Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
GLI OSPEDALI NON HANNO PIÙ CARBURANTE NEI GENERATORI: TRA POCO SI SPEGNERANNO I MACCHINARI SALVAVITA ATTACCATI ALLA RETE ELETTRICA… I MEDICI NON HANNO CIBO, ACQUA E MEDICINE
Nei negozi di Gaza sono rimasti generi alimentari sufficienti solo per altri 4-5 giorni: lo ha reso noto oggi l’Onu.
Da prigione a cielo aperto a cimitero a cielo aperto, il passo è breve. A Gaza non si riescono a recuperare tutti i cadaveri. Diverse organizzazioni delle Nazioni Unite raccontano scene apocalittiche. «Non ci sono abbastanza sacchi per i morti a Gaza», dice l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa).
Più di un migliaio quelli abbandonati per strada o sotto le macerie. Alcuni carrettini dei gelati sono stati trasformati in celle mortuarie per conservare i corpi. L’esodo da nord e le bombe su tutta la Striscia, hanno portato oltre la metà della popolazione gazawi ad essere sfollata. «Abbiamo 24 ore di autonomia», dicono tutte le agenzie dell’Onu.
Non c’è più carburante nei generatori: significa che si spegneranno i macchinari salvavita, le incubatrici e tutte le altre attrezzature mediche attaccate alla rete elettrica. Se gli aiuti non arrivano, i medici dovranno «preparare i certificati di morte per i loro pazienti», come ha detto un funzionario dell’Oms.
Una situazione catastrofica, ma non per responsabilità esclusiva di Israele. Che ad Hamas non stia a cuore il bene dei gazawi è noto: dall’impossibilità del dissenso all’impoverimento della gente, a fronte della ricchezza mostrata dai suoi capi, alla razzia di tubi dell’acqua per farne i corpi dei razzi. Hamas blocca i civili che vogliono scappare al sud, probabilmente per usarli come scudi umani, e ha rubato dalle sedi dell’Unrwa carburante e medicinali.
È stata la stessa agenzia dell’Onu a scriverlo in un tweet, denunciando che sedicenti operatori del ministero della Salute gestito da Hamas hanno caricato le forniture su camion, aggiungendo che qualsiasi uso non umanitario del carburante è «fortemente condannato». Poi il post è stato cancellato
Come era successo in mattinata al presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Nel 2005 ci fu una guerra civile tra i suoi e Hamas con oltre 300 vittime. Da allora, dopo la presa di Gaza da parte di Hamas in seguito alle elezioni palestinesi vinte, alla guerra civile, all’incarico prima dato e poi tolto di premier al capo di Hamas, Ismail Haniyeh, l’ottuagenario presidente non gira a Gaza neanche un euro dei contributi che riceve da tutto il mondo.
«Le condizioni allo Shifa Hospital, uno dei più importanti della Striscia, sono miserabili. Non abbiamo cibo, acqua, medicine. Neanche dignità». Così si sfoga Bisan Odeish, 24 anni, attivista di ActionAid Palestina. «Le persone – continua – oltre centomila, dormono ovunque in questo ospedale, sulla strada, nei corridoi, senza la minima igiene. Sono qui perché l’ospedale è un luogo più sicuro della loro casa, ma se dobbiamo evacuare nessuno sa dove andare».
Mohammed Abu Mughaiseeb è il vicecoordinatore a Gaza di Medici senza Frontiere. «La situazione è molto difficile, gli ospedali funzionano a malapena. Molti medici hanno lasciato per seguire le famiglie. Non abbiamo medicinali, ci sono bombardamenti sempre, non ci sono corridoi umanitari. Non sappiamo cosa succederà domani e dove saremo».
(da La Stampa)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
I REPORT DI SAVE THE CHILDREN E DI MEDICI SENZA FRONTIERE
“A dieci giorni dall’escalation di violenza a Gaza e in Israele, almeno
724 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza e 3 in Cisgiordania, mentre altri 2.450 sono stati feriti. Sebbene il numero di bambini israeliani uccisi e feriti non sia stato confermato, anche loro hanno dovuto affrontare violenze terribili, con segnalazioni di bambini rapiti e presi in ostaggio.
Direttamente da Gaza, ci arriva la drammatica testimonianza di un nostro operatore in fuga con i suoi 3 figli tutti di età inferiore ai 10 anni.
