Destra di Popolo.net

PADERNO DUGNANO, SVOLTA NELLE INDAGINI, IL 17 ENNE CONFESSA: “LI HO UCCISI A COLTELLATE TUTTI IO, PADRE, MADRE E FRATELLO 12ENNE”

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

SALVINI OGGI FA POST SOLO SULLA FERRARI CHE VINCE A MONZA… IL GIOVANE ITALIANO E’ DI FAMIGLIA BENESTANTE

Non solo il padre, ma tutta la famiglia. Il ragazzino di 17 anni che la scorsa notte aveva chiamato i soccorsi per dare l’allarme sulla strage in casa a Paderno Dugnano è crollato nel pomeriggio di oggi ed ha cambiato versione su quanto accaduto.
Ha confessato infatti di aver ucciso tutti e tre i famigliari trovati morti: il padre, la madre e il fratellino di 12 anni. La svolta nelle sue dichiarazioni è arrivata al termine di un lungo interrogatorio in caserma. I carabinieri erano intervenuti nella notte tra sabato 31 agosto e domenica 1° settembre quando il figlio 17enne unico sopravvissuto della famiglia aveva avvertito i soccorritori del 118. Le tre vittime hanno rispettivamente 51, 49 e 12 anni e tutte presentavano ferite di armi da taglio.
Inizialmente il ragazzo aveva raccontato di essersi svegliato nel cuore della notte sentendo le urla della madre e del fratello, colpiti a morte dal padre. A quel punto, il 17enne avrebbe reagito uccidendo il padre. Poi il clamoroso cambio di versione, e la confessione “completa”.
Versione che era parsa tutta da confermare, anche perché il suo corpo non presentava segni di colluttazione. Nel pomeriggio, in ogni caso, il 17enne era stato iscritto dalla procura per i minorenni di Milano nel registro degli indagati con l’accusa di aver ucciso il padre.
La villetta e i vicini
La strage si è consumata in una villetta monofamiliare di via Anzio, dove al momento sono in corso i rilievi della polizia scientifica per cercare riscontri al racconto del minore. I vicini hanno descritto la famiglia, benestante e di nazionalità italiana, come tranquilla e composta da grandi lavoratori e hanno aggiunto di non aver sentito alcun rumore nella notte.
La chiamata al 118
Quando il 17enne ha chiamato i soccorsi, ha gridato: «Ho ucciso mio papà, venite». Il ragazzo ha spiegato di essere entrato in camera del fratellino più piccolo dopo essere stato svegliato dalle urla dei familiari. Una volta entrato nella stanza, avrebbe visto il padre seduto su una sedia, con accanto un coltello e i corpi senza vita del fratello a letto e della madre a terra. A quel punto, il 17enne avrebbe preso il coltello e avrebbe pugnalato a morte il padre. Il procuratore di Monza, Claudio Gittardi, ha confermato che è stato il figlio piccolo a subire l’aggressione più feroce. Gli inquirenti sono al lavoro per escludere completamente la presenza di altre persone all’interno dell’abitazione.
(da agenzie)

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“NO A INTERVENTI MILITARI IN RUSSIA”. SALVINI TORNA A SFIDARE MELONI E LA LEGA PENSA A UNA MOZIONE CON LA FRASE “CENSURATA” DOPO IL PASTICCIO DEL “DOPPIO COMUNICATO”

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

TRA POLITICA ESTERA (LO STESSO LEADER DEL CARROCCIO, FILO-PUTINIANO, AMMETTE CHE CON LA DUCETTA SULLA POLITICA ESTERA SONO SU “POSIZIONI DIVERSE”) E BALNEARI, LA GUERRA ALL’INTERNO DELLA MAGGIORANZA E’ SOLO COMINCIATA

