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IN PIENA SINDROME DA ACCERCHIAMENTO, MELONI SCAVA TRINCEE INTORNO A PALAZZO CHIGI E MOSTRA I CANINI A FORZA ITALIA: DISPETTI, SGAMBETTI E GOMITATE COME VENDETTA PER I FUORIONDA DI “STRISCIA” SU GIAMBRUNO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA NOMINA DI AMATO (SU INPUT DI GIANNI LETTA), LO STOP AL DECRETO ENERGIA DEL FORZISTA PICHETTO, E ORA LA GIUSTIZIA… VENERDI’ ARRIVA AL PETTINE IL NODO MES

A Palazzo Chigi sono impegnati a scavare una trincea. Una sorta di barriera difensiva con la quale proteggersi dall’assalto degli infiniti nemici che il circolo tragico della Ducetta (lei, Arianna, Fazzolari, più il buon Mantovano, che prova a calmarli ma poi si accoda ai loro diktat) vede ad ogni angolo.
È un film che abbiamo già visto: accadde la medesima cosa quando alla Presidenza del Consiglio c’era Matteo Renzi. Nella fase decadente della sua parabola politica, Matteonzo si trincerò nel suo Giglio Tragico di toscanelli, da Lotti a Boschi, passando per Bonifazi e la vigilessa Antonella Manzione. Un “noi contro loro” che finì malissimo per il senatore semplice di Riad, e che può creare problemi tragici anche a Giorgia Meloni.
Il grido di battaglia delle truppe della Sora Giorgia, che si vedono circondate da odiatori e sabotatori, è: “A brigante, brigante e mezzo”. Della serie: risponderemo colpo su colpo.
Una tigna battagliera che rispecchia perfettamente la sindrome di accerchiamento che, prima o poi, colpisce autocrati, dittatorelli o semplici maneggioni del potere, per i quali ogni critica prelude a un complotto e ogni dubbio rappresenta un’ostilità.
Ma, in Italia, Meloni non può permettersi un regime autocrate alla Orban o alla Erdogan. Quella che si profila, dopo i fuorionda del “provolone affumicato” Andrea Giambruno, e il conseguente conflitto tra Fratelli d’Italia e Forza Italia, che si aggiunge allo scontro quotidiano con l’altro alleato Salvini, non è una crisi di governo, ma una crisi politica, con dispetti, gomitate, calcioni scambiati sotto al tavolo della maggioranza in barba a una concordia pubbliva di facciata.
Sulla nomina, ad esempio, di Giuliano Amato al vertice del comitato sull’intelligenza artificiale, il sottosegretario all’editoria Alberto Barachini, di Forza Italia, ha scelto il “Dottor Sottile” bypassando gli alleati di Fdi, con conseguente giramento di cojoni della Meloni, che non ha nascosto la sua irritazione.
Barachini ha assecondato il consiglio del suo mentore, Gianni Letta: Amato, che aveva già rassegnato le dimissioni dal comitato sull’Autonomia differenziata, aveva già preparato una letterina di dimissioni, ma l’intervento dell’Eminenza Azzurrina ha evitato il passo indietro.
A far litigare Forza Italia e Fratelli d’Italia c’è poi il tema della giustizia. Le tensioni accumulate da Giorgia Meloni verso il partito dei Berlusconi hanno portato a un colpo di mano sulla prescrizione: pur di mandare un segnale di autorità al partito alleato (“qui comando io”) è stato accantonato il testo, fortemente garantista, preparato dal viceministro azzurro Francesco Paolo Sisto, in accordo con il Guardasigilli, Carlo Nordio.
Si vocifera di un intervento d’imperio del sottosegretario Alfredo Mantovano, per bloccare il progetto del sottosegretario Sisto targato Forza Italia, di un serratissimo botta e risposta tra il ministro Nordio e il responsabile giustizia di Fdi, Delmastro.
Sarebbero poi volate parole grosse tra capi di gabinetto e capi segreteria, fino a quando il garantista Nordio, vaso di coccio tra vasi di ferro, ha dovuto ingoiare il rospo giustizialista e accettare il passo indietro su un testo, che lui stesso aveva condiviso con Sisto. Un dietrofront subìto sull’altare della faida politica tra Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Quali saranno, nelle prossime settimane, i possibili terreni di scontro tra il partito della premier e quello dei Berlusconi?
