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LA PROMESSA DI HAFTAR A PUTIN, UNA BASE NAVALE RUSSA IN LIBIA A TOBRUK PER SPIARE L’EUROPA A DUE PASSI DALL’ITALIA

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

I RUSSI DARANNO SISTEMI AEREI AL GENERALE LIBICO IN CAMBIO I RUSSI SARANNO OSPITATI NELLE BASI LIBICHE

Alla fine di settembre il generale ribelle libico Khalifa Haftar, le cui forze dominano la Libia orientale, si recò a Mosca dal suo mandante Vladimir Putin. Era il primo incontro tra i due dal 2019. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov confermò l’incontro dichiarando che i due avevano «discusso della situazione in Libia e della regione nel suo complesso». ma in realtà molto di più serio bolliva nel pentolone.
Haftar arrivava a Mosca dopo una serie di colloqui avvenuti in Libia con il vice ministro della Difesa russo Yunus-Bek Yevkurov – incaricato da Putin di comandare l’integrazione del Gruppo Wagner negli apparati ufficiali russi, dopo l’assassinio di Evgheny Prigozhin. Yevkurov era stato più volte regolarmente in Libia orientale negli ultimi anni, l’ultima il 17 settembre, quando fu ricevuto da Haftar pochi giorni dopo l’alluvione che spazzò via gran parte della città costiera di Derna, uccidendo migliaia di persone e facendo migliaia di dispersi. D’altra parte, il fallito assalto di Haftar nel 2019 alla sede del governo di Tripoli (governo legittimo per l’Onu) si era affidato in buona parte sui mercenari wagneriani. Che però non riuscirono a superare le forze armate di Tripoli, sostenute dalla Turchia. Perché i due si stavano vedendo così spesso?
Ora emerge una delle risposte più credibili, e uno dei contraccambi di questa relazione: secondo fonti di Bloomberg, la Russia sta progettando di stabilire una base navale nella parte orientale della Libia, che le darebbe la possibilità di avere un presidio militare al confine meridionale dell’Europa, a anche di spiare sull’intera Unione Europea, cosa tecnicamente possibile da lì. L’accordo sarebbe, appunto, stato preso da Haftar e Putin a Mosca, in quell’incontro di fine settembre.
Haftar, che controlla molti dei principali impianti petroliferi della Libia, un Paese che ha il 40% delle riserve petrolifere dell’Africa, ha a sua volta bisogno di sistemi di difesa aerea (di cui lo stesso Gruppo Wagner disponeva) per difendersi da Tripoli, che è sostenuta dai turchi.
Ma al generale servono anche addestramento per piloti e per forze speciali. E questo può ben essere offerto sia da Wagner sia dai servizi militari di Mosca. I russi in cambio potrebbero essere ospitati in diverse basi libiche.
Un nodo cruciale dell’incontro – e certamente una delle preoccupazioni delle intelligence occidentali che hanno il dossier sul tavolo – è che navi da guerra russe potrebbero anche ottenere diritti di ormeggio permanenti in uno dei porti libici, si pensa sia Tobruk, che è nel cuore del Mediterraneo vicinissimo, all’Italia e alla Grecia. Che infatti non dormono sonni del tutto tranquilli, su questo.
Al momento la Russia ha una sola base nel Mediterraneo, ma troppo distante, a Tartus, in Siria. Tobruk è messa infinitamente meglio, geograficamente. Almeno se l’obiettivo è l’Europa. La trattativa in uno stato avanzato, al punto che l’ex inviato degli Stati Uniti in Libia, Jonathan Winer, ha dichiarato che è presa «molto seriamente» da Washington: «Tenere la Russia fuori dal Mediterraneo è stato un obiettivo strategico fondamentale: se la Russia riesce ad avere dei porti lì, ha la possibilità di spiare l’intera Unione Europea».
Mosca poi sta da tempo cercando anche di impiantare una base navale anche sul Mar Rosso in Sudan, per avere accesso facile al Canale di Suez, la Penisola Arabica e l’oceano indiano. E, come La Stampa ha raccontato, sta affidando questo pacchetto africano a una coppia inquietante, composta da Yekurov, appunto, e da Andrey Averyanov, il capo dell’unità clandestina 29155 del Gru, ritenuta responsabile di avvelenamenti col novichok (gli Skripal) in giro per l’Europa, e diversi attentati e operazioni di destabilizzazione.dalla Bulgaria al Montenegro. Non casualmente, l’unità aveva operativi che entravano e uscivano con una certa facilità dall’Italia (aeroporto di Milano, in particolare, compresi gli avvelenatori di Skripal). Non sarebbe esattamente rassicurante averli insediati stabilmente, con navi da guerra a disposizione, in Libia.
Wagner si appresta dunque a diventare – ancora di più – una costola ufficiale dei servizi russi e delle operazioni estere del Cremlino. Mentre, secondo quanto ha ricostruito il Wall Street Journal, Putin ha costruito un nuovo sistema per integrare e sostituire militarmente Wagner con altre due compagnie militari private, Redut e Convoy, che sarebbero finanziate rispettivamente dagli amici del presidente Gennady Timchenko e Arkady Rotenberg.
(da la Stampa)

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OLIO, PASTA E CAFFE’: NEL 2024 RINCARI FINO AL 70%

