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VITTORIO SGARBI INDAGATO PER EVASIONE FISCALE DI 700.000 EURO E SANGIULIANO LO SCARICA: “LO TENGO A DISTANZA, NON VOGLIO AVERCI A CHE FARE”

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA REPLICA DI SGARBI: “INTERVISTA FALSA”

Il sottosegretario Vittorio Sgarbi dice di avere una lettera dell’Autorità Anticorruzione che giustifica le sue «attività divulgative». Ovvero i 300 mila euro incassati dall’inizio dell’anno in consulenze, presentazioni e mostre. L’Anac, secondo Sgarbi, ha detto che «non c’è alcuna incompatibilità. Sono illazioni che nascono dalle denunce di un mio collaboratore con lettere anonime. Ma sono infondate. E comunque non prendo una lira dal ministero per le missioni».
Ma intanto, scrive proprio il Fatto Quotidiano, il sottosegretario è indagato a Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Si parla di debiti non pagati per 715 mila euro. E, soprattutto, il suo ministro, ovvero Gennaro Sangiuliano, lo scarica oggi in un’intervista rilasciata a Thomas Mackinson: «Non sapevo nulla delle consulenze. Ho già avvertito Meloni. Del resto non l’ho voluto io. Cerco di tenerlo a distanza e di rimediare ai suoi guai».
I 300 mila euro
La vicenda dei 300 mila euro oggi viene dettagliata meglio dal Fatto. Gli eventi a pagamento dall’inizio del 2023 sono 28 per 214 mila euro di compensi. Cinque sono ancora da confermare e valgono altri 41 mila euro. Il suo avvocato Giampaolo Cicconi replica con ironia: «Meraviglioso è pensare che vi sia incompatibilità tra la funzione di sottosegretario e quella di presidente della giuria di Miss Italia. È inopportuno per ragioni di prostata?».
La legge n. 215/2004 all’articolo 2 dice: «Il titolare di cariche di governo non può esercitare attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici o privati». Il legale ricorda anche che nessun rimborso è stato chiesto dai suoi collaboratori o da lui stesso per iniziative di carattere non istituzionale».
Le attività
Ma ci sono attività che potrebbero essere considerate discutibile. A Genova il presidente della Fondazione Pallavicino Onlus Domenico Antonio Pallavicino aveva un problema con le ruspe che scavavano parcheggi. Il 2 gennaio Sgarbi videodenuncia il «cubo di cemento immondo» e i vertici della Sovrintendenza. Mostra foto fatte dall’amministratore dei beni del principe Claudio Pietro Senzioni. E non dice che lui è direttore artistico della Fondazione. Pallavicino il 16 maggio e il 12 giugno bonifica a Sgarbi 24 e poi 30 mila euro. Il primo senza causale, l’altro con causale “regalia”. E ancora: l’artista Barbara Pratesi viene selezionata a Venezia da Sgarbi, che fa parte della giuria. Le sue opere vengono esposte dal 5 al 9 maggio nel Padiglione Spoleto. Un mese dopo, il 6 giugno, la pittrice bonifica a Sgarbi 2.500 euro, altri 1.000 euro il 20 giugno e ancora 1.000 euro il 27 giugno.
L’indagine a Roma
Intanto però scoppia anche un altro caso. Quello dell’indagine a Roma. L’accusa è di non aver pagato 715 mila euro all’Agenzia delle Entrate. Mentre la sua compagna Sabrina Colle comprava quadri al suo posto, secondo l’accusa. Si parla di un’opera di Vittorio Zecchin, artista di Murano. L’opera risale al 1913 ed è “Il giardino delle Fate”. Secondo i pm nell’ottobre 2020 Sgarbi partecipa all’asta della casa Della Rocca e la compra per 148 mila euro. Ma a farlo materialmente è Colli. Secondo i giudici il reale acquirente è il sottosegretario. I magistrati gli contestano la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte come previsto dall’articolo 11 della legge 74 del 2000.
Il legale
Che punisce chiunque «al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva». Il legale Cicconi spiega che «Il sottosegretario ha proceduto alla rottamazione delle cartelle esattoriali, sta pagando tutte le rate. Molte di queste cartelle derivano da multe. Altre indagini della Procura di Roma sono finite in un nulla di fatto, come quella che riguardava i quadri di De Domicis: Sgarbi è stato prosciolto perché il fatto non sussiste”.
Sgarbi spiega al quotidiano: «Il dipinto è stato donato alla mia fidanzata da Corrado Sforza Fogliani, come risulta da bonifico. Avrà diritto di avere un quadro?».
Sangiuliano prende le distanze
Intanto però il ministro Sangiuliano lo scarica. «Sono indignato dal comportamento di Sgarbi, va bene? Lo vedevo andare in giro a fare inaugurazioni, mostre e via dicendo. Ma mai avrei pensato che si facesse pagare per queste cose», esordisce. E ancora: «Ho subito avvertito chi di dovere e segnalato di averlo fatto a Giorgia Meloni. Del resto si sa, non l’ho voluto io e anzi: cerco di tenerlo a debita distanza e di rimediare ai guai che fa in giro». Poi addirittura si dissocia: «Io rispondo del mio comportamento, il compito di vigilanza non ce l’ho io ma la magistratura. E non posso certo sapere tutto quello che combina Sgarbi. Lo vedo una volta ogni tre mesi anche perché, dico la verità, lo tengo a distanza della mia persona, voglio averci a che fare il meno possibile».
La segnalazione all’Antitrust
Il sottosegretario, secondo il suo stesso ministro, «va in giro a promettere cose irrealizzabili. Annuncia acquisti di palazzi e cose da parte del ministero che ha solo 20 milioni in bilancio per acquistare beni. E io poi dopo devo andare a spiegare ai giornali che questa cosa non esiste, che non si può fare, che c’è una procedura, che bisogna rispettare le leggi, che tutto va fatto con l’Agenzia del demanio. Se faccio l’elenco delle cose che lui dice che bisogna comprare tocca spendere 1 miliardo che lo Stato non ha. Comunque ho scritto a chi di dovere». Ovvero l’Antitrust: «Dovrà verificare una volta per tutte se quell’attività a pagamento è contraria alla legge. A me sembra di sì, e infatti appena venerdì ho appreso della questione, ho preso tutte le carte e le ho subito mandate. E questo lo posso dimostrare».
La replica di Sgarbi
“Quella del ministro Sangiuliano è una intervista falsa”, commenta il sottosegretario. A giustificare le sue parole, a margine di un incontro a Bologna, il politico e critico d’arte legge un messaggio ricevuto dallo stesso ministro: “Non ho rilasciato alcuna intervista, ho solo detto di non sapere di cosa si parlasse”.§
A dare origine al tutto, secondo Sgarbi, “una parte di quelle frasi” che, da possibili reazioni, sono “diventate un’intervista. Avete osservato che non ci sono le domande ma è una specie di monologo ininterrotto. Sono probabilmente delle esclamazioni che ha fatto, che sono diventate un’intervista falsa”.
(da Open)