La prima grande incomprensione si consumerà sul fatidico Mes: venerdì Giorgia Meloni sarà a Bruxelles per il Consiglio europeo e molti si chiedono cosa dirà ai suoi omologhi rispetto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità che l’Italia, unico Paese in Europa, non ha ancora approvato. È possibile che la Ducetta proverà a traccheggiare, rimandando la decisione a fine novembre, quando è previsto il voto definitivo in Parlamento.
Ma, come segnalano oggi le cronache brussellesi dei quotidiani, l’intenzione dei leader Ue è quella di mettere alle strette il Governo italiano, imponendo all’ordine del giorno una discussione proprio sul Fondo Salva Stati e sulla riforma del Patto di Stabilità. Da segnalare anche il “pizzino” inviato questa mattina dal Presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe: “Attendiamo che l’Italia ratifichi il Mes”.
A Bruxelles non comprendono la riottosità dell’Italia sulla ratifica, considerando che il nostro Paese è il primo percettore di fondi del Pnrr, indispensabili per la tenuta del Paese, che sono una manna per il claudicante Pil italiano.
La questione Mes, inoltre, mette in imbarazzo davanti agli alleati europei Tajani e Forza Italia, che hanno sempre avuto posizioni vicine agli Euro-poteri e non sanno più come giustificare il protrarsi dell’ostilità di Meloni e Salvini. A Bruxelles sono preoccupati perché, senza l’ok di Roma, salta il paracadute finanziario da 68 miliardi, fondamentale per le banche dell’Eurozona
Il secondo nodo politico che potrebbe creare un solco tra Giorgia Meloni e Forza Italia è quello legato alle alleanze in Europa. In un’intervista al “Giornale”, la premier ha ribadito che non intende allearsi con i Socialisti e Democratici, marcando una distanza proprio da Fi, che invece, da membro del Ppe, è già alleato con i Socialisti nel sostenere la maggioranza di Ursula Von Der Leyen.
Con questa presa di posizione, la Sora Giorgia si mette in scia di Salvini, nell’assecondare un’onda populista ed euro-scettica che rischia di infrangersi sullo scoglio del voto.
Inseguire le destre e gli euro-puzzoni alla Orban è una scelta improvvida. Durante una crisi globale, come quella a cui stiamo assistendo, tra guerra in Ucraina e carneficina in Medioriente, se da leader di un Paese G7 non puoi contare di più nello scacchiere globale, è fondamentale almeno non diventare irrilevante. Scegliere di entrare in conflitto con il tradizionale asse Ppe-Liberali-Socialisti a Bruxelles, quindi, rischia di spingere Giorgia Meloni ai margini dell’Europa che conta.
Evidentemente, la Thatcher della Garbatella pensa di avere il coltello dalla parte del manico, ma deve fare i conti con tutte quelle variabili che non riesce più a controllare.
E non parliamo solo di altri presunti fuorionda nella cassaforte di “Striscia la Notizia” che, si dice, coinvolgano direttamente la sua persona. A destabilizzarla potrebbe essere infatti la faida interna a Forza Italia.
I Berlusconi vogliono che il partito, fondato dal padre e di cui sono azionisti di maggioranza (hanno 100 milioni di crediti da riscuotere), conti di più nelle scelte di fondo del governo. Pier Silvio e Marina si aspettano un Tajani più cazzuto, meno zerbino della Meloni.
E poi c’è la scheggia impazzita Licia Ronzulli. Finora è rimasta in ombra, accettando un ruolo da comprimaria, e non rompe troppo i meloni. Ma “Kiss me Licia” ne sa una più del diavolo ed è in attesa del Congresso del partito, previsto a febbraio: ha tenuto a briglia corta i suoi dioscuri Cattaneo e Mulè, perché spera di ottenere un’ampia rappresentanza negli organi di Forza Italia. Se le sue aspettative dovessero essere frustrate, potrebbe iniziare una guerriglia interna al partito.
Ps./1: Molti si chiedono: ma con Silvio Berlusconi ancora in vita, “Striscia” avrebbe diffuso i fuorionda di Andrea Giambruno? Probabilmente no, perché il Cav., “educato” all’andreottismo da Gianni Letta, avrebbe parlato di quei video alla Meloni seduto intorno a un tavolo…
Pier Silvio, che non conosce il rito romano del potere, mostra la sua formazione brianzola: oggi è lui il padrone in azienda, e impone strategie politico-industriali completamente rinnovate.
(da Dagoreport)