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

DALLE GUERRE AL CLIMA IMPAZZITO, SALE IL PREZZO DEL GAS

Gli effetti della crisi mediorientale, con la guerra Israele-Hamas, si stanno facendo già sentire sul prezzo del gas, quotato mediamente in ottobre a circa 43 euro a megawattora contro i 36 di settembre. Con il risultato di un prevedibile rincaro delle bollette a carico delle famiglie che tuttora usufruiscono del mercato tutelato. Ma non saranno solo le guerre – da Gaza a Ucraina e Russia – a fare impazzire il costo delle materie prime agricole nel 2024. Eventi metereologici estremi e siccità, dopo aver lasciato il segno quest’anno, continueranno a tenere in forte tensione i prezzi dei principali generi alimentari, come anticipa Aretè, società di ricerca e analisi sull’andamento dell’agrifood. “Il prossimo anno – spiega Enrica Gentile, amministratore delegato di Aretè -, in alcuni mercati caratterizzati da scorte molto basse e da condizioni meteo negative, seppure senza molti grandi balzi i prezzi continueranno ad essere molto elevati”.
Olio d’oliva, frumento duro per la pasta, cacao, olio di girasole, caffè della varietà robusta: saranno caratterizzati da una volatilità delle quotazioni senza precedenti.
“Tutto questo al netto di una deflagrazione dei conflitti – prosegue Gentile -. Se la situazione in Medio Oriente dovesse aggravarsi con un allargamento del conflitto, allora tutto cambierebbe, con pesanti ricadute sull’economia generale, a partire dal costo del petrolio”.
Sull’olio di girasole, di cui l’Ucraina è un grande produttore, incombono varie incognite. Il prezzo schizzato alle stelle tra l’anno scorso e quest’anno – impennata che ha trascinato tutti gli altri olii vegetali – potrebbe stabilizzarsi.
Ma il condizionale è d’obbligo, perché in molti casi non sono state ricostituite le scorte. Con l’aggravante che il fenomeno climatico di El Nino – che provoca periodicamente un surriscaldamento dell’oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale – potrebbe abbattersi sulla produzione di olio di palma, provocando forti contraccolpi sul comparto. C’è poi la questione dell’olio di oliva, che quest’anno ha superato la soglia dei 9 mila euro a tonnellata sulla piazza di Milano, con un balzo di quasi il 70% in dodici mesi. Record che si deve alla siccità che ha colpito la Spagna, principale produttore in Europa (oltre il 50% in meno).
E la prolungata assenza di pioggia sta minacciando anche la nuova campagna di raccolta: “Anche in questo caso – dice Gentile -, le scorte non sono state ricostituite e con la forte carenza di prodotto, anche per il prossimo anno il prezzo non diminuirà”.
Con i granai di frumento duro vuoti, dopo la grave siccità che ha colpito il Canada (primo produttore al mondo), il prezzo della pasta continuerà a mantenersi alto: in Europa, infatti, l’abbondanza di importazioni da Turchia e Russia non riuscirà a compensare il crollo della produzione canadese. Saranno ancora gli eventi metereologici estremi a tenere in scacco il cacao (il costo della fava di cacao in un anno è a +62%), con un mercato in forte subbuglio per i problemi meteo nei Paesi che ne sono forti produttori, prevalentemente in Sudamerica e in Africa.
Non ci sarà tregua, l’anno prossimo, neanche per i legumi: impossibile tornare ai prezzi del 2021, sempre per le scorte esigue. Così come sarà quasi impossibile tenere sotto controllo il prezzo del pomodoro, arrivato a quotazioni record nella campagna 2022-2023: troppe criticità per piogge intense e grandine.
Mai così volatili, nel 2024, i prezzi delle uova: il mercato paga l’epidemia di aviaria dello scorso anno: previsti balzi e cali del prezzo. E pure dal caffè non arrivano segnali incoraggianti, con il prezzo record della varietà robusta per il calo dell’offerta da aree produttive come il Vietnam e l’Indonesia. Di buone notizie c’è solo lo zucchero: il prezzo – dopo i picchi del 2023 – dovrebbe arretrare.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PENSIONI: ASSEGNI SOCIALI, INVALIDITA’, INTEGRATE AL MINIMO

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

ECCO CHI NE APPROFITTA

Il principio è noto e antico: con i contributi del mio lavoro oggi pago chi sta prendendo la pensione, e domani ci dovrà essere qualcuno che lo farà per me. Se questo equilibrio si spezza, le casse dell’Inps e degli altri enti previdenziali saltano (vedi Dataroom del gennaio 2022 qui).
L’attenzione dei governi è concentrata su come far reggere sul lungo periodo il sistema previdenziale che lega a doppio filo il numero di lavoratori a quello dei pensionati, considerando anche che non tutti i cittadini hanno la garanzia di un lavoro per almeno 40 anni.
E a livello Paese chi è in difficoltà deve essere aiutato da chi sta meglio. Ma dove si collocano i margini di questo «equilibrio»?
Da sempre i ragionamenti sono basati sui dati nazionali nel loro complesso. Invece l’ultima analisi del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali di Alberto Brambilla (sul 2021) dal titolo «La Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale italiano», e che Dataroom ha potuto leggere in anteprima, sposta lo sguardo andando a vedere come stanno le cose dentro le singole Regioni. I risultati mostrano una radiografia impietosa. Vediamo perché.
I numeri del lotto
Ci risiamo: nuova legge di Bilancio, ennesima discussione(per ora solo annunciato) sulle regole per andare in pensione. Ormai è un po’ come dare i numeri del lotto con i cittadini che da anni in Italia non hanno nemmeno la possibilità di fare progetti per la propria vecchiaia: la legge Fornero scattata a gennaio 2012 (qui il provvedimento, art. 24) innalza l’età per la pensione di vecchiaia da 65 a 67 anni, e pone come requisiti per la pensione anticipata 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne (fino ad allora bastavano 35/36 anni, a patto di avere compiuto i 60/61 anni, «Quota 96»); nel gennaio 2019 il Conte I prevede la possibilità di andare in pensione a 62 anni e con almeno 38 anni di contributi («Quota 100», qui il provvedimento); poi dal 2022 il governo Draghi introduce «Quota 102»: 64 anni e 38 di contributi (qui il provvedimento, art. 1 comma 87); con la legge di Bilancio 2023 del governo Meloni i criteri cambiano di nuovo, e spunta «Quota 103» che riporta l’età per la pensione anticipata a 62 anni, ma stavolta con 41 di contributi (qui il provvedimento, art. 1 comma 283). Della scorse settimana il dibattito su «Quota 104»(63 anni e 41 di contributi) poi saltata su pressing della Lega. Ora l’ipotesi è di nuovo «Quota 103» ma con l’introduzione di un tetto all’assegno. Ancora una volta, dunque, si affronta il problema pensioni come se fossimo un Paese omogeneo dove a Milano e a Napoli ci sono le stesse opportunità, dove le problematiche della Calabria sono assimilabili a quelle delle Marche. In pratica ogni volta che si riforma il sistema per garantirne la sostenibilità di medio-lungo termine, si tira dritto senza mai andare a vedere cosa succede Regione per Regione.
La bilancia in equilibrio
Immaginiamoci, invece, una bilancia: su un piatto ci sono i contributi versati da lavoratori e datori di lavoro, dall’altro la spesa per le pensioni. La bilancia sta in equilibrio, secondo dati ormai consolidati, se il tasso di copertura è almeno del 75%: spendo 100, incasso 75, e al momento sui numeri generali lo è. Oggi il totale dei contributi versati all’Inps e alle altre casse previdenziali ammontano a 200,3 miliardi, le uscite per pagare le pensioni a 248,99 miliardi (ultimi dati disponibili, 2021). C’è un buco da 48,68 miliardi. Vuol dire che il tasso di copertura nazionale è pari all’80,45%. Ma se si guardiamo dentro le singole Regioni tutto cambia. Ecco come.
Le Regioni virtuose e quelle no
Il tasso di copertura è del 75% solo in 9 Regioni che sono: Trentino-Alto Adige (unica regione pienamente autosufficiente, 103%); Lombardia (99%), Veneto (93%), Lazio (90%), Emilia-Romagna (87%), Friuli -Venezia Giulia (78%), Valle d’Aosta e Toscana (76%) e Marche (75%). In Calabria il tasso di copertura è del 50%: ci sono entrate per 3,1 miliardi e uscite per 6,3; in Molise del 57%: ci sono entrate per 648 milioni e uscite per 1,1 miliardi; in Puglia del 60%: ci sono entrate per 8,2 miliardi e uscite per 13,6; in Sicilia del 61%: ci sono entrate per 8,9 miliardi e uscite per 14,5. E la lista continua: Basilicata 62%; Sardegna 63%; Liguria 65%; Umbria 66%; Campania e Abruzzo 68%; Piemonte 73%
Cosa c’è dietro i buchi
Andiamo a scoprire adesso cosa c’è dietro i buchi. E ci concentriamo su tre voci su tutte. La prima: le pensioni integrate al minimo che sono 2,5 milioni con una spesa di 6,4 miliardi. Sono quelle che scattano quando abbiamo versato contributi per almeno 15-20 anni (come prevede la legge per prendere la pensione), ma che non raggiungono il minimo per avere una pensione da 563,74 euro al mese (nel 2021, anno di riferimento dei dati, il valore è di 515,58 euro). La differenza ci viene integrata. Al Nord, dove vivono quasi 27,5 milioni di persone, ce ne sono poco più di un milione: vuol dire una ogni 26 abitanti, con 2,9 miliardi di spesa. Al Centro, dove abitano in quasi 11,8 milioni, ce ne sono 484.438: l’incidenza è di una ogni 24 abitanti per un totale di 1,2 miliardi di spesa. Nelle Marche una ogni 18 abitanti e in Umbria una ogni 19. Al Sud le pensioni integrate al minimo sono 966.116 con oltre 19,9 milioni di abitanti: una ogni 21 abitanti con una spesa totale di 2,3 miliardi. In Molise una ogni 13 abitanti, in Basilicata una ogni 15, in Calabria una ogni 17 e in Sardegna una ogni 19.
Contributi insufficienti
La seconda: gli assegni sociali che sono 816.701 per quasi 5 miliardi di spesa. Ci vengono versati quando non abbiamo pagato i contributi neanche per 15-20 anni. I requisiti: 67 anni d’età, residenza in Italia, e limite di reddito annuo che per il 2023 è fissato a 6.542,51 euro, mentre in caso di richiedente coniugato l’importo del reddito familiare sale a 13.085 euro. L’assegno sociale è di 503,27 euro al mese per 13 mensilità. Al Nord la spesa è di 1,2 miliardi con un assegno ogni 143 abitanti; al Centro di 995,5 milioni con un assegno ogni 73 abitanti; e al Sud di 2,7 miliardi con un assegno ogni 43 abitanti. In Sicilia ce n’è uno ogni 37 abitanti; in Campania uno ogni 40.
Invalidità previdenziale
La terza: l’invalidità previdenziale che scatta quando c’è una riduzione di 2/3 della capacità lavorativa e almeno 5 anni di versamento dei contributi (3 nel quinquennio precedente alla domanda). Le pensioni di invalidità sono 974.813 e valgono per 12, 5 miliardi. A livello nazionale ce n’è una ogni 61 abitanti. Al Nord una ogni 88, al Centro una ogni 57, nel Mezzogiorno una ogni 44 (la frequenza, dunque, è doppia rispetto al Nord). Dettaglio regionale: in Campania una ogni 51 abitanti, in Puglia una ogni 39, in Sicilia una ogni 55. Impietoso il confronto con Lombardia e Veneto, dove ce n’è una rispettivamente ogni 110 e 102 abitanti
Le storture da correggere
Evidentemente non possono essere fatte generalizzazioni, né messi all’indice i singoli individui. Ma dai numeri emerge in modo inconfutabile che qualcosa non va:
Per portare il sistema pensionistico in equilibrio è dunque necessario correggere anche le storture a livello regionale. Vuol dire intervenire sulle politiche regionali del lavoro: il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni al Nord è del 75%, contro il 52% del Mezzogiorno.
Vuol dire fare investimenti sulle infrastrutture strategiche (trasporti, energia e insediamenti produttivi) che stanno oggi penalizzando anche Piemonte e Liguria. Vuol dire attivare un controllo sistematico sull’evasione contributiva: può essere che così tante persone in 40 anni di lavoro non sono riusciti a versare per incassare il minimo? E infine vuol dire correggere la piaga delle invalidità: nulla spiega la ragione per cui in Campania, Puglia o Sicilia ci siano più invalidi che nelle altre regioni.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da il corriere.it)

