Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL RUOLO DI ALMASRI NEL TRAFFICO DI MIGRANTI. DAL LUGLIO 2023 GLI ISPETTORI ONU HANNO ACCERTATO 86 MIGRANTI, TRA CUI NOVE BAMBINI, SOTTOPOSTI AD ABUSI TRA CUI STUPRI, TORTURE, PROSTITUZIONE FORZATA, RIDUZIONE IN SCHIAVITÙ, LAVORO OBBLIGATO” – LA RETE CHE FA CAPO AL “BOIA DI MITIGA” SI COMPORTA COME UN REGIME
«Osama Najim, comandante del dipartimento operazioni della polizia giudiziaria e vice
direttore della polizia giudiziaria è tra i principali responsabili per la gestione e il coordinamento della detenzione illegale e per le violazioni dei diritti umani e delle leggi umanitarie che avvengono ai suoi ordini nel centro di custodia di Mitiga».
Il soggetto ha una grafia diversa, come accade spesso per i nomi arabi, ma si tratta del protagonista dello scontro politico italiano: il generale libico Osema Najeem Habish Almasri. A indicarlo come il responsabile delle torture sui migranti e di altri reati è un organismo di grande autorevolezza: il team di esperti delle Nazioni Unite incaricato di verificare il rispetto della legalità in Libia. Lo ha accusato in passato e torna a farlo ora, con un documento trasmesso il 6 dicembre al presidente del Consiglio di sicurezza.
Il rapporto è frutto di indagini recentissime, condotte tra il 18 luglio 2023 e il 25 ottobre 2024. Il “Panel of Experts on Libya” è composto di specialisti che analizzano la situazione sul terreno con sopralluoghi, interviste, documenti, foto satellitari. Sottolineano di essersi basati su “prove riscontrate”: «Nelle nostre indagini abbiamo rispettato trasparenza, obiettività, imparzialità e indipendenza».
Il risultato è un dossier di 299 pagine che passa in rassegna illeciti d’ogni genere, dal contrabbando di armi a quello di petrolio, dal traffico di uomini alla depredazione delle finanze pubbliche. In questo campionario di nefandezze, la figura di Almasri spicca per brutalità:
Rada è una sorta di polizia speciale creata dal governo di Tripoli ma ormai sfuggita a ogni controllo. Gli ispettori Onu la indicano con l’acronimo inglese Dacot: l’apparato di deterrenza per combattere il terrorismo e la criminalità organizzata. Il reparto di polizia giudiziaria guidato da Almasri agisce in simbiosi con loro: ufficialmente rappresentano la legge, di fatto perseguono i loro affari. Gli investigatori scrivono: «Tra i comandanti coinvolti, il panel ha identificato Osama Najim come responsabile per avere amministrato e agevolato gli arresti illegali e il maltrattamento dei reclusi a Mitiga».
Quello di Almasri è un organismo statale che partecipa anche al crimine più remunerativo del paese: il traffico di migranti. Dal luglio 2023 gli ispettori Onu «hanno accertato 86 migranti, tra cui nove bambini, sottoposti ad abusi tra cui stupri, torture, prostituzione forzata, riduzione in schiavitù, lavoro obbligato».
In questa carovana d’orrori il luogo più infernale è il carcere di Mitiga, il regno di Almasri. «La prigione è stata ristrutturata con la finalità di realizzare gli abusi. Quattro ex detenuti hanno dichiarato di essere stati torturati in tre stanze da interrogatorio allestite con strumenti destinati soltanto a infliggere sevizie sui reclusi». Quali? «Percosse continue, isolamenti prolungati; lunghi periodi in posizioni logoranti, durante le quali due vittime sono state incatenate e issate su un paranco mentre venivano picchiate per giorni; minacce di seviziare i familiari; persone costrette ad assistere alle brutalità sui congiunti.
Le botte venivano inferte con tubi di plastica su testa e corpo. I detenuti venivano picchiati con fucili, mazze da baseball, sbarre di metallo, catene, manganelli e gambe di sedie».
C’è di più. La rete in cui Almasri rivestirebbe un ruolo leader ormai si comporta come un regime, colpendo anche chi critica le loro scorrerie: perseguitano i giornalisti e gli attivisti dei diritti umani, che vengono arrestati in maniera pretestuosa, minacciati o fatti sparire nel nulla. In un anno ben undici «sono stati vittime di perquisizioni violente, rapimenti, pesanti maltrattamenti, avvertimenti ai loro familiari. Questi gruppi armati sviluppano un sistema di ritorsioni mirate con lo scopo di generare un’atmosfera di intimidazione e sistematica discriminazione tra i membri della società civile libica e tra i giornalisti per obbligarli a sottomettersi alla volontà e agli interessi degli aggressori».
