Destra di Popolo.net

COLTELLI D’ITALIA: FABIO RAMPELLI, HA PRESENTATO A MONTECITORIO L’ASSOCIAZIONE “CONTRA-CONTRO TUTTE LE MAFIE”, MA SI È DIMENTICATO DI INVITARE LA NUOVA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA, LA MELONIANA CHIARA COLOSIMO

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

NON È UN MISTERO CHE LA FRONDA DEI “GABBIANI” VOLEVA IMPORRE, PER QUEL POSTO, IL NOME DI CAROLINA VARCHI. E POI CI SONO I VECCHI RANCORI, SIMBOLEGGIATI DAL TATUAGGIO DEL “GABBIANO” SUL DITO, CANCELLATO DALLA COLOSIMO

Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia molto vicina a Giorgia Meloni, si è insediata da soli due giorni come nuovo presidente della commissione Antimafia e subisce già il primo sgarbo politico. Dall’interno del suo partito. Questa mattina, infatti, il vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli ha organizzato una conferenza stampa a Montecitorio per presentare l’associazione “Contra-contro tutte le mafie”.§
Ma all’evento non è stata invitata Colosimo che, dopo la tribolata elezione a presidente della commissione Antimafia, rappresenta l’organo parlamentare di maggior rilievo nel contrasto alla criminalità organizzata. Uno sgambetto che è stato notato all’interno di Fratelli d’Italia.
La conferenza è stata convocata alle 12 nella sala stampa di Montecitorio e, oltre a Rampelli, era presente anche il senatore di Fratelli d’Italia Marco Scurria, fedelissimo del vicepresidente della Camera. Insieme a loro Valeria Grasso, imprenditrice palermitana testimone di giustizia che ha lanciato l’associazione.
Questa, secondo gli organizzatori, è finalizzata a “tutelare e promuovere i diritti degli imprenditori vittime della criminalità organizzata offrendo servizi legali, orientamento e risorse essenziali per contrastarne l’oppressione e la violenza di genere”.
Ma a pesare è l’assenza di Colosimo. Non è un mistero che l’ala rampelliana di Fratelli d’Italia avrebbe preferito che a presiedere la commissione Antimafia ci fosse la deputata Carolina Varchi e la conferenza stampa di questa mattina è il segnale che i “Gabbiani” non hanno alcuna intenzione di lasciare a Meloni lo scettro della lotta alla mafia.
Lo sgarbo però è duplice se si considera che la protagonista dell’evento è Valeria Grasso, conosciuta come l’imprenditrice anti-racket di Palermo finita sotto scorta per aver denunciato la richiesta del pizzo. Nel 2014, infatti, Grasso si era candidata con la Lista Tsipras alle Europee. Questo nonostante il suo iniziale avvicinamento a Fratelli d’Italia e addirittura la candidatura al Quirinale nel 2013, quando fu rieletto Giorgio Napolitano, da parte della stessa Meloni§
Il rapporto tra Colosimo e Rampelli si è logorato nel tempo. La deputata di Fratelli d’Italia ha iniziato la sua carriera politica proprio tra i “Gabbiani” di Colle Oppio ma nel tempo si è staccata sempre di più dal fondatore della corrente di Alleanza Nazionale.
Tant’è che Colosimo si è fatta cancellare il tatuaggio di un gabbiano sul dito e si è avvicinata alla famiglia Meloni, in particolare alla sorella di Giorgia, Arianna, ingaggiata come sua capo segreteria in Regione Lazio.
A febbraio scorso, intervistata dal Foglio, la deputata vicina a Meloni diceva sul tatuaggio: “Ho fatto quel tatuaggio a 17 anni a conferma di una scelta di vita, negli anni ne ho aggiunti altri, ognuno dei quali è un memoriale e quello in questione si è trasformato come mi sono trasformata io”. Oggi è presidente della commissione Antimafia e qualcuno, nel partito, non la vede di buon occhio.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL POLITOLOGO MARCO TARCHI: “MELONI SOVRANISTA? CHE SOVRANISMO È QUELLO DI CHI SI APPIATTISCE SULLE DIRETTIVE NATO E USA E SI DIMOSTRA, PIÙ CHE UN ALLEATO, UN SERVITORE FEDELE?”

