Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO GIRÒ ALLA BOCCIA LA MAIL IN CUI IL DIRETTORE DI “CHI”, DICEVA: “HO ACQUISTATO IL SERVIZIO PERCHÉ NON ANDASSE IN GIRO”. BOCCIA: “SIGNORINI VUOLE SOLDI DA TE?”. LA RISPOSTA DEL “BOMBOLO DEL GOLFO”: “NO, GLI HO FATTO UN GRANDE FAVORE” … ECCO QUALE
“Vuole dei soldi da te?”, chiede lei. Pochi minuti dopo il ministro – lo sarà ancora per 33
giorni, prima di rassegnare le dimissioni – risponde: “No!!! Per fortuna gli ho fatto un grande favore”. “E comunque come chiarisce anche lui non sono foto compromettenti”.
È il 4 agosto 2024. Il ministro è Gennaro Sangiuliano.
Lei è l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia da Pompei, la donna che ha tenuto impegnate le cronache politiche dell’estate. Lui è Alfonso Signorini, direttore editoriale di Chi, settimanale edito dal gruppo Mondadori della famiglia Berlusconi.
Il Fatto – il primo a scrivere, allo scoppio dello scandalo, del giallo del servizio fotografico “ritirato” che ritraeva i due – grazie ad alcune chat tra Sangiuliano e Boccia che ha potuto visionare in copia è ora in grado di ricostruire la vicenda, aggiungendo dei tasselli fondamentali per comprendere come questa storia, tutt’altro che privata, non sia semplice gossip.
“Mi è arrivata una mail da Alfonso Signorini, direttore di Chi. La vuoi leggere?”, scrive Sangiuliano a Boccia. E lei: “Devo avere paura?”. È il 4 agosto e il ministro è lontano, in missione al Cairo, dove l’indomani incontrerà il suo omologo egiziano.
Nell’esposto presentato alla Procura di Roma contro Maria Rosaria Boccia (e a seguito del quale la donna risulta indagata per i reati di violenza o minacce a corpo politico e lesioni personali), Sangiuliano mette per iscritto che “già nel mese di luglio la relazione aveva iniziato a mostrare inequivoci connotati tossici (…) e può definirsi interrotta alla fine del mese di luglio 2024”.
Eppure i primi di agosto i due si scambiano questi messaggi che il Fatto può rivelare. “Carissimo Gennaro, eccomi qui”. Inizia così la mail che Signorini, contattato dal Fatto, conferma di aver mandato a Sangiuliano: l’allora ministro la inoltra integralmente alla donna. “Volevo avvisarti – scrive il direttore di Chi – che da un paio di settimane mi arrivano al giornale servizi fotografici tuoi in compagnia della tua assistente (al ristorante, per strada…). Niente di compromettente.
L’unica cosa è che una di queste agenzie insieme alle foto vendeva la notizia che ti sei separato da tua moglie, che hai tolto la fede e che hai con la tua assistente una relazione. Io ho acquistato il servizio perché non andasse in giro. Al di là della fondatezza della notizia (che a me non interessa ma a certa stampa “amica” sì) ci tenevo che tu lo sapessi, perché molto probabilmente non molleranno il colpo e ti controlleranno durante l’estate. Un caro saluto!!!!!!”.
Il dialogo tra Sangiuliano e Boccia prosegue: “Vuole dei soldi da te?”, domanda Boccia. “No!!! Per fortuna gli ho fatto un grande favore”.
E comunque come chiarisce anche lui non sono foto compromettenti”.
“Ti posso mandare la risposta che ho mandato”, chiede lui. “Certo”, risponde lei. Sangiuliano a quel punto le inoltra il WhatsApp inviato a Signorini: “Grazie di cuore ho letto. Sei un amico. Ovviamente è tutto infondato. Si tratta di una persona che ha un fidanzato e collabora con me. Io sono con mia moglie a fare un weekend e staremo insieme tutta l’estate. Un abbraccio grande”. “Va bene come ho risposto?”, domanda in cerca di approvazione l’allora ministro. E Boccia di nuovo lo rassicura: “Certo”. “Comunque abbiamo molte invidie addosso. Anche la nostra amicizia attira gelosie”, chiosa lui
Noi sappiamo che il primo servizio sui due a essere pubblicato è quello apparso su Gente il 3 settembre, a scandalo deflagrato (è il 26 agosto quando Dagospia pubblica le prime indiscrezioni sulla consulente-non consulente Grandi Eventi del MiC e il profilo Instagram di Maria Rosaria Boccia inizia a essere “osservato speciale”).