C’è un ultimo elemento, sorprendente. Il panel dell’Onu ha sottoposto le sue conclusioni ai vertici della Rada, offrendogli la possibilità di replicare. La struttura ha risposto di operare nella legalità e di essere estranea a quello che accade nelle celle di Mitiga: «Soltanto la polizia giudiziaria agisce all’interno del carcere». In pratica, hanno scaricato tutto su Almasri.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
PURTROPPO L’HANNO FERMATA IN TEMPO, MA LA RAZZISTELLA HA PASSATO UN BRUTTO MOMENTO… LEGITTIMA DIFESA CONTRO LA FOGNA RAZZISTA
“Sei una scimmia”. Questo l’insulto razziale lanciato da una mamma alla cestista minorenne della Happy Basket Rimini durante la partita contro la Nuova Virtus Cesena di lunedì sera alla palestra Carim. Una scena inqualificabile quella che si è svolta sugli spalti quando la squadra ospite era in vantaggio e, all’improvviso, dalla gradinata si è levato l’urlo di una supporter cesenate che stava facendo una diretta su Facebook della gara.
“Sei una scimmia, non ti vergogni?” per poi passare alla minaccia “Stai attenta!”. La cestista, appena 17enne, ha sentito gli insulti ed è uscita dal parquet per andare ad affrontare la signora che, allo stesso tempo, veniva redarguita dagli altri presenti.
Solo la prontezza dei dirigenti della squadra riminese ha evitato che la giocatrice e la donna arrivassero allo scontro fisico con la mamma dell’avversaria che, forse rendendosi conto di quanto aveva appena detto, ha cercato di giustificarsi spiegando di “mi è uscito dalla bocca, non l’ho detto con intento razzista”.
Non senza fatica gli animi sono poi tornati tranquilli ma, l’atleta, è stata allontanata dal campo di gioco dall’arbitro. La partita, per quello che conta, si è conclusa con la vittoria delle cesenati col video della diretta, pubblicato sulla pagina Facebook della mamma delle atlete cesenati, è stato poi rimosso dal social ma nel frattempo qualcuno lo aveva salvato iniziando a diffonderlo sulle chat di Whatsapp facendolo diventare virale.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
NEL NOSTRO PAESE QUASI LA METÀ DEI BAMBINI VIVE IN SITUAZIONI DI “SOVRAFFOLLAMENTO ABITATIVO”, OVVERO DIVIDE LA STANZA CON DUE O PIÙ MINORI. PER NON PARLARE DEL 16,2% CHE ABITA IN CASE CON PROBLEMI STRUTTURALI O DI UMIDITÀ
C’è la denatalità che continua a correre. C’è la povertà che colpisce sempre più le
famiglie. È questa l’Italia dei bambini, un piccolo esercito di 2,4 milioni di cittadini – se si prende in considerazione la fascia 0-5 anni – che diventano 8,9 milioni se si tiene conto di tutti gli under 18. Oltre un bimbo su dieci è di origine straniera.
Numeri complessivi destinati a scendere visto che i nuovi nati nel nostro Paese sono sempre meno. Certo non toccheremo più il record negativo registrato nel 2023, che si è chiuso con un meno 380mila neonati, ma anche il 2024 ci conferma che gli italiani fanno sempre meno figli: dal 1° gennaio alla fine di luglio il calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno è stato di 4.600 unità.
I minori in povertà assoluta sono un milione e 295mila. È il 13,8% del totale. Mentre vivono in povertà alimentare 200mila bimbi sotto i cinque anni (l’8,5% del totale). Tradotto: le loro famiglie non riescono a garantire loro almeno un pasto proteico ogni due giorni. Gli ultimi dati disponibili, si riferiscono al 2023.
Anche l’ambiente circostante incide sulla qualità della vita, a maggior ragione dei più piccoli. E fa un certo effetto leggere come, sempre due anni fa, quasi la metà dei bambini viveva in situazioni di «sovraffollamento abitativo»: semplificando significa che in una sola stanza convivono più di due soggetti minori. Uno dei valori, negativi, più alti d’Europa.
Di più, ancora nel 2023 il 16,2% di loro viveva in abitazioni con problemi strutturali o di umidità. Case in cattive condizioni che superavano il 50% del totale in sette capoluoghi tutti concentrati nel Mezzogiorno: Foggia, Cosenza, Reggio Calabria, Messina, Salerno, Catania e Napoli. L’Istat evidenziava come quasi 2 su 5 under 19 che vivono in Italia si concentrano nelle 14 città metropolitane, dove, in media, vive anche il 13,7% dei contribuenti con reddito inferiore ai 15 mila euro annui.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL TIMORE CHE POSSANO DIRE QUALCOSA CHE LI COMPROMETTA
«Tutto quello che direte finirà agli atti». Da almeno quarantott’ore Giulia Bongiorno non smette di ripeterlo a Carlo Nordio e Matteo Piantedosi. Non che un ex magistrato e un prefetto ne abbiano bisogno ma, c’è da giurarci, l’avvocato incaricato di difendere il membri del governo coinvolti nel caso Almasri lo farà fino all’ultimo minuto. L’eco della sua voce rimbalza tra via Arenula e il Viminale, palesando come quella di oggi in Aula rischi di assomigliare più ad una deposizione che a una “semplice” informativa.
