Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTO QUELLO CHE NON TORNA: LE TRE VERSIONI DEL GOVERNO, LE DATE DEI REATI CONTESTATI AD ALMASRI, LA SCUSA DELLE QUARANTA PAGINE IN INGLESE
«Il ministro non è un passacarte», rivendica il Guardasigilli Carlo Nordio. E spiega che
nel suo ruolo di «organo politico» ha il «potere-dovere di interloquire con altri organi dello Stato, laddove se ne presenti la necessità, che in questo caso si presentava eccome». Dunque il ministro della Giustizia che ha di fatto disapplicato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il generale libico Najeem Osama Almasri, determinando la scarcerazione del detenuto, ha discusso con i colleghi di governo.
Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è da presumere, ma anche con il sottosegretario delegato alla sicurezza nazionale Alfredo Mantovano e, verosimilmente, con la stessa premier Giorgia Meloni. Cioè i quattro indagati la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri, dopo la trasmissione degli atti da parte del procuratore di Roma
Nella terza versione governativa sulla liberazione del libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità — dopo la mancata interlocuzione preventiva tra Corte penale e ministero, e la responsabilità attribuita ai giudici della corte d’appello di Roma che proprio quell’assenza di interlocuzione avevano rilevato — l’addebito ricade ora sulla stessa Cpi che avrebbe sbagliato a scrivere la richiesta d’arresto.
Il cuore della relazione di Nordio al Parlamento è un asserito errore sulle date di commissione dei reati contestati: «In poche parole, in questo mandato di arresto si oscillava dal 2011 al 2015 e non si riusciva a capire se il reato fosse iniziato nel 2011 o nel 2015; non è una cosa di poco conto, trattandosi di un reato continuato e poiché in quei quattro anni, secondo la stessa Corte, sarebbero stati commessi numerosi atti di stupro, violenza, aggressione, omicidio, eccetera».
Per questo vizio il Guardasigilli non ha dato seguito alla richiesta giunta dall’Aia. «Un atto, secondo noi, radicalmente nullo», ha sentenziato Nordio.
Ma quando la Procura generale di Roma gli si rivolse sollecitando «le determinazioni in ordine all’attività da porre in essere», cioè il via libera all’arresto che avrebbe sanato i vizi procedurali rilevati da magistrati, il ministro non ha fatto cenno alle «incongruenze» rilevate ieri. Si limitò a non rispondere.
Omissioni e accuse
Ma soprattutto, Nordio ha omesso di sottoporre i rilievi avanzati in questa nuova ricostruzione alla Corte dell’Aia in tempo utile per rimediare: solo il 24 gennaio (quando già Almasri era tornato in Libia da tre giorni con un volo di Stato italiano) la Cpi ha emesso un nuovo provvedimento senza le incongruenze sottolineate da Nordio.
Eppure nella serata del 18 gennaio, insieme al mandato d’arresto, la cancelleria della Corte inviò all’ambasciata italiana in Olanda (che l’indomani inoltrò tutto a Roma) una nota in cui indicava nome, numero di telefono ed email del funzionario da contattare «qualora le autorità italiane dovessero individuare problemi che possano impedire l’esecuzione della presente richiesta di cooperazione».
Una procedura prevista dall’articolo 97 dello Statuto di Roma con cui l’Italia ha aderito alla Cpi. Nulla di tutto ciò è avvenuto, come la stessa Corte ha comunicato dopo la liberazione del generale libico, preannunciando la richiesta di chiarimenti all’Italia.
Il paradosso è che ieri Nordio ha informato il Parlamento dell’intenzione di chiedere lui chiarimenti alla Cpi sui motivi di un mandato d’arresto scritto, a suo dire, così male da non poter essere eseguito.
Dei presunti errori commessi all’Aia non c’è traccia nemmeno nella risposta inviata nei giorni scorsi dal Gabinetto del ministro alla Corte, nella quale ci si limita a ricordare gli articoli della legge che regola i rapporti con l’Italia
L’aereo anticipat
È prevedibile che il confronto-scontro tra Roma e l’Aia prosegua a colpi di norme e commi, e possa giungere fino alle Nazioni Unite. Con l’Italia attestata sulla competenza attribuita al ministro «di ricevere e dare seguito alle richieste della Corte»
Nella sua informativa Nordio ha aggiunto il particolare di essere indagato (probabilmente solo lui e non gli altri esponenti di governo coinvolti) per omissione d’atti d’ufficio; un’integrazione fatta dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi prima di inviare il fascicolo al tribunale dei ministri. Questa ipotesi non era contenuta nella denuncia dell’avvocato Li Gotti, ma è stata fatta perché spetta al pm indicare i possibili reati, anche quando non è titolato a indagare come in questo caso
Il ministro dell’Interno Piantedosi, invece, ha ribadito la necessità di espellere «un soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico» tornato libero. Dando la versione ufficiale sulla partenza anticipata (da Roma per Torino) dell’aereo che ha riportato Almasri in Libia: la mattina del 21 gennaio, prima che i giudici lo scarcerassero. Non per una decisione politica già presa, bensì per una «iniziativa preventiva, aperta ad ogni possibile scenario, ivi compresa l’eventuale necessità di trasferimento in altro luogo di detenzione».