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ALLA GERMANIA MANCAVA SOLO LA STALINISTA PUTINIANA: SAHRA WAGENKNECHT, NOSTALGICA DELLA DDR, LASCIA DIE LINKE E FONDA IL SUO PARTITO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

CONTRO GLI IMMGRATI, L’ECOLOGISMO E I VACCINI: UNA SPECIE DI SINISTRA SOVRANISTA

“Che fai mi cacci?”. A leggere la storia dei rapporti tra Sahra Wagenknecht e il suo ex partito, la Die Linke, torna un po’ in mente la lunga querelle tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
Per dire che in Germania il tira e molla tra lei e la sua casa politica dura da un po’. Già a giugno l’avevano avvertita. Della serie: se continui a far circolare l’idea di fondare un tuo movimento, è meglio che te ne vai. Se n’è andata.
Perfettamente sconosciuta ai più fuori dai confini della Germania, con quel cognome impronunciabile all’estero, Sahra Wagenknecht, 54 anni, nata nella Germania dell’est, quarta moglie dell’80enne storico dirigente di sinistra Oskar Lafontaine, è la politica per la quale un quinto dei tedeschi potrebbe votare, secondo un sondaggio ripreso da Bloomberg. Soprattutto, ci si chiede, starà inaugurando un nuovo trend politico, un misto di ‘sovranismo di sinistra’, che in natura non esiste ma in politica tutto è possibile, populismo e putinismo, fede novax, operaia e non-ecologista, anti-radical chic a patto di stare nei circoli che contano e soprattutto negli studi tv, un nuovo corso che può togliere voti sicuramente alla Die Linke, alla Spd ma finanche all’estrema destra dell’AfD?
È per questo che Sahra Wagenknecht è già un caso, non solo a Berlino, ma nella politica europea. Ieri l’annuncio della nuova fondazione che naturalmente porta il suo nome, “Alleanza Sahra Wagenknecht’, in perfetto stile di partito personale che non tramonta mai, nella sua amata ex Unione sovietica e nelle società capitalistiche.
A gennaio dovrebbe nascere il partito vero e proprio, che vuole correre per le europee di giugno e anche per le varie competizioni statali nei Lander, in Turingia e Sassonia, dove si vota dopo l’estate 2024 e dove l’estrema destra di Alternative fur Deutschland è oltre il 30 per cento. Wagenknecht è convinta che queste percentuali da capogiro, per un partito erede del passato nazista che fino a ieri soffriva la conventio ad excludendum osservata da tutta la società tedesca dalla Seconda guerra mondiale in poi, sia dovuto ai vizi sviluppati dalla sinistra tradizionale, dei socialisti ma anche della stessa Linke.
Sotto accusa, quella evoluzione che ha allontanato la sinistra dalle periferie e dalle zone extra-urbane, radicandola tra gli apericena del centro, a fare battaglie per i totem del liberalismo, dai diritti civili, ai temi della transizione ecologica, al perbenismo della vaccinazione anti-covid fino a tutte le lotte che non sono sentite da chi si sente escluso e guarda all’AfD.
Per Wagenknecht, Putin è una specie di “giocatore del potere” che cerca di tenere l’occidente sotto scacco contro l’espansionismo della Nato. Sul Medio Oriente “un’offensiva di terra a Gaza causerebbe morti tra i civili e trasformerebbe l’intera regione in una polveriera”, dice. Da sempre, anche nella stessa Die Linke, lei è il bastian contrario.
In fondo, sulla geopolitica Wagenknecht non fa che riflettere le posizioni di una larga fetta della sinistra mondiale. Ma, su altri argomenti, lei rompe i tabù della sinistra dalla caduta del muro in poi. Ed è qui che tenta quella via sovranista di sinistra che si rivolge a quei ceti che si sentono esclusi, ma soprattutto quelli che sono partiti male, arrivati meglio nella società e terrorizzati dal rischio di perdere posizione per via dell’immigrazione oppure del Green deal.
Sì, ma perché una che frequenta i circoli della ‘Berlino bene’, una che è sempre in tv, una che usava chiedere un gettone di presenza quando partecipava alle riunioni del suo vecchio partito, il Partito socialdemocratico di Germania (Pds), dovrebbe risultare credibile tra coloro che si sentono ai margini?
A guardare il dibattito tedesco, si capisce che c’entrano le sue origini: nata nella Germania dell’est, figlia di un operaio, la prima nella sua famiglia a studiare all’università. Poi c’entra il fatto che “nessuno più di lei sa mettere in parole l’alternativa”, notano gli osservatori tedeschi, “anche se l’alternativa non è realizzabile o non è ben definita: quando lei è in tv, tutti ascoltano”.
E poi c’è il fatto che Wagenknecht gioca a demolire i dogmi della sinistra da tempo: era anti-immigrati già nella crisi del 2015, quando l’allora cancelliera Angela Merkel aprì le frontiere a un milione di siriani, diventando l’eroina della sinistra europea. Già allora Wagenknecht intercettava i mal di pancia delle classi meno agiate e ci si tuffò. Il ragionamento era: se dopo il collasso di Lehman Brothers nel 2008 è stato possibile salvare le banche, se nel 2015 è possibile dare un tetto ai rifugiati, perché non ci sono mai soldi per il welfare?
Negli ultimi otto anni, la domanda ha scavato nella società tedesca, ingrossandosi con i sacrifici richiesti per la transizione energetica quando Putin ha invaso l’Ucraina. Materiale prezioso per la crescita esponenziale dell’AfD, che Wagenknecht vorrebbe riportare a sinistra per ricongiungerla al suo elettorato storico, anche a costo di amputarle la parte più internazionalista (immigrazione), progressista (Green deal), liberale (stato di diritto). Lei su questo taglia. “L’immigrazione incontrollata deve essere definitivamente fermata perché travolge il nostro Paese”, dice.
Studi marxisti, passato decisamente stalinista, Wagenknecht usava parlare della Germania dell’est come del “più umano tra i Commonwealth”. Quando nel 2002, la sua casa politica di allora, il Pds, approvò una risoluzione per condannare l’uccisione dei tedeschi dell’est che avevano cercato di saltare il Muro per andare a ovest, Wagenknecht fu l’unica a votare contro, fedele alla linea come Kleo, l’ex spia sovietica di una fortunata serie televisiva.
Salvo che, dopo la caduta del muro, Kleo fu costretta ad aprire gli occhi sui soprusi del regime. L’eroina della nuova sinistra tedesca invece rischia di chiuderli a tutti i suoi seguaci, all’inseguimento di una chimera che, se va bene, promette un posto al sole solo a lei e pochi altri, tra cui forse i nove parlamentari che hanno deciso di seguirla nella scissione pur continuando a stare nello stesso gruppo della Die Linke, controsensi da comodi populisti.
Dal partito, alla fine si è ‘cacciata’ da sola, abbandonando la nave fondata nel 2007 da suo marito Lafontaine e Lothar Bisky, ex dirigente comunista della Germania est.
La Die Linke era riuscita a mettere insieme la sinistra urbana con quella operaia, per qualche anno con percentuali a due cifre, perla della ‘Sinistra europea’, l’esperimento internazionalista voluto dall’allora segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti. Da qualche tempo, anche la Die Linke sembra avviata ad una parabola discendente, nei sondaggi non va oltre il 5 per cento, come tante sinistre del continente. Il ritorno all’antico di Wagenknecht non promette di essere una nuova ‘sinistra’ tedesca, al massimo di cancellarla.
(da Huffingtonpost)