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PSICOLOGI E SOCIAL PER IL REFERENDUM: MELONI GIA’ STUDIA IL QUESITO PERFETTO

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

SI CERCA IL LESSICO MIGLIORE PER FREGARE GLI ELETTORI

C’è una task force ingaggiata da Giorgia Meloni che lavora da settimane soltanto a un obiettivo: scrivere il quesito del referendum costituzionale che introduce il premierato. E farlo subito e senza attendere la consultazione, presumibilmente a metà del 2025. Questo gruppo di selezionati consiglieri – riferiscono diverse fonti – non include solo esperti di diritto, ma anche i due sottosegretari alla Presidenza, alcuni fidati dirigenti di Fratelli d’Italia, professionisti della comunicazione, dei sondaggi, dei social.
Per soddisfare le indicazioni della premier, hanno già stabilito che sulla scheda debba risplendere essenzialmente uno stringato messaggio: «Volete l’elezione diretta del presidente del Consiglio?». Accompagnato dalla parola «popolo», oppure «popolare».
La sfida è scrivere il “quesito perfetto” in tempi rapidissimi: tra poco spiegheremo perché. Prima, però, un passo indietro. Per capire come nasce l’operazione.
«È importante fare una buona riforma, certo. Ma conta anche un’altra cosa…». Siamo a Palazzo Chigi, poche settimane fa. Giorgia Meloni è intenta a spiegare ai suoi più stretti collaboratori l’impianto costituzionale del premierato. A un certo punto si ferma. E cambia tono, come se stesse svelando un jolly: «È importante, certo. Ma è altrettanto importante dice, secondo quanto riferiscono diverse fonti – scrivere bene il quesito del referendum».
Che è un passaggio inevitabile, aggiunge: meglio giocarsela con la conta popolare che «indebolirsi» alla ricerca di un difficile patto con le opposizioni. Ma c’è di più: a suo avviso, «Renzi fu sconfitto perché personalizzò la battaglia, ma anche perché non fu chiaro nella domanda referendaria». Per non parlare di Silvio Berlusconi nel 2006: un testo «burocratico e incomprensibile ».
Poi Meloni aggiunge: «Da questo, mi dicono gli esperti, dipende la nostra vittoria o la nostra sconfitta. Per questo, sto già facendo studiare la domanda». La presidente del Consiglio svela anche di più. Spiega ad esempio che il quesito deve essere volto al «positivo» e non al «negativo »: serve a convincere i cittadini a votare sì, le hanno spiegato gli esperti di psicologia della comunicazione che studiano le reazioni dell’elettore.
E deve anche trasmettere a chi è chiamato alle urne la sensazione di conquistare «un potere» nuovo: quello della «scelta», appunto. È la traduzione di una serie di report, indagini, approfondimenti.
Ci lavorano diverse figure. Non solo il professore Francesco Saverio Marini, che è consigliere giuridico di Meloni. Ma anche i due sottosegretari alla Presidenza, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, e un paio di fidati dirigenti di FdI. Ma soprattutto, la struttura di comunicazione di Palazzo Chigi, affiancata dagli esperti esterni a cui a volte chiede consiglio la premier.
A questo punto, bisogna rispondere a un interrogativo: come viene formulata la domanda del referendum? E con quali paletti? C’è una legge, la numero 352 del 25 maggio 1970, che regola l’istituto.
All’articolo sedici dispone la formula da utilizzare: «Approvate il testo della legge costituzionale… concernente… approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero… del…?».
Bisogna insomma riempire i puntini che seguono la parola «concernente ». E farlo nel modo più efficace e breve possibile («sarà un quesito di due righe, essenziale… », confidava giorni fa il capogruppo meloniano Tommaso Foti). La strada più semplice è riprendere il titolo del disegno di legge costituzionale che il governo si appresta a presentare alle Camere. Ecco perché Meloni ha chiesto alla sua task force di lavorare da subito al “quesito perfetto”.
L’ultima bozza ufficiosa che circola da un paio di giorni, in effetti, ha in cima due righe che rispondono ad alcuni dei criteri accennati. Eccole: «Introduzione dell’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri e razionalizzazione del rapporto di fiducia».
C’è l’aggettivo suggerito: «Popolare». E c’è il concetto di «elezione diretta». Non è detto che sia questa la formula definitiva, perché la destra può anche modificare il titolo, a colpi di maggioranza, nel corso dell’iter del ddl in Parlamento. L’unico limite è, ovviamente, quello di non presentare un quesito ingannevole, che verrebbe bocciato dalla Cassazione.
(da La Repubblica)