“È con il cuore pesante che scrivo questo messaggio da Gaza, sotto l’incessante bombardamento che ha travolto le nostre vite e reso il più semplice diritto alla vita una lotta. Mentre scrivo, mi aggrappo a tutto il coraggio che riesco a trovare, anche se non so se questo messaggio sarà l’ultimo. Nel corso della mia carriera professionale, sono stato fortemente coinvolto nella pianificazione e nella guida di risposte di emergenza a conflitti su larga scala. Tuttavia, quello che stiamo vivendo ora a Gaza è diverso da qualsiasi cosa abbia mai visto prima. Stiamo razionando le bottiglie d’acqua. Il cibo sta finendo. I feriti e i malati non possono essere curati. Di notte, i bambini siedono al buio, nell’oscurità, chiedendosi se vivranno fino al mattino.
Questa situazione è unica. Devo ammettere che i bisogni umanitari sul campo, l’impatto sulle famiglie come la mia e il numero della popolazione colpita sono al di là di ogni comprensione. Nessuno può comprendere appieno l’entità della sofferenza. Non ho risposte da dare ai miei tre figli piccoli su ciò che accadrà. Per la prima volta nella mia vita, provo un senso di disperazione e impotenza che non mi rappresenta.
Come tutti a Gaza, il mio desiderio più grande è quello di svegliarmi ogni giorno con i miei familiari e i miei cari al sicuro. La paura di non poter vedere un altro giorno insieme è un peso costante sui nostri cuori. In passato mi sono spesso sentita sopraffatta, chiedendomi perché non ho scelto di lasciare questa striscia assediata, anche se ciò significava andare contro le mie stesse convinzioni. Mi sono chiesto perché non ho dato priorità al futuro della mia famiglia e perché non ho avuto il coraggio di prendere questa difficile decisione. Mia figlia di 10 anni ha già assistito a tre ostilità su larga scala. Tuttavia, ho sempre risposto a me stesso che il mio profondo legame con la terra in cui sono nato, cresciuto e di cui ho innumerevoli ricordi – le mie radici e il senso di identità come palestinese orgoglioso – mi hanno tenuto qui. Oggi, quelle domande non mi perseguitano più. Non c’è via d’uscita da Gaza. Non c’è un posto sicuro a Gaza.Il mio sogno è semplice: svegliarmi al mattino con i miei figli in braccio, vivi e vegeti, e che questa violenza abbia fine. Preghiamo per giorni migliori.
“Guardando i miei figli negli occhi ogni minuto, posso vedere le domande che hanno: sono alla ricerca di risposte, di rassicurazioni sul fatto che tutto andrà bene e di un barlume di speranza per un futuro migliore. Io, come ogni genitore, sento la profonda responsabilità di fornire loro questo senso di sicurezza e speranza. Tuttavia, la realtà della nostra situazione attuale è straziante. Per la prima volta, mi ritrovo a desiderare di essere una roccia, incapace di farsi scalfire e resistente al dolore. Vorrei avere dei superpoteri, come gli uccelli, per fuggire da questa striscia di terra con la mia famiglia, in cerca di un rifugio. Vorrei essere un supereroe, per portare via i miei figli a vivere in pace”.
Le nostre richieste
L’orrenda violenza che ha travolto Gaza e Israele nelle ultime settimane ha già creato una crisi umanitaria gravissima. Centinaia di bambini sono stati uccisi, mentre centinaia di migliaia di bambini e famiglie di Gaza sono già stati costretti a lasciare le loro case, interi quartieri sono stati distrutti e ridotti in macerie.Tuttavia, i recenti sviluppi indicano che la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare.
Chiediamo che tutte le parti accettino un’immediata cessazione delle ostilità, e che i leader mondiali e tutte le forze coinvolte sul campo di dare priorità, sopra ogni cosa, a salvare le vite umane. Altrimenti rimarrà per sempre una macchia indelebile nella coscienza di tutti noi”.
Così Save the Children.
Tutti sono bersaglio
Zyad Meddouh, insegnante di francese raggiunto telefonicamente a Gaza, parla di una situazione sempre più insostenibile per i civili. “Parte di Gaza City è stata devastata e migliaia di persone sono fuggite verso sud”, racconta, spiegando di aver deciso di rimanere con la sua famiglia, ritenendo che di non avere altra scelta, “stiamo aspettando il peggio, o la morte o la sopravvivenza”. Il palestinese racconta poi delle bombe israeliane che cadono “ogni 3 o 4 minuti” e della difficoltà di trovare cibo.
Rami Eïssa, 34 anni, è un cameraman, padre di 3 figli. Pochi giorni fa, gli edifici accanto al suo ufficio sono stati completamente distrutti dagli attacchi aerei. Per il momento non osa tornarci. “Ci siamo rifugiati con mio zio nei locali di una ONG finanziata dalla Svezia”, a Gaza City, e al momento “non abbiamo acqua potabile e dobbiamo arrangiarci con i generatori per avere un po’ di elettricità”.