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NETANYAHU E’ SOLO: STA COLLASSANDO LUI CON LA SUA IDEA DI STATO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

NON SI E’ ASSUNTO LA RESPONSABILITA’ DELLE FALLE CHE HANNO CONSENTITO L’ATTACCO DI HAMAS… LE INCOMPRENSIONI CON L’ESERCITO, LO SCETTICISMO AMERICANO, LA SFIDUCIA POPOLARE, I PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA

Bisogna riavvolgere il nastro di qualche ora, quando la Radio dell’esercito israeliano ha ufficializzato il rinvio dell’operazione di terra nella Striscia di Gaza. Qualche ora dopo il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi avevano diffuso una dichiarazione congiunta.
Un fatto insolito nella storia di Israele, un paese in cui le forze armate sono legate in modo inossidabile allo Stato, l’unità di intenti è data per scontata. Nella dichiarazione i tre assicuravano di lavorare “in stretta e piena collaborazione, 24 ore su 24, per condurre lo Stato di Israele verso una vittoria decisiva”. Professavano “totale e reciproca fiducia tra loro”.
Non è una dichiarazione di poco conto. Perché il popolo israeliano è in preda al terrore, alla paralisi. Non sa spiegarsi perché l’operazione di terra, che è considerata dagli israeliani l’unico modo di sradicare definitivamente Hamas, venga continuamente annunciata come imminente e puntualmente rimandata. L’opinione pubblica converge su un punto: la responsabilità è di Netanyahu, colpevole di non essere riuscito a prevenire l’attacco del 7 ottobre e a gestire la reazione, convinto dagli Usa a rimandare l’offensiva di terra.
Con una certa insistenza le forze di difesa israeliane rimarcava che l’esercito è “pronto per l’operazione e non può starsene seduto sui pollici per sempre”. Netanyahu si è trovato così costretto a mettere una toppa.
Con un buco da coprire enorme, la pezza non basta. Perché è evidente che Netanyahu si trova davanti alle incomprensioni, quando non una sostanziale ostilità ,dell’esercito, ma anche alla crisi di fiducia dell’opinione pubblica.
Le avvisaglie della profonda difficoltà del primo ministro ci sono tutte e sono tanto grandi da poter mettere a serio rischio la sua leadership. Basta riascoltare le parole del contrammiraglio Daniel Hagari: il principale portavoce militare israeliano ha dichiarato domenica scorsa in un briefing televisivo che l’esercito era “in attesa del via libera dal livello politico per invadere Gaza”. Un messaggio chiaro: noi siamo pronti ad intervenire anche subito, ma è la politica che sa che strada intraprendere.
Subito dopo il messaggio di Hagari è partita un’interessante campagna sui social, da parte dei sostenitori di Netanyahu, con l’intento di spiegare le ragioni del rinvio dell’operazione. È stato diffuso un video brillante, prodotto in forma anonima e pubblicato su tutte le piattaforme, in cui si spiega che “la vita dei soldati viene prima di tutto e che per questo è stato concesso tempo extra”. Si aggiunge anche che “c’è la necessità che l’aviazione distrugga l’insidioso sistema di tunnel di Hamas, prima che le truppe entrino a Gaza”.
Le parole di Hagari hanno innescato un cortocircuito. Gli Usa, tramite il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca John Kirby, hanno sottolineato che il rinvio dell’operazione non è loro responsabilità, “è l’Idf e non sono certo gli Usa a stabilire cosa fare a Gaza e quando farlo”.
Ma poi oggi, come riportano Times of Israel e New York Times, alcuni funzionari americani hanno fatto trapelare che l’amministrazione Biden è preoccupata che Israele non abbia idee chiare né obiettivi militari realizzabili a Gaza, e che l’Idf non è ancora pronto per una incursione di terra. E soprattutto gli americani hanno detto di voler inviare alcuni generali dei marines, esperti di operazioni di guerriglia urbana, come James Glynn, che la sua esperienza se l’è costruita a Fallujah e a Mosul, nella guerra in Iraq contro lo Stato Islamico.
In tutto questo trambusto, Netanyahu ha parlato poco e niente. Ha fatto parlare un politico pressoché sconosciuto, il leader del partito “Shas” Aryeh Deri, che ieri ha sottolineato che “non ci sono differenze di vedute tra politica e militari quando si tratta di Hamas” e che “l’esercito deve prepararsi bene”. Le uniche affermazioni del premier israeliano sono contenute nella dichiarazione congiunta con Gallant e l’esercito.
I generali hanno fretta di cominciare l’operazione di terra dentro la Striscia di Gaza, perché sanno che non possono tenere mobilitati in eterno centinaia di migliaia di riservisti. Secondo Ronen Bergman, una delle firme di punta del giornale Yediot Ahronot, Netanyahu è consapevole che prima o poi ci sarà una commissione d’inchiesta sulle stragi del 7 ottobre che lo riguarderà in prima persona e vuole gettare ogni colpa addosso al ministro della Difesa, Yoav Gallant, membro del ridotto gabinetto di guerra, e ai generali.
“Netanyahu si sta preparando per la battaglia pubblica che scoppierà tra poco, una volta che la situazione sul terreno si sarà stabilizzata. Lui ha tutta l’opinione pubblica contro, che gli attribuisce le responsabilità dell’attacco di Hamas. E così comincia a dare le colpe del disastro all’establishment della Difesa, a Gallant e ai capi militari. Loro hanno capito gli intenti di Netanyahu e sono furiosi” scrive Bergman.
In effetti è chiaro che Netanyahu e Gallant abbiano opinioni del tutto diverse sull’operazione di terra a Gaza e in generale sull’evoluzione del conflitto. Ieri sera il ministro della Difesa ha visitato l’area nei pressi della costa di Gaza con la Marina israeliana, per sottolineare ancora una volta il suo sostegno all’operazione.
“L’offensiva di terra nella Striscia ci sarà a e sarà letale” ha detto. Gallant, secondo quanto scrive Yediot Ahronot, una settimana fa avrebbe redatto un rapporto nel quale esprimeva la volontà di attaccare in modo preventivo Hezbollah in Libano, per liberarsi di un nemico che potrebbe aggredire Israele da nord durante la guerra per Gaza, ma Netanyahu avrebbe fermato l’operazione – sempre su consiglio di Biden – che in cambio ha mandato un pacchetto generoso di aiuti militari e due portaerei, con la promessa di far alzare i bombardieri se Hezbollah avesse cominciato una guerra contro Israele. Durante la visita lampo di Biden, Netanyahu ha fatto in modo che Gallant non potesse presentare i suoi piani al presidente Usa.
Come scrive il New York Times, ma anche Haaretz, “Netanyahu è nel momento di maggior crisi politica della sua carriera”. Quell’unità interna contro il nemico esterno Hamas che il primo ministro aveva tanto ricercato nei giorni scorsi, arrivando ad accettare un governo d’emergenza che includesse anche membri dell’opposizione, si è totalmente disgregata. L’opinione pubblica israeliana, secondo diversi sondaggi recenti, ha molta più fiducia nel suo esercito, che nel governo. Dopo le atrocità compiute da Hamas il 7 ottobre scorso, tra gli israeliani c’è un forte consenso sul fatto che non si sentiranno al sicuro finché la minaccia di Hamas non sarà del tutto rimossa. Ma c’è di più. Perché un sondaggio del sito israeliano di notizie Ynet dice che il 75% degli israeliani addossa a Netanyahu la responsabilità della totale sorpresa del Paese di fronte all’attacco della milizia armata.
E in questo risiede una delle principali motivazioni, secondo Haaretz, per cui il popolo è contro Netanyahu: il premier non ha mai chiesto scusa per i suoi errori. Lo ha fatto l’ex consigliere per la Sicurezza di Netanyahu, lo ha fatto il portavoce dell’Idf e anche il capo dell’Intelligence.
