Destra di Popolo.net

LA STORIA DI SERGIO, 18 ANNI, E GABRIELLA, 83 ANNI: INQUILINI CONTRO IL CARO AFFITTI E LA SOLITUDINE

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

LO STUDENTE E LA PENSIONATA HANNO TROVATO UNA SOLUZIONE ABITATIVA A MILANO ADATTA ALLE LORO TASCHE E GRAZIE ALL’ASSOCIAZIONE MEGLIOMILANO

Tra quelli che scelgono di fare i pendolari, chi vive con più coinquilini di quanti sperava, e chi si accampa fuori dall’università, per risparmiare sugli affitti fuori misura di Milano c’è anche chi si affida all’ospitalità di anziani soli, giovani coppie e semplici volenterosi che aderiscono al progetto
Prendi in Casa uno Studente dell’associazione MeglioMilano. La signora Gabriella ha 83 anni, e ormai tanti studenti sono passati da casa sua. Sergio di anni ne ha 19, ed ha appena iniziato a studiare ingegneria al politecnico. Una convivenza insolita. Economica per lui, e in grado di scacciare la solitudine per lei.
«L’affitto a Milano non era sostenibile»
Bovisa non è vicina al centro di Milano, ma il Politecnico è a due passi. «Cinque minuti in bici», racconta Sergio, bresciano, alla sua prima esperienza fuori casa. Ho valutato le varie opzioni. «L’affitto non era sostenibile, prezzi accessibili si trovavano solo molto fuori dalla città, nonostante lavori come cameriere nei fine settimana. Fare il pendolare con i treni regionali sarebbe stato troppo inaffidabile tra scioperi e ritardi. Mentre un abbonamento al Frecciarossa ha un costo considerevole». «Una mia amica mi aveva parlato di Prendi in Casa, e in breve tempo mi sono orientato verso questa opzione» aggiunge il giovane sotto l’occhio vigile di Gabriella che sulle ore passate in treno a fare il pendolare ha un’opinione netta: «Sono tolte alla vita». La signora ospita anche un altro ragazzo, ma al momento dell’intervista è fuori casa. Entrambi pagano intorno ai 280 euro al mese.
«Le mie amiche che vivono da sole sono più tristi»
«Mi tengono compagnia. Sono vedova e senza di loro soffrirei la solitudine», spiega Gabriella a Open. «Ho fatto la tata per tanti anni. Poi ho scoperto Prendi in Casa. Da qui sono passati 17 ragazzi, e raramente abbiamo avuto diverbi. Qualcuno credeva di dovermi fare da badante, ma non è questo l’accordo. Siamo coinquilini. Le mie amiche che vivono da sole sono più tristi, hanno meno stimoli».
I ragazzi occupano le stanze che erano dei figli. La casa è fresca. Arredata con mobili in mogano; le pareti delicatamente gialle. Se non ci sono mai state discussioni, il merito è anche di MeglioMilano che, prima di mettere in contatto chi ospita con chi vuole essere ospitato, conduce dei colloqui per analizzare la compatibilità tra i potenziali coinquilini. Un progetto che va avanti dal 2004.
I numeri
A vivere in maniera simile a Gabriella e Sergio, sono circa 40 nuclei nella città di Milano, spiega a Open l’associazione. Le disponibilità date dai residenti sono una sessantina. Appena un decimo delle oltre 600 richieste che MeglioMilano riceve ogni anno. Un’esperienza fuori dal comune che rimane una goccia nel mare dei quasi 200 mila studenti che se scelgono di vivere nel capoluogo meneghino difficilmente pagano meno di 600 euro al mese per una stanza. Sintomo della necessità, così come in altre città, di interventi strutturali.
(da Open)

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ORBAN E’ LA QUINTA COLONNA DI PUTIN NELL’UE: PERSINO LA GERMANIA, DA SEMPRE DIALOGANTE CON BUDAPEST, S’È ROTTA IL CAZZO DEI CONTINUI VETI DI ORBAN

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

DICE “NO” ALLE FORNITURE DI ARMI A KYIV, SI OPPONE ALLE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA E BLOCCA L’ACCORDO PER FAR RIPARTIRE LE ESPORTAZIONI DI GRANO DALL’UCRAINA VERSO L’UE … IMPLODE IL GRUPPO DI VISEGRÁD