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO PARLA DI INCONGRUENZE CHE PERO’ NON HA MAI COMUNICATO ALLA CPI. E POTEVA FARLO PERCHE’ C’ERA UN FUNZIONARIO DA CONTATTARE… PIANTEDOSI E L’AEREO PRONTO PRIMA DELLA SCARCERAZIONE
Un atto «radicalmente nullo». Anzi, «completamente sballato», perché «aveva sbagliato nientemeno che la data del commesso reato e noi ce ne eravamo accorti». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha spiegato così in Parlamento perché l’ordine di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Najem Osama Almasri non poteva essere eseguito dal governo Meloni.
Ma nella ricostruzione del Guardasigilli ci sono molti buchi. E le «incongruenze» non sono mai state comunicate alla Cpi. Mentre il responsabile degli Interni Matteo Piantedosi ha spiegato perché l’aereo dei servizi segreti che ha portato a casa il libico era già pronto prima della scarcerazione: «È stata un’iniziativa preventiva aperta a ogni possibile scenario».
Il Guardasigilli
Nordio ha rivendicato il suo ruolo sostenendo che il ministro della Giustizia «non è un passacarte». E che ha il potere-dovere di intervenire in caso di necessità. Come in questo: perché, è la tesi dell’esecutivo, la Cpi ha sbagliato a scrivere la richiesta di arresto di Almasri. «In poche parole, in questo mandato di arresto si oscillava dal 2011 al 2015 e non si riusciva a capire se il reato fosse iniziato nel 2011 o nel 2015; non è una cosa di poco conto, trattandosi di un reato continuato e poiché in quei quattro anni, secondo la stessa Corte, sarebbero stati commessi numerosi atti di stupro, violenza, aggressione, omicidio eccetera».
Il vizio è stato rilevato anche dalla giudice della Cpi Maria del Socorro Flores Liera, che ha votato no alla richiesta. Peccato che quando la Corte d’Appello ha scritto a via Arenula il ministro non abbia fatto cenno a nessuna delle incongruenze chiamate in causa ieri. Anzi, non ha proprio risposto.
Omissioni e accuse
Il 24 gennaio la Corte ha emesso un nuovo provvedimento. Correggendo le inesattezze citate da Nordio. Ma all’epoca Almasri era tornato a Tripoli già da tre giorni.
Ma, racconta il Corriere della Sera, sei giorni prima la Cpi aveva inviato all’ambasciata italiana nei Paesi Bassi una nota in cui indicava nome, numero di telefono ed email del funzionario da contattare in caso di problemi. Una procedura prevista dall’articolo 97 dello Statuto di Roma. Degli errori non c’è traccia nemmeno nella replica inviata dal capo di gabinetto del Guardasigilli alla Corte. Nordio ha anche fatto sapere di essere indagato dal tribunale dei ministri per omissione di atti d’ufficio. Un’ipotesi di reato che non si trovava nell’esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti. Ma che è stata aggiunta dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi
L’errore materiale
Il Fatto Quotidiano invece prima ricorda la “corrected version of the Warrant of arrest for Mr. Osama El Masry”. Nei paragrafi finali (99, 100 e 101) della prima versione del mandato si indica il 2011 come data d’inizio dei reati contestati. Negli altri paragrafi (2, 7, 23, 30) la data d’inizio è il 2015 e la Corrected version ha poi eliminato l’errore nella parte finale. Ma non è vero che la prima versione indicasse stupri e torture e omicidi avvenuti prima del 2015. C’era solo un errore materiale sulla data: “5”anziché “1”. Ma non bastava per annullare l’atto: obbligava invece il ministro a contattare la Corte. Ma il Guardasigilli non l’ha fatto.
La valutazione
Non è nemmeno vero che Nordio dovesse «valutare» l’atto. O meglio: la legge italiana sulla collaborazione con la Cpi (la 237/2012) dice che il ministro «dà corso» alle richieste e le «trasmette» al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.
