Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“VERGOGNOSO, MENO MALE CHE DOVEVI AIUTARE MADRI E FAMIGLIE”
Un coro di dissenso su Facebook: «Sono questi gli incentivi per chi ha figli?». L’Adiconsum: «Siamo alle comiche». Adoc: «Brutta notizia per un Paese in cui la natalità è un grave problema per il futuro»
Ma come? Sono una donna… sono una madre e poi aumenta l’iva sui prodotti per l’infanzia e gli assorbenti? Se è uno scherzo, è di cattivo gusto. Vergogna!».
È solo uno dei migliaia di commenti piovuti, anzi tuonati sui social dopo l’annuncio del governo Meloni di aumentare dal 5 al 10% l’iva su latte in polvere e preparazioni per l’alimentazione di bimbi, per assorbenti, tamponi e coppette mestruali.
Il coro di protesta è di tantissime donne e mamme italiane che in queste ore hanno sfogato la loro rabbia soprattutto su Facebook e X, increduli sull’incongruenza dei proclami della presidente Giorgia Meloni e delle decisioni assunte sui beni ritenuti da tanti «di prima necessità».
«Solo bugie», scrive una giovane donna, a cui fa da coro il parere di fuoco di un’altra utente di Facebook, che scrive «È così che voleva aiutare le famiglie e la crescita della natalità».
Il tema è proprio questo. «Una manovra fiscale che penalizza chi ha deciso di mettere sù famiglia è una manovra miope, anzi contraria all’invito a crearla o ampliarla una famiglia», scrive una giovane mamma emiliana. «È un governo in caduta libera», rincara la dose invece un papà.
C’è poi chi cerca di smorzare i toni, ricordando che il governo nella manovra ha fatto anche cose buone, ma è un coro dalla voce fine: questa retromarcia ha unito molte associazioni di categoria. Non solo di mamme, ma anche di papà e genitori separati, i single che da questa manovra speravano un alleggerimento, vista l’inflazione galoppante.
Tra queste l’associazione «Tocca a noi», che sul tema degli sgravi in questi anni ha fatto tour di sensibilizzazione che ora si vanifica con un raddoppio di Iva inaspettato.
«Ma questo non era il governo che parla di natalità, di necessità di fare figli? Con quali misure pensano di incentivare le nascite? Eppure durante la campagna elettorale per le politiche del 2022, nel programma elettorale la destra aveva inserito la “riduzione dell’aliquota IVA sui prodotti e servizi per l’infanzia”», fanno notare su Facebook gruppi di genitori con bimbi piccoli.
«Si tratta di scelte di civiltà, ma forse questo esecutivo guidato proprio da una donna è impegnato nel rendere più difficile e complicata la vita delle donne e delle famiglie».
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, esprime così il suo dissenso su tutta la linea. «Con l’aumento di Iva sui prodotti dell’infanzia e la tampon tax, siamo alle comiche. Al di là del fatto che il provvedimento è stato un flop, visto che i commercianti non hanno traslato la riduzione dell’Iva sul prezzo finale, è chiaro che ora invece il rialzo dell’Iva farà aumentare i prezzi».
La presidente di Adoc nazionale, Anna Rea: «Una brutta notizia per un Paese in cui la natalità è un grave problema per il futuro. In un quadro economico per le famiglie già disastrato dal caro vita, crescere i figli costa: solo per l’acquisto dei pannolini, le famiglie spendono mediamente in un anno 726 euro l’anno a figlio. Per gli alimenti per bambini si sono registrati nel corso del 2023 aumenti del 15,2%. Occorre calmierare tutti i prezzi dei prodotti per l’infanzia e la cura monitorando a livello territoriale con le strutture che noi stessi consumatori abbiamo proposto da tempo e dotando di potere di intervento il Garante dei prezzi», conclude.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
IL PONTEFICE RANDELLA ANCHE “QUEI GIOVANI PRETI CHE CERCANO ABITI RELIGIOSI CON I PIZZI”
«La Chiesa non è un supermercato» dice Papa Francesco in un
intervento in spagnolo durante la diciottesima Congregazione generale del Sinodo dei vescovi. Un monito che arriva proprio nel giorno in cui un sacerdote è stato arrestato per estorsione a Siracusa, dopo che avrebbe imposto una tariffa di 100 euro per celebrare i funerali nella sua parrocchia. È frequente che in diverse parrocchie italiane vengano chieste “offerte” in occasione di matrimoni e battesimi, ad esempio.
