Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
LA SORELLA DELLA MANAGER LAVORA ADESSO CON ROCCA ALLA REGIONE LAZIO. LA REPLICA: “È TUTTO REGOLARE”… IN PASSATO UNA DELLE SOCIETÀ DI MANUELA CACCIAMANI HA AVUTO CONTATTI CON GIORGIA MELONI, QUANDO ERA MINISTRO AI TEMPI DEL GOVERNO BERLUSCONI, PER UNO SPOT
Il ministero di Adolfo Urso, il MAXXI di Alessandro Giuli, il ministero della Cultura di Gennaro Sangiuliano e la regione Lazio di Francesco Rocca hanno finanziato la società One More Pictures di Manuela Cacciamani, legata alle sorelle Meloni – in particolare Arianna – tanto da essere nominata, nello scorso luglio, amministratrice delegata di Cinecittà.
L’attuale ad della società pubblica di via Tuscolana, perno del sistema audiovisivo italiano, può poi contare su una conoscenza d’eccezione negli uffici della regione: sua sorella Maria Grazia Cacciamani, anche lei amica di Arianna Meloni e collaboratrice di primo piano di Rocca, diventata una delle consigliere più fidate del presidente del Lazio.
Dopo la candidatura al Senato nel 2018 nelle liste di Fratelli d’Italia, la militanza di Maria Grazia Cacciamani non è venuta mai meno. Alle ultime europee ha fatto campagna elettorale ventre a terra per FdI.
Tutto legittimo, certo. Ma pur sempre in un reticolo di potenziali conflitti di interessi, legami intrecciati tra sorelle e il solito amichettismo di destra, quello che si muove intorno ai rapporti tra il governo e Cinecittà. Nell’estate 2023 Cacciamani ha compiuto il salto di qualità nella sua carriera professionale con l’approdo a Cinecittà.
Il candidato come amministratore delegato era Giuseppe De Mita, altro nome legatissimo ad Arianna Meloni. Ma proprio a poche ore dall’accettazione, De Mita ha deciso di rinunciare. Ha preferito limitarsi al ruolo di consigliere nel cda, spalancando le porte all’imprenditrice del mondo del cinema.
Nomina e famiglia
La nomina di Cacciamani a Cinecittà ha innescato tuttavia una situazione di potenziale conflitto di interessi: nel 2023 la manager, voluta dalle sorelle Meloni, ha incassato soldi pubblici – tra stato e amministrazioni locali – per un totale di 1,9 milioni di euro.
Va detto che, appena diventata ad di Cinecittà, Cacciamani ha lasciato tutti gli incarichi privati, compresi quelli nella One more pictures. La gestione delle società è stata trasferita nelle mani di Gennaro Coppola, il suo compagno, oltre che socio in affari. Quindi lei è al comando di una società pubblica dell’audiovisivo, lui al timone dell’azienda di famiglia che opera nello stesso settore.
Tra i finanziamenti più sostanziosi ricevuti nello scorso anno spicca quello giunto dal ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit) di Urso. L’operazione principale è avvenuta attraverso un bando sul 5G che ha finanziato per 617mila euro la One more pictures per lo spettacolo The Jackal meta show, organizzato dal famoso collettivo comico napoletano The Jackal.
La società ha poi beneficiato di un altro contributo del ministero di Urso, questa volta più piccolo, di 40mila euro circa, per il progetto Infiniti Mondi.
Ma la società di Cacciamani e Coppola ha anche fatto parte di un’iniziativa che ha coinvolto su un doppio asse il Mimit e il MAXXI, all’epoca guidato da Giuli. È avvenuto con il programma di Connessioni culturali, lanciato per migliorare la fruizione digitale dei visitatori del Vittoriale degli italiani e del MAXXI.
Una visita tridimensionale che ha coinvolto, tra i vari attori, oltre al ministero, anche l’Università di Padova e Rai Cinema. L’introito si aggira intorno ai 290mila euro per la One More Pictures su un totale finanziato di quasi 2 milioni di euro. «È stato l’unico rapporto di collaborazione con la fondazione MAXXI», dice Cacciamani, contattata da Domani sui rapporti con la fondazione.
