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LA FORZA DEI LAVORATORI STRANIERI: IL PIL DELL’IMMIGRAZIONE VALE L’8,8% DELL’ECONOMIA ITALIANA

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

I 2,4 MILIONI DI LAVORATORI STRANIERI HANNO VERSATO 4,5 MILIARDI DI IRPEF A DIFFERENZA DEGLI EVASORI FISCALI SOVRANISTI

L’apporto dei lavoratori stranieri all’economia italiana ha raggiunto cifre significative nel 2023: i 2,4 milioni di lavoratori stranieri presenti nel Paese hanno versato 4,5 miliardi di euro di Irpef e generato un contributo interno lordo di 164 miliardi di euro. Questo valore, definito come il “Pil dell’immigrazione”, rappresenta l’8,8% del Pil nazionale. È quanto emerge dai dati del XIV Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa e anticipato dal Sole 24 Ore in vista della presentazione ufficiale del 16 ottobre al ministero dell’Interno e alla Camera dei Deputati.
I dati
I lavoratori stranieri sono il 10% della forza lavoro complessiva in Italia, una percentuale rimasta stabile negli ultimi anni ma inferiore a quella di altri Paesi europei. In Germania, ad esempio, la percentuale di lavoratori stranieri è del 14,7%. Tuttavia, il numero reale di lavoratori nati all’estero in Italia potrebbe essere più alto. Si stima, infatti, che siano circa 3,4 milioni, ma molti di loro escono dalle statistiche degli stranieri dopo aver acquisito la cittadinanza italiana. Dal 2019 al 2023, quasi 800mila immigrati hanno ottenuto la cittadinanza, rendendo probabile una sottostima della presenza effettiva di lavoratori stranieri.
Superato il 2019 pre pandemico
Lo scorso anno, il valore aggiunto generato dai lavoratori stranieri ha superato quello del 2019, l’ultimo anno pre-pandemia, quando si attestava a 148 miliardi di euro. Questo contributo si concentra in particolare nel settore dei servizi, che rappresenta la fetta più grande del valore aggiunto prodotto dagli stranieri. Se si analizza l’incidenza del valore aggiunto creato da questi lavoratori nei vari settori economici, emerge che il loro contributo è particolarmente rilevante nell’agricoltura e nell’edilizia. In termini di occupazione, i lavoratori stranieri si concentrano soprattutto nei servizi alla persona, dove rappresentano il 30% del totale, seguiti dagli alberghi e ristoranti (17%), dall’agricoltura (18%) e dalle costruzioni (16%). Tuttavia, solo l’8,7% di loro svolge professioni qualificate o tecniche, mentre il 30% ricopre posizioni a bassa qualifica. Tra i lavoratori non qualificati, gli stranieri rappresentano il 29%, mentre tra gli operai e gli artigiani la loro incidenza è del 14,7%. Nelle professioni più qualificate, invece, la percentuale scende al 2,5%.
L’importanza del contributo di lavoratori stranieri
La dinamica demografica italiana rende ancora più cruciale il contributo dei lavoratori stranieri. Secondo i dati Eurostat, la popolazione in età lavorativa in Italia si ridurrà del 21% tra il 2023 e il 2070, una proiezione che fa emergere chiaramente il crescente bisogno di manodopera proveniente dall’estero. Questo calo demografico, unito all’invecchiamento della popolazione italiana, aumenta la pressione sul sistema economico e sociale del Paese. Già oggi, l’età media dei cittadini di origine straniera è di circa 35 anni, sensibilmente più bassa rispetto ai 46 anni degli italiani. Questa differenza generazionale evidenzia il ruolo strategico che la popolazione immigrata può giocare nel sostenere il sistema produttivo italiano nei prossimi decenni, soprattutto in un contesto di progressiva riduzione della forza lavoro nazionale.
(da agenzie)

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STASERA GIORGIA MELONI SI FA PREMIARE DA ELON MUSK ALLA CERIMONIA DELL’ATLANTIC COUNCIL DI NEW YORK: È STATA LA DUCETTA A VOLERE IL MULTIMILIARDARIO, GRANDE SOSTENITORE DI DONALD TRUMP, FACENDO INCAZZARE LA CASA BIANCA DI BIDEN