Il gong suonerà attorno a mezzogiorno a Montecitorio, poi di nuovo alle 15.30 al Senato. Accanto a Nordio e Piantedosi la squadra di governo si presenterà compatta. L’invito a disdire appuntamenti non essenziali è arrivato da Giorgia Meloni, convinta che la battaglia odierna vada combattuta sui segnali comunicativi oltre che sul contenuto. Già, la premier. Le opposizioni continuano a chiamarla in Aula, al punto che ieri ha fatto capolino la suggestione di una sua presenza da spettatrice. Ipotesi però subito smentita, perché finirebbe solo con «l’inasprire il dibattito». E non ce n’è bisogno.
Il clima, già caldo, ieri si è fatto rovente quando – all’interno della blindatissima capigruppo che ha definito i dettagli logistici dell’appuntamento – la maggioranza si è opposta alla trasmissione televisiva dell’informativa alla Camera.
O meglio, in base alle ricostruzioni che ben delineano la tensione tra gli alleati, il presidente dei deputati di FI Paolo Barelli ha espresso la propria contrarietà scatenando la reazione furibonda dell’opposizione. E pure degli alleati. «Una mossa senza senso» si sfilano un po’ furbescamente da FdI tacciando l’azzurro di sabotaggio assieme alla Lega. Più probabilmente un tentativo maldestro, archiviato da un Barelli colpevole solo di essere più realista del re. Tant’è che alla fine la diretta, da entrambe le Aule, si farà. L’episodio ha però accidentato il terreno su cui dovranno muoversi Nordio e Piantedosi.
Per poco meno di mezz’ora a testa, i due ricostruiranno la vicenda della restituzione a Tripoli del generale Osama Njeem Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica arrestato in Italia e poi scarcerato nonostante pendesse su di lui un mandato di cattura della Corte penale internazionale (Cpi). Una vicenda piena di incongruenze su cui i ministri proveranno a non inciampare grazie alla preparazione a cui li ha sottoposti Bongiorno. Piantedosi rivendicando nuovamente la scelta di espellere il 45enne per ragioni di sicurezza. Il Guardasigilli facendo luce sulle ore convulse in cui si diceva intento a valutare se confermare o no l’arresto del libico, proprio mentre la procedura per farlo espatriare era già stata attivata dal governo.
Un buco di evidente matrice politica su cui oggi potrebbero essere applicate diverse toppe. In primis quella della documentazione incompleta, soprascritta e poco comprensibile con cui la Cpi avrebbe comunicato il cambiamento di status di Almasri, dal rischio attenuato durante i suoi passaggi in altri 4 Paesi del Vecchio Continente a quello “rosso”, scattato non appena il nordafricano è arrivato in Italia e indicatore della necessità di arrestarlo. Non è escluso che parte della colpa possa essere scaricata sull’ambasciata italiana all’Aja, rea di non aver trasmesso immediatamente il plico a causa dell’errore materiale di un funzionario.
Difficile prevedere come finirà. Decine di parlamentari dell’opposizione sono iscritti a parlare e ognuno lo farà per 10 minuti. Ad ora la sola certezza è che Nordio e Piantedosi saranno sottoposti al fuoco di fila di dubbi, accuse e chiarimenti che da giorni agitano il Parlamento.
Meloni, con i suoi, ostenta calma.
«L’opposizione fa l’opposizione» si limita a valutare.
(da La Repubblica)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
“L’EUROPA DIALOGHI MA NON ACCETTI RICATTI”
L’Europa stringe i denti e si prepara ai dazi annunciati da Donald Trump. Dopo Canada,
Messico e Cina, potrebbe essere proprio il Vecchio Continente il prossimo bersaglio della guerra commerciale scatenata da Washington.
Per l’Europa, in realtà, si tratterebbe di una sorta di tuffo nel passato. Nel 2018, durante la sua prima esperienza alla Casa Bianca, Trump impose dazi su acciaio e alluminio europei, mentre l’anno successivo le tariffe colpirono anche diversi prodotti dell’agroalimentare. In quel momento a guidare la risposta di Bruxelles – che reagì tassando le importazioni di whiskey, Harley Davidson, jeans e non solo – c’era Cecilia Malmström, commissaria europea al Commercio dal 2014 al 2019, oggi senior fellow del Peterson Institute for International Economics. Cosa accadrà questa volta? «Credo proprio che i dazi arriveranno. L’Europa cerchi il dialogo ma non da una posizione di ricatto», avverte l’ex politica svedese in questa intervista a Open.
Nel 2018, quando Trump approvò i primi dazi contro l’Europa, era lei la commissaria europea al Commercio. Che somiglianze vede con ciò che sta accadendo oggi?
«Trump crede ancora che i dazi siano una buona cosa. E questo, fondamentalmente, non lo crede nessun altro al mondo. Pensa ancora che ci sia una sorta di ingiustizia legata al nostro commercio perché gli americani comprano più da noi di quanto noi compriamo da loro, ma è così che funziona. Si chiama economia di mercato».
E che differenze vede rispetto ad allora?
