regioni hanno ottenuto dal Piano stralcio aree metropolitane del 2015, le cui risorse sono state concentrate su pochi grandi interventi strategici, in gran parte ancora in corso di esecuzione”, scriveva il rapporto. Da allora poco pare cambiato, mentre il Paese sembra ormai assuefatto a piangere periodicamente le vittime di frane e inondazioni così come a dimenticarle subito dopo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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