Infine, va segnalato che alle 15.55 del 21 gennaio, quando un comunicato ha reso noto che Nordio «sta(va) valutando» il mandato della Cpi, il Falcon dei Servizi era già da ore a Torino per riportare Almasri in Libia. Ma di questo dovrebbe rispondere la presidente del Consiglio, non i ministri che ieri hanno riferito alle Camere. Peccato che la sedia di Giorgia Meloni fosse vuota.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO CHE GIUDICA NULLO L’ORDINE DI CATTURA EMESSO DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, PIANTEDOSI CHE ALL’OPPOSTO LO RITIENE VALIDO
Da un lato il ministro Nordio, che accusa la Corte penale internazionale (Cpi) di aver
emesso un mandato “radicalmente nullo”. Dall’altro il collega Piantedosi che, invece, richiama quello stesso atto per motivare la necessità di “agire rapidamente”, a tutela della “sicurezza dello Stato”, per rimpatriare un soggetto altamente pericoloso, come emergeva chiaramente dalle carte firmate dai giudici dell’Aja.
Sul caso Almasri, il torturatore libico inseguito da un mandato di arresto internazionale per una sfilza di crimini ignobili ma scarcerato e rispedito in patria con un volo dei servizi segreti, è andato in onda in Parlamento il teatro dell’assurdo.
Con il ministro della Giustizia che demolisce l’ordine di cattura emesso dalla Cpi e quello dell’Interno che, al contrario, lo ritiene fondato quanto basta da giustificare l’espulsione del pericoloso ricercato.
Il resto è un buco nero che va dall’arresto di Almasri alla sua liberazione. Il 20 gennaio, la Procura generale della Corte d’Appello della capitale, sollecita il ministero della Giustizia a far pervenire le sue richieste relativamente al fermo (che va convalidato entro 48 ore) del capo della polizia giudiziaria libica eseguito il giorno prima a Torino. Ma non arriverà alcuna risposta. Né risultano interlocuzioni, per chiarimenti – il governo parla di pasticcio combinato dall’Aja – tra il dicastero di Via Arenula e la Cpi, di cui il guardasigilli è unico interlocutore.
Solo il giorno dopo, il 21 gennaio, Nordio fa sapere che “sta valutando” se trasmettere il fascicolo alla Corte d’Appello. Intanto al Viminale stanno già predisponendo l’espulsione. Tutto chiaro no? A parte la risposta ad una domanda: ma i ministri del governo Meloni si parlano tra loro?
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA ESCE INDEBOLITA DALL’ENNESIMA TEMPESTA DOPO CUTRO E IL CASO ALBANIA
Dal punto di vista della destra il d-day parlamentare sul caso di Osama Almasri lascia l’amaro in bocca: costretti a passare sotto le forche caudine di un confronto parlamentare che non volevano, costretti ad appigliarsi a cavillose ricostruzioni, costretti a inghiottire l’accusa di codardia rivolta alla premier, la più infamante per un mondo che ha sempre esaltato il coraggio e la capacità di metterci la faccia.
Vorrebbero dire la verità – arrestare Almasri avrebbe esposto l’Italia a ritorsioni incontrollabili – ma non possono, e in qualche modo è una vendetta della storia che li ha visti a lungo dall’altra parte, a denunciare gli accordi indicibili del Lodo Moro, le loro luttuose conseguenze, le opache intese che negli anni degli attentati arabi misero in sicurezza il Paese in cambio del libero transito di terroristi e avventurieri di ogni fazione.
La delega delle ricostruzioni ai ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio costituisce uno scudo alla presidenza del Consiglio ma è al tempo stesso un atto di rinuncia politica. Lo hanno capito tutti, lo sanno tutti. E anche per questo, gli interventi dai banchi della maggioranza sono alquanto tiepidi, lontani dal piglio gladiatorio di analoghe occasioni. Forse il solo a non aver fiutato l’aria è proprio Nordio, il mattatore della giornata tra citazioni in latino, frasi in inglese, un turbine di date, orari, aggettivi estremi – l’atto della Corte Penale Internazionale era “eccentrico”, “viziato”, “praticamente nullo”, non tradotto in Italiano – e paragoni storici col processo di Norimberga che fanno rumoreggiare l’aula. «La legge è legge, non si scavalcano le procedure», dice, mentre i volti impietriti dei colleghi cercano di avvertirlo che sta esagerando, che tanto impegno sofistico è eccessivo e rischia di trasformarlo (come poi accuserà l’opposizione) in difensore d’ufficio di un torturatore.
