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“ALBERTO TRENTINI STA BENE”: DAL VENEZUELA “PROVA CERTA” SULLE CONDIZIONI DELL’ITALIANO ARRESTATO DUE MESI FA

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

LA NOTIZIA DIFFUSA DALL’ANSA CHE L’AVREBBE AVUTA DA FONTI INFORMATE

Sarebbe in buone condizioni di salute Alberto Trentini, il cooperante veneziano arrestato in Venezuela oltre due mesi fa. Le prove, secondo quanto apprende Ansa da fonti informate, sarebbero giunte su un canale tenuto aperto dal nostro Paese con le autorità locali.
Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre scorso per una missione con le Ong Humanity e Inclusion. Il 15 novembre, mentre da Caracas si recava a Guasdalito, è stato fermato ad un posto di blocco e conseguentemente arrestato. I familiari del giovane si sono mobilitati appena appreso del fermo con appelli ed iniziative per chiedere il ritorno a casa di Alberto.
Due giorni fa, la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto, hanno voluto lanciare un appello per il cooperante in arresto. “Chiediamo che il governo si dia una mossa perché è passato troppo tempo, non si sa dove sia. Vogliamo che questo giovane italiano torni a casa sano e salvo e che venga rispettato come portatore di pace”.
Attualmente il 45enne arrestato in Venezuela si troverebbe in un carcere di Caracas, probabilmente nella sede centrale dei servizi a Boleita. Le prigioni del Dgcim sono tristemente note perché oggetto di inchiesta delle Nazioni Unite per crimini contro l’umanità
La Farnesina sta cercando un’interlocuzione ma non è riuscita per ora a trovare un accordo con il governo Maduro. Dietro l’arresto vi sarebbe la volontà da parte del Venezuela di ottenere un riconoscimento.
La famiglia del cooperante italiano non avrebbe ancora ricevuto alcuna telefonata da parte dell’uomo nonostante le promesse delle autorità venezuelane in contatto con istituzioni diplomatiche italiane.
(da Fanpage)

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TRAVAGLIO: “INFORMATIVA DI NORDIO E PIANTEDOSI? GAG COMICA IRRESISTIBILE, MANCANO SOLO LE CAVALLETTE E SONO MEGLIO DI BELUSHI”

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DEL FATTO ELENCA LA GIRANDOLA DI TUTTE LE VERSIONI FORNITE DA MELONI E DAI SUOI MINISTRI DAL 21 GENNAIO AD OGGI SUL CASO ALMASRI

“Se non ci fosse di mezzo un torturatore, si dovrebbe parlare di una gag comica irresistibile ai livelli dei Blues Brothers. Mancano solo le cavallette e poi questi sono meglio di John Belushi“. È il lapidario commento pronunciato a Otto e mezzo (La7) dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sull’informativa dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi sulla scarcerazione del generale libico Osama Almasri, prima alla Camera e poi al Senato.
Travaglio espone tutte le versioni contraddittorie rese da Giorgia Meloni e dai suoi ministri dal 21 gennaio a oggi: “Prima Nordio dice: ‘Ho ricevuto la richiesta di arresto della Corte penale internazionale e la sto valutando’. Ma perde due giorni e quindi nel frattempo Almasri viene rilasciato. Allora Tajani dice che sono stati errori dei giudici italiani. Fratelli d’Italia dice che il governo è estraneo al rilascio e che è colpa della Corte penale internazionale che avrebbe chiesto di arrestare Almasri solo quando era in Italia, anziché quando era in Germania. Poi Tajani cambia idea – continua il direttore del Fatto – e dice: ‘L’Aja non è la bocca della verità, abbiamo opinioni diverse, facciamo la nostra politica’. Quindi ha deciso il governo. Ma Piantedosi in Senato dice che. mentre Nordio leggeva le famose carte, lui aveva già capito tutto e aveva espulso Almasri perché aveva capito che era pericoloso. Però poi si è scordato di avvisare Fratelli d’Italia che ha continuato a dare la colpa ai giudici di Roma, i quali avrebbero dovuto tenere dovevano tenere dentro Almasri, e alla Corte dell’Aja, che avrebbe dovuto arrestarlo in Germania”.
E prosegue: “Poi Fratelli d’Italia incolpa la polizia giudiziaria che non ha avvisato Nordio. Successivamente la Meloni, quando riceve il famoso avviso dal procuratore Lo Voi, dice che ha deciso il governo per la sicurezza della nazione. Ma Donzelli dice di nuovo che non è stato il governo a decidere, bensì la Corte d’Appello e che Nordio non poteva fare altro perché la Corte non gli ha inviato le carte. Tuttavia, Piantedosi dice che le hanno mandate a lui perché aveva capito che Almasri era pericoloso”.
Travaglio conclude: “Alla fine Tajani dice che le carte le aveva avute pure Nordio, però erano 40 pagine ed erano pure in inglese. Stessa cosa che ha detto oggi il Guardiasigilli, aggiungendo che c’erano addirittura degli allegati in arabo. Però poi, tra l’inglese e l’arabo, lui era riuscito a capire che l’atto era pieno di errori, c’erano le date sbagliate, violava il diritto internazionale e l’atto di arresto era addirittura nullo. Il tutto su carte in arabo e in inglese che lui non riusciva a capire, mentre Piantedosi anche oggi lo ha smentito dicendo che lui invece, arabo o inglese, aveva capito subito che Almasri era pericoloso”.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL DIRETTORE DI FANPAGE: “SIAMO STATI SPIATI PERCHE’ SIAMO GIORNALISTI: PERCHE’ IL GOVERNO ITALIANO HA MENTITO SU PARAGON?”