Sono testimonianze che danno la dimensione del disastro umanitario che si sta verificando. “Intorno a noi vediamo donne e bambini, ma anche anziani, che cercano vestiti puliti e acqua. I miei figli non riescono a smettere di piangere perché hanno tanta paura”, racconta ancora Rami, “tutti qui sono diventati un bersaglio”.
“Ciò che una volta era Gaza non esiste più. Case, edifici, negozi e strade sono danneggiati e demoliti”. A raccontare tramite un messaggio vocale quello che stava accadendo a Gaza è Wassim Mushtaha, responsabile di Oxfam Saving Lives a Gaza.
“Oggi non abbiamo dormito – spiega ancora – Abbiamo ricevuto messaggi israeliani che ci informavano di lasciare Gaza e il governatorato del Nord e di spostarci verso il Sud della striscia di Gaza”. “Ci hanno chiesto di lasciare le nostre case, le nostre attività, di lasciare tutto e andare con i nostri figli – racconta ancora – È una situazione orribile e contro ogni legge umanitaria“.
Lanciando l’appello per un cessate il fuoco immediato e per un’apertura dei varchi per far entrare “merci e cibo”, il responsabile Oxfam continua: “Con i miei figli stiamo per lasciare le nostre case, la nostra città, entro due ore al massimo. Se fosse per me non me ne andrei, preferirei morire a Gaza. Ma per i miei figli e i miei genitori, voglio proteggerli. Pregate per noi”.
“Sarà catastrofe totale”
A darne conto, con testimonianze da Gaza City, è Federico Mellano su La Stampa: “Nessuno qui ha più acqua potabile. Se il mondo non fa qualcosa entro due giorni sarà la catastrofe totale». Mahmoud Abu Saleh, responsabile del Centro giovanile Sawaed e volontario nel lavoro medico a Gaza e medico dell’Unione medica euro mediterranea lancia un disperato appello in un momento di pausa dal lavoro incessante in ospedale. «Cerchiamo di fare quello che possiamo, ma ormai il nostro intervento sta diventando inutile. Senza medicinali e acqua per lavarci i feriti non possono essere curati. Ci sentiamo impotenti – aggiunge –. Vedo centinaia di pazienti arrivare ogni giorno, molti bambini, ma il sistema sanitario è al collasso». Mahmoud spiega che sono più di 800 i bambini palestinesi morti dall’inizio di questa fase del conflitto: «Gli ospedali e le scuole vengono colpiti, nessuno può sentirsi al riparo, mancano i rifugi sotterranei. Colpiscono con l’aviazione, l’artiglieria e la marina. Non c’è famiglia che non abbia avuto un lutto». Il dottor Fadi Al Khudari piange in ospedale, circondato da alcuni colleghi che cercano di confortarlo: suo padre e suo fratello sono stati uccisi durante un raid.
«Il cibo? Manca ma non ci diamo peso. La carenza di acqua ora è il dato più importante: Non facciamo la doccia da una settimana», conclude Mahmoud Abu Saleh.
«La situazione peggiora di minuto in minuto – dice il dottor Khamis Elessi, consulente in neuro riabilitazione e medicina del dolore, e medico dell’Unione medica euro mediterranea –. Almeno 26 famiglie sono state completamente spazzate via. Viviamo nell’oscurità, senza internet. Trasferire le persone dalla parte settentrionale a quella meridionale della Striscia è impossibile, si tratta di muovere due milioni di persone. Ci vorrebbero una o due settimane»
L’allarme dell’Umem e dell’Amsi: «Nelle ultime ore il tasso di mortal aumentato del 500 per cento»
Negli ultimi giorni, si allunga la lista dei soccorritori morti sul campo. «Ne sono scomparsi 16 – spiega Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia, dell’Unione medica euro mediterranea, membro della commissione Salute globale Fnomceo e prof. a contratto all’Università Tor vergata –. Insieme a loro 13 giornalisti. Il dottor Tamer Al Kaiat, anestesista all’Ospedale europeo di Gaza, era uscito pochi minuti dall’ospedale per trovare la famiglia. È scomparso insieme alla moglie e ai suoi figli». Il dottor Ahmad Dabura, medico laureato in Giordania, è stato inghiottito dalle macerie.