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

LA SORA GIORGIA È PRONTA AD AIUTARE IL COCAINOMANE A BRUXELLES, DOVE LA PIATTAFORMA “X” È NEL MIRINO DELLE AUTORITÀ UE… SE A NOVEMBRE NEGLI USA ALLA CASA BIANCA APPRODA KAMALA, L’ITALIA FINIRÀ NEL GIRONE DEGLI APPESTATI…L’INCONTRO CON IL CAPPELLO IN MANO CON I CEO DI GOOGLE, MOTOROLA E OPEN

Si muove senza troppe cautele, Giorgia Meloni. Perché su Elon Musk ha scelto di scommettere. Farsi premiare da lui nella cerimonia dell’Atlantic Council stasera a New York è mossa ponderata. Ufficialmente, una decisione dettata dalla necessità di collaborare con un imprenditore che gestisce dossier strategici, capaci di generare miliardi di dollari. Ufficiosamente, portata avanti per mostrarsi al fianco del più stretto alleato di Donald Trump.
Così però si mette in aperto contrasto con Kamala Harris, a quasi un mese dalle presidenziali americane, al punto che fonti dell’amministrazione non nascondono informalmente come lo sgarbo sia stato notato. Non produrrà uno strappo, perché Usa e Italia hanno interesse a preservare l’alleanza, ma neppure aiuterà le relazioni, se la scommessa di Meloni su Trump risultasse perdente e il 20 gennaio Harris entrasse alla Casa Bianca.
E allora a Musk, riferiscono fonti autorevoli, la presidente del Consiglio garantirà sostegno politico su un terreno simbolico, ma delicatissimo: quello legato al ruolo del social X. Elon rischia una reazione delle istituzioni europee per il Digital Services Act, la legge sui servizi digitali che impone alle piattaforme – quindi anche X – di bloccare la disinformazione, soprattutto a ridosso di passaggi elettorali. Meloni è pronta a mettersi di traverso a Bruxelles, per aiutare “l’amico” fondatore di Tesla, seguendo il suo slogan sulla “libertà di pensiero”.
Musk ha pensato di celebrare l’arrivo della premier postando solo poche ore fa un video di Meloni risalente al settembre del 2023, in cui provava a difendersi nel pieno dell’emergenza sbarchi (uno dei principali fallimenti del suo esecutivo) rivolgendosi direttamente a chi partiva con queste parole: “Se entrate illegalmente sarete rimpatriati”.
Il ceo di Tesla rilancia quell’intervento, dodici mesi dopo e senza contesto, plaudendo all’italiana con una sola parola: “Bravo!”. Dimostrando come X sia sempre più potentissima arma in mano alla propaganda sovranista e ultraconservatrice.
Ma non basta. Nel primo giorno della missione a New York, Meloni incontra pure i top manager Microsoft e Google, giganti tech. Sono i due big che lavorano gomito e gomito nei progetti per l’intelligenza artificiale. Piano che interessa la premier e si intreccia con i dossier cari a Musk: non a caso, Meloni non pubblicizza i colloqui per non urtare l’imprenditore trumpiano, in competizione con queste aziende. Parlare con Google e Microsoft significa inoltre relazionarsi con giganti da tempo sotto la lente delle autorità antitrust europee: il terreno è dunque minato e la premier deve evitare di forzare troppo la mano con la Commissione europea
Un altro corto circuito pericoloso lo rischia con Washington, perché se Trump vincerà il 5 novembre avrà fatto la scommessa giusta e ne trarrà i relativi vantaggi, ma se a prevalere sarà Harris potrebbero restare ruggini. Fonti autorevoli dell’amministrazione, in un contesto del tutto informale, confermano infatti che lo sgarbo è stato notato.
A poche settimane dal voto, la stragrande maggioranza dei leader internazionali evita di prendere posizioni nette, e in questo quadro risalta la scelta di Meloni di farsi presentare da un sostenitore di Trump […]
La risposta è che Musk era stato scelto prima di queste “esternazioni”, ma la verità è che già nel maggio 2023 aveva lanciato su Twitter la candidatura presidenziale di Ron DeSantis, allora favorito per la nomination del Gop, e quindi non c’erano dubbi sulla sua posizione contro Biden e Harris. Il timore dei vertici dell’Atlantic Council è che trasformi la serata di oggi in un evento di campagna elettorale, creando imbarazzo a tutti.
Dopo la sua vittoria nelle elezioni italiane, Washington temeva che Meloni diventasse la nuova Orban, più potente. Invece è rimasta piacevolmente sorpresa dal suo pragmatismo, le posizioni ferme su Ucraina e Cina nonostante le riserve di Matteo Salvini, e il G7, dove come presidente di turno deve gestire il trasferimento a Kiev dei 50 miliardi di dollari ricavati dai beni russi congelati. Usa e Italia hanno, e continueranno ad avere un stretta alleanza, ma anche gli errori inutili hanno un peso.
(da La Repubblica)