Il costante sabotaggio condotto dall’Ungheria di Viktor Orbán contro le politiche dell’Unione europea, a cominciare dal sostegno all’Ucraina per difendersi dalla guerra di aggressione della Russia, potrebbe presto raggiungere un punto di rottura. Lunedì, durante il Consiglio Affari esteri, è andato in scena un vivace confronto tra la ministra tedesca, Annalena Baerbock, e il suo omologo ungherese, Péter Szijjártó, sul veto di Budapest alla prossima tranche da 500 milioni della Peace facility per finanziare le forniture di armi a Kyiv.
La scusa è la decisione del governo ucraino di inserire la banca ungherese Otp, che opera in Russia dove ha 2,2 milioni di clienti, nella sua lista degli “sponsor della guerra”. Baerbock ha difeso le argomentazioni di Kyiv: Otp rispetta un decreto del governo di Vladimir Putin sui territori occupati in Ucraina e fornisce prestiti a tassi agevolati a membri dell’esercito russo. Szijjártó ha reagito usando le stesse argomentazioni della banca: le informazioni che hanno portato Otp nella lista nera ucraina “non sono corrette”.
La Germania non nasconde più la sua esasperazione. Martedì il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, si è detto “molto deluso” e “irritato” dal veto dell’Ungheria.
Armi e sanzioni non sono l’unico problema posto dall’Ungheria. Il governo di Orbán sta anche bloccando l’accordo per far ripartire le esportazioni di grano dall’Ucraina verso l’Ue, dopo che Polonia, Ungheria, Bulgaria e Slovacchia hanno vietato l’ingresso e il transito sul loro territorio. Malgrado la violazione del diritto dell’Ue, il 28 aprile la Commissione aveva proposto un compromesso accettato dai quattro paesi: 100 milioni di euro di aiuti per i loro agricoltori (di cui 16 milioni all’Ungheria).
Ma Budapest non ha rispettato una delle condizioni: revocare le misure unilaterali che impediscono al grano ucraino di transitare sul suo territorio. Per il momento, dunque, i 100 milioni restano nelle casse di Bruxelles. Le relazioni tra Budapest e le altre capitali si stanno degradando sempre di più.
Il sostegno sempre più esplicito di Orbán alla Russia ha fatto implodere il gruppo di Visegrád. I paesi nordici e baltici sono irritati dalla mancata ratifica dell’adesione della Svezia alla Nato. Questa settimana l’Ungheria ha fatto scoppiare un nuovo incidente che potrebbe minare i rapporti con uno degli ultimi stati membri che si mostra ancora comprensivo con Budapest: l’Austria. Il governo ungherese ha deciso di rilasciare dal carcere centinaia di stranieri condannati come trafficanti di esseri umani, a condizione che lascino il territorio entro 72 ore.
All’origine c’è un conflitto sui fondi dell’Ue. Bruxelles non paga per la gestione delle frontiere esterne, ma “si aspetta da noi che teniamo i trafficanti in prigione a spese dei contribuenti ungheresi”, ha spiegato il sottosegretario agli Affari interni, Bence Rétvári. Una delle destinazioni dei trafficanti espulsi dall’Ungheria è l’Austria.
(da Il Foglio)

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GLI ORBANIANI NON VOGLIONO BONACCINI COMMISSARIO ALLA RICOSTRUZIONE DELL’EMILIA-ROMAGNA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

ZAIA CONTRO SALVINI: RICORDA COME STORICAMENTE IL RUOLO DEL COMMISSARIO VADA SEMPRE AI PRESIDENTI DELLE REGIONI

Un elicottero con a bordo Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen sorvolerà i paesi colpiti dall’alluvione, le strade inghiottite dal fango, le coltivazioni devastate dalla furia dell’acqua. Oggi la premier torna in Emilia-Romagna per accompagnare la presidente della Commissione europea.
Diversamente dalla prima visita di domenica, quando Palazzo Chigi ha tenuto coperta l’agenda costringendo sindaci e giornalisti a «inseguire» il corteo istituzionale, questa volta un programma di massima c’è: atterraggio a Bologna nel primo pomeriggio, ricognizione delle zone disastrate e poi conferenza stampa.
Stefano Bonaccini, che sarà sull’elicottero con le due leader, chiederà a von der Leyen «l’attivazione di quel fondo di solidarietà europeo che interviene in occasione di catastrofi», con la speranza di ottenere una boccata d’ossigeno di «alcune centinaia di milioni». Il tema politico che agita la maggioranza è il profilo del commissario alla ricostruzione. Il presidente dell’Emilia-Romagna è in pole position, ma la strada per lui non è in discesa.
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, rimanda la scelta assicurando che il tema «non è all’ordine del giorno, siamo ancora nella fase dell’emergenza». Lo scontro però è iniziato. Ieri nell’Aula regionale dell’Emilia-Romagna è passata una mozione di maggioranza in cui si chiedeva di nominare Bonaccini commissario, ma Lega, FdI e Forza Italia hanno votato contro. Il governatore certo non si arrende. Fino al 31 dicembre sarà commissario straordinario per la ricostruzione del sisma, rivendica il «lavoro corale» e ricorda che il presidente Mattarella ha lodato «la ricostruzione esemplare». Ora che la sua regione è di nuovo ferita, Bonaccini si dice convinto che il commissario «non può stare a Roma», perché «deve conoscere bene il territorio».
Giorgia Meloni sarebbe anche tentata dall’idea di affidare il delicato incarico al presidente dell’Emilia-Romagna, il problema è che Matteo Salvini si è messo di traverso. Fonti della Lega smentiscono questioni personali nei confronti di Bonaccini e mostrano di voler accelerare, auspicando che «la nomina avvenga al più presto» e assicurando che non c’è «nessun veto o antipatia nei confronti di alcuno».
Anche il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, smentisce uno stop a Bonaccini per motivi politici, ma ammette che è in corso «una discussione di opportunità». Il governo è diviso e la Lega anche. Luca Zaia ha ricordato come «storicamente il commissario lo fanno sempre i presidenti delle Regioni» e Roberto Occhiuto concorda. Per il presidente della Calabria «l’attività di ricostruzione deve essere svolta in sintonia con la Regione» e Bonaccini è «la persona giusta», anche perché la ricostruzione post-terremoto in Emilia-Romagna «ha funzionato».
(da agenzie)

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MILANO, AMERICA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

SE SIAMO A LOS ANGELES CON I PESTAGGI AD OPERA DELLA POLIZIA, QUALCUNO CI AVVISI

A Milano la violenza sta raggiungendo livelli insostenibili.
Si può essere aggrediti e malmenati per strada persino alle otto del mattino, e non in un sobborgo malfamato, ma davanti all’università Bocconi.
La scena, ripresa col telefono da un balcone, ha tutta l’aria di una spedizione punitiva. Si vedono tre giovani maschi e una donna, con ogni evidenza una banda del quartiere, che circondano una transessuale brasiliana. La spingono a terra e, appena lei si siede sul marciapiede, cominciano a colpirla con i manganelli: ai fianchi, in testa, sulle spalle.
La vittima non reagisce, sembra assente. Eppure, i quattro non smettono di accanirsi contro di lei.
Uno arriva a spruzzarle dello spray al peperoncino negli occhi.
La classica situazione in cui il cittadino comune si chiede: ma dove sono le forze dell’ordine?
A proposito, l’aspetto più inquietante è rappresentato proprio dalle divise dei picchiatori: le stesse degli agenti della polizia locale.
Anche le armi sono le stesse in dotazione agli agenti della polizia locale… Scusate, in questo momento mi informano che si tratta effettivamente di quattro agenti in servizio della polizia locale.
P.S. Non si sa ancora bene di quali colpe si fosse macchiata la persona colpita, che nelle immagini appare inoffensiva. Ma, qualsiasi cosa avesse fatto, non giustifica quel che è stato fatto a lei. Milano non è Los Angeles e, tra le tante mode importate dagli Stati Uniti, eviterei di inserire i pestaggi della polizia.
(da Il Corriere della Sera)

