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GIORGIA, ANDREA E I LORO SETTE PECCATI

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

FUORIONDA, PARENTI SENZA MERITO NEI POSTI DI COMANDO, ATTEGGIAMENTI SESSISTI, SEPARAZIONE VIA SOCIAL CON FOTO DELLA FIGLIA: COSA NON TORNA NELLA NARRAZIONE DELLA MELONI

Sapevamo che il signor Giambruno ci avrebbe dato soddisfazioni, col suo outfit da agente Tecnocasa all’ora dell’apericena a Ibiza e le sue opinioni da uomo di destra che si sente addosso tutto il potere di un pass aziendale, ma speravamo durasse di più (ora non ci resta che Lollobrigida). Tuttavia alcuni punti dell’affaire Meloni-Giambruno meritano un approfondimento.
Primo: i fuorionda di Striscia erodono il mito del “merito”, caposaldo del governo di destra neoliberista che doveva privilegiare i capaci a scapito dei raccomandati di sinistra, non fossero bastate a sgretolarlo le uscite dei ministri incontinenti e incompetenti del governo Meloni: che merito aveva, uno come Giambruno, di ottenere la conduzione di un programma di politica e attualità (non di discoteche e balli latino-americani) oltre a quello di vivere more uxorio con la capa del governo? Semmai, è la prova che anche individui di levatura media/dozzinale possono ascendere ai piani alti dell’industria culturale, il che sarebbe un bel salto democratico, se riguardasse anche i non-parenti della Meloni.
Secondo: molti hanno elogiato le colleghe che di fronte alle profferte sessuali di Giambruno avrebbero “elegantemente soprasseduto”. Anni a dire che le donne non devono subire atteggiamenti sessisti, specie da parte di un superiore, ma reagire rimettendo l’impudente al suo posto, e poi queste donne hanno fatto bene a subire le volgarità di un capo che sembra la parodia da cinepanettone del maschio alfa? Siamo sicuri che hanno taciuto per decoro e non per paura di perdere il lavoro, giacché lui era oltremisura potente, ancorché per osmosi?
Terzo: Meloni è stata elogiata per aver mostrato di avere più “palle” di lui scrivendo il post con cui l’ha mollato, al pari di qualsiasi influencer che metta a parte i fan sulle sue vicende sentimentali. Non sarebbe stato più decoroso risolvere le sue cose privatamente e lasciare che la notizia facesse il suo corso? Ora dobbiamo sorbirci il monito dell’autorevole Arianna Meloni che accusa di “gossip” i giornalisti, come se non fosse stata sua sorella a rendere pubblica la separazione e a collegare i fuorionda a complotti malevoli contro le istituzioni che lei rappresenta. Piuttosto, ci sembra, Meloni ha temuto che vacillasse la sua immagine di donna tetragona, intelligente, scaltra, sveglia (evidentemente a casa Giambruno era Lord Brummel: non faceva avances alla Renzo Montagnani, non si palpava i testicoli come un babbuino in calore e lei non aveva sospetti sulla sua vera natura, anzi: ne faceva l’elogio nel suo best seller dipingendolo come un gentleman introverso, taciturno e discreto, oltre che “bello come il sole”: mah).
Quarto: quando Meloni minaccia: “Non guardo in faccia a nessuno”, e via Donzelli ribadisce: il governo “non avrà un occhio di riguardo per nessuno”, è chiaro che ce l’ha con Mediaset, sottintendendo che l’azienda degli eredi Berlusconi si vendica in modo bieco quando il governo prende misure che non gradisce (come la tassa sugli extraprofitti delle banche, infatti in parte ritrattata). Dunque ammette implicitamente di essere ricattabile, se non proprio di aver fatto finora favori a Mediaset. Evoca il complotto: “Tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi in casa…”. Ma santa ragazza, se tu metti a capo della segreteria del tuo partito tua sorella, fai ministro tuo cognato, lasci che Mediaset regali un programma al tuo compagno, è matematico che chi ti vuole colpire ti colpisca “in casa”. O i parenti (miracolati) smettono di essere tali nel preciso momento in cui fanno o dicono qualche stronzata?
Improbabile, peraltro, che Marina Berlusconi abbia detto a Giambruno di comportarsi come se avesse 17 anni e fosse al bar del Twiga in piena tempesta ormonale per poi sputtanarlo. Quel comportamento è esattamente figlio della diciamo cultura di governo, che impone pure di chiudere un occhio quando un maschio si comporta così: sarà un po’ esuberante, ma almeno non è anormale, come da vangelo-best seller del gen. Vannacci, il D’Annunzio che si possono permettere. Ma se Meloni ha il sospetto che a Mediaset si conservino dossier per indebolirla (questi da giugno, addirittura), perché non ha detto anche ai fratelli Berlusconi di non azzardarsi a ricattarla? Ah già, non poteva: le avevano assunto il fidanzato.
Quinto: Meloni è giornalista; dovrebbe conoscere la carta di Treviso, la quale stabilisce che, pur in presenza di un fatto la cui importanza è tale da generare una notizia, non sussiste mai l’interesse pubblico alla identificazione di un minore. Visto che non l’ha fermata l’amore materno, poteva far prevalere la deontologia e astenersi dal pubblicare il volto della sua bambina. O la foto le è servita a pulire la propria immagine e a cercare solidarietà per mezzo dell’innocenza della figlia, i cui genitori si sono separati come nello spot della Esselunga, inopinatamente elogiato da Meloni stessa perché a casa degli altri i genitori devono rimanere uniti a ogni costo?
Sesto: editorialisti maschi e femmine sono impazziti, tutti a dare “solidarietà al (sic) premier” perché il compagno l’ha messa in imbarazzo. E cosa diavolo ce ne dovrebbe importare, a noi, e perché mai dovremmo solidarizzare con lei? Forse dobbiamo ringraziarla perché questo soggetto non è stato assunto in Rai coi soldi nostri? Forse Giambruno è una spia dell’opposizione (ad avercene una), un emissario della sinistra radical chic? Si è detto che il suo post è “femminista”, come se fosse la prima donna che molla un uomo via social perché fa il mollicone con le altre, circostanza che peraltro non doveva esserle estranea, visto che era sulle bocche di tutti.
Da ultimo: “Sono umana anch’io, devo fermarmi”, ha detto Meloni assentandosi dalla convention di FdI, spremendo altre lacrime dagli occhi degli editorialisti, inflessibili invece davanti alle famiglie distrutte dalla cancellazione del Rdc. E se faceva la cardiochirurga, disertava la sala operatoria? E non è, questa, la prova che non basta farsi chiamare (mediante circolare) “il presidente” se poi ci si aggrappa al cliché della fragilità femminile appena ci si rende conto che passare da vittima fa guadagnare simpatie e consensi? E quanto può tirarla per le lunghe con questa storia? Ve la immaginate la Merkel disertare appuntamenti ufficiali perché ha bisticciato col marito? E perché i suoi maggiordomi dicono che ha deciso all’ultimo minuto per sopraggiunta emotività, se il video l’ha registrato il giorno prima? A nostro avviso, una donna dotata dell’abbiccì morale avrebbe già dovuto lasciare Giambruno quando, in televisione, ha redarguito le ragazze stuprate perché si ubriacano e poi “il lupo lo trovano”, invece di redarguire i maschi che non sanno tenere a bada il testosterone, ma del resto Meloni è quella che in campagna elettorale pubblicò su Twitter il video di uno stupro perché il presunto autore era un africano. (Comunque noi l’avevamo messa in guardia: di uno che dice “determinate problematiche” e indossa pantaloni così stretti non ci si può fidare).
(da Il Fatto Quotidiano)