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TASSISTI ROMANI SONO SENZA VERGOGNA: L’ULTIMA FOLLIA DELLA CATEGORIA È LA RICHIESTA DI UN AUMENTO DI 3 EURO A CORSA COME INDENNITÀ TRAFFICO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

PECCATO CHE, QUANDO SI RIMANE IMBOTTIGLIATI, IL TASSAMETRO CONTINUA A GIRARE E LORO CI GUADAGNANO (AMMESSO CHE SI TROVI UN TAXI NELLA CAPITALE)

L’ultima novità dal fantasioso fronte dei tassisti romani è la richiesta, indirizzata per iscritto due giorni fa allo «Spett.le Assessore alla Mobilità» del Comune, di un aumento «di euro 3» per ogni corsa, da «chiedere al termine della stessa».
In calce, la firma di ben 12 sigle sindacali, esclusa la Cgil, che «in attesa di un pronto riscontro» da parte dell’assessore Eugenio Patanè, gli hanno porto «cordiali saluti». E cordiali saluti anche ai signori clienti della Capitale.
Non bastavano, infatti, già le code infinite giorno e notte fuori dalla Stazione Termini, oppure a Fiumicino e Ciampino, per prendere un taxi. E poi i centralini delle coop che non accettano le prenotazioni, le attese infinite al telefono, le app che rispondono sempre: «Siamo spiacenti non abbiamo auto in zona».
Memorabile quest’estate il caso dell’app 3570 col suo laconico messaggio «Le prenotazioni sono state bloccate per la seguente ragione: Ferragosto», mentre la città era invasa dai turisti. E dunque, ecco l’idea sfolgorante: un bell’aumento di 3 euro a corsa, costo fisso. Prendere o lasciare. Nella lettera spedita lunedì al Comune i tassisti romani spiegano e lamentano che «alla luce dei numerosi cantieri» aperti per il Giubileo del 2025» e della chiusura «di parte di piazza Venezia per i lavori della Metro C» (che dureranno come minimo 10 anni), c’è stato un «aumento esponenziale del traffico e, di conseguenza, dei tempi di percorrenza» con «significativa ulteriore diminuzione della velocità commerciale». Indennità traffico, insomma.
Come se il loro tassametro, quando la circolazione va in tilt e si resta imbottigliati per delle mezz’ore in ostaggio della complicata viabilità della Capitale, smettesse per incanto di funzionare. Eppure ribattono: «Ormai dal Centro all’aeroporto di Ciampino si impiega un’ora e mezza, la tariffa fissa a 31 euro è insostenibile».
Il problema risaputo sono le licenze, che a Roma sono 7.838, cioè 28,52 auto bianche ogni 10 mila abitanti. Il sindaco Roberto Gualtieri vorrebbe metterne a bando un altro migliaio, ma non è per niente facile la trattativa coi sindacati, che invocano da tempo il «modello Milano», la città italiana con la più alta incidenza di auto bianche (35,85 taxi ogni 10 mila abitanti) e dove le tariffe sono più alte rispetto a Roma del 15-20%.
(da Corriere della Sera)

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STEPHANE LISSNER RIMANE SOVRINTENDENTE DEL TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI: IL TRIBUNALE DELLA CITTÀ HA SOSPESO L’ATTO DI REVOCA, CHE ERA STATO VARATO DAL GOVERNO CON UN DECRETO LEGGE PER AFFIDARE LA GUIDA DEL TEATRO ALL’EX AD CARLO FUORTES

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

ORA CHE SI INVENTERÀ IL MINISTRO DELLA CULTURA, SANGIULIANO? CHE OFFERTA FARANNO AL DIRETTORE FRANCESE PER CONVINCERLO A FARSI DA PARTE?

Stephane Lissner resta saldo nella carica di sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli. Il Tribunale di Napoli in composizione collegiale ha infatti confermato, sospendendo l’atto di revoca, “la permanenza in servizio del Maestro Lissner nell’incarico di sovrintendente nonché di direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli, sospendendo il provvedimento di revoca emesso dal Teatro dello scorso 26 maggio”, si legge in una nota in cui si riferisce che “con la sua ordinanza, il Tribunale di Napoli ha sollevato davanti alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale relativa al Decreto-legge 10 maggio 2023, n. 51 che era stato utilizzato per anticipare la risoluzione del rapporto di lavoro e che prevedeva la cessazione immediata per i sovrintendenti con più di settant’anni, indipendentemente dalla data di scadenza dei contratti in corso”.
L’ordinanza ritiene che il Decreto-legge del Governo “contrasti, tra l’altro, con il principio d’eguaglianza e con il buon andamento della pubblica amministrazione. Inoltre, ritiene che non vi fossero le condizioni previste dalla Costituzione per l’emanazione di un decreto-legge”.
“Sono quantomai soddisfatto perché la mia volontà è sempre stata solo quella di poter portare a termine il mio mandato come Sovraintendente e Direttore Artistico a favore del Teatro San Carlo di Napoli.
Questa nuova pronuncia mi dà ulteriore serenità nel proseguire nella mia attività, insieme alle Maestranze del Teatro e alle Istituzioni. Rimane l’amarezza rispetto ad una vicenda che ha comunque danneggiato il lavoro e la reputazione del Teatro e che, sin dall’inizio, ho trovato senza una sua logica accettabile”, ha dichiarato il sovrintendente del Teatro San Carlo Lissner nell’apprendere la decisione del Tribunale del Lavoro di Napoli.
(da agenzie)

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“LE AMMINISTRAZIONI LOCALI SONO COME UN PRONTO SOCCORSO”: L’ASSIST DI MATTARELLA AI COMUNI DOPO I TAGLI DECISI IN MANOVRA DAL GOVERNO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