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PRIMA REGOLA: CRIMINALIZZARE IL DISSENSO

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

DA ULTIMA GENERAZIONE ALL’ANTIMAFIA

Martedì il contenimento muscolare degli studenti che volevano raggiungere l’albero Falcone a Palermo. Sabato le denunce per violenza privata alle contestatrici della ministra Eugenia Roccella al Salone del libro di Torino, per quanto dai filmati si direbbe che non c’era stata violenza né minaccia. Cosa succede? Il governo di destra-destra ha deciso di reprimere il dissenso, magari con il nuovo capo della polizia Vittorio Pisani, esperto di criminalità organizzata, che si è appena insediato al posto di Lamberto Giannini, legato al predecessore Franco Gabrielli e forse proprio per questo spedito anzitempo a fare il prefetto di Roma?
La svolta, in realtà, è in corso da tempo. Se Pisani è davvero chiamato a dare un’ulteriore stretta non ha nemmeno avuto il tempo di farlo. Sono almeno un paio d’anni che parliamo sempre più spesso di botte agli studenti o ai no-vax o di accuse di associazione a delinquere ai sindacalisti del Si Cobas a Piacenza o di analoghe iniziative a Padova contro i ragazzi di Ultima Generazione che bloccano le strade, imbrattano monumenti o colorano fontane. A volte la magistratura mette un freno, come hanno fatto i giudici di Piacenza o quelli di Milano che, mesi fa, hanno negato la sorveglianza speciale proposta dalla questura di Pavia nei confronti di un attivista poco più che ventenne di Ultima Generazione, quando normalmente quel provvedimento colpisce delinquenti abituali. Spesso però i giudici contribuiscono al pugno di ferro, come con la sentenza di Cassazione che nel 2018 ha trasformato l’occupazione di edifici in reato permanente e dunque punibile anche a distanza di anni dalla cosiddetta “invasione” cui si riferisce la norma. Vedremo come andranno i processi agli attivisti di Ultima Generazione. Quelli per reati di piazza non si contano, anche quando non succede niente di davvero grave: a Sassari se ne prepara uno con decine di imputati, compreso il cantante che suonava, per una serie di manifestazioni in favore del detenuto anarchico Alfredo Cospito nei pressi del carcere di Bancali.
Tutti ricordano che il 9 ottobre 2021 gli errori nella gestione dell’ordine pubblico a Roma favorirono l’assalto di fascisti e antivaccinisti alla sede della Cgil in Corso Italia. Appena nove giorni dopo il piazzale del porto di Trieste venne sgomberato con la forza e con gli idranti da fastidiosi manifestanti anti-green pass tutt’altro che fascisti, che bloccavano il traffico delle merci. Uno dei loro leader, il portuale Stefano Puzzer, venne poi allontanato per anni da Roma e da diverse altre città con il foglio di via, antico strumento di epoca fascista trasformato in Daspo urbano su iniziativa di un ministro dell’Interno Pd come Marco Minniti nel 2017, lo stesso che diede il via alle iniziative poliziesche e giudiziarie contro Ong impegnate nel soccorso ai migranti in mare, peraltro col contributo dell’attuale capo della polizia Pisani all’epoca allo Sco (il Servizio centrale operativo). E ancora, subito dopo l’assalto alla Cgil a Roma, a Torino e in altre città diverse manifestazioni studentesche, non sempre pacifiche ma neppure così minacciose, sono state stroncate a colpi di manganello, come a dimostrare di saper mostrare i muscoli. È successo di nuovo alla Sapienza di Roma, il 25 ottobre scorso, casualmente nel giorno in cui Giorgia Meloni pronunciava alla Camera il suo discorso di insediamento e gli studenti dei collettivi contestavano un convegno di giovani legati a FdI, il cui svolgimento era più che garantito dalle grate metalliche all’ingresso della facoltà di Scienze politiche.
Pisani da ultimo era vicedirettore dell’Aisi (il servizio interno) e ha lavorato soprattutto nelle squadre mobili, è uno specialista della caccia ai mafiosi come diversi capi della polizia dagli anni 90 in poi. Il più noto è stato Gianni De Gennaro, che guidava la polizia ai tempi del sanguinoso G8 del 2001 a Genova, dove l’ordine pubblico fu gestito soprattutto da “mobilieri” e alcuni di loro furono poi condannati per l’assalto e le false molotov alla scuola Diaz. Solo dopo quei processi arrivarono Gabrielli (2016) che chiese scusa per Genova e poi Giannini (2021), entrambi provenienti dal mondo delle Digos e dell’antiterrorismo. Vedremo presto quale sarà il mandato politico di Pisani e cosa farà.
(da Il Fatto Quotidiano)

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GLI OSPEDALI TOP E I PEGGIORI: VI DICIAMO QUALI SONO E PERCHE’

