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LA PROPOSTA DI SALARIO MINIMO È MORTA, E ANCHE GLI STIPENDI MEDI NON STANNO MOLTO BENE

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

IN ITALIA CRESCONO AL DI SOTTO DEL TASSO DELL’INFLAZIONE E A UN LIVELLO MOLTO PIÙ BASSO (3%) RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA (4,5%) … IL COSTO DELLA VITA È AUMENTATO DEL 6,1% E IL POTERE D’ACQUISTO DEI CONSUMATORI È DIMINUITO DI MOLTO – NEL FRATTEMPO IN BELGIO I SALARI AUMENTANO DEL 7,1%, IN OLANDA E IN AUSTRIA DEL 5-6%

Il governo di destra stronca una volta per tutte il salario minimo in Italia: ma anche con quelli medi non ce la passiamo bene. Il Paese, dove la produttività è zero da un quarto di secolo (anzi — 0,1%, dato Istat), è ormai da anni nelle retrovie per crescita delle retribuzioni.
Anche gli “aumenti negoziati” di quest’estate — attorno al 3%, e per compensare il balzo dell’inflazione — sono sotto la media europea, che uno studio di Barclays ha stimato al 4,5% per i contratti nazionali: e stanno per frenare.
Chi vuole paghe che salgono più ripide della media, tra il 5 e l’8%, più accomodarsi in Austria, Belgio, Olanda, o perfino nel mediterraneo Portogallo. Tutti Paesi, tra l’altro, provvisti di salario minimo.
Uno studio di Barclays il 15 novembre ha fotografato le differenze di potere contrattuale dei lavoratori nel continente, e concluso che c’è ancora «una tendenza forte al rialzo dei compensi nel terzo trimestre»: ma dovrebbe essere l’ultimo, perché dall’anno nuovo l’ufficio studi britannico prevede una decelerazione degli aumenti, causata «dall’indebolimento del mercato del lavoro e dall’ulteriore riduzione dell’inflazione, che ha trascinato il recupero dei salari nel 2023».
Fin qui, tutti pari. Ma le paghe dei lavoratori, nei singoli Paesi, si muovono in modo disomogeneo. In Germania il settore privato è “caldo”, con un +4,5% in estate, ma sta frenando, e sarà il dato dei dipendenti pubblici a dire quanto. In Francia, Paese più lento tra i grandi dell’Ue, i salari stanno già calando, ma per Barclays potrebbero riprendersi con le negoziazioni di fine anno, fino a un +3,9% nel primo trimestre 2024. L’Italia dà segni di vita: ma sul terzo trimestre Barclays la vede penultima per crescita tra gli otto grandi dell’Ue.
Depurando i dati dall’inflazione, che la Commissione Ue stima al 6,1% in Italia quest’anno, al 2,7% nel 2024 e al 2,3% nel 2025, si tratta di aumenti “negativi” per il potere d’acquisto. Per battere il carovita bisogna vivere in Belgio, dove “la maggior parte dei salari è collegata all’inflazione”, e benché in frenata restano a +7,1%; o in Olanda e in Austria, dove i salariati spunteranno aumenti medi 2023 del 5-6%.
(da La Repubblica)

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ALLA CENA A SAN FRANCISCO CON I MILIARDARI AMERICANI (40MILA DOLLARI A TAVOLO) XI JINPING HA RICEVUTO APPLAUSI E STANDING OVATION

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

TIM COOK, LARRY FINK, ELON MUSK E GLI ALTRI NON VEDONO L’ORA DI TORNARE A VENDERE IN CINA, E APPROFITTARE DELLA MANODOPERA A BASSO COSTO DEL PAESE