Gli scatti sono di Alex Fiumara e Max Scarfone e riportano, come foto esclusiva, quella di Sangiuliano senza fede: i due consegnano il lavoro all’agenzia Mantis Media per cui lavorano il 17 luglio, quindi più di un mese prima di vederlo pubblicato.
Quegli stessi scatti – a ricostruirlo era stato proprio il Fatto – erano stati proposti invano dall’agenzia ad altri settimanali, tra cui Chi e Diva&Donna del gruppo Cairo.
Signorini oggi spiega che, quando il 4 agosto contatta l’allora ministro, era convinto di acquistare il servizio di Fiumara&Scarfone: “Ma quando ho saputo che dovevamo spendere 12mila euro per delle foto che non volevano dire niente, con una signora che per me era una sconosciuta, non l’ho più comprato”.
Stando a quanto riferisce il direttore editoriale di Chi, quindi, non ci sarebbe nessun servizio “ritirato” o non pubblicato, nonostante lui stesso ne avesse fatto parola con l’ex ministro.
Signorini stesso nella sua mail aveva scritto che “da un paio di settimane mi arrivano al giornale servizi fotografici tuoi in compagnia della tua assistente”. Gli editori di Signorini, Marina e Pier Silvio Berlusconi, ne erano a conoscenza? La premier Meloni era stata informata?
Signorini sempre nella mail faceva riferimento a “una certa stampa amica” molto più interessata di lui agli scatti di Sangiuliano-Boccia. Quale? Oggi sostiene che si riferiva “alla stampa contraria al governo e al ministro”.
Quale sarebbe il “favore grande” che il ministro della Cultura avrebbe fatto al direttore di Chi?
L’ex ministro, contattato dal Fatto, con grande disponibilità risponde così sul punto: “Non mi ricordo di aver scritto o meno questa cosa… Non ho mai avuto favori da Signorini, di nessun tipo. Quand’ero giornalista, ci siamo scambiati qualche cortesia… da giornalista a giornalista. L’avrete fatto anche voi al vostro giornale”.
Ma se sono semplici “cortesie tra giornalisti” non si capisce perché parlare allora di un “grande favore”? “Io Signorini lo conosco perché fa il direttore, lui non mi ha mai chiesto nulla. Forse, se ci penso bene, il grande favore potrebbe essere la recensione che gli feci fare del libro di Maria Callas, non mi ricordo se al Tg1 o al Tg2… Ma questo quando non ero ministro”.
Signorini la prende un po’ meno bene: “Adesso mi girano anche un po’ le palle che lui dica che mi ha fatto un grosso favore. Il grosso favore gliel’ho fatto io quando Sangiuliano aveva scritto il libro di Putin e l’ho fatto intervistare sul mio giornale e gli ho dedicato quattro pagine quando faceva il direttore del Tg2. Quelli sono favori che ho fatto io semmai… Se poi lui vuole farsi bello con questo messaggio…”
La passione per la lirica
Il giallo del “grande favore” è quindi risolto? Semplici “cortesie tra giornalisti”? Quello che sappiamo è che Alfonso Signorini, noto melomane, è salito sul palcoscenico d’opera all’aperto più grande al mondo, l’Arena di Verona – finanziata dal ministero della Cultura attraverso il Fondo Unico per lo Spettacolo – per un “progetto speciale”: due date della Bohème, il 17 e il 27 luglio 2024, in occasione del centenario della morte di Giacomo Puccini.
Signorini viene formalmente scritturato per la regia delle due date della Bohème nel 2023, quando al governo c’era la destra e Sangiuliano a guidare il MiC.
Un “progetto speciale” per l’anno pucciniano con un cast di caratura internazionale (da Daniel Oren, maestro d’orchestra, a Vittorio Grigolo, Juliana Grigoryan e Luca Micheletti come interpreti) e due serate che, anche grazie a una robusta campagna di stampa, sono andate sold-out.
