Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
NADIR HA UN LAVORO REGOLARE DA MURATORE: “IL PROBLEMA NON ERANO I SOLDI, MA IL FATTO CHE FOSSIMO STRANIERI”
Nonostante avesse un lavoro, un muratore tunisino non trovava nessuno
che gli concedesse un affitto a Padova. Così Nadir, la moglie Asma e i due figli di 4 anni e 10 mesi erano costretti a vivere in auto.
Oggi grazie all’appello lanciato da alcuni quotidiani locali la famiglia è finalmente riuscita a trovare un alloggio, per il quale pagherà un regolare affitto.
L’offerta è stata fatta da una coppia anonima di padovani che ha deciso di farsi carico dell’acquisto di un’abitazione per darla poi in affitto alla famiglia tunisina. Nel frattempo li ospiterà in casa propria.
“Nessuna famiglia – hanno spiegato i due benefattori – dovrebbe vivere in macchina”. Il calvario sembra così finito per Asma, Nadir e i due bambini.
Lui ha un contratto regolare di lavoro come muratore a tempo indeterminato. Fino a poco tempo fa aveva un alloggio gestito da una cooperativa, ma l’ha dovuto lasciare perché, paradossalmente, il suo reddito era troppo alto.
“Abbiamo sempre pagato con puntualità” aveva raccontato la donna qualche giorno fa. “Mai uno sfratto. Basterebbe anche una stanza con bagno, ma nessuno ci dà la casa perché siamo stranieri”. Asma aveva anche spiegato che potevano permettersi di pagare “anche fino a 700 euro d’affitto, perché mio marito guadagna 1.500 euro al mese”.
Dopo l’appello lanciato dai giornali, nel quale i due genitori sottolineavano che “l’importante è dare un tetto ai bambini”, sono cominciate ad arrivare offerte. Nel frattempo era stata trovata una soluzione in un albergo.
Ieri si è fatta avanti la coppia padovana, che ha offerto ospitalità in regola a Nadir, con un’abitazione che sarà data in affitto. Nel frattempo si era attivata anche la solidarietà della comunità locale e di quella straniera che vive a Padova.
Quando viveva in auto, la famiglia era parcheggiata in un’area condominiale di fronte alla chiesa del quartiere Sacro Cuore, nella zona nord della città euganea, con la disponibilità di un bar gestito da cinesi per i servizi igienici.
In aiuto alla famiglia tunisina si erano mosse altre amministrazioni del padovano, come quella di Montegrotto, e la Fillea Cgil di Padova, assieme agli avvocati di strada, per ottenere la residenza nel Comune di Padova. Poi, d’incanto, la telefonata della coppia padovana: “Venite a vivere da noi da domani. Poi vi compreremo una casa per far crescere i vostri figli al sicuro”.
Nadir e Asma non trovano le parole per esprimere la loro gioia: “Ci viene solo da rivolgere un grazie a queste meravigliose persone”.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
PER CHI VUOLE CAPIRE IN CHE CONDIZIONI SONO COSTRETTI A VIVERE I PALESTINESI A GAZA
Si chiamano Omar e Sara, sono due giovani ragazzi palestinesi e, in questi giorni di guerra, hanno molte più cose in comune. La rabbia, il dolore e la paura sono alcune di queste. Il 7 ottobre 2023 sarà un’altra delle già tante date che marcano l’annosa questione israelo-palestinese, un conflitto cronico mai risolto, nel quale il diritto internazionale e il diritto umanitario sono stati più e più volte violati.
L’attacco compiuto da Hamas in Israele, la cieca e brutale risposta del governo di Netanyahu sulla popolazione palestinese che vive nella striscia di Gaza, una guerra che uccide e ferisce i civili.
A fronte di continue analisi politiche e militari, di notizie scritte e diffuse da media di Paesi terzi, di una comunità internazionale che fa di questo conflitto un dado sul quale puntare la scommessa più alta, dare voce a chi realmente ha vissuto e vive tuttora in un costante senso di pericolo per la propria vita è forse il modo più intellettualmente onesto per provare a capire quello che sta accadendo.
Saranno Omar e Sara a raccontarsi, a descrivere le loro emozioni, a diffondere quei dettagli fondamentali che fanno la differenza tra chi sta dentro e chi sta fuori Gaza.
“Mi chiamo Omar, ho 33 anni e sono nato, cresciuto e vivo ancora a Gaza City. Mio nonno è uno dei tanti rifugiati che, nel 1948, sono stati costretti dall’esercito israeliano a lasciare le loro case. Era della città di Al Mahzaqa. Fu l’inizio della ‘Nakba’, e la mia famiglia rimase a vivere a Gaza”.
Nel 2011 Omar si è laureato alla facoltà di Commercio all’Università di Gaza, sarebbe dovuto diventare un contabile ma la sua passione per la fotografia ha scelto per lui. “Ho imparato a fotografare da solo, senza alcun aiuto e ho iniziato a lavorare come professionista dodici anni fa. Sono riuscito a vincere premi e a pubblicare le mie foto su giornali locali e internazionali”. Racconta Omar, che oggi è sposato e ha due figli, uno di quattro anni e il secondo di soli tre mesi. Parlare con lui in giorni di guerra non è facile, l’elettricità va e viene, i bombardamenti proseguono a raffica, le corse nei rifugi, i beni essenziali che scarseggiano. Tutto questo rende le distanze ancora più grandi. Alla fine Omar riesce a trovare il tempo e il modo per raccontare la sua vita a Gaza, per far conoscere da dentro la realtà delle cose, del prima e del dopo 7 ottobre.