Sorelle d’Italia
Molto più intenso il flusso di risorse provenienti dal ministero della Cultura, guidato fino a poche settimane fa da Sangiuliano. Tra tax credit e sovvenzioni, previste per le imprese del settore, si supera la soglia del mezzo milione di euro. Su questo punto non ci sono grosse sorprese: si tratta di fondi di cui l’impresa ha beneficiato in passato (a differenza dei bandi singoli vinti con il Mimit), con la differenza che oggi Cacciamani è ad a Cinecittà.
La questione non riguarda solo i ministeri e affini. Tra i contributi pubblici ci sono le regioni, come la Puglia e il Lazio che ha concesso 45mila euro. E qui arriva un altro caso delicato che sfiora legami di famiglia per la presenza di Maria Grazia Cacciamani, sorella della manager, nell’inner circle del presidente della regione Lazio Rocca.
La replica informale è che non ci sono progetti di collaborazione diretta tra la società One More Pictures e la regione e gli unici progetti inerenti al finanziamento sono quelli legati al fondo regionale per l’audiovisivo.
Ma del resto che Manuela Cacciamani vantasse buoni rapporti a destra, è storia nota. In passato ha avuto contatti con Giorgia Meloni.
Una delle sue società, in questo caso la Direct 2 brains (una sorta di spin off della One More Pictures), ha lavorato con l’attuale leader di Fratelli d’Italia, quando era ministra della Gioventù del governo Berlusconi per uno spot istituzionale. «Da allora non ci sono stati più rapporti ufficiali di lavoro», puntualizzano dagli uffici di Cinecittà.
(da editorialedomani.it)
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Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA”:“IL MINISTRO HA DECISO DI FORZARE. E ORA RISCHIA DI PAGARNE LE CONSEGUENZE. PER AVER TERREMOTATO, DI NUOVO, LA CULTURA TRICOLORE. CREATO PROBLEMI AL GOVERNO. RIAPERTO LA DIATRIBA SULL’ASSENZA IN FRATELLI D’ITALIA DI UNA CLASSE DIRIGENTE ALL’ALTEZZA”
Erano diversi giorni che Francesco Spano meditava il passo indietro. Non sopportava più di
lavorare in «un contesto non privo di sgradevoli attacchi personali». Dal fatidico 14 ottobre, data della nomina al ministero della Cultura, aveva cominciato a sentirsi addosso troppi occhi: sulla sua vita privata da omosessuale dichiarato, il suo passato, le sue relazioni professionali e persino sentimentali.
Scandagliate non senza morbosità dalle associazioni pro-life, arrivate addirittura a imbastire una petizione popolare per chiederne la testa; dai colleghi del dicastero poco propensi ad accettare «uno che ha sempre lavorato col Pd», un corpo estraneo alla filiera di Fratelli d’Italia
Lo aveva anche detto, all’amico Alessandro: «È difficile da reggere, lasciami andare». Ma l’altro, che contro l’opinione di molti l’aveva fortissimamente voluto alla guida del suo gabinetto — l’unico uomo di cui si fidasse davvero, insieme alla capo-segreteria Chiara Sboccia, come lui pescata dai ranghi del Museo delle arti del XXI secolo — non aveva voluto sentire ragioni.
Le allusioni di Sigfrido Ranucci su un «nuovo caso Boccia, però al maschile» che Report avrebbe documentato nella puntata di domenica, hanno fatto saltare tutte le trincee. Crollate definitivamente ieri mattina, allorché è trapelata la notizia della consulenza da 14mila euro che Spano nel 2023, da segretario generale del Maxxi capitanato da Giuli, ha affidato al suo compagno Marco Carnabuci. Un avvocato già arruolato, nel 2018, dall’allora presidente Giovanna Melandri come responsabile della protezione dati del museo. Con la sostanziale differenza che in quegli anni Spano lavorava altrove, non nella stessa istituzione del “fidanzato”, sposato civilmente pochi mesi fa.
Visto lo stretto rapporto fra il ministro della Cultura e l’ormai ex capo di gabinetto, è difficile pensare che il primo non sapesse del legame fra i due. Li avrebbe dunque coperti, a dispetto dei motivi di opportunità e del conflitto di interessi. È in quel momento che l’addio al ministero è diventato inevitabile. Impossibile respingere questa nuova onda d’urto. Insostenibile il pressing partito da Palazzo Chigi a disfarsi di quella «presenza imbarazzante».