Il giornalista e conduttore tv al Fatto: “Sono diventato direttore, conduttore televisivo e regista teatrale prima e senza Sangiuliano”.
Il quale tiene a precisare: “Un ministro mica si occupa dei cartelloni delle fondazioni lirico-sinfoniche, quello lo decide direttamente il soprintendente. Io il soprintendente dell’Arena di Verona nemmeno mi ricordo chi sia, ci avrò parlato due volte e mai di Signorini. E comunque Signorini mi risulta che abbia fatto tante regie di opere teatrali…”. Anche il legale dell’ex ministro, l’avvocato Silverio Sica, dice: “Queste sono suggestioni. Mi sembra solo un ulteriore gossip”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
A SETTEMBRE NON S’E’ VISTO IN UFFICIO 14 GIORNI SU 30, UNO SCHIAFFO AGLI ITALIANI CHE LO PAGANO PER FARE IL MINISTRO DEI TRASPORTI
Termini in tilt, l’Italia bloccata e il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti cosa fa? Pubblica su Facebook una sua foto da bambino con i nonni: «Se potete chiamateli, perché i nonni sono la vita».
E sotto una valanga di commenti, come quello del signor Colombatti: «Se avanza tempo sarebbe opportuno occuparsi dei treni». Ma il ministro, capo partito, vicepremier, Capitano Matteo Salvini ne ha tante di cose da fare e sulle sue pagine social di aerei, treni, ritardi si parla poco, anzi non se ne parla proprio. E non ne vuole parlare nemmeno lui.
Ieri mentre Termini impazziva aveva in programma una conferenza stampa alla stazione Roma Ostiense per la «presentazione del nuovo brand di Trenitalia». E ha dato buca.
Poi nel primo pomeriggio era all’evento The Young Pope con la giornalista Annalisa Chirico, dove ha detto, sempre serafico: «Le opposizioni sono da anni che chiedono le mie dimissioni perché respiro, perché vivo. Fanno il loro mestiere: il mio dovere è garantire la mobilità e quindi dall’alba il telefonino è operativo».
Certo, nel frattempo a convocare gli amministratori delegati di Trenitalia e Rfi, gli unici titolati a spiegare l’accaduto a Termini, erano i deputati del Carroccio: «Se ci sono stati errori che nulla hanno a che vedere con l’impegno enorme profuso dal ministro Salvini è giusto che venga chiarito», tuonavano i leghisti in commissione Trasporti.
Lui, il leader, non li ha convocati a rapporto, nonostante si mormori proprio nelle stanze del ministero che qualcosa non vada nella comunicazione degli staff degli amministratori delegati delle due controllate: perché chi guida Rfi è in area Raffaele Fitto e in Trenitalia invece ci sono gli uomini di Salvini. E i due “mondi” non si parlerebbero molto.
Comunque anche per Salvini viaggiare è diventato un incubo, per lo meno mediatico. Il ministro, capo partito, vicepremier, Capitano non può restare tranquillo nemmeno quando prende l’aereo. Lo scorso 13 settembre, mentre si bloccava il Nord per il deragliamento di un treno vicino Milano, di prima mattina sui social postava un video da Fiumicino: «In direzione Salone di Torino per difendere l’industria italiana legata ai motori dalle follie ideologiche di Bruxelles e della sinistra».
La risposta di Christian al post dice tutto: «Sono bloccato sull’ennesimo Frecciarossa, invece di parlare di follie della sinistra fai il ministro». E Salvini che ha fatto? Da Torino è andato a Cantù per una festa della polizia e in serata ha benedetto il raduno della Lega locale con foto di rito tenendo uno striscione con su scritto: «L’unico a difendere i confini». Bene ma non benissimo, ma i pendolari?
Settembre, mese della ripresa, tra le crisi su rotaie a Milano e Roma è stato un disastro.
L’agenda del ministro? È stato un mese intenso anche per Salvini tra un gazebo della Lega a Firenze per raccogliere le firme contro la procura di Palermo che ha chiesto il rinvio a giudizio per il caso Open Arms, una missione a Budapest per incontrare il compagno di gruppo a Bruxelles, il sovranista dei sovranisti Viktor Orbán, una puntata a Venezia per la Regata storica e un controllo alla fondamentale pista di pattinaggio di Rho per le Olimpiadi 2026. Quattordici giorni su trenta fuori dalle stanze del ministero lo scorso settembre.
