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ABUSO D’UFFICIO, I MAGISTRATI: “ECCO COSA RESTERA’ IMPUNITO”

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

LO VOI, SICILIANO E DE LUCIA ILLUSTRANO GLI EFFETTI NEFASTI DELL’ABOLIZIONE DEL REATO A CUI STA LAVORANDO NORDIO

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice il proverbio. Perfetto per il governo che prosegue sulla via dell’abolizione formale o di fatto dell’abuso d’ufficio e del traffico di influenze. “Siamo alle battute finali di una versione modificata e una abrogativa – ha detto il sottosegretario Andrea Delmastro –. I pubblici amministratori non avranno più la paura della firma”. La maggioranza è soddisfatta, anche se tutti i magistrati chiamati in Commissione Giustizia alla Camera, hanno illustrato con dovizia di esempi in che modo l’abolizione o il ridimensionamento dei due reati si tradurrebbe nell’impunità per fatti gravi e nella caduta libera di “credibilità” dell’Italia a livello internazionale. Una riforma ingiustificata, quella dell’abuso d’ufficio, anche perché, concordano i tecnici, già quella del 2020 ha ristretto di molto la perseguibilità del reato e la “paura della firma” è solo “un equivoco”, ha detto l’ultimo magistrato ascoltato, il procuratore di Roma, Franco Lo Voi.
Impunite le mediazioni, anche quelle remunerate
Lo Voi è partito dal traffico di influenze (346 bis c.p.) che c’è per “evitare la sovraesposizione di interessi privati, in danno degli altri”. Ricorda che il ddl Pittalis (FI) “verrebbe a impedire il perseguimento di alcune condotte di mediazione remunerate che intervengono in ambiti in cui il sistema non tollera alcuna mediazione”. E fa esempi della sua categoria: “Pensiamo a una mediazione remunerata per cui un magistrato riceve denaro per interferire sulla funzione di un collega ad esempio affermando, poco importa se in buona o malafede, che taluno è innocente e deve essere assolto. Con la nuova formulazione questo magistrato, che prenderà anche denaro, non risponderebbe dell’illecito. Salterebbe la punibilità”.
Affidamenti diretti e concorsi, sarà il caos
Quanto all’abuso d’ufficio (323 c.p.), la sua abolizione “lascerebbe priva di protezione penalistica tutta una serie di fattispecie. Pensiamo, spiega, all’affidamento diretto sopra soglia, domani resterebbe privo totalmente di tutela penale”, cioè impunità certa. “O pensiamo all’alterazione dei concorsi pubblici. Noi abbiamo avuto un caso – racconta il procuratore – in cui un candidato ha trasmesso a un componente della commissione per l’esame da magistrato i segni dei propri compiti scritti in modo che il commissario potesse agevolarlo. Ebbene se noi non avessimo avuto il reato dell’abuso d’ufficio questa condotta sarebbe rimasta priva di tutela penale”. Dunque, ancora impunità garantita. Anche Lo Voi ha citato la Convenzione di Merida che “prevede la criminalizzazione del reato di abuso d’ufficio” e lo fa, come ha ricordato Francesco Prete, procuratore di Brescia, con riferimento alle ipotesi di condotte che hanno prodotto un vantaggio, illecitamente, a favore di un terzo. Non un danno. “Se noi eliminiamo questo (l’abuso di vantaggio, ndr) o addirittura abroghiamo il reato o lo trasformiamo in sanzione amministrativa – ha concluso Lo Voi – ci metteremo fuori dalle convenzioni internazionali e comunitarie che noi stessi abbiamo sottoscritto e ratificato”.
Strumento prezioso contro i reati di mafia
Il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, anche lui ascoltato in Commissione, ha pure evidenziato una criticità già presente: “Oggi non è utilizzabile l’intercettazione nella quale emerge una condotta di abuso d’ufficio, perché il legislatore ne impedisce l’utilizzabilità per reati che in astratto non potevano essere intercettati (660 c.p.p.)”. Tutto ciò “in terre a forte infiltrazione mafiosa ha un significato importante” perché le intercettazioni “sono una preziosa fonte” per scoprire gli “illeciti nei confronti della Pa” e derivano “dalle indagini di mafia”.
Lapidaria la procuratrice aggiunta di Milano, Tiziana Siciliano: “Leggo con sconcerto ipotesi di cancellazione dell’abuso d’ufficio” che è già un reato “quasi lettera morta” per i vari “distinguo” e “paletti” che si sono susseguiti nel riformarlo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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DONNE E CETO PRODUTTIVO, L’IDENTIKIT DEGLI ASTENUTI. E ORA PAGA L’OPPOSIZIONE

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

IL 54% DI COLORO CHE NON HANNO VOTATO ALLE COMUNALI SI DICHIARA “ARRESO”… PIU’ FORTE LA DEMOTIVAZIONE FRA I 35-54ENNI… COLPITI MAGGIORMENTE I PARTITI DI OPPOSIZIONE