Un fenomeno che Papa Francesco condanna: «È doloroso trovare in alcuni uffici parrocchiali “l’elenco dei prezzi” dei servizi sacramentali come in un supermercato. O la Chiesa è il popolo fedele di Dio in cammino, santo e peccatore, o finisce per essere un’azienda di servizi vari, e quando gli agenti pastorali prendono questa seconda strada, la Chiesa diventa il supermercato della salvezza e i sacerdoti semplici dipendenti di una multinazionale».
Bergoglio ha poi criticato anche quei «giovani preti» che può capitare di vedere nelle sartorie ecclesiastiche «che si provano abiti talari e cappelli o camici e rocchetti con pizzi».
Il Papa ha commentato con amarezza: «Basta, questo è veramente uno scandalo. Il clericalismo è una frusta, è un flagello, una forma di mondanità che sporca e danneggia il volto della sposa del Signore, schiavizza il santo popolo fedele di Dio».
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
LA PATACCA MELONIANA: LA NORMA PREVEDE CHE, INVECE DI PAGARE, GLI ISTITUTI POSSANO ACCANTONARE A RISERVA, UNA STRADA GIA’ INTRAPRESA DA INTESA SANPAOLO E UNICREDIT
La tassa sugli extraprofitti delle banche rischia di avere un effetto boomerang sulle casse dello Stato. A dirlo è Unimpresa sula scia delle decisioni già prese dai due principali istituti di credito italiani, Intesa SanPaolo e Unicredit.
Nel suo percorso di conversione in legge il decreto Asset del governo Meloni è stato modificato, dando alle banche la possibilità di scegliere se versare allo Stato la tassa – una parte della differenza del margine di interesse maturato nel 2023 rispetto al 2021, fino a un importo massimo dello 0,26 calcolato sugli attivi, escludendo però i titoli di Stato – o destinare un importo pari a due volte e mezzo il suo valore per rafforzare il proprio patrimonio.
Un’opzione che, come si diceva, Unicredit e Intesa SanPaolo hanno già comunicato di voler perseguire. E se, come prevede Unimpresa, tutti o quasi gli istituti italiani dovessero seguirli, per lo Stato si tradurrebbe in una soluzione a «gettito zero».
Un bel problema, considerato che le previsioni di entrate erano pari a 3 miliardi e 248 milioni di euro. «Appare scontato un risultato insoddisfacente per il governo, dunque beffato», scrivono i rappresentanti delle imprese dopo una valutazione del loro Centro studi, «la decisione del primo e del secondo gruppo bancario del Paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che ieri e oggi hanno annunciato di non voler pagare l’imposta, preferendo accantonare a riserva, come previsto dalla legge, un importo pari a 2,5 volte il teorico prelievo fiscale, spiana la strada a un comportamento che, salvo poche eccezioni, dovrebbe essere seguito dalla quasi totalità del settore bancario italiano». Una scelta tanto più necessaria per le banche quotate sui listini di Borsa, poiché il versamento dell’onere fiscale comporterebbe, per gli amministratori societari, rischi legali per potenziali ricorsi da parte degli azionisti.
L’accantonamento non favorisce i prestiti
Per questo, secondo Unimpresa, «siamo di fronte a una norma sostanzialmente neutrale sul piano fiscale, che non avrà alcun impatto tangibile sui bilanci bancari e sulle finanze pubbliche». La possibilità per le banche di accantonare a riserva invece d versare allo Stato non può essere spiegata con le motivazioni addotte dell’esecutivo. «Secondo quanto spiegato dal governo, le modifiche introdotte al decreto in sede di conversione hanno l’obiettivo di accrescere l’offerta di prestiti alle imprese e alle famiglie», segnala il consigliere nazionale di Unimpresa, Manlio La Duca, «tuttavia, l’attuale restrizione del credito non è legata tanto agli attuali livelli dei coefficienti patrimoniali, quanto all’aumento del costo del denaro che ha cagionato un incremento dei tassi d’interesse e, più in generale, un brusco peggioramento delle condizioni di accesso ai finanziamenti bancari». Il governo aveva stimato un gettito di oltre 3 miliardi, calcolando che l’attivo ponderato al rischio – Rwa – fosse intorno al 38% dell’attivo complessivo, ovvero un importo pari a 1.249 miliardi, di cui lo 0,26% – l’importo massimo fissato dal decreto – equivale a 3 miliardi e 248 milioni. Una cifra che, stando alle imprese, rischia di non essere neanche lontanamente avvicinata se, come previsto, altri istituti di credito dovessero seguire le decisioni già prese dai due colossi bancari.