Che già dieci giorni fa, all’atto della nomina, aveva fatto infuriare sia il presidente del Senato Ignazio La Russa, sia i vertici di Via della Scrofa. Non solo per via del brutale allontanamento del predecessore, il consigliere parlamentare Francesco Gilioli — reclutato da Gennaro Sangiuliano proprio su input della seconda carica dello Stato — che ieri si aggirava per i corridoi di Palazzo Giustiniani dicendo: «Avete visto? Avevo ragione io, non ho fatto niente, sono io la vittima».
Ma anche perché nel 2017, da capo dell’Ufficio governativo anti-discriminazioni razziali, Spano era stato coinvolto in una brutta vicenda di finanziamenti concessi a un’associazione Lgbtq+ nei cui circoli si praticava sesso a pagamento. E per questo attaccato ferocemente dall’attuale premier: «Non un euro degli italiani devono essere utilizzati per pagargli lo stipendio», aveva tuonato Giorgia Meloni. Insieme all’intero centrodestra, che aveva costretto il capo dell’Unar alle dimissioni.
Un polverone che tuttavia non aveva scoraggiato Giuli. Rivendicando la sua autonomia, il ministro ha deciso di forzare. E ora rischia di pagarne le conseguenze. Per aver terremotato, di nuovo, la Cultura tricolore. Creato problemi al governo. Riaperto la diatriba sull’assenza in FdI di una classe dirigente all’altezza. Lo testimoniano anche le chat, pubblicate ieri dal Fatto quotidiano, in cui un dirigente romano di FdI, dava del «pederasta» a Spano. «Riportavo gli umori della base », si è giustificato dopo aver lasciato il suo incarico. Quelli che Giuli non ha voluto, o saputo, ascoltare.
(da la Repubblica)
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Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
A FAR ESPLODERE LA LITE, IL SOSPETTO CHE IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE CULTURA SI FOSSE INTRATTENUTO A PARLARE CON UN GIORNALISTA… FAZZOLARI SPINGE PERCHÉ GIULI SI DIMETTA E SOTTO ACCUSA FINISCE PURE EMANUELE MERLINO, CAPO DELLA SEGRETERIA TECNICA DI GIULI… “CI SAREBBE UNA CHAT DEI PARLAMENTARI PRO-VITA IN CUI SI IRONIZZA SULLA NOMINA DI SPANO DA PARTE DI GIULI. MESSAGGI PRIVATI, SCRITTI SENZA DIPLOMAZIA. ALCUNI, IMBARAZZANTI, FIRMATI DA UN BIG DEL PARTITO DI CUI VIENE FORNITO L’IDENTIKIT: DONNA, MEMBRO DEL GOVERNO, DA SEMPRE A DESTRA
Fratelli contro Fratelli, come in una faida nel cuore del melonismo. Transatlantico, primo pomeriggio. In piedi, a due metri dal divanetto, c’è il presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone.
Compare Antonella Giuli: giornalista, assunta nell’ufficio stampa della Camera, amica intima di Arianna Meloni, sorella di Alessandro Giuli. È in “borghese”, oggi non lavora. Ed è lì per il fratello, nel giorno peggiore: traballa la poltrona da ministro della Cultura, la puntata di Report incombe minacciosa, la fazione dei falchi di palazzo Chigi vorrebbe la sua testa.
La donna si avvicina a Mollicone, una vita con Meloni. Dice di essere venuta a sapere che si è intrattenuto fuori dal palazzo con un giornalista, glielo fa presente: per raccontare cosa?
In fondo, è il presidente della commissione Cultura, conosce tutto della galassia del dicastero. Veleni e sospetti. «Ero in commissione — replica il deputato, a portata del cronista — sei fuori strada! ». Antonella Giuli insiste. Sdegnata, allarga pollice e indice, «perché negare?» — dice — è un atteggiamento «da persona piccola piccola».
Lui nega ancora, guarda il questore di FdI Paolo Trancassini, sostiene che «è tutto folle, roba da pazzi». Lei taglia corto: «Vabbé, ne parleremo…». Lui allora si avvicina a pochi centimetri da Giuli e alza il tono della voce: «Mi stai minacciando? Mi stai minacciandooo?».
«Se per te parlare è minacciare — la risposta — mi arrendo». Trancassini capisce che è troppo, interviene: prende per un braccio la sorella del ministro. E la porta via. Un minuto dopo, Alessandro Giuli ricompare assieme ad Antonella e dice: «Lasciatemi fumare con la mia presidente ».