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL CORRIERE DELLA SERA PUBBLICA LE PAGELLE MAI RESE NOTE

Le aziende ospedaliere, come tutte le aziende, funzionano bene o male a seconda di come sono gestite. Con una differenza però: le prime gestiscono la salute e gli errori di gestione non sono ammessi. Le cronache ci raccontano di solito i casi eccezionali del tipo: «Molinette, salvata bambina di 5 anni con un trapianto di fegato collegato direttamente al cuore» (11 dicembre 2022); «Policlinico Gemelli, caso di rara complessità: nella stessa seduta, effettuato un bypass coronarico, asportato un tumore renale e rimosso un enorme trombo. Impegnate 3 equipe per 10 ore» (10 febbraio 2023); «Padova, trapiantato un cuore fermo da 20 minuti: prima volta» (15 maggio 2023). Un clamore meritato e rassicurante. Contemporaneamente ci sono gli episodi di malasanità che fanno altrettanto rumore e ci terrorizzano. La quotidianità con cui ci confrontiamo abitualmente da pazienti è fatta, però, soprattutto d’altro: Pronto soccorso, liste d’attesa, esami diagnostici che per essere precisi vanno eseguiti con macchinari sotto i 10 anni. Ed è qui che, tranne rare eccezioni, qualità delle cure e capacità dei manager sono strettamente legate. Vediamo cosa vuol dire
Quando un ospedale funziona bene
Un’azienda ospedaliera funziona bene quando rispetta requisiti imprescindibili:
1) un Pronto soccorso dove i pazienti non se ne vanno perché non hanno ricevuto entro le 8 ore le cura e l’assistenza necessaria;
2) tempi di attesa che rispettano quanto indicato dalla legge (per esempio l’intervento chirurgico per la protesi d’anca entro 180 giorni e gli interventi per tumore alla mammella, al colon retto e al polmone entro 30 giorni);
3) tassi non elevati di ricoveri ad alto rischio di inappropriatezza (come l’artrodesi), ricovero dei pazienti nel reparto giusto per il loro problema (per esempio meno ricoveri possibile di pazienti medici in reparti chirurgici), non fare passare troppi giorni dall’ingresso in ospedale per un intervento chirurgico all’intervento chirurgico stesso, capacità di attrarre pazienti da fuori Regione;
4) bilanci e conti in ordine;
5) numero adeguato di medici e infermieri per posto letto;
6) macchinari e apparecchiature non obsolete.
Le pagelle ai direttori generali
In base a questi indicatori, per la prima volta, è possibile dare una pagella su come sono guidati gli ospedali pubblici: l’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali che fa capo al ministero della Salute, ha valutato le performance dei manager di 53 ospedali pubblici, di cui 30 universitari, divisi rispettivamente per chi ha più di 700 posti letto o meno di 700 posti letto. Lo ha fatto come previsto dalla legge di Bilancio del 2019 che le affida il compito di monitorare il raggiungimento degli obiettivi dei direttori generali: «L’Agenas – si legge all’art. 1, comma 513 – realizza (…) un sistema di analisi e monitoraggio delle performance delle aziende sanitarie che segnali, in via preventiva, attraverso un apposito meccanismo di allerta, eventuali e significativi scostamenti relativamente alle componenti economico-gestionale, organizzativa, finanziaria e contabile, clinico-assistenziale, di efficacia clinica e dei processi diagnostico-terapeutici, della qualità, della sicurezza e dell’esito delle cure, nonché dell’equità e della trasparenza dei processi». Esclusi gli Irccs non universitari, i mono-specialistici, le Asl e le aziende territoriali come le Aziende sociosanitarie territoriali (Asst) della Lombardia che dal 2015 hanno incorporato quasi tutti gli ospedali pubblici lombardi: la scelta di escluderli dell’Agenas è motivata dalla necessità di avere dati comparabili tra loro. I risultati che leggerete di seguito sono stati incrociati con i dati del «Piano nazionale esiti», lo strumento con cui Agenas testa annualmente la qualità delle cure, a conferma della corrispondenza tra capacità dei manager e risultati clinico-assistenziali.
I 9 ospedali al top
Ecco cosa dicono i risultati del primo report presentato a Roma ieri, 24 maggio 2023 (i dati sono disponibili sul portale realizzato sull’argomento da Agenas a questo link ). È stato preso in considerazione il 2021, anno in cui gli ospedali hanno dovuto fare ancora pesantemente i conti con il Covid (in grafica tutti i risultati anche del 2019 che, in assenza della pandemia, vedono performance più alte). Dei 53 ospedali esaminati, 12 hanno un livello di performance basso, 32 medio e solo 9 alto che sono: gli ospedali universitari Senese (Siena), Careggi (Firenze); Pisana (Pisa), Padova, Integrata Verona e Policlinico Sant’Orsola (Bologna); e gli ospedali S. Croce e Carle (Cuneo), Riuniti Marche Nord e Ordine Mauriziano (Torino).