«La differenza è che questa volta lui ha esperienza, ha una maggioranza più ampia ed è circondato da persone più qualificate. Inoltre, non ha bisogno di passare attraverso il Congresso, perché può agire con ordini esecutivi. Sta mescolando in modo molto aggressivo i dazi con la sicurezza, le leggi sulla tecnologia, la Groenlandia, l’Ucraina, le armi. Questa è una cosa che non avevamo mai visto prima».
Trump imporrà davvero i dazi all’Europa o si troverà un accordo, come accaduto con Canada e Messico?
«Penso che i dazi sull’Europa arriveranno, come ha annunciato durante tutta la sua campagna elettorale e da quando si è insediato. Lui crede, sbagliando, che sia in atto una grande ingiustizia perché c’è un deficit commerciale sui beni scambiati con l’Europa. Nella sua testa, i dazi sono l’unica soluzione e li usa come un bullo, per spingere gli altri Paesi a fare ogni genere di cose. Ora proverà a farlo anche con l’Ue, ma è importante resistere».
L’Ue sembra disposta ad acquistare più gas naturale e armi dagli Stati Uniti pur di evitare nuovi dazi. È una buona soluzione?
«Penso che bisognerà essere molto risoluti. Lui è un bullo e non può dettare regole costringendo l’Europa a fare ogni genere di cosa e minacciando dazi. Ci deve essere una reazione a tutto questo».
E cosa dovrebbe prevedere questa reazione?
«I contro-dazi non sono lo strumento ideale. Ma, se necessario, dobbiamo usarli. Poi ci sono altri strumenti di difesa commerciale che possiamo sfruttare, a partire dall’Ipi, lo Strumento europeo per gli appalti internazionali (International procurement instrument – ndr). Detto questo, ovviamente dovremo sederci a dialogare, magari anche acquistando più armi e più gas dagli Stati Uniti. La cosa importante, però, è non farlo in una situazione di ricatto».
I leader europei sembrano divisi su come rispondere agli eventuali dazi di Trump. La Francia spinge per una risposta dura, mentre altri Paesi, a partire dall’Italia, chiedono di puntare sul dialogo e sulla diplomazia. Come se ne esce?
«Penso che la posizione della Francia sia quella della maggioranza dei Paesi europei. Trump detesta apparire debole e cercherà di spingere, spingere e spingere. Non dobbiamo limitarci a obbedire e fare tutto ciò che chiede. Ci sono delle regole da seguire, molte delle quali sono state inventate proprio dagli americani. I dazi sono una cosa negativa e porteranno solo nuova inflazione e prezzi al consumo più alti, perciò dobbiamo essere molto risoluti nella nostra risposta. Non possiamo accettare il ricatto: o ci date la Groenlandia o vi mettiamo i dazi».
Giorgia Meloni vuole mediare tra Stati Uniti e Unione europea. Può essere una buona strategia o dev’essere Bruxelles a interfacciarsi direttamente con Washington?
«Ogni dialogo è sempre meglio della lotta. Se ci sono individui che pensano di poter raggiungere un risultato tramite il dialogo, penso che sia una buona cosa. Ma la cosa più importante per l’Unione Europea è restare unita. Se Trump dovesse imporre dazi a Germania, Danimarca e Portogallo, dobbiamo avere una risposta unitaria. Se alcuni leader ritengono di essere più inclini ad avere una relazione migliore, non solo Meloni, va bene. Ma la cosa importante è che parli per l’intera Unione europea. Non lasciamo che gli Stati Uniti ci dividano».
Pensa davvero che Trump potrebbe imporre dazi solo ad alcuni Paesi Ue?
«È possibile. D’altronde, ci ha provato anche l’ultima volta ma non ha avuto il tempo di farlo perché abbiamo stretto un accordo. Nella prima presidenza, aveva minacciato di imporre dazi sulle auto tedesche e sul vino francese»
Nel 2018, i dazi di Trump hanno preso di mira solo alcuni prodotti e settori industriali. Questa volta, invece, parla di dazi generalizzati su tutte le esportazioni verso gli Usa. Questo va contro le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto)?
«Certamente. Immagino che l’Ue porterà la questione al Wto ed è giusto che lo faccia. Il problema è che lo abbiamo fatto anche l’ultima volta, insieme ad altri 10 Paesi, e il Wto ci ha dato ragione. Ma agli Stati Uniti non importa affatto del Wto e l’organo di appello non funziona. L’Unione europea è desiderosa di seguire le regole, ma gli Stati Uniti no, nemmeno sotto la presidenza Biden».
Quale consiglio si sente di dare all’attuale Commissione europea?
«Serve adottare una strategia e penso che lo stiano facendo. Per ora, stanno cercando di mantenere la calma, anche perché i dazi non ci sono ed è importante non farsi prendere dal panico. Se dovessero arrivare, dobbiamo certamente reagire, ma anche dimostrare che siamo pronti a sederci e parlare come persone civili. Detto questo, dobbiamo continuare a fare accordi commerciali, per esempio quello con il Mercosur, che è eccellente. C’è una vasta rete di Paesi amici che pensano davvero che il commercio sia una buona cosa, se lo fai secondo le regole internazionali. E poi c’è un’ultima cosa, molto importante, che resta da fare.