La faida è iniziata. O meglio: adesso è troppo violenta per restare nascosta. Perché la caduta di Francesco Spano non chiude questa storia. A rischiare, adesso, è direttamente Giuli.
Dopo le dimissioni del capo di gabinetto, deve andare a Palazzo Chigi. Sente l’assedio, attorno. Teme imboscate, dalla pancia del ministero. Ufficialmente, lo riceve Alfredo Mantovano. Minuti prima dell’incontro gira però un’altra indiscrezione: in realtà vedrà riservatamente Giorgia Meloni (lei, in serata, negherà il colloquio).
Il ministro deve spiegare ai vertici del governo se c’è altro da temere
Se altro sta per uscire. Se può reggere all’urto di altre rivelazioni. Sembra il copione del caso Sangiuliano. Come non bastasse, c’è da scegliere il successore di Spano. Non accetterà, spiega a Mantovano, forme di «commissariamento». Volessero imporgli un sostituto, reagirebbe con le dimissioni.
Questo è in effetti un punto cruciale: chi comanda, adesso, chi guida la partita. Ad imputare a Giuli le ultime mosse — la cacciata di Francesco Giglioli, la scelta di Spano — è in primo luogo Giovanbattista Fazzolari. Fino a ieri, dal cerchio magico meloniano si accontentavano di commissariare Giuli. Ora dicono: potrebbe non bastare affiancargli un capo di gabinetto fedele a Palazzo Chigi. Tradotto: se necessario, potrebbero costringerlo a lasciare.
Tutti sono sotto esame, tutti temono il vicino di partito. Rischia addirittura Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica di Giuli — non uno qualunque, lo stratega del kulturkampf di Giorgia Meloni, che ha teorizzato in un documento intitolato Controegemonia — lasciato in dote da Sangiuliano su indicazione di Fazzolari. Aveva il compito di monitorare la situazione, ora traballa perché dopo il “caso Boccia” non ha evitato neanche il “caso Spano”.
Veleni, ancora. Tutti a rincorrere la prossima rivelazione. Alla Camera prende corpo una suggestione, che al momento però manca ancora di una conferma ufficiale: come non mancassero i problemi, ci sarebbe anche una chat dei parlamentari pro-vita in cui si ironizza sulla nomina di Spano da parte di Giuli.
Messaggi privati, dunque scritti senza troppa diplomazia. Alcuni, imbarazzanti, firmati da un big del partito di cui viene fornito l’identikit: donna, membro del governo, da sempre a destra. E poi c’è anche la contraerea, quella degli amici di Giuli. Sostengono innanzitutto che dietro alla prossima puntata di Report ci sia una vendetta che nasce dentro FdI. Che a costruire un clima ostile al ministro avrebbe collaborato tra gli altri anche Sangiuliano
(da La Repubblica)
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Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
LA MUSICA PARTE MALINCONICA E IL VIDEO INIZIA CON LE IMMAGINI DI QUANDO GIORGIA ESIBIVA ANCORA IL TAGLIO SCALATO E LISCIATO CON LA PIASTRA ALLA CALIMERO
La musica parte malinconica; forse perché il video inizia con le immagini di quando Giorgia esibiva
ancora il taglio scalato e lisciato con la piastra alla Calimero, e il parrucchiere Antonio Pruno veniva intervistato da tutti i media per ragguagli politico-tricologici (recentemente ha aggiornato la nazione: “Siamo passati dai capelli lisci a delle più morbide waves”, infatti, ci pareva). “Sono quello che gli inglesi definirebbero un underdog, lo sfavorito”, la si vede dire nel famoso discorso alla Camera, “che per riuscire deve stravolgere tutti i pronostici. È quello che intendo fare: stravolgere tutti i pronostici”. La musica cambia ex abrupto, si fa trionfale, epica, marziale; il montatore dell’agenzia a cui si è rivolta la Presidenza del Consiglio, dopo un’endovena di caffeina, sta chiaramente citando Massimo Decimo Meridio: numeri strabilianti, peraltro già confutati da tutti i fact checking, coronano immagini di Giorgia che stringe mani di potenti, suona campanelle, depone corone di fiori, marcia su Roma con la von der Leyen (manca Zelensky che chiede soldi e armi per la gloriosa controffensiva: strano). Giorgia ha reso l’Italia il Paese di Bengodi: “+800 mila occupati rispetto al 2022”, pure gente con contratti di poche ore, “disoccupazione mai così bassa dal 2007”, specie nella cerchia stretta della famiglia Meloni, “sbarchi -61% rispetto allo stesso periodo del 2023”, quando però c’era già la Meloni al governo ed erano schizzati, vabbè. Giorgia promette e poi mantiene, è il senso di questo Cinegiornale Luce a 2 anni dall’insediamento, a (auto)riprova che i voti presi non sono buttati, anzi: come emerge vieppiù, il consenso elide la Costituzione (ricordiamo che FdI ha preso il 26% dei voti del 50% degli elettori: dettagli). Riecco la Giorgia piastrata: “Non indietreggeremo!” (se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi), e del resto “Stiamo facendo la Storia”, ha detto durante l’affaire Sangiuliano, come no: con La Russa, Santanchè, Salvini, Lollobrigida, che opportunamente non compaiono mai nel video, manco di striscio, a riprova che lo Stato è lei, il governo è lei, tutto è in mano alla Gladiatrice.
