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PRIDE A PALERMO, IL SINDACO DI CENTRODESTRA LAGALLA DA’ IL PATROCINIO CONTRO IL PARERE DI FDI E IMPARTISCE UNA LEZIONE AI SEDICENTI PATRIOTI: “IO SONO GARANTE DEI SENTIMENTI DELLA CITTA’, NON DI UNA COALIZIONE”

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

“QUA SI PARLA DI DIGNITA’ E LIBERTA’ DELLE PERSONE, IO RAPPRESENTO TUTTI, NON IL PENSIERO DOMINANTE”… POI PARTECIPA AL GAY PRIDE PERCHE’ “VADO DOVE MI PARE”

La polemica politica non ha fermato la festa del Palermo Pride, anzi ha unito la gente e le istituzioni. In corteo si sono visti sfilare anche il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, l’ex sindaco Leoluca Orlando e anche l’attore Beppe Fiorello molto legato alla città e paladino dei diritti della comunità Lgbtqia+. “Sono qui perchè bisogna esserci, oggi più che mai”, ha dichiarato l’attore.
E’ stata una festa di colori e musica come ogni anno. In primo piano l’impegno della comunità per tutelare il diritto ad amare chi si vuole e quello delle famiglie arcobaleno che oggi più che mai sono minacciate dalla linea politica del governo in carica. Un’attenzione particolare anche al tema della guerra.
Alla vigilia del corteo era esplosa un polemica in Comune tra il vicesindaco e il sindaco. Carolina Varchi, capogruppo di Fratelli d’Italia della commissione Giustizia della Camera dei deputati, si è dichiarata contraria al patrocinio per l’evento.
La Città metropolitana ha promosso il Pride con un contributo di 10 mila euro, mentre il Comune ha dato il patrocinio. “Prendo nettamente le distanze dal patrocinio concesso al corteo del Pride e alle manifestazioni collaterali che si svolgeranno a Palermo – dice Varchi -. Non ha alcun senso concedere questi patrocini a manifestazioni che hanno una chiara connotazione politico-ideologica, schierandosi apertamente contro il governo nazionale”
Lagalla: “Io garante dei sentimenti della città”
“Il mio compito – ha dichiarato il sindaco – è interpretare il sentimento di una città, non di una coalizione. Il sindaco diventa un garante della città, dei diritti civili e della libertà delle persone, deve rappresentare tutti i cittadini quelli che ti hanno votato quelli che non lo hanno fatto. Interpretare non il pensiero dominante ma le sensibilità differenziate della comunità che si è chiamati a rappresentare, come un pater familias, non è un tema di confronto politico ma di opinioni, culture e sensibilità. Si parla di scelte delle persone, quindi siamo al di fuori e al di sopra di un recinto politico”.
“Varchi interpreta una posizione propria del suo partito assolutamente nota – conclude Lagalla – ma, ripeto, il sindaco deve assumersi una responsabilità speciale perché si tratta di vicende che riguardano la dignità, la libertà delle persone e le loro sensibilità”.
(da agenzie)

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“LA RIVOLUZIONE INIZIA ADESSO”: PARLA GALLYAMOV, L’UOMO CHE PREDISSE IL GOLPE

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL POLITOLOGO: “IL CAPO DI WAGNER HA INIETTATO IL VELENO CHE FINIRA’ PER UCCIDERE IL REGIME”