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“VUOI VEDERE CHE DIETRO GIAMBRUNO C’E’ GIAMBRUNO?” IRONIZZANO I DUE CONDUTTORI DEL TG SATIRICO
A Striscia la notizia non hanno resistito alla tentazione di tornare sul
caso di Andrea Giambruno ancora una volta.
Dopo i fuorionda diffusi dal tg satirico, la vicenda dell’ex compagno di Giorgia Meloni viene di nuovo affrontata ad inizio di puntata. Stavolta i conduttori Sergio Friscia e Roberto Lipari scherzano sui possibili motivi dietro l’esplosione del caso e la decisione presa da Mediaset di non far comparire più in video il giornalista: «Lo avrete saputo – dice Friscia – per dovere di cronaca ne parliamo: Andrea Giambruno non presenterà più Diario del giorno, ma lavorerà dietro le quinte».
Lipari quindi lo incalza: «Ma come? Proprio ora che poteva fare una puntata sulla Finanziaria, sull’Iva, su quota 104?».
Friscia risponde: «Vuoi vedere che il caso lo ha fatto scoppiare lui per evitare di parlare male del governo?».
Il collega aggiunge, accennando alle polemiche su presunti complotti e dossieraggio di Mediaset e di Antonio Ricci per attaccare la premier e il governo: «Vuoi vedere che dietro Giambruno c’è Giambruno? E anche davanti, e in mezzo, un threesome», citando alcune delle battute fatte proprio da Giambruno davanti ad alcune colleghe e riprese negli ormai famosi fuorionda.
Friscia quindi conclude: «C’erano delle cose che non andavano, perché la Meloni lo portava allo spettacolo di Pio e Amedeo, lo portava allo spettacolo di Pino Insegno, ma al Consiglio dei ministri dove si ride da morire non lo portava mai».
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
DIETRO ALLE POSIZIONI DELLA PREMIER C’È IL PENSIERO DI GUSTAVE THIBON, CHE SOSTIENE LA FAMIGLIA ANTIMODERNA, PATRIARCALE, CON LA DONNA NEL RUOLO DI MOGLIE E MADRE
Dopo la trasmissione a “Striscia la notizia” dei fuori onda sessisti e boccacceschi di Andrea Giambruno, Giorgia Meloni e il suo ormai ex compagno ci appaiono come i protagonisti di un dramma tanto triste quanto frequente. Nella crisi del loro rapporto sono diventati simili a milioni di connazionali che hanno dovuto affrontare tradimenti, separazioni e divorzi.
In Italia le coppie che convolano a nozze diminuiscono costantemente (nemmeno Giorgia e Andrea si sono sposati e pure la mamma di Giorgia si separò), in Europa la Penisola è maglia nera dei matrimoni e i divorzi sono in crescita. Ma l’idea di far parte della nutrita truppa di italiani che manda all’aria la famiglia tradizionale, la premier non l’ha accettata.
E subito dopo i fuori onda di Antonio Ricci ha preferito denunciare l’esistenza di oscure trame per indebolire non solo lei ma anche il suo governo.
Sostiene la leader di Fratelli d’Italia che la famiglia, contro cui la sinistra complotterebbe, è sempre e comunque sacra: «La destra che ho in mente deve ripartire dalla famiglia, cellula vitale della società… è il luogo attraverso cui le generazioni si tramandano i vincoli, la storia. La disgregazione della famiglia non può che portare quella di una società nel suo complesso».
Cosa c’è all’origine di principi così forti? C’è il pensiero di Gustave Thibon: il filosofo-maestro di Giorgia, poco conosciuto, in questi ultimi anni è stato il gran regista che ha influenzato le scelte di Meloni in tema di rinascita della famiglia da foto-ritratto d’antan.
Il saggista, scomparso nel 2001, che fu sostenitore del regime di Pétain, si è schierato contro l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione dell’identità sessuale, l’ideologia gender. È il teorico della famiglia come architrave della stabilità culturale e politica.