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL GOVERNO NEGA DI AVER FATTO SPIARE ALCUN GIORNALISTA O ATTIVISTA DI ONG, MA ALLORA PERCHE’ PARAGON HA STRACCIATO IL CONTRATTO CON L’ITALIA PER VIOLAZIONE DELLE NORME DI UTILIZZO SUBITO DOPO CHE E’ SCOPPIATO LO SCANDALO?

“A dicembre, WhatsApp ha interrotto le attività di una società di spyware che riteniamo abbia attaccato il tuo dispositivo. Le nostre indagini, indicano che potresti aver ricevuto un file dannoso tramite Whatsapp e che lo spyware potrebbe aver comportato l’accesso ai tuoi dati, inclusi i messaggi salvati sul tuo dispositivo”.
Questo è il messaggio che ho ricevuto venerdì 31 gennaio, alle ore 14,38. A inviarmelo, una chat chiamata WhatsApp Support, con una spunta blu a fianco, che si presenta come l’account ufficiale di assistenza dell’applicazione di messaggistica di Meta.
La prima cosa che penso è che sia uno scherzo, o una truffa
Poi però leggo sui giornali esteri che è tutto vero: che c’è stato un attacco che ha infettato i telefoni di numerosi giornalisti e attivisti politici. E che dietro a tutto questo c’è il software spia di un’azienda nata in Israele, ora acquistata da un fondo con sede negli Stati Uniti d’America, che si chiama Paragon Solutions.
Così, come WhtasApp mi consiglia di fare, contatto Citizen Lab, centro di ricerca indipendente con sede a Toronto che ha scoperto questo attacco. E loro mi spiegano cos’è successo: Mi spiegano che sono stato inserito in un gruppo WhatsApp.
Che in quel gruppo è stato mandato un documento pdf. Che appena il mio telefono ha ricevuto quel pdf – doppia spunta grigia – il software spia è entrato nel mio telefono. E da lì può essere andato ovunque.
Ma chi ha ordinato questa attività di spionaggio? Questa è la domanda più importante.
Perché i programmi spia di Paragon Solutions costano decine di milioni di euro e gli acquirenti a cui possono essere venduti sono due: i governi e le agenzie di sicurezza. E Paragon ha sempre dichiarato di vendere la propria tecnologia esclusivamente ai governi di Paesi democratici, con obiettivi ben specifici, dal contrasto al terrorismo a gravi minacce alla sicurezza interna.
Ok, ma io non sono né un terrorista, né una grave minaccia per la sicurezza interna.
Sono un giornalista e dirigo un giornale, Fanpage, che ha condotto numerose inchieste come Lobby Nera, sui rapporti tra la destra di governo e quella estrema, o Gioventù Meloniana, sul neofascismo tra i giovani di Fratelli d’Italia, o più di recente La Cattiva Scuola, sulle truffe per diventare insegnanti in Italia.
Chi ha spiato nel mio telefono non l’ha fatto per sapere dove andavo in vacanza, e con chi. L’ha fatto perché cercava documenti, o indizi sulle nostre prossime attività d’inchiesta. Questo non si può fare, assolutamente: quando un governo compra Graphite di Paragon, deve dichiarare di rispettare le condizioni di utilizzo del software, che proibiscono esplicitamente di colpire giornalisti e altri membri della società civile.
Di fatto, oggi Paragon può vendere il suo software spia a soli trentasette governi al mondo. Come ha dichiarato il suo presidente esecutivo, l’americano John Fleming, “a un gruppo selezionato di democrazie globali, principalmente agli Stati Uniti e ai suoi alleati”.
Alt un attimo: tra questi alleati c’è anche l’Italia?
Non lo sappiamo con certezza. Ma lunedì 3 febbraio sul giornale israeliano YNet è uscito un articolo in cui si dice testuale che “in particolare, l’Italia è cliente di Paragon Solutions”.
Articolo mai smentito né dall’azienda né dal governo italiano. Né da fonti interne all’azienda cui abbiamo avuto accesso. Sappiamo anche che ci sono diversi italiani tra le persone spiate con il software di Paragon Solutions. E che tra loro ci sono anche attivisti e membri della società civile che hanno espresso posizioni fortemente critiche nei confronti delle politiche del governo.
Nella sera di mercoledì 5 febbraio, però, con una nota ufficiale, il governo italiano ha escluso che giornalisti e attivisti siano stati sottoposti a controllo da parte dell’intelligence, e quindi del Governo. Tutto a posto? No, perché la mattina seguente, Paragon Solutions ha annunciato di aver terminato il proprio accordo con il governo italiano per “violazione del quadro etico”.
Di fatto, Paragon dice due cose: che il governo italiano aveva in essere un contratto con Paragon mentre i telefoni di almeno sette tra giornalisti e attivisti italiani erano spiati. E che quel contratto è stato stracciato proprio perché qualcuno ha spiato quegli attivisti e quei giornalisti. Implicitamente, però, ne dice pure una terza. Che il governo italiano ha omesso di dire che era cliente di Paragon. E che ha mentito quando ha detto che sotto il cappello di quel contratto nessun giornalista o attivista era stato spiato.
Ed è per questo che rivolgiamo queste semplici cinque domande al governo italiano
Per fugare ogni dubbio:
In primo luogo, l’Italia era o no cliente dell’azienda Paragon Solutions?
Il governo può ufficialmente smentire di aver acquistato spyware o tecnologie informatiche da tale azienda?
Il governo può ufficialmente smentire di aver spiato il direttore di un giornale che ha fatto inchieste sui partiti di governo con un software che, in teoria, dovrebbe essere usato per catturare terroristi, mafiosi e trafficanti di droga?
Il governo può ufficialmente smentire di aver usato questa tipologia di attacchi informatici per spiare altri attivisti e membri della società civile?
Perché, se il governo non lo ha fatto, l’azienda Paragon dice di aver chiuso il contratto con l’Italia per le violazioni delle condizioni di utilizzo?
Anzi ce n’è pure una sesta: se davvero l’Italia non c’entra nulla, quali iniziative intende prendere il governo italiano per tutelare i propri concittadini da questo genere di azioni?
Sono domande semplicissime, ma non smetteremo di farle, fino a che non avremo delle risposte vere e puntuali.
Perché spiare i giornalisti e gli attivisti, questo sì, è un metodo da regime.
E noi vogliamo essere certi, perlomeno, di non vivere in un regime.
(da Fanpage)