“La mia vita e quella di tutti i cittadini di Gaza è dura da 16 anni, da quando siamo sotto l’assedio israeliano che non consente a nessuno di entrare o uscire dalla Striscia senza un loro permesso ufficiale. Ho conosciuto persone che, in questi anni, hanno perso la vita perché non sono potute uscire per cercare le medicine e per potersi curare. Non c’è lavoro, non c’è futuro per la gente qui, l’assedio ha colpito tutti gli aspetti della vita, le restrizioni sul cibo, sull’acqua, sulle medicine e sul carburante c’erano già da prima. Avevamo a disposizione l’elettricità solo 4 o al massimo 6 ore al giorno. A Gaza stavamo già soffrendo, finora ho vissuto sei guerre qui e tutte sono state difficili, ma questa guerra è la più tragica, la peggiore e la più immorale”. Lo scorso 13 ottobre le autorità israeliane hanno dato ordine di evacuazione a tutti i cittadini di Gaza City spingendoli a recarsi verso sud, così da avere campo libero per un’azione militare di terra. A distanza di quasi una settimana, però, l’invasione di terra non è ancora avvenuta e neppure il sud della Striscia risulta essere un luogo sicuro.
I bombardamenti israeliani sono arrivati anche lì, i palazzi distrutti ci sono anche lì, i morti e i feriti ci sono anche lì. “Insieme alla mia famiglia ci siamo trasferiti a casa dei miei suoceri ma siamo sempre a Gaza, noi non andremo a sud. Nessuna ordinanza ha più valore oramai, nessun luogo è sicuro qui”.
Dall’inizio del conflitto esploso lo scorso 7 ottobre fino al 19 ottobre, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, sono morte 3.785 persone, tra cui 1.524 bambini, almeno 1.000 donne e 11 giornalisti. Le Nazioni Unite denunciano che la metà dei palestinesi a Gaza non ha più una casa. Il numero degli sfollati interni è di un milione, di cui più di 300mila si trovano nelle scuole adibite a rifugio dal UNRWA – Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. L’inasprimento del conflitto e conseguente fuga delle persone verso sud sta causando un sovraffollamento degli spazi nei rifugi, come denunciano le Nazioni Unite. Le scorte di cibo sono limitate, così come i prodotti per l’igiene e l’acqua potabile. La crisi idrica continua a causa dell’impossibilità di far arrivare il carburante necessario per far funzionare le pompe dell’acqua e gli impianti di desalinizzazione. La situazione è ulteriormente aggravata dalla scarsissima disponibilità di acqua sul mercato. I rischi per la salute, in assenza di acqua potabile e le precarie condizioni igienico-sanitarie sono in aumento, comprese le malattie trasmesse dall’acqua inquinata, spesso unica fonte di idratazione, di sopravvivenza. Solo otto (su 22) centri sanitari dell’UNRWA in tre aree diverse (Rafah, Khan Younis e Middle Areas) sono stati in grado di curare le persone con una prima assistenza sanitaria, molti dei pazienti, però, sono in condizioni gravi e hanno urgente bisogno di cure specifiche o di interventi operatori.
“Provo paura, ho tanta paura. Ho paura per i miei figli, per mia moglie, per mio padre e mia madre, per i miei fratelli, per i miei amici, per i miei cari. Ho paura della perdita. Ho paura di morire sotto le macerie e che nessuno possa seppellirmi come si deve. Ho paura di perdere la mia casa in cui ho visto nascere la mia famiglia e costruito molti dei miei sogni. Io e mia moglie l’abbiamo arredata insieme, è la casa dei nostri figli, tutti i ricordi più belli sono custoditi lì”.
Queste sono le parole di Omar alla domanda su quale sia il sentimento che prevale in lui. Poi prosegue nel raccontarsi, vuole descrivere quello che vede, che lo circonda; un contesto umanitario agghiacciante. “Intere famiglie sono state spazzate via a Gaza, Israele sta commettendo crimini di guerra ogni ora, tutto viene preso di mira: civili, bambini, case, giornalisti, personale medico e ambulanze, ospedali, scuole, moschee, chiese. Ci hanno privato dell’acqua, del cibo, delle medicine. Stiamo morendo in diretta, sotto gli occhi di tutti”.
La storia di Sara
Sara ha 29 anni, è palestinese “di Gaza” come tiene a precisare lei. Nata a Berlino nel 1994, ha fatto ritorno a Gaza due anni dopo; “dopo la firma degli accordi di Oslo, io e la mia famiglia pensavamo fosse arrivato il momento di tornare a casa nostra”, racconta. Era il 13 settembre 1993 quando si tenne a Washington, presso la Casa Bianca, la cerimonia ufficiale di ratifica dell’intesa che, dopo mesi di intensi negoziati segreti, era stata raggiunta a Oslo, in Norvegia, il 20 agosto dello stesso anno. Quell’accordo, che prevedeva la nascita del concetto di ‘due Stati, due Popoli’, è rimasto, di fatto, un elenco di parole stese su carta.