Quale?
«Indipendentemente da chi siede alla Casa Bianca, bisogna rimettere in ordine l’economia dell’Ue. Portiamo a termine tutte le riforme che ci siamo promessi di fare, diamo seguito al rapporto Draghi, al rapporto Letta, alla Bussola della competitività e a tutto quel programma. Assicuriamoci di rafforzare il mercato interno, perché è anche da lì che possiamo tornare a crescere e creare innovazione».
(Da Open)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
OCCORRE AUTODETERMINAZIONE ECONOMICA, POLITICA E MILITARE
“L’Europa è a un bivio: o è in grado di fare un passo avanti sull’unità, o sarà cancellata”. Così dice Schlein intervistata da Cuzzocrea, e così cominciano a pensarla in molti europei.
Trump è una disgrazia ma potrebbe diventare un’occasione, perché anche grazie al suo avvento la drasticità del dilemma indicato da Schlein è sotto gli occhi di tutti, e il momento della scelta è alle porte: l’Europa o si unisce o si disfa, così a mezza strada non può rimanere. Non se lo può permettere. O sceglie l’autodeterminazione economica e politica, oppure piega la testa, anzi le teste, una per ogni singola nazione, all’aspirante imperatore del mondo.
Sarà un ottimo argomento, questo, da spendere nei prossimi mesi contro le destre sovraniste che Musk sta reclutando a suon di quattrini: i vari Farage, Le Pen, Salvini, Vox, Orbán, erano nemici dell’Europa anche prima (Meloni non si capisce bene, è costretta dal suo ruolo a essere bifronte); di qui in poi lo saranno il doppio, in quanto anti-unionisti e in quanto fiancheggiatori del più determinato aggressore, dopo Putin e forse insieme a Putin, non solo dell’unità politica dell’Europa, ma anche dei principi ideali e culturali che di quell’unione sono la base: uguaglianza, solidarietà, diritti.
Un’entità politica nata dalla sconfitta del nazifascismo non può che essere odiata dagli eredi, diretti e indiretti, di quella storia nera. L’Europa è vista dai suoi nemici, esterni e interni, come una fonte malefica di cultura democratica. Liberal-democratica e social-democratica. Sovranisti e populisti non possono desiderare che la sua distruzione. Forse, finalmente, l’Europa è costretta ad accorgersi di avere, anche, un’anima politica.
(da repubblica.it)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA POLITICA I SOLDI NON BASTANO MAI
Per capire come funziona il meccanismo dei finanziamenti si deve partire dal 1974.
Come funzionava prima
In quegli anni l’ennesimo scandalo vede sotto inchiesta i segretari amministrativi di Dc, Psi, Psdi e Pri: hanno ricevuto fondi da Enel e compagnie petrolifere per indirizzare la politica energetica del governo. Il Parlamento decide che lo strumento per evitare pesanti condizionamenti da parte delle grandi aziende è il finanziamento pubblico ai partiti. La nuova legge, firmata dall’onorevole democristiano Flaminio Piccoli, vieta alle società statali o controllate dallo Stato di dare soldi ai partiti, obbliga le grandi aziende private che concedono fondi a iscriverli a bilancio e introduce due finanziamenti pubblici: il rimborso delle spese elettorali e il trasferimento diretto dal bilancio dello Stato per le attività ordinarie dei partiti. Lo scandalo di Tangentopoli, nel 1993, dimostra che il finanziamento pubblico non ha evitato le pratiche di corruzione e concussione. Il referendum promosso dai Radicali per abolire i trasferimenti diretti ai partiti viene approvato a larga maggioranza. Rimane in vigore solo la parte relativa ai rimborsi elettorali che il Parlamento, anno dopo anno, gonfia fino ad arrivare nel 2012 a 182 milioni di euro. Risorse pubbliche corrisposte anche a fronte di spese elettorali non effettivamente sostenute. Nel momento più critico per le finanze pubbliche, sotto la spinta di una maggiore austerità, il Governo Monti abbassa il tetto dei rimborsi a 91 milioni. Nel 2013 il governo Letta poi gradualmente li elimina e introduce il sistema in vigore oggi (legge 149/2013).
Come funziona oggi
La legge prevede che lo Stato sostenga le attività dei gruppi parlamentari e i privati finanzino i partiti. I gruppi, in base alla loro grandezza, ricevono ogni anno contributi pubblici da un fondo di 30,87 milioni di euro alla Camera e 22,12 al Senato, fondi utilizzabili solo per finanziare le loro attività parlamentari e da rendicontare: l’80% serve a pagare il personale (funzionari, giuristi, ricercatori, consulenti per la comunicazione e portavoce) e il resto va in convegni e iniziative pubbliche. I partiti, invece, hanno diritto a due tipi di finanziamento privato: il 2 per mille dell’Irpef, che ha un tetto e il resto lo incamera lo Stato, e poi le donazioni dirette dove ogni singolo soggetto non può superare i 100 mila euro all’anno e detraibili al 26% fino a 30 mila euro. Ma per riceverli i partiti devono iscriversi al registro nazionale dove si accede solo se si è già partecipato con propri candidati a elezioni regionali, nazionali o europee, oppure si è indicati come riferimento politico da un gruppo parlamentare.