L’esperienza «indimenticabile » dei suoi viaggi giovanili in terra americana, il ritorno della diplomazia dei panda, la rassicurazione che la sua Cina non ha intenzione di combattere guerre «né calde né fredde con nessuno» e «non scommette mai contro gli Stati Uniti », che il suo Paese è un grande mercato desideroso di ritornare al business as usual, come direbbe la platea che lo ascolta. Dell’America «vogliamo essere un partner e un amico».
Prova a giocarsi le carte migliori Xi Jinping alla cena all’Hyatt Regency di San Francisco dove il National Committee on US-China Relations e lo US-China Business Council hanno riunito il gotha degli imprenditori a stelle e strisce apposta per lui. Grandi applausi e standing ovation per il leader cinese, arrivato qui a parlare al loro cuore, ma soprattutto al loro portafogli.
Quarantamila dollari per avere il privilegio di sedersi al tavolo del segretario generale comunista, duemila bigliettoni verdi a portata invece se ci si accontentava di un posto tra i circa 400 in sala.
C’erano tutti quelli che contano: da Tim Cook di Apple a Larry Fink di BlackRock, il boss di Tesla Elon Musk (solo per il cocktail e non per la cena), i Ceo di Boeing, FedEx, Visa, Mastercard, Pfizer, Nike, solo per citarne alcuni. Tutti desiderosi di vendere più iPhone, auto, aerei e prodotti farmaceutici alla seconda economia mondiale.
In ventuno erano seduti al tavolo del leader, ben controllato dai suoi bodyguard nel caso qualcuno tra una portata di verdure di stagione con vinaigrette allo champagne, bistecca di Angus nero e crostata alla vaniglia, avesse incautamente deciso di avvicinarlo.
Separarsi è impossibile: lo sa bene Pechino, ma pure Washington. L’anno scorso il commercio bilaterale tra i due Paesi è stato di 760 miliardi di dollari. Però i manager sono sempre più diffidenti verso Pechino a causa dei recenti casi di divieti di uscita dal Paese, della nuova legge anti-spionaggio, delle indagini e delle detenzioni di dipendenti di alcune società. Tensioni che minano la fiducia degli investitori.
La Cina ha registrato una perdita di 11,8 miliardi di dollari in investimenti esteri nel terzo trimestre: segno rosso che non si registrava da un quarto di secolo. Un sondaggio della Camera di Commercio americana a Shanghai ha mostrato che solo il 52% degli intervistati si è dichiarato ottimista sulle prospettive aziendali per i prossimi cinque anni, il livello più basso dall’inizio delle rilevazioni. Xi deve fermare l’emorragia. Usando parole concilianti per riguadagnare la fiducia. Per rimettere in sesto la sua economia in crisi, che stenta a riprendersi dopo la pandemia.
Il Dragone rappresenta circa un quinto delle vendite di Apple. I prodotti di società come Qualcomm e Broadcom, tra i maggiori produttori mondiali di chip per cellulari, sono utilizzati in milioni di telefoni venduti in Cina. Quella con la Tesla di Musk è sicuramente una delle cooperazioni più vincenti: l’hub di Shanghai ha sfornato 710mila auto l’anno scorso, più della metà della produzione globale dell’azienda. Non perdere tutto ciò è fondamentale per Xi.
(da la Repubblica)

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“NON C’È UNA RAGIONE OBIETTIVA PER ESSERE CONTRO IL SALARIO MINIMO”: CONSIGLI E STILETTATE DI MARCO TRONCHETTI PROVERA AL GOVERNO MELONI

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

“LA MANOVRA È DIFENSIVA IN UNA STAGIONE IN CUI LA COPERTA È CORTA. MA SERVONO INVESTIMENTI SUBITO. E SE SI TORNA AL VECCHIO PATTO DI STABILITÀ, L’ITALIA SI TROVERÀ IN UNA POSIZIONE DAVVERO COMPLESSA”