L’ASSEMBLEA DELL’ANCI DURISSIMA CON IL GOVERNO DOPO LA RIDUZIONE DEI FONDI PER 300 MILIONI DI EURO L’ANNO… IL PRESIDENTE DELL’ANCI DECARO METTE IN GUARDIA DAL RISCHIO DI “CRISI SOCIALE”

Per la prima volta dopo sette anni, la manovra finanziaria taglia per 300 milioni l’anno i fondi ai Comuni e ai servizi che questi dovranno erogare. Già prima il governo aveva sottratto ai sindaci alcuni importanti finanziamenti del Pnrr, destinandoli altrove e facendo crollare il rapporto di fiducia che sempre dovrebbe esistere tra istituzioni della Repubblica. Come se non bastasse, c’è adesso la tentazione di far scontare agli enti locali (e soltanto a loro) gli eventuali futuri ritardi nell’attuazione del Piano europeo.
Non va giù lieve Antonio Decaro, presidente dell’Anci, nella sua relazione alla quarantesima Assemblea nazionale che quest’anno si riunisce a Genova. Elenca tutti i torti che i primi cittadini (in sala se ne contano oltre 3 mila) sono convinti di aver subito.
Ma l’attesa dell’Assemblea, nella giornata inaugurale, è soprattutto per Sergio Mattarella che nei confronti dei Comuni ha sempre avuto un debole, li considera un avamposto della democrazia sui territori da difendere con ogni mezzo; e sebbene il capo dello Stato voli alto sulle polemiche, una mano ai sindaci prova a darla ugualmente.
Ricorda, nel suo discorso di saluto, che alle amministrazioni locali viene «chiesto spesso di intervenire come pronto soccorso, di decidere in fretta senza avere la certezza delle risorse necessarie ad affrontare le emergenze», dalle calamità naturali ai flussi migratori «di dimensioni non previste».
Non sarebbero compiti specifici dei Comuni (tra parentesi, osserva Mattarella, «le politiche di mitigazione delle calamità devono essere accompagnate da adeguate forme di prevenzione, così come è necessario», aggiunge rivolto a chi di dovere, «dotarsi di visioni di ampio respiro per affrontare fenomeni epocali come le migrazioni, con cui ci si confronta ormai da anni»)
Insomma, bisogna comprendere le difficoltà con cui combattono i sindaci, alcuni dei quali subiscono minacce, «affrontano pericoli e ostilità».
Anche sul Pnrr, annota il presidente, i Comuni hanno «orgogliosamente rivendicato di aver svolto fin qui i compiti assegnati», rispettando le tappe previste. Sono anzi fra i pochi che possono vantarlo, secondo Decaro. Un po’ di ascolto dunque se lo sono meritato, riconosce Mattarella; ed «è bene» che pretendano, oltre alla riconoscenza, una concreta attenzione. Nello stesso tempo il presidente qualche consiglio lo dà, in controtendenza rispetto a certi umori della platea. Esorta a evitare «scorciatoie» sul terreno della democrazia, specie nel momento in cui si registra «una preoccupante tendenza al disimpegno elettorale».
A cosa si riferisce, il presidente? Riaffiorano ciclicamente proposte di far fronte all’astensionismo con rimedi a dir poco sbrigativi, tipo l’abbassamento del quorum che nei Comuni oggi è al 50 per cento ma qualcuno vorrebbe ridurlo al 40. Secondo le indicazioni di Mattarella, invece, lo sforzo andrebbe esercitato nella direzione opposta: portando i cittadini alle urne anziché rinunciarvi direttamente; puntando al «sempre maggiore coinvolgimento» degli elettori. Idem sull’ipotesi di terzo mandato per i sindaci (il limite massimo attualmente è di due): se si desidera che gli italiani siano più partecipi, la riproposizione dei soliti noti al governo delle città non favorirebbe certo il ricambio.
(da La Stampa)

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COMO, UNA SETTIMANA AI CARAIBI PAGATA DALL’AZIENDA: COSI’ UN IMPRENDITORE (QUELLI VERI, NON QUELLI TAROCCATI) PREMIA I DIPENDENTI

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

27 LAVORATORI DELLA TENDAGGI PARADISO PARTIRANNO PER SANTO DOMINGO…IL TITOLARE: “PER ME NON E’ UN COSTO, IL LAVORO DEVE ESSERE RESO PIACEVOLE”