Si è assunto le proprie responsabilità pure il ministro dell’Istruzione Yoav Kisch, che con la sicurezza nazionale ha ben poco a che fare. Non Netanyahu, che ha sempre solo incentrato i suoi discorsi pubblici sulla forza e sull’unità di Israele nell’intento di eliminare Hamas. L’unico riferimento alla propria responsabilità che Netanyahu ha fatto finora è stato durante l’apertura della sessione invernale della Knesset, il Parlamento d’Israele, il 16 ottobre scorso. “Ci sono molte domande su questa catastrofe avvenuta dieci giorni fa… Indagheremo fino in fondo, e in parte abbiamo già cominciato. Ma per ora siamo concentrati su un obiettivo: unire le forze e correre verso la vittoria” ha affermato Netanyahu.
Il popolo ora è arrabbiato con il premier ed è nel panico. Preoccupato per il morale dei soldati e dei riservisti, che sono tenuti da giorni nel limbo dalla politica. L’esercito non capisce neanche più quale sia l’obiettivo finale a Gaza, se la riconquista di tutta la Striscia, o di una sola parte.
La gente è terrorizzata dall’impatto che un conflitto lungo, senza l’eliminazione rapida della leadership di Hamas, potrebbe avere sull’economia del Paese, per cui si prospetta una forte recessione. Gli israeliani, poi, così attaccati al concetto di Stato, non possono sopportare che siano state evacuate decine di migliaia di persone dai confini con la Striscia per un’operazione che poi rischia di non essere neanche messa in pratica. Così come sono infuriati perché non sono stati garantiti i rifugi promessi da Netanyahu nel sud del Paese.
Temono poi che i tempi troppo prolungati dell’offensiva di terra possano erodere il sostegno internazionale alla causa israeliana. Per tali ragioni, in questi giorni, in Israele, si assiste a scene mai viste in precedenza. Come racconta il Wall Street Journal, centinaia di organizzazioni composte da cittadini hanno costruito delle reti per la sollecitazioni di migliaia di volontari che aiutino i militari a mobilitarsi e che sostengano le famiglie che hanno perso i loro cari nel conflitto. Scrive il Wsj: “La società civile interviene laddove il governo manca”.
Il problema grave, sottolinea Bergman, è che in questo momento “non c’è una leadership efficace, che sappia prendere decisioni dolorose, ma fondamentali per la sopravvivenza di Israele”.
“Nel 1973, durante la guerra del Kippur, Israele è stato colto di sorpresa dagli attacchi e inizialmente è stato gravemente ferito. Ma la leadership del Paese, almeno la maggior parte, ha continuato a funzionare bene, a progettare una risposta adeguata, a predere decisioni giuste. Le persone, pian piano, hanno aderito ai piani della leadership, li hanno riconosciuti e apprezzati. E c’è stata un’infusione di fiducia verso l’obiettivo finale di Israele, ovvero la vittoria. Oggi, tutto questo manca” osserva il giornalista.
Tutto ciò fa capire che Netanyahu è fortemente in difficoltà. Ieri è trapelata la notizia, tramite il sito Ynet, del quotidiano Yediot Ahronot, che almeno tre ministri israeliani – di cui non è stata rivelata l’identità – starebbero considerando la possibilità di rassegnare le dimissioni per obbligare il premier Netanyahu ad assumersi pubblicamente le proprie responsabilità in seguito all’attacco a sorpresa sferrato da Hamas il 7 ottobre. I rapporti tra Netanyahu e Gallant sono sempre più difficili, con il premier che lascia poca libertà di azione a Gallant. Allo stesso modo i ruoli, in questo conflitto, del leader di Unità nazionale, Benny Gantz, e dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, sono finora del tutto irrilevanti.
Ora, la domanda più difficile a cui rispondere è: quanto può resistere, in queste condizioni, Netanyahu, alla guida del Paese?
È chiaro che il leader non è in grado, sotto diversi punti di vista, di gestire questa crisi. L’immagine e la reputazione del primo ministro sono dipese per lunghissimo tempo dalla sua lotta per il mantenimento della sicurezza degli israeliani e dalla promozione della crescita economica. Ora le sue dimissioni vengono chieste a gran voce da parlamentari della Knesset, ma anche dalle famiglie delle vittime dell’attacco di Hamas. Secondo diversi analisti dell’Atlantic Council, think tank americano con sede a Washington, i fallimenti di Netanyahu e il suo isolamento non sono minimamente paragonabili alle sconfitte che il premier ha registrato in passato e che comunque gli hanno garantito il consenso popolare. “È totalmente collassata l’idea di Stato che Netanyahu ha portato avanti per anni. Non è riuscito a dividere e governare i palestinesi, a indebolire l’Anp, a eliminare Hamas, a preparare l’esercito a un attacco del genere. Non è stato neanche in grado di mostrare calore nei confronti delle famiglie che hanno perso i loro cari in questo attacco. Al suo posto lo ha fatto Biden. Questo non può non avere ripercussioni importanti” scrive Ksenia Svetlova.
Ci sono però dei ma, dei grossi ma. Netanyahu ha dimostrato di essere un leader sui generis. Nella sua carriera politica è sempre riuscito a rialzarsi. Come ha ben spiegato in un’intervista ad Huffpost, nei primi giorni dopo la guerra, Meir Litvak, analista israeliano, “Netanyahu non è un leader che riesce ad avere successo nel popolo grazie alle azioni che compie. Per avere successo utilizza le tragedie”. Per rialzarsi da questa grave sconfitta, come spiega Amos Harel, analista di Haaretz, ha come unica possibilità l’operazione di Gaza, che il popolo vuole ancora e che lui sta cercando di preparare al meglio, perché non può fallire. “È la più grande scommessa della carriera di Netanyahu” spiega Harel.
Se Netanyahu è ancora in piedi è anche perché, al momento, non emergono leader forti alle sue spalle. Guardando al gabinetto di guerra, l’ipotesi Gantz è da scartare: ha perso le ultime elezioni nel novembre del 2022. Lo stesso Gallant, che al momento sembra essere l’unico con le qualità e l’esperienza di poter gestire una crisi del genere, è intrappolato, non riesce a far emergere le sue idee a sostegno dell’operazione militare rapida di terra. Non riesce neanche a colloquiare con i partner occidentali che sostengono Israele, in primis Biden, ma anche i leader europei. Mentre Bibi continua ad essere il punto di riferimento per la Casa Bianca e l’Ue. Lo testimoniano i colloqui sempre più fitti sugli ostaggi tra il premier israeliano e Washington. L’ultima telefonata stamane, quando il presidente degli Stati Uniti ha aggiornato il premier israeliano “sul sostegno americano a Israele e sugli sforzi in corso per la deterrenza nella regione, che include nuovi dispiegamenti militari degli Stati Uniti”, ha detto di aver accolto con favore il rilascio di altri due ostaggi da Gaza e ha riaffermato il suo impegno nei confronti degli sforzi in corso per assicurare il rilascio di tutti gli altri ostaggi presi da Hamas. In mattinata c’è stato anche l’incontro tra Netanyahu e il presidente francese Emmanuel Macron, che ha mostrato tutta la sua vicinanza al premier israeliano. “Questa lotta contro il terrorismo è una questione esistenziale per Israele, ma anche per tutti noi. Proprio per quello, e ne abbiamo parlato insieme, servirebbe una coalizione internazionale” ha detto Macron.
Tutto, anche la stabilità di Netanyahu alla guida del Paese, sembra dipendere ancora una volta da come si svolgerà l’operazione a Gaza, da quali frutti raccoglierà. Quel che invece già si può affermare, con discreta sicurezza, è che se anche Netanyahu rimarrà al potere, difficilmente riuscirà a riunire, un giorno, il Paese. Quel Paese che lui stesso ha contribuito a dividere, a polarizzare, per anni e in particolare negli ultimi mesi. Come scrive Bergman, “le case possono essere ricostruite. Ma ricostruire la fiducia del popolo nel futuro è molto più difficile”. È ancora più complesso se quel popolo è Israele, con tutta la storia che si porta dietro.
(da Huffingtonpost)