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SI COMPLICA IL CASO DI SETTE CITTADINI ITALIANI SPIATI SUI LORO CELLULARI ATTRAVERSO IL SOFTWARE ISRAELIANO “PARAGON”, TRA I QUALI IL DIRETTORE DI “FANPAGE”, FRANCESCO CANCELLATO, E IL FONDATORE DELLA ONG MEDITERRANEA, LUCA CASARINI (LO SCANDALO PERO’ RIDUARDA 90 PERSONE IN 20 PAESI)

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO INGLESE “GUARDIAN” E L’ISRAELIANO “HAARETZ” RIVELANO CHE GOVERNO, FORZE DELL’ORDINE E SERVIZI ITALIANI USAVANO LO SPYWARE… IERI LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO HA NEGATO DI AVERE MAI SPIATO GIORNALISTI E ATTIVISTI. E ALLORA CHI SPIAVA? PER CONTO DI CHI? – ESPLOSO IL CASO, LA SOCIETÀ “PARAGON SOLUTION” HA INTERROTTO I SUOI RAPPORTI CON L’ITALIA: HA RESCISSO IL CONTRATTO CON GLI ORGANI GOVERNATIVI

La società israeliana Paragon Solution, il cui software militare di hacking sarebbe stato utilizzato per spiare 90 giornalisti e attivisti in una ventina di Paesi, ha interrotto i suoi rapporti con l’Italia: lo scrive in Guardian in un articolo in esclusiva che cita una persona a conoscenza della questione.
La decisione di rescindere il contratto giunge meno di una settimana dopo che WhatsApp ha annunciato che lo spyware Paragon è stato utilizzato per prendere di mira anche persone in Italia. Tra queste, il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e il fondatore della ong Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini.
Ieri Palazzo Chigi ha confermato che sette italiani sono stati vittime di un attacco hacker attraverso lo spyware Paragon. Sempre ieri, i democratici Federico Fornaro e Lia Quartapelle hanno depositato alla Camera un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, chiedendo tra l’altro se il governo italiano è cliente della Paragon Solution. Il governo, da parte sua, ha smentito un suo coinvolgimento ed ha escluso un coinvolgimento dell’intelligence.
La Paragon Solution vende il suo software a clienti governativi che dovrebbero usarlo per prevenire attività criminali, scrive il Guardian, aggiungendo che non è chiaro chi fossero i clienti governativi specifici dietro i presunti attacchi. La decisione di rescindere il contratto con l’Italia, prosegue il giornale, è avvenuta in seguito alla rivelazione secondo cui Cancellato, Casarini e un altro attivista erano tra le persone prese di mira dallo spyware.
La fonte del Guardian ha spiegato infatti che la Paragon aveva inizialmente sospeso il contratto con l’Italia “per estrema cautela” venerdì scorso, cioè quando è emersa la prima accusa di potenziale abuso dello spyware. La decisione di rescinderlo, ha aggiunto, è stata presa ieri, dopo che la società israeliana ha stabilito che l’Italia ha violato i termini di servizio e il quadro etico concordato nell’ambito del suo contratto.
La vicenda si infittisce con un nuovo elemento. Il quotidiano The Guardian rilancia infatti la notizia che il governo italiano ha smesso di usare Paragon. E anche l’israeliano Haaretz rilancia: «Forze di polizia e servizi italiani sono tra i clienti di Paragon». Ma la presidenza del consiglio, nella nota di ieri sera, in cui smentiva di aver mai spiato giornalisti e attivisti non ha rivelato di aver usato Paragon