«Il tasso di mortalità dei pazienti nelle ultime ore è aumentato del 500 per cento, a causa della mancanza di cure, di farmaci, di sangue, di interventi chirurcigi, e di assistenza diretta e indiretta – prosegue Aodi –. A Gaza operano solo 13 ospedali su 23, per carenza di elettricità, carburante, farmaci, medici, ambulanze e altro materiale essenziale. Più di mille persone mancano all’appello». I medici continuano comunque a lavorare su turni “massacranti”.
E poi l’appello da musulmani, ebrei,cristiani ,copti ,maroniti ,ortodossi, anglicani e da tutte le religioni, insieme ai laici di Uniti per unire al governo Italiano, all’Onu, all’Unione europea «per riprendere il processo di pace, per il cessate il fuoco» e per la convivenza armoniosa «di due stati e due popoli»
I medici di Msf: «Non sappiamo cosa succederà domani e dove saremo»
«La situazione a Gaza è molto difficile. Ieri abbiamo cercato per due ore l’acqua potabile, che non è più disponibile. Manca l’elettricità e nemmeno l’acqua normale viene più pompata. Abbiamo ancora alcune scorte di cibo – spiega il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb, vicecoordinatore medico di Msf a Gaza –. Gli ospedali funzionano a malapena. La maggior parte del personale medico ha lasciato l’ospedale ed è andato via con le proprie famiglie perché questo non è più un luogo sicuro. Le scorte di medicinali si stanno esaurendo, anche nelle farmacie private. È molto pericoloso. Bombardano tutto il giorno, non ci sono corridoi umanitari. Oggi sono riuscito a mettermi in contatto con alcuni ospedali, in particolare con il reparto ustionati dell’ospedale di Al Shifa. C’è solo un chirurgo e un anestesista ma mancano gli infermieri, soprattutto in questo reparto. Non sappiamo cosa succederà domani e dove saremo».
Nel nord della Striscia la situazione è drammatica, gli ospedali sono sovraccarichi e si stanno esaurendo i farmaci e gli antidolorifici. I feriti urlano dal dolore, mentre chi avrebbe bisogno di cure non riesce a raggiungere gli ospedali per il rischio dei bombardamenti”.
Così muore Gaza. E la sua gente.
(da Globalist)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
NELLA LEGGE DI BILANCIO, DA UN LATO IL GOVERNO ABBASSA L’IMPOSTA TELEVISIVA DI 20 EURO (DA 90 A 70 EURO PER I PROSSIMI TRE ANNI), DALL’ALTRA INSERISCE UNO STANZIAMENTO DA 420 MILIONI PER TRE ANNI PER VIALE MAZZINI, PER EVITARE CHE LA TV PUBBLICA SI RITROVI CON UNA VORAGINE NEI CONTI PER LA RIDUZIONE DELLE ENTRATE…TRADOTTO: A PAGARE SAREMO SEMPRE NOI
Per i prossimi tre anni – nel 2024, 2025 e 2026 – gli italiani pagheranno meno per il canone della Rai. La cifra scenderà dagli attuali 90 a 70 euro annui. La decisione del governo Meloni – contenuta nella legge di Bilancio – fornisce al centrodestra un discreto argomento politico in vista della campagna elettorale per le Europee 2024. La Lega, che da tempo demonizza il canone per il servizio pubblico tv, già canta vittoria.
In ogni caso – spiega il ministero dell’Economia – il taglio non avrà un impatto visibile sui conti della televisione di Stato. La stessa legge di Bilancio – mentre riduce il canone da 90 a 70 euro – riconosce alla Rai uno stanziamento straordinario di 420 milioni per ognuno dei prossimi tre anni.
Le modalità pratiche di assegnazione dei 1.260 milioni non sono ancora decise. Le chiarirà il Contratto di Servizio, l’atto che regola gli impegni reciproci tra Rai e Stato. Viale Mazzini tira un sospiro di sollievo anche per un altro motivo. Il canone resterà dentro la bolletta elettrica. La legge di Bilancio di Meloni cita esplicitamente la norma introdotta dal governo Renzi nel 2016, al riguardo. Norma che, proprio grazie alla riscossione con la bolletta, sconfisse la storica evasione dell’imposta televisiva.
Ora, l’Unione Europea contesta che la bolletta della luce sia lo strumento per pagare il canone. Il governo Meloni, come peraltro gli esecutivi a guida Letta e Draghi, non se la sente però di rinunciare alla bolletta elettrica, che resta un solido argine contro l’evasione.