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IL PNRR? IL SOLITO MAGNA MAGNA: TRE IMPRENDITORI COMPRAVANO GRAPPA, VINO E PARMIGIANO CON I SOLDI DEL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

LA FRODE VALEVA 700MILA EURO: I TRE AVEVANO CREATO UNA SOCIETÀ CHE AVEVA USUFRUITO DI CREDITI DI IMPOSTA FINANZIATI DAL RECOVERY FUND E INERENTI A FORMAZIONE, RICERCA, SVILUPPO E ACQUISTO DI BENI STRUMENTALI NUOVI

Grappa, vino e parmigiano comprati con i soldi del Pnrr che avrebbero invece dovuto finanziare la partecipazione a fiere e mostre internazionali da parte delle piccole e medie imprese. E’ soltanto uno degli episodi contestati dai militari della Guardia di Finanza di Gallarate a tre imprenditori (amministratori di una società con sede in zona) per i quali la Procura di Busto Arsizio ha chiesto il rinvio a giudizio.
L’indagine dei finanzieri del Comando provinciale di Varese, guidati dal generale Crescenzo Sciaraffa, ha sventato una frode al Pnrr del valore di 700mila euro. L’attività svolta dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Gallarate ha avuto inizio con la verifica fiscale nei confronti della società che aveva usufruito di oltre 700 mila euro di crediti d’imposta, dal 2018 al 2023, finanziati dal Pnrr a partire dal 2022, inerenti a Formazione 4.0., Ricerca e Sviluppo e Acquisto di beni strumentali nuovi; tutti istituti introdotti per diverse finalità e che prevedono specifici requisiti per poterne beneficiare.
La Polizia economico-finanziaria ha individuato subito diverse anomalie. La società, infatti, risultava aver inserito in attività di ricerca e sviluppo costi relativi a numerosi lavoratori, quasi tutti addetti alla produzione e che nulla avevano a che fare con l’innovazione o lo sviluppo di nuovi prodotti.
Non è stata inoltre trovata documentazione che comprovasse l’avvenuta formazione per i dipendenti. Sono infine stati rilevati quei finanziamenti anche a fondo perduto finiti direttamente sul conto di uno degli amministratori e usati per acquistare cibo e bevande di pregio invece che per finanziare la partecipazione dell’azienda a fiere e mostre internazionali. Chiuse le indagini l’Autorità giudiziaria ha chiesto il rinvio a giudizio per i tre imprenditori. La società ha deciso per il ravvedimento operoso speciale versando, a ora, circa 300 mila euro all’erario.
(da agenzie)

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“DOMANI” DENUNCIA L’ENNESIMO “ATTO DI INTIMIDAZIONE” DEL GOVERNO MELONI: “IL SOTTOSEGRETARIO FAZZOLARI HA ANNUNCIATO UN ESPOSTO PER L’ARTICOLO SUI RAPPORTI TRA LA SOCIETÀ DI LOBBYING UTOPIA E ALCUNE PARTECIPATE STATALI”

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

“IL SOTTOSEGRETARIO HA SMENTITO DI AVERE UN RAPPORTO DI CONOSCENZA DIRETTA CON GIAMPIERO ZURLO, AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA SOCIETÀ, MA NON PUÒ NON SAPERE CHE ESISTONO LEGAMI DI VECCHIA DATA TRA ‘UTOPIA’ E L’INNER CIRCLE MELONIANO”