Ma anche quando è nella Capitale Salvini non si ferma mai ed è spesso in giro tra convegni, presentazioni e seminari: ne ha presenziati almeno una dozzina. Il tutto inframezzato da incontri politici per riunire i parlamentari o il consiglio federale del partito.
Per Salvini non è una novità non essere troppo “seduto” nei dicasteri che guida: nel 2018, appena insediatosi al Viminale, trascorse due terzi dell’estate fra comizi e feste elettorali. Ma allora preparava lo strappo del Papeete. Nei primi tre mesi del 2023, al via della nuova esperienza da ministro alle Infrastrutture, ha trascorso 53 giorni altrove a inaugurare cantieri in vista delle elezioni regionali che richiedevano il suo impegno sul campo.
In questi giorni invece il ministro sembra avere la testa soprattutto a Pontida, al raduno di domenica. Sul palco ha convocato il gotha della destra europea, quella dei duri e neri (con l’eccezione di Afd). Mentre lui ribadirà di essere «l’unico a difendere i confini»: certo, non quelli del suo ministero dopo che a Palazzo Chigi hanno ricevuto in pompa magna i manager del fondo americano Blackrock che vogliono investire in Ferrovie in vista di una possibile apertura ai privati. Il difensore dell’italianità lo avevano avvisato?
(da La Repubblica)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LA MELONA CHE UNA VOLTA RUGGIVA CONTRO I “POTERI FORTI INTERNAZIONALI” E VOLEVA STATALIZZARE L’ITALIA, ECCOLA CHE AFFIDA LA RETE STRATEGICA DI TIM AL FONDO AMERICANO KKR, ED ORA STENDE IL TAPPETO ROSSO AL FONDO DEI FONDI, IL POTENTISSIMO BLACKROCK, PER FAR CASSA SVENDENDO QUOTE DI ENI, POSTE, FERROVIE
Giorgia Meloni ha quattro maschere sulla sua scrivania, e le usa tutte ogni giorno per
ucccellare chi ha davanti: un polimorfismo ben identificato da “Politico.eu”, che la definì “Camaleonte”.
Eccola che, gettata la maschera di quando andava a tifare negli Stati Uniti Donald Trump, sbarra gli occhioni a nonno Biden, che le dà i bacetti sulla cofana bionda. Altro giro, altra maschera: rieccola che riscopre sfumature trumpiane, flirtando con il pretoriano squilibrato di Donald, Elon Musk, e dimenticando di essere il presidente di turno del G7 se ne frega di partecipare alla cena per discutere dell’Ucraina organizzata alla Casa Bianca.
Il ballo in maschera, una volta ritornata a casa, continua con piroette da Carla Fracci: dopo aver osteggiato il bis di Ursula von der Leyen alla Commissione europea, astenendosi in Consiglio europeo e facendo votare contro gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, la sora Giorgia ha deciso: basta, è ora di spostarsi al centro.
E infatti, ha invitato il Partito Popolare Europeo al congresso di Ecr, che si celebra a Dubrovnik in Croazia, dal 18 al 20 ottobre. L’ennesima giravolta che punta a prendere in contropiede Forza Italia, e a sfilarle quel collocamento centrista che i due Berlusconi di primo letto immaginano per il partito di famiglia.
Bisognerà capire quale sarà la risposta del Ppe, alla mano tesa della Ducetta. Poiché la forma è sostanza, il gesto di distensione sarà ben accolto se al congresso di Ecr si appaleserà il presidente del partito, Manfred Weber. Se invece verrà inviata una generica “delegazione” di scartine, sarà il segnale che i popolari non vogliono saperne di apparentamenti con i conservatori.
Le capriole non si limitano alla collocazione a Bruxelles, ma anche, ad esempio, sulle questioni ideologiche di fondo.
Gli “statalisti” di Fratelli d’Italia, da sempre convinti della necessità di un intervento pesante dello Stato nell’economia, hanno prima affidato la strategica rete di Tim agli americani di Kkr, e ora aprono le porte della “patria” alla finanza internazionale, che gli ex missini consideravano il grande Satana.