Chi finanzia chi
Partiamo dal mondo delle donazioni private vediamo i conti dal 2020 al 2023 dei maggiori partiti. Chi ha attirato più donazioni è la Lega che, tra Lega Nord e Lega Salvini Premier, ha totalizzato 25,2 milioni di euro. Fra i principali sponsor ci sono le università telematiche con un totale di 290 mila euro (vedi grafico) e 100 mila da Coseco, azienda di rifiuti del milanese. Il Movimento 5 Stelle totalizza 22,7 milioni, ma il grosso è arrivato dalle rimesse record nei primi due anni dei suoi eletti: quasi 10 milioni di euro. Il Pd ha raccolto 10,3 milioni, chi ha versato di più è stato Francesco Merloni (ex parlamentare e ministro, presidente di Ariston Thermo) con 100 mila euro. FdI ne ha incassati 9,7 fra cui: 68 mila euro dalla Confederazione Generale dell’Agricoltura e 50 mila a testa dal gruppo sanitario Villa Maria Spa, dalla società di costruzioni Milano Investimenti Spa, e dalla Ipvc Service del gruppo Meluni che fa capo al presidente del Benevento Calcio Oreste Vigorito. Per Forza Italia 8,9 milioni, con i maggiori contribuenti i cinque figli di Silvio Berlusconi, il fratello Paolo e la Fininvest con 200.000 euro a testa. Azione totalizza 3,6 milioni. Ha attirato numerosi imprenditori (Patrizio Bertelli di Prada, Alberto Bombassei di Brembo, Gianfelice Mario Rocca, i Loro Piana, il gruppo Arvedi) per un totale di quasi un milione di euro. Italia viva 3,7 milioni. Il top sponsor è stato Manfredi Lefebvre d’Ovidio con 100 mila euro. Poi ci sono quelli che danno soldi a tutti. Davide Serra ne ha versati 228 mila euro a Italia Viva e 49 mila ad Azione, Lupo Rattazzi 305 mila euro Italia Viva e 100 mila ad Azione, Cremonini spa – quella delle carni – 40 mila ad Azione e 30 mila anche a FdI. Stefano Bandecchi, attraverso la Università Niccolò Cusano che ha fondato e un’altra sua srl «Società delle scienze umane», ha finanziato con 385 mila euro Forza Italia, Impegno Civico e Alternativa popolare. Ma quello più trasversale di tutti è Marco Rotelli (gruppo San Donato) che l’anno delle elezioni (2022) ha versato 30 mila euro a testa a ben sei formazioni per non scontentare nessuno: Fratelli d’Italia, Lega, Partito democratico, Italia al Centro, Italia Viva e al Comitato elettorale dell’Associazione Impegno Civico Luigi Di Maio.
La voce più pesante è l’autofinanziamento
La voce maggiore però è quella dell’autofinanziamento. Secondo Transparency il 61,38% dei contributi privati ricevuti nell’anno 2022 è arrivato da candidati ed eletti ai quali i partiti chiedono donazioni «volontarie». Alle politiche del 2022 il Pd ha chiesto 50 mila euro per un seggio sicuro e poi 3000 euro al mese agli eletti. La Lega 20 mila per la candidatura alle politiche e 3000 al mese agli eletti, mentre alle europee 30 mila ex post gli eletti; Fdi e Forza Italia 30 mila per la candidatura e 1000 euro al mese agli eletti. Il M5S non chiede nulla ai candidati, ma la campagna elettorale è a loro carico e che poi si deve versare 2500 al mese. Anche loro, grazie alla legge di stabilità del 2015 hanno diritto a scaricare il 26% fino a 30 mila euro.
Il 2 per mille e il no del Quirinale
Un’altra quota di sostentamento importante arriva dal 2 per mille dell’Irpef, dove sono i contribuenti a scegliere a quale partito destinarlo. Nel 2018 i contribuenti che avevano scelto un partito erano stati 1 milione per 14,1 milioni di euro di contributo totale, nel 2024 sono stati 2 milioni per 29,7 milioni di euro. Dal 2018 al 2024 il partito che ha raccolto di più con il 2 per mille è il Pd con 52,5 milioni, seguito dda FdI con 20,4, dalla Lega con 16,9 (che presenta due bilanci: quello della Lega Nord e quello della Lega per Salvini Premier), e da Forza Italia con 4,7 milioni. La questione è che lo Stato aveva fissato un tetto di 25 milioni, il resto lo avrebbe in Ministero delle Finanze, ma a inizio dicembre Pd e Alleanza Verdi-Sinistra avevano presentato in Commissione Bilancio del Senato un emendamento al decreto-legge «Fisco» per alzare da 25 a 28 milioni di euro il tetto massimo. La maggioranza di governo, però, aveva modificato il testo proponendo di togliere il tetto e incassare lo 0,2 per mille, ma dal totale dell’Irpef. I fondi da ripartire sarebbero stati quindi di 42,3 milioni. Il Quirinale si è opposto perché la revisione del sistema di finanziamento non rientra nei casi straordinari di necessità e urgenza che si affrontano con decreto. Alla fine è passata una formulazione che alza il tetto a 29,7 milioni di euro, esattamente quanto ha certificato il Mef a gennaio. A conti fatti quanto hanno in cassa i singoli partiti?