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GIORGIA MELONI ANTICIPA L’ELEZIONE DIRETTA GIÀ NEI SUOI COMPORTAMENTI: DURANTE LA BEFFA TELEFONICA DEI DUE COMICI RUSSI, SI È COMPORTATA COME FOSSE GIÀ STATA ELETTA DIRETTAMENTE DAL POPOLO

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

LA TELEFONATA HA RIDICOLIZZATO IL GOVERNO E ROVESCIATO LE VELLEITÀ DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, L’ELEZIONE DIRETTA E IL PRESUNTO RICORSO AL POPOLO. TUTTE SEPPELLITE DINANZI ALL’OPINIONE PUBBLICA INTERNAZIONALE, DA UNA CRASSA RISATA

Tredici minuti di beffa telefonica alla presidente del consiglio hanno messo in luce due questioni fondamentali. La prima riguarda lo stato di salute della nostra democrazia repubblicana, della sua capacità di tutelarsi. Ma di questo si è ragionato.
La seconda è un elemento che invece non è stato ancora osservato. Al telefono con un presunto rappresentante istituzionale estero, Giorgia Meloni si è comportata non come un presidente eletto secondo le regole della democrazia parlamentare vigente, ma come fosse già stata eletta direttamente dal popolo. La presidente insomma anticipa l’elezione diretta già nei suoi comportamenti quotidiani.
Mi spiego: abbiamo appreso che Meloni tratta di questioni delicate, di rapporti internazionali, addirittura di soluzioni a problemi che travagliano l’intera umanità, scavalcando i colleghi di governo abilitati ad avere la competenza di settore. Tanto che, sicuramente irritato, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dovuto dire che a palazzo Chigi c’è stata della sciatteria. Ma questa sciatteria è stata possibile perché il comportamento di Meloni è stato fuori dalle regole di un presidente del consiglio che è un primo tra pari.
Questo ci porta a riflettere su cosa possa significare la modifica costituzionale appena proposta. È vero che l’esigenza di una riforma si sente da decenni, ed è matura anche nel paese. Ma per rispondere all’indebolirsi del sistema democratico, fenomeno evidente, e comunque fondato su alcune constatazioni.
La prima, fondamentale: si va affievolendo la componente essenziale che ha dato vita alla Carta, e cioè il principio dell’allargamento della partecipazione democratica. La partecipazione non è la semplice espressione del voto […], ma è la partecipazione quotidiana attraverso la vita democratica organizzata che la Carta costituzionale individua nel pluralismo politico civile e sociale – partiti, sindacati, organizzazioni intermedie –, insomma quella che viene chiamata «la democrazia che si organizza». Ebbene, questa partecipazione si è andata affievolendo.
Questo dunque è l’elemento essenziale che va affrontato: la ripresa di un nuovo amore, un nuovo slancio vitale del popolo verso le sue istituzioni, verso la sua Carta, per l’attuazione del programma contenuto nella Carta costituzionale.
Lo si può raggiungere con un allargamento della base elettorale – con l’abbassamento dell’età per la partecipazione al voto ai 16 anni – e anche con la revitalizzazione della partecipazione alle decisioni politiche da parte delle comunità. L’idea che la politica doveva essere superata con la globalizzazioneè stata ed è un virus mortale per la democrazia.
Altra riforma necessaria è quella che porti a un maggiore equilibro fra democrazia diretta e democrazia della rappresentanza. La democrazia diretta deve essere allargata; sarebbe un’altra spinta alla partecipazione.
Altro elemento da superare è lo spreco istituzionale, ovvero l’abbondanza di istituzioni che interferiscono fra di loro. Il paese è maturo per il superamento del bicameralismo perfetto: con una camera alta che decide sulla rappresentanza politica, sulla formazione dei governi, sulla formazione delle leggi, e una camera di garanzia sussidiaria che intervenga sui conflitti fra poteri centrali e periferici dello stato.
Va messa mano anche all’abuso delle autorità di garanzia. E soprattutto va fatta una revisione profonda dell’istituto bastardo dell’autonomia differenziata delle regioni, che tende a creare piccole entità statali, in un processo di desovranizzazione nazionale e di sovranizzazione delle entità sovranazionali.
Ma il processo di revitalizzazione della democrazia non è possibile senza una forte volontà politica nazionale per il futuro delle nuove generazioni. […] Il problema dunque oggi non è certo l’elezione diretta o non diretta del presidente del consiglio, o del capo del governo, né quello dei suoi rapporti con le altre istituzioni. Il problema è come superare la frattura del sistema politico italiano, avvenuta nel nostro paese con un ritorno al governo – e questa è la più grande disgrazia che ci è capitata – della destra revanscista, sconfitta prima della Costituzione; cioè un ritorno di forze sconfitte dallo stato democratico repubblicano che aveva liberato il paese dal regime monarchico-fascista antidemocratico, con un referendum, con la guerra civile e con la lotta delle forze democratiche ed antifasciste.
Questa destra revanscista oggi è riapparsa in forme nostalgiche, che puntano al ritorno di vecchi strumenti e vecchi arnesi, come la proposta di elezione diretta del presidente del consiglio, che non serve a rinforzare la nostra democrazia e la partecipazione dei cittadini ad essa.
Ma la telefonata burlesca e beffarda ha ridicolizzato questo governo, ha rovesciato le velleità della presidente del consiglio, l’elezione diretta e il presunto ricorso al popolo. Tutte seppellite dinanzi all’opinione pubblica internazionale, da una crassa risata provocata da comici spioni russi.
(da agenzie)