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SCARICHI ILLECITI IN MARE: IN ITALIA I TRASGRESSORI SE LA CAVANO CON 150 EURO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

BASTA DERUBRICARE IL DELITTO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE A “GETTO PERICOLOSO DI COSE”

In Italia chi inquina il mare con scarichi non adeguatamente trattati può cavarsela semplicemente pagando un’esigua multa di 150 euro.
A stabilirlo, è stata una recente pronuncia con cui la Cassazione si è espressa sul rilascio illecito di reflui nell’Adriatico.
A Termoli, in Molise, diverse inchieste della magistratura hanno da tempo registrato l’immissione vicino costa di scarichi non depurati con “un carico contaminante costituito da un’elevata quantità di Escherichia coli, microrganismo di natura batterica proveniente dalle reti fognarie civili pericoloso per la salute umana”.
L’impianto, secondo quanto attestato dalla Suprema Corte, veniva infatti reso funzionante solo quando l’agenzia molisana per il monitoraggio ambientale effettuava i campionamenti.
Per il tempo restante i reflui venivano invece immessi direttamente in mare senza depurazione.
Nonostante la gravità dei fatti, i responsabili rimarranno impuniti: prima era stato loro contestato il delitto di inquinamento ambientale – che prevede la reclusione da 2 a 6 anni e una multa da 10mila a 100mila euro –, ma è stato ridimensionato ad una contravvenzione per “getto pericoloso di cose” che, sulla base dell’art. 674, viene punita con una sanzione fino a 206 euro.
Ed ecco la ridicola condanna a 150 euro di ammenda. La quale, fra l’altro, non verrà nemmeno pagata: il reato, infatti, è prescritto a causa del decorso del tempo.
Le condotte contestate alle due persone finite sotto la lente della magistratura, il responsabile tecnico del depuratore e il responsabile dei lavori pubblici del Comune di Termoli, si sono specificamente verificate tra il 2015 e il 2018, quando il depuratore delle acque del Comune di Termoli ebbe importanti problematiche di funzionamento, per cui vennero più volte scaricati direttamente in mare reflui fognari, non depurati e maleodoranti.
Per esempio, riporta la sentenza, “il 12 settembre 2015, veniva riscontrata la presenza di una chiazza di colore marrone scuro emergente dal fondale marino, in prossimità della scogliera e nella parte posteriore del muro frangi flutti del porto; tale evenienza era dipesa dalla rottura della condotta del depuratore, in quanto i reflui dovevano essere rilasciati depurati alla distanza di circa due chilometri dalla costa, mentre nel caso di specie veniva rilevata una macchia fungiforme maleodorante a poca distanza anche dalla battigia frequentata dai bagnanti”.
Inizialmente i pm li avevano accusati del delitto di inquinamento ambientale, ma il gip lo aveva escluso, in quanto non era stato provato con certezza un “deterioramento significativo e misurabile” del mare.
I due furono comunque rinviati a giudizio per avere rispettivamente provocato e non impedito lo “sversamento in mare di reflui fognari e liquami maleodoranti atti a offendere e a molestare le persone”. Nel 2021, sono stati condannati dal Tribunale collegiale di Larino. Fino ad arrivare, dopo il ricorso, alla recente decisione della Cassazione.
Nonostante l’esiguità della pena irrogata ai soggetti alla sbarra, la Cassazione ha sfruttato l’occasione per ribadire un principio importante, ovvero che dell’inquinamento non risponde soltanto chi lo ha direttamente provocato – nel caso specifico, la società che gestiva l’impianto di depurazione – ma anche il funzionario comunale che aveva in capo l’obbligo di “assicurare il corretto funzionamento e la necessaria manutenzione dell’impianto di depurazione, nonché di realizzare i lavori e le opere necessarie per consentire il corretto trattamento depurativo di tutti i reflui ivi convogliati prima dell’immissione nel Mar Adriatico”.
Un concetto che assume piena validità “ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo”.
(da lindipendente.online)

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QUESTI SAREBBERO I “CIVILI”: COLONI E SOLDATI ISRAELIANI HANNO TORTURATO, PICCHIATO E URINATO SU TRE PALESTINESI INERMI

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO EBRAICO HAARETZ DENUNCIA L’INCURSIONE DI SOLDATI E COLONI EBREI IN UN VILLAGGIO PALESTINESE: TRE UOMINI TORTURATI PER ORE

La rappresaglia di Israele dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre non si è “limitata” alla Striscia di Gaza, pesantemente bombardata da oltre due settimane.
Soldati e coloni israeliani hanno infatti preso di mira anche i palestinesi residenti in Cisgiordania, commettendo omicidi, torture e umiliazioni a persone inermi.
A renderlo noto Haaretz, uno dei più autorevoli quotidiani dello stato ebraico, che ha raccontato un episodio avvenuto lo scorso 12 ottobre, quando alcuni palestinesi sono stati picchiati, spogliati, sodomizzati e torturati. L’IDF ha dichiarato che la polizia militare ha aperto un’indagine sulla vicenda
I fatti sono avvenuti nel piccolo villaggio palestinese di Wadi al-Seeq, non distante da Ramallah e già nei mesi scorsi preso di mira da numerose incursioni violente dei coloni israeliani armati.
Giovedì 12 ottobre i pochi residenti rimasti, quasi tutti pastori, si stavano preparando ad andarsene aiutati dall’Ong israeliana B’Tselem.
Due palestinesi hanno raccontato ad Haaretz che mentre salivano in auto per tornare a Ramallah, sono arrivati ​​un paio di pick-up con a bordo decine di persone, tutti israeliani in uniforme dell’IDF, alcuni con il volto coperto.
I due palestinesi, insieme ad un altro, sono quindi stati fermati, scaraventati a terra e minacciati con le armi da coloni provenienti da un vicino insediamento illegale israeliano. Sono quindi stati condotti in un edificio abbandonato e bendati.
Uno degli aggressori ha strappato loro i vestiti con un coltello e ordinato di sdraiarsi a pancia in giù indossando solo la biancheria intima. Poi i prigionieri sono stati picchiati con un tubo di ferro e sul corpo di uno di loro sono state spente diverse sigarette.
Come se non bastasse i coloni israeliani hanno urinato loro addosso, cercando anche di sodomizzarli prima di desistere.
Gli abusi sono stati accompagnate da esplicite minacce di morte e avvertimenti di abbandonare quanto prima il loro villaggio e i loro capi di bestiame.
I tre prigionieri sono stati rilasciati solo otto ore più tardi. Sul caso è stata aperta un’inchiesta, ma al momento la polizia israeliana si è rifiutata di commentare quanto accaduto.
(da Fanpage)