Una resa e non una protesta. Così il 54% di coloro che hanno deciso di non votare alle recenti elezioni comunali definisce la propria scelta.
Il 47% si dichiara demotivato in quanto non ha fiducia nella classe politica locale. Un altro fattore che caratterizza il profilo di chi non è andato a votare nei due recenti turni elettorali del 14 e 28 maggio è che tra questi prevale la “classe produttiva” del Paese in quanto il 24%, cioè 1 su 4, è impiegato ed il 22% imprenditore o libero professionisti.
Insomma il 46%, cioè 1 su 2, è percettore o generatore di reddito.
A questi si aggiungono i disoccupati che rappresentano un ulteriore 17%. In termini di caratteristiche demografiche prevalgono le donne (58%) e quelli che hanno tra i 35 e 54 anni (48%).
A tal proposito bisogna dire che l’età media dei votanti in Italia è sempre superiore ai 50 anni, indipendentemente dalla tipologia di elezione. Indagando inoltre l’appartenenza politica di chi ha disertato le urne si riscontra l’esistenza di uno “zoccolo duro” del 27% che dichiara di non votare mai contro il 60% che decide di volta in volta in base alla presenza di una proposta convincente.
Per esempio, il 43% di chi non ha votato alle recenti amministrative non si era recato alle urne neanche in occasione delle elezioni politiche dello scorso settembre.
Nel complesso, quindi, gli astenuti sono divisi in due cluster: ¼ è costituito da “ortodossi”, cioè disillusi sull’utilità del voto, al contempo però ci sono quelli definibili “fluidi” che valutano in ogni occasione elettorale quale comportamento assumere. Insomma quelli che devono essere “corteggiati” e che influiscono sull’esito del risultato finale.
Infatti se si analizza qual è stato il comportamento degli astenuti alle recenti amministrative in occasione delle elezioni politiche si nota che, oltre che il 43% non si era recato alle urne lo scorso 25 settembre, il 16% aveva votato M5S ed il 13% il PD. Da questi dati è chiaro, dunque, come la recente astensione abbia colpito più i partiti di opposizione che di maggioranza. Solo il 6% aveva scelto FDI e il 9% Lega e FI.
C’è anche da dire che la bassa affluenza alle elezioni comunali non è una novità, così come non è una sorpresa che in alcuni comuni al ballottaggio abbia votato meno del 50% degli aventi diritto. Si è persa la percezione dell’importanza del ruolo dei sindaci e quindi della loro potenziale efficacia nel determinare cambiamenti per i cittadini. Infatti la maggioranza degli astenuti (53%) ritiene che negli ultimi anni il reale potere dei primi cittadini sia diminuito ed il 53% percepisce un calo anche nella reputazione.
Ciò nonostante il 51% dei non votanti pensa che la possibilità che un sindaco operi bene risieda più nella sua capacità personale che dai mezzi e dalle risorse a disposizione. Pesa però anche un dato di percezione che si diversifica a livello territoriale: se il 33% degli astenuti valuta peggiore la classe politica locale rispetto a quella nazionale, tra i residenti al Sud questa percentuale aumenta fino ad arrivare al 46%. La convinzione della scarsa influenza che può avere un sindaco per realizzare importanti interventi è testimoniata anche dall’opinione che per il 53% dei non votanti il ruolo istituzionale più importante è quello del Presidente del Consiglio, segue per il 18% quello del presidente di Regione mentre i primi i cittadini sono indicati solo dall’11%. E’ interessante notare che nel Nord l’apprezzamento del ruolo di governatore aumenta fino al 29%, cioè 11 punti in più rispetto alla media nazionale. Infine, un ulteriore elemento dirimente che influisce sulla partecipazione è il rilievo nazionale dell’appuntamento elettorale. In una election day la motivazione aumenta. Infatti nelle recenti elezioni (solitarie) della Regione Lazio e della Lombardia (Febbraio) e del Friuli (Aprile) l’affluenza è stata al di sotto del 50%, in occasione invece del primo turno delle amministrative del 14 maggio la partecipazione ha coinvolto il 59%, indicatore questo che se c’è una campagna elettorale nazionale aumenta l’importanza del voto in quanto si percepisce anche il valore politico nazionale e non solo quello strettamente territoriale.
(da La Repubblica)

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ECCO PER CHI VOTANO I RICCHI E I POVERI