E da Toronto, John Scott Railton, senior researcher di Citizen Lab che sta indagando sul caso afferma: «La notizia che è stata diffusa da The Guardian mette il governo italiano in una posizione scomoda visto che ha negato di essere a conoscenza di questa vicenda. È chiaro che gli italiani meritano un’indagine approfondita su quello che è accaduto. Noi ricercatori andiamo avanti nel nostro lavoro. Non è insolito che i governi inizino negando quando emergono scandali che riguardano lo spyware. Sono molto curioso di sapere quale sarà il loro prossimo passo».Secondo quello che riporta il Guardian, Paragon che vende i suoi servizi di spyware a clienti governativi per aiutarli a proteggere la sicurezza del Paese ha sospeso già venerdì scorso il contratto con l’Italia per una forma di «estrema cautela» quando sono iniziate a circolare le prime indiscrezioni sui potenziali abusi commessi.
La decisione di cessare definitivamente il contratto è stata presa mercoledì (ieri) dopo l’annuncio dell’intromissione negli apparecchi di Luca Casarini e Francesco Cancellato perchè – prosegue il Guardian – Paragon si è resa conto che l’Italia non ha rispettato le condizioni previste nel contratto stipulato.
(da agenzie)

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IL CASO ALMASRI DIVENTA INTERNAZIONALE: LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA HA AVVIATO UN FASCICOLO DI INDAGINE SULL’OPERATO DEL GOVERNO ITALIANO PER “OSTACOLO ALL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA AI SENSI DELL’ARTICOLO 70 DELLO STATUTO DI ROMA”

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

L’ATTO FINITO ALL’ATTENZIONE DEI GIUDICI È STATO TRASMESSO DAI LEGALI DI UN RIFUGIATO SUDANESE CHE GIÀ NEL 2019 AVEVA RACCONTATO AGLI INVESTIGATORI INTERNAZIONALI LE TORTURE CHE LUI E LA MOGLIE AVEVANO SUBITO DAL GENERALE LIBICO

La Corte penale internazionale dell’Aja ha avviato un fascicolo di indagine sull’operato del governo italiano per “ostacolo all’amministrazione della giustizia ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma” in relazione alla vicenda del generale Almasri. E’ quanto scrive il quotidiano Avvenire nella pagina online .
Nella denuncia ricevuta dall’Ufficio del Procuratore, che l’ha trasmessa al cancelliere e al presidente del Tribunale internazionale, sono indicati i nomi di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.
L’atto finito all’attenzione dei giudici è stato trasmesso dai legali di un rifugiato sudanese che già nel 2019 aveva raccontato agli investigatori internazionali le torture che lui e la moglie avevano subito dal generale libico, quando entrambi erano stati imprigionati in Libia.
(da agenzie)

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LE CHAT SEGRETE DI GIORGIA MELONI E FDI: “SALVINI BIMBOMINKIA, UN CIALTRONE RIDICOLO. LA LEGA? SENZA ONORE” (IL BUE CHE DA’ DEL CORNUTO ALL’ASINO)