Il conflitto israelo-palestinese non si spense neppure in quell’occasione. Le ostilità, le violenze, l’allargamento dello Stato di Israele a danno della popolazione palestinese, tutto questo è proseguito negli anni avvenire, il numero delle vittime e dei feriti nei territori occupati palestinesi e in Israele è cresciuto per ambo le parti.
Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), da dicembre del 2008 – data nella quale Israele lanciò un’offensiva su Gaza in risposta al lancio di alcuni razzi sul suo territorio da parte di miliziani – a febbraio 2023, i morti sono stati 6.226 tra i palestinesi e 289 tra gli israeliani, i feriti hanno raggiunto la cifra di 144.963 per la popolazione palestinese e 6.118 per quella israeliana. A Gaza da giorni manca l’acqua, manca il cibo, mancano le medicine, manca l’elettricità. Il governo israeliano ha imposto il blocco di ogni bene primario a una popolazione già sfinita. Il 64% dei palestinesi è disoccupato, il 40% ha un’età inferiore ai 14 anni, l’età media è di 18 anni.
“Ho vissuto a Gaza fino al quasi completamento dei miei studi universitari”, racconta Sara, “poi nel 2018 mi sono trasferita in Italia, per concludere l’ultima parte del mio percorso di studi all’Università di Siena, mi sono laureata in Scienze Politiche e Internazionali”.
Sara vive a Milano con il marito, un matrimonio celebrato lo scorso agosto, quella è stata l’ultima volta che ha visto la sua famiglia. Oggi sua madre, suo padre, le sue tre sorelle, i sui tre fratelli e i quattro nipoti si trovano tutti a Gaza, sotto i bombardamenti quotidiani che dal 7 ottobre stanno radendo al suolo quel lembo di terra di soli 360 chilometri quadrati, e nel quale vivono circa 2 milioni e 100mila abitanti.
“Provo a chiamarli ogni giorno, più volte al giorno. La paura di non ricevere risposta, di non sentire le loro voci è una costante che non mi lascia mai. Non riesco neppure a uscire di casa, nonostante io mi trovi a Milano e loro lì, nel nostro quartiere di Tal Al-hawa Al-Sinaa Street. Esco solo per manifestare per la mia gente, per raccontare e far aprire gli occhi su quello che succede lì”.
La famiglia di Sara vive da quasi due settimane in un unico appartamento. Si sono accampati nel salone di casa, al primo piano; “Hanno deciso di restare, di non fuggire verso sud come chiesto dalle autorità israeliane. Mio padre mi ha detto: ‘Se dobbiamo morire, moriremo insieme nella nostra casa’”.
In questi anni, Sara è tornata diverse volte nella sua casa a Gaza. Racconta quanto sia complesso raggiungere la sua terra dall’Europa, un viaggio che richiede almeno due giorni di tempo. “Prendevo sempre un volo per l’Egitto, poi da lì un pullman che poteva contenere al massimo quindici persone e impiegava circa 24 ore per arrivare al confine con Gaza, entrando dal valico di Rafah”. Proprio dal valico di Rafah, più volte attraversato da Sara e che dall’inizio del conflitto in atto è rimasto chiuso, sono finalmente passati i primi camion contenenti aiuti umanitari, l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – parla di 20 camion arrivati per la popolazione palestinese di Gaza.
Questo, perlomeno, è stato annunciato dal Presidente americano Biden dopo un colloquio con il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi, lo stesso che più volte, in questi giorni, ha ribadito la non volontà e impossibilità dell’Egitto ad accogliere i palestinesi in fuga.
“Stamattina ho sentito mio papà, mi ha detto che continuano a non dormire. I bombardamenti iniziano alle sette di sera e proseguono fino alle sette del mattino. Stanno razionando l’acqua per fare qualsiasi cosa: lavarsi, cucinare, bere. Vanno a prenderla nelle moschee o se la passano tra vicini. Questa è Gaza, una grande comunità dove tutti aiutano tutti, questo è ciò che ha sempre spaventato il governo di Israele. La nostra forza è questo. Resistere”.
In questo contesto di guerra, è doveroso osservare anche ciò che sta accadendo fuori Gaza, all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. I morti si contano anche lì, così come l’aumento delle proteste agli attacchi israeliani su Gaza e le violenze a danno della popolazione civile palestinese residente nella West Bank.
“La vita dei palestinesi in Cisgiordania è scandita da anni dai controlli nei checkpoint israeliani, sono costantemente sotto controllo, anche sui social. Ovunque”, dice Sara. Al 20 di ottobre, i palestinesi uccisi dalle truppe israeliane o dai coloni sono almeno 75, come riporta il Ministero della Sanità di Gaza. Il rischio di un’escalation sul fronte della Cisgiordania e, dunque, di un allargamento del conflitto, appare sempre più come una possibile ipotesi.