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

“FASCISMO E ANTIFASCISMO? SONO OMBRE DEL PASSATO: UNA CONTRAPPOSIZIONE CHE INTERESSA SEMPRE MENO IL PUBBLICO”

«Sono un indipendente, che giudica lo spartiacque tra destra e sinistra inadeguato a capire e affrontare i problemi della nostra epoca». Così sì definisce oggi Marco Tarchi, 70 anni, docente di Scienze politiche all’Università di Firenze, a lungo ideologo della nuova destra fino all’espulsione dal Msi nel 1981 per un articolo di satira.
Dell’uso continuo dei termini fascismo e antifascismo che ne pensa?
«Da decenni mi batto contro questa guerra tra ombre del passato. Sarebbe il caso di fare un passo avanti. Anche perché questa contrapposizione interessa sempre meno il pubblico».
L’egemonia culturale della sinistra è un’ossessione della politica dice il direttore del Salone del libro Lagioia, ha ragione?
«Ha torto. Ed è merito di una classe intellettuale formatasi dentro o attorno il Pci di averla costruita, mettendo in pratica la lezione di Gramsci. Naturalmente, perché l’egemonia sia efficace bisogna negarne l’esistenza. Sempre e comunque».
C’è una grande ricerca di intellettuali di destra in questo momento, ci sono?
«Chi li cerca? I giornali “indipendenti”? Gli organizzatori dei festival culturali? Le istituzioni accademiche? Direi proprio di no. Li cercano solo i conduttori di talk show di parte avversa, nella speranza di far fare loro una brutta figura. Comunque ce ne sono, ma pochi. E non tutti di alto livello».
Ma non è una contraddizione chiedere spazio proprio ora che sono al potere?
«E perché? Non mi pare che ne abbiano avuto granché in passato. Se ne avranno ora, mostreranno quello che valgono».
Che consiglio darebbe al ministro Sangiuliano?
«Di riconoscere la qualità culturale, da qualunque parte provenga».
Poche donna tra i nominati, strano con una premier?
«Almeno si evita un uso strumentale delle quote rose. Che è un’altra forma di discriminazione».
Lei potrebbe andare al posto di Augias?
«A me piace insegnare, scrivere articoli e libri. Non mi attrae l’istrionismo televisivo. Mi basterebbe che, un giorno, un editore importante fosse disposto a pubblicare qualche mia riflessione non solo strettamente politologica. Al momento, sono fra gli infrequentabili».
Lei teneva contatti col filosofo De Benoist tanti anni fa, oggi che ne pensa?
«Ho iniziato nel 1973 e non ho mai smesso. Lo stimo come intellettuale e come persona. Mi rattrista leggere falsità sul suo conto e articoli che lo dipingono in modo diverso da come è. Ha intrapreso un percorso coraggioso di superamento dello steccato tra destra e sinistra e prodotto analisi penetranti. Ed è stimato da molti intellettuali considerati di sinistra: da Michel Onfray a Massimo Cacciari. Si insiste ad attaccargli addosso etichette che non merita, mentre bisognerebbe leggere quel che scrive».
Come può Fdi far coesistere a livello europeo il sovranismo col bisogno dell’Italia di rimanere alleata con Francia e Germania?
«Che sovranismo è quello di chi si appiattisce sulle direttive Nato e Usa e si dimostra, più che un alleato, un servitore fedele? Meloni prometteva una pari dignità che per ora è tale solo nella retorica. Quanto all’Ue, per adesso della sua riforma radicale per anni auspicata e reclamata non si vede traccia. Ma c’era da aspettarselo: andando al governo, gli incendiari indossano la divisa dei pompieri».
Secondo lei che destra servirebbe all’Italia?
«Una che sapesse concretizzare alcune delle istanze conservatrici che a parole sostiene, per incrinare la cappa di piombo del politicamente corretto e di un progressismo che è di fatto l’involucro di un esasperato individualismo, camuffato dalla retorica dei “diritti”. E che al contempo virasse nettamente a sinistra sul piano delle politiche sociali, senza piegarsi, per convenienza o per convinzione, agli interessi dei grandi gruppi economici e delle piccole clientele bottegaie. Ma, di nuovo, sono sogni».
(da La Stampa)