Dentro FdI è più di un sospetto. E fonti leghiste di peso confermano che l’idea circola, fra le truppe parlamentari del Carroccio, anche se si aspetta un cenno di assenso da Matteo Salvini che per ora non si è espresso. L’idea è questa: mettere nero su bianco, in un atto parlamentare, quello che era sparito dalla famosa nota «congiunta» diramata dopo il vertice di maggioranza dell’altro ieri.
Il passaggio incriminato, diffuso «per errore» da via Bellerio ma assente nel testo consegnato alla stampa dai Fratelli e da Forza Italia, biasimava «ogni ipotesi di interventi militari fuori dai confini ucraini». E che questa sia la posizione della Lega è assodato. Ecco perché tra i colonnelli di Salvini nel Palazzo sta prendendo quota l’idea di ribadire il concetto, magari con termini un po’ sfumati, in un ordine del giorno o in una risoluzione, appena si tornerà a discutere di Ucraina alla Camera o al Senato.
Magari a ridosso del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre, ma l’occasione giusta potrebbe arrivare prima, a settembre, se la conferenza dei capigruppo di Montecitorio o di Palazzo Madama accogliesse le richieste di un pezzo di opposizione, che chiede al governo un’informativa sul punto.
Dentro FdI aspettano di capire se il vicepremier darà il via libera, anche se Salvini non ha mai camuffato troppo le differenze in politica estera, anzi un mese fa le ha quasi rivendicate, ammettendo, parlando dell’Ue, che «siamo su posizioni diverse»
Lo stato maggiore di via Bellerio poi sembra già schierato su questa linea, senza sfumature. Il vice di Salvini, Andrea Crippa, si è detto contrario addirittura «ad ogni tipo di armi» a Kiev. Un big come il capogruppo dei senatori, Massimiliano Romeo, in questi giorni ha condannato più volte l’incursione delle truppe di Zelensky nella regione russa del Kursk, dicendosi preoccupato per il «rischio di un’escalation militare» che renderebbe «la pace sempre più lontana».
E proprio Romeo a gennaio aveva presentato un ordine del giorno che chiedeva al governo un cambio di strategia sulle armi, testo poi ritirato tra gli improperi a denti stretti di meloniani e azzurri. Certo, se l’operazione stavolta fosse portata a dama fino al pallottoliere di un’aula parlamentare, per Meloni sarebbe l’ennesima crepa all’interno della sua maggioranza, molto più complicata da mascherare. Peraltro proprio quando il ministro Guido Crosetto prepara il primo G7 della Difesa.
In realtà anche la premier, sull’offensiva ucraina in territorio russo, deve governare pulsioni contrapposte all’interno del suo partito, solitamente una falange. Perché da un mese sembrano affiorare, pur sottotraccia, sostanzialmente due linee. Quella espressa da Crosetto, convinto anche lui che operazioni come l’incursione a Kursk «allontanino la pace», giudizio condiviso dal vicecapogruppo Raffaele Speranzon. E quella di Palazzo Chigi, sostenuta anche da Giovanbattista Fazzolari, che considera più che legittima la strategia difensiva di Zelensky.
Però a via della Scrofa s’interrogano. E ogni due-tre mesi sondano militanti e iscritti con indagini riservate, per tastare gli umori della base. Sulle armi, i simpatizzanti di FdI erano stati interrogati l’8 aprile. E una nuova rilevazione è attesa a breve.
La Lega resta alla finestra. E studia le mosse per provare a capitalizzare la presa su una fetta di elettorato contrario agli aiuti a Kiev. Anche se per ora la licenza di fuoco amico ce l’ha in tasca solo Roberto Vannacci, che ieri ha pubblicato un post per prendersela col presidente del Senato, Ignazio La Russa, che il giorno prima era alla Versiliana per un dibattito.
«Desolante», ha scritto il generale parlando di sé in terza persona, «il confronto con la serata di Vannacci del 24 agosto» sullo stesso palco. Dentro FdI la sortita del militare è stata accolta con un filo di irritazione (eufemismo), anche se l’unico a reagire è stato l’interessato, La Russa: «Per me la competizione con Vannacci non è mai cominciata. Mi è dispiaciuto che, per colpa sua, i Comsubin non abbiano potuto gridare “Decima” il 2 giugno». Scambio ruvido. Che conferma le tensioni montanti a destra. E il prossimo test, per la tenuta della maggioranza, sarà sui balneari. La riforma, con le gare invise ai leghisti, potrebbe arrivare in Cdm già martedì
(da Repubblica)