In Transatlantico si discute se la toppa sia peggiore del buco, e forse lo è. La maggioranza non esce benissimo dall’ennesima tempesta sul tema immigrazione, che è la sua forza politica – come riconoscono i più onesti – ma anche la sua dannazione.
La forzatura delle regole del gioco ha provocato i tre incidenti più significativi della legislatura. Il caso del naufragio di Cutro, innanzitutto, sfociato di recente nella richiesta di rinvio a giudizio di sei tra finanzieri e militari della Capitaneria di porto, e anche lì il governo e la stessa Giorgia Meloni inciamparono in una ricostruzione piena di buchi oltre che nella rabbia dei parenti delle oltre novanta vittime ignorati da un cerimoniale scombinato.
Mesi dopo, la premier ammise che fu il momento più difficile del suo esordio da premier, e chissà che non sia nata in quella occasione la determinazione a evitare i riflettori davanti a questioni umanitarie di portata insostenibile, dove l’approccio cattivista delle destre si scontra con i sentimenti di un Paese ancora capace di commuoversi per le sorti di donne e bambini.
Secondo inciampo, l’affaire Albania, che doveva essere la bacchetta magica di espulsioni rapide a decine, centinaia, a migliaia ogni anno, e a seguire una catena di interventi via decreto per bypassare i giudici amici degli immigrati, bloccare o consentire ricorsi a seconda della convenienza, tutto inutilmente. Tre viaggi a vuoto, che pure se fossero andati a buon fine avrebbero spostato verso Tirana appena una sessantina di rimpatriabili, e per di più l’umiliazione di dover attendere una sentenza della Corte europea per ottenere (se accadrà) il via libera ai progetti dell’esecutivo.
Il caso Almasri è il terzo fatto “che non ci voleva”, soprattutto perché chiama in causa due elementi al centro della narrazione del governo: la celebrata forza e prestigio internazionali riconquistati dall’Italia e la sua fermezza nel tenere testa ai regimi che controllano i flussi dell’immigrazione clandestina.
Se è vero – come è stato ipotizzato nel dibattito – che la Corte penale internazionale ha tutelato Germania, Belgio e Inghilterra e ha scelto noi per un arresto scomodissimo, significa che la forza italiana è minore di quanto decantato. Se è vero che sarebbe stato pericoloso non rimpatriare immediatamente Almasri, vuol dire che questi libici non ci temono e rispettano poi così tanto, anzi.
«Fra due giorni non se lo ricorderà più nessuno», dicono i parlamentari avviandosi all’uscita, e ci si consola così, e magari è vero. Sta di fatto che il piglio da bersagliere con cui il governo aveva preso di petto la questione dell’immigrazione è sostituito da una più cauta marcia. Dove risuonavano le nuove parole d’ordine della difesa dei confini e del contrasto al traffico – lotta senza quartiere, orbe terracqueo, eccetera – ora ci si difende in punta di cavillose ricostruzioni sul dove, quando, come, e sugli ostacoli di tradurre il common law in cui si esprime la Corte penale internazionale nel civil law della nostra impostazione giuridica (sì, pure questo è stato detto per spiegare come Almasri sia finito a stappare champagne a Tripoli invece che in galera).
(da La Stampa)
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Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
IL CINISMO E LA TOTALE ASSENZA DI QUALSIASI VALUTAZIONE ETICA
Ho ascoltato parola per parola gli interventi in aula del ministro della Giustizia Nordio e
del ministro degli Interni Piantedosi. La cosa che mi ha più colpito è la totale, dico totale assenza di qualunque valutazione etica o giudizio politico sull’accaduto — non fosse, nel caso di Nordio, un breve riferimento polemico alla magistratura, della quale, almeno in teoria, è il ministro referente.
Trattandosi di un caso esploso unicamente per ragioni etiche e politiche (il rilascio e il rimpatrio con volo di Stato di una persona accusata di crimini contro l’umanità), forse almeno un paio di frasette di circostanza, nel merito, erano attese. Nemmeno l’ombra.
I due hanno parlato come burocrati che si riparano dietro le loro scartoffie, per giunta non così eloquenti da mettere la parola fine alla vicenda. Non un caso politico, dunque, ma un caso burocratico, dentro il quale non era possibile trovare traccia alcuna della carne e del sangue degli esseri umani coinvolti; né della gravità delle accuse che pendono su quel capobranco ricondotto a casa sua con tutti i comfort, lungo una rotta che centinaia di migliaia di altri esseri umani percorrono in senso contrario in condizioni di indicibile sofferenza e pericolo.