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

I DISCORSI SU WHATSAPP DEGLI ELETTI DI FRATELLI D’ITALIA: GLI INSULTI A SALVINI, I COMPLOTTI DI CROSETTO

Giorgia Meloni non la prenderà bene. Nell’ottobre 2024 la premier era stata protagonista di una sfuriata nei confronti degli eletti di Fratelli d’Italia a causa della chat del partito. Dalla quale era uscita la notizia del giorno del voto per i giudici della Corte Costituzionale.
«Mollerò per l’infamia di pochi. Se vi mollo dove andate?», era stata la minaccia alle spie. Ebbene, da domani Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano pubblica in un libro proprio le chat segrete di FdI: Fratelli di chat è il titolo di Paper First con la prefazione di Marco Travaglio.
E oggi è il giorno dell’anticipazione. Fatta di messaggi dei gruppi parlamentari tra il 2018 e il 2024. In cui si parla, tra gli altri, dell’alleato Matteo Salvini. Definito come «un ministro bimbominkia», «un cialtrone ridicolo». Mentre il Carroccio è un partito che «non ha onore».
Fratelli di chat
Fratelli di chat – Storia segreta del partito di Giorgia Meloni è una ricostruzione anno per anno della scalata al potere del partito della premier. Che parte dall’epoca del governo tra Movimento 5 Stelle e Lega e arriva ai giorni nostri. Passando per l’esecutivo Draghi. L’autore pubblica conversazioni interne e segrete ma omette «turpiloquio e informazioni legate alla privacy».
Si inizia dal dicembre 2018, quando arriva la decisione di aumentare le accise in Liguria. «Comunque sulla cosa delle accise Salvini dovrebbe andare a nascondersi», dice proprio la premier. «Credo che si possano aggredire pesantemente», sostiene l’allora capogruppo e oggi ministro Francesco Lollobrigida. Quando l’allora ministro dell’Interno sfoggia la divisa della polizia tocca a Guido Crosetto dire la sua: «Un atto da cialtrone superficiale». E Lollobrigida rincara: «È troppo ridicolo».
Salvini bimbominkia
Quando il ministro apre uno scontro diplomatico con il Libano arriva l’oggi sottosegretario a Palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari: «Il ministro bimbominkia colpisce ancora». Dopo un articolo che paragona Meloni a Fini torna l’attuale premier: «Secondo me il messaggio che va fatto passare, che è la verità, è che la Lega è un partito che non mantiene la parola data. Hai voglia a fare il partito di destra se non hai onore». Quando scoppia il caso Metropol ce n’è ancora per il Capitano: «Diciamo che la tecnica della felpa ‘Russia’ a Mosca e ‘Usa’ a Washington non è molto gradita da quei burberi dei russi e magari stanno lanciando qualche messaggio a Salvini: ‘Occhio a tradire gli amici dopo aver fatto il cosacco che qualche bella informazione da dare ce la abbiamo», dice ancora Fazzolari.
I cosacchi padani
Che poi rincara la dose: «La Lega e Salvini sono andati a Mosca a fare i cosacchi padani e a promettere ai russi amore eterno. Noi abbiamo sempre mantenuto la nostra storica posizione di: ‘siamo i patrioti italiani, non siamo filo niente e nessuno, né filo Putin, né filo americani’. C’è una bella differenza. Il voltafaccia di Salvini, prima fan di Putin e poi cowboy fedele degli Usa, magari non ha ripercussioni elettorali in Italia, ma certamente ne ha a livello internazionale». Poi tocca a Meloni concludere: «In politica estera siamo liberi di guardiamo sempre all’interesse italiano. Ben altra cosa è appecoronarsi alla Russia, che è esattamente come fare i servi degli americani. Ancora peggio passare da una tifoseria all’altra come ha fatto Salvini».
Crosetto e il braccio armato giudiziario
Nella chat, scrive il Fatto, si respira un clima di complotto permanente. Uno di quelli che lo alimenta è l’attuale ministro della Difesa. «Hanno decine di dossier. Così sono esplicito. Perché altrimenti fate finta di non leggere. E non pensate occorra la mafia per sputtanare le persone. Con il reato di traffico di influenze (applaudito anche da alcuni nostri) abbiamo lasciato la possibilità di indagare chiunque faccia politica o chiunque faccia qualcosa», dice Crosetto riferendosi ai giudici a ottobre 2021. A gennaio 2022 rincara: «Gli unici ‘antisistema’ vanno eliminati, espulsi, uccisi, eliminati. Senza pietà. Come solo la sx[sinistra, ndr] dc sa fare. I fronti saranno molti. Intanto da oggi l’ordine di scuderia al braccio armato giudiziario. Poi fascismo &c. (…)».
Campagna elettorale
Durante la campagna elettorale le profezie di Guido si fanno più fosche: «Nei prossimi 40 giorni faranno di tutto. Anche perché stanno aspettando la cavalleria che è ancora in vacanza: la magistratura», scrive Crosetto nell’agosto 2022. Naturalmente in quel mese e mezzo scarso invece non succederà nulla e FdI vincerà le elezioni. E il 22 ottobre, quando la premier giura al Quirinale, poi inoltra nella chat un messaggio ricevuto da Lino Banfi: «Da oggi, nel mio piccolo, come cittadino Italiano ho capito che la Raghezza Giorgia passa alla storia e il fragile Silvio passa di moda!! Lino». Berlusconi all’epoca era ancora vivo. Ma l’attore pugliese evidentemente aveva già deciso di cambiare cavallo.
(da agenzie)

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IL GIALLO DELLE DATE NEL CASO AL MASRI: PERCHE NORDIO L’HA TENUTO SEGRETO?