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PADOVA, COPPIA ITALIANA COMPRA UNA CASA PER AFFITTARLA A UNA FAMIGLIA TUNISINA COSTRETTA A VIVERE IN AUTO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

NADIR HA UN LAVORO REGOLARE DA MURATORE: “IL PROBLEMA NON ERANO I SOLDI, MA IL FATTO CHE FOSSIMO STRANIERI”

Nonostante avesse un lavoro, un muratore tunisino non trovava nessuno che gli concedesse un affitto a Padova. Così Nadir, la moglie Asma e i due figli di 4 anni e 10 mesi erano costretti a vivere in auto.
Oggi grazie all’appello lanciato da alcuni quotidiani locali la famiglia è finalmente riuscita a trovare un alloggio, per il quale pagherà un regolare affitto.
L’offerta è stata fatta da una coppia anonima di padovani che ha deciso di farsi carico dell’acquisto di un’abitazione per darla poi in affitto alla famiglia tunisina. Nel frattempo li ospiterà in casa propria.
“Nessuna famiglia – hanno spiegato i due benefattori – dovrebbe vivere in macchina”. Il calvario sembra così finito per Asma, Nadir e i due bambini.
Lui ha un contratto regolare di lavoro come muratore a tempo indeterminato. Fino a poco tempo fa aveva un alloggio gestito da una cooperativa, ma l’ha dovuto lasciare perché, paradossalmente, il suo reddito era troppo alto.
“Abbiamo sempre pagato con puntualità” aveva raccontato la donna qualche giorno fa. “Mai uno sfratto. Basterebbe anche una stanza con bagno, ma nessuno ci dà la casa perché siamo stranieri”. Asma aveva anche spiegato che potevano permettersi di pagare “anche fino a 700 euro d’affitto, perché mio marito guadagna 1.500 euro al mese”.
Dopo l’appello lanciato dai giornali, nel quale i due genitori sottolineavano che “l’importante è dare un tetto ai bambini”, sono cominciate ad arrivare offerte. Nel frattempo era stata trovata una soluzione in un albergo.
Ieri si è fatta avanti la coppia padovana, che ha offerto ospitalità in regola a Nadir, con un’abitazione che sarà data in affitto. Nel frattempo si era attivata anche la solidarietà della comunità locale e di quella straniera che vive a Padova.
Quando viveva in auto, la famiglia era parcheggiata in un’area condominiale di fronte alla chiesa del quartiere Sacro Cuore, nella zona nord della città euganea, con la disponibilità di un bar gestito da cinesi per i servizi igienici.
In aiuto alla famiglia tunisina si erano mosse altre amministrazioni del padovano, come quella di Montegrotto, e la Fillea Cgil di Padova, assieme agli avvocati di strada, per ottenere la residenza nel Comune di Padova. Poi, d’incanto, la telefonata della coppia padovana: “Venite a vivere da noi da domani. Poi vi compreremo una casa per far crescere i vostri figli al sicuro”.
Nadir e Asma non trovano le parole per esprimere la loro gioia: “Ci viene solo da rivolgere un grazie a queste meravigliose persone”.
(da agenzie)