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LA RAI SOVRANISTA NON DECOLLA E GIAMPAOLO ROSSI RISCHIA GIÀ DI ESSERE SPEDITO AI GIARDINETTI

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE GENERALE È ISOLATO: LE “NUOVE” TRASMISSIONI SOVRANISTE AFFONDANO LO SHARE… I GIUDIZI DA VIALE MAZZINI: “È UN CALCIATORE DI SERIE B CHE SI È RITROVATO A GIOCARE IN CHAMPIONS LEAGUE”

«Un calciatore di serie B che si è ritrovato a giocare in Champions League». Il giudizio poco lusinghiero è di una persona che percorre per lavoro i corridoi di viale Mazzini e riguarda Giampaolo Rossi, quello che doveva essere l’ideologo che doveva lanciare l’arrembaggio alla nuova egemonia culturale della destra alla Rai.
Dopo sei mesi in servizio, della rivoluzione ideologica non c’è traccia. Niente, o quasi: a funzionare gli ascolti sono i programmi storici del palinsesto. Le nuove intuizioni di conio sovranista che hanno stravolto il palinsesto restano al palo.
Rossi – a proposito di calcio, sabato è stato investito cavaliere della Roma, onorificenza che ha ricevuto in panciotto gessato insieme all’ad Roberto Sergio e al cantante Francesco De Gregori, fra i padrini senatori c’era Massimo D’Alema – è in difficoltà, racconta a Domani chi lo conosce, abbacchiato nel suo ufficio al settimo piano di viale Mazzini dove scrolla i risultati stitici dei programmi che ha inventato.
Nunzia De Girolamo e il suo disastroso Avanti Popolo che non si è smarcato dal tre per cento di share né con l’intervista al marito capogruppo Pd Francesco Boccia, Bianca Guaccero che non svolta con Liberi tutti, sempre sotto al tre per cento, Max Giusti al timone di Fake Show, Macondo di Camilla Raznovich che si arena addirittura sotto il due per cento e ovviamente Pino Insegno, che ha ridotto Il mercante in fiera a uno stillicidio quotidiano in termini di share.
Perché poi lui sarebbe direttore generale delegato alla governance, non all’offerta editoriale: quella casella per ora non è occupata nella Rai sovranista, anche se ufficiosamente è Rossi a gestire l’offerta.
È a lui che fanno capo i due uomini prodotto, Angelo Mellone al day time e Paolo Corsini agli approfondimenti. Ma la scommessa non sta pagando. E la parabola discendente di Rossi rischia di investire anche i suoi due dioscuri, nonché il terzo uomo, il colonnello Paolo Petrecca, direttore di Rainews.
Del gruppo dei suoi fedelissimi, gli unici a cui ormai si rivolge a viale Mazzini, fa parte anche il capostaff Davide Di Gregorio, l’uomo che gestisce la sua agenda e conosce sempre l’umore del capo, oltre a essere in ottimi rapporti con Mellone.
Doveva essere una squadraccia, e invece è una squadretta, con cui Rossi si sente contro il mondo, attaccato dai rivali interni all’azienda e da tutti coloro che dopo un afflato iniziale stanno iniziando a capire che è meglio tenere le distanze da chi è a un passo dal cadere in disgrazia […].
Soffre la sua doppia natura di capo e referente politico: da dentro l’azienda, gli viene attribuita la responsabilità di aver scelto due ufficiali di collegamento non all’altezza, da palazzo Chigi […] sente arrivare il vento freddo della delusione per la rivoluzione culturale rinviata, o forse definitivamente spiaggiata.
Anche perché la politica non lo aiuta nella sua difficilissima missione, come ha confidato a un amico. A mettergli i bastoni fra le ruote è stata la Lega, che è riuscita a portare a casa il taglio del canone […]. Fratelli d’Italia ci ha messo una toppa, recuperando 430 milioni dalla fiscalità generale: una soluzione temporanea che però copre solo i conti del 2024. Gli hanno promesso aggiustamenti, ma del doman non c’è certezza: da dove arriveranno i fondi in futuro è tutto da vedere. Per i meloniani della Rai è alto tradimento: avrebbero voluto anche i 110 milioni di euro che del fondo per l’editoria.
I conti preoccupano molto anche la destra Rai, che ha paura di non avere i soldi necessari per la rivoluzione: anche se, in realtà, i piani per risparmiare […] ci sarebbero, a partire da quello sulla newsroom o la risoluzione della commissione di Vigilanza sui rapporti con artisti e giornalisti rappresentati dagli agenti.
Eppure, il legame tra Meloni e Rossi è antico: nasce nell’isola nera natia, l’universo della sede dell’Msi di Colle Oppio. Il direttore generale era in Fare fronte per il contropotere studentesco, braccio studentesco del Fronte della gioventù. Rossi frequentava il gruppo di Marco Scurria, oggi senatore di FdI, all’epoca capo degli universitari e fautore di un approccio più dialogante della peggio gioventù nelle scuole superiori e nelle università.
Un mondo il cui slogan in campagna elettorale era “Tutti gli uomini di valore sono fratelli” e un’organizzazione che prese l’arditissima decisione di occupare la facoltà di economia della Sapienza in risposta all’occupazione di lettere organizzata dalla Pantera, manco a dirlo, una sofferta egemonia della sinistra.
Parliamo dei primi anni Novanta. Poi Rossi sceglie una strada diversa dalla politica attiva. La sua occasione a Rainet si apre nel 2004. Ci sono le europee, i voti dei ribelli di Colle Oppio fanno la differenza e garantiscono 70mila preferenze al già fortissimo Fabio Rampelli, candidato per riequilibrare lo strapotere di Francesco Storace, allora presidente del Lazio. Grazie alla posizione di forza che le elezioni garantiscono ai Gabbiani, i cugini di Destra protagonista, la corrente di Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, decidono di cedere la presidenza di Rainet: e chi meglio di Rossi per quel ruolo?
Da lì, la carriera è tutta dentro la Rai. A Rainet conosce Roberto Sergio, che oggi governa con lui il tandem del servizio pubblico e che gli offre una consulenza a Radiorai quando ne diventa direttore.
Oggi però Sergio è diventato anche suo concorrente. Perché il piano originario di avvicendamento sulla poltrona dell’ad con il rinnovo del consiglio d’amministrazione, a questo punto, è tutt’altro che scontato. Oltre a non volersi prestare ancora a essere il volto pubblico dei fallimenti della gestione sovranista, Sergio […] vuole arginare l’estro creativo del suo direttore generale. In una gara al più svelto a sfilarsi i sfila dalla responsabilità di un palinsesto autunnale fallimentare. Al più bravo a non restare col cerino in mano.
A premere dall’altra parte c’è Gian Marco Chiocci, l’uomo che Meloni ha voluto al timone del Tg1, che il dg conosce da tempo ma con il quale non è mai riuscito a trovare una vera empatia. Fosse stato per lui, infatti, a guidare il notiziario della rete ammiraglia sarebbe stato Nicola Rao. Chiocci si sta giocando la sua partita: la sua intervista esclusiva al papa è la prima con il pontefice, seconda solo (si fa per dire) a quella di Fabio Fazio.
Chiocci è un corpo alieno rispetto alla Rai sovranista: la sua autonomia è totale, e i colpi che piazza sono frutto dei suoi rapporti personali. A mediare con la segreteria di Francesco è stato il Promotore di Giustizia dello Stato Vaticano Alessandro Diddi, con cui il direttore ha un rapporto privilegiato.
Sapersi muovere Oltretevere gli aveva permesso di avere le carte del processo Becciu prima di tutti gli altri e di intervistare il pontefice già nel 2020, quando era ancora direttore dell’agenzia di stampa AdnKronos.
Insomma, Rossi ha bisogno di un salto di qualità. Ma per farlo gli mancano i mezzi: gli assi nella manica che Viale Mazzini sta programmando sono tutti asset dell’amministratore delegato. Da Massimo Giletti a Rosario Fiorello, la capacità di tessere contatti è la disciplina regina del democristiano Sergio: soprattutto con l’inquilino del glass di via Asiago (oggi del Foro italico) il legame è particolarmente saldo e Sergio non perde occasione di esibirlo. Per i maliziosi la campagna elettorale dell’ad si muoverà di pari passo con le presenze del conduttore, che imperverserà su ogni piattaforma a qualsiasi orario del palinsesto.
All’arco di Rossi resta la freccia del sindacato: la chiave è Agirai, l’alternativa a Usigrai messa in piedi con la benedizione del dg dalle line (vicecaporedattori e caposervizio): tra i nomi più citati ci sono alcuni suoi fedelissimi, come Paolo Corsini – un solido passato sindacale alle spalle, ma che per adesso si dichiara fuori dalla partita –, Incoronata Boccia e l’amico Rao
La nuova compagnia potrebbe aprire strade e relazioni agli ambiziosi. E magari riscaldare l’audience interna a un dirigente come Rossi: le relazioni umane non sono il suo talento maggiore. Anche per questo, dopo le europee, il match con Sergio è una mezza mission impossible.
(da Domani)