I 12 ospedali da bollino rosso
Gli ospedali con le performance più basse sono: Cosenza, San Pio (Benevento), Sant’Anna e San Sebastiano (Caserta), Riuniti Villa Sofia Cervello (Palermo) Ospedali Civico Di Cristina Benfratelli (Palermo), Cannizzaro (Catania), San Giovanni Addolorata (Roma), San Camillo Forlanini (Roma); e gli universitari: Luigi Vanvitelli (Napoli), San Giovanni di Dio Ruggi d’Aragona (Salerno), Mater Domini (Catanzaro) e Policlinico Umberto I (Roma).
Tempi di attesa di interventi per tumori
Questi i 10 ospedali con i più bassi tempi di attesa per gli interventi di tumore (qui il documento ufficiale): Senese, Padova, Pisana, Policlinico Umberto I Roma, Careggi, S. Croce e Carle, Integrata Verona, Policlinico Sant’Orsola, Riuniti Foggia, Sant’Andrea di Roma che però viene indicato di bassa qualità per l’intervento chirurgico al colon. E questi, invece, i 10 ospedali con i tempi di attesa per gli interventi di tumore più lunghi: SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo (Alessandria), San Luigi Gonzaga (Torino), Sant’Anna e San Sebastiano (Caserta), Ospedali Riuniti Bianchi Melacrino Morelli (Reggio Calabria), Policlinico Monserrato (Cagliari), Per l’Emergenza Cannizzaro (Catania), Azienda ospedaliera universitaria Sassari e infine: Giaccone (Palermo), Pugliese e Mater Domini (Catanzaro) dove l’attesa è lunga, ma poi i livelli di cura sono buoni.
I macchinari più o meno obsoleti
I 10 ospedali con apparecchiature meno obsolete risultano (qui il documento ufficiale): Policlinico San Martino (Genova), Riuniti (Foggia), Policlinico Sant’Orsola (Bologna), Maggiore della Carità (Novara), S. Croce e Carle (Cuneo), San Pio (Benevento), Sant’Andrea (Roma), Cardarelli e Monaldi Dei Colli (Napoli), San Giuseppe Moscati di (Avellino). Gli ultimi tre in Campania che, evidentemente, ha fatto investimenti per rinnovare i macchinari, anche se i tre ospedali hanno ancora livelli scarsi per la cura dei tumori. Gli ospedali, invece, con le apparecchiature più obsolete – e un macchinario vecchio è sempre meno preciso di uno nuovo –: Azienda ospedaliera universitaria di Cagliari, Riuniti Villa Sofia Cervello (Palermo), Papardo (Messina), Per l’Emergenza Cannizzaro (Catania), Azienda ospedaliera universitaria Sassari, Brotzu (Cagliari), Civico di Cristina Benfratelli (Palermo) e, sorprendentemente in questa lista ci sono anche tre ospedali quotati: Mater Domini (Catanzaro), Senese e Policlinico San Matteo di Pavia.
Durata del ricovero a parità di gravità
C’è poi un indicatore (che tecnicamente si chiama «Indice comparativo di Performance») che permette di valutare a parità di gravità del caso la durata del ricovero (qui il documento ufficiale): più è lungo più vuol dire che l’ospedale ha problemi organizzativi. I migliori: Riuniti Marche Nord, Careggi, Pisana, Pugliese, Maggiore della Carità. I peggiori: S. Giovanni Di Dio Ruggi D’Aragona (Salerno), San Luigi Gonzaga (Orbassano), Civico Di Cristina Benfratelli (Palermo), Cardarelli (Napoli), Umberto I (Roma).
Le responsabilità della politica
Con tutte le dovute eccezioni, questi risultati sono la prova della capacità organizzativa e di gestione delle risorse, o meno, in capo al direttore generale. Dai dati Agenas risulta, per esempio, che in media una sala operatoria di un ospedale fa solo 400 interventi l’anno, vuol dire poco più di uno al giorno: performance del genere in altre aziende non sarebbero mai accettate. I direttori generali come vengono scelti e da chi per gli ospedali pubblici? Dal 2012 le Regioni possono nominare esclusivamente direttori generali iscritti all’albo nazionale. Requisiti richiesti: laurea, comprovata esperienza dirigenziale di 5 anni nel settore sanitario o di 7 in altri, frequenza di un corso di formazione in materia di sanità pubblica e non aver compiuto i 65 anni di età. Poi ci sono anche le commissioni di esperti che valutano, ma alla fine chi dà le carte è il presidente della Regione in condivisione con il suo assessore alla Sanità. La scelta quindi è politica.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da Il Corriere della Sera)