Per modellare il nuovo Stato populista e sovranista Meloni si è rifatta all’educazione dei giovani elaborata dal pensatore tanto amato. Il mondo è in declino, le baby gang compiono devastazioni, i giovani sono cinici? Questo avviene «perché i ragazzi non sono legati alla patria e alla famiglia», spiega Meloni nel libro-intervista «La versione di Giorgia», riferendosi al filosofo francese.
I ragazzi si presentano come «individui separati, avidi ed egoisti»? Il nuovo mondo sovranista «sarà costituito da persone in cui famiglie e nazioni sono sane e forti e da soggetti collettivi coesi, generosi, consapevoli e aperti».
Solo facendo della famiglia il centro della propria vita si possono rendere uomini e donne «pronti a inserirsi in un contesto globale più ampio». L’attaccamento alla famiglia e alla patria può «affrancare da cinismo e da egoismo» e il patriottismo familistico “buono” è epurato dagli elementi tossici che fecero del patriottismo novecentesco la fonte di tanti proclami guerrafondai.
La famiglia antimoderna, patriarcale, con la donna nel ruolo di moglie e madre, è per Meloni persino un baluardo contro l’immigrazione e la “sostituzione etnica”. Pure avendo questa concezione “alta” della famiglia, il presidente del Consiglio ha però visto il suo nucleo familiare fare una brutta fine, come molti altri analoghi legami.
Ma invece di chiedersi, sulla base della sua personale e recente esperienza, se non avesse sopravvalutato la capacità della famiglia tradizionale di contrastare quasi tutti i mali, incluse le sue strutturali fragilità, ancora una volta discetta di complotto.
«Famiglia, sesso biologico, appartenenza nazionale, fede religiosa, ogni ambito identitario è diventato velocemente e improvvisamente un problema», osserva Meloni per difendere Francesco Lollobrigida, il cognato nonché ministro che aveva additato il rischio di “sostituzione etnica”.
È la strada che Meloni non abbandona mai, anche quando per lei sta arrivando il momento della separazione: il 13 settembre, con il premier ungherese Orbàn, si effonde sulla famiglia come tutela del mondo occidentale: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà». A maggio, davanti al Papa, ha detto che parlare «di natalità, maternità e famiglia a volte sembra quasi un atto rivoluzionario».
La crisi che Meloni ha voluto ignorare ora irrompe prepotente, attraverso vicende personali, nella politica.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
LA PARLAMENTARE E’ VENUTA DA TIRANA A ROMA PER AFFRONTARE IL TEMA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA
Jorida Tabaku è una parlamentare dell’Albania. Da ieri, 24 ottobre, è in
visita ufficiale in Italia. La deputata, a Tirana, ricopre il ruolo di presidente della commissione per l’Integrazione europea ed è stata audita dall’ufficio di presidenza della commissione Politiche Ue di Palazzo Madama. A darne notizia è il sito ufficiale del Senato, ma anche il profilo Instagram dell’onorevole.
Tra una foto entusiasta del cappuccino bevuto nel centro storico di Roma e un’altra che la inquadra al dialogo con degli onorevoli alla Camera, Tabaku racconta di essere stata all’interno del Senato italiano. Ha discusso delle «prospettive di adesione dell’Albania all’Unione europea» e poi ha assistito a una parte dei lavori dell’Aula. Ed è qui che la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, ha commesso una gaffe, diventata virale sulla pagina satirica Aggiornamenti quotidiani dalla Terza Repubblica.
«C’è ancora l’albanese?», ha detto La Russa, non rendendosi conto che il microfono sul banco della presidenza era aperto. Poi, ricevuta la conferma dai commessi che la politica stava assistendo alla seduta dalla tribuna, ha affermato: «Approfitto per salutare l’onorevole Tabaku, presidente della commissione per l’Integrazione europea del Parlamento albanese che, accompagnata da una delegazione, ci sta facendo visita».
È verosimile immaginare che il presidente del Senato non abbia utilizzato quella sintesi concettuale, «c’è ancora l’albanese», per ragioni razziste.
È altrettanto vero, però, che domandare se un parlamentare di un Paese estero sia presente in Aula, utilizzando la nazionalità per identificarlo e non altre formule più rispettose, pone un tema di sgrammaticatura istituzionale.