Il ministero dell’Economia stima che l’intera operazione del canone – con il taglio a 70 euro e lo stanziamento compensativo da 1260 milioni in tre anni – costringerà Viale Mazzini a fare delle economie, ma ragionevoli. Nel triennio, la televisione di Stato perderebbe 60 milioni, in tutto. La Rai è più ottimista. Confida di ottenere 1410 milioni l’anno dal canone a 70 euro (grazie a un’ulteriore stretta sugli ultimi irriducibili evasori) cui si aggiungerebbero i 420 milioni di compensazione statale ogni anno.
Se davvero questo scenario si realizzasse, la tv pubblica strapperebbe 30 milioni in più (già nel 2024 rispetto al 2023). E in tre anni potrebbe ridurre i costi interni fino all’8% e l’indebitamento finanziario netto fino al 20%.
Al di là del balletto dei numeri, le opposizioni contestano il governo Meloni che avrebbe semplicemente finto di tagliare il canone. Stefano Graziano del Pd nota che i soldi compensativi (i 420 milioni) comunque arriveranno dalle tasche degli italiani: «Palazzo Chigi», accusa il deputato, «è in confusione».
Invece i grillini stimano in 1,66 euro al mese – dunque in «5 centesimi al giorno » – la cifra che ogni famiglia risparmierà per il canone televisivo. Una cifra colossale – ironizzano – che certo non ripaga delle continue stangate, al supermercato, dal benzinaio, in banca per la rata del mutuo.
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL POVERETTO ERA STATO PER SEI MESI RESPONSABILE DELLA COMUNICAZIONE DELLA MELONI, ORA RIAPPARE IN TV PER DIRE CHE OCCORRE RADERE AL SUOLO GAZA
Non senza coraggio, o se preferite colpevole supponenza e smisurata
incoscienza, Mario Sechi è tornato in tv mercoledì 4 ottobre. Era mancato a tutti moltissimo.
Per sei mesi, impreziositi dalla disastrosa conferenza stampa di Cutro, Sechi era stato il responsabile della comunicazione di Giorgia Meloni. Sechi, poverino, ha scelto come ritorno in tv (a Otto e mezzo) proprio il giorno in cui la Meloni aveva appena detto che nel suo primo anno a Palazzo Chigi era andato tutto da Dio tranne che per la talora comunicazione sua e del governo.
Una maniera decisamente impietosa per gridare al mondo che Mario Sechi non ne ha beccata mezza e che al prossimo giro Meloni sceglierà chiunque (financo Cappellini, Senaldi o Capezzone) pur di non ritrovarsi quello lì.
Ciò nonostante, innamorato dell’ex padrona (sic) come il più umile dei cani bastonati (dalla padrona), Sechi ribadì quella sera – e ripete ogni giorno – quanto il rapporto tra loro due sia idilliaco: “Ogni volta che ci vediamo, brindiamo”. Menomale. Sechi, sempre rutilante come una mazurka di Povia ascoltata su un mangianastri dell’82, arrivò persino a dire: “Non avete ancora capito che all’estero la Meloni è cercata da tutti, lei ormai è una star”. Me cojoni!
Sechi è ora direttore di Libero. Uno dei suoi primi titoli, come sempre in punta di fioretto, è stato: “Scafisti in toga”. Ce l’aveva con la giudice di Catania, rea di avere esplicitato in un’ordinanza – che Meloni chiama ancora “sentenza” – quanto i decreti Cutro trasudino disumanità e incostituzionalità.
Ora che l’Occidente si è riaccorto (male e per poco) che esiste una guerra in corso, in realtà da almeno 75 anni, Sechi non tradisce dubbi e spinge sul pedale dell’apocalisse bellica. Un po’ sembra un Luttwak senza pedigree militare e un po’ la versione divanista del sergente Hartman di Full Metal Jacket. I suoi interventi sono una mitraglia continua contro pacifisti, “gazisti” (eh?) e filo-terroristi.
Nel paese malato di tifo, dove dominano in ogni campo manicheismo e pensiero binario, Mario Sechi è l’ultrà perfetto di questa destra becerona e ignorante, satura di scalzacani e casi umani travestiti da statisti (e opinionisti).
Chi vi scrive ha visto al massimo Sechi due o tre volte dal vivo, sempre in uno studio tivù. Non fu mai scortese. In tutti quei casi, il nostro Mario “Bomba Facile” – fuori onda – parlò solo di Guns ‘n’ Roses: è la sua band preferita e la adora da pazzi. Classe ’68, nato a Cabras in provincia di Oristano, Sechi è tratteggiato da chi lo conosce bene come una persona oltremodo vanitosa, vendicativa e potentissima. Sia come sia, il fatto che le opinioni di Sechi non creino polemiche (sebbene non sia esperto di geopolitica) e quelle di Elena Basile (di certo competente in materia) sì, dice moltissimo su questo paese.