Subito più investimenti, sì al salario minimo e al taglio strutturale del cuneo fiscale, avanti con un nuovo Patto di Stabilità, mentre è giusto ragionare su privatizzazioni e riforme costituzionali, a patto che si tuteli la figura del capo dello Stato. E lo sciopero generale che riscalda le piazze? «Ci sono delle ragioni, ma va tenuto presente che la coperta è corta», risponde Marco Tronchetti Provera, mentre invoca un’Italia più determinata in una Ue più integrata. «Senza crescita e aumento della produttività – dice il vicepresidente esecutivo Pirelli – l’Europa è perdente». E anche noi non ce la caveremo bene.
Presidente, arriva la recessione. O no?
«È un miracolo che non si sia manifestata già in modo significativo. Il nostro cuscinetto sono i fondi del Pnrr e quelli strutturali europei: la manovra imposta dal governo va valutata nell’ambito delle risorse generali di cui disponiamo. Ma qui si introduce l’eterno tema dell’attuazione dei progetti approvati che devono essere realizzati bene e in fretta».
Quanto male può andare?
«Guerre a parte, dipende da come si muoverà l’economia cinese e di conseguenza l’economia tedesca che è molto dipendente da Pechino, come noi che siamo molto dipendenti da entrambe. Abbiamo le munizioni per evitare una grave recessione, ma siamo condizionati da un quadro generale in cui siamo spettatori e non attori».
Che si fa, allora?
«Tutto questo dovrebbe far riflettere, l’Italia e tutta l’Europa, sulla necessità di cambiare velocità, sull’integrazione tra Paesi membri e sull’affidare più ampi poteri alle sue istituzioni. Con le regole attuali, le strategie sono affidate al Consiglio europeo, che non decide perché è frenato dalle esigenze politiche di breve periodo dei diversi paesi. Fanno politica locale e ognuno è l’alibi dell’altro. In Europa il potere decisionale è frammentato e abbiamo solo un mercato e una moneta comuni. A differenza di Cina e Stati Uniti, non abbiamo le necessarie materie prime, né un esercito o una politica estera comune. Senza una maggiore integrazione non possiamo essere competitivi».
Gli investimenti sono fermi, la domanda è piatta e i risparmi crescono. Come può reagire l’Italia?
«In un ambiente recessivo, dove l’unica leva che viene utilizzata è monetaria, a livello macro in Europa le possibilità di superare un rallentamento dell’economia sono basse. L’inflazione era partita in modo apparentemente sano per la ripresa post pandemia, ma dopo la guerra in Ucraina e la fiammata delle materie prime, è stata usata solo la leva monetaria. In America è andata diversamente. L’inflazione è rimasta principalmente da domanda. L’hanno bilanciata aumentando i tassi, ma anche con una abbondante iniezione di dollari».
Se dovesse fare una sola cosa in Italia, cosa vorrebbe?
«Investimenti e quanto possibile per realizzarli nei tempi previsti. Questo, facendo leva sulle risorse a nostra disposizione, sul Pnrr e sui fondi strutturali europei attraverso la programmazione della Finanziaria. E anche supportando lo sviluppo con iniziative come Industria 4.0 o provvedimenti come l’Ace».
Come valuta la manovra di Giorgia Meloni?
«È difensiva in una stagione in cui la coperta è corta. Molto dipende dai cambiamenti europei. Se si torna all’antico, al vecchio Patto di stabilità, l’Italia si troverà in una posizione complessa. Un nuovo Patto ha per noi un’importanza vitale. Dovrebbe favorire gli investimenti produttivi e non basarsi solo su una visione di breve termine e di rispetto di parametri che solo alcuni possono rispettare».
Privatizzazioni? È il momento di vendere quote di Poste, Eni, Ferrovie?
«È comprensibile che ci sia un ragionamento».
È anche consigliabile?
«Nel momento in cui, in applicazione dei regolamenti europei, esiste il Golden Power e quindi si possono proteggere gli asset strategici, è possibile avviare dei percorsi di privatizzazione».
Con tutti problemi sul tavolo, Giorgia Meloni spinge per le riforme costituzionali e il premierato. Buona idea?
«È il genere di cose per cui “non è mai il tempo giusto”. La riforma presentata dal governo, a detta di molti esperti, presenta delle evidenti carenze. Detto questo, che ci sia un’anomalia di sistema per cui i governi cadono con una continuità quasi inquietante ogni anno è un dato di fatto. A buon senso, vanno fatte delle riforme. Se fosse possibile, sarebbe bene che maggioranza e opposizione convenissero per sistema le regole del gioco in modo tale da garantire una piena stabilità al paese. Ma capisco di entrare nell’area dei sogni».
Cosa le piace di meno di questa riforma?
«È illogico prevedere che il presidente del Consiglio eletto possa essere sostituito da un parlamentare della maggioranza, affidando di fatto a quest’ultimo il potere di sciogliere le Camere. E poi va tutelato il Presidente della Repubblica perché in Italia, nei momenti difficili, ha un ruolo di garante super partes nella gestione dei conflitti politici. È una figura preziosissima».
Oggi è giorno di sciopero. Lo scontro politico è forte.
«C’è un’anomalia. Si è creato un garante, e tutti erano d’accordo. La sua neutralità va garantita e la sua azione va rispettata. Quello che dice il garante ha un senso, come ce l’ha quello che dice Landini. Alla fine, tutto diventa motivo di conflitto politico, manca la condivisione di che paese vogliamo e non si costruisce mai. Se abbiamo istituzioni di garanzia dobbiamo utilizzarle e rispettarle e se non funzionano dobbiamo riformarle».
Doveva insomma parlare solo il garante?
«Sì. Altrimenti diventa campagna elettorale. Giusto avere un garante e che il garante faccia il garante. E la politica dovrebbe solo riferirsi alle sue decisioni».
Lei è favorevole al salario minimo? Immagino che Pirelli non paghi nessuno meno di nove euro.
«Certo che no, i salari minimi da noi sono decisamente più alti. Non c’è una ragione obiettiva per essere contro, nessuna persona deve essere sfruttata. In certi settori, e in certi mestieri, il salario minimo rappresenta una tutela, anche se c’è chi può considerarlo una limitazione del suo potere negoziale».
(da La Stampa)