Soprattutto se è il presidente del Senato a farlo. Soprattutto se il focus della visita è l’integrazione europea.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
CROLLA LA RICOSTRUZIONE UFFICIALE FORNITA AI MEDIA DI TUTTO IL MONDO CHE VOLEVA ACCREDITARE LA RESPONSABILITA’ DELLA STRAGE AD HAMAS
Quello che l’esercito israeliano ha identificato come un “razzo puntato su Israele” che “ha fatto cilecca ed è esploso” quasi in contemporanea con l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli di Gaza in realtà “non è mai stato vicino all’ospedale”.
Non solo: “È stato lanciato da Israele, non da Gaza, e sembra essere esploso sopra il confine tra Israele e Gaza, ad almeno due miglia” dalla struttura.
È la conclusione alla quale è arrivato il team di Visual Investigation del New York Times al termine di un’inchiesta condotta da sette persone – Aric Toler, Haley Willis, Riley Mellen, Alessandro Cardia, Natalie Reneau, Julian E. Barnes e Christoph Koettl – con il supporto di altri tre cronisti (Hiba Yazbek, John Ismay e Yousur Al-Hlou).
La conclusione dell’autorevole quotidiano statunitense è dirompente perché, pur non entrando nel merito di cosa (e lanciato da chi) abbia provocato l’esplosione e ritenendo ancora “plausibile” il razzo palestinese, “complica” la ricostruzione ufficiale fornita dalle Forze armate israeliane, basata sui video disponibili dei momenti immediatamente precedenti all’esplosione che, secondo Hamas, ha provocato “centinaia di vittime”.
Una ricostruzione, quella dell’Idf, sposata anche dall’intelligence Usa, e ribadita dal portavoce dell’esercito anche in interviste con Cnn, Bbc e India Today.
“Numerosi media – rimarca il New York Times – hanno mostrato il filmato e molti lo hanno citato come prova che un razzo palestinese ha colpito l’ospedale”. Ma il Times – che negli scorsi giorni si era scusato per la copertura nelle ore successive all’evento – ha concluso che il razzo visibile in quei filmati è stato “lanciato da Israele, non da Gaza” ed è esploso lontano dalla struttura.
Il Times, si legge nella lunga inchiesta, “ha sincronizzato le riprese di Al Jazeera con altri cinque video girati contemporaneamente, comprese le riprese di una stazione televisiva israeliana, Channel 12, e di una telecamera Cctv a Tel Aviv”. I video “fornivano una visione del missile da nord, sud, est e ovest”. A quel punto il team investigativo del Nyt ha usato “immagini satellitari per triangolare il punto di lancio” e “ha stabilito che il proiettile è stato lanciato verso Gaza da vicino alla città israeliana di Nahal Oz poco prima” dell’esplosione nel parcheggio dell’ospedale. Il quotidiano statunitense “non è in grado di identificare in modo indipendente il tipo di proiettile che è stato lanciato da Israele, sebbene sia stato lanciato da un’area nota per avere un sistema di difesa Iron Dome”, si legge nell’inchiesta.
Secondo l’esercito israeliano gli intercettori dell’Iron Dome non vengono lanciati su Gaza e “in effetti il missile visto nel video potrebbe non essere entrato” nella Striscia. L’esercito ha anche “dichiarato che l’Iron Dome non ha sparato ad alcun intercettore nel momento e nell’area in questione”.
Il Times specifica che quel missile “molto probabilmente non è quello che ha causato l’esplosione in ospedale” e la scoperta “non spiega cosa abbia effettivamente causato l’esplosione all’ospedale Al-Ahli Arab, o chi ne sia responsabile”.
Quindi l’analisi “mette in dubbio una delle prove più pubblicizzate che i funzionari israeliani hanno utilizzato per sostenere la loro causa e complica la narrativa semplice che hanno portato avanti”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
IL M5S PRESENTA UNA MOZIONE DI REVOCA
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta valutando di ritirare le
deleghe al sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha rivelato la sua attività parallela retribuita nonostante la legge lo vieti.
La premier viene descritta come “furibonda” per le consulenze d’oro di Sgarbi, dice una fonte vicina alla leader di Fratelli d’Italia a conoscenza della questione.
Secondo le ricostruzioni del pomeriggio di mercoledì Meloni, impegnata nelle comunicazioni alle Camere alla vigilia del Consiglio europeo, attende di esaminare approfonditamente la vicenda prima di ufficializzare decisioni. Intanto il Movimento 5 Stelle ha presentato alla Camera una mozione di revoca per il sottosegretario alla Cultura. Il diretto interessato, raggiunto da Affari Italiani, ostenta sicurezza: “Possibilità che io mi dimetta? Nessuna”.