La violenza rappresenta una sfida sia per Israele che per l’Autorità Palestinese (AP), l’unico organo di governo palestinese riconosciuto a livello internazionale, che ha sede a Ramallah, Cisgiordania. L’agenzia di stampa Reuters, sempre in data 20 ottobre, riporta una dichiarazione del portavoce militare israeliano Jonathan Conricus nella quale si accusa Hamas di voler “inglobare Israele in una guerra su due o tre fronti”, compreso il confine libanese e la Cisgiordania. “La minaccia è elevata”, ha dichiarato.
“Mi sento come un genitore che ha paura che possa accadere qualcosa al figlio che si trova fuori casa”, racconta Sara, “questo è ciò che provo ogni giorno pensando alla mia famiglia, ho perso già i contatti con tanti dei miei amici e amiche, non ho idea di come stiano, non so neppure se sono ancora vivi. A Gaza c’è bisogno di libertà, siamo una terra libera ma occupata. Un paradosso che non ha fine. La comunità internazionale si sta accorgendo di noi solo dal 7 ottobre? In che direzione stavano guardando nei 75 anni precedenti?”.
Anche Omar si rivolge alla comunità internazionale, vuole lanciare un appello a tutti i Paesi che ne fanno parte: “Guardate verso di noi, prendete una decisione che ponga fine a questo massacro di civili. Vogliamo solo vivere nella nostra terra in sicurezza, come il resto dei Paesi del mondo. Voglio che i miei figli crescano normalmente, come il resto dei bambini del mondo. Voglio dire alle autorità statali del mondo: fate le vostre ricerche. La popolazione civile di Gaza sta andando incontro alla sua fine per mano di Israele. Amiamo la vita, abbiamo sogni e speranze, amiamo i nostri figli e cerchiamo un futuro dignitoso per loro”. Sara decide di concludere il suo racconto con un’immagine della sua città, quella che più ha impressa nella mente: a Gaza si vede il mare.
(da ilmillimetro.it)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
OLTRE UN QUARTO RISCHIEREBBE DI ESSERE ASSORBITO DA PENSIONI E SANITÀ: PER FAR FRONTE A TUTTI I BISOGNI DI SALUTE E ASSISTENZA SI STIMA UN’INCIDENZA DELLA SPESA SANITARIA SUL PIL PARI AL 9,5%, 2,4 IN PIÙ RISPETTO AL OGGI
Un calo della popolazione italiana a 51 milioni nel 2050 potrebbe
generare una perdita economica di un terzo del Pil.
Ipotizzando i tassi di crescita del Pil al 2050 previsti dal Mef, in uno scenario con circa 8 milioni di italiani in meno, la produttività dovrebbe almeno raddoppiare.
Sono le previsioni del Think Tank “Welfare, Italia”, sostenuto da Unipol e The European House – Ambrosetti.
Oltre un quarto del Pil rischierebbe di essere assorbito da pensioni e sanità.
Infatti se l’Italia mantenesse il tasso di crescita del Pil del periodo 2000-2019, al 2050 il peso della spesa pensionistica toccherebbe il 19%. Inoltre per far fronte a tutti i bisogni di salute e assistenza si stima un’incidenza della spesa sanitaria sul PIL pari al 9,5%, sempre nel 2050, 2,4 punti percentuali in più rispetto al 2022.
Il 75% della spesa sanitaria si concentrerebbe sempre più nella fasce di età superiori ai 60 anni.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2023 Riccardo Fucile
LE TRUPPE DI ZELENSKY SONO AVANZATE A SUD DI BAKHMUT E AD OVEST DELLA REGIONE DI ZAPORIZHZHIA: I FILMATI DI GEOLOCALIZZAZIONE MOSTRANO I SOLDATI DI KIEV A EST DI ANDREEVKA, NELLA REGIONE DI DONETSK
Il gruppo di intelligence ucraino Drg è avanzato vicino a Pidstepny, 20 chilometri a est di Kherson e 3 chilometri dal fiume Dnipro, e ha preso il controllo di un tratto della strada che collega i villaggi di Poima, Cossack Lagery e Krynyk nella regione di Kherson.
Lo mostrano filmati geolocalizzati pubblicati dall’Isw (Institute for the study of war) e lo riferisocno i blogger militari russi, citati dai media ucraini.
Le forze armate ucraine hanno trasferito piccoli gruppi di militari sulle isole del delta del Dnipro e stanno cercando di sfondare nei villaggi di Poima e Pishchanivka.
Nella giornata di ieri le truppe ucraine sono avanzate a sud di Bakhmut e ad ovest della regione di Zaporizhzhia: i filmati di geolocalizzazione mostrano che le forze ucraine sono avanzate a est di Andreevka, 10 chilometri a sud-ovest di Bakhmut, e hanno ottenuto un parziale successo a ovest di Robotyne (nel distretto di Zaporizhzhia).