Nordio, a tratti beffardo, non è sembrato in condizioni di capire di che cosa si stava parlando. Piantedosi anche, ma perlomeno non è stato beffardo. La speranza è che, almeno lui, fosse imbarazzato, a differenza di Nordio che appariva di ottimo umore, come chi gongola per avere sventato l’attacco di un manipolo di rompiballe (mezzo Paese così è visto da questo governo: un manipolo di rompiballe).
(da Repubblica)
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Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA LETTURA DELLA SENTENZA LA GIOVANE E’ SCOPPIATA IN UN PIANTO DI GIOIA
Maysoon Majidi è stata assolta «per non aver commesso il fatto». Arriva la sentenza di assoluzione per l’attivista curda di 29 anni che era stata arrestata il 31 dicembre del 2023 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sentenza stata emessa dal Tribunale di Crotone, presieduto da Edoardo D’Ambrosio. Alla lettura della sentenza la giovane è scoppiata in un pianto di gioia insieme al fratello Razhan, che le era al fianco, insieme al suo difensore, l’avvocato Giancarlo Liberati. Nell’ottobre scorso lo stesso Tribunale aveva rimesso in libertà la giovane ritenendo cessate le esigenze cautelari.
Il legale di Maysoon: «La mia arringa è stata breve, non avevo nulla da difendere»
La pm Rosaria Multari aveva chiesto la condanna a due anni e quattro mesi, oltre al pagamento di una multa di un milione e 125mila euro. Majidi, accusata di essere la scafista dello sbarco avvenuto a Crotone il 31 dicembre 2023, era stata scarcerata a ottobre dello scorso anno dopo dieci mesi di detenzione. Soddisfazione è stata espressa dal legale della giovane, Giancarlo Liberati che, tuttavia, dichiara all’Adnkronos, si sarebbe aspettato «una presa d’atto dell’incongruenza dell’impianto accusatorio e una richiesta di assoluzione da parte della pubblica accusa che, invece, continuando a sostenere l’insostenibile, ha chiesto una condanna, pur mite, di due anni e quattro mesi che non faceva giustizia a Maysoon. La mia arringa oggi è stata breve, perché non avevo nulla da difendere».
Chi accusò la giovane curda
L’incubo di Maysoon Majidi iniziò dalle accuse della Guardia di finanza, sulla base delle testimonianze fornite da due migranti, un iracheno e un iraniano, secondo i quali la giovane sarebbe stata l’aiutante del capitano dell’imbarcazione giunta a Crotone con a bordo un carico di migranti, Akturk Ufuk, reo confesso ed a processo con rito abbreviato. L’avvocato Liberati ha sostenuto l’innocenza di Maysoon Majidi spiegando semmai che «era stata vittima dei trafficanti di uomini, senza avere con loro alcun rapporto di complicità».
Le reazioni della politica
«Dopo dieci mesi di carcere, dopo tante denunce e appelli, dopo un anno orribile in cui è arrivata a pesare 38 chili, Maysoon Majidi è libera e innocente. Maysoon Majidi, come Marjan Jamali, è una giovane donna iraniana arrivata in Italia nel 2023, entrambe, dopo essere sbarcate, sono state sottoposte a provvedimenti di custodia cautelare in quanto accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e, in particolare, di essere delle ‘scafiste’», afferma in una nota il vicepresidente di Avs alla Camera Marco Grimaldi commenta la notizia diffusa dalla associazione “A Buon Diritto” che ha seguito la lunga vicenda delle due donne iraniane sin dal loro arresto. «Oggi Maysoon è stata assolta, ma questa bella notizia non assolve l’Italia delle destre: al quella che tiene in carcere una povera crista, e libera un boia trafficante di essere umani», conclude. Anche Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, esprime soddisfazione per la sentenza: «Giustizia è fatta. Fin dal primo incontro, nel carcere di Castrovillari, quanto da lei raccontato in merito al suo attivismo civico e politico era apparso credibile e coerente e ho confidato che la magistratura giudicante avrebbe sanato il grande equivoco su cui si basava la sua imputazione».
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
LE BALLE DI NORDIO: SMENTITO DALLA CORTE D’APPELLO DI ROMA, NON C’ERA ALCUN VIZIO DI FORMA NELLA RICHIESTA DI ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE… NORDIO PER LEGGE DOVEVA SOLO TRASMETTERE LA RICHIESTA, NON SPETTAVA A LUI FARE VALUTAZIONI… E FINISCE PER DARE UNA VERSIONE OPPOSTA A QUELLA DELLA MELONI… LE OMISSIONI DI PIANTEDOSI E LA “SICUREZZA NAZIONALE” CHE NON ESISTE
Il caso Almasri continua ad agitare la politica. I ministri della Giustizia e degli Interni,
Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, sono intervenuti mercoledì 5 febbraio nelle aule della Camera e del Senato sulla liberazione e il rimpatrio del capo della polizia penitenziaria libica, su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale (Cpi) che lo accusa di aver ucciso almeno 34 migranti, di aver praticato tortura e violenza sessuale e persino di aver stuprato dei minori.