Giovedì scorso, sempre a Otto e mezzo, Sechi ha ribadito bello tronfio che l’unica soluzione è radere ben bene al suolo Gaza. Israele “deve dare una risposta dura”, e chi se ne frega se ci rimetteranno anzitutto donne e bambini: la guerra è questa roba qua, ricorda sempre il noto esperto di cose militari “Napalm” Sechi, e dunque Israele deve distruggere ogni cosa “come fecero gli alleati a Dresda nella Seconda guerra mondiale”. Vorremmo consigliare a Sechi Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut, incentrato proprio sulla mattanza di Dresda, ma sarebbe inutile come Italia Viva.
I media più alla moda crocifiggono chi osa ricordare quanto questo conflitto sia dannatamente complesso, mentre uno che – in nome della democrazia – “tifa” genocidio, sterminio e Armageddon, passa pure per fine pensatore.
Non c’è niente da fare: siamo un paese più irrecuperabile dei neuroni residui di Donzelli (con rispetto parlando). Condoglianze.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
SELVAGGIA LUCARELLI LO ASFALTA: “SEMBRA UN’ASSICURATORE DEL RAMO SINISTRI, UN VIGLIACCO”
Un mese fa circa, inviata per il Fatto, ero stata alla festa della Lega a Pontida e avevo raccontato di aver visto un numero esorbitante di copie di Libero. Copie disseminate tra prato e stand.
Copie utilizzate come cappello di carta per coprirsi dal sole e come tovaglietta poggiapietanze.
Il direttore editoriale di Libero Daniele Capezzone non l’aveva presa bene e il giorno dopo, nella sua imperdibile rassegna stampa video, mi aveva dedicato questo raffinato pensiero: “Non se dà pace la Lucarelli, non avendo trovato altro a Pontida – nessuno l’ha mandata a ‘fanculo, nessun l’ha toccata non ci sono state cose che le hanno consentito di dire ‘ecco il fascismo!’”.
Insomma, secondo Capezzone l’assenza di mani sul culo aveva deluso le mie aspettative. Ero andata lì pregustando una manomorta di quel figo di Ciocca o una furtiva lingua sul collo di quell’Apollo di Fugatti, ma niente. Stacco.
Ventotto giorni dopo, di domenica mattina, salgo su un aereo semivuoto di Ita che copre la tratta Milano-Roma. I due posti accanto a me sono liberi, nella fila accanto ci sono altri due posti liberi e un tizio vestito da “assicuratore nel campo dei sinistri” accanto al finestrino.
Quel tizio – lo riconosco subito – è Daniele Capezzone. Gli concedo un volo sereno. Al momento dello sbarco è però costretto a passarmi davanti e lì, complice la fila che si è creata per scendere, gli chiedo a bruciapelo: “Capezzone, com’era la storia che mi sarebbe piaciuto che mi toccassero a Pontida?”. Qualche secondo di interminabile silenzio. Poi, senza guardarmi: “Buon viaggio anche a te”. Non mollo. “Sul web fai l’eroe, poi ci incontriamo e non ci parliamo?”. “Buona giornata e buon viaggio!”. “Ah ok quindi sui social fai l’eroe e qui nulla?”. “Hai frainteso appositamente, cerchi una polemica che non avrai! Buona domenica”.
Gli rispondo ormai divertita: “Incuti molto timore in video, poi dal vivo sei un agnellino, vigliacco”. E lui “Buona domenica e buon viaggio!”.
In pratica, Capezzone da brutale editorialista si è trasformato in una hostess di Ita.
La prossima volta che lo vedrò litigare in tv con la consueta foga penserò che, a telecamere spente, la cosa più feroce che può uscire dalla sua bocca è “siete pregati di chiudere il tavolino che avete di fronte”.
Selvaggia Lucarelli
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
MARCO CAPPATO, CANDIDATO PER IL CENTROSINISTRA, LO ATTACCA: “HA FATTO L’ASSENTEISTA COME QUANDO ERA IN SENATO. TRATTANDO COSÌ LA DEMOCRAZIA SI GETTA BENZINA SUL FUOCO DEL DISINTERESSE E DELLA RABBIA”… SARCASTICO CATENO DE LUCA: “MI DICONO CHE STANNO ORGANIZZANDO UNA PUNTATA SPECIALE DI ‘CHI L’HA VISTO?’ DEDICATA A GALLIANI”
Adriano Galliani diserta anche l’unico confronto televisivo con gli
altri candidati alle elezioni suppletive per il collegio senatoriale che fu di Silvio Berlusconi previste per domenica e lunedì prossimi. Il candidato del centrosinistra Marco Cappato lo attacca: “Ha fatto l’assenteista come quando era in Senato”.