“Nessun supporto tra le élite, che di lui hanno paura, ma la società potrebbe sostenere la rivolta di Yevgeny Prigozhin”. E farla diventare rivoluzione. Lui deve solo “risolvere la sua personale incoerenza” e dichiarare una volta per tutte “che vuole la fine della guerra, la rimozione di Putin e un nuovo presidente”.
Abbas Gallyamov dal 2008 al 2010 ha scritto i discorsi di Vladimir Putin. Conosce bene la sua psicologia e come funzionano le cose all’interno del Cremlino. Ha sempre detto che a Mosca ci sarà un rivolgimento prima delle elezioni presidenziali del 2024, e che Putin si farà da parte o sarà costretto ad andarsene.
Bene, il rivolgimento è in atto. Il ritorno delle truppe Wagner alla loro base non significa che sia tutto finito. Nemmeno se Prigozhin emigra in Bielorussia, come ha detto il portavoce di Putin Dmitri Peskov. La minaccia per il regime rimane. Insieme a tutte le domande su come si è svolta finora questa vicenda. E torniamo così a intervistare il politologo russo. Lo raggiungiamo al telefono a Tel Aviv dove è emigrato con la famiglia per motivi di sicurezza.
Dottor Gallyamov, la Russia rischia la guerra civile? Perché Prigozhin ha accettato di fermare l’offensiva del gruppo Wagner e l’avanzata verso Mosca?
Quel che abbiamo visto finora ha senz’altro alcune delle caratteristiche di una guerra civile, ma è in effetti un tentativo di colpo di stato. Che, paradossalmente, non ha contenuto politico, almeno finora. Perché Prigozhin ha mosso guerra al potere senza senza dichiarare pubblicamente i propri obbiettivi. La sua posizione è debole, al momento. È estremamente contraddittorio, manca di logica e di coerenza.
In che senso? Mica le ha mandate a dire. Sono mesi che critica violentemente il governo, pur senza nominare Putin. E ha agito conseguentemente alle sue parole. Perché mancherebbe di coerenza?
Perché voleva andare a Mosca per arrestare, o peggio, il ministro della Difesa Shoigu e il Capo di stato maggiore Gerasimov e poi continuare la guerra, secondo le sue parole. Ma come può continuare una guerra che solo poche ore prima aveva definito illegittima e fondata su falsi presupposti perché gli ucraini e la Nato — ha in pratica spiegato — neanche si sognavano lontanamente di attaccare la Russia? E allora quali sono gli obbiettivi di guerra? Perché la gente dovrebbe andare a morire? Se dice che questa guerra è illegale, criminale e stupida dovrebbe poi dichiararsi contro di essa. Se dice che la Russia dal 2014 ha solo sfruttato i territori del Donbass, perché combatterla? Cosa vuole davvero Prigozhin adesso? Che gli oligarchi russi continuino a sfruttare i territori ucraini occupati? Non c’è logica.
Ma proprio per queste sue critiche molta gente potrebbe sostenerlo, no?
Ma non si vede un progetto chiaro. Nessuno può diventare un leader politico senza un progetto. E per ora Prigozhin non lo sta offrendo. Forse lo farà nelle prossime ore. E allora sarebbe l’inizio di una rivoluzione. Dobbiamo solo attendere.
Lei all’inizio dell’anno disse disse che si aspettava un colpo di Stato contro Putin entro il 2024. Ma pensava a una rivolta armata di questo tipo?
Mi aspettavo qualsiasi cosa. Perché la guerra sta diventando sempre meno popolare, tra i civili e anche tra i militari. E in uno stato autoritario quando una guerra impopolare continua troppo a lungo, va a finire male. Proteste popolari a ammutinamenti militari diventano all’ordine del giorno. Si può arrivare alla rivoluzione. È sempre successo.
Ma l’obbiettivo contro cui Prigozhin si è mosso è solo Shoigu insieme ai vertici militari? O è più in alto?
Dato che definisce la guerra “illegittima” e ha minacciato — e in parte intrapreso — la marcia su Mosca, il vero obbiettivo è Putin, non Shoigu. Perché Shoigu è un tecnico, non è una personalità politica. Non si può fare un ammutinamento contro un tecnico, né tantomeno una rivoluzione. Quello di Prigozhin è un progetto politico, diretto contro Putin, anche se Prigozhin non ha mai pronunciato il suo nome.
Perché figure politiche come il primo ministro Mishustin o il sindaco di Mosca Sobyanin tacciono? C’è da aspettarsi qualche sorpresa, da loro?
Tacciono solo perché gli eventi stanno sviluppandosi in un ambito militare che è fuori dal loro controllo e dai loro diretti interessi. Non vedo altri motivi.
Ma Prigozhin non ha qualche sostegno nelle élite vicine al potere?
Mi sembra davvero improbabile. Hanno tutti paura di Prigozhin. Magari sono anche d’accordo su alcune delle cose che dice. Ma è un personaggio troppo pericoloso, troppo imprevedibile. Non gioca secondo le regole. Le élite hanno paura di lui.
E nella società, come è vista la sua azione?
Potrebbe avere supporto, se risolvesse le sue incongruenze e dicesse che vuole la pace. La gente è davvero stanca della guerra.
Al di là dell’esito militare di questa vicenda, per il Cremlino ci sarà comunque un costo politico? Putin ha lasciato che le cose con Prigozhin arrivassero a questo punto. Qualcuno glene darà la colpa, anche se la rivolta venisse sedata?
Sicuramente. Anche se Putin riuscisse a far ammazzare Prigozhin, perché a questo punterà, sul lungo termine questa situazione danneggia comunque il regime. Perché il capo della Wagner ha iniettato un veleno nella narrativa secondo la quale questa guerra è giusta e legale ed è stata provocata da una fantomatica volontà di aggressione da parte di Kyiv e della Nato. Quindi, ha iniettato veleno nel cuore dello Stato.
I soldati inizieranno a porsi molte più domande sulle ragioni per cui combattono e probabilmente non troveranno risposte. Per arricchire ancor di più Putin e gli oligarchi? Per far rubare ancor più soldi ai generali? Prima i cosiddetti patrioti russi potevano snobbare questo tipo di questioni perché tipiche degli “agenti stranieri”, degli oppositori filo-occidentali come Navalny e altri che vengono definiti “traditori”. Ma che traditore è mai Prigozhin. E il più patriota dei patrioti, secondo la logica del patriottismo di regime. Lo ha provato. È stato il comandante più efficace contro le forze nemiche. Quindi, qualsiasi sarà la fine di Prigozhin, il veleno che ha iniettato nel sistema continuerà ad agire. Nelle élite e nella società.
A proposito di veleno, Prigozhin è spacciato? Verrà ucciso?
La sua sorte non è scritta. Se la smetterà di lottare con una mano sola come sta facendo adesso, se dichiarerà qual è il suo progetto politico, se dirà che vuole la fine della guerra, la rimozione di Putin e un nuovo presidente può anche vincere la battaglia. Potrebbe avere seguito tra la popolazione.
Quello di una rivoluzione innescata da Prigozhin è uno scenario probabile?
Sì, certo. Non lo escluderei per niente.
(da Fanpage)