Tutto cambia, però, quando c’è da rimpolpare le casse dello Stato attraverso le privatizzazioni. E qualcuno dovrà pur ciucciarsi quote di Eni, Ferrovie, Mps, Poste italiane.
E chi meglio dal più grande fondo di investimento del mondo? Favorito dall’ad di Poste italiane, Matteo Del Fante, L’incontro tra Giorgia Meloni e Larry Fink, ad del fondo Blackrock, serviva proprio ad aprire un canale di trattativa su due dossier in particolare: Ferrovie e eventuali investimenti nella gestione dei porti
Nel volteggiare pallido e assorto da una maschera all’altra, Giorgia Meloni deve gestire ”la guerra di attrito” all’interno della maggioranza di centrodestra. Ogni giorno c’è uno scazzo tra Salvini e Tajani, dallo ius scholae al voto in Austria.
Sulla vittoria dell’Fpö a Vienna, come scrive Lorenzo De Cicco su “Repubblica”, “non si smorzano le tensioni per i commenti (opposti): Fpö, per Tajani,cavalca «rigurgiti nazisti», per Salvini chi lo dice «ha mangiato pesante ». «Io sono a dieta, digerisco sempre bene», la risposta a tono del ministro degli Esteri”.
Anche una norma apparentemente innocua, come la riforma del codice della strada, diventa oggetto di scazzo, essendo un tema molto caro al ministro dei trasporti. Salvini sperava non ci fossero ostacoli per l’approvazione di quello che considera il “fiore all’occhiello” della sua esperienza da ministro.
Scrive ancora De Cicco: “il vicepremier leghista sperava di chiudere la pratica entro poche settimane, che insomma il Senato si limitasse a ratificare definitivamente quanto già licenziato da Montecitorio a fine marzo.
Invece gli azzurri si sono messi di traverso: nella commissione lavori pubblici di Palazzo Madama si sono presentati con 60 emendamenti che, di fatto, smonterebbero un pezzo importante della riforma salviniana. La mossa ha innervosito i colonnelli del Carroccio e dopo giorni di tensioni sottotraccia […] per provare a limitare i danni hanno organizzato pochi giorni fa, giovedì, un faccia a faccia tra Salvini e il capogruppo di FI in Senato, Maurizio Gasparri.
Pace fatta? In realtà si tratta ancora”. Forza Italia chiede correttivi su questioni come “l’obbligo di casco obbligatorio per tutti i passeggeri dei monopattini”, o di “rivedere le sanzioni per chi supera i limiti di 40 km orari”.
Nel duello Lega-Forza Italia si infila la Meloni a targhe alterne: una volta spalleggia il Carroccio, come ad esempio per la tassa sugli extraprofitti, per mandare un messaggio ai forzisti e ai Berlusconi. Un’altra, invece, si affianca a Tajani per rallentare la riforma dell’autonomia cara a Salvini. Una guerriglia permanente che verrebbe sfruttata da un’opposizione decente. Se ci fosse. Elly Schlein e Giuseppe Conte, Renzi e Calenda, Bonelli e Fratoianni sono ancora più divisi dell’armata “Branca-Meloni”.
(da Dagoreport)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO CONCLUSIVO SULLA VISITA IN ITALIA DEGLI ESPERTI ONU PRESENTATO OGGI A GINEVRA
«In Italia persiste un razzismo sistemico nei confronti di africani e di persone di origine africana, e in generale contro le persone straniere, nell’applicazione della legge da parte delle forze dell’ordine e all’interno delle carceri», inclusi gli Istituti penali per i minorenni. A sostenerlo è il rapporto conclusivo degli inviati delle Nazioni Unite in Italia sulla giustizia razziale nell’applicazione della legge e nel sistema di giustizia penale presentato oggi a Ginevra al Consiglio per i diritti umani. Dal 2 al 10 maggio 2024 la giudice ghanese Akua Kuenyehia, la dirigente Usa del Center for Policing equity Tracie Keesee e l’argentino Juan Méndez, Special rapporteur dell’Onu sulla tortura, hanno avuto incontri con giudici, pubblici ministeri, avvocati, forze dell’ordine, personale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e dei diversi dipartimenti del ministero dell’Interno
Le diverse facce della discriminazione
I 3 membri delle Nazioni Unite hanno visitato i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), le carceri e gli Ipm di Roma, Milano, Napoli e Catania; ascoltato storie, raccolto testimonianze, analizzato leggi. E la conclusione è tutt’altro che positiva: il razzismo sistemico in Italia «mina i principi fondamentali della democrazia emarginando una parte significativa della popolazione in base all’origine nazionale o etnica. Questa esclusione – si legge ancora nel report – si manifesta con una limitata rappresentanza politica, un accesso diseguale ai servizi pubblici e pratiche discriminatorie all’interno delle istituzioni pubbliche». E si evidenzia anche da una mancata legge sulla cittadinanza che non discrimini le seconde generazioni, dalla detenzione e dai respingimenti illegali alle frontiera delle persone migranti e dall’assenza, nei programmi scolastici, della storia del colonialismo italiano e della schiavitù, precisa il rapporto. Ma anche dai discorsi d’odio da parte di funzionari statali e politici, che contribuiscono alla normalizzazione di atteggiamenti e comportamenti razzisti: nel 2010 ci sono state 8 denunce per crimini o discorsi d’odio legati all’etnia; 252 nel 2019 e 1.105 nel 2022.