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“LA GARISENDA È A RISCHIO CROLLO”: I MEMBRI DEL COMITATO TECNICO DEL COMUNE DI BOLOGNA LANCIANO L’ALLARME SU UNA DELLE DUE TORRI SIMBOLO DELLA CITTÀ

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

“LA SITUAZIONE È DA CODICE ROSSO. IL PERICOLO È FORTE E NON PREVEDIBILE. NON SAPPIAMO DIRE SE NON SUCCEDERÀ NULLA, SE CI SARÀ UN CROLLO PARZIALE O REPENTINO. E SOPRATTUTTO NON SI PUÒ SAPERE SE QUESTO SCENARIO NON AVVERRÀ, SE AVVERRÀ DOMANI O TRA UN MESE”

La Garisenda, una delle note torri di Bologna, è a rischio crollo: è quanto rivelano i membri del comitato tecnico presieduto dalla dirigente dei Lavori pubblici di Palazzo d’Accursio Manuela Faustini.
“La situazione è da codice rosso. Bisogna portare l’attenzione in condizioni di massima allerta, ritenendo che non sussistono più le condizioni di sicurezza“, si legge nella relazione finale
“Le nostre conclusioni – spiega l’architetto Amedeo Bellini – dicono che la situazione di pericolo è forte e soprattutto non è prevedibile. Non sappiamo dire se alla torre non succederà nulla, se ci sarà un crollo parziale o repentino. E soprattutto non si può sapere se questo scenario non avverrà, se avverrà domani o tra un mese. Quindi bisogna procedere celermente nella costruzione della struttura di contenimento”.
Il progetto è stato affidato alla ditta Fagioli, e si svolgerà in due tappe. “Il primo intervento – spiega l’ingegnera Raffaela Bruni, coordinatrice del comitato per il restauro della torre che si insedierà nei prossimi giorni – riguarderà la costruzione di una grande paratia metallica, che perimetrerà l’area oggi transennata che potrebbe essere oggetto di crollo. Mentre il secondo intervento la struttura di contenimento della torre vera e propria».
La “struttura per la messa in sicurezza dell’area”, per la quale l’amministrazione ha già stanziato 4,7 milioni, dovrebbe essere avviata già la prossima settimana. Il report conferma quindi la gravità della situazione, resa critica soprattutto dalle condizioni instabili del basamento, che aveva già spinto il sindaco Matteo Lepore a limitare il passaggio di pedoni e traffico transennando il mese scorso l’area delle due torri e l’intera piazza di Porta Ravegnana.
(da agenzie)

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L’ITALIA FA UN PASSO VERSO IL (CATTIVO) MODELLO AMERICANO: ORA POLIZIOTTI E CARABINIERI POTRANNO GIRARE ARMATI ANCHE QUANDO SONO FUORI SERVIZIO

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

AGLI AGENTI SARA’ CONCESSO DI PORTARSI DIETRO UN’ALTRA PISTOLA RISPETTO A QUELLA D’ORDINANZA SENZA DOVER RICHIEDERE UNA LICENZA AGGIUNTIVA, MA SIAMO SICURI CHE SIA UNA BUONA IDEA? COME VEDIAMO NEGLI STATI UNITI, PIU’ PISTOLE NON SIGNIFICANO PIU’ SICUREZZA