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CHE COSA C’È DIETRO LA PROVA DI FORZA DI PRIGOZHIN? QUALI ERANO GLI OBIETTIVI DELLA SUA “MARCIA” SU MOSCA? TUTTI I MISTERI DI UN “GOLPETTO” FINITO A METÀ STRADA

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELLA DIFESA SHOIGU E IL CAPO DI STATO MAGGIORE RUSSO GERASIMOV SARANNO SILURATI? COSA E’ STATO DATO A PRIGOZHIN IN CAMBIO DEL DIETROFRONT? C’ERA QUALCUNO DIETRO AL “CUOCO DI PUTIN”? E ORA COSA FARÀ A MINSK? E PUTIN, USCITO A PEZZI DAL TENTATO COLPO DI STATO, HA LE ORE CONTATE?

La marcia della Wagner, «opera» in quattro atti. La sorpresa. Il primo obiettivo. L’avanzata. La giravolta. Manca un epilogo chiaro. Colpa del protagonista principale, Evgeny Prigozhin, uomo di tante parole, e della «nebbia sovietica» tra pubbliche minacce e trattative condotte dal presidente bielorusso Lukashenko.
Per mesi il capo della Wagner ha indicato quale fosse il nemico oltre all’Ucraina: la gerarchia della Difesa, dal ministro Shoigu al capo di stato maggiore Gerasimov. Li ha maledetti, insultati, sbeffeggiati così tante volte che è riuscito a confondere anche i più bravi esperti di Russia. Chi lo ha preso sul serio, chi ha liquidato le sortite come show parte di un gioco complice il Cremlino, chi ha ritenuto lo scontro importante ma non decisivo.
E lo «chef» ha preparato il suo piatto avvelenato, ha offerto una rappresentazione di forza, riuscendo ad evitare spie e informatori, prendendo di petto Vladimir Alekseev, numero due del Gru, l’intelligence militare. Uomo influente, con un passato nelle unità speciali, inviato dallo stesso Putin a gestire l’invasione.
Eppure il leader dei mercenari è parso, almeno nei gesti, sovrastarlo. Secondo la prima ricostruzione — incompleta — Mosca ha sottovalutato le possibili sortite. Ma anche le intelligence occidentali — ha rivelato la Cnn — sono state colte in mezzo al guado.
Le ipotesi
All’ultima ora è arrivato l’annuncio dell’intesa, Prigozhin ha ordinato il ritiro dei reparti per evitare spargimento di sangue russo e in cambio di garanzie di sicurezza. Il portavoce del Cremlino ha precisato che il capo della Wagner andrà a Minsk, in Bielorussia. Soluzione favorita proprio da un negoziatore particolare, Lukashenko, stretto tra la necessità di mantenere il suo trono e spesso pressato da Mosca per un intervento maggiore nel conflitto. Ieri si erano diffuse voci di una sua partenza inattesa verso la Turchia e invece era impegnato a trattare. Ne esce con un ruolo riconosciuto. I suoi buoni uffici — sempre che sia la verità — hanno facilitato la piroetta, l’ennesima, del re dei mercenari.
Molte ipotesi degli esperti sulla svolta.
1) Ha dato una spallata ed ha ottenuto la promessa di cambiamenti ai vertici. Shoigu e Gerasimov saranno silurati o ridimensionati?
2) Ha provato il grande colpo ma non ha trovato un seguito e allora ha fatto dietrofront.
3) Nulla sarà come prima, il neozar è uscito indebolito, grave la ferita al prestigio e alla nazione. Oppure, all’opposto, Putin userà la presunta rivolta, complice la Wagner, per qualche manovra.
Possono avere ragione tutti o nessuno, per la semplice ragione che Prigozhin è il personaggio dalle mille maschere. Cosa farà a Minsk?
(da Corriere della Sera)

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“PUTIN HA LE ORE CONTATE?