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

L’INFORMATIVA ALLE CAMERE DI NORDIO E PIANTEDOSI HA ALZATO ANCORA PIU’ NUBI, INVECE CHE DISSIPARLE

Anziché dissipare le nubi sull’azione del governo, l’informativa di Nordio e Piantedosi davanti alle Camere sul caso Almasri ne ha alzate ancora di più. Il ministro della Giustizia si è appigliato a un errore di forma nel mandato di arresto della Corte penale internazionale contro l’aguzzino libico. Ma sono le stesse argomentazioni di Nordio, a far sorgere nuovi dubbi sul suo operato
.Come in un numero di magia venuto male, il coniglio invece di uscire dal cilindro ha morso la mano del prestigiatore. Così, anziché dissipare i dubbi sull’operato del governo nel caso Almasri, l’informativa di Nordio e Piantedosi in parlamento ne ha aggiunti altri, scaturiti proprio dalle argomentazioni esposte dai due ministri.
In particolare, ci si aspettava che Nordio spiegasse nel dettaglio i possibili errori nella procedura di arresto di Almasri, che hanno portato alla sua scarcerazione. E magari chiarisse perché lui stesso non avesse ritenuto di intervenire per sanare, come avrebbe potuto, eventuali vizi procedurali, per evitare la liberazione del capo della polizia giudiziaria libica, accusato di gravi crimini dalla Corte penale internazionale.
D’altronde, quello di un ritardo nelle comunicazioni prima e dopo la fase dell’arresto era stato il chiodo su cui più avevano battuto gli esponenti della maggioranza, a partire dalla premier Meloni, dopo lo scoppio del caso. Sul punto, invece, Nordio ha di fatto sorvolato. E invece ha concentrato quasi tutto il suo intervento su presunte “imprecisioni, omissioni, discrepanze e conclusioni contraddittorie” (Cit.) nel mandato di arresto emesso dal tribunale dell’Aja contro Almasri
Il ragionamento del ministro della Giustizia si è basato su un argomento centrale: la Cpi ha emesso il mandato di cattura il 18 gennaio, imputando ad Almasri crimini contro l’umanità a partire dal 2011. Ma successivamente si è corretta, promulgando un nuovo testo dell’ordinanza il 24 gennaio, dove le accuse erano postdatate 2015. Nordio ha ragione, la correzione c’è stata. Ma basta leggere i due documenti per capire come l’errore nel primo atto sia stato solo un errore di forma, non di sostanza.
Già nel mandato del 18 gennaio infatti viene più volte ribadito come il periodo preso in considerazione – per valutare la condotta dell’aguzzino libico – sia quello che va dal 2015 al 2024. Solo nelle conclusioni, per un evidente confusione di date, si fa riferimento al 2011, l’anno da cui sono cominciate le investigazioni della Corte sulla Libia. Ma tutto il resto dell’ordinanza si basa su fatti accaduti dal 2015 in poi. E non potrebbe essere altrimenti, dato che nel 2011, il carcere di Mitiga – quello dove si sarebbero compiuti i crimini di Almasri – non era stato ancora nemmeno costruito.
Si dirà ed è giusto dirlo, che nel diritto la forma è sostanza. Ma competeva al ministro valutare questa discrepanza e ritenerla sufficiente, a impedire la liberazione di un personaggio accusato di crimini così gravi? O invece semmai doveva essere sollevata nelle sedi giudiziarie? E perché, se il punto era così dirimente, nessuno degli avvocati e giudici coinvolti nella vicenda lo ha fatto? Non lo hanno fatto gli avvocati di Almasri nell’istanza di scarcerazione, né la Corte di Appello di Roma che l’ha accolta. Entrambi si sono focalizzati su un altro aspetto della vicenda, quello appunto delle procedure con cui è stato eseguito l’arresto.
Le due omissioni di Nordi
Nemmeno i difensori di Almasri dunque hanno ritenuto di dover puntare sulla confusione delle date, nel mandato di arresto della Cpi. Ma ci ha pensato Nordio ha farlo al posto loro, davanti al parlamento. Va bene, mettiamo però che per il ministro quel problema fosse dirimente. Non poteva fare nulla per rimediare? In una nota del 22 gennaio, il tribunale dell’Aja sostiene di aver comunicato – dopo la cattura di Almasri – alle autorità italiane che: “Se avessero identificato qualche problema tale da impedire l’esecuzione del mandato, avrebbero dovuto consultare la Corte senza ritardo per risolvere la questione”.
Nonostante la difficoltà di traduzione di quaranta pagine dall’inglese (sic), Nordio ha sostenuto in parlamento di essersi accorto subito, dopo aver ricevuto l’atto il 20 gennaio, dell’incongruenza di date nel documento. Perché allora non lo ha segnalato alla Corte penale internazionale? Alla scadenza dei termini di scarcerazione di Almasri mancavano ancora 24 ore, ci sarebbe stato tutto il tempo per correggere il testo e così consegnare il libico alla giustizia. Ma dall’Aja dicono di non aver ricevuto “nessuna preliminare notifica o richiesta di consultazione”, prima del rilascio.
Quindi Nordio si sarebbe reso protagonista di una doppia omissione. A monte, non avrebbe segnalato per tempo alla Cpi l’errore nella datazione delle imputazioni di Almasri in una parte del mandato di arresto, che pure sostiene di aver individuato subito. Dall’altro non avrebbe fatto niente per evitare la scarcerazione dell’imputato, pur avendone gli strumenti. In questo senso, il ministro si è comportato proprio da passacarte, quel ruolo che con tanta veemenza ha rifiutato davanti alle Camere. Ma forse intendeva dire che quali carte passare e quali no doveva deciderlo lui.
(da Fanpage)