Sì al possesso di armi da fuoco “private” – oltre cioè a quelle di ordinanza – per gli agenti di pubblica sicurezza. È una delle novità contenute nei decreti approvati nel Consiglio dei ministri del 16 novembre. Si tratta di un pacchetto corposo, con una serie di norme molto diverse tra loro e destinate a fare discutere: dall’istituzione di un reato ad hoc per le rivolte nelle carceri alle nuove norme per le detenute incinte.
Le armi “facili” per gli agenti di sicurezza sono inserite nel testo. Due righe che però portano a un cambio di passo non da poco. “Si autorizzano gli agenti di pubblica sicurezza a portare senza licenza un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio”, recita la nota diffusa da Palazzo Chigi alla fine della riunione.
Cosa significa? Significa che se la norma diventa legge gli agenti, che già durante il servizio hanno un’arma, potranno averne un’altra quando sono fuori turno senza dovere richiedere una licenza aggiuntiva. “Un’autorizzazione – ha precisato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi – per impedire la commissione di un reato o in borghese un’arma diversa da quella di ordinanza”.
“Oggi la normativa esclude gli agenti di pubblica sicurezza al contrario di quanto prevede per gli ufficiali di portare armi diverse da quelle in dotazione che hanno dimensioni e un ingombro che non è molto confacente a svolgere servizi in borghese”, ha aggiunto.
(da Today)

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SALVINI DA VESPA, MAESTRO DI PANZANE E MINCHIONERIE

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

UN POLITICO MEDIOCRE E UN ORATORE GROTTESCO RIESCE A ESIBIRSI IN UNA PERFORMANCE ESILARANTE IN 5 MINUTI DOVE SPARA CAZZATE A RAFFICA E SI INVENTA NUMERI

Salvini, che era un politico mediocre e un oratore grottesco già quando pregustava il 40% dei consensi dalla consolle del Papeete Beach, adesso, scalzato dalla più dotata Meloni, è bollito al punto che anche nel programmino di Vespa, che dura 5 minuti proprio per permettere ai governanti più scarsi di fare meno danni possibile, riesce a esibirsi in una performance piena di panzane a pieno titolo rientranti nel genere della minchioneria.
Ormai lo mandano in Tv per fare i lavori che i politici italiani non vogliono più fare, come mentire su numeri accessibili a tutti e ostentare sicumera (anche coi sondaggi che lo danno al 9%), sguardo in camera e dattilonomia (conteggio con le dita), in una parodia, ormai, dell’uomo del contado divenuto politico del fare, “serio, coerente, concreto”.
Quando Vespa gli chiede: “Era inevitabile minacciare la precettazione per ottenere una riduzione degli orari dello sciopero dei trasporti?”, una domandina facilitata che contiene già la risposta, lui risponde: “Mah, il mio mestiere è garantire agli italiani di poter prendere i mezzi pubblici”. È il suo vecchio trucco retorico con la doppietta: non rispondere mai nel merito e sintonizzarsi su quella che lui ritiene l’Italia mentale, incapace di ragionamenti complessi e incline al pensiero binario. “Qualcuno dice ‘scelta mai fatta in passato, scelta coraggiosa’, ‘Salvini sconfigge Landini’ (qui fa la vociona, a impersonare autorevoli interlocutori immaginari, ndr): mah”. Come Renzi, rifiuta complimenti che si fa da solo, veicolati dalla stampa serva.