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL GENERALE AMERICANO DAVID PETRAEUS, EX CAPO DELLA CIA: “PUTIN PUÒ RESTARE VIVO A LUNGO, MA LA DOMANDA È DOVE? E QUANTO POTERE AVREBBE? SI DICE CHE IERI SIA SCAPPATO A SAN PIETROBURGO IN UN BUNKER

«È sconcertante, una volta che si inizia una impresa simile, verrebbe da pensare che sia irrevocabile, qualcosa da cui non puoi ritirarti. Ma forse Prigozhin ha trovato una via d’uscita». Abbiamo seguito i momenti in cui il gruppo Wagner ha fermato l’avanzata su Mosca al telefono con il generale David Petraeus, ex capo della Cia.
Generale Petraeus, come legge questa notizia?
«Ricordate la vecchia frase (di Napoleone, ndr ): se inizi a prendere Vienna, prendila? Qui credo che le avanguardie del gruppo fossero a 60-90 minuti di distanza. Non l’intera forza, meno di 5.000, ma stavo tenendo d’occhio le reazioni di tutte le forze di sicurezza per vedere se restavano fedeli a Putin: l’esercito, l’aviazione, le forze speciali, la guardia nazionale Rosgvardiya, l’Fsb, le forze del ministero dell’Interno, del Cremlino e i ceceni, insomma l’insieme di elementi controllati dai siloviki, i leader dell’establishment della sicurezza.
Se alcuni di loro avessero appoggiato il gruppo Wagner, si sarebbe scatenata una vera guerra civile. Ora la situazione è molto confusa. Ma potrebbe essere che Prigozhin si è spaventato e si è reso conto che aveva costretto Putin a dirigere tutte le forze contro di lui. In passato è stato molto attento a non criticare mai Putin direttamente, si è sempre scagliato contro Shoigu, Gerasimov e gli oligarchi, ma stavolta ha minacciato Putin. Si stava giocando tutto ma sembra che abbia esitato».
Quali conseguenze avrà tutto ciò sulla guerra?
«È chiaro che questa è una grossa distrazione per le forze russe. La mia speranza è che sia una distrazione tale che nel distretto militare sud che comanda le forze per le province nelle quali avviene la controffensiva possa crearsi un’opportunità. Quindi stavo guardando con attenzione quello che succede a Bakhmut, al confine con Donetsk e a Zaporizhzhia e in altre aree in cui gli ucraini hanno condotto attacchi per sondare le condizioni per un possibile impegno più massiccio. Ma non ho visto finora nulla di sostanziale».
Pensa che Prigozhin possa aver ricevuto aiuto da Kiev? E cosa sapevano la Cia e il Pentagono?
«Io penso che la stessa Wagner si sia impegnata in quest’azione solo 48 ore prima. Finora la tendenza di Prigozhin era di mantenere autonomia ma anche ottenere ulteriori risorse. Ed è solo quando Shoigu ha annunciato che tutte le forze irregolari avrebbero dovuto firmare contratti con il ministero della Difesa che Prigozhin si è sentito di forzare la mano».
A Washington alcuni si chiedono quanto tempo abbia Putin…
«Può restare vivo a lungo, ma la domanda è dove e quanto potere avrebbe. Si dice che sia scappato a San Pietroburgo in un bunker, come pure che Prigozhin fosse in bunker a Rostov».
(da il Corriere della Sera)

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DAL GOLPE SEMIRIUSCITO DI PRIGOZHIN PUTIN ESCE PIÙ CHE DIMEZZATO: MEMORABILE LA GELIDA RISPOSTA CHE LO ZAR HA RICEVUTO DAL PRESIDENTE KAZAKHO TOKAYEV. ‘QUESTA SITUAZIONE È UN AFFARE INTERNO DELLA RUSSIA’