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

I RICCHI SCELGONO IL TERZO POLO, I POVERI IL M5S… L’AFFLUENZA E’ AL 75% TRA I BENESTANTI, SOLO AL 45% PER GLI INDIGENTI

Le statistiche sulle dichiarazioni Irpef per l’anno 2022 (redditi 2021), rilasciate di recente dal ministero dell’Economia, mostrano inequivocabili differenze nella condizione economica dei contribuenti, sia tra città che all’interno di esse. Tra i capoluoghi di regione, a Milano si superano i 37mila euro lordi annui, staccate Bologna e Roma sotto i 30mila euro, mentre al Sud si superano di poco i 20mila euro. Nel capoluogo lombardo si registra anche una maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi: nella zona Brera-Castello, primo municipio, la media è 107mila euro; nel municipio 9 invece è intorno ai 25mila.
È opinione condivisa che il reddito influenzi l’appartenenza politica e il voto nelle consultazioni elettorali. L’assunto è ampiamente dimostrato confrontando il voto espresso alle ultime Politiche (dati della Camera) nelle 7715 sezioni elettorali delle 8 maggiori città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze) con la distribuzione dei redditi in 276 zone individuate tramite il Codice di avviamento postale (Cap).
Nelle grandi città vive il 13% dei contribuenti e degli elettori, ma si concentra un terzo del reddito complessivo degli italiani, con un importo di oltre 28mila euro per individuo a fronte di una media nazionale di 22.500. Qui il centrosinistra ha raccolto più voti sovvertendo il risultato complessivo: il Pd ha il 23,6% (19% in tutta Italia), Fratelli d’Italia il 22,2% (26%), il Movimento 5 Stelle il 16,8% (15,4%), Azione-Italia Viva il 10,5% (7,8%), Forza Italia il 5,3% (8,1%), la Lega il 4,8% (8,8%).
Una prima evidenza che balza agli occhi è che in tutte le grandi città l’affluenza è maggiore al crescere della condizione economica, con una tendenza ancora più accentuata per le città a minor reddito (Napoli, Palermo, Genova). Il 10% del reddito complessivo è detenuto dal 4,4% di elettori delle zone a maggior pregio di Milano, Roma, Torino e Bologna e a votare è andato il 73,3%. Viceversa, per mettere insieme un 10% di reddito nei quartieri più poveri di Napoli, Palermo, Roma e Genova si deve conteggiare il 16% di elettori e solo la metà di essi è andato a votare.
Ma anche l’esito del voto è completamente diverso. Nei 10 quartieri dove vivono i contribuenti con maggior reddito (5 a Milano, 3 a Roma, 2 a Torino) il partito più votato è Azione-Italia Viva (26,9%), con oltre il 30% nei quartieri più esclusivi di Milano come Brera-Castello (Cap 20121), Sant’Ambrogio-San Vittore (Cap 20123) e City Life-Pagano (20145). Poco sotto seguono il Pd (23,1%) e Fratelli d’Italia (22,2%), con il Movimento 5 Stelle che raccoglie solo il 4%. Nei 10 quartieri dove il reddito dei contribuenti è più basso (6 a Napoli, 4 a Palermo) il Movimento 5 Stelle raccoglie più della metà dei consensi (al Cap 80144 di Napoli che corrisponde a Secondigliano, San Pietro a Patierno, Miano supera addirittura il 60%), mentre Fratelli d’Italia e Pd non vanno oltre il 10%.
Una misura approssimativa del reddito degli elettori di ciascuna lista, che chiameremo reddito “caratteristico”, si può ottenere pesando il valore medio di ciascuna zona Cap per i voti ricevuti. Con oltre 35mila euro gli elettori di Azione-Italia Viva hanno un reddito “caratteristico” più elevato, mentre non arriva a 25mila quello di chi sceglie il M5S. In mezzo tutti gli altri partiti, con la coalizione di centrosinistra oltre i 30mila euro, persino maggiore di Fratelli d’Italia, Forza Italia e ancor più Lega.
L’analisi dei risultati ottenuti dalle forze politiche nelle grandi città offre interessanti spunti di riflessione. Fratelli d’Italia raccoglie i maggiori consensi a Roma (28,6%) e prende più voti nelle zone a minor reddito, come a Milano e Torino. Viceversa a Napoli, dove non è andato oltre il 12,3%, prende un maggior numero di voti nelle zone più agiate.
Pure per il Partito democratico il segnale è inequivocabile: ottiene percentuali più alte dove intercetta il voto degli elettori a minor reddito (33,3% a Bologna, e 30,4% a Firenze) e scende quando a votarlo maggiormente sono i più ricchi (il 13,9% a Palermo, il 16% a Napoli, ma anche il 23,2% Roma).
In tutte le grandi città, gli elettori delle zone a minor reddito prediligono il Movimento 5 Stelle, che evidentemente è riuscito a intercettare i loro bisogni, con una tendenza ancora più accentuata a Napoli (43,2%) e Palermo (36,1%).
Esattamente il contrario per Azione-Italia Viva che trova i maggiori consensi nelle zone a maggior reddito, con l’unica eccezione di Firenze (dove predomina la componente Italia Viva), dove il voto è sostanzialmente trasversale.
L’elettorato di Forza Italia è alquanto indifferente rispetto al reddito a Milano, Torino e Roma. Ha un maggior consenso a Palermo (dove prevale tra i più poveri) e minore a Firenze e Bologna (prevale tra i più ricchi).
La Lega, infine, raccoglie il maggior numero di voti nelle zone a minor reddito, con una tendenza più accentuata a Genova e Torino. A Napoli, dove la situazione è più livellata, la percentuale è bassa.
Ricapitolando, il centrosinistra prevale nelle grandi città, a discapito del centrodestra che ha vinto le elezioni.
Gli elettori più poveri si caratterizzano per una minore partecipazione al voto e per una maggiore preferenza accordata al Movimento 5 Stelle e, in misura minore, alla Lega.
Quelli più ricchi votano di più per Azione-Italia Viva, ma anche Partito democratico e Fratelli d’Italia. Tutte le forze politiche raccolgono un consenso maggiore quando riescono a raggiungere percentuali più alte nelle zone a minor reddito, che sono peraltro le più numerose.
Alle elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno, i cui seggi saranno assegnati secondo un sistema proporzionale puro, ogni partito andrà per conto suo e la partita – almeno nelle grandi città – si giocherà soprattutto nei quartieri più popolari, anche se non sarà facile ridurre il gap di partecipazione con le zone più agiate.
(da agenzie)

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LA SERA ANDAVAMO AL QUIRINALE: ISTANTANEE DEL NUOVO POTERE MELONIANO NEI GIARDINI DI MATTARELLA