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MANOVRA, ADDIO ALLE GRANDI PROMESSE: CI SONO SOLO TASSE E AUMENTI

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

RINCARI PER SIGARETTE, PANNOLINI E ASSORBENTI, AUMENTANO LE IMPOSTE PER I TURISTI NELL’ANNO DEL GIUBILEO

Più tasse per tutti. Lo slogan berlusconiano, vessillo del centrodestra per decenni, viene capovolto alla prova di governo. Dalle sigarette ai prodotti per l’infanzia, la prima vera manovra economica, firmata da Giorgia Meloni, aumenterà la tassazione, colpendo in primis donne e clima. Metterà «le mani in tasca agli italiani», come ha spesso ripetuto il centrodestra, usando questa formula come una clava contro gli avversari.
DONNA CONTRO DONNE
I tempi sono cambiati, il populismo delle promesse ha ceduto il passo alla presa d’atto di una realtà complicata: il taglio alle tasse non c’è, ci sono i rincari a raffica. La bozza della legge di Bilancio è un tentativo disperato di reperire risorse un po’ dappertutto. Il ricorso al deficit non era sufficiente a coprire i 24 miliardi della finanziaria.
Così per fare un po’ di cassa scatterà il solito aumento dei prezzi delle sigarette. Secondo le stime i rincari dei pacchetti sono compresi tra 10 e 12 centesimi, mentre il tabacco trinciato andrà verso un incremento di 30 centesimi a busta. L’ondata di aumenti non risparmia nemmeno le e-cig, le sigarette elettroniche, a lungo difese dal leader della Lega, Matteo Salvini, per la vicinanza al settore.
Questa volta ha dovuto accettare gli aumenti, seppur diluiti nel tempo, subendo un rialzo dei costi effettivi a partire dal 2025. Resta da vedere se i parlamentari leghisti accetteranno davvero il diktat di non presentare emendamenti di fronte a una misura che colpisce una loro bandiera elettorale. Tra i bersagli del governo finiscono anche i prodotti per l’infanzia, su tutti il latte in polvere e a cascata gli alimenti per neonati, i pannolini, oltre agli assorbenti.
L’Iva raddoppierà, tornando al 10 per cento, dopo l’abbassamento al 5 per cento stabilito appena un anno fa. Un cortocircuito per un governo che sostiene di voler favorire la natalità e sostenere le famiglie, peraltro guidato da una premier donna che penalizza altre donne. Ma il «partito delle tasse» – come lo ha definito il leader di Italia viva, Matteo Renzi – ha previsto altri interventi, indebolendo i bilanci delle famiglie. Nella sequenza di aumenti c’è pure quello sugli affitti brevi (quelli non superiori a 30 giorni) con la cedolare secca che salirà dal 21 al 26 per cento. Rai, la Lega ottiene il taglio del canone ma il governo dovrà trovare i soldi altrove.
CONTRO L’AMBIENTE
Tra i movimenti della manovra spicca poi il finanziamento del Fondo italiano per la cooperazione orizzontale per l’Africa, titolo che è sostanzialmente la base del tanto agognato piano Mattei, di cui ancora non si conosce il contenuto.
Il budget stanziato è in totale di 600 milioni di euro, 200 milioni di euro all’anno dal 2024 al 2026. A pagare il conto è però il fondo per il clima, istituito dalla legge di bilancio del governo Draghi per favorire gli investimenti sulle politiche ambientali. Una misura lungimirante, azzerata per piazzare qualche spicciolo sulle politiche per la cooperazione, in ottica tutta meloniana.
Mini-stangata poi è in arrivo per chi alloggerà nei comuni capoluogo nell’anno del Giubileo, in programma nel 2025. Le amministrazioni possono decidere di portare a 2 euro a notte la tassa di soggiorno per chi alloggerà nelle strutture ricettive. Anche laddove il governo sostiene di aver fatto detto taglio alle imposte, c’è un effetto-boomerang per i cittadini: la riduzione del canone Rai da 90 a 70 euro è stato confermato. Ma le casse pubbliche gireranno al servizio pubblico «un contributo pari a 430 milioni di euro per l’anno 2024». Una partita di giro.
MANOVRA SICILIANA
La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha voluto rilanciare la battaglia su un intervento contenuto nel decreto fiscale collegato alla manovra, sul rientro dei cervelli: «Il governo si fermi sulla misura sui rientri agevolati, perché ha aiutato molti lavoratori che si sono trasferiti all’estero a poter rientrare». «In alcuni territori – ha sottolineato la leader dem – c’è un 40 per cento in meno», rispetto a quanto previsto finora.
Non mancano situazioni al limite del grottesco: mentre i cittadini fanno i conti con una giungla di balzelli, la regione Sicilia di Renato Schifani, dirigente di spicco di Forza Italia, beneficia di un maxi contributo per appianare il debito accumulato in sanità. Rispetto a quanto già anticipato da Domani, ai 350 milioni di euro messi sul piatto per il 2024, si aggiungono le dotazioni per gli anni successivi per un totale di oltre 3 miliardi di euro.
Altro cortocircuito è quello sul finanziamento della Zes unica del Mezzogiorno, che però contenuta nel decreto Sud in esame in commissione bilancio alla Camera. Nel provvedimento viene cancellato il comma che regola il meccanismo della stessa zes. «Ci state prendendo in giro e state svilendo il ruolo della commissione e di noi parlamentari? Stiamo infatti per votare un articolo che verrà abrogato e quindi superato dalla legge di bilancio», ha protestato il deputato del Pd, Marco Sarracino.
Nella legge di Bilancio per il prossimo anno sono stati confermati, comunque, i punti principali annunciati già in conferenza stampa da Meloni. Quindi è stato rifinanziato il taglio al cuneo fiscale, seppure per un solo anno, e confermata quota 104 per le pensioni. C’è il rinnovo del contratto agli statali e l’investimento di 3 miliardi di euro sulla sanità.
Il testo ufficiale è atteso entro la settimana in parlamento, al Senato dove ci sarà la prima lettura, un po’ più in là rispetto alla scadenza fissata inizialmente il 20 ottobre. L’obiettivo, confermano dal governo, è di arrivare all’approvazione entro la metà di dicembre. Di mezzo, però, c’è il passaggio parlamentare: bisogna capire se davvero sarà accettato l’ordine dato dal centrodestra di non toccare il provvedimento. Da prendere così, pieno di aumenti delle tasse.
(da Il Fatto Quotidiano)

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STRISCIA CON REPORT, IN RAI TEMONO ASSE RICCI-RANUCCI: IL GIALLO LOLLOBRIGIDA