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

24 ORE DI PANICO E VUOTO DI POTERE CHE RIMARRANNO NELLA STORIA DEL REGIME PUTINIANO COME UN PUNTO DI NON RITORNO

«Bombardare Voronezh» era una vecchia battuta, ormai un classico dell’umorismo della Rete russa, un eufemismo per “darsi la zappa sui piedi” in quella particolare versione che vedeva Vladimir Putin annunciare rappresaglie contro l’odiato Occidente che finivano regolarmente per fare più danno ai cittadini russi.
Ieri Voronezh è stata bombardata dall’aviazione russa, che cercava di colpire le colonne dei Wagner che puntavano verso Mosca, e sganciava ordigni sui ponti per impedirne l’avanzata. Questa guerra civile circoscritta, con bombe lanciate sul proprio territorio e aerei ed elicotteri dell’esercito regolare abbattuti da un’armata di mercenari, ha costretto il mondo (ma anche molti russi) a spalancare gli occhi su uno spettacolo che non si potrà più dimenticare: la straordinaria, sconvolgente, spaventosa debolezza della Federazione Russa al 24 anni di governo di Putin e al secondo anno di invasione dell’Ucraina.
Gli aerei privati di ministri e oligarchi che decollavano uno dietro l’altro verso la Turchia, l’Azerbaigian e gli Emirati Arabi. Il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin che proclamava lo stato di emergenza terroristica e istituiva una giornata supplementare di vacanza lunedì «per la sicurezza dei cittadini».
I prezzi dei biglietti aerei per le destinazioni estere che decuplicavano e gli scaffali dei negozi lungo il tragitto dei Wagner che si svuotavano di tutto, pane incluso. Il silenzio assordante dei propagandisti e dei politici, molti dei quali nelle settimane scorse avevano fatto a gara a elogiare Evgeny Prigozhin (il portavoce del Cremlino Peskov si sarà probabilmente pentito amaramente di essersi vantato di aver mandato suo figlio nei Wagner). E soprattutto la paralisi dell’esercito, e della Guardia nazionale, riluttante, e incapace, di fermare i mercenari.
Qualunque sia il patto che Putin e Prigozhin hanno raggiunto, se l’hanno davvero raggiunto e se lo manterranno, queste 24 ore di smarrimento, panico e vuoto di potere rimarranno nella storia del regime putiniano come un punto di non ritorno.
Se le garanzie di immunità agli ammutinati di Wagner verranno rispettate, la Russia ne esce come un Paese dove un capitano di ventura – Prigozhin non ha nessun rango ufficiale nella catena di comando militare, ufficialmente è un imprenditore nel settore della ristorazione pietroburghese – lancia un golpe, guidando la sua armata di mercenari e galeotti all’attacco di Mosca, e ne esce illeso. Il cuoco può non essere diventato zar, ma se sopravvive a questa notte diventa l’uomo più potente della Russia.
Le grida «Bravi!» e «Forza Wagner» che hanno accompagnato la molto rilassata e soddisfatta ritirata dei suoi uomini dal centro di Rostov mostrano che anche gli obiettivi mediatici dell’insurrezione sono stati raggiunti, come dimostrano anche le vendite dei gadget dell'”orchestra” sui siti e-commerce russi.
Lo zar ne esce invece più che dimezzato, dopo una giornata di telefonate ai pochi leader che accettano ancora di parlargli – memorabile la gelida risposa del presidente kazakho Tokayev «questa situazione è un affare interno della Russia», un sarcastico ribaltamento di quel rifiuto delle ingerenze che Putin ha tanto predicato come segno della sua sovranità – e una mediazione che deve al dittatore belarusso Aleksandr Lukashenko.
Lo scalpore provato da molti nel vedere la fragilità del potere putiniano ha ricordato lo sconcerto nel vedere, un anno e mezzo fa, sgretolarsi la reputazione del «secondo esercito più forte al mondo».
Il regime del Cremlino non soltanto è in buona parte un villaggio Potiomkin, ma è un villaggio di carta costruito dallo stesso Putin, frutto della sua paura della concorrenza e della sua profonda sfiducia nei sistemi e nelle regole.
Il presidente russo si fida solo degli uomini, e il suo accentramento quasi isterico del potere gli ha permesso non solo di trasformare la Russia in una quasi monarchia, ma di affidarne la gestione a dei cortigiani che considerava totalmente controllabili.
Il “cuoco di Putin” si è visto affidare operazioni delicate, dal Russiagate con la sua armata dei troll alla guerra in Siria con la sua armata di mercenari. È stato intoccabile, ha avuto dalla Duma perfino una legge ad hoc che proibisce di parlare di lui e dei suoi uomini in contesti negativi. Ha potuto girare le carceri russe reclutando stupratori, assassini e rapinatori per il fronte del Donbass, ai quali Putin firmava decreti presidenziali per la grazia, in violazione di qualunque regola e legge. È un mostro creato da Putin, è il genio che non ha avuto nessuna voglia di rientare nella bottiglia quando il suo presunto padrone glielo ha ordinato.
La sua marcia su Mosca ha aggiunto alla sua fama anche quella di idolo dell’opposizione russa: uno degli spettacoli più imbarazzanti di una giornata surreale sono stati molti liberali russi che hanno inneggiato a Prigozhin con tifo quasi calcistico (incluse anche persone come Lyubov Sobol, la collaboratrice di Alexey Navalny minacciata e denunciata dal “cuoco di Putin”).
Il golpe semiriuscito di Prigozhin ha in ogni caso rotto il precario equilibrio di potere che spingeva la nomenclatura russa a trattenere il fiato. Il gioco del trono è stato aperto.
Anna Zafesova
(da “la Stampa”)

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QUANTO RESISTERA’ PUTIN? PERCHE’ ORA TUTTO E’ DAVVERO POSSIBILE IN RUSSIA