Un altro atto di intimidazione, l’ennesimo del governo Meloni, nei confronti della stampa e di Domani. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, che ha già chiesto al nostro giornale un risarcimento da 25mila euro per un pezzo sulle nomine, ieri ha infatti annunciato un esposto alla Procura di Roma dopo la pubblicazione dell’articolo tra la società di lobbying Utopia e alcune partecipate statali che le hanno girato appalti per centinaia di migliaia di euro.
Cosa vuole chiedere ai magistrati capitolini il potente braccio destro di Giorgia Meloni Difficile dirlo. Forse, come nel caso di Guido Crosetto, la genesi notizie vere.
In una nota diffusa nella giornata di ieri, il sottosegretario ha smentito di avere un rapporto di conoscenza diretta con Giampiero Zurlo, amministratore delegato della società, anche se nell’articolo era già menzionata correttamente la sua precedente smentita, inviata a Repubblica, sul rapporto – negato dal diretto interessato – con il fondatore di Utopia. Ma non è bastato a frenare le ire del sottosegretario.
Fazzolari però non può non sapere che esistono legami di vecchia data – scoperti ora da Domani – che da palazzo Chigi portano a via Santa Maria in via, sede romana di Utopia. Che non riguardano né Zurlo né lui, ma l’inner circle meloniano, premier compresa.
Il socio di Utopia
Il socio di minoranza di Utopia si chiama Ernesto Di Giovanni, e possiede il 10 per cento delle quote societarie della società di lobbying e dello spin off editoriale, Urania Media. Di Giovanni, prima di entrare nel mondo del lobbying, ha però avuto lunghi trascorsi nel mondo della destra post missina.
Di Giovanni è stato infatti dirigente nazionale di Azione universitaria, associazione studentesca di An (di cui Fazzolari è stato presidente romano) divenuta nel 2014 un braccio operativo di Fratelli d’Italia.
Da quella posizione ha stabilito contatti direttamente, e per sua stessa ammissione, con Giorgia Meloni oltre che con quelli che sono diventati i big di FdI. «Volevo comunicarvi che per il 13 Febbraio il Ministro Meloni (del governo Berlusconi, ndr) non potrà essere presente. Mi ha comunque comunicato che manderà un saluto», scriveva nel 2009 in merito a un evento organizzato da Azione universitaria, lasciando intendere una comunicazione personale.
Ma non c’è solo Meloni tra le sue conoscenze di allora. Nello stesso post, preso atto dell’indisponibilità dell’allora ministra, chiarisce di avere canali diretti con un altro attuale big di Fratelli d’Italia: «A questo punto avrei deciso di invitare Giovanni Donzelli, presidente nazionale di Azione universitaria e consigliere comunale al comune di Firenze. La sua comunque sarebbe una presenza autorevole all’interno del nuovo movimento giovanile del Pdl». Di Giovanni chiude poi la comunicazione con il motto prima dannunziano e poi ripreso dal fascismo «A noi».
Insomma, le conoscenze nel mondo della fiamma non mancano. Peraltro ironia della sorte Fazzolari è stato presidente della sezione di Roma di Azione Universitaria. Non che debba per forza conoscere Di Giovanni, ci mancherebbe. Ma di sicuro hanno veleggiato nelle stesse acque politiche e nella stessa città, Roma. Sempre nella capitale, il socio di Utopia vanta un legame di vecchia data con Andrea Volpi, deputato meloniano e uno dei rappresentanti di spicco del partito locale.
Volpi e Di Giovanni hanno condiviso l’esperienza all’interno di Azione universitaria, battendosi (politicamente) contro gli studenti di sinistra. C’è infine un altro trait d’union, l’ex parlamentare del Popolo delle libertà, Nicola Formichella, che era stato invitato a partecipare da Di Giovanni a un incontro di Azione universitaria, lo stesso Formichella che è amico di Zurlo. A conferma di un reticolo – sicuramente legittimo e forse scontato in certi ambienti – di rapporti vasti con il mondo della destra
Ma in tutto questo giro che conferma il rapporto tra i big di FdI, oggi a palazzo Chigi, e la società Utopia, Fazzolari presenta l’esposto in procura per conoscere «le reali ragioni che muovono la scientifica diffusione di questa fake news». Ed è un salto di qualità: non più la smentita di una notizia, magari anche vigorosa, ma il coinvolgimento dei magistrati. Deve essere la procura a investigare sulla genesi di un articolo.
Fazzolari ripropone quello che è diventato il “modello Crosetto”. Di fronte alla pubblicazione di notizie sgradite si va a caccia delle fonti o di inesistenti complotti.
(da Domani)

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IN POLITICA NULLA SUCCEDE PER CASO: IL MOVIMENTISMO DI FRANCESCA PASCALE (NEGLI ULTIMI 10 GIORNI E’ STATA OSPITE IN TV DALLA GRUBER, DALLA BORTONE E BIANCA BERLINGUER) E’ IL SEGNALE CHE PIER SILVIO E MARINA VOGLIONO CAMBIARE I CONNOTATI A FORZA ITALIA