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NUOVI SCAVI A POMPEI: TROVATI SANGIULIANO, ROSARIA E L’EGEMONIA CULTURALE DI MARTUFELLO

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

IL CASO GENNY E BARBIE ALLA VESUVIANA

Una buona notizia: il ministro Gennaro Sangiuliano non sa dove sia Times Square, ma sa perfettamente dov’è Pompei. Il 3 giugno è al Comune di Pompei, l’11 giugno visita gli “scavi della legalità” a Pompei, il 23 luglio il sindaco di Pompei gli consegna direttamente le chiavi della città così quando ha voglia di andare nemmeno si deve far aprire.
Con lui – se ne parla da giorni – c’è sempre questa figura bionda, un misto tra una annunciatrice Rai anni Novanta e Barbie Vesuviana: Maria Rosaria Boccia, incidentalmente di Pompei, una specie di ombra dietro Sangiuliano, sebbene l’ombra sia almeno 30 centimetri più alta del ministro Genny, in questo caso.
Quando viene fuori che da mesi Maria Rosaria lo segue a ogni evento e lei si attribuisce una nomina a consigliera per i grandi eventi, lo staff del ministro nega tutto. Genny, sentendosi nell’epicentro di uno scazzo coniugale del sesto grado della scala Mercalli, tenta la fuga da Pompei. Ma è troppo tardi. Piovono lapilli mediatici sul caso “Genny e Barbie vesuviana” e si scopre che la pagina Instagram di Barbie è piena zeppa di immagini di loro due sempre insieme in giro per eventi, inseparabili, congiunti, inscindibili come i due pompeiani carbonizzati nell’ultimo abbraccio.
Lei è col ministro perfino al “Festival del Libro possibile”, nel senso di “possibile che Sangiuliano l’abbia letto”. Nessuno ha capito ancora bene perché e per cosa lei lo accompagni, si sa solo che li ha fatti incontrare il parlamentare di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano, quello che aveva accompagnato Giorgia Meloni proprio in visita a Pompei.
Il filo conduttore, trattandosi di Sangiuliano, è sempre, inevitabilmente la cultura, fateci caso: Cangiano aveva conosciuto la sua fidanzata (ora ex) Valeria Marini grazie a Dani. Cioè Daniela Santanchè. E sempre Gimmi Cangiano era quello che aveva portato a Montecitorio Martufello e Pamela Prati col benestare di Sangiuliano.
Insomma, grazie a Genny, Gimmi, Dani, Barbie Vesuviana e Martufello la conquista dell’egemonia culturale della destra ha la strada spianata. E
che nella storia torni sempre l’antica città rasa al suolo dal Vesuvio non è un caso. Questa vicenda è come Pompei: più scavi e più trovi roba.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IUS SCHOLAE, TAJANI INSISTE: “NESSUN PASSO INDIETRO, HO DATO MANDATO AI GRUPPI”

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

“SALVINI? IO NON DICO NIENTE SU QUOTA 41”