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

MAI NESSUNO AVEVA OSATO SFIDARLO IN QUESTO MODO, NON E’ STATO LUI A DETTARE LE MOSSE PER RISOLVERE LA CRISI

La strada senza ritorno scelta da Evghenij Prigozhin segna l’inizio di una nuova fase della Russia, all’insegna di una maggiore instabilità. L’insurrezione armata decisa dal fondatore della Brigata Wagner, spesso descritta per brevità di sintesi come una milizia di mercenari, in realtà una colonna portante dell’Operazione militare speciale decisa da Vladimir Putin, rappresenta un segnale ben preciso. Mai nessuno aveva sfidato lo Zar in modo così esplicito. E mai nessuno ne era uscito ottenendo così tanto da lui. Un pareggio, se non una vittoria morale. Quel che davvero è accaduto in questa giornata così drammatica è segnato ancora da una notevole ambiguità.
L’unico obiettivo degli strali lanciati dall’ex uomo di fiducia erano i vertici dell’Armata russa, dei quali ancora non ci capisce ancora bene quale sarà il destino. Anche nelle ore più concitate, Prigozhin si era ben guardato dal lanciare un attacco verbale diretto al Cremlino. Appare evidente però che l’esito di questa resa dei conti è girato intorno alla figura di Putin, alla sua capacità di mantenere un potere che fino alla notte scorsa sembrava inscalfibile.
L’appello
Nel suo appello alla nazione, avvenuto esattamente sedici mesi dopo un altro discorso dai toni più trionfali che annunciava l’invasione dell’Ucraina, il presidente russo è apparso consapevole dell’entità della posta in gioco. In primo luogo, ha riconosciuto l’esistenza della minaccia, e non era scontato che lo facesse, invitando i soldati della Wagner e chiunque stia combattendo al fronte, «a non commettere l’errore fatale» di unirsi a lui.
Il secolo sovietico
Forse, più del riferimento al fatale 1917 che segnò il destino della storia russa proiettandola nel secolo sovietico, è stato questo passaggio a testimoniare il fatto che non eravamo davanti a un tentato golpe da operetta. È stata una sfida seria, della quale per la prima volta da quando è presidente, Putin non è apparso in pieno controllo, come dimostra anche il mistero sulla sua presenza al Cremlino, la sua presunta sparizione, le voci poi smentite che lo davano su un aereo diretto nella più sicura San Pietroburgo. Non è stato lui a dettare l’agenda degli eventi. Non è stato lui a deciderne la conclusione, avvenuta con la mediazione del presidente bielorusso Lukashenko.
L’appello alla nazione
È stata anche la prima volta in cui Putin ha dovuto fare un altro appello, quello all’unità della nazione. In precedenza, non ne aveva mai avuto bisogno. Prigozhin era consapevole del fatto che per lui non ci sarebbe stato un futuro, neppure alla fine della guerra. La misura era colma ormai da troppi mesi, la corda si sarebbe spezzata.
Ha deciso di farlo lui. Con i suoi fedelissimi, si è lanciato in una marcia su Mosca che è solo uno dei tanti eventi estremi che hanno caratterizzato le vicende della Russia. I ribelli non avevano alcun alleato all’interno del potere putiniano. Non disponevano di nessuna quinta colonna, solo della loro forza militare, che non va comunque sottovalutata. È anche lecito chiedersi cosa sappia lui della situazione bellica che il resto del mondo non conosce, per averlo portato a un simile gesto di ribellione.
La reazione
All’inizio, Putin ha risposto in modo duro, come sempre. Muro contro muro, nessuna concessione. Il presidente sapeva bene di non poter apparire debole agli occhi della nazione, la sua forza è uno degli elementi fondanti del patto che lo lega alla Russia più profonda. Se esita, se appare titubante, se cerca di mediare in momenti che sembrano segnare un crocevia, non è più un vero Zar, con la maiuscola. Conosce la storia, anche se la interpreta a modo suo. L’anima russa non ammette dubbi in chi la guida. Fu l’assenza di leadership che risultò fatale a Michail Gorbaciov, condannandolo a una damnatio memoriae da parte del suo popolo che ancora perdura.
Le porte di Mosca
Ieri, il Cremlino non ha avuto scelta. Ma questo non ha fermato la marcia quasi irridente di Prigozhin, che stava per arrivare alle porte di Mosca. La forza di Putin non è stata sufficiente, non lo ha schiacciato. Non è ancora finita, certo, e pochi conoscono quale sarà l’esito dell’esilio al quale si è auto-assegnato il fondatore della Brigata Wagner. Ma è stato lui a imporre una trattativa. È stato lui a decidere che non ci sarebbe stato il bagno di sangue. Non Putin.
L’illusione occidentale
Questo tentativo di colpo militare non aveva nulla a che vedere con l’illusione occidentale di liberarsi per vie interne di Putin e di arrivare alla fine delle ostilità sfruttando un vento traumatico come questo. Prigozhin è un ultranazionalista, i suoi attacchi ai vertici militari sono quelli di un falco estremista, che rimprovera alle autorità una eccessiva morbidezza sul campo di battaglia.
Cosa pensa di chi anela alla pace lo ha detto più volte nei suoi deliranti messaggi, spesso brandendo un martello macchiato del sangue dei suoi disertori. Le élite civili e militari si sono schierate con Putin. Per fedeltà, per convenienza, e perché l’alternativa non esisteva. Il fondatore della Wagner è un cavaliere dell’Apocalisse che porterebbe la Russia, e forse il mondo, in un caos ancora più pericoloso di quello attuale. Ma la sua marcia su Mosca è stata un segnale che può davvero cambiare il corso della storia. Perché ha rappresentato qualcosa di inimmaginabile finora. Il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava fosse finora. La statua dello Zar mostra alcune crepe evidenti. L’insurrezione è finita. Ma dalla scorsa notte, tutto è possibile in Russia.
(da Il Corriere della Sera)