Per eccesso di imbarazzo, il video à la Ceausescu lo posta Crosetto, incidentalmente ministro nel governo Giorgia-Arianna Meloni. Sempre meglio delle conferenze stampa, dove Giorgia s’impappina e i suoi comunicatori fanno casini. Finale con le morbide waves fatte col ferro, menomale.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
EMERGE IL COSTO DELLA PRIMA DEPORTAZIONE DEI 18 MIGRANTI: 320.000 EURO… LA PRATICA IN MANO ALLA CORTE DEI CONTI PER EVENTUALE DANNO ERARIALE
La firma del presidente della Repubblica sul “decreto Albania” è arrivata poco prima delle 19, in una giornata che si era aperta con un mezzo segnale di distensione, almeno sul Colle più alto, del clima politico infuocato di questi giorni.
Da palazzo Chigi è filtrata la notizia di un «breve colloquio a quattr’occhi» fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, nella tarda mattinata, in coda alla riunione del Consiglio supremo di difesa. I due, secondo le agenzie di stampa, si sono «trattenuti in privato». In realtà, che il presidente e la presidente si scambino qualche parola alla fine di un incontro è un fatto consueto; tanto più dopo una riunione sui delicati temi sul fronte estero, su cui governo e Quirinale sono in sintonia.
A unire i due, c’era anche la difesa della polizia italiana dalle accuse di razzismo contenute nel rapporto della Commissione di monitoraggio del Consiglio d’Europa. Mattarella è tornato sul tema con un gesto simbolico: ha ricevuto al Quirinale l’Associazione delle gendarmerie e forze di polizia a statuto militare, e davanti ai suoi rappresentanti ha rinnovato «fiducia e riconoscenza» alle forze dell’ordine.
Non mancherebbero altri argomenti per il «colloquio». Ma sono i temi assai meno condivisi di queste ore: lo scontro fra governo e magistratura e la vicenda dei migranti e dei centri italiani in Albania. Ed è per questo che la sottolineatura del «colloquio a quattr’occhi» fatta da fonti di palazzo Chigi fa pensare a un’ostentazione di cordialità fra i due, utile alla premier.
Il decreto «scarno»
Il “decreto Albania” ora va alle camere per diventare legge. Nessun giallo sul suo arrivo al Quirinale un giorno più tardi del previsto: era alla «bollinatura» della Ragioneria dello stato da martedì sera, ma è arrivato insieme alla legge di Bilancio, che ha avuto priorità nell’esame.
Il testo è rimasto quello «scarno» consigliato dal Colle, e su cui è attivata la «collaborazione istituzionale», per usare una delle recenti espressioni di Mattarella, con palazzo Chigi.
Tre articoli, preceduti da un richiamo alla sentenza della Corte di giustizia dell’Ue del 4 ottobre 2024 e alla «straordinaria necessità ed urgenza di designare i Paesi di origine sicuri, tenendo conto della sentenza della Corte di giustizia dell’Ue, escludendo i paesi che non soddisfano le condizioni per determinate parti del loro territorio (Camerun, Colombia e Nigeria)».
I paesi considerati sicuri “per legge” sono ora 19, non più 22: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. L’elenco sarà aggiornato «periodicamente».