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L’ALBUM DI FAMIGLIA NELLA CAPITALE NERA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA SEDE DELL’EX NAR CIAVARDINI. TRA MANIFESTAZIONI E FIACCOLATE: SONO TALMENTE RIVOLUZIONARI CHE SFILANO A FIANCO DELLE TRUPPE DELLA MELONI

Nessuna insegna indica la sede del complesso mondo imprenditoriale e associativo di Luigi Ciavardini, l’ex terrorista dei Nar, e della moglie Germana De Angelis.
Via Fiesole è un vicolo senza uscita, a pochi passi dal fiume Aniene che attraversa Roma. È una enclave difficile da trovare, se non la conosci, contornata da capannoni di fabbri e falegnami. In fondo alla stradina c’è un grande magazzino, completamente ristrutturato all’interno. Uffici, un salone, un piano rialzato. Fuori un piccolo campo si affaccia sui palazzoni di Roma Nord, sulla ferrovia e su una delle poche strisce di verde rimaste intatte. Non è solo un ufficio, ma un vero e proprio punto di ritrovo per il mondo neofascista romano, che sul piazzale di via Fiesole si dà appuntamento per ritrovi, feste e concerti nazirock.
L’ultimo, previsto per la settimana scorsa, è stato bloccato dopo un intervento del presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, di alcuni deputati del Pd e del sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Era previsto l’intervento del gruppo rock di estrema destra “Gesta Bellica”, noto per versi tipo “Tu rosso compagno di negri, immigrati compare degno, rossa bandiera con falce e martello pugno chiuso e in bocca uno spinello”.
La musica dura di destra da queste parti è di casa. Così come le feste e le cerimonie evocative. Lo scorso 29 settembre chez Ciavardini è stata ricordata Alessia Augello, detta Tungsteno, militante di Forza Nuova morta prematuramente a 44 anni. Il suo nome è divenuto noto a Roma per il funerale, celebrato nel gennaio di un anno fa poggiando una bandiera con la svastica sulla bara. Un particolarissimo onore destinato a pochi nella comunità. Via Fiesole, però, non è solo un luogo di incontri privati e riservati: nello stesso spazio dedicato a concerti e alle commemorazioni delle militanti di Forza Nuova lo scorso gennaio venivano presentati i libri di case editrici dell’area della destra.
Roma, da sempre, è una sorta di camera di compensazione del neofascismo. Nel quartiere Tuscolano, ad Acca Larentia, ogni sette gennaio sfilano migliaia di esponenti del mondo della destra, con fianco a fianco i ruoli più istituzionali di Fratelli d’Italia e i militanti duri della costellazione nera. In occasione della commemorazione dei tre ragazzi uccisi nel 1978 i diversi pezzi di quel mondo si contano, stringono accordi o rompono patti di alleanza. È sempre stata una sorta di cartina tornasole fondamentale per capire cosa accade in questo mondo.
Nella capitale sono nati i Nar guidati da Valerio Fioravanti, il terrorista mai pentito della strage di Bologna. E a Roma è stata ideata e programmata negli anni ‘70 la cosiddetta “strategia dell’arcipelago”, ovvero la frammentazione in tante sigle dell’eversione nera, sotto un’unica strategia e guida occulta, come hanno raccontato i pochissimi collaboratori di giustizia che hanno deciso di abbandonare quel mondo. Nella capitale, infine, è nata la tattica delle strutture parallele, idea concepita all’interno del Movimento sociale italiano da Pino Rauti – il fondatore di Ordine nuovo rientrato nel partito di Almirante nel 1969 – e dai suoi seguaci, messa in pratica negli anni ’90 dai giovani camerati di Colle Oppio, riuniti sotto il nome “Gabbiani”, il gruppo fondato da Fabio Rampelli, oggi vice presidente della Camera dei deputati.
Sigle solo apparentemente distanti dal partito (prima il Msi, poi Alleanza nazionale, oggi Fratelli d’Italia) ed una fitta rete di locali, pub, associazioni culturali. È l’area dove sono cresciute politicamente Giorgia Meloni e il suo doppio Chiara Colosimo, entrate tutte e due – a distanza di un decennio – nella sede della Garbatella, da dove, nel 1991, era partito un nutrito gruppo di militanti per formare Meridiano zero, l’organizzazione della destra radicale create da Rainaldo Graziani, il figlio del fondatore di Ordine nuovo.
La capitale è città degli ambienti permeabili, delle osmosi politiche, di vita, professionali. In fondo i rapporti tra la neo presidente della commissione antimafia e il mondo di Luigi Ciavardini e della sua Associazione Idee non devono stupire. Sono traiettorie che si sfiorano, che convivono, a volte pericolosamente.
Ciavardini e il suo mondo sono da quasi un ventennio un simbolo ben preciso. Il 5 dicembre del 2005 tra piazza Venezia e la Bocca della Verità circa cinquemila persone sfilarono con le fiaccole in mano, in un corteo aperto dallo striscione “Strage di Bologna, colpevoli di comodo, vittime senza giustizia”. La manifestazione era stata organizzata dall’associazione “L’ora della verità”, sigla che ogni 2 agosto – anniversario della bomba del 1980 – prova a riproporre la tesi dell’innocenza della destra nell’attentato più grave della storia repubblicana. Nel comitato organizzatore dell’epoca ci sono i nomi di una parte importante dell’attuale dirigenza di Fratelli d’Italia: da Marco Marsilio, presidente della Regione Abruzzo, vicinissimo a Giorgia Meloni fin dal suo ingresso alla sezione della Garbatella nel 1992, a Sandro Delmastro Delle Vedove e a Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati. Attorno a loro interi pezzi del partito, militanti storici, altre associazioni, piccoli gruppi, riviste web. Da allora in tutta Italia “L’ora della verità” organizza convegni, incontri e dibattiti, con un unico obiettivo: allontanare la colpa delle stragi dalla destra. La premier Meloni fin da quando guidava Azione Giovani non è mai stata estranea a questo mondo. Più volte, dal 2004 in poi, ha apertamente espresso la sua adesione alle tesi – che contrastano con le tante sentenze definitive di condanna – dei “negazionisti” della strage di Bologna. Scriveva nel 2019 su Twitter: «Strage di #Bologna: se non è Fresu chi è 86esima vittima? Attendiamo risposte urgenti a interrogativi inquietanti per risolvere un intrigo dai risvolti sempre più internazionali che qualcuno si ostina a considerare vicenda di terrorismo interno». L’idea di gettare la colpa su piste internazionali – archiviate da anni dalla Procura di Bologna, per assoluta inconsistenza degli indizi – prosegue ancora oggi, con convegni realizzati dagli stessi promotori del gruppo “L’ora della verità”, questa volta con in locandina il logo del Ministero della Cultura, come è avvenuto la settimana scorsa nei locali della biblioteca Casanatense di Roma.
Il simbolo della strage di Bologna diventa qualcosa di più concreto quando si tratta di aiutare i camerati. In questi giorni è iniziato il processo di appello nei confronti di Gilberto Cavallini, un altro ex Nar già condannato per la strage del 2 agosto in primo grado. Da almeno cinque anni è scattata una sorta di rete di solidarietà nei suoi confronti, da quella stessa area romana cresciuta attorno al gruppo “L’ora della verità”. Sei anni fa Cavallini era detenuto nel carcere di Terni e così l’associazione del suo compagno d’arme all’epoca dei Nar, Luigi Ciavardini, decise di aprire con la moglie Germana De Angelis una succursale proprio nella città umbra.
Cavallini alla fine ha ottenuto la semilibertà, grazie ad un contratto di assunzione arrivato da una delle cooperative di riferimento. E quando Cavallini, nel 2018, si trova a rispondere anche della strage di Bologna, l’area della destra romana decide di finanziare la complessa difesa, con una raccolta di fondi a cui partecipano anche esponenti di Fratelli d’Italia. Tutto pubblicizzato online, nelle bacheche Facebook dei personaggi più noti dell’ambiente, divenuti nel frattempo ristoratori di successo. “Nessuno deve rimanere indietro”, era il nome di uno dei gruppi più attivi nell’aiutare chi doveva rispondere davanti alla giustizia di terrorismo. La Roma nera non dimentica e, nel nome di Luigi Ciavardini, ha un solo obiettivo: lavare quella macchia indelebile delle stragi, del neofascismo, del piombo degli anni Settanta.
(da La Stampa)