Quanto hanno in cassa?
Il partito più ricco è il M5S: il 2023 si è chiuso con un avanzo di 1.492.908 euro e disponibilità liquide per 9.123.171 euro in depositi bancari e postali (+32,5% rispetto al 2022). Il secondo più in salute è FdI: avanzo di esercizio di 4.906.995 euro e liquidità di 8.374.955 euro quasi tutti in depositi bancari e postali. Da segnalare che i conti di FdI sono decollati da quando la Meloni è presidente del Consiglio: nel 2018 aveva incassato 2,3 milioni, 3 nel 2019, 2,7 nel 2020, 4,2 nel 2021, 8,2 nel 2022 e 6,9 nel 2023. Il Pd ha chiuso il 2023 con un avanzo di 704.018 e disponibilità liquida per 5.990.588, ma ci sono anche 10.069.204 euro di passività tra perdite di fondi, debiti verso i fornitori, debiti tributari e previdenziali. La Lega presenta dal 2017 due bilanci distinti: quello della Lega per Salvini Premier ha chiuso il 2023 con 92.521 di avanzo e liquidità per 1.066.591, la quasi totalità in depositi postali. La Lega Nord invece ha chiuso il 2023 con un avanzo di 688.340 euro e disponibilità liquide per 486.588 euro in depositi bancari e postali, ma detiene anche la proprietà della società Pontida Fin S.r.l. che è la società di gestione di tutte le proprietà immobiliari del Movimento, che ha un capitale sociale di 5,33 milioni e un patrimonio netto di 4,25 milioni. Forza Italia è il partito più indebitato: 97.173.571 euro. La quota maggiore (90 milioni) è con la famiglia Berlusconi. Infatti Berlusconi nel 2014 e nel 2015 ha chiuso personalmente l’esposizione del movimento verso banche, versando rispettivamente 46,5 e 43,9 milioni. «Il Presidente – si legge nelle note al bilancio –, è divenuto il principale creditore nei confronti del nostro Movimento per l’importo pari ai pagamenti da lui effettuati; a seguito del suo decesso questo credito si è trasferito ai suoi aventi diritto». Da partito-azienda a partito-famiglia.
Chi controlla?
Sulle spese dei candidati in campagna elettorale (legge 515/93) è competente il Collegio regionale di garanzia elettorale (i candidati possono ricevere anche donazioni personali in campagna elettorale, ma non rientrano nei bilanci dei partiti). Le sanzioni arrivano fino alla decadenza nei casi più gravi, come il mancato deposito delle spese sostenute oppure uno sforamento della spesa doppio rispetto ai limiti massimi previsti dalla legge. È la vicenda, ancora da chiarire, in cui è coinvolta la governatrice della Sardegna Alessandra Todde.
Per quel che riguarda sponsor e donazioni la legge impone massima trasparenza: i partiti devono pubblicare sul loro sito internet statuti, organizzazione, funzionamento interno, elenco dei donatori oltre i 500 euro e i bilanci, che devono essere certificati da un ente terzo. A vigilare sui partiti la «Commissione di garanzia» formata da 5 magistrati della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato. Chi non è in regola rischia sanzioni fino a due terzi della cifra spettante dal 2 per mille. Va precisato che si tratta di controlli formali perché non vengono svolte indagini. E quali partiti sono stati sanzionati e per cosa? Chiediamo alla Commissione, che ci scrive: «dal 2019 ad oggi risultano essere 60 (fra partiti nazionali, gruppi e movimenti regionali ndr) per lo più per mancata presentazione di rendiconto, ma anche per omessa pubblicazione sul proprio sito internet dei certificati del casellario penale e curriculum dei propri candidati». Alla richiesta di fornire l’elenco delle sanzioni e a chi sono state comminate la risposta invece è stata la seguente: «questo Ufficio provvederà ad acquisire il parere dei soggetti contro interessati ed a seguito di valutazione della Commissione saranno consultabili». In sostanza se un partito sanzionato non vuole farlo sapere agli elettori basta che si opponga. E se non si oppone l’ultima parola per la consultazione degli atti spetta comunque alla Commissione. Alla faccia della trasparenza.
Milena Gabanelli
(da il Corriere della Sera)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN IMMOBILE DATO IN LOCAZIONE DAL PIO ALBERGO TRIVULZIO NEL 2018 A UN PREZZO STRACCIATO
Il caso della sede milanese di Fratelli d’Italia, in affitto all’interno di un locale di proprietà del Pio Albergo Trivulzio in corso Buenos Aires a poco più di 9mila euro all’anno per circa 100 metri quadrati, approda adesso in Consiglio regionale.