I suoi interventi mirano a veicolare un messaggio: i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale perché vogliono danneggiare lavoratori, pensionati e malati che invece il governo coccola amorosamente. A tal fine assesta subito due panzane: una su 600 euro in più in busta paga che nel 2024 il governo regalerebbe alle famiglie (in realtà, per via del taglio al cuneo fiscale e delle modifiche dell’Irpef chi guadagna fino a 35 mila euro avrà gli stessi soldi che ha avuto quest’anno) e una sulle pensioni, per cui “noi stiamo continuando a smontare la legge Fornero, la Cgil non protestò quando fu approvata la legge Fornero”, asserzioni entrambe false, perché in realtà il governo rende meno conveniente andare in pensione prima, aumentando i requisiti anche per le donne, e nel 2011 la Cgil protestò eccome contro la legge Fornero, scioperando con Cisl e Uil.
Ma la panzana più grossa è sulla Sanità, di cui Salvini palesemente non sa niente e perciò si attiene al copione, visto che finora il governo ha sparato cifre a casaccio (il ministro Schillaci a La Stampa ha parlato di 5,6 miliardi per il 2024, poi diventati 3 per bocca di Meloni). Salvini dice: “Questa manovra economica ha il record storico della Repubblica italiana di investimento in Sanità, 3 miliardi di euro in più destinati al taglio delle liste d’attesa”, e qui si vede il fuoriclasse, perché riesce a mentire (o a sbagliare, che è peggio) tre volte. Primo: se pure fossero 3 miliardi, non si tratterebbe di un record storico: tra il 2004 e il 2005, governo Berlusconi II, l’aumento fu di 10,8 miliardi; nel 2019, governo Conte II, il ministro Speranza contava di investire sulla Sanità 10 miliardi, sopra al 7% del Pil, poi ci fu la pandemia. Secondo: le cifre del governo nascondono un trucco da magliari. Nella Nota di aggiornamento al Def c’è scritto che la spesa sanitaria, di 131,1 miliardi nel 2022, è di 134,7 miliardi nel 2023 e sarà di 132,9 miliardi nel 2024, di 136,7 nel 2025 e di 138,9 nel 2026, numeri da leggersi in relazione al Pil: 6,6% nel 2023, 6,2% nel 2024 e 2025, e 6,1% nel 2026. Un record al ribasso, considerata l’inflazione.
Vespa tace, del resto in 5 minuti si fa in tempo a bofonchiare qualcosa e a porgere qualche domanduccia su vassoi d’argento (e nel suo libro si è bevuto la stessa fandonia dalla Meloni). Per di più, e qui si riconosce il Salvini insipiente dei bei tempi, i 3 miliardi non vanno affatto al “taglio delle liste d’attesa”: il disegno di legge di Bilancio dice che “al fine di far fronte alla carenza di personale sanitario nelle aziende e negli enti del Servizio sanitario Nazionale, di ridurre le liste d’attesa e il ricorso alle esternalizzazioni… è autorizzata… la spesa di 200 milioni di euro per il personale medico e di 80 milioni di euro per il personale sanitario”; 280 milioni: se la Lega restituisse i 49 che ha rubato allo Stato italiano, potrebbero diventare al massimo 329. Salvini conclude le sue chiacchiere postprandiali con ciò che gli è più familiare: gli immigrati da bloccare: “Sono a processo perché ho ridotto del 90% gli sbarchi nel mio Paese”. No: è a processo per aver trattenuto 147 migranti a bordo su una nave per giorni, a riprova del fatto che erano già arrivati. Ombre del vecchio leone quando dice “Non ha vinto Salvini”, parlando di sé in terza persona, come tutti i vinti che si credevano eroi.
(dan Il Fatto Quotidiano)