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

“CHI L’AVREBBE MAI DETTO CHE SAREMMO ARRIVATI FIN QUASSU’?”… LA COERENZA SACRIFICATA AI SALOTTI BUONI

“Noi. Qui. Così. Chi l’avrebbe mai detto!”. “Incredibile, ma è tutto vero”. E poi Francesco Rocca e Giampaolo Rossi si abbracciano. Il primo è stato eletto governatore del Lazio. Il secondo, in attesa di diventare amministratore delegato, è da poco direttore generale della Rai. Forse è la fine di una nuova fiction sugli anni 70 e i cuori neri. Di sicuro è l’inizio del ricevimento al Quirinale per la festa della Repubblica. Il primo dell’era Meloni. Fratelli d’Italia cin cin, e alla riscossa. Non è un caso forse che il primo ad abbandonare il party, dopo aver salutato il padrone di casa, sia proprio Mario Draghi. Due imprenditori campani lo fermano e lo ringraziano. “Ho fatto solo il mio dovere”. Una giornalista gli dice che sta scrivendo una biografia non autorizzata su di lui. “Sapesse quante cose ho visto che non si possono raccontare”, risponde Draghi. Che sulla terrazza, con vista immortale sull’Urbe, incrocia Fabio Panetta. “Mario, ti ho mandato la cosa che mi avevi chiesto”. “Ok, grazie”. L’ex premier esce di scena, il futuro governatore della Banca d’Italia è appena arrivato, riverito da tutti.
In questa staffetta di economisti romani, con l’accento Bce Frankfurt, c’è uno dei tanti sensi della serata. Le palme del Quirinale si dondolano davanti al mare venerato del nuovo potere. Si parla assai di Rai e si osserva la pipa nel bavero della giacca di Rossi, che fa molto Tory. Svetta, già segugio di Montecarlo, Gian Marco Chiocci, che scovò la casa Fini-Tulliani nel principato di Monaco: domani inizia la sua avventura alla guida del Tg1. Assicura che non farà editoriali in diretta e che non nasconderà le notizie scomode per il governo. E’ scaltro, come chi ha fatto il marciapiede. “Auguri!”, lo saluta Elly Schlein. E scatta il siparietto.
Chi conta, o vuole contare, in Italia sta qui. Pensate a un nome: c’è. Si fa prima dunque a compilare la lista dei grandi assenti. Manca l’avvocato del pueblo Giuseppe Conte. Non c’è il senatore-direttore Matteo Renzi (è in Giordania, con grande senso del tempismo, al matrimonio reale del principe Hussein bin Abdullah II con l’architetta saudita Rajwa Alseif). E’ assente Silvio Berlusconi, e subito scattano gli aneddoti. Non è stato avvistato – ma forse c’era – Carlo Calenda. Paolo Gentiloni è al festival dell’Economia di Torino.
Ci sono gli ambasciatori di mezzo pianeta. Si muove agile – voilà – quello francese, Christian Masset (d’altronde qui se si mettesse male avrebbe lo scudo del Quirinale con corazzieri annessi). Salta all’occhio a un certo punto un capannello di kefiah e tuniche bianche e al centro un giovane uomo dalla carnagione olivastra: ma certo, è Luigi Di Maio, neo inviato Ue nel Golfo persico. Inglese fluente (“I’ll see you in Bruxelles”), l’ex ministro degli Esteri, e già ex tante cose, fissa un appuntamento con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Non è accompagnato. Appena gli si fa una domanda di politica interna risponde così: “It’s not my business!”. Gianni Letta e la signora Maddalena (senza crostata del patto, anche se, toh, ecco pure Massimo D’Alema in grigio Pcus) solcano i giardini con sorrisi compassati. Sergio Mattarella, in compagnia della figlia Laura, pare camminare sospeso in aria a mezz’aria tra la folla che lo reclama e lo vuole salutare, ma anche toccarlo. Il capo dello stato incrocia la segretaria del Pd (le croniste di agenzia, allarmate, devono fare un lancio su come è vestita: armocromia).
Tra i due un saluto gentile ma assai rapido, senza indugiare in particolari cordialità anche per non regalare nulla agli occhi di chi osserva. Lei tenta un aggancio citando rapidamente un nome di donna evidentemente di comune conoscenza, lui annuisce e accelera il passo. Un giornalista navigatissimo del Palazzo commenta con un pizzico di retroscenismo e analisi: “E’ il saluto di un ex Dc alla neo leader che sterza tutto a sinistra”. Vai a capire. Gli assenti comunque hanno sempre torto. Ma insomma qui si stanno facendo i conti senza l’oste: dov’è lei? Dov’è Giorgia Meloni? Basta cercare Patrizia Scurti, “la segretaria padrona”, e tutto sarà più semplice.
La premier direttamente dalla Moldavia arriva intorno alle 19. Ed è subito Giorgia di qua e Giorgia di là. Notizia: la capa è di buon umore. Abbraccia un Enrico Vanzina visibilmente abbacchiato per la Roma, ma sempre fortissimo (“sono appena tornato da Budapest: che incubo”). Meloni scherza con i giornalisti come quando era al 4 per cento. Ruba i taccuini per leggere se ci sono cattiverie sul suo conto. Si fa i selfie con i cronisti (li chiama “origliatori seriali”) afferrando i loro cellulari. Brinda “alla Repubblica” con il capo dello stato. Altro che presidenzialismo, bollicine e premierato. Al compagno Andrea Giambruno – in silenzio stampa – i direttori di tutte le associazioni agricole del paese. E’ tutto un osanna Meloni nell’alto del Colle. C’è anche la sorella madre della real casa: Arianna. Confessa uno a uno, in maniera discreta, un sacco di parlamentari di Fratelli d’Italia. “Che le devono parlare un attimo”. Più lontano il marito di Arianna, il ministro Francesco Lollobrigida: ha soddisfatto la sua sovranità alimentare con qualche calice di Franciacorta di uve nere (veramente notevole). Il menu della casa propone: cannelloni di ricotta e spinaci, involtini di salmone con caprino, terrina di gamberi e rombo in alga nori, polpettine di ceci, melanzane arrostite, mozzarella farcita, paninetti, porchetta, bulgur di grano alle verdure, involtini di caponata.