Telefoni staccati, macchinari spenti e tutti in vacanza. Sabato 28 ottobre i lavoratori della Tendaggi Paradiso – un’azienda del Comasco – si troveranno tutti in aeroporto per godersi una settimana di vacanza.
Un viaggio organizzato non dai dipendenti, ma dai vertici della stessa azienda, che si è impegnata a pagare a tutti e 27 i lavoratori sette giorni di vacanza in un villaggio all inclusive a Santo Domingo, ai Caraibi. Ernesto Castiglioni e la moglie Patrizia Paganini, titolari della ditta dal 1979, avrebbero preferito far passare tutto sotto traccia.
A rovinare i loro piani ci hanno pensato i dipendenti, che nei giorni scorsi – scrive La Prealpina – hanno contattato un quotidiano di Como per ringraziare pubblicamente i datori di lavoro. «Quando ho letto l’articolo di ringraziamento mi sono emozionato, mi hanno strappato una lacrima», ammette Castiglioni.
La Tendaggi Paradiso è un’azienda comasca con una trentina di dipendenti. Si occupa della produzione di tessuti leggeri e decorativi, ha sede a Cassina Rizzardi e svolge il lavoro di tessitura a Guanzate, sempre in provincia di Como.
Non è la prima volta che Castiglioni e la moglie decidono di premiare i propri dipendenti con una vacanza esotica. Il viaggio di sabato sarà infatti il settimo organizzato dalla Tendaggi Paradiso. Tra le mete precedenti figurano l’Egitto, la Thailandia e non solo.
La formula scelta dall’azienda è sempre la stessa: ogni dipendente può soggiornare in un villaggio per una settimana con tutte le spese a carico dell’azienda e può portare con sé anche un’altra persona.
Una scelta che il titolare dell’azienda rivendica così: «Pagare la vacanza ai dipendenti non è un costo, ma un investimento. L’obiettivo è rendere il lavoro più piacevole, così siamo tutti più contenti».
(da agenzie)

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SGARBI DICE CHE 12 ORE FA SANGIULIANO AL TELEFONO GLI AVREBBE SMENTITO L’INTERVISTA AL “FATTO”, MA LO STAFF DEL MINISTRO SMENTISCE: “NESSUN COLLOQUIO NELLE ULTIME 48 ORE”

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

SIAMO ALLE COMICHE

A margine di un incontro in prefettura a Bologna per la torre Garisenda, Sgarbi ha messo in dubbio anche la legittimità dell’intervista rilasciata da Sangiuliano a il Fatto, in cui il ministro affermava: «Non sapevo nulla delle consulenze. Ho già avvertito Meloni. Del resto non l’ho voluto io. Cerco di tenerlo a distanza e di rimediare ai suoi guai».
Secondo Sgarbi, «quella del ministro Sangiuliano è una intervista falsa». Il sottosegretario ha letto ai giornalisti un presunto messaggio ricevuto dallo stesso ministro, che recitava: «Non ho rilasciato alcuna intervista, ho solo detto di non sapere di cosa si parlasse».
E da lì una spiegazione: «Hanno fatto una telefonata al ministro Sangiuliano, che ha espresso il suo umore e hanno fatto diventare quell’umore un’intervista».
Sgarbi ha poi aggiunto: «La telefonata che mi ha fatto (il ministro ndr)poche ore fa è esattamente di spirito contrario a quanto si legge in quella falsificazione. L’ultima volta che abbiamo parlato è stato 12 ore fa e mi ha fatto venire a Bologna dimostrando un affetto straordinario».
Tuttavia dallo staff del ministro riferiscono che non c’è stato alcun colloquio né telefonico, né via messaggio tra Sgarbi e Sangiuliano nelle ultime 48 ore.
(da agenzie)

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LA STRATEGIA DELLA PENSIONE: ALTRO CHE LA TANTO SBANDIERATA CANCELLAZIONE DELLA LEGGE FORNERO, IL GOVERNO ABOLISCE QUOTA 103 PER UNA E PENALIZZA I LAVORATORI