L’unica novità è l’introduzione della possibilità di appello da parte del governo contro le ordinanze dei giudici sul trattenimento dei migranti, oltre ricorso alla Cassazione. «La proposizione del reclamo non sospende l’efficacia esecutiva del provvedimento reclamato». La corte d’Appello deciderà entro dieci giorni. In quindici giorni ogni contenzioso dovrebbe essere risolto. Ma non è un tempo breve.
Non contro l’Ue
La firma-lampo di Mattarella si spiega con il fatto che il Colle ha convinto il governo ad “avvicinare” il testo alla norma europea. Che comunque continua a essere quella che i giudici dovranno applicare. La maggioranza lo ammette, e diversamente non potrebbe fare, anche se continua a fare confusione.
«È sbagliato considerare il decreto del Consiglio dei ministri una risposta alla magistratura», ha spiegato il capogruppo FdI alla Camera Tommaso Foti a La7, «al contrario dà certezza all’operatore giuridico. Resta fermo il fatto che il giudice dovrà sempre valutare nel caso concreto che non ci siano presupposti per il rimpatrio». Insomma dovrà fare esattamente come ha fatto il vituperato Tribunale di Roma.
Costi ed esposti
Ursula von der Leyen, a Tirana in una conferenza stampa con il premier Edi Rama, è stata prudente sui pasticci dell’amica Meloni: quello fra Italia e Albania, ha detto, «è un accordo bilaterale; ne seguiamo con attenzione gli sviluppi, ma non possiamo commentarlo». In Italia il caso non è certo chiuso: al question time della Camera Avs ha chiesto al ministro per i Rapporti con il parlamento, Luca Ciriani, i costi del «trasferimento, la permanenza in Albania e il rientro in Italia» dei 16 migranti della nave Libra.
Il ministro non ha dato cifre. Italia viva ha depositato un esposto alla Corte dei Conti sull’eventuale danno erariale provocato dal «modello Albania»: la premier non poteva non sapere, è l’assunto, che il trasferimento dei migranti nei centri albanesi «viola il diritto europeo e che quindi l’autorità giudiziaria avrebbe potuto giudicarlo illegittimo».
Insomma, sapeva che c’era un’alta probabilità di sprecare soldi pubblici. Secondo il governo, per l’attuazione del protocollo sono stati stanziati 134 milioni di euro annui per cinque anni, un totale di 670 milioni; il trasporto dalle zone Sar dove i naufraghi vengono raccolti costa circa 20mila euro, quindi il solo primo viaggio sarebbe costato 320mila euro. Solo propaganda, per Iv, «è vergognoso utilizzare i soldi degli italiani per giocare a fare l’Istituto Luce».
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2024 Riccardo Fucile
LA CAGNARA OMOFOFA CONTRO IL “PEDERASTA”
Non sentivo la parola “pederasta” da tempo infinito. Credevo fosse in disuso, come arcolaio,
spinterogeno e fornicazione. Insieme a “invertito” era il dispregiativo più diffuso, tra gli italiani di un paio di generazioni fa, per indicare gli omosessuali.
Ora la si rilegge nella chat di un esponente romano di Fratelli d’Italia che sostiene di avere voluto esprimere il “sentiment” (sic!) della base del partito nei confronti di Francesco Spano, appena nominato capo di gabinetto dal ministro della Cultura Giuli e dimessosi dopo pochi giorni.
A prescindere dai rilievi imputabili a Spano, che potete leggere altrove, non dubito che le sue dimissioni siano imputabili anche al fuoco amico: una cagnara omofoba che mi porta a esprimergli piena solidarietà anche nel caso avesse appena svaligiato una banca. Ma sento, al tempo stesso, di dover ringraziare anche il fascista romano che ha riassunto così mirabilmente lo stato culturale di questo Paese, perlomeno di una sua parte consistente (attualmente al governo). Mettere nella stessa frase “pederasta” e “sentiment” è quasi un capolavoro: fotografa un’anima arcaica, incallita nei suoi pregiudizi, dentro un involucro finto-moderno, che dicendo “sentiment” invece di opinione si sente in regola con la neolingua dell’aziendalismo e della pubblicità.
Rifatti fuori ma decrepiti dentro: non sarebbe un bel finale di partita per questo povero Paese.
Il mio “personal sentiment” è sperare in quelli che hanno vent’anni, e fino adesso non avevano mai sentito dire “pederasta”.
(da repubblica.it)
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