E’ accaduto oggi quando il candidato del centrodestra e patron del Monza calcio ha lasciato la sedia vuota al dibattito televisivo organizzato dalla testata Tgr della Rai. “Vorrei fare una correzione, Adriano Galliani non è che non ha potuto venire a questo confronto ma non ha voluto venire, nel pieno disprezzo di qualsiasi regola del dibattito democratico e sta facendo l’assenteista come ha fatto quando era in Senato – ha reagito Cappato trattando così la democrazia si getta benzina sul fuoco del disinteresse e della rabbia”.
Oltre a Cappato e Galliani fanno parte della partita per assegnare il collegio che fu di Berlusconi altri sei candidati. Andrea Brenna di Democrazia e Solidarietà, Giovanna Capelli di Unione popolare, Cateno De Luca di Sud con Nord, Domenico Di Modugno per il Partito comunista, Daniele Giovanardi di Democrazia sovrana e popolare, Lillo Massimiliano Musso candidato da Forza del popolo.
Nel frattempo, il candidato del centrodestra ha preferito proseguire il suo tour elettorale accompagnato da Matteo Salvini e dal segretario lombardo della Lega Fabrizio Cecchetti.
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
L’EX CANCELLIERE TEDESCO SCHRODER, L’AMICO DI PUTIN, E IL CONTO DA SALDARE AL RISTORANTE DI 6.117 EURO
Storia strepitosa e metaforica assai. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, l’amico del giaguaro, ovvero dell’orso russo tra le cui zampe si è accomodato da tempo per affinità ideali riguardanti il portafogli, invita a cena in un ristorante stellato di Amburgo alcuni amici illuminati.
Tra gli ospiti spicca un uomo d’affari iraniano, significativo esponente di quel mondo buono e puro a trazione non occidentale cui aspirano i martiri dei nostri talk-show.
Prima di dare inizio alle libagioni, Schröder specifica che pagherà tutto lui, tranne gli extra.
Ma l’iraniano, che arriva da un Paese dove ti mettono dentro anche se ordini una bibita gassata, beve alcolici a garganella fino a raggiungere la ragguardevole somma di euro 6.117. Al momento del conto la situazione si presenta complessa, come direbbero gli esperti di geopolitica.
Chi paga i 6.117 euro? chiede il cameriere con la tipica pedanteria dei capitalisti. Schröder ribadisce fieramente che coprirà tutto il resto, ma non gli extra, e si dilegua.
Quanto al commensale iraniano, non è dato sapere se non avesse capito o se avesse fatto finta di non capire, perché si dilegua con signorile eleganza anche lui.
Resta il cameriere, simbolo del decadente sistema unipolare: a lui tocca sparecchiare la tavola dove hanno mangiato i padroni del futuro e girare il conto inevaso di 6.117 euro al contribuente tedesco, cioè europeo, cioè occidentale, che pagherà in silenzio e dovrà pure sentirsi un po’ in colpa.
(da Il Corriere della Sera)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
LE ISTANZE PALESTINESI TRADITE IN NOME DEGLI ACCORDI COMMERCIALI TRA OCCIDENTE E AUTOCRAZIE ARABE
Mentre scriviamo non è dato sapere se la immane tragedia di Gaza si
sia nel frattempo trasformata in catastrofe umanitaria , i generatori ai quali sono collegati gli ospedali hanno una autonomia assai limitata in una Striscia nella quale la erogazione di acqua, luce e gas è da giorni sospesa. I carri armati israeliani stanno puntando direttamente su Gaza preceduti da bombardamenti a tappeto che colpiscono indistintamente obiettivi militare e case, ospedali o scuole.
Non si contano i morti (civili) per i bombardamenti israeliani, non fanno notizia del resto carestie e guerre che colpiscono i paesi del Sud del Mondo, immaginiamoci allora quelli di un popolo elevato a fiancheggiatore del terrorismo.
Non meritano spazio nei media le informazioni sulle violazioni dei diritti umani e civili (immaginiamoci quelli politici….) come sancisce quel fermo amministrativo con cui sono stati incarcerati per anni migliaia di palestinesi senza un capo di accusa, senza prove sulla loro colpevolezza.