Lo Stato maggiore ucraino, citato dai media nazionali, ha reso noto che nelle ultime 24 ore l’esercito russo ha perso 800 soldati, portando così – secondo Kiev – a 296.310 il numero totale di miliari russi uccisi nel conflitto. Distrutti 44 sistemi di artiglieria e 28 cannoni, ha aggiunto l’esercito.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2023 Riccardo Fucile
LA STROMBAZZATA RIFORMA DELLE INTERCETTAZIONI E LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE SONO FINITE IN FONDO ALL’AGENDA DELLA DUCETTA… MENTRE L’ISPEZIONE DISCILIPLINARE DECISA PER IL CASO ARTEM USS È RIUSCITA A FAR INCAZZARE ALLO STESSO TEMPO MAGISTRATI E AVVOCATI
La notizia non è tanto che anche il governo Meloni sia entrato in
rotta di collisione con la magistratura, destino condiviso praticamente con tutti gli esecutivi della Repubblica, ma che sia riuscito a mettere d’accordo per una volta magistratura e avvocati su alcune pessime iniziative del Guardasigilli Nordio.
Ci si riferisce in particolare al caso Artem Uss, l’imprenditore russo sospettato di spionaggio dagli americani e fuggito dall’Italia nell’aprile scorso dopo la decisione del tribunale di Milano di metterlo ai domiciliari.
Decisione compiutamente motivata e dunque “intangibile”. Ma non per l’attuale esecutivo che invece, con un’iniziativa senza precedenti, ha spedito degli ispettori per un’inchiesta disciplinare conclusasi, come era ovvio, nel nulla. È stata però la prima volta che un ministro ha tentato un intervento a gamba tesa su una sentenza (garantista) facendo sollevare le camere penali di tutt’Italia prima ancora dell’Anm: uniti nella lotta per ribadire l’indipendenza della magistratura
Un “vizietto” che si è ripetuto con il pesante affondo della Premier sulla giudice di Catania, Apostolico, rea di aver applicato la giurisprudenza della Cassazione e della Corte Costituzionale in tema di libertà personali, anche di extracomunitari.
In compenso sono svanite nel nulla la riforma delle intercettazioni, la separazione delle carriere e la discrezionalità dell’azione penale, relegate in fondo all’agenda Meloni. Con il ministro Nordio partito garantista e finito giustizialista. È la giustizia sovranista, tutta chiacchiere e distintivo. Voto: 4.
(da La Stampa)
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Ottobre 24th, 2023 Riccardo Fucile
“NON SO COSA RESTERA'”
La guerra distrugge e rade al suolo: vite e palazzi, certo, ma anche, persino più in profondità, l’immagine dell’Altro, ridotto nella percezione di chi subisce razzi, bombe o attentati a nient’altro che «il massacratore». Un nemico monolite indistinguibile, da combattere con ogni mezzo. È la dinamica di molti conflitti, e quello riesploso da 17 giorni tra israeliani e palestinesi non fa eccezione. Anzi, lo eleva all’ennesima potenza.
Lo conferma la voce che risponde via Whatsapp di Iyad Alasttal, regista e documentarista palestinese nato e cresciuto a Khan Yunis, dove è tornato dopo gli studi in Francia per vivere e raccontare la sua terra.
Un racconto di drammatica sofferenza sotto i pesanti bombardamenti che Israele sgancia quotidianamente sulla Striscia dal giorno in cui terroristi di Hamas hanno invaso il suo territorio facendo strage di circa 1.400 persone. E di fili di speranza mescolati con un odio per la parte avversa che si fa sempre più profondo e inguaribile.
«Viviamo sotto l’embargo israeliano da quasi 17 anni, ma dal 9-10 ottobre siamo sotto assedio completo», racconta Iyad al telefono, confermando la disastrosa situazione umanitaria: «Non c’è acqua né gas, né benzina o medicine. Dopo due settimane di guerra la comunità internazionale ha sventolato come un successo l’accordo negoziato per far entrare 20 camion al giorno di aiuti. Ma qui le stime reali sono che ci sia bisogno di 3-400 camion al giorno di cibo, gas, benzina, farmaci».
Sfollati e aiuti: che succede nel sud della Striscia
Khan Yunis, dove Iyad vive oggi con moglie e tre figlie, si trova nella parte sud della Striscia, a una decina di chilometri da Rafah, il valico di confine con l’Egitto da cui entrano alla spicciolata gli aiuti ed escono nei fin qui rari casi d’intesa gli ostaggi fatti prigionieri dagli islamisti (4 su 222). Una zona meno colpita dai raid israeliani nelle precedenti guerre con Hamas (2009, 2014, 2021), ma che in questi giorni non è risparmiata dal duro contrattacco aereo dell’Idf.
«La situazione è pericolosissima in tutta la Striscia», racconta Iyad: «Sentiamo i colpi dell’esercito israeliano in continuazione, giorno e notte, anche qui al Sud». Il regista racconta di aver perso dall’inizio delle nuove ostilità 60 persone della sua famiglia allargata, e ogni giorno porta nuovi lutti. «Non ci sono luoghi sicuri», dice.
La parte meridionale della Striscia è quella verso cui da settimane Israele ha sollecitato i civili della zona nord a defluire, in vista della massiccia operazione contro i terroristi di Hamas – di cui pure la parte terrestre pare al momento rinviata.