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

L’EX CALIPPA, CHE SI E’ ISCRITTA ALL’ANPI E HA FIRMATO PER IL REFERENDUM CONTRO L’AUTONOMIA VOLUTA DALLA LEGA, ANNUNCIA: “QUANDO MARINA SI È ESPRESSA SUI DIRITTI HA APERTO UN VARCO. IL MIO INTENTO È RIUNIRE LE ANIME LIBERALI CHE SI SONO ALLONTANATE DA FORZA ITALIA QUANDO, PER COLPA DI QUALCHE DIRIGENTE TROPPO VICINO A SALVINI, HA PRESO UN PIEGA SOVRANISTA”

Dieci giorni fa in tv da Lilli Gruber. Giovedì scorso su Radio2 da Serena Bortone. Domani, ancora una volta in tv, da Bianca Berlinguer. Tutte donne e di sinistra, forse non per caso. A reti pressoché unificate. Un attivismo mediatico che non è certo passato inosservato.
Al punto da alimentare un sospetto che sta facendo il giro dei palazzi: ma davvero Francesca Pascale — l’ex compagna di Silvio Berlusconi rimasta in ottimi rapporti con la famiglia, in particolare con la primogenita Marina, con cui sembra condividere la passione per i diritti civili e le battaglie liberali — vuol buttarsi in politica? E per fare cosa? Per tenere a battesimo, come dicono con scettica malizia i maligni, un nuovo progetto politico?
Un partito magari più in sintonia con le idee del fondatore di Forza Italia, ormai travolte dal vento sovranista che ha schiacciato il centro sulla destra più estrema? Interrogativi che la verace napoletana non dissipa e non dipana, anzi pare fomentare grazie a una serie di uscite ben studiate — a cominciare dall’iscrizione all’Anpi e contestuale firma del referendum contro l’Autonomia differenziata
Tali da scandire, alla soglia dei 40, l’ingresso nella sua terza vita, dopo il lungo trascorso in quel di Arcore (dieci anni) e il breve matrimonio con Paola Turci. Portare avanti valori di uguaglianza e inclusione per la comunità Lgbtq+ e delle minoranze il prossimo passo sarà impegnarsi nella campagna per la cittadinanza agli immigrati, l’ormai celebre Ius scholae che gli azzurri di Tajani sembrano aver riposto in un cassetto per non turbare gli equilibri interni alla coalizione di governo.
Un movimentismo che ha già un veicolo su cui viaggiare : «Io guido un’associazione che si chiama “I colori della libertà”, nata in un momento sbagliato, quando ancora stavo insieme al presidente Berlusconi. Adesso che sono sola e padrona di me stessa voglio ripartire» Ma nessuno dica che è la pietra fondativa di un nuovo partito: «Il mio obiettivo è la partecipazione», […] voglio solo dedicarmi ai temi in cui credo da tempo: diritti civili, delle donne, dei detenuti, di chi non ha voce e si sente escluso, ignorato o poco rappresentato»
«Il mio intento è riunire le anime liberali che si sono allontanate da Forza Italia quando, per colpa di qualche dirigente troppo vicino a Matteo Salvini, ha preso un piega sovranista». La vera causa, sostiene, degli addii di Mara Carfagna e Mariastella Gelmini: «Non è vero che hanno tradito il presidente, è il progetto che a un certo punto è stato snaturato», insiste. «Hanno fatto le ministre, sono loro il vero volto di FI, perciò penso che debbano rientrare se si vuol restituire al partito lo spirito originario». Per poi aggiungere, ancor più sibillina: «Quando Marina si è espressa sui diritti ha aperto un varco. Sarebbe un peccato lasciarlo incustodito».
«Il nostro è un rapporto molto personale», ha spiegato in radio, «ma preferisco non sbandierarlo come tutte le cose importanti ». Stop. Quanto basta per scatenare congetture e retroscena. Non sarà che la famiglia di Arcore […] sta meditando di riportare Forza Italia al centro dell’agone politico- istituzionale, di restituirgli agibilità e capacità di manovra, anche in un quadro di eventuali larghe intese?
(da Repubblica)

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STEFANO BANDECCHI USAVA L’UNIVERSITÀ “UNICUSANO”, CHE COORDINAVA, COME BANCOMAT: ACCREDITAVA ALL’ATENEO SPESE PER ALTRE SUE AZIENDE IN RUSSIA E NEGLI EMIRATI, OLTRE CHE PER ELICOTTERI E FERRARI