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L’ASCESA DI PRANDINI CHE HA PORTATO LA COLDIRETTI ALLA CORTE DI LOLLOBRIGIDA

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

LA COLLUSIONE CON LA LOBBY

Ettore Prandini è considerato il mastino di una triade che oggi governa l’agricoltura italiana. Una triade composta, oltre lui, da Federico Vecchioni e Vincenzo Gesmundo: il primo amministratore delegato di Bf spa, colosso da 1,2 miliardi di euro di valore che raggruppa il meglio del settore, dalla produzione alla distribuzione e alla finanza; il secondo potentissimo deus ex machina di Coldiretti, da decenni, seduto in una miriade di cda del comparto.
Prandini da cinque anni è il volto dell’associazione con i favori di Gesmundo. E oggi Coldiretti è diventata una sorta di ministero aggiunto che detta la linea in materia. Soprattutto dopo l’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni e la nomina a ministro del cognato d’Italia Francesco Lollobrigida. Dalla carne coltivata alla pesca a strascico, dai contratti di filiera sostenuti a suon di milioni dallo Stato alla difesa della “sovranità alimentare” passando per le nuove norme sui flussi migratori per l’agricoltura: tutto il dizionario agricolo utilizzato da Meloni e Lollobrigida è stato scritto nelle stanze della Coldiretti.
Un feeling fortissimo, quello tra l’associazione e il governo: la prima uscita pubblica di Meloni appena insediatasi al governo del Paese? A un evento Coldiretti a Milano. La chiusura della campagna elettorale di Lollobrigida? A Potenza insieme a Prandini. Il nuovo capo di gabinetto del ministro? Un uomo che arriva da Coldiretti.
Per carità, l’associazione dei padroni grandi e piccoli della terra da sempre, storicamente, è stata filogovernativa: nei corridoi della Coldiretti ricordano ancora il sostegno palese a Matteo Renzi per il referendum costituzionale che doveva lanciare in orbita l’allora presidente del Consiglio. «Vedrai con noi ce la farai», sussurrò Gesmundo a Matteo. La storia è andata diversamente.
Ma adesso con l’arrivo di Meloni al governo il rapporto è andato oltre ogni più rosea speranza. E forse questo spiega la spavalderia del presidente di Coldiretti ieri davanti a Palazzo Chigi dove manifestavano i deputati di Più Europa, favorevoli alla carne coltivata.
Ettore Prandini, carattere ruvido tipico dei campi bresciani, è da tutti definito un “decisionista”: esattamente il soprannome che venne dato al padre, il ministro potente dei Lavori pubblici, il democristiano Giovanni Prandini. Il padre, definito dalla sinistra Dc un componente della “banda dei quattro” insieme a Paolo Cirino Pomicino, Francesco De Lorenzo e Carmelo Conte, venne coinvolto in Tangentopoli e poi prosciolto. Ettore nel frattempo fin da giovane inizia a guidare l’azienda zootecnica di bovini da latte di famiglia nelle terra della Lugana. Nel 2006 arriva alla guida la Coldiretti Brescia, nel 2012 è al vertice della Coldiretti Lombardia. Poi l’incoronazione nel 2018 a volto nazionale dell’associazione. Dietro le quinte c’è il suo gran sostenitore Gesmundo, che da anni tesse la tela dell’agricoltura italiana. Lui, sostiene, sempre “contro le multinazionali” e l’Europa: “Noi siamo scomodi a media e multinazionali ma tuteliamo Italia e cittadini, con Cai e Bf difendiamo il comparto”, ha detto a Roma qualche settimana fa al villaggio Coldiretti. Cai e Bf sono due colossi che raggruppano consorzi agrari e mondo della finanza, sotto la guida di Vecchioni, che ha appena fatto il grande salto anche nel mondo dell’editoria di destra, investendo ne La Verità di Maurizio Belpietro: scelta gradita da Meloni e dal suo cerchio magico.
Prandini, anche forse forte del peso che ha nel governo, ieri in piazza ha voluto contestare l’opposizione. Diventando improvvisamente popolare anche in mondi a lui sconosciuti, a partire dai social: su twitter l’hastag Prandini è stato per ore tra quelli di tendenza.
Il ministro Lollobrigida ieri a caldo si è dissociato. Poi in serata ha corretto il tiro a favore di Prandini: “Ha difeso gli agricoltori”. Tra i due, d’altronde, chi detta la linea della politica agricola è il leader della Coldiretti.
(da La Repubblica)

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PERCHE’ PINO INSEGNO CHE GUADAGNA 1 MILIONE DI EURO IN RAI SENZA ASCOLTI NON FA INDIGNARE I SOVRANISTI COME INVECE PER FAZIO E AMADEUS CON GLI ASCOLTI?

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

LE POLTRONE AGLI AMICI: MA CHE BELLA DESTRA DELLA LEGALITA’ E DEL MERITO...