L’Onu parla di circa 1,4 milioni di sfollati interni alla Striscia in cerca di riparo: «Sì, qui a Khan Yunis arrivano famiglie ogni giorno. Vengono ospitati soprattutto in scuole e ospedali, ma le condizioni di vita sono pessime: si ritrovano a dover dormire anche dieci famiglie in ogni classe di scuola, senza lenzuola, acqua, cibo. E sull’intero piano c’è una sola toilette».
Ad alleviare le difficoltà dei rifugiati interni, testimonia il documentarista, è la risposta spontanea dei locali. «C’è grande solidarietà. La gente di qui, di Rafah o di Khan Yunis, condivide tutto. Sa di vivere la stessa situazione e si fa la stessa domanda: se sfuggiremo alla morte dagli attacchi israeliani sopravviveremo senza cibo e medicine?».
Restare o partire
Da ragazzo Iyad ha lasciato Khan Yunis per approdare in Corsica, dove ha studiato cinema grazie a una borsa di studio. Ma ha scelto poi di tornare a casa per raccontare, ci dice, «la vita quotidiana a Gaza: gli artisti, le donne, gli sportivi, i disabili, tutto ciò che non si vede nel racconto dei media».
Il suo progetto si chiama, o si chiamava, Gaza Stories. «Ora però non so più cosa potrò mostrare della vita quotidiana di Gaza». In Francia Iyad ha tuttora amici e connessioni, anche professionali, e un visto Schengen tuttora valido. Inevitabile chiedergli se di fronte alla nuova guerra e allo sfacelo di cui si è fatto testimone nei giorni scorsi anche per il Nouvel Observateur non stia pensando di lasciare Gaza. La domanda è per lui lacerante. «Vivo nell’incertezza sin dalla prima guerra contro la Striscia. Vorrei far crescere le mie figlie nella nostra cultura, nel nostro posto. Ma allo stesso tempo vorrei farle crescere in un ambiente stabile e sicuro per il loro futuro».
Ma al momento, tutto sommato, prevale il primo intento: «Anche quand’ero da solo in Francia non ero mai contento, sapendo che i miei cari soffrivano quaggiù mentre passeggiavo per i bei quartieri di Parigi in tutta sicurezza. Preferisco morire a casa mia piuttosto che vivere in una falsa serenità in Europa».
Poi si adira: «È l’occupazione israeliana che stravolge le nostre vite, i responsabili dovrebbe finire di fonte alla giustizia internazionale». Conclusione, per sé e la sua famiglia: «Vorrei solo poter vivere in pace e sicurezza qui a Gaza».
Le responsabilità di Hamas e l’orizzonte con Israele
Già, la pace. Ma a cosa pensa esattamente oggi un cittadino palestinese come Iyad quando pronuncia quella parola? Alla possibilità di vivere un giorno in pace accanto a Israele? Ci pensa bene, il regista di Khan Yunis, poi risponde con una metafora: «Due montagne non s’incontrano mai. Loro vogliono prendersi tutta la Palestina, noi vogliamo la liberazione dei prigionieri e il diritto di ritorno», scandisce. «Dobbiamo resistere con tutti i mezzi», chiosa.
In quel tutti ci sono anche gli assassini indiscriminati, stupri, torture e rapimenti scatenati da Hamas 17 giorni fa? Iyad è a disagio, vorrebbe non rispondere. Ma lo fa: «Io resisto con la mia forma di resistenza personale – il cinema. Altri con altre forme. I francesi durante la Seconda guerra mondiale non accoglievano certo gli occupanti tedeschi con corone di fiori no?». Vale tutto, dunque, perfino nascondersi come fanno quotidianamente i tagliagole di Hamas dentro chiese, moschee e ospedali, trasformando i civili palestinesi in scudi umani? «Non difendo quel partito politico – concede Iyad – ma subiamo tutti la stessa cosa: è l’occupazione israeliana a non fare distinzione tra civili e “resistenti armati”. Vogliono ripulire tutto, e cacciarci da questa terra».
(da Open)
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Ottobre 24th, 2023 Riccardo Fucile
LA STRISCIA QUOTIDIANA DI RETE4 NON RISENTE DELL’AUTOSOSPENSIONE DEL SUO CONDUTTORE
Continua l’assenza di Andrea Giambruno dalla conduzione di Diario
del giorno, anche oggi 24 ottobre portava avanti dalla giornalista Manuela Boselli.
Dopo la pubblicazione dei fuorionda da parte di Striscia la notizia, lo scorso venerdì il giornalista Mediaset si era autosospeso per una settimana. Su di lui pende la valutazione dell’azienda, che secondo indiscrezioni a breve potrebbe decidere sul suo futuro.
Secondo quanto emerso dai quotidiani in edicola oggi, il desiderio di Giambruno è di tornare in video il prima possibile. Un modo per ripartire provando a spegnere le polemiche e lasciandosi tutto alle spalle.
Ma le ipotesi sul suo destino professionale non escludono per lui anche un ruolo dietro le quinte. Altro scenario sarebbe quello del ritorno alla conduzione di un telegiornale, dopo che in passato era stato mezzobusto di Studio Aperto su Italia 1.
Nel frattempo gli ascolti non sembrano aver risentito dell’assenza del suo conduttore. Diario del giorno nelle mani dei colleghi di Giambruno ha mantenuto i livelli precedenti alla vicenda dei fuorionda, oltre alla rottura del rapporto con Giorgia Meloni.