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EGEMONIA CULTURALE, GLI ABBAGLI DEI SOVRANISTI

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

MA CHE CULTURA DI DESTRA, NELLE REGIONI CHE AMMINISTRANO SI AFFIDANO A MEDICI ESTETISTI, IMPRENDITORI E UFFICIALI DELL’ESERCITO… ALAIN DE BENOIST? IN FRANCIA HA VOTATO MELENCHIN ED E’ ANTILIBERISTA

Marcare il “noi” e il “loro” è in tutta evidenza la via scelta dalla destra per esercitare l’egemonia politica che le elezioni del 2022 le ha assegnato e trasformarla, come si dice nelle interviste, nella famosa egemonia culturale. C’è un “noi” e un “loro” ovunque, persino nel dibattito sul commissario alla ricostruzione dell’Emilia Romagna dove è stato dato l’alt al candidato naturale, Stefano Bonaccini, che avrebbe attraversato con troppa evidenza la linea di confine tra i due campi.
Noi e loro sul vertice della commissione antimafia, dove si è preferita una scelta ultra-identitaria a un nome votabile a più larga maggioranza. Noi e loro sulla grande storia italiana, su Alessandro Manzoni, che sui giornali della destra finisce tra i “loro” perché il presidente della Repubblica lo ha associato ai diritti della persona che precedono quelli dell’etnia. Noi e loro ovviamente sulla televisione pubblica, dove si attende con curiosità la traduzione in show, telegiornali e fiction di quel pronome personale collettivo.
A cosa corrisponda quel “noi” tuttavia non è ben chiaro e ancor meno chiaro è apparso dopo le note vicende del Salone del libro. Qui il “noi” è stato appeso a due figure sostanzialmente estranee alla storia della destra politica italiana e ai suoi percorsi di formazione. Eugenia Roccella è una militante femminista di imprinting radicale, che incrocia la vicenda di Fratelli d’Italia su un tema identitario molto forte – il contrasto alla Gpa, all’utero in affitto – ma di certo non può essere iscritta d’ufficio al “noi”. Alain De Benoist è un intellettuale francese che intervistato da Repubblica qualche anno fa si definiva così: “Un conservatore di sinistra, mi batto per il reddito universale, credo nella decrescita, sono ferocemente contrario al liberalismo. Nei miei libri si nota l’influenza di Rousseau e Marx. Alle presidenziali ho votato per Jean-Luc Mélenchon” (al secondo votò Marine Le Pen perché “avrei scelto chiunque contro l’iper-liberista Macron”).
Non aiuta a capire neppure la mappa delle roccaforti culturali già da tempo acquisite nelle Regioni, dove gli assessorati alla Cultura sono assegnati a medici estetici (Lazio), avvocati civilisti (Lombardia, Veneto), dirigenti d’azienda (Abruzzo), graduati dell’esercito (Sicilia), imprenditori del settore orafo (Piemonte) o addirittura non ci sono proprio (Basilicata), tantoché viene da chiedersi come mai l’urgentissima questione dell’egemonia non abbia trovato mai spazio dove la destra governa da un bel pezzo e perché non ci siano in quei ruoli operatori culturali, visionari, organizzatori di festival, e mai sia emerso né un genialoide alla Renato Nicolini né un intellettuale-innovatore alla Gianni Borgna. Anzi, quando un intellettuale c’era, Umberto Croppi, primo assessore alla Cultura della giunta di Gianni Alemanno, lo si sostituì in fretta con il democristiano Dino Gasperini.
Osserva giustamente Walter Siti su Domani che questa fissazione dell’egemonia culturale è piuttosto nuova per la destra, perché Silvio Berlusconi «col suo formidabile istinto di imprenditore, non se ne preoccupava troppo: sapeva che la sottocultura porta più voti della cultura, lasciava volentieri i Saloni del libro alla sinistra e si inventava Drive In». Ma adesso che il progetto è stato declinato toccherà riempirlo, con tutte le difficoltà del caso perché se il “loro” è facile da definire sul “noi” non esiste una mappa né un elenco, i pochi nomi a disposizione sono già collocati, si tirano indietro, oppure sono giudicati scarsamente allineati.
Gli altri sono tantissimi ma hanno più consonanza col retequattrismo che con la vicenda della destra e quel tipo di egemonia – l’egemonia dell’agenda protoleghista della paura, allarme sbarchi e allarme rom, allarme legittima difesa e allarme ladri in villetta – difficilmente può diventare qualcosa di diverso da una tiritera da talk show a misura di rabbia e frustrazione.
Ai vecchi tempi della destra c’era una battuta ricorrente. Quando qualcuno si riferiva a un’idea, a una posizione politica, a un fatto di cronaca, dicendo “noi dovremmo…” l’altro rispondeva ridendo: scusa, noi chi? Già allora quel “noi” suonava strano, non si sapeva bene dove appenderlo, se a quelli che organizzavano cineforum con i film di Wenders e Jodorowsky (sì, c’erano) o a quelli che andavano a contestare Jesus Christ Superstar (e talvolta erano gli stessi).
Oggi la domanda torna in mente ogni volta che si fa riferimento al tema dell’egemonia culturale perché il vero “noi” della destra, oltre il portato del berlusconismo e del salvinismo, oltre la sostituzione dei “loro” e la redistribuzione degli incarichi, resta piuttosto misterioso persino per chi la conosce bene.
Flavia Perina
(da La Stampa)