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

RESTANO APE SOCIALE E OPZIONE DONNA MA CON REQUISITI ANCOR PIÙ RIGIDI, STRETTA SULL’USCITA ANTICIPATA DAL LAVORO

Dopo anni di propaganda per abolire la legge Fornero, il centrodestra è arrivato al governo e ha di fatto eliminato la flessibilità, garantendo l’accesso alla previdenza anticipata a poche migliaia di persone.
In due leggi di bilancio Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini hanno messo paletti, vincoli e tagliato la spesa previdenziale creando un meccanismo che addirittura rafforza il sistema pensato dal governo Monti del 2011.
La bozza della manovra fatta filtrare ieri – dopo che Palazzo Chigi l’aveva approvata il 16 ottobre – abolisce Quota 103 per una Quota 104 che penalizza i lavoratori: restano Ape sociale e Opzione donna ma con requisiti ancor più rigidi. Per i giovani c’è un riscatto dei buchi contributivi che appare oneroso e poi c’è un nuovo taglio delle indicizzazioni per fare cassa.
La seconda fascia, quella per gli assegni tra 4 e 5 volte il minimo, prevede un aumento della rivalutazione dall’85% al 90%; il taglio invece è per i trattamenti superiori a 10 volte il minimo: dal 32 al 22%. In più, riprende a correre la speranza di vita.
Altro che continuare a ripetere – come fa la Lega – che Quota 41 è un obiettivo di legislatura. Andare in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età – sempre che mai si faccia una legge del genere – non basterà più, tra due anni probabilmente ce ne vorranno 43 per gli uomini e 42 per le donne.
Nel 2024 si potrà anticipare la pensione con Quota 104, che si ottiene sommando 63 anni di età e 41 di contributi. Già quest’anno Quota 103 consentirà l’uscita a poco più di 11 mila lavoratori, per la gran parte uomini. E con Quota 104 la Cgil stima solo 2-3 mila anticipi. La Quota studiata dal Tesoro prevede un bonus per chi resta al lavoro e una penalizzazione per chi invece chiede il pensionamento anticipato.
Il premio è il “bonus Maroni”, una misura introdotta con la legge di bilancio dello scorso anno. In sostanza, se il lavoratore ha i requisiti per accedere a Quota 104, ma resta al lavoro, può chiedere all’Inps il pagamento in busta paga dell’accredito contributivo che ammonta al 9,19%. Con il taglio di 6 e 7 punti del cuneo fiscale (rispettivamente per i redditi fino a 35 e 25 mila euro), però, il bonus si attesta a circa 2 punti, poche decine di euro in più al mese che poi vengono sottratte dall’assegno pensionistico. Chi invece lascia il lavoro subirà una penalizzazione con il ricalcolo dei contributi.
Inoltre vengono allungate le finestre per uscire e chi ha diritto ad andare in pensione dovrà aspettare più tempo: da tre a sei mesi per il settore privato e da sei a nove mesi per il settore pubblico.
Ape e Opzione Donna
Salta il fondo per la flessibilità annunciato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e restano l’Ape sociale e Opzione donna. L’Ape sociale – l’anticipo pensionistico per i disoccupati, per le persone con invalidità del 74%, per i lavoratori impegnati in attività gravose e per quelli che assistono persone con handicap – è confermato fino al 31 dicembre 2024. Potranno accedere allo strumento le persone con almeno 63 anni e cinque mesi. Rispetto allo scorso anno, l’età di uscita aumenta di 5 mesi.
Confermata anche Opzione donna per le lavoratrici che hanno raggiunto 35 anni di contributi, ma cresce di un anno il requisito dell’età, a 61 anni. Requisito che poi è scontato di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due. Permangono i paletti inseriti lo scorso anno per richiedere Opzione donna: bisogna essere disoccupate, caregiver o con una invalidità del 74%. La finestra è di un anno per le dipendenti e di 18 mesi per le autonome.
Stretta sui millenials
In un altro articolo della bozza c’è poi una norma che metterà in difficoltà i giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il ‘96. L’importo minimo maturato per poter accedere alla pensione a 64 anni con 20 anni di contributi sale a 1.700 euro al mese, un provvedimento che favorisce solo gli stipendi alti.
Speranza di vita
Ricomincia a correre l’aspettativa di vita legata alle pensioni. La bozza della manovra anticipa a fine 2024 (da fine 2026) la stop al blocco dell’adeguamento. Perciò dal 2025 potrebbero non bastare più 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 per le donne per andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica. Già adesso è probabile che nel 2027 la speranza di vita si attesti a 43 anni di contributi per gli uomini e a 42 per le donne, ma con l’anticipo di due anni previsto dalla manovra, le cose potrebbero cambiare più in fretta.
(da La Stampa)

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I GIOVANI EBREI CONTRO IL RAZZISMO: “BASTA LUTTI E STRAGI, UGUAGLIANZA E LIBERTA’ PER ISRAELIANI E PALESTINESI”

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

CRITICANO LE POLITICHE DI ISRAELE: “PER OGNI CIVILE MORTO C’E’ DIETRO UNA FAMIGLIA CHE SOFFRE E SI RADICALIZZA, CHE SIA ISRAELIANA O PALESTINESE”