La puntata del 23 ottobre condotta da Boselli ha ottenuto 446mila spettatori, con il 5,36% di share. Alla vigilia del fuorionda sfornati da Antonio Ricci, la trasmissione aveva 477mila spettatori, con il 5,2% di share.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2023 Riccardo Fucile
MASSA E’ IL POPULISMO PROGRESSISTA, MILEI EP IL POLULISMO DI MERCATO
Ancora una volta i sondaggi non hanno fotografato una situazione che è cambiata radicalmente negli ultimi 10 giorni della campagna elettorale. Il risultato del primo turno in argentina ha dell’incredibile soltanto se analizzato con gli occhi di un anno fa.
Nel frattempo l’opposizione di centrodestra si è lacerata per scegliere il candidato, con le due anime, quella liberale e quella radicale in lotta, mentre emergeva la figura bizzarra di Javier Milei, l’anarco-liberista che prometteva guerra alla casta e dollarizzazione dell’economia.
Ma il dato meno analizzato è stato il passaggio a ministro dell’Economia di Sergio Massa nel luglio del 2022. Senza nessuna competenza in materia, l’avvocato Massa riuscì però nel suo piano di creare le condizioni per diventare candidato del peronismo contro il volere della stessa Cristina Kirchner. La sua arma è stata l’erogazione a pioggia di soldi, sovvenzioni, esenzioni fiscali e sanatorie. Tutto a debito, tutto a discapito della lotta all’inflazione che quest’anno ha toccato il 143%, senza nessuna incidenza sulla povertà, ormai attestata sulla soglia del 45% della popolazione. Soldi facili e subito. E nel paese dove quasi metà della popolazione dipende dallo Stato, sia come lavoratore, come pensionato o come percettore di aiuti, la campagna mediatica che puntava sulla paura che il candidato Milei togliesse questa pioggia di soldi è funzionata alla grande, anche perché Milei stesso confermava di volerlo fare.
Nel ballotaggio del 19 novembre si scontreranno quindi le due facce della stessa moneta, la sintesi dei populismi latinoamericani. Massa è il populismo progressista sulla carta, ma causa di povertà e inflazione e Milei il populismo di mercato, che ragiona su una società ideale molto lontana dalla realtà. Il populismo di chi dice con me sarai sempre povero ma ti darò una mano e quello di chi dice, ti devi arrangiare da solo perché soltanto nel libero mercato ti puoi realizzare.
Sono posizioni estreme su temi universali che non trovano ovviamente un sintesi in paesi come l’Argentina che avrebbe invece bisogno di normalità. Per i moderati, la scelta da fare a novembre è ardua perché l’offerta è appunto radicale, ma anche per i progressisti o per i liberali che devono turarsi il naso e votare uno dei due candidati che agitano bandiere della destra o della sinistra senza però farne parte a pieno titolo. Si è sempre pensato che l’America latina fosse un laboratorio politico per l’Occidente, e se questo è vero, l’Argentina è il laboratorio dello scienziato pazzo, dove vengono preparate strane pozioni colorate e spumeggianti belle da vedersi, ma che alla fine non cambiano la realtà né guariscono nessuno.
(da Huffingtonpost)
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Ottobre 24th, 2023 Riccardo Fucile
KEIR STARMER PROMETTE DI SOSTENERE INFRASTRUTTURE STRATEGICHE, RISANARE IL SISTEMA SANITARIO E COSTRUIRE 1,5 MILIONI DI CASE
La recente netta vittoria dei laburisti inglesi ai danni dei tories in due
storici collegi elettorali, Mid Bedfordshire, nell’est dell’Inghilterra dove i residenti sono tra i più ricchi della media del Regno Unito – feudo dei conservatori ininterrottamente dal 1931 – e quello di Tamworth, poco fuori Birmingham, bacino elettorale degli eredi della Thatcher sin dal 1996 quando venne istituito, sono la dimostrazione che la scelta di puntare su sir Keir Starmer alla guida del partito è sicuramente quella vincente.
Qualcuno dirà che sono solo elezioni suppletive, ma ormai è evidente che i Tory stanno consegnando, dopo la storica vittoria del 2019 di Boris Johnson che conquistò 365 seggi (l’asticella della maggioranza assoluta era a 326, 80 in più dei laburisti), su un piatto d’argento il prossimo governo ai laburisti.
A confermarlo non sono solo i sondaggi. Il partito conservatore in questi anni ha sbagliato tutto, o quasi: dalla gestione della tanto voluta Brexit, travolto dagli scandali dello stesso Johnson, dall’instabilità finanziaria sui mercati provocata dalle continue incertezze della premier Liz Truss, dalle lotte intestine. E poi come si fa a cambiare tre governi in una sola estate e cinque in pochi anni senza pensare di incrinare il rapporto, la sintonia con i cittadini di re Carlo III.
Alle prossime elezioni previste per la fine del 2024 e le prime settimane del 2025 ed a qual punto dopo quasi 15 anni d’opposizione e quattro sconfitte elettorali consecutive (2010, 2015, 2017, 2019) possiamo tranquillamente supporre che, se non ci saranno imprevisti, i laburisti torneranno al potere.