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LA FAVOLA NERA DELLA RUSSIA, UN PAESE IN MANO A BANDE DI LADRI E MACELLAI

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

A UN PASSO DA CEAUSESCU, ALTRO CHE ZAR

Nessuno sa niente e il buio copre la fronda armata in Russia. Brendan Kearney, ex capo dei Marines che ha studiato la Russia per cinquant’anni, ha detto a chi avanzava ipotesi al mattino di sabato, subito dopo l’appello di Putin contro i traditori, che per quanti affettano di conoscere la Russia c’è un solo augurio possibile: “Good luck!”.
Ma la rivolta del cuoco di Putin, così diverso dalla cuoca che Lenin voleva alla testa dello stato, dimostra inequivocabilmente che quel paese meraviglioso è nelle mani di una banda, anzi di più bande composte di ladri e di macellai. In cuoco veritas. Ha detto che nessuno minacciava la Russia prima del 24 febbraio in cui duecentomila poveracci con le pezze al culo furono indotti a invadere e occupare l’Ucraina. Non c’erano nazisti in circolo. Non c’era una vera guerra nel Donbas. Non c’era niente da smilitarizzare alla frontiera per difendere la patria dall’occidente e dalla Nato.
Nella sua aggressiva ubriachezza, nella sua furia del mercenario che si sente tradito dai militari con le stellette, dai Gerasimov, dai Surovkin, dagli Shoigu, Prigozhin si è rivelato più sobrio di legioni di topini da talk-show di questo nostro infelice paese mediatico, ciarliero quanto cialtrone.
La posta in gioco dei macellai che hanno massacrato un pezzo d’Europa erano soldi e carriere. Putin crede di interpretare il ruolo di Nicola II nel 1917, quando abdicò tradito dall’esercito, ma è solo il mandatario disilluso di un personaggio formidabile e losco che gli si rivolta contro, è un potente poveraccio che si appella disperato contro la fronda armata che lo minaccia.
Il cuoco, un ex rapinatore, un venditore di hot dog, poi un ristoratore e businessman, infine fondatore di un esercito di avanzi di galera che cerca di eleggere Trump a capo degli Stati Uniti con la pirateria cibernetica, e poi fa le sue scorrerie in Africa, e che ha portato l’eroismo della follia in Crimea e poi nella più sanguinosa delle battaglie sul fronte ucraino, ha tirato fuori il vero dalle sue viscere, varcando la linea rossa della solidarietà con i servizi e il Cremlino, alle cui trame e menzogne era ben collegato, e mettendo nei guai la più fetida impresa politica e militare da un secolo a oggi, le avventure del Terzo Reich a parte.
Può darsi che lo fucilino. Può darsi che stipulino con lui un compromesso oscuro dell’ultimissima ora. Può darsi che batta in breccia un establishment politico-militare alla frutta, con il suo capo: di sicuro ha messo a nudo la più grande mistificazione antioccidentale e il più colossale totem di tutti gli sciagurati che si battono a chiacchiere contro la società aperta, la globalizzazione, l’alleanza internazionale delle democrazie contro le autocrazie.
Un uomo piccino, un piccolo ebreo di coraggio e di genio, ha resistito a Kyiv, e lo abbiamo visto mille volte nei video. Un gigante in maglietta, seduto con la bandiera del suo battaglione Wagner dietro la schiena, ha mandato in frantumi la favola nera degli oligarchi russi e dei loro manutengoli in un altro video Telegram che comunque farà storia.
Davanti alla rivolta che lo minaccia il capobanda ha smesso in diretta le vesti posticce dell’uomo forte, del regolatore potenziale di un nuovo ordine mondiale contro quanto era uscito di buono dalla Guerra fredda; potrà continuare a accumulare e macellare, con l’aiuto degli straccivendoli da piccolo schermo e della sua rete di influencer, ma dopo l’appello del sabato mattina, con l’occhio finalmente tremulo e il linguaggio impaurito del corpo, anche la sua eventuale vendetta, se ci fosse, apparirà il primo atto di un epilogo brutale e triste, a un passo da Nicolae Ceausescu. Altro che lo zar.
Giuliano Ferrara
(da Il Foglio)