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LE VOCI DI GAZA CHE RACCONTANO LA GUERRA

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

PER CHI VUOLE CAPIRE IN CHE CONDIZIONI SONO COSTRETTI A VIVERE I PALESTINESI A GAZA

Si chiamano Omar e Sara, sono due giovani ragazzi palestinesi e, in questi giorni di guerra, hanno molte più cose in comune. La rabbia, il dolore e la paura sono alcune di queste. Il 7 ottobre 2023 sarà un’altra delle già tante date che marcano l’annosa questione israelo-palestinese, un conflitto cronico mai risolto, nel quale il diritto internazionale e il diritto umanitario sono stati più e più volte violati.
L’attacco compiuto da Hamas in Israele, la cieca e brutale risposta del governo di Netanyahu sulla popolazione palestinese che vive nella striscia di Gaza, una guerra che uccide e ferisce i civili.
A fronte di continue analisi politiche e militari, di notizie scritte e diffuse da media di Paesi terzi, di una comunità internazionale che fa di questo conflitto un dado sul quale puntare la scommessa più alta, dare voce a chi realmente ha vissuto e vive tuttora in un costante senso di pericolo per la propria vita è forse il modo più intellettualmente onesto per provare a capire quello che sta accadendo.
Saranno Omar e Sara a raccontarsi, a descrivere le loro emozioni, a diffondere quei dettagli fondamentali che fanno la differenza tra chi sta dentro e chi sta fuori Gaza.
“Mi chiamo Omar, ho 33 anni e sono nato, cresciuto e vivo ancora a Gaza City. Mio nonno è uno dei tanti rifugiati che, nel 1948, sono stati costretti dall’esercito israeliano a lasciare le loro case. Era della città di Al Mahzaqa. Fu l’inizio della ‘Nakba’, e la mia famiglia rimase a vivere a Gaza”.
Nel 2011 Omar si è laureato alla facoltà di Commercio all’Università di Gaza, sarebbe dovuto diventare un contabile ma la sua passione per la fotografia ha scelto per lui. “Ho imparato a fotografare da solo, senza alcun aiuto e ho iniziato a lavorare come professionista dodici anni fa. Sono riuscito a vincere premi e a pubblicare le mie foto su giornali locali e internazionali”. Racconta Omar, che oggi è sposato e ha due figli, uno di quattro anni e il secondo di soli tre mesi. Parlare con lui in giorni di guerra non è facile, l’elettricità va e viene, i bombardamenti proseguono a raffica, le corse nei rifugi, i beni essenziali che scarseggiano. Tutto questo rende le distanze ancora più grandi. Alla fine Omar riesce a trovare il tempo e il modo per raccontare la sua vita a Gaza, per far conoscere da dentro la realtà delle cose, del prima e del dopo 7 ottobre.
“La mia vita e quella di tutti i cittadini di Gaza è dura da 16 anni, da quando siamo sotto l’assedio israeliano che non consente a nessuno di entrare o uscire dalla Striscia senza un loro permesso ufficiale. Ho conosciuto persone che, in questi anni, hanno perso la vita perché non sono potute uscire per cercare le medicine e per potersi curare. Non c’è lavoro, non c’è futuro per la gente qui, l’assedio ha colpito tutti gli aspetti della vita, le restrizioni sul cibo, sull’acqua, sulle medicine e sul carburante c’erano già da prima. Avevamo a disposizione l’elettricità solo 4 o al massimo 6 ore al giorno. A Gaza stavamo già soffrendo, finora ho vissuto sei guerre qui e tutte sono state difficili, ma questa guerra è la più tragica, la peggiore e la più immorale”. Lo scorso 13 ottobre le autorità israeliane hanno dato ordine di evacuazione a tutti i cittadini di Gaza City spingendoli a recarsi verso sud, così da avere campo libero per un’azione militare di terra. A distanza di quasi una settimana, però, l’invasione di terra non è ancora avvenuta e neppure il sud della Striscia risulta essere un luogo sicuro.
I bombardamenti israeliani sono arrivati anche lì, i palazzi distrutti ci sono anche lì, i morti e i feriti ci sono anche lì. “Insieme alla mia famiglia ci siamo trasferiti a casa dei miei suoceri ma siamo sempre a Gaza, noi non andremo a sud. Nessuna ordinanza ha più valore oramai, nessun luogo è sicuro qui”.
Dall’inizio del conflitto esploso lo scorso 7 ottobre fino al 19 ottobre, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, sono morte 3.785 persone, tra cui 1.524 bambini, almeno 1.000 donne e 11 giornalisti. Le Nazioni Unite denunciano che la metà dei palestinesi a Gaza non ha più una casa. Il numero degli sfollati interni è di un milione, di cui più di 300mila si trovano nelle scuole adibite a rifugio dal UNRWA – Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. L’inasprimento del conflitto e conseguente fuga delle persone verso sud sta causando un sovraffollamento degli spazi nei rifugi, come denunciano le Nazioni Unite. Le scorte di cibo sono limitate, così come i prodotti per l’igiene e l’acqua potabile. La crisi idrica continua a causa dell’impossibilità di far arrivare il carburante necessario per far funzionare le pompe dell’acqua e gli impianti di desalinizzazione. La situazione è ulteriormente aggravata dalla scarsissima disponibilità di acqua sul mercato. I rischi per la salute, in assenza di acqua potabile e le precarie condizioni igienico-sanitarie sono in aumento, comprese le malattie trasmesse dall’acqua inquinata, spesso unica fonte di idratazione, di sopravvivenza. Solo otto (su 22) centri sanitari dell’UNRWA in tre aree diverse (Rafah, Khan Younis e Middle Areas) sono stati in grado di curare le persone con una prima assistenza sanitaria, molti dei pazienti, però, sono in condizioni gravi e hanno urgente bisogno di cure specifiche o di interventi operatori.
“Provo paura, ho tanta paura. Ho paura per i miei figli, per mia moglie, per mio padre e mia madre, per i miei fratelli, per i miei amici, per i miei cari. Ho paura della perdita. Ho paura di morire sotto le macerie e che nessuno possa seppellirmi come si deve. Ho paura di perdere la mia casa in cui ho visto nascere la mia famiglia e costruito molti dei miei sogni. Io e mia moglie l’abbiamo arredata insieme, è la casa dei nostri figli, tutti i ricordi più belli sono custoditi lì”.
Queste sono le parole di Omar alla domanda su quale sia il sentimento che prevale in lui. Poi prosegue nel raccontarsi, vuole descrivere quello che vede, che lo circonda; un contesto umanitario agghiacciante. “Intere famiglie sono state spazzate via a Gaza, Israele sta commettendo crimini di guerra ogni ora, tutto viene preso di mira: civili, bambini, case, giornalisti, personale medico e ambulanze, ospedali, scuole, moschee, chiese. Ci hanno privato dell’acqua, del cibo, delle medicine. Stiamo morendo in diretta, sotto gli occhi di tutti”.
La storia di Sara