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NOTO SONDAGGI: FDI SCENDE AL 28% (-1) E LA LEGA SALE AL 9,5% (+1). CRESCE IL PD TARGATO SCHLEIN, ORA AL 21,5% (+0,5%),

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

CALANO DI MEZZO PUNTO SIA M5S% (14%) SIA FORZA ITALIA (7%) IL TERZO POLO TRACOLLA

Fdi al 28%, si conferma primo partito anche se perde un punto rispetto alla precedente rilevazione del 23 marzo.
E’ quanto emerge dal sondaggio, realizzato da Noto Sondaggi, per Porta a Porta. Segue il Pd, che guadagna mezzo punto, arrivando al 21,5%.
In terza posizione si colloca il M5S con una percentuale del 14% (-0,5). La Lega guadagna un punto e raggiunge il 9,5%.
Troviamo, poi, Forza Italia al 7% (-0,5), mentre Azione-Italia Viva registra il 6,5%, scendendo dell’1,5.
Verdi-Sinistra è stabile al 3%, mentre Più Europa ottiene il 2% (+0,5). Infine, Noi Moderati resta all’1,5%.
(da agenzie)

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NEL 2023, L’ITALIA RISCHIA DI NON INCASSARE NEMMENO UN EURO DEI 40 MILIARDI DEL PNRR A DISPOSIZIONE

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

FITTO, SOTTO PRESSIONE DI COMUNI, REGIONI E MINISTERI, PROVA AD ACCELERARE SUI NUOVI PROGETTI: MA LA COLPA DELL’IMMOBILISMO SUL RECOVERY È SOPRATTUTTO DELL’ACCENTRAMENTO A PALAZZO CHIGI

La ragione ufficiale che stamattina ha riportato Giorgia Meloni a Bologna è per accompagnare la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel sorvolo in elicottero delle zone alluvionate. Coincidenza vuole però che l’annuncio della trasferta arrivi a poche ore dalla dura pagella dell’esecutivo comunitario nei confronti dell’Italia.
Che la Commissione sollevi dubbi sulle scelte di politica economica del governo in carica, è quasi la normalità. Ciò che preoccupa la premier è una frase pronunciata durante la presentazione delle raccomandazioni da parte di Paolo Gentiloni.
«Non bisogna guardare alle scadenze formali ma alla realtà, e la realtà indica che l’Italia dovrebbe chiedere una quarta tranche a giugno e una quinta a dicembre: per mantenere un tale ritmo occorre che la discussione sulle richieste di modifica del Piano nazionale di ripresa e resilienza avvenga prima possibile, altrimenti le cose diventano difficili, se si vuole mantenere il ritmo stabilito».
Il messaggio del commissario italiano può essere tradotto così: nel 2023 l’Italia rischia di non incassare nemmeno un euro dei quaranta miliardi del Pnrr a disposizione.
Per questo il ministro degli Affari comunitari Raffaele Fitto ha messo sotto pressione i ministri, invitandoli a presentare in tempi rapidissimi le rispettive richieste di modifica. In questo modo pera di chiudere la proposta di revisione del Piano nella prima metà di giugno. Quaranta giorni fa il sottosegretario alla presidenza Matilde Siracusano aveva spiegato in aula alla Camera che il governo si sarebbe sentito vincolato solo al termine legale del 31 agosto.
Meloni ora è costretta a intervenire per evitare il peggio. D’altra parte i ritardi del piano sono tutti attribuibili ad una precisa strategia di Palazzo Chigi: prima con la lentissima riforma della governance, che ha spostato a Palazzo Chigi la regia del progetto, ora per il tempo necessario a rimettere mano al Piano in quanto tale.
Fitto vuole sfrondare la giungla dei micro interventi, attribuire più fondi alle grandi imprese attraverso il piano parallelo “Repower”, spostare dal Recovery Plan alla programmazione ordinaria dei fondi europei (in scadenza nel 2029) le infrastrutture che l’Italia non sarà in grado di terminare entro il 2026.
Per completare questo vasto programma non è solo necessario tempo, ma anche una fortissima volontà politica. Perché nel frattempo sono sorti problemi con tutti: con la tecnostruttura del Tesoro, rimasta orfana del suo ruolo. Con i sindaci, ai quali spetta circa il 40 per cento delle risorse e accusati di accedere lentamente ai fondi.
Ora è il momento delle Regioni, che chiedono lo sblocco della programmazione ordinaria dei fondi 2021-2027. Fitto è mosso dalle migliori intenzioni, convinto che occorra una pianificazione centrale. Ma il nervosismo crescente di sindaci e presidenti di Regione è un problema politico per l’intera maggioranza. Sul telefono di Fitto squilla sempre più spesso il numero di Matteo Salvini: il ministro delle Infrastrutture teme che i ritardi si ritorcano sui cantieri in capo al suo ministero.
La capacità del governo di uscire dalla secca del Pnrr si misurerà la prossima settimana, quando Fitto porterà in Parlamento (anche qui in ritardo) la relazione semestrale sullo stato di avanzamento delle opere. Quello sarà anche il test della disponibilità dell’opposizione ad uno spirito repubblicano.
(da la Repubblica)