In sottofondo l’orchestra, poco calcolata, continua con sinfonie di Verdi e Mozart. “Ma adesso ci siamo noi: servirebbe musica più moderna”, scherza Paolo Trancassini, deputato-questore della Camera nonché titolare del ristorante La Campana (“dovevi portare i tuoi mitici carciofi fritti”, gli dicono i colleghi). I parlamentari semplici di Fratelli d’Italia, con il dress code imposto a inizio legislatura dalla premier, sono in disparte. Ma comunque ricercatissimi. Donzelli & Delmastro sono i colonnelli nella mischia. “C’è la Colosimo abbracciata a un uomo: vuoi vedere che è Ciavardini?”, vipereggia un cronista che vede trame nere ovunque. Invece è più semplicemente Fabio, futuro marito della presidente della commissione Antimafia, tutta contenta e fiera dopo aver stretta la mano a Mattarella.
Mario Sechi, il capoufficio stampa di Palazzo Chigi, è rilassato. E scherza e fa battute con un intercalare sardo divertentissimo: “Ma è tutto in off, eh?”. C’è un clima repubblicano in purezza che si traduce in un enorme volemose bene, biglietti da visita, ti lascio il mio numero, ci vediamo dalle parti di Viale Mazzini, per quell’emendamento facciamo così. Una sospensione spaziotemporale dalla solita cagnara da Aula parlamentare e da talk show. E in più: manager (Flavio Cattaneo, senza Sabrina Ferilli), apparati dello stato. Divise e stellette sulle spalle. “Buonasera, sono Andrea De Gennaro”, si incontra all’ingresso, al nostro fianco, il comandante della Guardia di Finanza. Sigfrido Ranucci di “Report” va a salutare Meloni poi discute con Maurizio Gasparri di intercettazioni e di Salvatore Baiardo. Vittorio Sgarbi presenta a tutti l’ambasciatrice del Venezuela, o forse è del Paraguay. Lino Banfi chiacchiera con Daniela Santanché: open to orecchietta lemon. E’ l’acquario della nuova Italia. Paolo Sorrentino, dove sei?
Giovanni Floris al fratello d’Italia Federico Mollicone: “Ma perché non venite da noi? Giorgia è forte, durerà. Perché questa chiusura nei nostri confronti?”. Risposta: “L’unico che viene da te è Rampelli perché è un fondatore e fa quello che gli pare”. Il vicepresidente della Camera, Rampelli appunto, sembra emozionato e soddisfatto. Starà pensando, gonfiando il petto a quattro ante, guarda dove li ho portati: dai giardinetti di Colle Oppio a quelli del Quirinale. Va provocato. Ma non ci casca. E ci dedica il ritornello di una canzone degli Amici del vento, complesso di musica alternativa anni 70, quando la destra giovanile cercava la sua “via gramsciana”: “Sono un giornalista di regime, so raccontare balle sopraffine”.
Il Pd è a suo agio, come d’abitudine. Schlein, qui senza compagna, si intrattiene con Guido Crosetto: il de bello ucraino, fra i due, dura un bel po’, e Lorenzo Guerini incrocia le dita. Dario Franceschini fa coppia fissa con Salvo Nastasi, grande intrattenitore. Avvistati: i sindaci per sempre Francesco Rutelli (con la moglie Barbara Palombelli, raffinata cronista che chiede a Matteo Salvini news sul Ponte sullo stretto), Walter Veltroni e poi spunta anche Roberto Gualtieri. Voce fuori campo: “E’ stato liberato da Valerio Carocci del Cinema America?”.
I dem sono ovunque – quanto si diverte Nunzia De Girolamo, moglie di Francesco Boccia, ex ministra e oggi presentatrice tv, che proprio l’altro giorno stava a Palazzo Chigi – così come il partitone Rai, della nuova Rai che ora vira a destra. Stefano Coletta, il direttore punito per il Sanremo rosa chemical, è l’unico in smoking e parla con la segretaria del Pd senza darle tregua. Il quadrilatero della moda di Viale Mazzini Rossi-Sergio-Corsini-Mellone è quello più ricercato. “Per i nuovi palinsesti abbiamo poco tempo, il nostro immaginario dovrà aspetterà un po”, dicono, abbastanza seri. Lucio Presta, super agente, sarà l’ultimo a lasciare i giardini. Ometteremo i nomi dei colleghi che vanno a questuare dai vertici Rai un posto, una trasmissione, fondi e rassicurazioni per il futuro perché così va il mondo e tutti devono lavorare (i direttori dei quotidiani sono pochissimi, immancabili invece Bruno Vespa ed Enrico Mentana). “Questa sì che sarebbe una bella fiction”, ride Fabrizio Salini, “uomo libero” dopo l’esperienza di ad nella radiotelevisione pubblica. “Adesso tutti dicono che avevano la camicia nera ben piegata nei cassetti o un nonno del Msi”, nota divertito Alessandro Giuli, giornalista-polemista e direttore del Maxxi.
Giuseppe Carboni ora guida Rai Parlamento dopo un lungo purgatorio. Gli si avvicina sempre Mollicone: “Piacere, Federico”. “Piacere Giuseppe, quando ero al Tg1 mi facesti un sedere così con le tue interrogazioni”. Si ride. E si brinda. Antonio Tajani c’è e parla con la premier. Matteo Salvini è in disparte con la tribù leghista: didascalia dei tempi. Chiedono al capo della Lega, in compagnia di una freschissima Francesca Verdini, se abbia visto la partita della Roma: “Solo i calci di rigore”. Gelo. Nel crocchio leghista fa tappa fissa Licia Ronzulli. Giancarlo Giorgetti parlotta con Ugo Zampetti, gps del Palazzo. La festa meloniana è appena iniziata, e nessuno vuole andarsene. Solo posti in piedi. La sera andavamo al Quirinale.
(da Il Foglio)