Torniamo in Parlamento. Nordio e Piantedosi si presentano nelle aule per l’informativa, con i banchi del governo e gli scranni degli emicicli al gran completo: l’unica assente è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la sua sedia vuota salta decisamente all’occhio. I discorsi dei due ministri, indagati insieme alla premier e al sottosegretario Mantovano, mostrano subito delle falle, in particolare quello del guardasigilli, cosa che stupisce perché Nordio è anche un magistrato.
Il suo intervento è un misto di contraddizioni e incongruenze, ed è condito da attacchi alla magistratura. “Il 28 gennaio alle ore 16:50 è stata consegnata al sottoscritto un’informativa ai sensi dell’articolo 335 del Codice di procedura penale dalla quale si evince che l’onorevole Carlo Nordio è indagato per i reati di favoreggiamento e omissione di atti d’ufficio. La qualità di indagato iscritta nel registro citato è sottolineata in grassetto nell’informazione di garanzia: l’ho vista con una certa tenerezza questa sottolineatura che io sarei persona indagata, perché un pubblico ministero sa benissimo che se sei nel registro del 335 sei persona indagata, non è iscritto all’associazione dei bocciofili”, spiega Nordio mostrando la comunicazione ricevuta.
Non si capisce dove sia la stranezza: quel tipo di comunicazione viene redatta esattamente così, compreso il grassetto. Lo farà notare poco dopo l’ex premier e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, mostrando in aula ben due comunicazioni analoghe a suo carico nate da esposti presentati dalle opposizioni di allora sulle misure per contrastare il Covid-19.
La contraddizione più evidente di Nordio riguarda proprio il mandato di cattura della Corte penale internazionale, arrivato sulla sua scrivania il 19 gennaio e rimasto lì fino al 21 gennaio, giorno in cui la Corte d’appello di Roma, non ricevendo alcun riscontro dal ministero della Giustizia, ne ordina la scarcerazione.
Perché il ministro non ha dato seguito alla richiesta della Cpi come prevede la legge? “È arrivata in lingua inglese senza essere tradotto – spiega il ministro in aula – con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello di Roma”. Insomma, il ministero della Giustizia della Repubblica Italiana non dispone di un traduttore, quindi non ci sarebbe stato tempo di esaminare la documentazione proveniente dall’estero.
Il ministro della Giustizia non doveva fare alcuna valutazione
Tuttavia, lo stesso Nordio contesta le criticità, che a suo avviso sarebbero state confermate da una nuova versione corretta del mandato d’arresto arrivata quattro giorni dopo. La domanda sorge spontanea: ha letto o non ha letto quelle carte? Stando a quanto scrive la Corte d’appello di Roma, non c’era nessun vizio di forma nel mandato di cattura, quindi la scelta del ministro è stata politica.
Lo stesso procuratore ha ribadito che la scarcerazione è stata conseguente alla mancata risposta del ministero, che ha fatto scadere i termini. Nordio il 21 gennaio dirama una nota in cui dichiara che sta valutando il fascicolo, ma in quel momento Almasri è già stato scarcerato.
C’è poi una grande incongruenza: la legge 237 spiega molto chiaramente che non è il ministro della Giustizia a dover valutare la fondatezza di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, e non a caso la premier Giorgia Meloni, in un primo momento, afferma che Almasri è stato scarcerato perché il ministro Nordio non è stato avvisato per tempo dell’arresto. Oggi il diretto interessato ha detto esattamente il contrario: i suoi uffici – ha ammesso – avevano ricevuto la segnalazione dell’arresto del capo della polizia penitenziaria libica sia domenica 19 che lunedì 20 gennaio.
Le omissioni di Piantedosi
Osama Njeem Almasri sarà poi riportato in Libia da un volo di Stato. Ad attenderlo in patria troverà una folla festante. E qui entra in scena il ministro italiano dell’Interno, Matteo Piantedosi. Quello che non torna, in questo caso, sono gli orari con cui è stato predisposto il volo di Stato che ha riportato il torturatore nel suo Paese. Come detto, la Corte d’appello di Roma ordina la scarcerazione di Almasri nella tarda mattinata del 21 gennaio, ma il Falcon è già ad attenderlo all’aeroporto di Torino.