«Nessun passo indietro» sullo Ius scholae: parola di Antonio Tajani. Durante l’evento “La Piazza”, organizzato dal quotidiano Affaritaliani.it, in corso a Ceglie Messapica, il vicepremier e ministro degli Esteri è tornato a parlare della questione che da mesi infiamma la maggioranza (e non solo). «Io non faccio nessuna marcia indietro», ha detto il leader di Forza Italia. «La sullo ius scholae è una scelta di buon senso – ha aggiunto -. Ho dato mandato ai gruppi di fare uno studio sulla questione della cittadinanza e sulle normative e orientare una proposta di legge. E prima di presentare una proposta in Parlamento la presenterò alla maggioranza perché un centrodestra moderno deve porsi questo problema».
La querelle politica era cominciata con la pallavolista e vincitrice dell’oro olimpico Paola Egonu. Era proseguito con il murale che la street artist Laika le aveva dedicato e poi con le polemiche successive alle parole del generale Roberto Vannacci. Ma il tema dello Ius scholae, ovvero una legge che renda cittadino italiano qualsiasi persona straniera che concluda almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese, aveva messo in fibrillazione la maggioranza. Da una parte lo stesso Segretario di Forza Italia che riconosceva il cambiamento in atto nel nostro Paese. Dall’altra il “No” (secco) dell’altro vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, al quale lo stesso Tajani – durante l’evento di stasera, sabato 31 agosto – ha lanciato (forse) una provocazione: «Salvini, quando dice quota 41 che non è nel programma o ci sono attacchi contro l’Ue io non dico nulla. Vincolo di governo è votare insieme in parlamento. Non possiamo regalare il voto dei nuovi italiani alla sinistra», ha concluso il ministro forzista.
La Cei approva lo ius scholae: «Strumento di inclusione»
Nel dibattito di questo fine agosto è entrata anche la Conferenza episcopale italiana, da giorni al centro delle critiche – arrivate dai leghisti – dopo le dichiarazioni sull’Autonomia e per la missione di salvataggio dei migranti nel Mar Mediteranneo. In un’intervista ad Avvenire (che uscirà domani e della quale è stata diffusa un’anticipazione) il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ha definito lo ius scholae «uno strumento importante di inclusione delle persone». Per Zuppi, infatti, «la questione mette in gioco un diritto fondamentale della persona, per questo deve suscitare delle idee, e non delle ideologie, per trovare le risposte adeguate. È la stessa cosa potere essere uguale ai miei compagni o sentirmi addosso di essere italiano a metà? Più facilmente sceglierò i doveri se ho chiari i diritti», ha concluso.
(da agenzie)

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IL DOLORE DI AWA, LA SORELLA DI MOUSSA SANGARE: “ALLA FINE E’ ARRIVATO A UCCIDERE QUALCUNO, PER MIO FRATELLO NESSUNO SI E’ MOSSO”

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

L’INCENDIO ALLA CASA DI FAMIGLIA, IL COLTELLO PUNTATO CONTRO AL MADRE E LA SORELLA, GLI ULTIMI MESI DEL KILLER… “AVEVO AVVISATO DA UN ANNO, IL SINDACO, GLI ASSISTENTI SOCIALI E I CARABINIERI, NESSUNO E’ INTERVENUTO”