Daniel è nato e cresciuto a Roma da una famiglia ebraica, è un antropologo. Bruno ha 28 anni, fa il ricercatore e viene anche lui da Roma, la sua però è una famiglia mista: solo la madre è ebrea. Tali è di Genova, ha 25 anni, e sta ancora studiando. Per definire la sua identità religiosa dice “vengo da una famiglia ebraica, e io stessa sono ebrea”.
Tutti e tre, con altri ragazze e ragazzi, fanno parte di LəA sigla che sta per Laboratorio ebraico antirazzista. Si sono incontrati nel 2020, spinti dall’urgenza di dire qualcosa come ebrei italiani sul piano di annessione della Cisgiordania da parte di Nethanyahu. Urgenza che si ripresenta in modo ancora più impellente e drammatico oggi, con l’escalation in corso a Gaza. Li abbiamo incontrati a Milano. Con loro abbiamo parlato di Palestina e Israele, di antisemitismo e apartheid, ma soprattutto di come fare a spezzare una spirale di violenza e traumi che sembra senza fine.
Confrontandosi hanno scoperto di avere vissuto esperienze simili, in quella che Tali descrive come “una posizione scomoda” perché nelle comunità ebraica c’è “poco spazio per la critica” delle politiche di Israele. Ma dall’altra parte anche la difficoltà di essere ebrei di sinistra, quindi di attraversare ambienti politici trovandosi spesso a disagio “a causa di forme di antisemitismo che consce o inconsce, non sono sufficientemente elaborate”. E sono spesso negate. Da qui la voglia di costruire un punto di vista condiviso, senza rinunciare però a frequentare né la comunità ebraica, né i gruppi della sinistra. “Fanno parte delle nostre vite”.
Oggi di fronte al massacro di civili attuato da Hamas e la punizione collettiva dell’esercito israeliano, è facile perdere la speranza o sentirsi impotenti. Ma la priorità per questi giovani ebrei italiani è “riconoscersi nel dolore dell’altro”, spezzare la catena di lutti, anche se ora sembra impossibile. “Cosa provo? Abbiamo perso amici attivisti da entrambe le parti. – spiega Daniel – Innanzitutto c’è questa profonda sofferenza e il senso di sconfitta, perché non si riesce a capire che per ogni civile morto c’è dietro una famiglia che soffre e che si radicalizza ancora di più. Quindi la pace è più lontana. Aumenterà semplicemente il fanatismo da una parte e si rafforzerà l’estrema destra dall’altra”.
Di fronte all’intensificarsi del conflitto e al rischio che si allarghi ad altri fronti, prima di tutto in Cisgiordania, è Bruno a spiegare quali sono le ragioni per cui sono pronti a mobilitarsi: “Per noi la priorità è anzitutto la fine della punizione collettiva a cui è sottoposta la popolazione civile di Gaza e l’immediato rilascio degli ostaggi. Poi è necessaria la fine dell’apartheid e dell’occupazione a cui sono sottoposti i palestinesi”. E quindi fare pressioni sui governi e le istituzioni internazionali per mettere le parti attorno a un tavolo, imporre delle sanzioni, interrompere la fornitura di armi e gli accordi militari.
Ma il conflitto porta con sé non solo la mobilitazione per la fine dei bombardamenti, ma anche la paura che gli ebrei diventino un obiettivo, per la recrudescenza di sentimenti antisemiti. “Da quando è iniziata la guerra abbiamo visto acuirsi la polarizzazione nel discorso pubblico in Italia e in Europa, alimentata soprattutto dalla retorica dello scontro di civiltà. Una situazione accresce la stigmatizzazione delle comunità ebraiche da un lato, ma anche di quelle islamiche dall’altro”, ragiona Tali. Ci sono stati infatti episodi preoccupanti tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, contro entrambe le comunità. Ma attenzione, se l’antisemitismo, come ogni discorso di disumanizzazione dell’avversario, non va sottovalutato, non va neanche strumentalizzato: “Siamo contrari a chi usa l’accusa di antisemitismo per portare avanti campagne politiche di censura di manifestazioni che supportano la causa palestinese. Nel nostro Paese il governo appoggia in modo indiscriminato Israele, ma il governo è composto da forze politiche con un retaggio fascista e antisemita molto forte”.
Daniel, Bruno e Tali, così come gli altri, spiegano con grande chiarezza, che si può essere ebrei senza partecipare alla vita della comunità ebraica, o si può partecipare alla vita comunitaria senza sostenere il governo d’Israele.
Daniel sostiene che le comunità ebraiche in Italia siano variegate e eterogenee al loro interno, “così come lo è il nostro gruppo e la nostra partecipazione all’interno delle comunità. Le persone delle comunità ebraiche italiane fanno parte della società civile italiana e quindi rispecchiano in piccolo il dibattito pubblico del nostro Paese. Nel nostro Paese c’è stata una virata verso destra e questa cosa si è riflessa anche nelle comunità” e,.
Ebraismo, istituzioni comunitarie e stato di Israele sono tre insiemi distinti, anche se “tra la diaspora e lo Stato di Israele, è innegabile che ci sia un rapporto. Il legame è dovuto anche solo a parentele o amicizie, nonché al valore simbolico che può rappresentare per alcune persone. Quindi a volte diventa complicato criticare le politiche del governo israeliano, anche perché spesso c’è una relazione acritica tra comunità e governo di Israele”. È un disagio che si può vivere tanto nelle istituzioni comunitarie, quanto a livello di socialità, familiare e di amicizia.
“Spesso noi ebrei veniamo interpellati da persone comuni su Israele come se fossimo i responsabili di ciò che avviene lì. Allo stesso tempo, il governo di Israele pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei. – spiega Bruno – Noi prendiamo la parola in quanto ebrei, pur non sentendoci responsabili di quello che fa il governo israeliano, ma abbiamo dei legami con Israele. Abbiamo dei legami con gli attivisti in Israele,in Cisgiordania e a Gaza”. E per il futuro? Se, finita l’occupazione, parlare di un solo stato multiconfessionale e multietnico sembra lontanissimo, intanto oggi la priorità è affermare “una condizione di giustizia, eguaglianza e di libertà per israeliani e palestinesi. Serve il riconoscimento dell’altro affinché possa esserci una coesistenza sullo stesso territorio”. Ma ogni giorno di guerra tutto questo si allontana di un altro passo.
(da Fanpage)