Le opposizioni accusano il governo di aver preso una decisione politica, pianificando il rientro di Almasri ancor prima della sua liberazione. Una tesi involontariamente confermata dallo stesso Piantedosi, che pur non entrando nel merito delle decisioni del collega Nordio parla più volte di “tutela della sicurezza nazionale”, affermando che la cattura del libico avrebbe messo a rischio la sicurezza dei nostri concittadini sia in quel Paese che sul territorio nazionale, dove ci sarebbero state ritorsioni. E per giustificare il volo prenotato prima ancora della scarcerazione dice: “È apparso chiaro che Almasri sarebbe rimasto libero sul territorio nazionale”.
Noury (Amnesty International): “Nordio sembrava Sangiuliano, ma qui la questione è più grave”
A commentare a Wired le comunicazioni dei due ministri, il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury. “Più ci si accanisce a cercare qualche fondamento giudiziario nella decisione, che giudiziaria non è – spiega Noury – peggio è. Ho sentito delle cose inimmaginabili, con un ministro che pretende di impartire lezioni alla Corte penale internazionale su come scrivere un mandato d’arresto. Nordio mi sembrava Gennaro Sangiuliano quando diceva di aver votato i libri al premio Strega senza averli letti, ma qui la questione è molto più grave. Noi siamo lo Stato che quella Corte l’ha voluta più di altri, non a caso il suo atto fondativo è lo Statuto di Roma: siamo stati i primi a ratificarla e purtroppo siamo stati tra i primi a usare i doppi standard, sia quando si parla del leader israeliano, Benjamin Netanyahu, sia in questo caso”.
Alla base di tutto, secondo il portavoce di Amnesty, resta il famigerato memorandum con la Libia, sottoscritto dall’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni, Marco Minniti e poi prorogato da tutti i governi successivi. “Quel memorandum – continua Riccardo Noury – è il padre di tutti i crimini commessi negli ultimi sette anni. Il problema è sia quello che c’è scritto sia quello che non c’è scritto. Quello che c’è scritto è di non far partire i migranti a qualunque costo; quello che non c’è scritto è che per non far partire quei migranti si lascia campo libero a criminali come Almasri”.
(da WIRED)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL 45ENNE È IN CARCERE DA 80 GIORNI, SENZA CHE NESSUNO ABBIA POTUTO VEDERLO O CHE GLI SIA STATA CONCESSA UNA TELEFONATA AI GENITORI. IL GOVERNO ITALIANO COSA STA FACENDO?
Un altro italiano che scompare, come di recente Cecilia Sala, solo che stavolta dal buco nero che sembra averlo inghiottito in Venezuela non arrivano segnali di alcun tipo, né motivazioni ufficiali per le quali sarebbe stato arrestato, né dove si trova, come sta (soffre di pressione alta e deve assumere farmaci), in che condizioni è costretto.
Si chiama Alberto Trentini, 45 anni, veneziano, cooperante per studio e professione, una bella faccia buona con i capelli corti, barbetta leggera, occhi chiari, ma il suo volto e il suo nome dicono poco a troppi e sulla sua sorte non sembra montare quell’ondata di partecipazione e di mobilitazione che tante volte è stata decisiva, l’ultima proprio con Cecilia.
La perdita di qualsiasi contatto con Alberto risale ormai al 15 novembre. Ottanta giorni senza che nessuno abbia potuto vederlo, senza che gli sia stata concessa una telefonata ai genitori Armanda ed Ezio o alla sua compagna, senza che sia stato consentito ad alcuna delle autorità italiane di poterlo almeno incontrare.
Il governo di Nicolás Maduro, la cui rielezione nel luglio scorso non è stata riconosciuta da molti Paesi tra cui l’Italia per sospetti brogli elettorali, è una democrazia per finta. Toglie di mezzo i nemici, o presunti tali, senza dare spiegazioni o inventandosele: terrorismo, agenti destabilizzatori, spie al servizio delle opposizioni interne o internazionali.
Laureato in Storia a Ca’ Foscari, master in assistenza a Liverpool e in sanificazione dell’acqua a Leeds, decine di esperienze sul campo (Ecuador, Bosnia, Etiopia, Paraguay, Nepal, Grecia, sei mesi in Perù nel 2017 ad assistere migliaia di famiglie colpite dalle inondazioni) Trentini era in Venezuela da ottobre, coordinatore di una ong francese, «Humanity and Inclusion», prevalentemente dedicata agli aiuti alle persone con disabilità,
Perché l’hanno arrestato? Perché lo stanno tenendo, come parrebbe, in qualche cella di Caracas e non si sa neanche quale? Perché come Paese veniamo rimbalzati di fronte alla richiesta non soltanto di rilasciare un nostro connazionale, ma persino a quella di poterlo contattare?