«Alla fine è arrivato a uccidere». Questo il dolore della sorella ventiquattrenne Awa, studentessa di Ingegneria a Bergamo e sorella di Moussa Sangare.
Parole raccolte da Il Messaggero che oggi fa un ritratto del killer di Sharon Verzeni, descrivendo il paese di Suisio, dove viveva e dove lo ricordano come un ragazzo non facile.
«Avevamo paura. Dicevo a mio marito e mia figlia di stare alla larga da lui. È un anno che denuncio, ho chiamato sindaco, assistenti sociali e carabinieri, che sono anche venuti a fare un controllo, qua deve succedere una tragedia perché qualcuno intervenga», racconta Clotilda Bejtai abitante al primo piano della palazzina dove viveva il trentunenne. «Un incubo – dichiara alla testata – E ciò che mi tormenta è che quel giorno la vittima designata avrei potuto essere io». Il 10 luglio 2023 Sangare ha dato fuoco alla cucina dell’appartamento della madre e il sindaco ha firmato un’ordinanza di inagibilità. A maggio di questo anno arriva la denuncia di maltrattamenti familiari: Moussa ha puntato un coltello contro la sorella. Il pm di Bergamo incaricato del fascicolo ha attivato un codice rosso, tuttavia non sono state applicate misure cautelari poiché l’uomo non aveva più rapporti con la famiglia. Poi Sangare è tornato in via San Giuliano, occupando un appartamento disabitato al piano terra. I carabinieri l’hanno trovato in condizioni terribili, tra bottiglie di birra, senza acqua corrente, «per l’elettricità si era attaccato ai cavi della casa della mamma», riferisce Clotilda, che da sette anni vive sotto la famiglia del giovane. «Alle tre di notte sentivo le botte, sembrava che venisse giù il soffitto. Spaccava la porta d’ingresso, urlava. Come si fa a dire che ha ucciso Sharon per un impulso improvviso? Una persona con rabbia accumulata, che nel subconscio ha il male. Era fuori di sé», ricorda la vicina. E poi «stava qua strafatto, dovevo passargli sopra quando uscivo per andare a lavorare. Entrava nella casa occupata dalla finestra».
Awa: «Non doveva finire così per mio fratello nessuno si è mosso»
Awa ha parlato in una lunga intervista all’Eco di Bergamo. «Quando ci hanno detto che era stato lui a uccidere quella povera ragazza, siamo rimaste choccate. Sapevamo che non stava bene, ma mai avremmo potuto pensare che potesse arrivare a questo», ha detto la studentessa 24enne di ingegneria gestionale. «Non doveva finire così, assolutamente no. Il nostro pensiero va a quella povera ragazza, a Sharon e alla sua famiglia, siamo molto addolorate». «Per mio fratello nessuno si è mosso – denuncia la ragazza – abbiamo fatto di tutto per liberarlo dalla dipendenza, per affidarlo a chi potesse aiutarlo, ma lui ha sempre rifiutato. A noi, dopo aver verbalizzato le denunce, hanno dato i volantini dei centri antiviolenza mentre per un ricovero in qualche centro per fare uscire Moussa dalla dipendenza ci hanno risposto che doveva essere lui a presentarsi in modo volontario».
Anche per Awa la vita di Moussa è cambiata quando è partito per l’estero: «Era un bravo ragazzo, poteva sembrare strano forse ma tranquillo, almeno fino a quando non è andato negli Stati Uniti e poi a Londra nel 2019: è tornato ammettendo di aver iniziato a fare uso di droghe sintetiche. Non era più lui». «Ci sono stati giorni in cui la paura era sempre dentro le mura di casa, non mi lasciava mai. Giorni in cui urlava, parlava da solo, delirava», ricorda. Poi, dal 9 maggio, dopo la terza denuncia in un anno presentata dalle due donne, non abitava più con madre e sorella, «e non avevamo proprio più contatti. Stavamo nella stessa casa ma su due piani diversi e lui di giorno si chiudeva in casa e usciva la notte, è sempre stato solitario. E comunque negli ultimi tempi non si è più mostrato violento con noi».
«Prima dello scorso aprile – ricorda – non aveva mai usato un coltello contro di noi. Ma quel giorno, era il 20 aprile, mi ha raggiunto alle spalle mentre stavo ascoltando la musica in sala e mi ha minacciato con un coltello. Io non mi ero accorta di niente, mia mamma, che da quando ha avuto l’ictus non riesce più a parlare, cercava di farmi capire che ero in pericolo. Allora io mi sono girata e Moussa si è fermato. Se n’è andato, ridendo».
(da agenzie)

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I 30 GIORNI FANTASMA DEL KILLER DI SHARON VERZENI: “TORNATO DALL’ESTERO ERA CAMBIATO”

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

UN VICINO: “ALLE 5.30 DEL MATTINO ERA A CASA CON GLI OCCHIALI DA SOLE”… UN AMICO D’INFANZIA: “NON STAVA BENE, SI SAPEVA, ANDAVA AIUTATO”