Sara ha 29 anni, è palestinese “di Gaza” come tiene a precisare lei. Nata a Berlino nel 1994, ha fatto ritorno a Gaza due anni dopo; “dopo la firma degli accordi di Oslo, io e la mia famiglia pensavamo fosse arrivato il momento di tornare a casa nostra”, racconta. Era il 13 settembre 1993 quando si tenne a Washington, presso la Casa Bianca, la cerimonia ufficiale di ratifica dell’intesa che, dopo mesi di intensi negoziati segreti, era stata raggiunta a Oslo, in Norvegia, il 20 agosto dello stesso anno. Quell’accordo, che prevedeva la nascita del concetto di ‘due Stati, due Popoli’, è rimasto, di fatto, un elenco di parole stese su carta.
Il conflitto israelo-palestinese non si spense neppure in quell’occasione. Le ostilità, le violenze, l’allargamento dello Stato di Israele a danno della popolazione palestinese, tutto questo è proseguito negli anni avvenire, il numero delle vittime e dei feriti nei territori occupati palestinesi e in Israele è cresciuto per ambo le parti.
Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), da dicembre del 2008 – data nella quale Israele lanciò un’offensiva su Gaza in risposta al lancio di alcuni razzi sul suo territorio da parte di miliziani – a febbraio 2023, i morti sono stati 6.226 tra i palestinesi e 289 tra gli israeliani, i feriti hanno raggiunto la cifra di 144.963 per la popolazione palestinese e 6.118 per quella israeliana. A Gaza da giorni manca l’acqua, manca il cibo, mancano le medicine, manca l’elettricità. Il governo israeliano ha imposto il blocco di ogni bene primario a una popolazione già sfinita. Il 64% dei palestinesi è disoccupato, il 40% ha un’età inferiore ai 14 anni, l’età media è di 18 anni.
“Ho vissuto a Gaza fino al quasi completamento dei miei studi universitari”, racconta Sara, “poi nel 2018 mi sono trasferita in Italia, per concludere l’ultima parte del mio percorso di studi all’Università di Siena, mi sono laureata in Scienze Politiche e Internazionali”.
Sara vive a Milano con il marito, un matrimonio celebrato lo scorso agosto, quella è stata l’ultima volta che ha visto la sua famiglia. Oggi sua madre, suo padre, le sue tre sorelle, i sui tre fratelli e i quattro nipoti si trovano tutti a Gaza, sotto i bombardamenti quotidiani che dal 7 ottobre stanno radendo al suolo quel lembo di terra di soli 360 chilometri quadrati, e nel quale vivono circa 2 milioni e 100mila abitanti.
“Provo a chiamarli ogni giorno, più volte al giorno. La paura di non ricevere risposta, di non sentire le loro voci è una costante che non mi lascia mai. Non riesco neppure a uscire di casa, nonostante io mi trovi a Milano e loro lì, nel nostro quartiere di Tal Al-hawa Al-Sinaa Street. Esco solo per manifestare per la mia gente, per raccontare e far aprire gli occhi su quello che succede lì”.
La famiglia di Sara vive da quasi due settimane in un unico appartamento. Si sono accampati nel salone di casa, al primo piano; “Hanno deciso di restare, di non fuggire verso sud come chiesto dalle autorità israeliane. Mio padre mi ha detto: ‘Se dobbiamo morire, moriremo insieme nella nostra casa’”.
In questi anni, Sara è tornata diverse volte nella sua casa a Gaza. Racconta quanto sia complesso raggiungere la sua terra dall’Europa, un viaggio che richiede almeno due giorni di tempo. “Prendevo sempre un volo per l’Egitto, poi da lì un pullman che poteva contenere al massimo quindici persone e impiegava circa 24 ore per arrivare al confine con Gaza, entrando dal valico di Rafah”. Proprio dal valico di Rafah, più volte attraversato da Sara e che dall’inizio del conflitto in atto è rimasto chiuso, sono finalmente passati i primi camion contenenti aiuti umanitari, l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – parla di 20 camion arrivati per la popolazione palestinese di Gaza.
Questo, perlomeno, è stato annunciato dal Presidente americano Biden dopo un colloquio con il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi, lo stesso che più volte, in questi giorni, ha ribadito la non volontà e impossibilità dell’Egitto ad accogliere i palestinesi in fuga.
“Stamattina ho sentito mio papà, mi ha detto che continuano a non dormire. I bombardamenti iniziano alle sette di sera e proseguono fino alle sette del mattino. Stanno razionando l’acqua per fare qualsiasi cosa: lavarsi, cucinare, bere. Vanno a prenderla nelle moschee o se la passano tra vicini. Questa è Gaza, una grande comunità dove tutti aiutano tutti, questo è ciò che ha sempre spaventato il governo di Israele. La nostra forza è questo. Resistere”.
In questo contesto di guerra, è doveroso osservare anche ciò che sta accadendo fuori Gaza, all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. I morti si contano anche lì, così come l’aumento delle proteste agli attacchi israeliani su Gaza e le violenze a danno della popolazione civile palestinese residente nella West Bank.
“La vita dei palestinesi in Cisgiordania è scandita da anni dai controlli nei checkpoint israeliani, sono costantemente sotto controllo, anche sui social. Ovunque”, dice Sara. Al 20 di ottobre, i palestinesi uccisi dalle truppe israeliane o dai coloni sono almeno 75, come riporta il Ministero della Sanità di Gaza. Il rischio di un’escalation sul fronte della Cisgiordania e, dunque, di un allargamento del conflitto, appare sempre più come una possibile ipotesi.
La violenza rappresenta una sfida sia per Israele che per l’Autorità Palestinese (AP), l’unico organo di governo palestinese riconosciuto a livello internazionale, che ha sede a Ramallah, Cisgiordania. L’agenzia di stampa Reuters, sempre in data 20 ottobre, riporta una dichiarazione del portavoce militare israeliano Jonathan Conricus nella quale si accusa Hamas di voler “inglobare Israele in una guerra su due o tre fronti”, compreso il confine libanese e la Cisgiordania. “La minaccia è elevata”, ha dichiarato.
“Mi sento come un genitore che ha paura che possa accadere qualcosa al figlio che si trova fuori casa”, racconta Sara, “questo è ciò che provo ogni giorno pensando alla mia famiglia, ho perso già i contatti con tanti dei miei amici e amiche, non ho idea di come stiano, non so neppure se sono ancora vivi. A Gaza c’è bisogno di libertà, siamo una terra libera ma occupata. Un paradosso che non ha fine. La comunità internazionale si sta accorgendo di noi solo dal 7 ottobre? In che direzione stavano guardando nei 75 anni precedenti?”.
Anche Omar si rivolge alla comunità internazionale, vuole lanciare un appello a tutti i Paesi che ne fanno parte: “Guardate verso di noi, prendete una decisione che ponga fine a questo massacro di civili. Vogliamo solo vivere nella nostra terra in sicurezza, come il resto dei Paesi del mondo. Voglio che i miei figli crescano normalmente, come il resto dei bambini del mondo. Voglio dire alle autorità statali del mondo: fate le vostre ricerche. La popolazione civile di Gaza sta andando incontro alla sua fine per mano di Israele. Amiamo la vita, abbiamo sogni e speranze, amiamo i nostri figli e cerchiamo un futuro dignitoso per loro”. Sara decide di concludere il suo racconto con un’immagine della sua città, quella che più ha impressa nella mente: a Gaza si vede il mare.
(da ilmillimetro.it)