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I CITTADINI RUSSI INTRAPPOLATI NELLA RETE DI PUTIN: IL PORTALE DIGITALE “GOSUSLUGI”, CREATO NEL 2009 PER AIUTARE I RUSSI A OTTENERE DOCUMENTI, PRENOTARE VISITE E PAGARE LE TASSE, È DIVENTATO UN “GULAG DIGITALE” CON CUI MOSCA CERCA DI RICATTARE IL PROPRIO POPOLO

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

D’ORA IN POI, LA CHIAMATA ALLE ARMI SARÀ DIRETTAMENTE NOTIFICATA SULL’APP E CHI PROVA A DISERTARE, SARÀ RINTRACCIATO GRAZIE ALLE TELECAMERE DOTATE DI SISTEMA DI RICONOSCIMENTO FACCIALE PRESENTI IN TUTTO IL PAESE

Lo chiamavano “Grande Fratello” Ora lo chiamano “Gulag Digitale” perché, non solo ti osserva, ma non ti lascia più possibilità di fuga. Ti spedisce al fronte con una cartolina elettronica che non puoi fingere di ignorare, pena diventare un paria della società. E se provi a eludere la chiamata alle armi, ti rintraccia in metropolitana grazie alle telecamere di sorveglianza dotate di sistema di riconoscimento facciale.
Per molto tempo il portale elettronico “Gosuslugi”, letteralmente “servizi pubblici”, è stato un fiore all’occhiello dello Stato russo. Creato nel 2009 sotto la presidenza di Dmitrij Medvedev. Nel 2017 contava 65 milioni di utenti e alla fine del 2019 aveva superato i 100 milioni, più di due terzi della popolazione del Paese.
In cambio dei preziosi “Big Data” individuali dalla data di nascita alla residenza permetteva di ottenere un documento, pagare le tasse o fissare una visita medica, comodamente dal proprio divano […]. Lo scorso aprile quello che sembrava un paradiso digitale si è trasformato in una prigione di staliniana memoria. Il Parlamento ha approvato in fretta e furia una legge che introduce le “convocazioni elettroniche”.
D’ora in poi la chiamata alle armi, che sia il servizio militare o la mobilitazione, verrà inviata attraverso il portale governativa Gosuslugi e sarà considerata automaticamente come consegnata. Non aiuta neppure non avere mai creato un profilo sul portale o averlo cancellato: la cartolina, in questo caso, verrà inviata a un registro digitale governativo di tutti i russi idonei al servizio militare e, dopo sette giorni, verrà considerata come recapitata.
Da quel momento chi non si presenta all’ufficio di reclutamento entro venti giorni, verrà considerato un disertore, indipendentemente dal fatto che usi o meno Internet. Non potrà lasciare il Paese, ottenere o rinnovare la patente, acquistare o vendere immobili, contrarre prestiti o registrare una piccola impresa.
Da Gosuslugi non si scapperà più. E seppure qualcuno ci volesse provare, ha avvertito il commissario militare di Mosca, il colonnello Maksim Loktev, verrebbe intercettato dalle 187mila “telecamere intelligenti” della capitale dotate di sistema di riconoscimento facciale: oltre 70 ogni chilometro quadrato.
«La sorveglianza è globale», ha spiegato Maria Nemova, avvocata dell’ong Ovd-Info, che monitora gli arresti di manifestanti e oppositori.
E come se non bastasse, lunedì i deputati hanno discusso e approvato in un’unica giornata emendamenti che consentono alle guardie di frontiera di confiscare i passaporti dei russi a cui è stato proibito lasciare il Paese. Non c’è scampo.
Il Grande Fratello non si ferma qui. In futuro anche chiunque sia stato bollato come “agente straniero” o abbia semplicemente messo un “Mi Piace” a un post sui social media critico contro le autorità, potrebbe vedersi negato i servizi essenziali.
«Il governo vuole creare un sistema digitale di controllo sociale regolando l’accesso individuale a diritti e benefici. Essere al di fuori di questo sistema comporterà effettivamente la morte sociale. La digitalizzazione non è più solo un modo per raccogliere e archiviare informazioni: ora adatterà i profili social alle esigenze dello Stato», avverte la politologa Tatiana Stanovaja. «La legge sulla cartolina digitale è il primo tentativo dello Stato russo di introdurre elementi di totalitarismo digitale, ma certamente non sarà l’ultimo».
(da La Repubblica)