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

DAVA BONUS AI CALCIATORI DELLA TERNANA E FACEVA VACANZE IN YACHT DA 90MILA EURO… IL SINDACO DI TERNI ORA E’ INDAGATO PER EVASIONE FISCALE E LA GUARDIA DI FINANZA GLI HA GIA’ SEQUESTRATO OLTRE VENTI MILIONI DI EURO

Stefano Bandecchi prestava a sé stesso i soldi dell’Ateneo che coordinava. E poi spendeva centinaia di migliaia di euro in lussuose vacanze a bordo di barche da sogno. Viaggiava insieme alla famiglia con aerei privati per cui era disposto a spendere milioni di euro per raggiungere la Russia o il Canada, o perché no: le Bahamas e l’Islanda.
Le macchine, le telefonate, le squadre di calcio, i bonifici e i prestiti che ruotano intorno alla galassia di società sono la prova, per gli investigatori, che «le partecipazioni societarie detenute da Unicusano sono gestite con modalità operative e gestionali tipiche dell’attività commerciale». Avrebbe dovuto pagare più tasse, molte più tasse: circa 20 milioni di euro.
C’è un motivo dunque se sulla testa del sindaco di Terni pende un’indagine per evasione fiscale, se i finanzieri sospettano che abbia commesso anche un’appropriazione indebita e se le Fiamme gialle hanno già sequestrato oltre venti milioni di euro.
e’ difficile coniugare certe spese e alcuni acquisti con scopi didattici o relativi all’università. Tra il 15 e il 29 agosto 2020 ad esempio Unicusano ha affittato l’Agape Rosa, uno yacht di lusso con 12 cabine (alcune da 24 metri quadri) dotate di bagno privato, aria condizionata, tv e altri comfort. Difficile capire come mai Bandecchi lo abbia noleggiato per quella vacanza ha speso 90 mila euro.
Nulla in confronto alla ricapitalizzazione di un’altra azienda della galassia, la società immobiliare Investimento Uno, a cui sono arrivati in 4 anni oltre 30 milioni di euro.
Quello che i finanzieri hanno scoperto è un legame forte anche tra l’ateneo e l’azienda agricola russa di Bandecchi. La vocazione è internazionale, almeno a giudicare dai bonifici che Unicusano ha effettuato in direzione Emirati Arabi: 630 mila euro sul conto del titolare della società Alm Emirates.
La finanza parla di «maxi operazione Bandecchi» e di «distrazione dei fondi». E dice che l’indagato «abusando delle relazioni di ufficio e della sua posizione di amministratore della suddetta università e di dominus della società che la sovvenziona, Società delle Scienze Umane SRL, procurandosi un ingiusto profitto si appropriava delle somme ricavate dalle fatture emesse dalle società fornitrici in favore dell’università, utilizzandole per ragioni estranee alle finalità istituzionali perseguite dall’ateneo»
Tra queste ci sono spese in gioiellerie (27 mila euro), «distribuzione carburante. Viene evidenziato anche il legame con la Ternana Calcio, visto che la Unicusano premiava i calciatori promossi in Serie B: 1 milione di euro.
(da agenzie)

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IL CASO BOCCIA-SANGIULIANO NON È GOSSIP, MA POLITICA, E LO SANNO ANCHE GLI ITALIANI: UN CITTADINO SU TRE È CONVINTO CHE LA LIASION POTREBBE NUOCERE ALLA REPUTAZIONE DI GIORGIA MELONI

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

PER IL 59,5% DEGLI ITALIANI LA VICENDA NON È ANCORA CONCLUSA: SOLO IL 16,1% LA REPUTA ARCHIVIATA… IL 37,7% LA INTERPRETA COME UN IMPORTANTE EVENTO POLITICO