A Suisio, dove è cresciuto e abita, si vedeva ancora in giro. Più la sera tardi che durante il giorno. I suoi sono 30 giorni da fantasma, fino al fermo alle 4 di venerdì. In via San Giuliano, aveva occupato l’appartamento al pianterreno nello stesso stabile in cui vivono la mamma e la sorella. A maggio, l’hanno denunciato per maltrattamenti. Il vicino al primo piano dice di averlo incrociato cinque giorni fa: «Saranno state le 5.30 del mattino, stavo andando al lavoro, era qui fuori. Aveva gli occhiali da sole. Andava in giro e tornava sempre qua». Ayman Shokr, il titolare della pizzeria Le Piramidi in piazza, lo aveva visto di sfuggita due settimane fa: «Usciva dal bar».
Un amico «Moussa aveva dei problemi, lo sapevano tutti»
A metà pomeriggio, nel locale un ragazzo si appoggia al bancone e chiede acqua e menta. Vestito sportivo, ha lasciato la bici fuori. «Moussa? È un amico, siamo cresciuti insieme tra oratorio, calcetto e centro estivo». Ultimamente l’ha perso di vista, ma sa che in questo mese i ragazzi più giovani l’hanno intercettato. «Mi lasci dire una cosa, però. Moussa aveva dei problemi, si sapeva, andava aiutato. C’è un generalizzato problema di salute mentale di cui non ci si occupa. Non è giusto che poi, quando succede il peggio, si parli di mostro»
Il nuovo profilo social «Muda» per cantare in inglese
Ha 24 anni, sei in meno di Sangare. «Per noi, da ragazzini era un punto di riferimento, ha fatto l’animatore. Era bravo con la musica e quando era all’estero aveva aiutato due ragazzi a incidere dei brani». Una volta tornato dall’America, cambia il profilo social. «Voleva cantare in inglese, ne ha aperto un altro non più come Moses ma Muda».
Lo ripetono da più parti, anche: «Una volta tornato, non era più lo stesso Moussa di un tempo. Ma non era pericoloso, non era violento. Ripeto, si vedeva che aveva dei problemi ma non avrei mai pensato potesse arrivare a fare del male a qualcuno». E la droga? «Sì, anche quella era un suo problema. Qui vanno a prenderla a Terno d’Isola». Non vuole giustificarlo, anzi. Vuole difenderne l’italianità: «Ho sentito in paese discorsi sull’origine e sulla cultura. Non voglio nemmeno dire che Moussa fosse integrato, perché non ce n’è bisogno. È più semplice, è nato a Milano e cresciuto qui».
La ex vicina: «Era piccolo, la morte del padre cambiò tutto»
Marinella Carione l’ha visto bambino. Era la vicina del piano di sotto e fu testimone di un momento difficile per la mamma e per la sorella minore di Moussa. «La bambina avrà avuto tre anni, Moussa otto. Il padre uscì per andare al lavoro e non tornò più, morì per una broncopolmonite. Era il loro pilastro, partiva alle 4.30 del mattino per fare le consegne. Quando lo persero, cambiò tutto».
La sua porta era sempre aperta: «Moussa veniva a giocare con i miei figli, lo aiutavo con i compiti». Si persero di vista. È stato suo figlio ad avvisarla, dopo il fermo: «Mamma, è lui il Moussa di cui parlano».
(da Il Corriere della Sera)

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SARDEGNA, AL TURISTA IPOVEDENTE FANNO PAGARE CON IL POS 1.155 EURO PER 4 PEZZI DI PECORINO E UNA SALCICCIA

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

IL PAGAMENTO E’ AVVENUTO QUANDO IL FAMILIARE DELLA 86ENNE SI ERA UN ATTIMO ALLONTANATO… IL COMMERCIANTE DICE: “E’ IL MERCATO LIBERO”