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LA PROFEZIA DI PRIGOZHIN: “SENZA UNA SVOLTA NELLA GUERRA IN RUSSIA CI SARA’ UNA NUOVA RIVOLUZIONE”

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

MENTRE I SERVIZI UCRAINI SONO SULLE SUE TRACCE: “IL NOSTRO OBIETTIVO E’ UCCIDERLO”

«Il gruppo di combattenti della Wagner ha iniziato a ritirarsi da Bakhmut». A scriverlo su Telegram è il capo e fondatore della milizia privata russa Yevgeny Prigozhin postando un video con saluti e strette di mano tra lui e i militari a volto coperto.
Prigozhin aveva annunciato sabato scorso il completamento della presa della città dell’Est dell’Ucraina e che i Wagner ne avrebbero consegnato il controllo all’esercito di Mosca oggi, 25 maggio. Ma il rapporto tra i due corpi e i loro leader resta nel segno dell’alta tensione.
In una intervista a Konstantin Dolgov, blogger filo-russo, Prigozhin ha infatti consegnato una tetra previsione, sostenendo che una nuova «rivoluzione potrebbe scuotere la Russia se il suo balbettante sforzo bellico in Ucraina continua».
Secondo il leader del Gruppo Wagner, il presidente russo Vladimir Putin dovrebbe emanare «una legge marziale e una nuova ondata di mobilitazione», perché se i morti russi al fronte aumenteranno «tutto questo può finire in una rivoluzione, proprio come nel 1917». «I soldati – spiega – si alzeranno e poi i loro cari si alzeranno. È sbagliato pensare che ce ne siano centinaia, ce ne sono già decine di migliaia, parenti di coloro che sono stati uccisi».
Gli 007 ucraini sulle tracce di Prigozhin
Intanto i servizi segreti ucraini stanno cercando di eliminare il fondatore del Gruppo Wagner. A riferirlo è il vice capo della Direzione principale dei servizi di Kiev, Vadym Skibitsky, in un’intervista al quotidiano tedesco Welt. Davanti alla domanda su quale sia il rapporto tra i servizi ucraini e Yevgeny Prigozhin Skibitsky ha risposto: «Stiamo cercando di ucciderlo».
(da agenzie)