La destra si lamentava tanto degli stipendi di Fabio Fazio e Amadeus e poi la Rai sotto il Governo Meloni dà a Pino Insegno un milione di euro per starsene a casa (o quasi)?
Dopo il flop di “Mercante in Fiera”, il conduttore per due anni riceverà questa bella somma sostanzialmente nell’attesa che gli venga proposto di fare qualcos’altro. E Ottavio Cappellani a modo suo si fa qualche domanda sul lavoro del suo agente…
Diciamo che siete assunti in catena di montaggio, dopo un periodo si scopre che non sapete né catenare né montare, così vi danno più di un milione di euro per stare a casa in attesa di un impiego più facile (ove si presentasse l’opportunità), per un po’ di tempo, diciamo 24 mesi. Succede un casino: altri operai, sindacati, gente per mangiare si compra una sarda e per arrivare a fine mese si limita a leccarla, un lato di sarda al giorno, insomma la faccenda, come si dice, fa notizia. A quel punto il vostro agente che vi ha procurato l’impiego dice: sì, ma il mio cliente guadagna meno di Taylor Swift. È un po’ (con tutti i distinguo) quello che è successo dopo l’estromissione causa flop di ascolti di Pino Insegno dalla prevista conduzione de L’eredità e dopo il Mercante in Fiera: il conduttore prenderà più di un milione di euro per due anni. Forse farà un programma in radio, forse condurrà Reazione a Catena (di montaggio), forse farà una serata (una) per i settant’anni della Rai. L’agente di Insegno rassicura, ha dichiarato che il suo cliente guadagna meno di Amadeus. Adesso, non è che si capisca bene con quale logica si possano mettere a raffronto i compensi di Pino Insegno e quelli di Amadeus, dato che il secondo fa ascolti e il primo no. Dato che siamo soggetti alle leggi di mercato (bé, non tantissimo, in questo caso, la Rai è finanziata con soldi pubblici e se uno se ne sta a casa e non fa programmi dentro i quali si vende pubblicità le leggi di mercato non esistono più) se l’agente di Pino Insegno può fare questo tipo di dichiarazione allora io posso dire che secondo me un operaio della catena di montaggio dovrebbe guadagnare più di Amadeus e Taylor Swift e Pino Insegno e il suo agente messi insieme.
Amadeus, uno dei conduttori principali della Rai
Pare, si mormora, che i contratti Rai di Pino Insegno siano dovuti alla sua amicizia e al suo schierarsi con Giorgia Meloni. Qualora fosse vero tale assunto, sorgono due domande.
La prima è facile: ma allora perché la destra si è sempre lamentata dei compensi dei vari Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Roberto Saviano e Roberto Benigni? Loro gli ascolti li facevano, soprattutto anche perché i loro programmi televisivi andavano in onda consentendo la vendita di pubblicità. Di Fabio Fazio, addirittura, la destra si lamentò di un contratto con La7 degli inizi per un progetto che poi non andò in porto, Fazio i soldi li prese lo stesso, ma era una emittente privata, il rischio d’impresa era privato e quindi, alla destra, più o meno, che gliene fregava? E come è che adesso, nel caso di Pino Insegno, non insorgono? (So la risposta, ovviamente, ma oramai la logica la uso così, come hobby, non è che serva realmente a qualcosa, tiene la mente giovane, come la Settimana Enigmistica, tutto lì).
Nel caso fosse vero, come suppongono in tanti, che in Rai si facciano favoritismi dovuti agli schieramenti politici ai quali si appartiene c’è da porsi anche un’altra domanda.
Se Pino Insegno ha sbandierato ai quattro venti la sua amicizia con Giorgia Meloni, se gli hanno aperto le porte quando è arrivata al governo Giorgia Meloni, se viene ricevuto dai vertici Rai a causa della posizione di governo di Giorgia Meloni, se gli danno i programmi Rai nonostante i flop perché vicino a Giorgia Meloni che minchia di lavoro fa l’agente di Pino Insegno?
(da mowmag.com) –

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FRANCIA, ARRESTATO UN SENATORE DI CENTRODESTRA: “HA DROGATO E VIOLENTATO UNA PARLAMENTARE”

Novembre 17th, 2023 Riccardo Fucile

NEL SANGUE DELLA VITTIMA PRESENZA DI EXSTASY

Il senatore di Les Indépendants Joël Guerriau è stato arrestato dalla polizia a Parigi. Il rappresentante del centrodestra nella Loire Atlantique deve fronteggiare l’accusa di aver drogato una parlamentare a scopo di violenza sessuale.
La procura ha disposto nei suoi confronti il fermo per aver somministrato a una persona a sua insaputa una sostanza che poteva alterare la sua capacità di giudizio o il controllo delle sue azioni. Con lo scopo di commettere uno stupro. Il tutto sarebbe successo nella notte tra martedì 14 e mercoledì 15 novembre. La vittima, una donna, ha sporto regolare denuncia. A far sapere che si tratta di un’eletta è stata l’agenzia di stampa Afp, che cita fonti di polizia.
Il racconto della denuncia
Secondo il racconto presente nella denuncia la vittima si sarebbe sentita male dopo aver ingerito qualcosa nella casa parigina del senatore. Le analisi dei campioni nel suo corpo hanno rivelato la presenza di ecstasy. Le perquisizioni nella casa del senatore hanno riscontrato la presenza della droga. Il pubblico ministero ha confermato la circostanza. Guerriau, di professione banchiere, è segretario del Senato e vicepresidente della commissione per gli affari esteri, la difesa e le forze armate. Rémi-Pierre Drai, avvocato del senatore, si è detto «indignato» perché le accuse sono finite sui giornali. «O la procura è responsabile oppure deve trovare chi è il responsabile della fuga di notizie», ha detto all’Afp.
Gli account sui social network
Intanto i profili Facebook e Twitter del senatore sono irraggiungibili. Nel 2016 Guerriau aveva fatto parlare di sé per un tweet, poi rimosso, con l’immagine di un pene. Il tweet riportava a corredo una dichiarazione che chiamava in causa un altro senatore. Guerriau ha detto che il suo account era stato hackerato. Nel 2022 Guerriau si è unito al partito Horizons, fondato dall’ex primo ministro Edouard Philippe.
(da agenzie)

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