Stabilmente avanti nelle intenzioni di voto di 18/20 punti sui Tory. Il sistema elettorale a turno unico non dovrebbe fare brutti scherzi, anche se le insidie non mancano. Nelle proiezioni per circoscrizione mancherebbero, secondo gli analisti, ancora 30 seggi per la maggioranza assoluta. Comunque, nel caso dovesse servire un governo di coalizione, che Starmer preferirebbe evitare, i liberaldemocratici sarebbero ben disponibili all’ingresso.
Come e con quali idee i laburisti si presenteranno in campagna elettorale?
Starmer guida il partito dal 2020 dopo la peggiore sconfitta del Labour da 84 anni, imputabile alla leadership di Jeremy Corbyn, ritenuto da gran parte degli inglesi troppo estremista e fautore di un programma di rinazionalizzazione inattuabile in un economia di mercato. Sir Starmer ha messo all’angolo l’ala più estremista della gestione Corbyn, estirpato l’antisemitismo, spostato al centro la barra del partito, riprendendo a parlare con le imprese. E allo stesso tempo si è presentato al pubblico come colui che è in grado di riprendere la crescita e gestire le finanze pubbliche, “totalmente nell’interesse dei lavoratori”. Un messaggio rivolto anche alla sinistra del partito preoccupata che le politiche del Labour non prendano la deriva solo degli interessi del business. Oggi i laburisti di Starmer, che “antepongono il Paese al partito”, sono nettamente al fianco della NATO, sostengono senza se e senza ma l’Ucraina, sono uniti nella condanna delle violenze di Hamas. Siamo in presenza di una politica che si ispira a quella di Blair e non è un caso se vicino a lui siedano alcuni dei consiglieri di allora, tra tutti Peter Mandelson, lo spin doctor del New Labour.
L’ultimo passaggio per chiudere il cerchio Starmer l’ha fatto qualche settimana fa nel consueto appuntamento annuale che i laburisti tengono a Liverpool, scaldando i motori prima del voto politico. Al Congresso ha di fatto confermato la linea “centrista” della sua azione politica. Anche con qualche contraddizione per chi si candida alla guida di una grande potenza del G7: come sulle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.
A Liverpool non ci sono state proposte dirompenti o toni accesi, nessuna riforma radicale sul tavolo. Con il titolo del manifesto “riprendiamoci il futuro” Starmer ha ribadito la visione seguita sino ad oggi, con l’ambizione di riconciliare il Labour con la classe lavoratrice come avvenne nel 1945 quando si trattò di costruire una nuova Gran Bretagna dopo le macerie della Seconda Guerra Mondiale, oppure nel ‘64, quando l’obiettivo fu quello di modernizzare un’economia lasciata indietro dal ritmo della tecnologia, ed infine nel ‘97, quando si rimise in piedi lo stato sociale. Oggi, ha detto Starmer, tra gli applausi dei delegati, dobbiamo essere in grado di fare tutte e tre le cose. “Più tempo, più energia, più possibilità di vita. Abbiamo bisogno della capacità di guardare avanti, di andare avanti, senza ansie. Ecco cosa significa riprenderci il nostro futuro”, queste le sue parole.
I punti chiave del suo programma sono: sostenere i progetti in infrastrutture strategiche attraverso un fondo nazionale e la partnership pubblico-privato; risanare, dopo i violenti tagli dei governi conservatori, il sistema sanitario nazionale (NHS); modificare il regime fiscale privilegiato per gli stranieri residenti ma “non domiciliati”; costruire 1,5 milioni di case; riformare le norme sul lavoro ritenute troppo flessibili, con l’abolizione dei contratti a zero ore e l’aumento del salario minimo; rilanciare l’economia verde e gli investimenti in energia rinnovabile. Qui Starmer, tuttavia, è meno incisivo e il suo programma ha qualche falla, anche se gioca facile dopo le ultime uscite del premier conservatore Rishi Sunak, che a chiare lettere ha adottato l’idea che bisogna frenare e non accelerare la riconversione verde.
Per il leader laburista invece l’energia pulita dovrà costare meno di importare i combustibili fossili. Come? Raddoppiando l’eolico terrestre, triplicando l’energia solare, quadruplicando l’eolico offshore. Investendo nel nucleare, idrogeno, nella cattura del carbonio e nell’energia delle maree. E nello stesso tempo rassicurando i lavoratori del settore petrolifero e del gas che i giacimenti saranno sfruttati per decenni a venire, sino ad esaurimento. La società pubblica Great British Energy avrà il compito di trovare le risorse e gestire gli investimenti. Nel complesso una spinta ambientalista minimale, in particolare se guardiamo e la paragoniamo al piano USA di Biden per la lotta ai cambiamenti climatici. Un pò poco, troppo poco difronte alle grandi sfide che attendono il Pianeta. Quindici anni fa il Regno approvò un’importante legge sul cambiamento climatico, un faro. Pionieristico se si pensa che allora l’opinione pubblica era meno attenta e interessata di oggi. A Liverpool è mancata questa lungimiranza, ma ha prevalso la realpolitik.
(da Huffingtonpost)
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