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“DI CHE RAZZA E’ IL VOSTRO BAMBINO?”: IL QUESTIONARIO DI UNA SCUOLA DI ROMA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL CASO DOPO LE PROTESTE DELLE FAMIGLIE

Nome, età, classe frequentata, ma anche «gruppo etnico o razza del bambino». È finito al centro delle polemiche il questionario distribuito lunedì scorso ai genitori delle classi di seconda elementare dell’ICS Borsi-Saffi, nel quartiere San Lorenzo di Roma.
In realtà, si tratta della vecchia versione di uno strumento standard, usato per individuare precocemente i disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). Eppure, racconta il Corriere della Sera, l’uso di parole come «etnia» o «razza» ha fatto storcere il naso ai genitori di alcuni studenti.
A rispondere alle richieste di spiegazioni è il Centro clinico Marco Aurelio, che ha offerto a titolo gratuito il servizio di individuazione dei Dsa nelle classi dell’istituto. «La scelta di usare il vecchio test è puramente tecnica. Non c’è alcun intento discriminatorio», assicura Giuseppe Romano, psicologo e psicoterapeuta del Centro clinico. E sulla scelta di non modificare il riferimento alla «razza», Romano ammette: «Sì, avrei dovuto toglierlo dal questionario. Semplicemente non ci ho pensato».
Nel frattempo la questione si è allargata, arrivando a coinvolgere anche la politica. I primi a chiedere chiarimenti sono sette deputati del Partito Democratico eletti nel Lazio – Andrea Casu, Michela Di Biase, Marianna Madia, Claudio Mancini, Roberto Morassut, Matteo Orfini e Nicola Zingaretti -, che hanno annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
L’obiettivo è quello di chiedere «come sia stato possibile che un questionario contenente espressioni così gravi e razziste sia stato distribuito in una scuola del nostro Paese e per evitare che una vicenda del genere possa accadere di nuovo». I deputati dem descrivono l’episodio come «inaccettabile», così come sembrano non ritenere sufficiente la spiegazione data dalla scuola e dal centro clinico. «Il tentativo dei dirigenti dell’Ics Borsi-Saffi di derubricare la vicenda a scivolone lessicale non rende certamente meno grave l’utilizzo di queste espressioni, ma anzi ancor più odiosa perché avvenuta all’interno di una scuola», scrivono i deputati laziali del Pd.
(da agenzie)

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LUCIA ANNUNZIATA SI E’ DIMESSA DALLA RAI: “ATTO DI SERIETA'”

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

“NON CONDIVIDO NULLA DELL’OPERATO DELL’ATTUALE GOVERNO”