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QUANTO CI COSTERA’ LA DENATALITÀ? UN CALO DELLA POPOLAZIONE A 51 MILIONI ENTRO IL 2050 POTREBBE GENERARE UNA PERDITA ECONOMICA DI UN TERZO DEL PIL

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

OLTRE UN QUARTO RISCHIEREBBE DI ESSERE ASSORBITO DA PENSIONI E SANITÀ: PER FAR FRONTE A TUTTI I BISOGNI DI SALUTE E ASSISTENZA SI STIMA UN’INCIDENZA DELLA SPESA SANITARIA SUL PIL PARI AL 9,5%, 2,4 IN PIÙ RISPETTO AL OGGI

Un calo della popolazione italiana a 51 milioni nel 2050 potrebbe generare una perdita economica di un terzo del Pil.
Ipotizzando i tassi di crescita del Pil al 2050 previsti dal Mef, in uno scenario con circa 8 milioni di italiani in meno, la produttività dovrebbe almeno raddoppiare.
Sono le previsioni del Think Tank “Welfare, Italia”, sostenuto da Unipol e The European House – Ambrosetti.
Oltre un quarto del Pil rischierebbe di essere assorbito da pensioni e sanità.
Infatti se l’Italia mantenesse il tasso di crescita del Pil del periodo 2000-2019, al 2050 il peso della spesa pensionistica toccherebbe il 19%. Inoltre per far fronte a tutti i bisogni di salute e assistenza si stima un’incidenza della spesa sanitaria sul PIL pari al 9,5%, sempre nel 2050, 2,4 punti percentuali in più rispetto al 2022.
Il 75% della spesa sanitaria si concentrerebbe sempre più nella fasce di età superiori ai 60 anni.
(da agenzie)

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NEL DISINTERESSE GENERALE, LA CONTROFFENSIVA UCRAINA PROSEGUE: IL GRUPPO DI INTELLIGENCE UCRAINO “DRG” È AVANZATO VICINO A PIDSTEPNY, 20 CHILOMETRI A EST DI KHERSON E TRE CHILOMETRI DAL FIUME DNIPRO, E HA PRESO IL CONTROLLO DI UN IMPORTANTE SNODO STRADALE

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

LE TRUPPE DI ZELENSKY SONO AVANZATE A SUD DI BAKHMUT E AD OVEST DELLA REGIONE DI ZAPORIZHZHIA: I FILMATI DI GEOLOCALIZZAZIONE MOSTRANO I SOLDATI DI KIEV A EST DI ANDREEVKA, NELLA REGIONE DI DONETSK

Il gruppo di intelligence ucraino Drg è avanzato vicino a Pidstepny, 20 chilometri a est di Kherson e 3 chilometri dal fiume Dnipro, e ha preso il controllo di un tratto della strada che collega i villaggi di Poima, Cossack Lagery e Krynyk nella regione di Kherson.
Lo mostrano filmati geolocalizzati pubblicati dall’Isw (Institute for the study of war) e lo riferisocno i blogger militari russi, citati dai media ucraini.
Le forze armate ucraine hanno trasferito piccoli gruppi di militari sulle isole del delta del Dnipro e stanno cercando di sfondare nei villaggi di Poima e Pishchanivka.
Nella giornata di ieri le truppe ucraine sono avanzate a sud di Bakhmut e ad ovest della regione di Zaporizhzhia: i filmati di geolocalizzazione mostrano che le forze ucraine sono avanzate a est di Andreevka, 10 chilometri a sud-ovest di Bakhmut, e hanno ottenuto un parziale successo a ovest di Robotyne (nel distretto di Zaporizhzhia).
Lo Stato maggiore ucraino, citato dai media nazionali, ha reso noto che nelle ultime 24 ore l’esercito russo ha perso 800 soldati, portando così – secondo Kiev – a 296.310 il numero totale di miliari russi uccisi nel conflitto. Distrutti 44 sistemi di artiglieria e 28 cannoni, ha aggiunto l’esercito.
(da agenzie)

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