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

CI SAREBBE UN PONTE TRA I DUE

Striscia con Ranucci. La notizia viene dalla Rai. “Sigfrido Ranucci si sente con Antonio Ricci di Mediaset”. Paranoie. “Ve lo assicuriamo. Si telefonano, non è escluso che si scambiano documenti. Sigfrido potrebbe avere delle fotografie del ministro Lollobrigida”.
Ranucci garantisce di “no”. “E ci credete? Ranucci è capace di dimostrare che il Papa ruba dalla cassetta delle offerte”.
L’ufficio stragi di FdI, l’ala “maniere forti” del partito, chiede di “chiudere Report”. Giorgia Meloni ce l’ha con la Rai. Se lo virgolettiamo ci spedisce a Orio al Serio, con Giambruno (ha lasciato ieri la conduzione) ma il senso è questo: capisco che non si possa sospendere ma togliete almeno le merendine a Sigfrido! Ranucci e Ricci: il Mes, rispetto a questi due, è borotalco.
Questo è il Ponte di Ranucci, come quello delle Spie di Spielberg. Telefonata. Ore 9,33. Chi parla? “E’ saltata la copertura della vostra talpa Rai”. E lei chi sarebbe? “Er mutanda”. E noi dovremmo credere a “Er mutanda”? “Il mio nome in codice è agente Paolo Corsino, detto Er mutanda”. Ma Paolo Corsini è il direttore dell’Approfondimento Rai, l’uomo che dovrebbe supervisionare i nastri di Ranucci! “Appunto. Uno famoso per la sua mutanda da rugby. Un patriota di Meloni. Il nome non è scelto a caso. Er mutanda ci sta smutandando. Ne va dell’onore della destra. Sigfrido gli vieta pure di utilizzare il gabinetto di Report”.
Er mutanda Rai racconta che ci sarebbe una pressione fortissima per “sospendere il programma di Ranucci”, ma che l’ad Rai, Roberto Sergio, il generale Patton, come Sergio Mattarella, padre del pluralismo, è verticale. Non rinuncia a Sigfrido. Il generale non smutanda ma raccomanda: “Fai quel che devi, accada quel che può”. Sergio è Premio Kant 2023.
Ricapitoliamo. Come anticipato dal Foglio, il Ranucci, da settimane, scatena l’inviato Mottola, il suo Peppe, Bepin D’Avanzo, l’inviatone di Report che raccoglie, raccoglie, gira, gira, sempre sudato come un manovale che impasta la calcina. Ma, caro Er mutanda, in pratica Report cosa sta cercando? “Allora, da quanto ci risulta, Sigfrido dice che si stanno occupando di finanziamenti ai partiti. Ma l’intelligence ci garantisce che il Ranucci dissimula”. Ma le foto di Lollobrigida ci sono o no? “E chi può dirlo. I maschi di casa Meloni stanno organizzando un viaggio a Fatima”. Giambruno è rimasto senza casa tanto che il direttore dell’informazione Mediaset, Mauro Crippa, si sta muovendo a pietà. Gli ha promesso che lo farà dormire nel garage di Nicola Porro. E’ una suite. La premier, e siamo seri, avrebbe confidato ai soldati di FdI che se ci fosse stato Silvio in vita, tutto questo non sarebbe accaduto.
Ovvero: Pier Silvio Berlusconi, ma che padrone sei? L’altro grande dispiacere della premier sarebbe Fidel Confalonieri che non l’avrebbe protetta a sufficienza. A Roma, sapete dove Fidel ha lo studio? A Largo del Nazareno, nello stesso Palazzo di Gianni Letta, che è pure amico di Luigi Bisignani. Giorgia Meloni quando legge i loro nomi in fila butta il sale da cucina. Manco finisce di gettarlo legge che Ranucci lavora in Rai contro il governo. Meloni che giustamente, almeno in casa, in Rai, vorrebbe stare in pantofole, e guardarsi il Tg1 di Chiocci, messaggia a raffica con Giampaolo Rossi, il Profeta, il dg Rai, che maledice il giorno in cui ha accettato l’incarico. Il Profeta è avvilito. Il Mef di Giancarlo Giorgetti prima ha scollegato il canone Rai dalla bolletta, poi ha tagliato venti milioni di euro. In Rai, ogni mattina c’è uno sciopero delle firme come l’Atac. Ultimo quello di Rai News. Solo per dire: sempre ieri, un giornalista di Rai News ha tagliuzzato un video della rassegna stampa e lo ha spedito ai quotidiani del gruppo Jedi. Lavorano in Rai ma collaborano con Repubblica. Lo scopo? Dimostrare che la Rassegna stampa di Rai News la guarda solo Mollicone di FdI. Poche settimane fa, quel campione di Paolo Petrecca, direttore Rai News, aveva lasciato intervistare Bisignani. Credeva di stare a La7. L’intervista, ovviamente, non è mai andata in onda.
La Rai è ormai una comunità di hippie. Er mutanda: “La domanda è un’altra. La Rai vuole intervenire su Ranucci? Report è la sola trasmissione che ha la manleva. Se perde le cause legali paga sempre la Rai”. Ma la Rai, come detto, non ha tanta voglia di maltrattare Sigfrido. Prima ragione: “Sigfrido salta come un canguro da quando lo hanno spostato alla domenica. Deve dimostrare che fa più ascolti di Fabio Fazio”. Seconda ragione: “Non ci sembra che il governo ci abbia tanto rispettato ultimamente. C’è un’operazione contro la Rai”. Er mutanda dice che basta guardare i giornali di destra, a partire da Libero, per capire che Ranucci è il vendicator. “Un giorno sì e l’altro no, ci attaccano. Il direttore Mario Sechi, che scrive contro la Rai, non ricorda che il fondo dell’editoria viene pagato con il denaro della Rai”. Al momento sapete in Rai cosa hanno detto a Ranucci? “Responsabilità, Sigfrido. Responsabilità”. E qui si torna al denaro. La Rai ha paura che il governo continui a tagliare risorse e non esclude di praticare super sconti per attrarre pubblicità. E’ il vero spauracchio di Mediaset che adesso comincia a prenderci gusto: “Siamo davvero così potenti?”. La Rai, per rispondere al governo, che non tratta bene la Rai, ha Ranucci a cui “non si può certo spiegare come fare le inchieste”. Mediaset ha dunque Ricci, la Rai ha Ranucci. Di nascosto si parlano. Fabrizio Corona triangola con Rai e Mediaset. Meloni fa post che vanno decifrati come a Delfi. Se le agenzie di rating ci valutassero dal grado dei nostri (presunti) complotti saremmo già junk, spazzatura. Oggi a Umberto Eco non resterebbe che scrivere “In nome di Giambruno”.
(da il Foglio)

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LAZIO. LA MANOVRA DI ROCCA AZZERA GLI AUMENTI IN BUSTA PAGA DECISI DAL GOVERNO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA GIUNTA REGIONALE NON E’ RIUSCITA A RIFINANZIARE IL TAGLIO DELL’ADDIZIONALE IRPEF

C’è una regione italiana dove gli sforzi del governo Meloni per rimpinguare le buste paga attraverso un leggero taglio dell’Irpef potrebbero non sentirsi affatto. Si tratta del Lazio, dove la giunta di centrodestra a guida Francesco Rocca ha appena approvato una manovra regionale dall’effetto esattamente opposto a quello annunciato dall’esecutivo.
Lo scorso anno, l’amministrazione di Nicola Zingaretti aveva approvato uno sconto sull’addizionale Irpef dal 3,33% all’1,73% per i redditi tra 15mila e 35mila euro. Ora Rocca non ha trovato i 300 milioni necessari per rifinanziare la misura. E il risultato è che gli effetti degli sconti sulle tasse approvati dal governo Meloni rischiano di essere quasi completamente annullati. Anzi, chi dichiara più di 32mila euro vedrà il proprio stipendio diminuire anziché aumentare.
Due milioni
Complessivamente, scrive oggi il Fatto Quotidiano, il mancato rinnovo del taglio Irpef riguarderà circa 2 milioni di cittadini laziali. Chi guadagna 35mila euro all’anno avrà un aumento di imposta regionale di 320 euro annui. E considerando che la manovra del governo garantisce uno sconto Irpef di 260 euro, il risultato è che lo stipendio si abbasserà di circa 5 euro al mese. Ma una situazione simile si verifica anche per i redditi più bassi. Chi dichiara 18mila euro annui, per esempio, avrebbe guadagnato circa 4,25 euro in più al mese grazie alle misure del governo. Con l’aumento dell’addizionale Irpef regionale, però, questo guadagno si riduce ad appena 25 centesimi al mese. Ed è anche per questo che la Cgil regionale si è rifiutata di firmare l’accordo preparato in Regione. «Non avalliamo scelte socialmente ingiuste e non progressive, che renderanno i cittadini del Lazio i più tassati d’Italia», ha commentato il segretario regionale Natale Di Cola.
(da agenzie)

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VITTORIO SGARBI INDAGATO PER EVASIONE FISCALE DI 700.000 EURO E SANGIULIANO LO SCARICA: “LO TENGO A DISTANZA, NON VOGLIO AVERCI A CHE FARE”

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA REPLICA DI SGARBI: “INTERVISTA FALSA”