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IL CENTRO STUDI DI CONFINDUSTRIA DETTA LA LINEA AL GOVERNO MELONI

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

UN GOVERNO AL SERVIZIO DEI POTERI FORTI

La riscrittura che la maggioranza di Giorgia Meloni sta facendo sulla legge di Bilancio non è finalizzata per rispondere a chi contesta una vicinanza allo spirito della riforma Fornero (una misura prima vilipesa, poi applicata con tanto di aumento dell’età pensionabile e penalizzazioni per chi anticipa l’uscita dal mondo del lavoro), ma perché le critiche alla bozza di testo arrivano soprattutto dalle parti datoriali.
Su Il Sole 24 Ore del 29 ottobre Bonomi non le manda certo a dire: «Alle imprese solo l’8% della manovra». E ancora: «Serve stimolare gli investimenti per le transizioni green e digitale. Senza interventi per la crescita margini stretti per i contratti».
Si va forse prefigurando uno scontro fra due visioni antitetiche? Da una parte la destra attenta ai risparmi delle famiglie italiane, dall’altra associazioni datoriali e forze di centro sinistra con queste che chiedono investimenti per la crescita economica?
Una sintesi non convincente dacché Confindustria prova – e con successo – a costruire un’intesa col Governo per indirizzare la manovra nel senso invocato dalle imprese.
Non a caso gli industriali, al pari dei sindacati rappresentativi, plaudono al taglio del cuneo fiscale (la differenza fra il costo per il datore di lavoro e lo stipendio effettivo, che consiste in tasse da dare allo Stato) – che vorrebbero tuttavia strutturale, in modo da far pagare d’ora in avanti gli aumenti contrattuali alla fiscalità generale; e benedicono gli accordi di secondo livello con tanto di deroghe ai contratti nazionali, ove lo scambio tra incrementi della produttività e pochi soldi in busta paga risulta assai poco conveniente per i lavoratori.
Ma davanti a ogni manovra Finanziaria è normale che si scatenino associazioni e lobby economiche e di potere. Accade da sempre e per questo Bonomi e Confindustria usano la consueta bagarre per mirare ad altri obiettivi, innanzitutto per abbattere la tassazione del lavoro a carico delle imprese, in modo da fronteggiare l’aumento dei costi energetici. Quindi, se al momento due terzi del cuneo fiscale lo pagano le imprese, sarebbe impopolare chiedere una ripartizione che aumenti la quota che paga il lavoratore – da un terzo al 50% – in modo da diminuire le retribuzioni.
Per questo motivo i confindustriali propongono al Governo di finanziare questa “operazione di equità”, facendola finanziare all’erario pubblico anziché farla pagare al singolo lavoratore.
Le richieste di Confindustria, però, non finiscono qui: si dice esplicitamente che le imprese non possono accogliere richieste di aumenti salariali in linea con l’aumento del costo della vita senza avere indietro una qualche merce di scambio, prima fra tutte l’aumento della produttività. Il che ci fa comprendere come l’obiettivo reale sia tanto ambizioso quanto esplicito: incassare oggi la riduzione del cuneo fiscale a carico dello Stato per poi, a partire dal prossimo anno, rivedere a favore delle imprese tutto il sistema della tassazione sul lavoro e a sostegno della cosiddetta crescita. Ma anche in questo caso sarebbe sempre lo Stato a dovere finanziare l’intera operazione di riduzione delle tasse a favore delle associazioni datoriali.
Sempre sulle pagine de Il Sole 24 Ore Bonomi esplicita ulteriormente il punto di vista padronale asserendo che, senza stimoli agli investimenti e ulteriori tagli al cuneo fiscale, per le aziende non potrà esserci ripresa e le associazioni datoriali continueranno ad essere “danneggiate”.
Bonomi guarda direttamente alla gestione delle risorse del PNRR: «Tra Pnrr e fondi del settennato europeo ci sono a disposizione più di 400 miliardi in sette anni, vanno messi a terra bene e velocemente per realizzare le infrastrutture e stimolare gli investimenti. Realizzare quell’Industria 5.0 fondamentale per la competitività e per rispondere alla sfida di Usa e Cina».
Per capire a cosa faccia riferimento si deve notare che complessivamente la Commissione Europea prevede lo stanziamento per tutti gli Stati membri di ben 743,8 miliardi di €, comprendenti sovvenzioni e prestiti. Di questi, quasi 300 miliardi sono parte del piano REPowerEU, che mira a implementare le capacità energetiche degli Stati membri nei termini di indipendenza energetica, diversificazione di utilizzo e approvvigionamento sostenibile (comprare energia a prezzi contenuti). Il resto delle risorse, invece, viene mobilitato per i vari PNRR dei singoli Paesi. Se i fondi per i PNRR sono in parte sovvenzioni e in parte prestiti, in misura quasi equivalente, per REPowerEU ben 225 miliardi sono costituiti solamente da prestiti. E’ per carpire questi fondi (ovviamente nella parte spettante all’Italia) che Bonomi fa pressioni sull’Esecutivo.
Le proposte dei padroni prendono spunto dalle ultime analisi del Centro Studi di Confindustria (L’economia italiana torna alla bassa crescita? – Rapporto di previsione Confindustria, Autunno 2023). Ancora una volta l’aumento della produttività diventa una sorta di mantra, senza che si prendano seriamente in considerazione le ragioni per cui proprio la produttività e il PIL italiano crescono in misura assai minore di altri paesi Ue. E dunque, dopo anni di regali statali (e sindacali) alle imprese, per aggirare la questione della crisi del sistema produttivo italiano ci si limita a denunciare come nel manifatturiero, in vent’anni, gli stipendi siano cresciuti di un punto e mezzo in più rispetto alla produttività! «Il divario con i nostri competitor è impressionante», dice ancora Bonomi, ma quali sono state le scelte dei padroni tedeschi, francesi o spagnoli? Siamo certi che la riduzione del costo del lavoro e i processi di delocalizzazione, gli scarsi investimenti tecnologici e in ricerca innovativa (anche per il ridursi dei margini di profitto) non siano fra le principali ragioni della crisi del modello Italiano? La soluzione non può essere quella di chiedere al Governo una manovra ad hoc per finanziare determinati processi di innovazione a carico della fiscalità generale… non si pulisce un pavimento alzando il tappeto e tirandoci la polvere sotto.
È sempre il Presidente di Confindustria, infine, a focalizzare l’attenzione sull’aumento dei tassi di interesse (che pare non subiranno ulteriori incrementi) da parte della BCE e sul costo del credito. Bonomi invoca i prestiti bancari e auspica un capitalismo finanziario «senza la sponda della garanzia pubblica», auspicandosi forse il ritorno di tempi di solidità economica. Peccato che, per il momento, debba essere proprio l’intervento statale a salvare i vari Istituti di credito dal fallimento. A preoccupare Confindustria e il suo Centro Studi, allora, sono la bassa crescita del Pil (per il 2023 +0,7%, nel 2024 +0,5%), i ridotti consumi delle famiglie, ma soprattutto gli scarsi investimenti (che si vorrebbe provare a cavar fuori dal capitale statale). Da qui nasce l’interesse per i fondi PNRR. Non sembrano invece interessare le percentuali di forza lavoro con contratti precari e part-time, che contribuiscono anche alla riduzione delle ore lavorate, o la sottoccupazione femminile, diffusa soprattutto nelle aree meridionali. Forse perché, in tal caso, la riflessione dovrebbe riguardare direttamente i limiti del modello capitalistico italiano. Dunque, da Confindustria arriva la richiesta di rendere strutturale il taglio del cuneo fiscale, di abbassare la tassazione del lavoro, aumentare la produttività, stimolare gli investimenti e costruire e potenziare le infrastrutture logistiche, produttive e di comunicazione. Al contempo l’obiettivo è quello di potenziare la contrattazione di secondo livello e così facendo indebolire il contratto nazionale (stanno forse pensando a nuove gabbie salariali diversificando le retribuzioni su base locale, come timidamente avanzato qualche tempo fa dalla Lega?). Si chiede, in sostanza, di scaricare parte del costo del lavoro sui dipendenti (taglio del cuneo, aumento della produttività) e sullo Stato. Come apprendiamo dagli ultimi aggiornamenti sulla manovra in discussione, quest’ultima dovrebbe ammortizzare il costo sociale di tali richieste investendo risorse, ed ecco allora che si parla di «proroga per un anno del taglio del cuneo contributivo» e di «tassazione agevolata al 5% per i premi di produttività» (Il Sole 24 Ore del 30 ottobre, Valentina Melis). Le ultime misure di decontribuzione ipotizzate, infine, sembrano investire stranamente anche i redditi medio-alti (si pensi alla proposta di decontribuzione delle lavoratrici madri con reddito superiore ai 35 mila euro). Un Governo, dunque, vicino ai ceti popolari soltanto nella propaganda.
(da lafionda.org)