CAOS NEL GOVERNO
Un primo segnale è già arrivato questa mattina con l’intervista del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano al Fatto in cui ha preso le distanze dal suo sottosegretario: il ministro in quota Fratelli d’Italia si è detto “indignato” per l’attività retribuita di Sgarbi da lui definita “illegale”. Sangiuliano ha aggiunto di aver segnalato tutto all’Agcm (che ha confermato la ricezione, ndr) e di averne informato anche la presidente del Consiglio Meloni.
Questo è avvenuto sabato quando la premier è volata tra l’Egitto e Israele e a poche ore di distanza dalla separazione con il compagno Andrea Giambruno. Lunedì Meloni è tornata a Palazzo Chigi ed è stata informata nel dettaglio sulla vicenda. Il confronto sarebbe avvenuto proprio con il ministro Sangiuliano che le avrebbe consigliato di ritirare le deleghe a Sgarbi nel caso in cui il sottosegretario decidesse di non dimettersi autonomamente già nelle prossime ore.
LE OPPOSIZIONI
Mentre i 5 Stelle presentano una mozione di revoca della carica di Vittorio Sgarbi, dal pentastellato Antonio Caso arriva anche la richiesta di un’informativa del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano proprio in merito all’articolo pubblicato da Il Fatto su una presunta indagine giudiziaria a carico del sottosegretario. Alla richiesta di informativa del ministro si è associato il Partito democratico. La capogruppo del Pd alla Camera Chiara Braga lo ha annunciato con un post su X: “Un altro esponente del Governo imbarazzante. Questa volta viene scaricato anche dal Ministro. Per questo abbiamo chiesto a Sangiuliano di chiarire in Aula cosa pensa delle ricche consulenze di Sgarbi (e pure del fatto che evade il fisco) e che cosa aspetta a farlo dimettere”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
IL FATTO HA REGISTRATO L’INTERVISTA AL MINISTRO CHE SGARBI HA DEFINITO “UN FALSO”
“Non ho scritto a Sgarbi nulla. Non l’ho sentito al telefono. La nostra ultima telefonata è anteriore ai fatti raccontati dal Fatto”. Sgarbi smentisce il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che smentisce Sgarbi. Il caso sollevato dal Fatto dei conflitti di interessi e dell’attività parallela e contra legem di conferenziere del sottosegretario si avvita su se stesso, in attesa che la premier decida se ritirargli o meno le deleghe, come chiede l’opposizione.
E’ il sottosegretario stesso a infilare il collega di governo in questo tunnel. Sgarbi sostiene che l’articolo pubblicato oggi, in cui il ministro prende apertamente le distanze da lui, sia frutto di una “intervista falsa”. Proprio così ha detto Sgarbi, questa mattina, a margine di un incontro in Prefettura a Bologna per la torre Garisenda. Ha letto ai giornalisti un messaggio ricevuto dal ministro che recitava: “Non ho rilasciato alcuna intervista, ho solo detto di non sapere di cosa si parlasse”. E ancora: “La telefonata che mi ha fatto poche ore fa è esattamente di spirito contrario a quanto si legge in quella falsificazione”, ha aggiunto Sgarbi. L’ultima volta che abbiamo parlato è stato 12 ore fa e mi ha fatto venire a Bologna dimostrando un affetto straordinario”.
Insomma, secondo Sgarbi Sangiuliano avrebbe smentito quanto riportato dal Fatto. Peccato che a stretto giro lo stesso ministro, contattato dal Fatto e sollecitato a confermare le sue parole, smentisca seccamente quanto riferito da Sgarbi poche ore prima: “Non ho scritto a Sgarbi nulla. Non l’ho sentito al telefono. La nostra ultima telefonata è anteriore ai fatti raccontati dal Fatto”.
Il ministro ieri aveva avuto un lungo colloquio con l’autore dell’inchiesta che, rivelando una serie di attività più che discutibili del sottosegretario, nonché incompatibili con la legge 215/2004 sui titolari di cariche di governo, ha terremotato un pezzo di politica e della maggioranza. Il colloquio è stato registrato e non può essere smentito. E infatti Sangiuliano non lo fa, anzi. Smentisce apertamente Sgarbi: “Mai scritto, mai sentito di recente”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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