Millecentocinquantacinque euro. Questo il prezzo pagato da due turisti milanesi — una donna 86enne ipovedente e un famigliare — per alcuni pezzi di pecorino sottovuoto del posto, un trancio di coppa e una salsiccia. In totale poco meno di quattro chilogrammi di merce.
È accaduto, riporta la testata La Nuova Sardegna, martedì scorso a Porto Istana, nei pressi di Olbia, Sardegna, di fronte all’area marina protetta di Tavolara. Una zona molto frequentata da turisti e da rivenditori ambulanti. Sarebbe stato proprio un irregolare a vendere i prodotti alla coppia.
I fatti
Tutto è accaduto in pochi minuti. Attratti dal richiamo dell’ambulante, i due turisti — in vacanza a Murta Maria — hanno scelto alcuni formaggi e salumi tipici, peraltro acquistabili in negozi specializzati. Quindi mentre l’uomo riponeva la merce nell’auto, la donna, ipovedente, ha provveduto a pagare con il bancomat. Nessuno scontrino per lei, solo la copia della ricevuta del pos, non valida ai fini fiscali, che però riportava nome, cognome, ditta e in dirizzo del rivenditore: un uomo di Buddusò, località del sassarese anche nota per i mercati di prodotti tipici sardi. Quando si sono accorti del prezzo pagato, i due turisti hanno tentato di rintracciarlo, senza successo.
Nel frattempo hanno presentato un esposto alla Guardia di finanza mercoledì 28 agosto per la vendita di prodotti senza scontrino fiscale, quindi hanno segnalato l’accaduto ai carabinieri di Buddusò. Al momento, però, non risultano interventi da parte delle forze dell’ordine.
La reazione dei famigliari
Informati dell’accaduto, i famigliari della coppia si sono messi sulle tracce del rivenditore per chiedere spiegazioni. Alle contestazioni l’uomo avrebbe replicato che i suoi «sono prodotti di nicchia, il prezzo l’ho detto prima di acquistarlo. Penso sia un mercato libero, quindi non vedo problemi». In relazione all’invalidità della donna e all’età dei due avrebbe quindi aggiunto: «A dire il vero non mi sembravano poco lucidi, ma più svegli di me, dato che guidavano l’auto, erano in spiaggia tranquillamente e hanno pagato utilizzando il pos. Se fossero persone poco lucide bisognerebbe metterle in una struttura e allora sareste voi famigliari e parenti da denunciare. Ma, ripeto, sono molto lucidi e svegli». Al momento pare che non ci siano ulteriori sviluppi sulla vicenda. Una delle tante a Buddusò, il paese che per primo in Sardegna ha promosso tempo addietro il business del commercio ambulante, con tanti venditori in possesso di regolare licenza.
Uomini e donne che ogni mattina cercano di vendere i prodotti tipici nelle spiagge dell’isola, da Stintino a Costa Rei, da Badesi a Dorgali, da Villasimius a San Teodoro, da Olbia all’Isola Rossa. Persone che dinanzi a questi episodi non ci stanno. E che da tempo chiedono controlli da parte delle forze dell’ordine affinché chi non ha una regolare licenza non eserciti. E chi l’ha possa farlo tranquillamente senza rischiare di essere guardato con sospetto perché abusivo.
(da agenzie)

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LA PROVOCAZIONE DEI LEGHISTI DISSIDENTI: L’EX SEGRETARIO GRIMOLDI CHIEDE DI METTERE IL NOME DI VANNACCI AL POSTO DI SALVINI NEL SIMBOLO

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

“A CHE SERVE “SALVINI PREMIER”, HA PIU’ SENSO VANNACCI VISTA LA DERIVA DEL PARTITO?”… “LA BERGHEM FEST MAI COSI’ DESERTA COME QUEST’ANNO: E’ IL RISULTATO DELLE PALLE CHE SALVINI RACCONTA DA ANNI”

Mettere il nome di Roberto Vannacci al posto di quello di Matteo Salvini nel simbolo della Lega. È l’ultima proposta provocazione dell’ex segretario del Carroccio Paolo Grimoldi.
“Ecco cosa succede quando si dicono perennemente ed esclusivamente palle, bugie, stupidaggini e menzogne sui congressi, sui programmi, agli elettori, ai militanti e persino agli amici: Berghem Fest da 30 anni mai così deserta”, ha scritto sul suo profilo Facebook l’ex leghista, commentando le immagini della storica festa al Albino, in provincia di Bergamo.
“Serve altro per capire che va tolto ‘Salvini premier’ dal simbolo? Si metta piuttosto ‘Vannacci premier’. Io posso non condividere ma ci sarebbe un senso politico”, ha aggiunto. Allegate al post di critiche, le immagini di un locale poco affollato. Sedie vuote, lunghe tavolate e pochi volti a riempire le fotografie della tradizionale festa estiva del partito.
Finora nessuna replica da Via Bellerio, così pure dai diretti interessati. Nè il generale del Mondo al Contrario, né il vicepremier, che si trova a Venezia per assistere alla regata storica, hanno commentato.
Non è la prima volta, però, che Grimoldi propone di modificare il simbolo del Carroccio e in particolare di togliere il nome di Salvini. In occasione delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, il leghista di vecchia data aveva suggerito ai suoi ex colleghi di rimuovere il riferimento al vicepremier per evitare il crollo dei consensi.
“Bisogna capire qual è il nostro progetto politico o darci un progetto politico”, aveva detto l’ex deputato. “Non possiamo chiamarci ‘Lega per Salvini premier’ quando in Sardegna prendi il 3% ed è chiaro che avere o non avere il premier non può essere un progetto politico. Quindi, modificare subito il simbolo prima delle europee per evitare la debacle elettorale e darsi un progetto politico chiaro e definito”, aveva ribadito. L’indicazione però, non era stata accolta dai vertici del partito e sembra abbastanza prevedibile che anche questa volta la proposta cada nel vuoto.
(da Fanpage)