Basta essere accusati di terrorismo per giustificare ogni sospensione dei diritti civili, anzi la violazione diventa una sorta di scelta obbligata come del resto avvenuto anche nelle democrazia occidentali nella stagione tra gli anni settanta ed ottanta con le legislazioni emergenziali.
Quel corpo di leggi dettato da ragioni eccezionali e temporanee è rimasto al proprio posto e alla occorrenza potrebbe essere utilizzato contro il nemico di turno.
La democrazia occidentale si scopre vulnerabile e incapace di porsi domande sulle ragioni del conflitto in Medio Oriente pur avendo tutti gli strumenti analitici per farlo, accecata dallo spauracchio del terrorismo con cui ormai si identifica la stessa resistenza dei popoli.
E si arriva a invocare il codice penale per gli studenti e le studentesse che nelle scuole e nelle università prendono posizione a favore del popolo palestinese o carcere ed espulsione per l’ Iman di Pisa che riconosce il diritto di resistenza al pari di quanto fatto per l’Ucraina.
Il giornalismo italiano è da sempre diviso ma quello mainstream non nutre alcun dubbio, schierato sempre e solo a fianco degli Usa e di una visione occidentale e imperialista atta a giustificare ogni scelta in nome della salvaguardia di presunti valori etici e morali.
Parlateci allora degli accordi di Abramo, lo chiediamo a gran voce alla stampa italiana, parlateci degli Emirati Arabi, del Bahrein e dell’Arabia Saudita che invocano in queste ore il vecchio, e insano, pragmatismo a tutela del business con Israele.
Parliamo di accordi commerciali che celano in realtà la costruzione di una nuova Mappa del Medio Oriente nella quale non c’è spazio per una entità statale palestinese.
I paesi sopra menzionati sono nevralgici per il controllo del choke-points di Hormuz e Suez e la sicurezza marittima garantita è un biglietto da visita indispensabile per i traffici occidentali e per elevare questi Stati a interlocutori credibili e da sostenere,.
Dal 2022 Emirati Arabi e Israele partecipano al Quad dell’Asia Occidentale con India e Stati Uniti, un accordo costruito a tutela degli interessi energetici, infrastrutturali, commerciali e per la sicurezza alimentare, una porta aperta anche per il controllo dell’Africa beneficiando della adesione agli accordi di Marocco e Sudan.
E non sia mai che in Occidente ci si chieda cosa stia accadendo in questi paesi, sono patners strategici affidabili e questo basta a tutela degli interessi supremi, quelli capitalistici, con l’accordo sul libero scambio che ha posto fine alla quasi totalità delle tariffe doganali sui beni commerciali con la nascita di società e joint venture tra Israele e Emirati Arabi, esportazioni di greggio a basso costo, con investimenti degli Emirati nei porti israeliani non prima di averli privatizzati in fretta e furia.
Proliferano poi gli accordi militari all’ombra del Patto di Abramo e sappiamo bene quanto siano richiesti i sistemi di arma tecnologicamente avanzati di produzione israeliana ma conosciamo anche l’importanza del corridoio economico tra India, Medio Oriente e Europa (IMEC) lanciato solo poche settimane fa nel G20 di New Delhi, una risposta alla Via della Seta particolarmente gettonata dagli Usa e dalla stessa Ue.
La guerra in corso non fa dormire sonni tranquilli alle potenze occidentali e le istanze palestinesi rappresentano un ostacolo per la realizzazione di questi progetti e quindi ben venga la repressione di Israele che al contempo potrebbe normalizzare l’area attaccando la Siria e il Libano nel nome della lotta al terrorismo.
(da lafionda.org)
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Ottobre 17th, 2023 Riccardo Fucile
LA CONFERMA DEL PROCURATORE BELGA: IN UN SECONDO VIDEO IL RIFERIMENTO ALLA PROVOCAZIONE RAZZISTA IN SVEZIA
Il procuratore belga Frédéric Van Leeuw ha confermato questa mattina l’esistenza dei video di rivendicazione dell’attentato di Bruxelles, facendo riferimento ad un secondo video girato prima dell’attacco in cui l’attentatore allude ai roghi del Corano in Svezia.
Dopo l’attacco «è stato diffuso un video nel quale l’individuo dichiara di aver ucciso tre svedesi», ha reso noto oggi il procuratore.
«In un altro video girato prima dell’attacco, lo stesso individuo appare con il volto coperto da un passamontagna e dichiara che `il libro di Allah è una linea rossa per la quale si sacrifica´», ha aggiunto il procuratore, un probabile riferimento ai testi del Corano bruciati in Svezia nei mesi scorsi.
(da agenzie)
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