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L’INFERMIERE INDIANO IN ITALIA: “IN UK GUADAGNANO 500 STERLINE IN 12 ORE, IO 1.600 EURO AL MESE”

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

“MIA FIGLIA SARA’ MEDICO”

Ieri il ministro della Salute Orazio Schillaci ha detto che l’India è tra i paesi che potrebbero fornire infermieri all’Italia in carenza di personale sanitario. «Una scuola infermieristica di alta qualità» quella del Paese più popoloso del mondo che ha già formato un professionista che in nel nostro Paese lavora da trent’anni. Antony Adassery, ha 55 anni, è arrivato in Italia quando aveva 23 anni, nel 1991. Ora vive a Savona e lavora a Millesimo, nella provincia ligure dov’è caposala in una residenza sanitaria. Il ministro si augura che Paesi stranieri possano «metterci a disposizione professionisti già ben formati, dal punto di vista sanitario e della conoscenza della nostra lingua», mentre imparare l’italiano è stato proprio uno degli aspetti più difficili da affrontare per Adassery. Ostacolo che l’infermiere è riuscito a superare, spianando la strada a sua figlia, futuro medico.
Le difficoltà
Per imparare l’italiano, «quando sono arrivato vivevo a Roma e mi sono iscritto a un corso dell’Università per stranieri di Perugia», racconta elencando le difficoltà. «Poi c’era il problema della comunicazione con i parenti rimasti a casa. A quei tempi era difficile avere contatti, non c’erano certo le videochiamate come oggi», spiega. Ciononostante, l’infermiere ha deciso di rimanere, lavorando in diverse strutture della penisola. Adassery è arrivato a Savona «attraverso alcune suore della Misericordia. Prima ho lavorato tre anni al San Raffaele di Milano. Guadagnavo di più ma non mi trovavo bene con la città». Come mai? «Troppo caotica. Si vive meglio qua in Liguria».
I vantaggi dell’Italia
Ma Adessery non ha studiato nella regione del Kerala, di dove è originario, bensì qui in Italia, dove è arrivato grazie «a un prete di Napoli». «Gli ho chiesto di aiutarmi a venire. Ho iniziato il corso nel 1991 e mi sono diplomato nel 1994». La differenza rispetto all’India, si è fatta subito vedere: «Qui un infermiere ha uno stipendio 10 volte più alto rispetto all’India. Certo, la vita è molto più cara ma si trova comunque il modo di risparmiare un po’. All’inizio mandavo i soldi a casa, ma ora i miei non ci sono più, quindi ho smesso», ricorda l’infermiere in un’intervista a La Repubblica a cura di Michele Bocci. Vantaggio economico che non ha lasciato indifferenti i conoscenti di Adassery, che ha aiutato ad arrivare in Italia: «Almeno una ventina, tra parenti e conoscenti che mi hanno contattato e chiesto aiuto»
Negli altri paesi pagano di più
«A Savona – continua – c’è una comunità di una settantina di infermieri, con le famiglie. Poi ci sono grandi gruppi di indiani che lavorano nella sanità a Milano, Roma e Genova». Riguardo la proposta di schillaci, Adassery dice la sua: «Se chiude l’accordo fa bene. Il punto è che vanno trovate le persone, perché adesso all’India arrivano richieste da tutto il mondo, anche da Paesi che pagano più dell’Italia». Anche perché «da quel punto di vista non ci sono problemi, chi studia da infermiere è già prontissimo a lavorare anche qua. La formazione è ottima, di alto livello».
Mettendo insieme le due cose, Adassery ricorda che da tempo la sanità britannica fa affidamento sugli infermieri indiani. Un’opzione migliore di quella offerta dall’Italia: Pagano tantissimo. Sono stato di recente a Londra e un mio amico lavorando per le agenzie interinali prende anche 500 sterline per turni di 12 ore. Io sto sui 1.600 euro al mese». Chissà che non possa essere la strada di sua figlia, 20enne, studente di medicina a Genova, in attesa di sapere cosa farà la secondogenita, 17enne liceale.
(da Open)

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I FEDELISSIMI DEL CECENO KADYROV ATTACCANO PRIGOZHIN, TRA I DUE CRIMINALI E’ GUERRA

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

“SEI DIVENTATO UN URLATORE CHE SEMINA IL PANICO”… DALLA WAGNER LA REPLICA: “I CECENI DVREBBERO ESSERE FUCILATI”

La lotta di potere intorno al Cremlino ora divide anche gli uomini del ceceno Kadyrov da Prigozhin: due stretti alleati del leader ceceno Ramzan Kadyrov hanno pubblicamente attaccato Yevgeny Prigozhin, l’oligarca padrone del gruppo Wagner, definendolo un blogger che si lamenta costantemente dei suoi problemi.
Adam Delimkhano, braccio destro di Kadyrov, si è rivolto a Prigozhin in un videomessaggio utilizzando un tono confidenziale dandogli del tu: “Ti sei trasformato in un blogger che urla e grida al mondo intero per tutti i suoi problemi”, ha affermato Delimkhanov. “Smettila di urlare e gridare”.
Magomed Daudov, presidente del Parlamento ceceno, ha attaccato Prigozhin in un video condiviso su Telegram: “Devo dirti che per queste parole, durante la Seconda Guerra Mondiale, saresti stato immediatamente fucilato”, ha dichiarato, accusando Prigozhin di seminare “panico nella popolazione”.
In risposta, Dmitry Utkin, un ex ufficiale delle forze speciali russe considerato il comandante più anziano del gruppo di mercenari Wagner, ha dichiarato che il suo gruppo è pronto ad affrontare i ceceni “da uomo a uomo”.
“Da dove viene questa familiarità? Chi ti ha dato il diritto di usare l’indirizzo ‘tu’ e ‘Zhenya’?”, ha replicato Utkin in un messaggio riportato da Prigozhin su Telegram. “Certi individui dovrebbero vergognarsi al punto da essere fucilati”.
Utkin, veterano delle guerre russe in Cecenia, ha affermato di conoscere i ceceni fin dai tempi in cui combatteva contro di loro nel Caucaso. Né Prigozhin né Kadyrov hanno ancora commentato pubblicamente questa disputa. In passato, i due uomini erano considerati alleati, accomunati dal loro disprezzo per la leadership militare russa.

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COMMISSARIO UE PER IL LAVORO: “SERVE IL SALARIO MINIMO, E’ UNA SPINTA ALLA PRODUTTIVITA'”

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

“BISOGNA DARE UNO CHOC A SETTORI A BASSA PRODUTTIVITA'”