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ERRORI, VIZI E OMISSIONI:; COSA NON TORNA NELLA VERSIONE DEL MINISTRO NORDIO SUL CASO ALMASRI

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

UNA RICOSTRUZIONE CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI

Dopo due settimane dalla liberazione del generale Almasri, il ministro Carlo Nordio si è recato ieri in Parlamento, assieme al titolare dell’Interno, per ricostruire quanto accaduto nelle discusse 48 ore fra l’arresto del carceriere libico e il suo rimpatrio su un volo di Stato. Ma nella versione restituita dal Guardasigilli sono molti i punti che non tornano su cui vale la pena soffermarsi.
Gli errori nella prima versione del mandato della Cpi
In primo luogo, il ministro si è concentrato sul mandato d’arresto emanato dalla Corte penale internazionale, lamentando una serie di errori che “avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello”.
Di che errori parla Nordio? Il problema principale riguarderebbe le date dei presunti crimini commessi da Almasri, che nella prima ordinanza emanata dalla Cpi il 18 gennaio vengono fatti risalire dapprima al 2011 e poi al 2015. “Un’incertezza assoluta” nelle tempistiche, che secondo il Guardasigilli hanno reso l’atto “completamente viziato”, come confermerebbe il fatto che pochi giorni dopo – il 24 gennaio – la Cpi si è riunita e ha formulato una seconda versione corretta dell’ordinanza.
Ora è vero, come dice il ministro, che nella prima versione dell’atto si fa riferimento come data di inizio dei reati attribuiti ad Almasri al 2011 (cosa peraltro impossibile dal momento che la prigione di Mitiga in cui sarebbero stati commessi i crimini nel 2011 nemmeno esisteva, come si legge nell’atto). Ma è altrettanto vero che in tutti e due i dispositivi, sia quello del 18 gennaio che quello del 24, il periodo preso in considerazione dall’accusa riguarda gli anni tra il 2015 e il 2024, come viene ripetuto anche nella nota diffusa dal Corte il 22 gennaio (il giorno dopo il rilascio), in cui si parla di crimini “presumibilmente commessi in Libia da febbraio 2015 in poi”.
Perché il vizio emerge solo ora?
La confusione probabilmente nasce dal fatto che al 2011 – come spiega la stessa Cpi – risale l’inizio del monitoraggio del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione in Libia, attraversata dalle violenze scoppiate contro il regime di Gheddafi. Questa data viene più volte menzionata nella prima versione del mandato, ma solo nelle conclusioni viene riferita ai reati di Almasri. Nel resto del dispositivo si parla chiaramente dell’arco compreso tra il 2015 e 2024. Appare quindi abbastanza evidente, contrariamente a quanto sostiene Nordio, che quello delle tempistiche sia stato un vizio puramente formale. La sostanza, ovvero l’impianto accusatorio dell’atto, resta la stessa. Un formalismo del genere era sufficiente per giustificare l’inerzia del ministro?
D’altronde, se l’errore sottolineato da Nordio era tale da compromettere la validità dell’intero mandato, per quale motivo al momento di convalidare l’arresto la Corte d’Appello di Roma non l’ha rilevato?
Non spettava al Guardasigilli, infatti, ma ai giudici romani contestare l’eventuale illegittimità dell’atto. Eppure nella sentenza di scarcerazione del libico si parla di “errore procedurale” legato alla mancata comunicazione per tempo degli atti al ministero della Giustizia.
E di incongruenza nelle date non si fa menzione neppure nell’istanza presentata dal legale di Almasri e con cui ne chiedeva la liberazione. Come mai allora questo errore emerge solo ora?
Peraltro la Cpi aveva esplicitamente esortato l’Italia “nel caso in cui individuassero problemi che potrebbero impedire o impedire l’esecuzione” del mandato “di consultare la Corte senza indugio al fine di risolvere la questione”. In altre parole, Nordio una volta accortosi dell’errore avrebbe potuto segnalarlo alla Corte, che avrebbe provveduto a sciogliere rapidamente la questione.
Come mai Nordio ha taciuto?
Ma il ministro pare contraddirsi. Dapprima quando dice che l’atto “è arrivato in inglese senza essere tradotto” e i tempi erano stretti, ma poi ammette di averlo letto così attentamente da aver individuato “numerose criticità e discrasie”.
Dopo, quando parla di sé stesso e precisa che il suo ruolo non è quello di un semplice “passacarte” ma è politico. “Ho il potere e dovere di interloquire con altri organi dello Stato sulla richiesta della Cpi, sui dettagli e sulla coerenza delle conclusioni cui arriva la Corte”, ha specificato ieri. Come mai allora proprio quando aveva l’occasione di esprimere la sua funzione politica e valutare – come rivendica – l’ordinanza, Nordio ha preferito tacere e lasciar correre?
Insomma l’informativa di ieri avrebbe dovuto aiutare a fare chiarezza sul caso e a dipanare ogni dubbio. Così evidentemente, non è stato. Mentre crescono le perplessità attorno a una vicenda che appare sempre più oscura e intricata, le dichiarazioni del ministro lasciano dietro di sé una scia di domande ancora senza risposta.
(da Fanpage)