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“L’INTELLIGENCE USA SAPEVA DA GIORNI DEI PIANI DI PRIGOZHIN

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL SILENZIO STRATEGICO PER CONTENERE PUTIN

Gli Stati Uniti sapevano della possibile rivolta di Yevgeny Prigozhin contro il Cremlino e i vertici del ministero della Difesa russo. E lo stesso vale per Vladimir Putin, che era stato allertato delle intenzioni del leader del gruppo Wagner già da alcuni giorni.
A rivelarlo è il New York Times, che cita fonti anonime dell’intelligence americana. Secondo il quotidiano, la prima riunione dei vertici Usa sulle possibile mosse di Prigozhin contro Putin si sarebbe svolta mercoledì 22 giugno, quasi due giorni prima dell’invito alla rivolta armata lanciato dal leader del gruppo Wagner. Anche nei giorni precedenti all’invasione dell’Ucraina, l’intelligence a stelle e strisce era entrata in possesso di informazioni segrete prima del loro annuncio ufficiale. Questa volta, però, si è deciso di tacere. E il motivo è presto spiegato: se gli ufficiali americani avessero rivelato al mondo i piani di Prigozhin, precisa il New York Times, Putin li avrebbe accusati di aver sostenuto il gruppo Wagner a organizzare un colpo di stato. Rimanendo in silenzio, invece, hanno lasciato che fosse il leader del Cremlino a gestire la situazione e annunciare a tutti ciò che stava accadendo.
Non è chiaro la data esatta in cui l’intelligence Usa è venuta a conoscenza delle intenzioni di Prigozhin. Il punto di rottura, però, risalirebbe al 10 giugno scorso, quando il Cremlino avrebbe imposto al gruppo Wagner di sottomettersi alla tanto detestata leadership del ministro alla Difesa Sergei Shoigu. Dalle rivelazioni fatte dai funzionari americani al New York Times sembra che anche Putin fosse ben consapevole dei piani di Prigozhin da alcuni giorni. Non è chiaro, però, perché non abbia deciso di agire in modo più tempestivo, bloccando sul nascere la ribellione dei mercenari.
Secondo il quotidiano americano, una delle ipotesi potrebbe essere un contrasto all’interno delle gerarchie del Cremlino e negli apparati di sicurezza. Un altro aspetto ancora da chiarire riguarda l’incredibile facilità con cui gli uomini di Prigozhin sono riusciti ad avanzare, senza incontrare alcuna resistenza. Un aspetto che potrebbe rivelare la vicinanza di alcuni settori dell’esercito russo alle istanze portate avanti dal leader del gruppo Wagner.
(da Open)

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IL MISTERO SULL’ACCORDO TRA CREMLINO E IL CAPO DI WAGNER, IL SEGNALE DIETRO IL TENTATO GOLPE: COSA RISCHIA DAVVERO PUTIN

Giugno 25th, 2023 Riccardo Fucile

PER IL PRESIDENTE RUSSO NULLA SARA’ PIU’ COME PRIMA

Quale sarà il destino di Vladimir Putin dopo la minaccia rientrata a 200 km da Mosca di Yevgeny Prigozhin è l’interrogativo crescente, dopo che il capo della brigata Wagner ha di fatto costretto il Cremlino a un accordo con la mediazione del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko.
Il caos in cui è piombata la Russia per oltre 24 ore, secondo Kiev è il segnale della debolezza di Putin, con la ferma convinzione di Mykhailo Podolyak, braccio destro di Volodymyr Zelensky, che niente sarà più come prima ora in Russia: «Putin non sarà più la persona che era fino a ieri – ha detto a Repubblica – La federazione potrà attraversare una fase di transizione, ma politicamente non esisterà più in questa forma. E Putin, come attore chiave, se ne andrà».
Lo stesso Podolyak deve ammettere che l’obbiettivo principale di Prigozhin sarebbe stato innanzitutto la sostituzione di alcuni personaggi chiave nella gerarchia militare russa. Dal ministro della difesa Shoigu al comandante in capo Gerasimov, sono loro le figure finora sempre messe sotto accusa dal capo del gruppo Wagner. E da più parti non si esclude che, nell’accordo ottenuto da Prigozhin in cambio dello stop «per evitare un bagno di sangue» e il suo esilio in Bielorussia, ci sia stato da parte di Putin il via libera a un rinnovamento dei vertici militari russi. Ipotesi finora stemperata dal Cremlino, ma che solo i prossimi sviluppi potranno realmente smentire o confermare.
Per quanto Putin abbia dovuto riconoscere la minaccia nel suo durissimo discorso alla nazione, il rischio è di interpretare il tentativo di golpe di Prigozhin con la speranza forte in Occidente di «liberarsi per vie interne di Putin», scrive Marco Imarisio nel suo editoriale sul Corriere della Sera, e di vedere la vittoria di Kiev sfruttando la debolezza interna russa. Sarebbe un errore grossolano secondo Imarisio, che ricorda come Prigozhin resti comunque un ultranazionalista, distante anni luce dalle posizioni pacifiste presenti soprattuto in Occidente, per quanto idealmente vicine a Mosca. Se c’è un obiettivo indubbiamente raggiunto da Prigozhin, continua Imarisio, è certamente quello di aver dimostrato che il potere di Putin non è più monolitico, come ha cercato di rappresentarlo la propaganda russa nel corso degli anni. Ciclicamente le intelligence occidentali raccontano di malumori tra gli oligarchi un tempo vicinissimi a Putin. Malumori che potrebbero ulteriormente fornire terreno fertile per un cambio a Mosca, magari non proprio una rivoluzione, ma più probabilmente un nuovo equilibrio a cui Putin dovrà piegarsi.
(da Open)

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