Anche il commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali, il lussemburghese Nicolas Schmidt, si è detto a favore del salario minimo, sottolineando che potrebbe essere una spinta alla produttività e avere diversi esiti positivi sul piano economico. “Il salario minimo, soprattutto per i lavori più poveri, può essere una spinta importante per la produttività. Bisogna dare uno choc a settori a bassa produttività e il salario minimo può aiutare”, ha detto durante un incontro al Festival dell’Economia di Torino. E ancora: “Bisogna investire per i lavoratori, dare loro più competenze. Il salario minimo può quindi avere esiti positivi sul piano economico”.
Alcuni giorni fa anche Bankitalia si era espressa a favore del salario minimo. “Come negli altri principali Paesi, l’introduzione di un salario minimo, definito con il necessario equilibrio, può rispondere a non trascurabili esigenze di giustizia sociale. Troppi, non solo tra i giovani, non hanno un’occupazione regolare o, pur avendola, non si vedono riconosciute condizioni contrattuali adeguate”, ha detto Ignazio Visco presentando le sue relazioni annuali.
“Penso che il governatore abbia compiti diversi da quello di indirizzo politico. Sono opinioni interessanti, ma noi rimaniamo sul programma con cui abbiamo ottenuto la fiducia degli elettori”, ha subito replicato Lucio Malan, capogruppo in Senato di Fratelli d’Italia.
Al festival dell’Economia di Trento anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni era intervenuta sul tema. E riconoscendo comunque il problema degli stipendi troppo bassi aveva detto: “Non si può sostenere allo stesso tempo che abbiamo dei salari da fame, che c’è il problema dell’inflazione, che bisogna mettere più soldi in tasca ai lavoratori e che addirittura bisogna immaginare un salario minimo legale, e poi dire che è inutile abbassare il cuneo contributivo. Io credo che sia molto più inutile il salario minimo, che è un’iniziativa buona sul piano filosofico, ma che rischia poi di essere un boomerang”.
(da agenzie)

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DISPREZZO PER LA STAMPA, OCCUPAZIONE DELLA RAI, APOLOGIA DEL MERITO SENZA MERITI

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

COSI’ IL GOVERNO MELONI CI PORTA ALLA REGRESSIONE CULTURALE

A oltre otto mesi dalla vittoria alle elezioni politiche del centrodestra con il trionfo di Fratelli d’Italia, si inizia a vedere davvero di che pasta è fatta la Giorgia-Meloni-premier.
Dismesse le museruole che aveva temporaneamente imposto a se stessa e ai suoi nei primi mesi dopo il risultato del 25 settembre, e venuta meno la pax draghiana a cui si era “ispirata” per opportunità, emergono infatti inquietanti segnali che dovrebbero preoccupare anziché far divertire, come accade nei siparietti che la nostra offre ai suoi lacchè e a buona parte della stampa nostrana, oggi improvvisamente fulminata sulla via di Giorgia.
Oltre ai danni economici e politici che questo governo sta producendo, all’orizzonte si stagliano sempre più chiari anche quelli culturali. Con effetti devastanti.
Perché se un presidente del Consiglio dichiara pubblicamente «io non leggo i giornali, vi faccio questa confessione» (persino vantandosene) arreca un danno grave all’immagine e alla funzione dell’informazione, essenziale per ogni democrazia.
Questa sua dichiarazione è palesemente falsa, visto che se invece i giornali glieli legge qualcuno smentisce in ogni caso se stessa. Ma dimostra anche come le «polemiche che non bisogna stare a sentire» non siano in fin dei conti così irrilevanti.
Mancare di rispetto alla stampa è, da parte di Giorgia Meloni, un segnale orrendo oltre che un’avvisaglia allarmante per tutti noi, senza nemmeno voler considerare il pessimo esempio che dall’alto del suo ruolo la premier offre a chi malauguratamente si imbatte in quel suo discorso.
C’è di più: Meloni ha anche avvisato che «io non intendo sostituire un intollerante sistema di potere con un altro intollerante sistema di potere. Io voglio liberare la cultura italiana da un intollerante sistema di potere». Tradotto: vuole il “suo” sistema di potere. Punto. E difatti dopo il repulisti in Rai, la premier ha già spartito poltrone e poltroncine tra i suoi fedeli o presunti tali (perché la fiducia in Italia dura fintanto che si detiene il potere).
La peggiore stoccata, però, è quella sul merito: «A me interessa – ha detto Giorgia Meloni – che questo Paese capisca il principio del merito…pari dignità, pari opportunità…ma poi dove arrivi, quello dipende da quanto sai dimostrare tu».
Peccato che questa narrazione sia il motivo per cui migliaia di studenti, al liceo e nelle università, si sentano buoni a nulla e oppressi dal mito del successo (nei casi migliori) o siano arrivati a togliersi la vita (nei casi peggiori), come abbiamo raccontato tante volte sul nostro giornale denunciando un disagio profondo tra i più giovani.
Eccolo, dunque, il vero Meloni-pensiero a un anno dal voto del 25 settembre: disprezzo per la stampa e l’informazione; nuova egemonia culturale incastonata in un sistema di potere fatto su misura; apologia tossica del merito in un Paese che sin dalla scuola annienta la mobilità sociale per definizione.
(da TPI)