Il caso Sangiuliano ha suscitato un ampio dibattito politico e sociale nel nostro Paese. L’intricata situazione ha evidenziato anche le dinamiche interne ai partiti e alle alleanze politiche offrendo spunti di riflessione su come le decisioni politiche possano essere influenzate da fattori esterni e su come la comunicazione può essere gestita al giorno d’oggi. Per il 59.5% degli italiani la vicenda infatti non è ancora conclusa, solo il 16.1% la reputa ormai archiviata. In effetti la fine del caso dipende solo dagli sviluppi politici e dalle autorità competenti.
C’è da dire che quasi un italiano su due (46.1%) reputa la storia puro gossip, mentre il 37.7% la interpreta con un importante evento politico. Tra questi ultimi trovano riscontro il 63.6% degli elettori del Partito Democratico, il 52.0% di quelli di Alleanza Verdi e Sinistra e 1 sostenitore su 2 (50.0%) del Movimento 5 Stelle.
Le modalità con cui l’ex Ministro Gennaro Sangiuliano ha comunicato e giustificato le sue scelte sono state oggetto di scrutinio mettendo in evidenza l’importanza di una comunicazione chiara e onesta. Al centro della riflessione è anche il ruolo dei media ed in particolare i social […].Per 1 cittadino su 2 (48.4%) lo storytelling mediatico è stato improntato principalmente sul gossip, o almeno questa è la lettura della gente comune ed è una interpretazione politicamente sostenuta dalla maggioranza degli elettori di tutti i partiti ad eccezione di quelli di Azione e del Partito democratico che si dividono a metà con chi invece è convinto che sia un importante fatto politico (36.0%).
È evidente che se dovessero emergere prove concrete di illeciti o comportamenti inappropriati, ciò potrebbe nuocere alla reputazione dell’intero governo nonché del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: ad oggi ne è convinto 1 italiano su 3 (29.3%).
Le pressioni da parte delle opposizioni, occupando il dibattito pubblico, sono tutt’ora molto vigorose sul tema e rischiano anche di deviare l’attenzione del pubblico dalle istituzioni e dal governo rispetto alle questioni legislative importanti e alle priorità programmatiche. In tutto questo è evidente che c’è stato un crash nella comunicazione sia istituzionale sia politica, molto probabilmente innescato da un difficile e contorto rapporto personale.
Esistono diversi precedenti della storia nel mondo che hanno affrontato questioni di etica, scandali o controversie che hanno messo in luce la sovrapposizione tra l’attività politico-istituzionale e gli interessi privati. Se si va negli archivi di altre nazioni, per tali situazioni che si possono definire compromesse, si ricava che hanno influenzato –e non poco- le diverse carriere politiche dei personaggi politici
(da La Stampa)

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I CELLULARI DI MARIA ROSARIA BOCCIA FANNO TREMARE IL GOVERNO: COSA TROVERANNO I CARABINIERI NEI DISPOSITIVI SEQUESTRATI?

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

AL VAGLIO CI SONO LE CHAT CON GENNARO SANGIULIANO, MA ANCHE CON IL PERSONALE DEL MINISTERO, ED EVENTUALI REGISTRAZIONI AD APPUNTAMENTI ISTITUZIONALI E FOTO DI DOCUMENTI RISERVATI

Da un lato le chiamate alla moglie dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano e anche all’amica Melania Rizzoli. E dall’altro la caccia a «mail, fotografie o filmati relativi a documenti riservati di natura ministeriale » o ancora alle «foto oggetto di manipolazione che la ritraevano all’interno del ministero».
Basta leggere gli atti che hanno portato i carabinieri a casa di Maria Rosaria Boccia per comprendere come l’indagine della procura di Roma proceda su un doppio binario: capire quanto fosse profonda l’ingerenza della manager campana sull’attività di Sangiuliano, analizzare lo «sviluppo patologico » (come lo definiscono i pm) del rapporto tra i due, e trovare eventuali documenti nella disponibilità della donna.
Quando all’alba di sabato mattina i carabinieri hanno bussato a casa Boccia, a Pompei, hanno iniziato a ispezionare ogni angolo dell’appartamento di 110 metri quadri. Cercavano documenti e supporti informatici. Alcuni erano negli armadi, altri nelle cassettiere. Dopo un paio d’ore i militari dell’Arma avevano sotto braccio 15 device elettronici: 3 cellulari, un tablet, un computer, un portatile, 9 pendrive e diverse microsim.
Si parla di oltre 600 giga di memoria capaci di far tremare diverse persone, quanti hanno avuto contatti con la donna che frequentava ambienti istituzionali e riceveva comunicazioni riservate pur non avendone alcun titolo. Chissà se tra quei dati ci siano le prove di quanto denunciato dal ministro, o magari elementi utili anche all’altra inchiesta, quella che vede lo stesso Sangiuliano indagato per peculato.
Per questo i pm si destreggiano tra giga di memoria alla ricerca di «chat intrattenute con terzi relative all’evento G7 in corso di svolgimento a Pompei e dei relativi sopralluoghi organizzativi ». Si cercano anche eventuali «documenti riservati» o «relativi ai tentativi di contatto con gli uffici ministeriali nonché la registrazione» delle sue passeggiate a Montecitorio.
(da agenzie)