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ALLUVIONE IN EMILIA-ROMAGNA: RISARCIMENTI PER POCHI E IN 25 ANNI

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

PER I RISTORI SERVONO FINANZIAMENTI AGEVOLATI…LA PRESA PER I FONDELLI DEL GOVERNO SOVRANISTA

Se sarà confermato così come è previsto ora si tradurrà nell’ennesima beffa per la popolazione colpita dall’alluvione che lo scorso maggio ha devastato la Romagna, danneggiando anche alcune zone della Toscana e delle Marche. L’articolo 73 della legge di Bilancio fissa infatti un tetto di 700 milioni di euro agli indennizzi di famiglie e imprese che hanno subito danni superiori, rispettivamente, a 20mila e 40mila euro, quota massima prevista per ora dalle ordinanze del commissario straordinario alla ricostruzione Francesco Paolo Figliuolo.
Una somma ampiamente sottodimensionata, come rilevano i comitati degli alluvionati. Sì, perché i danni stimati alle abitazioni private e alle aziende ammontano a circa 4 miliardi, a cui se ne sommano altri 4,5 per le infrastrutture, mentre le imprese e famiglie che devono ripristinare case o capannoni produttivi distrutti dall’acqua e dal fango sono complessivamente 70mila.
“Significa una media di 10mila euro per ogni nucleo famigliare o azienda – dice Danilo Montevecchi del direttivo del comitato unitario degli alluvionati di Faenza, in provincia di Ravenna – e stanno emergendo danni anche alle parti comuni dei condomini. Ascensori, pannelli ignifughi, scale: tutto da rifare. Alla fine, se va bene, riusciranno ad accedere al risarcimento 15mila famiglie sulle 60mila coinvolte”.
Con l’aggravante che per ottenere i ristori si dovrà far ricorso a finanziamenti agevolati (sulla base di una convenzione con l’Associazione bancaria italiana), della durata massima di venticinque anni, con la compensazione del credito di imposta, che non sarà fatto valere sull’istituto di credito ma sul beneficiario.
Significa che gli alluvionati non potranno semplicemente ottenere liquidità dalle banche per le ristrutturazioni. E che non saranno queste ultime a usufruire della detrazione. Risultato: lo Stato provvederà ai ristori solo fino a quel tetto di 700 milioni fissato dalla Finanziaria e nell’arco di molti anni, fino a 25. La Regione Emilia-Romagna e i sindaci dei comuni alluvionati avevano proposto lo strumento del credito di imposta, chiedendo però di ricalcare i provvedimenti assunti dopo il terremoto in Emilia del 2012. Lasciando cioè in capo alle banche il beneficio della detrazione. Così non sarà, a meno di emendamenti.
Restano esclusi gli indennizzi per i beni mobili, come arredi ed elettrodomestici per le famiglie, macchinari e quant’altro garantisce la catena produttiva per le imprese. Beni che sono periziabili ma non rimborsabili. Se il governo riuscisse a individuare altre risorse, la partita potrebbe riaprirsi. Ipotesi remota. “In sostanza – osserva Montevecchi – l’obiettivo degli indennizzi al 100% ha un orizzonte indefinito”. A dispetto della promessa fatta da Giorgia Meloni – ristori completi per tutti – all’indomani dell’alluvione. Finora le famiglie hanno potuto avvalersi del Cis, il contributo di immediato sostegno: 5mila euro che concorrono a raggiungere quel massimo di 20mila stabilito dall’ordinanza di Figliuolo.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL PREMIERATO DI MELONI E LA MITOLOGIA DECISIONISTA