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DECISIONE TAR SU ORSI TRENTINO RINVIATA A DOMANI MATTINA

Maggio 25th, 2023 Riccardo Fucile

SONDAGGIO: LA MAGGIORANZA DEI TRENTINI CONTRARI ALL’UCCISIONE DELL’ORSA JJ4 E CRITICI VERSO FUGATTI

“L’esito dell’orsa JJ4 non si deciderà prima di domani mattina”. A dirlo è l’avvocato Claudio Linzola, consulente legale per Lav, Lega anti vivisezione.
Il legale ha spiegato che i giudici hanno valutato attentamente tutte le rimostranze presentate, con anche i giudici che hanno proposto delle domande precise alle due parti. Alla fine la decisione è rimandata a domani mattina. Non prima
La metà dei trentini è contro l’uccisione degli orsi JJ4 e MJ5
La metà dei trentini è contro l’uccisione degli orsi JJ4 e MJ5, condannati a morte dalla Provincia di Trento. Il dato riguarda sia gli abitanti del capoluogo (57%) sia coloro che abitano nelle vallate e nei piccoli centri (47%). Lo dice un sondaggio di Doxa, che ha condotto 500 interviste su un campione rappresentativo di residenti a Trento (22%) e provincia (78%), con uomini e donne di età 18 anni e oltre fra l’11 e il 17 maggio 2023. A rendere noto il dato è la Lega antivivisezione (Lav), che per stasera, in centro a Trento, ha organizzato una fiaccolata dalle 19 alle 22.
“Una ragione in più oltre a quelle etiche e scientifiche della quale deve tener conto la politica locale anche per le prossime scelte sul futuro della presenza degli orsi nella nostra provincia, tanto più alla vigilia della decisione collegiale del Tar sui due plantigradi, che sarà resa nota a seguito dell’udienza del Tribunale amministrativo prevista per domani – commenta Simone Stefani, responsabile Lav Trentino e vicepresidente nazionale dell’associazione animalista -. Inoltre consideriamo che il 53% dei trentini ritiene che la Provincia, dopo aver riportato gli orsi sul territorio, si è impegnata “poco o per nulla” per fornire ai cittadini tutte le informazioni necessarie a prevenire gli incontri e come comportarsi con gli orsi, percentuale che fuori Trento città arriva al 55%, a dimostrazione che queste gravi mancanze delle Giunte che governano da più di vent’anni la nostra provincia non sono solo nel giudizio di “cittadini e animalisti da salotto”, come detto in maniera demagogica da Fugatti, e riguardo quindi alla possibilità di evitare la tragedia di Andrea Papi c’è chi a Piazza Dante e a Via Vannetti, sedi politiche e tecniche della Provincia, dovrebbe farsi un esame di coscienza”.
Le due relazioni depositate al Tar
La Lav ha anche depositato al Tar, che domani deciderà le sorti di JJ4, nei due giudizi le relazioni dei propri consulenti esperti tecnico scientifici di riconosciuto livello nazionale e internazionale, quali il dottor Rosario Fico, medico veterinario vicepresidente della Società Italiana di Scienze Forensi Veterinarie e già responsabile del Centro di referenza nazionale del Ministero della Salute, e il dottor Renato Semenzato, biologo docente a Master Universitari di I e II livello, Consulente di progetti Life sui grandi carnivori.
Le relazioni mettono in luce alcune lacune sui rilievi effettuati a seguito dei fatti avvenuti il 5 aprile e che hanno visto coinvolta l’orsa JJ4 a difesa dei suoi cuccioli, come anche quelli che riguardano l’incidente avvenuto il 5 marzo in Val di Rabbi con il coinvolgimento dell’orso MJ5. In particolare, risulta che tutte le relazioni su quest’ultimo incidente, che hanno portato a definire “pericoloso” il plantigrado, si fondano su una interpretazione dell’accaduto effettuata senza l’analisi critica di tutti gli elementi a disposizione.
Mancano infatti attività di indagine di medicina forense veterinaria che possano ad esempio confermare che, in particolare nel caso di MJ5, le ferite siano realmente riconducibili a un orso e non piuttosto, anche considerata la lieve prognosi di 15 giorni assegnata alla persona coinvolta, alla caduta avvenuta a seguito dell’incontro ravvicinato, elemento che può portare a escludere totalmente la categoria di orso problematico assegnata a MJ5 che in tanti anni non aveva mai avuto comportamenti del genere.
Nel caso dell’orsa JJ4 si sottolinea come, nonostante quanto scritto dallo stesso Ispra, che ha fatto valutazioni senza riscontri diretti in loco, l’animale di fatto non abbia mai avuto comportamenti anomali o da orso “pericoloso”, alla luce degli elementi raccolti, ma si sia semplicemente comportata come una mamma con cuccioli si comporta in caso di incontro ravvicinato a protezione degli stessi. Anche l’ultimo e tragico incidente non vede responsabilità dirette né nel povero ragazzo né nell’orsa JJ4, ma piuttosto una responsabilità gestionale legata a mancate misure preventive quali la sterilizzazione dell’individuo, suggerita dall’ISPRA e non attuata, così come la radiocollarazione dell’animale, e una mancata comunicazione e informazione sulla presenza dell’orsa con piccoli in quell’area.
Le due opzioni per i giudici
Via Calepina, dove ha sede il Tar di Trento, è attualmente presidiata dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Anche l’accesso al tribunale amministrativo è interdetto. I giudici si trovano di fronte a due opzioni: la prima consiste nel dare attuazione alle ordinanze di abbattimento dei due orsi, come chiesto dalla provincia di Trento; la seconda prevede di trasferirli nei due santuari all’estero, in Romania e in Giordania, che hanno assicurato l’ospitalità fino alla morte naturale degli animali. Fuori dalla sede del Tar, il presidente della Lav Gianluca Felicetti ha commentato: «C’è bisogno di serietà da parte di chi amministra, da coloro che hanno firmato impegni e non li hanno mantenuti, da chi ha usato gli orsi come attrattiva turistica per poi decidere di portarli al patibolo».
(da agenzie)

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