Il sottosegretario Vittorio Sgarbi dice di avere una lettera dell’Autorità Anticorruzione che giustifica le sue «attività divulgative». Ovvero i 300 mila euro incassati dall’inizio dell’anno in consulenze, presentazioni e mostre. L’Anac, secondo Sgarbi, ha detto che «non c’è alcuna incompatibilità. Sono illazioni che nascono dalle denunce di un mio collaboratore con lettere anonime. Ma sono infondate. E comunque non prendo una lira dal ministero per le missioni».
Ma intanto, scrive proprio il Fatto Quotidiano, il sottosegretario è indagato a Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Si parla di debiti non pagati per 715 mila euro. E, soprattutto, il suo ministro, ovvero Gennaro Sangiuliano, lo scarica oggi in un’intervista rilasciata a Thomas Mackinson: «Non sapevo nulla delle consulenze. Ho già avvertito Meloni. Del resto non l’ho voluto io. Cerco di tenerlo a distanza e di rimediare ai suoi guai».
I 300 mila euro
La vicenda dei 300 mila euro oggi viene dettagliata meglio dal Fatto. Gli eventi a pagamento dall’inizio del 2023 sono 28 per 214 mila euro di compensi. Cinque sono ancora da confermare e valgono altri 41 mila euro. Il suo avvocato Giampaolo Cicconi replica con ironia: «Meraviglioso è pensare che vi sia incompatibilità tra la funzione di sottosegretario e quella di presidente della giuria di Miss Italia. È inopportuno per ragioni di prostata?».
La legge n. 215/2004 all’articolo 2 dice: «Il titolare di cariche di governo non può esercitare attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici o privati». Il legale ricorda anche che nessun rimborso è stato chiesto dai suoi collaboratori o da lui stesso per iniziative di carattere non istituzionale».
Le attività
Ma ci sono attività che potrebbero essere considerate discutibile. A Genova il presidente della Fondazione Pallavicino Onlus Domenico Antonio Pallavicino aveva un problema con le ruspe che scavavano parcheggi. Il 2 gennaio Sgarbi videodenuncia il «cubo di cemento immondo» e i vertici della Sovrintendenza. Mostra foto fatte dall’amministratore dei beni del principe Claudio Pietro Senzioni. E non dice che lui è direttore artistico della Fondazione. Pallavicino il 16 maggio e il 12 giugno bonifica a Sgarbi 24 e poi 30 mila euro. Il primo senza causale, l’altro con causale “regalia”. E ancora: l’artista Barbara Pratesi viene selezionata a Venezia da Sgarbi, che fa parte della giuria. Le sue opere vengono esposte dal 5 al 9 maggio nel Padiglione Spoleto. Un mese dopo, il 6 giugno, la pittrice bonifica a Sgarbi 2.500 euro, altri 1.000 euro il 20 giugno e ancora 1.000 euro il 27 giugno.
L’indagine a Roma
Intanto però scoppia anche un altro caso. Quello dell’indagine a Roma. L’accusa è di non aver pagato 715 mila euro all’Agenzia delle Entrate. Mentre la sua compagna Sabrina Colle comprava quadri al suo posto, secondo l’accusa. Si parla di un’opera di Vittorio Zecchin, artista di Murano. L’opera risale al 1913 ed è “Il giardino delle Fate”. Secondo i pm nell’ottobre 2020 Sgarbi partecipa all’asta della casa Della Rocca e la compra per 148 mila euro. Ma a farlo materialmente è Colli. Secondo i giudici il reale acquirente è il sottosegretario. I magistrati gli contestano la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte come previsto dall’articolo 11 della legge 74 del 2000.
Il legale
Che punisce chiunque «al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva». Il legale Cicconi spiega che «Il sottosegretario ha proceduto alla rottamazione delle cartelle esattoriali, sta pagando tutte le rate. Molte di queste cartelle derivano da multe. Altre indagini della Procura di Roma sono finite in un nulla di fatto, come quella che riguardava i quadri di De Domicis: Sgarbi è stato prosciolto perché il fatto non sussiste”.
Sgarbi spiega al quotidiano: «Il dipinto è stato donato alla mia fidanzata da Corrado Sforza Fogliani, come risulta da bonifico. Avrà diritto di avere un quadro?».
Sangiuliano prende le distanze
Intanto però il ministro Sangiuliano lo scarica. «Sono indignato dal comportamento di Sgarbi, va bene? Lo vedevo andare in giro a fare inaugurazioni, mostre e via dicendo. Ma mai avrei pensato che si facesse pagare per queste cose», esordisce. E ancora: «Ho subito avvertito chi di dovere e segnalato di averlo fatto a Giorgia Meloni. Del resto si sa, non l’ho voluto io e anzi: cerco di tenerlo a debita distanza e di rimediare ai guai che fa in giro». Poi addirittura si dissocia: «Io rispondo del mio comportamento, il compito di vigilanza non ce l’ho io ma la magistratura. E non posso certo sapere tutto quello che combina Sgarbi. Lo vedo una volta ogni tre mesi anche perché, dico la verità, lo tengo a distanza della mia persona, voglio averci a che fare il meno possibile».
La segnalazione all’Antitrust
Il sottosegretario, secondo il suo stesso ministro, «va in giro a promettere cose irrealizzabili. Annuncia acquisti di palazzi e cose da parte del ministero che ha solo 20 milioni in bilancio per acquistare beni. E io poi dopo devo andare a spiegare ai giornali che questa cosa non esiste, che non si può fare, che c’è una procedura, che bisogna rispettare le leggi, che tutto va fatto con l’Agenzia del demanio. Se faccio l’elenco delle cose che lui dice che bisogna comprare tocca spendere 1 miliardo che lo Stato non ha. Comunque ho scritto a chi di dovere». Ovvero l’Antitrust: «Dovrà verificare una volta per tutte se quell’attività a pagamento è contraria alla legge. A me sembra di sì, e infatti appena venerdì ho appreso della questione, ho preso tutte le carte e le ho subito mandate. E questo lo posso dimostrare».
La replica di Sgarbi
“Quella del ministro Sangiuliano è una intervista falsa”, commenta il sottosegretario. A giustificare le sue parole, a margine di un incontro a Bologna, il politico e critico d’arte legge un messaggio ricevuto dallo stesso ministro: “Non ho rilasciato alcuna intervista, ho solo detto di non sapere di cosa si parlasse”.§
A dare origine al tutto, secondo Sgarbi, “una parte di quelle frasi” che, da possibili reazioni, sono “diventate un’intervista. Avete osservato che non ci sono le domande ma è una specie di monologo ininterrotto. Sono probabilmente delle esclamazioni che ha fatto, che sono diventate un’intervista falsa”.
(da Open)

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ALLA GERMANIA MANCAVA SOLO LA STALINISTA PUTINIANA: SAHRA WAGENKNECHT, NOSTALGICA DELLA DDR, LASCIA DIE LINKE E FONDA IL SUO PARTITO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