Novembre 6th, 2023 Riccardo Fucile

L’ANALISI PRECISA E IMPIETOSA DI MASSIMO CACCIARI

Chissà quale dèmone maligno convince i nostri giovani leader – prima Renzi e ora la Meloni – a tentare il suicidio con improvvide avventure di riforme istituzionali. Quella renziana era, se possibile, di impianto più generale e affrontava, pur a spizzichi e bocconi, nodi che davvero sono tra le cause del trentennale blocco del Paese: dal sistema bicamerale all’esistenza di Enti come le Provincie, chiaramente eliminabili con una articolazione razionale delle funzioni amministrative tra Regioni e Enti Locali.
Questa della Meloni si concentra invece esclusivamente sul “simbolo” del Premierato. È un tributo alle mitologie decisionistiche. Almeno questo rimane delle promesse elettorali. Che possa farle dimenticare è altra questione. Che sia un calcolo intelligente lo dubito assai. Già si levano le alte grida di tutti i difensori della Costituzione. Già si affilano le armi per il prossimo referendum. È così certa la nostra giovane premier di superare l’eventuale prova? Mi pare che anche Renzi fosse partito col 40% dei voti.
Spero sia inutile da parte mia esprimere la noia che provo nei confronti di quelli che sacralizzano la Costituzione “più bella del mondo”. Il modo migliore per rovinare le repubbliche è quello di impedire la riforma del loro assetto istituzionale. Le repubbliche sono organismi che vivono fino a quando si trasformano.
Il problema è che non ogni innovazione funziona, che le novità non sono belle in quanto novità. E, anzitutto, che in un sistema politico tutto si tiene, e se muti una parte devi mutare l’architettura dell’insieme.
Ora, ciò che davvero riempie di filosofica meraviglia della riforma Meloni è il sovrano dispregio per questa logica di “sistema”. Forse un dio acceca coloro che vuole perdere, ma come è possibile non vedere la formidabile contraddizione che si introduce nel nostro assetto istituzionale tra un Presidente capo dello Stato, eletto dal Parlamento, e un Premier eletto direttamente dal “popolo sovrano”?
Un Presidente che mantiene sostanzialmente tutti gli straordinari poteri che la Costituzione gli attribuisce, da quello di capo delle forze armate a quello di garante dell’autonomia della Magistratura, in quanto presidente del Csm, nonché quello di potersi “appellare” alle Camere, ma esautorato da ogni possibilità di influenzare l’azione legislativa. Un pasticcio trasteverino bruttissimo.
Le vie di mezzo, cara Meloni, assommano i vizi degli estremi, diceva Kant. Perché non seguire la via diritta? Non sarebbe un peccato. Elezione diretta del Presidente che costituisce il suo governo e ne è il premier. Di doppioni in Italia ne abbiamo già a bizzeffe. Non si segue la via diritta soltanto per debolezza politica e si crede che un pasticcio sia più digeribile di un bel piatto forte. Illusione da stenterelli. Ma poi, volendo una vera riforma in senso decisionistico, risulterebbe subito evidente la necessità di predisporre validi contrappesi. E i possibili sono noti da tempo: una riforma del Titolo V in senso autenticamente federalistico, affrontando finalmente in modo serio uno dei problemi storici del nostro Stato, che l’istituzione delle attuali Regioni ha reso ancora più grave, quello del rapporto tra Centro e “periferie”.
Troppo difficile? Può darsi, ma senz’altro idea assente in forze per cultura politica prima che per interesse elettorale del tutto centralistico-romane come Fratelli d’Italia.
Il peccato mortale di questo disegno di riforma sta però altrove, nel credere o nel fingere di credere o nel volerlo dare a intendere che il problema-chiave che impedisce il funzionamento del nostro Stato stia nel suo “cuore” politico, dentro ai “palazzi di regime”, tra Quirinale e Palazzo Chigi.
L’ultimissimo dei nostri problemi è quello del gioco Presidente-Premier, anche qualora venisse affrontato secondo una logica di sistema e non all’amatriciana. È la macchina amministrativa, nel senso generale del termine, che va sbloccata: semplificando, delegiferando, costruendo testi unici in tutti i capitoli essenziali dell’intervento pubblico.
Abbiamo un sistema legislativo pachidermico, fatto di interferenze, sovrapposizioni, conflitti di competenze, prodotto di decenni di compromessi e aggiustamenti occasionali alla rincorsa di benefici elettorali a breve.
Abbiamo un personale della Pubblica Amministrazione che viene sempre più selezionato in base a lottizzazioni e spoil-system. E ce ne stiamo accorgendo drammaticamente in questi mesi: come incardinare i 220 miliardi di debito cortesemente concessoci dall’Europa (una volta, vero Meloni? Vero Salvini?) matrigna? A che punto siamo? Alzi la mano chi davvero lo sa. È sul rapporto efficiente tra Stato e Enti Locali, è sulla baracca della Pubblica Amministrazione (ivi compresa l’Amministrazione della Giustizia) che si fonda la realizzazione del PNRR. E non dovrebbe allora essere la sua riforma la priorità delle priorità? Che altro deve essenzialmente fare il nostro Governo se non definire gli obbiettivi del Piano e cantierarli con tempi sicuri? Su cos’altro sarà giudicato? Sulle sue capacità di arrestare il conflitto in Ucraina o in Palestina?
Forse prendiamo troppo sul serio la riforma Meloni. Forse siamo di fronte all’ennesima “distrazione di massa”, su cui i media cadono puntualmente. Sembra non esservi modo di frenare l’inflazione, i salari in termini reali sono diminuiti rispetto a quelli di trent’anni fa, cresce la povertà anche di chi lavora. Di fronte a ciò fisco e spesa continuano a non operare in termini di reale progressività. Troppo difficile, anzi impossibile per questo Governo non dico affrontare, ma parlare almeno (come fanno le cosiddette opposizioni) di politica fiscale e redistributiva. E allora? Allora facciamo discutere di Presidenza e di Premier, risolleviamo il solito polverone tra pseudo-riforme e conservatori a oltranza, che si son sempre tenuti per mano, da sempre perfetti alleati nell’impedire che i nodi del nostro sistema politico e amministrativo venissero tagliati per davvero.
Massimo Cacciari
(da La Stampa)

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