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PORRO RIFIUTA LA RAI

Giugno 3rd, 2023 Riccardo Fucile

MEDIASET PASSA AL CONTRATTACCO

Novantesimo minuto Rai: Nicola Porro resta a Mediaset. In Rai non ci va. (Pier Silvio) Berlusconi 1 -Meloni 0. Rai 3, problema al centro. Il direttore generale, Giampaolo Rossi, ha trattato con Porro, ma Porro non poteva ritrattare la sua lealtà al Cav., che lo riempì di denaro quando Porro rimase a spasso dalla Rai.
Indimenticabile. Mediaset è la vera Sant’Egidio del giornalista maltrattato. Che si fa? L’ad Roberto Sergio, quando ha saputo della fumata nera, avrebbe detto: “Io che c’entro? Io sono ad. Io almeno una certezza ce l’ho. E’ Pionati”. A Viale Mazzini, la Virtus Rai Fanfani, allenata da Sergio, ha già surclassato la Hellas Rai Meloni, allenata da Rossi.
Sergio-Patton, cresciuto con Pier Ferdinando Casini, in calzettoni, è il solo che si diverte. Fischietta l’inno dello Scudocrociato “O Bianco Fiore/ simbol d’amore”. Quanto si racconta è tutto vero, come il titolone della Gazzetta dello Sport. Prima di sviscerare i problemucci di palinsesto Rai, elencati ieri nel comitato editoriale, riunito da Sergio, va celebrato, lui, il numero sette della Dc, il nuovo direttore del Gr radio, Francesco Pionati, l’ex chigista che ha una vita più lunga e avventurosa di José Buendia, il capostipite di Cent’anni di solitudine. Nel caso di Pionati è Cent’anni di gratitudine Rai. Entra in Rai nel 1983 e scala il Tg1. Lascia il Tg1 e si candida con l’Udc (eletto sia deputato sia senatore). Quando l’Udc fa la fine che fa, Pionati-Buendia fonda un partito (Aic) e infine, stanco da tanta fatica, torna in Rai. Nessuno si era accorto che fosse ancora una forza della tv pubblica e che in Rai esistesse la canonica Pionati. Lo davano per pensionato. Ma Salvini, il segretario che fa miracoli, lo richiama in servizio: “Francesco faremo il tuo nome per dirigere il Gr1”. E lui: “Matteo, non sono degno, ma dì soltanto una parola, e io sarò indicato”.
E infatti Sergio lo ha indicato direttore. All’orecchio, i leghisti: “Compagno padano Pionati, ci sarebbe da dare una striscia radiofonica a Marcello Foa e pure a Francesco Storace, ricordalo. Senza impegni, eh. Quando puoi”. Ma ora la scena. Nella stanza di Sergio-Patton i nuovi direttori firmano i contratti. Sorrisi, brindisi. Ecco che avanza la sagoma di Pionati, che per la generazione 1985, è il principe del panino, il rancio che lo spettatore Rai ha ingurgitato per anni. Correva l’anno 2006 e Pionati, a Repubblica, spiegava come si prepara il panino giornalistico, il servizio panino: “La prima fetta di pane spetta al governo, in mezzo ci metti la fettina di mortadella dell’opposizione che protesta, poi, puntualmente, arriva la seconda fetta riservata alla maggioranza di governo. Se però all’opposizione ci sta Berlusconi, l’ultima fetta resta sempre sua. Mai dare l’ultima parola a un comunista”. Questo sì che è catechismo. Elly Schlein dovrebbe prendere ripetizioni da Pionati. La Talpa d’Italia, il giornalista Rai-FdI, piccolo inciso, fa notare che la frase pronunciata della Schlein in direzione Pd (“non statemi addosso”) è stata rivolta a un suo amico dalla moglie, proprio la settimana scorsa. “E’ finita che la moglie è scappata con un artista, uno di quelli che frequenta il Cinema America di Valerio Carrocci, er mejo prodotto della sinistra capitolina. Non solo se fregano i voti, pure e moji”.
Dunque, Pionati, da Sergio-Patton, dice (è un resoconto): “Caro Roberto, guarda. Siamo io, te e Antonio (Preziosi, direttore del Tg2, anche lui ex Dc). Oggi siamo noi che governiamo questa grande televisione. Roberto, pensa alla mia storia. Quest’azienda è un’azienda capace di dimenticare un suo giornalista per anni, chiuso in una stanza, e poi farlo direttore del Gr come nel mio caso. Che grande storia la Rai”. E’ stato Dc pride. Pionati-Buendia aggiungono che dalla felicità parlasse a ruota libera, anzi, dicono, troppo libera. Pochi giorni fa ha rilasciato una intervista al Corriere che non era stata autorizzata (ma Pionati è Pionati, e che diamine) e da allora Sergio-Patton ha dato disposizione: “Non parla più nessuno”. Ci abbiamo provato pure noi. Pronto, direttore Pionati, possiamo? “Foglio, perdonami, ma non posso. Sai, c’è stato un problemino”. Rispettiamo il problemino. Il problemone Rai, si sa, è sempre l’altro. Chi ce mettemo che fa ascolti? Porro quindi niet. Beppe Caschetto, l’agente di Fazio e Annunziata, continua a svuotare la cisterna di Mazzini e potrebbe continuare a farlo. Il terzo polo, dato quello di Calenda e Renzi è fallito, in pratica lo fa lui con La7 e Discovery. Tra gli artisti ha pure Stefano De Martino e a Mediaset servono conduttori giovani alla De Martino. Ma anche in Rai servono i giovani. Vuoi vedere che possono essere la soluzione? Nel politburo, il comitato editoriale, convocato da Sergio-Patton (ieri nuovo ordine di servizio: Davide Di Gregorio diventa capo staff di Giampaolo Rossi; Nicola Rao super direttore della comunicazione, a Paola Sciommeri va la iper carica della direzione immobiliare e pure il coordinamento delle sedi regionali estere) ecco farsi largo il modello Empoli.
E’ sintetizzato dalla Talpa: “Se “i bigge della tv non vengono, sperimentiamo risorse interne e giovani”. L’Empoli Rai sarebbe questa: “Al Tg1, Andrea Lucchetta (inviato in Ucraina) Mario De Pizzo (è stato l’unico che intervistò Draghi), Giorgia Cardinaletti, volto. Al Tg2, Gianmarco Sicuro. A Rai Parlamento c’è Francesca De Martino, a Rai 3, Jari Pilati, Jacopo Cecconi e Giorgia Rombolà. Gli altri, sul campo, sono Tommaso Giuntella, Sara Mariani, Francesca Martelli”. La Talpa è convinta che si può benissimo diventare Inter. Francesco Giorgino, si è detto, avrà una trasmissione. Ma la vera sorpresa, per una conduzione, sempre su Rai3, può essere quella di Salvo Sottile. Ha il baffetto di Modugno, ha percorso tutta l’autostrada dell’informazione Palermo-Enrico Mentana solo andata (ha iniziato a Canale 5), in Rai ha sperimentato, con successo, il programma Prima dell’Alba. Entra in corsa. E poi c’è pur sempre Pionati. L’unica certezza della Rai. C’è chi va, chi resta, ma lui mai, portiere di notte del solo vero albergo pubblico rimasto, il Gran Pionati hotel. Per colazione, ovviamente, panino, imbuRaiato.
(da Il Foglio)

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