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IL FIGLIO 15ENNE VIOLENTO’ UNA COETANEA, GENITORI CONDANNATI A PAGARE 250.000 EURO PER OMESSO CONTROLLO

Settembre 1st, 2024 Riccardo Fucile

“NON GLI INSEGNARONO IL RISPETTO DELLE DONNE”

A quindici anni violentò una ragazzina di dodici durante la festa patronale. Finito sotto processo (presso il Tribunale dei Minori) se l’è cavata con il perdono giudiziale. Venerdì, invece, sono stati condannati, dal Tribunale Civile, i suoi genitori per omesso controllo del figlio e per non averlo educato al rispetto dei coetanei. Ora saranno loro a dover versare 250 mila euro alla ragazzina violentata.
La violenza
La storia inizia nel 2012, a Frosinone. È festa patronale e per la prima volta i genitori di Barbara (nome di fantasia) le concedono di uscire dopo cena. «Vado con le amiche» dice la ragazzina per tranquillizzare i suoi e quindi si dirige verso la piazza. Un gruppetto di maschietti si avvicina, scambiano qualche battuta e Luca (nome di fantasia), 15 anni le propone di allontanarsi. «Facciamo un giro al centro storico e torniamo», la rassicura. Lei sale sul motorino ma, giunti dietro un rudere, lui si ferma e inizia con le avances.
Lei cerca di divincolarsi, non vuole, ma lui la violenta. Per Barbara è l’inizio di un calvario. Per due giorni riesce a nascondere l’accaduto; poi, in lacrime, racconta tutto alla madre che subito presenta la denuncia ai carabinieri. Inizia il procedimento presso il Tribunale dei minori, dove Luca deve rispondere di violenza sessuale. Nel 2017 il processo si chiude con il »perdono giudiziale», in considerazione della giovanissima età dell’imputato. Dunque il ragazzo resta in libertà e, non di rado, incontra proprio Barbara che, nel frattempo, è costretta ad un percorso psicoterapeutico per superare il trauma subito.
La battaglia legale
Ma i genitori della ragazza non ci stanno: il papà elettricista (morto due anni fa di crepacuore) e la madre casalinga, non accettano che Barbara sia finita in un inferno e non ci sia alcun colpevole. Dunque, assistiti dall’avvocato Nicola Ottaviani, citano in giudizio, presso il Tribunale Civile di Frosinone, i genitori di Luca, chiedendo la loro condanna per l’omesso controllo del figlio e per non averlo educato al rispetto dell’altro sesso. I genitori, due impiegati della media borghesia ciociara, replicano sostenendo che il figlio, non è mai stato bocciato a scuola, è un ragazzo tranquillo che non ha mai dato problemi. E, in relazione alla violenza sessuale, ribadiscono che la ragazza era consenziente.
La condanna
«Se poi, per una sera, è sfuggito al nostro controllo, è un episodio del tutto occasionale» ribadiscono. Ma il Tribunale di Frosinone non è stato dello stesso avviso, condannandoli entrambi ad un risarcimento di 250 mila euro per non aver cresciuto il figlio nel segno del rispetto e del riguardo nei confronti dell’altro sesso. Dunque: non solo per aver «omesso il controllo» per una sera, ma per non averlo educato, durante tutti gli anni della crescita, a respingere atteggiamenti di prepotenza e di sopruso. Un principio di diritto particolarmente interessante, se si sposta l’orizzonte agli atti di bullismo che quotidianamente vengono denunciati ogni giorno dagli adolescenti.
(da Il Corriere della Sera)

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