Non si può proprio trascurare l’appello che Paola e Claudio, genitori di Giulio Regeni, hanno lanciato da Fabio Fazio durante l’ultima puntata di Che tempo che fa. «La famiglia di Alberto Trentini non ha più notizie dal 15 novembre. Chiediamo che il governo si dia una mossa perché è passato troppo tempo. Vogliamo che questo giovane italiano torni a casa sano e salvo. E venga rispettato come portatore di pace».
Evitare con ogni mezzo che si ripetano tragedie come quella che ha devastato il ricercatore Giulio Regeni: firmato da chi quella tragedia la porterà sulle spalle e nel cuore per sempre.
Forse queste parole, e la credibilità di chi le ha pronunciate, hanno spinto ad accelerare la marcia della nostra diplomazia. Il terreno è minatissimo, l’interlocutore non appare tra i più affidabili, una mossa improvvida può fare precipitare la situazione e chi, malauguratamente, ci si trova dentro
L’avvocato che si occupa di Alberto Trentini è lo stesso di Giulio, Alessandra Ballerini, e anche questa è una garanzia che ogni passo verrà tentato, con coraggio ma anche con la necessaria sapienza.
Ma l’elemento decisivo, pur rispettando la raccomandazione del ministero degli Esteri di non entrare nei dettagli, è che la vicenda esca dall’anonimato e diventi quello che è: un caso nazionale, che sta a cuore alla nazione. La petizione per il suo rilascio, organizzata da Change.org, ha raggiunto le 40 mila firme: ne servirebbero il doppio, il quadruplo.
Se Cecilia Sala è già tornata al lavoro dopo i 21 giorni di incubo in una prigione iraniana, lo si deve in parte anche a questo, cioè all’azione forte di un governo, sostenuto da una spinta altrettanto forte dalla base del Paese.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA VICE CAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA ALLA CAMERA INTERROMPE IL PIDDINO MARCO FURFARO PRONUNCIANDO IN CONTINUAZIONE “BAU BAU” E FACENDO STRABUZZARE GLI OCCHI AL COLLEGA DEM E ALLA CONDUTTRICE, TIZIANA PANELLA … LA COLPA DI “FUFFARO”? AVER RICORDATO ALLA MONTARULI LA CONDANNA PER PECULATO
Ha detto letteralmente «bau bau», anzi l’ha ripetuto più volte, la deputata meloniana
Augusta Montaruli al dem Marco Furfaro, che lì per lì non ha capito se quella scena se la stesse sognando o meno. E invece era tutto vero quello che stava succedendo nello studio di Tagadà su La7, dove si discuteva dell’informativa del ministro Piantedosi sul caso Almasri. La conduttrice Tiziana Panella ha fatto una domanda al parlamentare del Pd, ma all’improvviso è intervenuta Montaruli con quel «bau bau» diventato rapidamente virale sui social. E facendo riferimento a una sua precedente battuta, Montaruli ha continuato, restando in tema: «Cuccia del cane… Visto che prima ti sei permesso di parlarmi in questo modo, io ti ricordo la cuccia del cane».
Lo scontro in studioFurfaro ha provato a rispondere, ma Montaruli è inesorabile: «Bau bau, bau… bau bau…». E così avanti mentre il deputato Pd continua a parlare, passando ai guai giudiziari della stessa Montaruli e della ministra Daniela Santanché. In sottofondo c’era sempre quel «bau bau» impossibile da ignorare. «Stiamo parlando di una cosa seria» dice Panella che ha provato a riportare il dibattito su toni più umani. In studio non si abbaia più, ma lo scontro tra i due continua.
I meme sui social
Inevitabile sui social il fiorire di meme e sfottò sul curioso comportamento della deputata di Fratelli d’Italia. A cominciare dal giornalista del Foglio, Luciano Capone, che prende spunto dal dibattito al Senato sul caso Almasri per ironizzare su quel che è successo su La7: «È chiaro dalla giornata di oggi che ci sono problemi con l’inglese. In Fratelli d’Italia non hanno ben compreso il significato di “underdog” e ora si mettono ad abbaiare. Giorgia, aiutali tu».
Meglio dei «fratelli de Rege» commenta il virologo Roberto Burioni, che cita il duo comico della prima metà del ‘900 famosi per il loro «Vieni avanti, cretino».
(da Open)
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