Lucia Annunziata, conduttrice di Mezz’ora in più e già direttrice del Tg3, si è dimessa dalla Rai. L’annuncio arriva a poche ore dalla nomina dei nuovi direttori delle testate della tv pubblica, con Gian Marco Chiocci che da Adnkronos passa al Tg1, Antonio Preziosi al Tg2 e la conferma di Mario Orfeo al Tg3.
L’annuncio dell’addio alla Rai e alla sua trasmissione è stato un fulmine a ciel sereno solo per chi segue da distante le vicende dell’azienda radio televisiva pubblica e soprattutto della giornalista campana. Nel 1993 era approdata in Rai con una sua trasmissione di approfondimento di seconda serata sulla Terza rete, al ritorno dal lungo periodo di corrispondenza dagli Stati Uniti per le principali testate italiane, fino a diventare presidente della Rai dieci anni più tardi.
Le motivazioni
Perché allora se ne è andata dalla trasmissione che aveva iniziato quasi in sordina nel primo pomeriggio della domenica di Rai 3, per poi ampliare sempre di più con un risultato crescente di pubblico?
Nei giorni scorsi lo ha spiegato lei stessa ai suoi collaboratori e agli amici più fidati. «C’è una cosa che io ho sempre fatto con orgoglio nelle situazioni difficili: saper scegliere di andarmene con le mie gambe», aveva confidato, «l’ho fatto col Tg3, con la presidenza della Rai, e l’ho fatto anche con l’Huffington Post», lei che del giornale online era stata la prima direttrice, ora controllato dal gruppo Repubblica Stampa.
«Arrivo a questa scelta senza nessuna lamentela personale: giudicherete voi, ora che ne avete la responsabilità, il lavoro che ho fatto in questi anni», ha scritto in una nota inviata ai vertici Rai, «vi arrivo perché non condivido nulla dell’operato dell’attuale governo, né sui contenuti, né sui metodi. In particolare non condivido le modalità dell’intervento sulla Rai. Riconoscere questa distanza è da parte mia un atto di serietà nei confronti dell’azienda che vi apprestare a governare. Non ci sono le condizioni per una collaborazione dunque».
La carriera e lo scontro con Roccella
Annunziata, giornalista e inviata per la Repubblica e Corriere della Sera a inizio carriera, è entrata in Rai a metà anni Novanta e dal 1996 al’98 è stata direttrice del Tg3 e presidente della Rai – seconda donna dopo Letizia Moratti – dal 2003 al 2004. Dal 2005 conduce su Rai 3 In 1/2 h, programma di approfondimento politico, poi diventato Mezz’ora in più. Il 19 marzo scorso si è resa protagonista di un acceso diverbio con la ministra per le Pari opportunità e le Famiglie Eugenia Roccella, che difendeva la scelta del governo sul riconoscimento della omogenitorialità, dopo l’interruzione delle trascrizioni dei certificati di nascita esteri dei figli nati da coppie arcobaleno e il parere negativo del Senato al un regolamento europeo sul certificato di filiazione. La conduttrice si era lasciata sfuggire un’imprecazione: «Stiamo parlando di una scelta ideologica, ed è legittimo», la incalza la giornalista, «questo si può fare senza surrettiziamente, mi perdoni, senza chiudere in Commissione del Senato le politiche europee per poi bloccare la trascrizione dei certificati di nascita dei figli già nati: prendetevi la responsabilità di farle queste leggi, ca**o». La decisione di Annunziata arriva dopo un altro addio eccellente, quello di Fabio Fazio che dopo 40 anni in Rai è approdato a Warner Bros Discovery.
(da Open)

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PERCHE’ L’ASSEGNO DI INCLUSIONE AUMENTERA’ LA POVERTA’ IN ITALIA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA SIMULAZIONE IN UNO STUDIO