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AFFITTI BREVI, SIGARETTE, SUPERBONUS: LE TASSE NASCOSTE NELLA LEGGE DI BILANCIO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

CRESCE LA CEDOLARE SECCA PER AIRBNB, INCREMENTI ANCHE PER LE CASE ALL’ESTERO

In totale fa circa un miliardo. Le misure in entrata previste dalla Legge di Bilancio 2024 del governo Meloni cubano per quella cifra su una manovra che ammonta complessivamente a 24 miliardi.
Alcune sono nuove tasse. Altre, come il ritorno dell’Iva al 10% per pannolini, alimenti per bambini e assorbenti. sono indirette e legate al consumo.
Ma finiscono per stonare in una manovra che vara la decontribuzione per le madri (ma solo dal secondo figlio in poi).
In più secondo la Finanziaria il rinvio di sugar e plastic tax è valido solo fino a giugno. E questo significa che da luglio dovranno arrivare gli introiti dei nuovi balzelli dalle aziende. Che si rivarranno sul consumatore alzando i prezzi. Ovvero la stessa cosa che faranno i produttori di prodotti per l’infanzia.
Airbnb e case all’estero
Il Sole 24 Ore illustra oggi la nuova tassa per Airbnb. Il governo alza la cedolare secca al 26% per disincentivare gli affitti brevi rispetto a quelli tradizionali. Che restano al 10% per il canone concordato e al 2% per quello di mercato. Anche se i proprietari immobiliari avvertono: l’unico effetto dell’aumento delle aliquote sarà la crescita del sommerso. Ma il quotidiano spiega che la bozza della legge di bilancio nasconde un incremento fiscale per un altro gruppo di case. L’articolo 23, intitolato alle «Misure di contrasto all’evasione e razionalizzazione delle procedure di compensazione dei crediti e di pignoramento dei rapporti finanziari», alla lettera a) del comma 4 spiega che all’articolo 19, comma 15, primo periodo del decreto Salva-Italia di Monti (Dl 201/2011) «le parole: «0,76 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «1,06 per cento».
Il Superbonus 110%
Quelle parole indicano l’aliquota dell’Ivie, l’Imu per gli immobili posseduti all’estero, che quindi passa dal livello standard del 7,6 per mille a quello massimo del 10,6 per mille. Con una crescita del 40% in un solo colpo. Poi c’è il Superbonus 110%. La bozza di manovra porta dall’8 all’11% la ritenuta sul bonifico parlante. E chi ha usufruito del 110% si vedrà invitato alla verifica sull’ipotesi di riclassamento dell’immobile per aggiornare i valori fiscali alla luce delle migliorie portate dalle ristrutturazioni pagate dallo Stato. Mentre nelle compravendite effettuate entro i cinque anni dagli interventi super-agevolati scatterà la tassazione delle plusvalenze (ma non sull’abitazione principale)
Tabacchi, assorbenti, pannolini
Poi ci sono i tabacchi. L’aumento delle tasse sul comparto è un classico delle manovre. Qui si calcola un incremento pari a 10-12 centesimi su sigarette tradizionali, elettroniche o a tabacco riscaldato. Oltre al trinciato in busta. Cade poi l’Iva agevolata sui prodotti per igiene femminile e prima infanzia. Perché, come spiegato dalla premier, lo sconto era stato in genere inglobato dagli aumenti di prezzo. I consumatori che non si sono accorti del beneficio vedranno però l’Iva salire dal 5% al 10%. E difficilmente sarà assorbita in modo integrale dalle aziende. Qualche incremento fiscale si annida poi nelle conferme a metà, come l’agevolazione per i fringe benefit. Che subisce la discesa da 3mila a mille euro (2mila per chi ha figli) del valore esentasse.
(da Il Sole24ore)

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    • LA LEGGE ELETTORALE PROPOSTA DAI SOVRANISTI È UN ASSO PIGLIATUTTO PER LE ISTITUZIONI, ANCHE PER LA SCELTA DEL PROSSIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NEL 2029
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