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IL GOVERNO FA UN PASTICCIO SUL CONDONO. E LA COPERTA PER LA MANOVRA SI FA PIÙ CORTA

Settembre 23rd, 2024 Riccardo Fucile

I TECNICI DEL TESORO E DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE HANNO STOPPATO IL TESTO DELLA “SANATORIA TOMBALE” PENSATA DAL VICEMINISTRO MELONIANO, MAURIZIO LEO, PER CONVINCERE GLI AUTONOMI AD ADERIRE AL CONCORDATO BIENNALE… SALTANO LA RETROATTIVITÀ FINO AL 2018 E IL TAGLIO DELL’IVA (VIETATA DALLA REGOLE EUROPEE)

Dario Damiani risponde al telefono a metà pomeriggio. L’emendamento sul condono? «Ah sì, domani depositeremo in commissione un nuovo testo». Il senatore di Forza Italia è uno dei tre firmatari della sanatoria tombale che la maggioranza vuole infilare nell’ultimo decreto omnibus, giusto in tempo per convincere i lavoratori autonomi ad aderire entro fine ottobre al concordato biennale. Se la misura dovesse rivelarsi un flop come in passato, il governo non avrà le risorse per finanziare nuovi tagli dell’Irpef ai lavoratori dipendenti.
Sulla carta il megacondono raccontato ieri da questo giornale è un’iniziativa del Parlamento, ma nei palazzi è noto che si tratta di un espediente del governo per non intestarsi una misura politicamente indigesta e tecnicamente confusa. Non è chiaro se la fuga in avanti sia stata opera del viceministro Maurizio Leo, e se sia arrivata a Palazzo Chigi. «Su questo testo non c’è stato mai stato un confronto con il ministro Giorgetti», taglia corto una fonte autorizzata del Tesoro.
Sia come sia, quando l’emendamento è arrivato sul tavolo dei tecnici del Dipartimento delle Finanze e dell’Agenzia delle Entrate, sono stati sollevati più dubbi. Il condono, dedicato a chi aderirà al concordato per i prossimi due anni, promette di sanare con un ravvedimento fra il dieci e il quindici per cento tutte le somme evase a partire dal 2018.
Prima osservazione dei tecnici: oggi le regole europee vietano di condonare l’Iva, che è a tutti gli effetti un’imposta europea. Se accadesse, il governo Meloni aprirebbe un nuovo fronte con l’Europa. E due: i profili di incostituzionalità. Un condono lungo sei anni per le sole partite Iva non ha precedenti, e porta con sé l’accusa di disparità di trattamento dei contribuenti.
E così la maggioranza è corsa ai ripari, anche se il testo definitivo del nuovo emendamento non è ancora noto. «Saranno modifiche tecniche, l’impegno politico resta quello della prima formulazione», si schermisce Damiani. Secondo le poche informazioni raccolte ieri, dovrebbe essere ridotto l’arco temporale e aumentata l’entità della sanzione. Di certo dalla sanatoria sarà esclusa l’Iva non versata
L’unica cosa certa è che il condono, anche se ridimensionato, resterà. E non solo perché nella maggioranza c’è la gara a intestarsi il sostegno degli influentissimi cinque milioni di lavoratori autonomi.
Il timore concreto è quello di un flop del concordato biennale vent’anni dopo l’ultima edizione. Allora il gettito fu appena l’1,6 per cento di quello preventivato, e allora preceduto da un condono fiscale. Questa volta per incentivare le partite Iva ad aderire il viceministro alle Finanze Maurizio Leo ha introdotto tutti gli sconti possibili: niente controlli per il passato e il futuro, una tassa piatta per gli incrementi di guadagno.
Se a fine ottobre il concordato dovesse riscuotere poco successo, per il governo Meloni si aprirebbe un grosso problema politico. Fin qui l’ipotesi è di incassare due miliardi e mezzo di euro, con i quali coprire i tagli alle aliquote Irpef ai redditi fra i trentamila e i sessantamila euro, ulteriori rispetto a quelli da confermare ai redditi più bassi.
Resta da capire come farà la maggioranza a giustificare con l’Unione europea la copertura di tagli fiscali permanenti con un’entrata una tantum. Per questo è probabile il taglio abbia comunque durata annuale, come quello che quest’anno ha permesso la riduzione delle imposte a chi guadagna fino a ventottomila euro l’anno.
(da La Stampa)

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