L’Assegno di inclusione è la misura con cui il governo Meloni ha deciso di sostituire il reddito di cittadinanza. Si rivolgerà ai cosiddetti ‘non occupabili’, cioè i nuclei familiari in cui c’è un minorenne, oppure un over 60, oppure una persona con disabilità. Insieme al Supporto per la formazione e il lavoro, che invece andrà a tutti gli altri (350 euro al mese, per 12 mesi, non rinnovabili), sarà la nuova misura di contrasto alla povertà in Italia.
Una misura che, secondo uno studio degli economisti Massimo Aprea, Giovanni Gallo e Michele Raitano pubblicato dall’associazione Etica ed economia, “rischia di portare indietro di cinque anni il nostro sistema di welfare”.
Nel gennaio 2018, il governo Gentiloni ha varato il Reddito di inclusione (Rei). Una misura per il contrasto della povertà che, in un modo non molto distante da quella attuale, prevedeva aiuti solo per le famiglie con almeno un minorenne, una donna incinta o un disoccupato con più di 55 anni di età. Dal 1° luglio di quell’anno, però, i limiti sono stati rimossi, e così l’Italia si è dotata per la prima volta che applicava il criterio del cosiddetto ‘universalismo selettivo‘. Cioè, gli aiuti vanno dati a tutti coloro che rientrano in certi criteri economici, a prescindere dalle altre caratteristiche. Un principio già diffuso nella maggior parte degli altri Paesi europei.
Il reddito di cittadinanza, dal 2019, ha proseguito su questa linea. Il principale criterio di esclusione, che infatti è stato contestato anche dalla Commissione europea, era la necessità di avere la residenza in Italia da almeno 10 anni. Non a caso, per evitare conflitti con Bruxelles, nelle nuove misure del governo Meloni il criterio è stato abbassato a 5 anni. Resta il fatto che, selezionando solo le famiglie con minorenni, ultra 60enni o persone con disabilità, il governo ha deciso di tornare a un modello che l’Italia aveva abbandonato da quasi cinque anni.
Nei prossimi anni aumenteranno la povertà a le disuguaglianze
Gli studiosi hanno applicato un vero e proprio modello matematico per simulare l’impatto che la nuova misura potrà avere, e paragonarlo con quello del reddito di cittadinanza. Hanno confrontato il Rdc con l’Assegno di inclusione, lasciando da parte il Supporto per la formazione e il lavoro, che è una misura di natura diversa, con una platea ridotta e assegni più bassi per un tempo minore.
Dati alla mano, così, è emerso che “la forte caduta del numero di beneficiari” nel passaggio da reddito di cittadinanza ad Adi “risulta peggiorativa sia della povertà che della disuguaglianza, rispetto alla situazione pre-riforma”. Di fatto, quindi, si può già dimostrare con un certo grado di sicurezza che la nuova misura aumenterà il numero di poveri e la disuguaglianza economica in Italia. Un dato che non stupisce, dato che meno persone in stato di povertà avranno un sostegno.
Negli anni in cui è stato in vigore, il Rdc ha ridotto l’indice di povertà grave in Italia dal 9,2% al 7,2%. La stima matematica è che, con l’introduzione dell’Assegno di inclusione, questo indice tornerà a salire e arriverà di nuovo all’8%. Anche se, poi, il Sostegno per la formazione e il lavoro dovesse entrare a pieno regime e arrivare a tutti i possibili beneficiari (un’ipotesi che gli economisti definiscono “allo stato attuale delle politiche attive in Italia, del tutto implausibile”), l’indice salirebbe comunque al 7,4%.
Uno dei problemi è che la riforma applica “una distinzione basata sulla composizione familiare che nulla ha a che fare con l’effettiva occupabilità degli individui”, e questo “riduce in misura molto consistente la platea di potenziali beneficiari”. Sia nel 2024, che poi negli anni successivi (quando il Supporto per il lavoro non sarà neanche più un’opzione, dato che dura al massimo 12 mesi) porterà a “conseguenze chiaramente peggiorative per la disuguaglianza e la povertà”.
Chi sono gli esclusi, e chi avrà invece un assegno più alto
Si può vedere anche più nel dettaglio quali saranno gli effetti della nuova misura, che riguarderà circa 870mila famiglie. La simulazione, infatti, stima che con l’arrivo dell’Adi “poco più della metà degli aventi diritto al Rdc (circa 910mila nuclei, il 53,1%) resterà escluso dal beneficio”. Più di 900mila famiglie escluse, mentre solo 68mila famiglie che prima non potevano avere il Reddito entreranno nella misura. Si tratta perlopiù di persone residenti in Italia da meno di dieci anni, che quindi non avevano diritto al Rdc. Solo una piccola minoranza entrerà grazie ai nuovi criteri di calcolo che tentano di favorire le famiglie numerose.
Tra gli esclusi, la metà lo sarà proprio a causa dei nuovi criteri di calcolo, che prima agevolavano anche le famiglie che si trovano in affitto. Uno su tre, tra i 910mila nuclei eliminati dall’accesso al sussidio, ha al suo interno un minorenne, una persona con disabilità o un over 60, ma risulta avere un reddito ormai troppo alto per rientrare nella misura. I più penalizzati dal nuovo sistema di calcolo sono i single (il 58,6% perde il diritto a ricevere il sussidio), mentre al secondo posto ci sono proprio le famiglie numerose: tra i nuclei con almeno quattro componenti, il 51,6% viene eliminato dalla lista dei beneficiari.
Per quanto riguarda il peso degli assegni, chi riceveva il Rdc e continuerà a prendere l’Adi vedrà un importo più alto nel 31,3% dei casi, mentre ne avrà uno più basso nel 22% dei casi. A vedere un aumento saranno soprattutto i nuclei che hanno almeno tre componenti, che potranno cumulare l’Adi e l’assegno unico universale.
(da Fanpage)

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