CONTRO GLI IMMGRATI, L’ECOLOGISMO E I VACCINI: UNA SPECIE DI SINISTRA SOVRANISTA

“Che fai mi cacci?”. A leggere la storia dei rapporti tra Sahra Wagenknecht e il suo ex partito, la Die Linke, torna un po’ in mente la lunga querelle tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
Per dire che in Germania il tira e molla tra lei e la sua casa politica dura da un po’. Già a giugno l’avevano avvertita. Della serie: se continui a far circolare l’idea di fondare un tuo movimento, è meglio che te ne vai. Se n’è andata.
Perfettamente sconosciuta ai più fuori dai confini della Germania, con quel cognome impronunciabile all’estero, Sahra Wagenknecht, 54 anni, nata nella Germania dell’est, quarta moglie dell’80enne storico dirigente di sinistra Oskar Lafontaine, è la politica per la quale un quinto dei tedeschi potrebbe votare, secondo un sondaggio ripreso da Bloomberg. Soprattutto, ci si chiede, starà inaugurando un nuovo trend politico, un misto di ‘sovranismo di sinistra’, che in natura non esiste ma in politica tutto è possibile, populismo e putinismo, fede novax, operaia e non-ecologista, anti-radical chic a patto di stare nei circoli che contano e soprattutto negli studi tv, un nuovo corso che può togliere voti sicuramente alla Die Linke, alla Spd ma finanche all’estrema destra dell’AfD?
È per questo che Sahra Wagenknecht è già un caso, non solo a Berlino, ma nella politica europea. Ieri l’annuncio della nuova fondazione che naturalmente porta il suo nome, “Alleanza Sahra Wagenknecht’, in perfetto stile di partito personale che non tramonta mai, nella sua amata ex Unione sovietica e nelle società capitalistiche.
A gennaio dovrebbe nascere il partito vero e proprio, che vuole correre per le europee di giugno e anche per le varie competizioni statali nei Lander, in Turingia e Sassonia, dove si vota dopo l’estate 2024 e dove l’estrema destra di Alternative fur Deutschland è oltre il 30 per cento. Wagenknecht è convinta che queste percentuali da capogiro, per un partito erede del passato nazista che fino a ieri soffriva la conventio ad excludendum osservata da tutta la società tedesca dalla Seconda guerra mondiale in poi, sia dovuto ai vizi sviluppati dalla sinistra tradizionale, dei socialisti ma anche della stessa Linke.
Sotto accusa, quella evoluzione che ha allontanato la sinistra dalle periferie e dalle zone extra-urbane, radicandola tra gli apericena del centro, a fare battaglie per i totem del liberalismo, dai diritti civili, ai temi della transizione ecologica, al perbenismo della vaccinazione anti-covid fino a tutte le lotte che non sono sentite da chi si sente escluso e guarda all’AfD.
Per Wagenknecht, Putin è una specie di “giocatore del potere” che cerca di tenere l’occidente sotto scacco contro l’espansionismo della Nato. Sul Medio Oriente “un’offensiva di terra a Gaza causerebbe morti tra i civili e trasformerebbe l’intera regione in una polveriera”, dice. Da sempre, anche nella stessa Die Linke, lei è il bastian contrario.
In fondo, sulla geopolitica Wagenknecht non fa che riflettere le posizioni di una larga fetta della sinistra mondiale. Ma, su altri argomenti, lei rompe i tabù della sinistra dalla caduta del muro in poi. Ed è qui che tenta quella via sovranista di sinistra che si rivolge a quei ceti che si sentono esclusi, ma soprattutto quelli che sono partiti male, arrivati meglio nella società e terrorizzati dal rischio di perdere posizione per via dell’immigrazione oppure del Green deal.
Sì, ma perché una che frequenta i circoli della ‘Berlino bene’, una che è sempre in tv, una che usava chiedere un gettone di presenza quando partecipava alle riunioni del suo vecchio partito, il Partito socialdemocratico di Germania (Pds), dovrebbe risultare credibile tra coloro che si sentono ai margini?
A guardare il dibattito tedesco, si capisce che c’entrano le sue origini: nata nella Germania dell’est, figlia di un operaio, la prima nella sua famiglia a studiare all’università. Poi c’entra il fatto che “nessuno più di lei sa mettere in parole l’alternativa”, notano gli osservatori tedeschi, “anche se l’alternativa non è realizzabile o non è ben definita: quando lei è in tv, tutti ascoltano”.
E poi c’è il fatto che Wagenknecht gioca a demolire i dogmi della sinistra da tempo: era anti-immigrati già nella crisi del 2015, quando l’allora cancelliera Angela Merkel aprì le frontiere a un milione di siriani, diventando l’eroina della sinistra europea. Già allora Wagenknecht intercettava i mal di pancia delle classi meno agiate e ci si tuffò. Il ragionamento era: se dopo il collasso di Lehman Brothers nel 2008 è stato possibile salvare le banche, se nel 2015 è possibile dare un tetto ai rifugiati, perché non ci sono mai soldi per il welfare?
Negli ultimi otto anni, la domanda ha scavato nella società tedesca, ingrossandosi con i sacrifici richiesti per la transizione energetica quando Putin ha invaso l’Ucraina. Materiale prezioso per la crescita esponenziale dell’AfD, che Wagenknecht vorrebbe riportare a sinistra per ricongiungerla al suo elettorato storico, anche a costo di amputarle la parte più internazionalista (immigrazione), progressista (Green deal), liberale (stato di diritto). Lei su questo taglia. “L’immigrazione incontrollata deve essere definitivamente fermata perché travolge il nostro Paese”, dice.
Studi marxisti, passato decisamente stalinista, Wagenknecht usava parlare della Germania dell’est come del “più umano tra i Commonwealth”. Quando nel 2002, la sua casa politica di allora, il Pds, approvò una risoluzione per condannare l’uccisione dei tedeschi dell’est che avevano cercato di saltare il Muro per andare a ovest, Wagenknecht fu l’unica a votare contro, fedele alla linea come Kleo, l’ex spia sovietica di una fortunata serie televisiva.
Salvo che, dopo la caduta del muro, Kleo fu costretta ad aprire gli occhi sui soprusi del regime. L’eroina della nuova sinistra tedesca invece rischia di chiuderli a tutti i suoi seguaci, all’inseguimento di una chimera che, se va bene, promette un posto al sole solo a lei e pochi altri, tra cui forse i nove parlamentari che hanno deciso di seguirla nella scissione pur continuando a stare nello stesso gruppo della Die Linke, controsensi da comodi populisti.
Dal partito, alla fine si è ‘cacciata’ da sola, abbandonando la nave fondata nel 2007 da suo marito Lafontaine e Lothar Bisky, ex dirigente comunista della Germania est.
La Die Linke era riuscita a mettere insieme la sinistra urbana con quella operaia, per qualche anno con percentuali a due cifre, perla della ‘Sinistra europea’, l’esperimento internazionalista voluto dall’allora segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti. Da qualche tempo, anche la Die Linke sembra avviata ad una parabola discendente, nei sondaggi non va oltre il 5 per cento, come tante sinistre del continente. Il ritorno all’antico di Wagenknecht non promette di essere una nuova ‘sinistra’ tedesca, al massimo di cancellarla.
(da Huffingtonpost)

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NETANYAHU E’ SOLO: STA COLLASSANDO LUI CON LA SUA IDEA DI STATO

Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile

NON SI E’ ASSUNTO LA RESPONSABILITA’ DELLE FALLE CHE HANNO CONSENTITO L’ATTACCO DI HAMAS… LE INCOMPRENSIONI CON L’ESERCITO, LO SCETTICISMO AMERICANO, LA SFIDUCIA POPOLARE, I PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA

Bisogna riavvolgere il nastro di qualche ora, quando la Radio dell’esercito israeliano ha ufficializzato il rinvio dell’operazione di terra nella Striscia di Gaza. Qualche ora dopo il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi avevano diffuso una dichiarazione congiunta.
Un fatto insolito nella storia di Israele, un paese in cui le forze armate sono legate in modo inossidabile allo Stato, l’unità di intenti è data per scontata. Nella dichiarazione i tre assicuravano di lavorare “in stretta e piena collaborazione, 24 ore su 24, per condurre lo Stato di Israele verso una vittoria decisiva”. Professavano “totale e reciproca fiducia tra loro”.
Non è una dichiarazione di poco conto. Perché il popolo israeliano è in preda al terrore, alla paralisi. Non sa spiegarsi perché l’operazione di terra, che è considerata dagli israeliani l’unico modo di sradicare definitivamente Hamas, venga continuamente annunciata come imminente e puntualmente rimandata. L’opinione pubblica converge su un punto: la responsabilità è di Netanyahu, colpevole di non essere riuscito a prevenire l’attacco del 7 ottobre e a gestire la reazione, convinto dagli Usa a rimandare l’offensiva di terra.
Con una certa insistenza le forze di difesa israeliane rimarcava che l’esercito è “pronto per l’operazione e non può starsene seduto sui pollici per sempre”. Netanyahu si è trovato così costretto a mettere una toppa.
Con un buco da coprire enorme, la pezza non basta. Perché è evidente che Netanyahu si trova davanti alle incomprensioni, quando non una sostanziale ostilità ,dell’esercito, ma anche alla crisi di fiducia dell’opinione pubblica.
Le avvisaglie della profonda difficoltà del primo ministro ci sono tutte e sono tanto grandi da poter mettere a serio rischio la sua leadership. Basta riascoltare le parole del contrammiraglio Daniel Hagari: il principale portavoce militare israeliano ha dichiarato domenica scorsa in un briefing televisivo che l’esercito era “in attesa del via libera dal livello politico per invadere Gaza”. Un messaggio chiaro: noi siamo pronti ad intervenire anche subito, ma è la politica che sa che strada intraprendere.
Subito dopo il messaggio di Hagari è partita un’interessante campagna sui social, da parte dei sostenitori di Netanyahu, con l’intento di spiegare le ragioni del rinvio dell’operazione. È stato diffuso un video brillante, prodotto in forma anonima e pubblicato su tutte le piattaforme, in cui si spiega che “la vita dei soldati viene prima di tutto e che per questo è stato concesso tempo extra”. Si aggiunge anche che “c’è la necessità che l’aviazione distrugga l’insidioso sistema di tunnel di Hamas, prima che le truppe entrino a Gaza”.
Le parole di Hagari hanno innescato un cortocircuito. Gli Usa, tramite il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca John Kirby, hanno sottolineato che il rinvio dell’operazione non è loro responsabilità, “è l’Idf e non sono certo gli Usa a stabilire cosa fare a Gaza e quando farlo”.
Ma poi oggi, come riportano Times of Israel e New York Times, alcuni funzionari americani hanno fatto trapelare che l’amministrazione Biden è preoccupata che Israele non abbia idee chiare né obiettivi militari realizzabili a Gaza, e che l’Idf non è ancora pronto per una incursione di terra. E soprattutto gli americani hanno detto di voler inviare alcuni generali dei marines, esperti di operazioni di guerriglia urbana, come James Glynn, che la sua esperienza se l’è costruita a Fallujah e a Mosul, nella guerra in Iraq contro lo Stato Islamico.
In tutto questo trambusto, Netanyahu ha parlato poco e niente. Ha fatto parlare un politico pressoché sconosciuto, il leader del partito “Shas” Aryeh Deri, che ieri ha sottolineato che “non ci sono differenze di vedute tra politica e militari quando si tratta di Hamas” e che “l’esercito deve prepararsi bene”. Le uniche affermazioni del premier israeliano sono contenute nella dichiarazione congiunta con Gallant e l’esercito.
I generali hanno fretta di cominciare l’operazione di terra dentro la Striscia di Gaza, perché sanno che non possono tenere mobilitati in eterno centinaia di migliaia di riservisti. Secondo Ronen Bergman, una delle firme di punta del giornale Yediot Ahronot, Netanyahu è consapevole che prima o poi ci sarà una commissione d’inchiesta sulle stragi del 7 ottobre che lo riguarderà in prima persona e vuole gettare ogni colpa addosso al ministro della Difesa, Yoav Gallant, membro del ridotto gabinetto di guerra, e ai generali.
“Netanyahu si sta preparando per la battaglia pubblica che scoppierà tra poco, una volta che la situazione sul terreno si sarà stabilizzata. Lui ha tutta l’opinione pubblica contro, che gli attribuisce le responsabilità dell’attacco di Hamas. E così comincia a dare le colpe del disastro all’establishment della Difesa, a Gallant e ai capi militari. Loro hanno capito gli intenti di Netanyahu e sono furiosi” scrive Bergman.
In effetti è chiaro che Netanyahu e Gallant abbiano opinioni del tutto diverse sull’operazione di terra a Gaza e in generale sull’evoluzione del conflitto. Ieri sera il ministro della Difesa ha visitato l’area nei pressi della costa di Gaza con la Marina israeliana, per sottolineare ancora una volta il suo sostegno all’operazione.
“L’offensiva di terra nella Striscia ci sarà a e sarà letale” ha detto. Gallant, secondo quanto scrive Yediot Ahronot, una settimana fa avrebbe redatto un rapporto nel quale esprimeva la volontà di attaccare in modo preventivo Hezbollah in Libano, per liberarsi di un nemico che potrebbe aggredire Israele da nord durante la guerra per Gaza, ma Netanyahu avrebbe fermato l’operazione – sempre su consiglio di Biden – che in cambio ha mandato un pacchetto generoso di aiuti militari e due portaerei, con la promessa di far alzare i bombardieri se Hezbollah avesse cominciato una guerra contro Israele. Durante la visita lampo di Biden, Netanyahu ha fatto in modo che Gallant non potesse presentare i suoi piani al presidente Usa.
Come scrive il New York Times, ma anche Haaretz, “Netanyahu è nel momento di maggior crisi politica della sua carriera”. Quell’unità interna contro il nemico esterno Hamas che il primo ministro aveva tanto ricercato nei giorni scorsi, arrivando ad accettare un governo d’emergenza che includesse anche membri dell’opposizione, si è totalmente disgregata. L’opinione pubblica israeliana, secondo diversi sondaggi recenti, ha molta più fiducia nel suo esercito, che nel governo. Dopo le atrocità compiute da Hamas il 7 ottobre scorso, tra gli israeliani c’è un forte consenso sul fatto che non si sentiranno al sicuro finché la minaccia di Hamas non sarà del tutto rimossa. Ma c’è di più. Perché un sondaggio del sito israeliano di notizie Ynet dice che il 75% degli israeliani addossa a Netanyahu la responsabilità della totale sorpresa del Paese di fronte all’attacco della milizia armata.
E in questo risiede una delle principali motivazioni, secondo Haaretz, per cui il popolo è contro Netanyahu: il premier non ha mai chiesto scusa per i suoi errori. Lo ha fatto l’ex consigliere per la Sicurezza di Netanyahu, lo ha fatto il portavoce dell’Idf e anche il capo dell’Intelligence.
Si è assunto le proprie responsabilità pure il ministro dell’Istruzione Yoav Kisch, che con la sicurezza nazionale ha ben poco a che fare. Non Netanyahu, che ha sempre solo incentrato i suoi discorsi pubblici sulla forza e sull’unità di Israele nell’intento di eliminare Hamas. L’unico riferimento alla propria responsabilità che Netanyahu ha fatto finora è stato durante l’apertura della sessione invernale della Knesset, il Parlamento d’Israele, il 16 ottobre scorso. “Ci sono molte domande su questa catastrofe avvenuta dieci giorni fa… Indagheremo fino in fondo, e in parte abbiamo già cominciato. Ma per ora siamo concentrati su un obiettivo: unire le forze e correre verso la vittoria” ha affermato Netanyahu.