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LA “PRESIDENTE DEL CONIGLIO”: GIORGIA MELONI DOVE SI NASCONDE? MENTRE NORDIO E PIANTEDOSI BALBETTANO SUPERCAZZOLE SUL CASO ALMASRI, LA DUCETTA SI INABISSA, NON VA IN PARLAMENTO E FA SAPERE DI AVER LAVORATO SU OLIMPIADI E CARCERI

Febbraio 6th, 2025 Riccardo Fucile

“NON HO SEGUITO IL DIBATTITO IN TV, CHI HA ASCOLTATO, HA CAPITO CHE PALAZZO CHIGI NON C’ENTRA NULLA CON QUESTA STORIA” …MA IL GOVERNO MOSTRA LE PRIME CREPE: MELONI È STATA LA PIÙ DECISA NEL NON VOLER PORRE IL SEGRETO DI STATO SULLA VICENDA DEL TORTURATORE LIBICO, MENTRE ALTRI MINISTRI LA INVITAVANO A FARLO

Le mura di Palazzo Chigi sono sufficientemente spesse per assorbire tutto: dubbi, imbarazzo, rabbia. Non è il suo giorno, il governo fatica in Parlamento. E Giorgia Meloni si inabissa. Blindata, invisibile. Organizza riunioni. Si occupa di olimpiadi e carceri, e ci tiene a farlo sapere. Rimanda l’unico momento pubblico in agenda. Di fronte alle opposizioni che indicano una sedia vuota in aula – la sua, quella del capo del governo che ha deciso di non esserci – sceglie il contenimento del danno: conviene non metterci la faccia.
C’è voglia di ostentare distanza, olimpico distacco da un pasticcio troppo scivoloso. E infatti, la reazione della premier alle immagini di Carlo Nordio che arranca e Matteo Piantedosi che non si sbilancia sarebbe stata sostanzialmente questa: «Chi ha ascoltato, ha capito che Palazzo Chigi non c’entra nulla con questa storia». Posizione oggettivamente difficile da sostanziare, ma coerente rispetto al giudizio che Meloni continua a riservare all’avviso di indagine ricevuto: «Abnorme».
Dal palazzo del potere meloniano giurano che la presidente del Consiglio non avrebbe ascoltato in tv il dibattito alle Camere: «Non l’ho seguito». L’ha seguito, ovviamente. In mano ha i discorsi che i ministri le forniscono in anteprima, quelli che avrebbero poi pronunciato in Aula. L’ha seguito con i lanci di agenzia che le passano i collaboratori. E non perde neanche i passaggi chiave, visionando sul cellulare gli spezzoni più aspri che le dedicano le opposizioni: quello, ad esempio, in cui Elly Schlein le dà del «coniglio».
Se c’è un colpo che la disturba, è proprio quello scagliato dalla segretaria del Pd. La premier medita vendetta immediata, in Parlamento deputati e senatori attendono una reazione pubblica. Non arriva. Anzi, con il cerchio magico definisce la linea, questa: ostentare disinteresse. E dunque, per rafforzare questa posizione ufficiale, trapela che avrebbe detto di Schlein: «I suoi attacchi? Normali dinamiche, quando si è all’opposizione. In giorni così, quando tutti gli occhi sono puntati su una cosa, bisogna occuparsi di altro, di altre priorità. Bisogna lavorare».
Per provare a spostare l’attenzione, vengono comunicate nel dettaglio le riunioni che la tengono ufficialmente occupata. Prima un incontro sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, con i due vicepremier Tajani e Salvini, con Giorgetti e Abodi e con l’ad della Fondazione che organizza l’evento, Andrea Venier. Poi un vertice dedicato al piano carceri, a cui prende parte anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Occasione buona per un contatto con il Guardasigilli. A sera, poi, anche Ignazio La Russa si affaccia a Palazzo Chigi.
Si diceva dei dubbi. Quello, che circola in queste ore, di aver forse sbagliato qualche mossa nella gestione del caso. Ad esempio: Meloni è stata la più decisa nel non voler porre il segreto di Stato, mentre gli altri ministri la invitano a farlo. Ritrovarsi il governo sulla graticola per un giorno, con le opposizioni rivitalizzate, ecco: qualche perplessità sul fatto che quella mossa andava (andrebbe) invece fatta non manca.
(da repubblica.it)

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