L’Onu boccia le carceri italiane: «sovraffollamento, carenza di personale e tortura»
Al 30 giugno 2024, nelle carceri italiane – «sovraffollate» oltre ogni limite e «carenti di personale medico e agenti penitenziari» – la popolazione ammontava a 61.480 individui, di cui 2.682 donne, con un tasso di incarcerazione di 105 per 100mila abitanti. Si è passati da 52mila nel 2020 a oltre 60mila nel 2024. Per le Nazioni Unite «il sovraffollamento e le condizioni di detenzione al di sotto degli standard possono costituire una grave forma di maltrattamento, se non addirittura di tortura». Più nello specifico, nell’estate di quest’anno il 30% di tutti i detenuti era straniero, con una maggioranza (54%) proveniente dal continente africano. Una sovra-rappresentazione della popolazione straniera, in particolare afrodiscendente, che «preoccupa» gli inviati Onu. Situazione analoga negli Istituti penali minorili (argomento a cui Open ha dedicato un documentario dal titolo Giudizio Sospeso) dove nel 2023 quasi la metà di tutti i giovani presenti all’interno delle strutture d’Italia erano stranieri (48,8%), di cui il 75,9 di origine africana. Non solo: al 31 dicembre dello scorso anno, i ragazzi stranieri rappresentavano oltre il 60% di tutti i detenuti minorenni dai 14 ai 17 anni.
Per le Nazioni Unite è «particolarmente preoccupante osservare che i minori stranieri spesso subiscono misure più restrittive rispetto ai loro coetanei italiani, indipendentemente dalla gravità del reato commesso». E anche il decreto Caivano, approvato il 15 settembre 2023, «avrà probabilmente un impatto sproporzionato sui minori di origine straniera», si legge nelle conclusioni. La fotografia allarmante che emerge dal rapporto tiene conto anche della mancanza di personale all’interno delle carceri d’Italia: medici, infermieri, psicologici, sociologi, mediatori culturali. L’Onu si dice, inoltre, «profondamente turbato» per i suicidi avvenuti in carcere: nel 2022 85 persone si sono, infatti, tolte la vita; 67 nel 2023 e 44 al 20 giugno 2024. Dei 44 detenuti che si sono suicidati quest’anno, 20 erano cittadini stranieri.
Le torture durante la detenzione
I tre membri delle Nazioni Unite, durante la visita in Italia, hanno inoltre denunciato «i casi di tortura e altri maltrattamenti» da parte degli agenti penitenziari all’interno delle prigioni. Emblematici i casi di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) del 2020, di San Gimignano, del carcere di Reggio Emilia e, non da ultimo, dell’Ipm “Cesare Beccaria” di Milano nell’aprile di quest’anno. «Invitiamo lo Stato a proseguire gli sforzi per garantire che tutte le accuse di tortura e maltrattamento, così come le morti in custodia, siano oggetto di indagini indipendenti, imparziali, rapide, approfondite, efficaci, credibili e trasparenti», denunciano le Nazioni Unite, che esprime, inoltre, «profonda preoccupazione» per la proposta di legge che mira ad abolire il reato specifico di tortura.
(da agenzie)
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