Il popolo ora è arrabbiato con il premier ed è nel panico. Preoccupato per il morale dei soldati e dei riservisti, che sono tenuti da giorni nel limbo dalla politica. L’esercito non capisce neanche più quale sia l’obiettivo finale a Gaza, se la riconquista di tutta la Striscia, o di una sola parte.
La gente è terrorizzata dall’impatto che un conflitto lungo, senza l’eliminazione rapida della leadership di Hamas, potrebbe avere sull’economia del Paese, per cui si prospetta una forte recessione. Gli israeliani, poi, così attaccati al concetto di Stato, non possono sopportare che siano state evacuate decine di migliaia di persone dai confini con la Striscia per un’operazione che poi rischia di non essere neanche messa in pratica. Così come sono infuriati perché non sono stati garantiti i rifugi promessi da Netanyahu nel sud del Paese.
Temono poi che i tempi troppo prolungati dell’offensiva di terra possano erodere il sostegno internazionale alla causa israeliana. Per tali ragioni, in questi giorni, in Israele, si assiste a scene mai viste in precedenza. Come racconta il Wall Street Journal, centinaia di organizzazioni composte da cittadini hanno costruito delle reti per la sollecitazioni di migliaia di volontari che aiutino i militari a mobilitarsi e che sostengano le famiglie che hanno perso i loro cari nel conflitto. Scrive il Wsj: “La società civile interviene laddove il governo manca”.
Il problema grave, sottolinea Bergman, è che in questo momento “non c’è una leadership efficace, che sappia prendere decisioni dolorose, ma fondamentali per la sopravvivenza di Israele”.
“Nel 1973, durante la guerra del Kippur, Israele è stato colto di sorpresa dagli attacchi e inizialmente è stato gravemente ferito. Ma la leadership del Paese, almeno la maggior parte, ha continuato a funzionare bene, a progettare una risposta adeguata, a predere decisioni giuste. Le persone, pian piano, hanno aderito ai piani della leadership, li hanno riconosciuti e apprezzati. E c’è stata un’infusione di fiducia verso l’obiettivo finale di Israele, ovvero la vittoria. Oggi, tutto questo manca” osserva il giornalista.
Tutto ciò fa capire che Netanyahu è fortemente in difficoltà. Ieri è trapelata la notizia, tramite il sito Ynet, del quotidiano Yediot Ahronot, che almeno tre ministri israeliani – di cui non è stata rivelata l’identità – starebbero considerando la possibilità di rassegnare le dimissioni per obbligare il premier Netanyahu ad assumersi pubblicamente le proprie responsabilità in seguito all’attacco a sorpresa sferrato da Hamas il 7 ottobre. I rapporti tra Netanyahu e Gallant sono sempre più difficili, con il premier che lascia poca libertà di azione a Gallant. Allo stesso modo i ruoli, in questo conflitto, del leader di Unità nazionale, Benny Gantz, e dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, sono finora del tutto irrilevanti.
Ora, la domanda più difficile a cui rispondere è: quanto può resistere, in queste condizioni, Netanyahu, alla guida del Paese?
È chiaro che il leader non è in grado, sotto diversi punti di vista, di gestire questa crisi. L’immagine e la reputazione del primo ministro sono dipese per lunghissimo tempo dalla sua lotta per il mantenimento della sicurezza degli israeliani e dalla promozione della crescita economica. Ora le sue dimissioni vengono chieste a gran voce da parlamentari della Knesset, ma anche dalle famiglie delle vittime dell’attacco di Hamas. Secondo diversi analisti dell’Atlantic Council, think tank americano con sede a Washington, i fallimenti di Netanyahu e il suo isolamento non sono minimamente paragonabili alle sconfitte che il premier ha registrato in passato e che comunque gli hanno garantito il consenso popolare. “È totalmente collassata l’idea di Stato che Netanyahu ha portato avanti per anni. Non è riuscito a dividere e governare i palestinesi, a indebolire l’Anp, a eliminare Hamas, a preparare l’esercito a un attacco del genere. Non è stato neanche in grado di mostrare calore nei confronti delle famiglie che hanno perso i loro cari in questo attacco. Al suo posto lo ha fatto Biden. Questo non può non avere ripercussioni importanti” scrive Ksenia Svetlova.
Ci sono però dei ma, dei grossi ma. Netanyahu ha dimostrato di essere un leader sui generis. Nella sua carriera politica è sempre riuscito a rialzarsi. Come ha ben spiegato in un’intervista ad Huffpost, nei primi giorni dopo la guerra, Meir Litvak, analista israeliano, “Netanyahu non è un leader che riesce ad avere successo nel popolo grazie alle azioni che compie. Per avere successo utilizza le tragedie”. Per rialzarsi da questa grave sconfitta, come spiega Amos Harel, analista di Haaretz, ha come unica possibilità l’operazione di Gaza, che il popolo vuole ancora e che lui sta cercando di preparare al meglio, perché non può fallire. “È la più grande scommessa della carriera di Netanyahu” spiega Harel.
Se Netanyahu è ancora in piedi è anche perché, al momento, non emergono leader forti alle sue spalle. Guardando al gabinetto di guerra, l’ipotesi Gantz è da scartare: ha perso le ultime elezioni nel novembre del 2022. Lo stesso Gallant, che al momento sembra essere l’unico con le qualità e l’esperienza di poter gestire una crisi del genere, è intrappolato, non riesce a far emergere le sue idee a sostegno dell’operazione militare rapida di terra. Non riesce neanche a colloquiare con i partner occidentali che sostengono Israele, in primis Biden, ma anche i leader europei. Mentre Bibi continua ad essere il punto di riferimento per la Casa Bianca e l’Ue. Lo testimoniano i colloqui sempre più fitti sugli ostaggi tra il premier israeliano e Washington. L’ultima telefonata stamane, quando il presidente degli Stati Uniti ha aggiornato il premier israeliano “sul sostegno americano a Israele e sugli sforzi in corso per la deterrenza nella regione, che include nuovi dispiegamenti militari degli Stati Uniti”, ha detto di aver accolto con favore il rilascio di altri due ostaggi da Gaza e ha riaffermato il suo impegno nei confronti degli sforzi in corso per assicurare il rilascio di tutti gli altri ostaggi presi da Hamas. In mattinata c’è stato anche l’incontro tra Netanyahu e il presidente francese Emmanuel Macron, che ha mostrato tutta la sua vicinanza al premier israeliano. “Questa lotta contro il terrorismo è una questione esistenziale per Israele, ma anche per tutti noi. Proprio per quello, e ne abbiamo parlato insieme, servirebbe una coalizione internazionale” ha detto Macron.
Tutto, anche la stabilità di Netanyahu alla guida del Paese, sembra dipendere ancora una volta da come si svolgerà l’operazione a Gaza, da quali frutti raccoglierà. Quel che invece già si può affermare, con discreta sicurezza, è che se anche Netanyahu rimarrà al potere, difficilmente riuscirà a riunire, un giorno, il Paese. Quel Paese che lui stesso ha contribuito a dividere, a polarizzare, per anni e in particolare negli ultimi mesi. Come scrive Bergman, “le case possono essere ricostruite. Ma ricostruire la fiducia del popolo nel futuro è molto più difficile”. È ancora più complesso se quel popolo è Israele, con tutta la storia che si porta dietro.
(da Huffingtonpost)

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