Così, dopo l’interrogazione presentata dal capogruppo dei Cinque Stelle Nicola Di Marco, è intervenuto direttamente l’assessore al Welfare Guido Bertolaso: “L’immobile di corso Buenos Aires è stato assegnato nel 2018 attraverso una procedura pubblica con l’immobile che è stato concesso all’associazione di FdI con un contratto di abitazione non locativa per un periodo di 6+6 anni” ha chiarito Bertolaso. “L’importo del canone è stato di 9.234 euro annui oltre alle spese, con l’obbligo di eseguire lavori per un valore di oltre 12mila euro”. Lavori che sarebbero stati “puntualmente” portati a termine.
La questione, del resto, era emersa nei mesi scorsi con lo scoppio dell’ennesima polemica per le case del Pio Albergo Trivulzio, date in affitto a prezzo stracciato anche a personaggi noti e facoltosi.
Nel caso della sede meneghina di Fratelli d’Italia al numero 15 di corso Buenos Aires, a firmare il contratto come garante nel 2018 fu Daniela Santanché, oggi ministra del Turismo per il governo Meloni e presto a processo per falso in bilancio. Il tutto mentre sullo storico ente assistenziale cittadino, che vanta uno dei più ingenti patrimoni immobiliari della città (oltre 1500 appartamenti) e gravi problemi di bilancio, si è abbattuta l’ennesima bufera, tra la cessione al fondo immobiliare pubblico Invimit Sgr e l’Affittopoli degli inquilini vip che, pur potendosi permettere affitti più alti, gode di canoni d’affitto più che agevolati (come 400 al mese per un appartamento di 240 metri quadrati in corso Magenta).
(da Fanpage)
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Febbraio 5th, 2025 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE GIMBE: “I DATI CONFERMANO CHE IL DECRETO ATTUATIVO PUBBLICATO E’ SOLO UNO DOPO SEI MESI”
Alla fine anche Fratelli d’Italia ha ammesso lo stallo sul decreto liste d’attesa. Il
provvedimento che nelle intenzioni del governo avrebbe dovuto accorciare i tempi per visite ed esami ancora non riesce a vedere la luce. O meglio, il decreto è stato convertito in legge, ben sei mesi fa, ma dei decreti attuativi necessari per dare esecuzione alla riforma – in tutto sei – solo uno è stato emanato.
“I dati disponibili al 29 gennaio confermano che il decreto attuativo pubblicato è solo uno, come peraltro confermato dal senatore Zaffini”, dice a Fanpage.it Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che per prima aveva dato l’allarme sui ritardi. L’analisi di Gimbe aveva acceso le ire di Fratelli d’Italia, in particolare del presidente della Commissione Sanità e Lavoro al Senato, Franco Zaffini, che aveva accusato Cartabellotta di dire il falso. Tuttavia, nella lunga nota il senatore aveva finito per confermare la versione di Gimbe e cioè che gli altri cinque decreti – di cui due in “fase di ultimazione” ha assicurato – sono ancora in attesa.
Peraltro, secondo Cartabellotta, il decreto firmato dal ministro Schillaci non risolve il problema dell’accesso alle cure, che invece richiede “investimenti consistenti sul personale sanitario e coraggiose riforme organizzative”. “Concentrarsi esclusivamente sui lunghi tempi di attesa senza risolvere le cause profonde della crisi – osserva il presidente – è un approccio semplicistico che guarda al dito invece che alla luna”.
Il senatore Zaffini l’ha accusata di mentire sul Ssn, ma ha finito per ammettere che dei 6 decreti attuativi collegati al decreto liste d’attesa solo uno è stato varato. Quindi alla fine FdI ha torto?
Non si tratta di avere ragione o torto, ma di attenersi ai fatti. La Fondazione Gimbe ha condotto un monitoraggio indipendente sullo stato di avanzamento dei decreti attuativi a sei mesi dalla conversione in legge del dl Liste di attesa. Al 29 gennaio, solo uno dei sei decreti risulta pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Dei cinque rimanenti, tre sono già scaduti (due da quattro mesi e uno da quasi cinque), mentre per gli altri due non è stata definita alcuna scadenza. Quali siano i tempi di elaborazione dei decreti e tutti gli step intermedi non è noto pubblicamente: i dati disponibili al 29 gennaio confermano che il decreto attuativo pubblicato è solo uno, come peraltro confermato dal senatore Zaffini. Se si vuole garantire maggiore trasparenza e tempestività nella comunicazione degli step intermedi, le Istituzioni devono rendere pubblici i dati; altrimenti, qualsiasi dichiarazione resta non verificabile.
Dal partito ricordano che la gestione della salute è competenza regionale, anche per effetto di riforme volute dai precedenti esecutivi di sinistra. Il governo cerca di fare scarica barile?
Non intendo alimentare polemiche politiche, ma trovo paradossale che si faccia riferimento alla riforma del titolo V, approvata 24 anni fa, quando lo stesso partito ha recentemente avallato l’autonomia differenziata, una riforma destinata ad ampliare ulteriormente le diseguaglianze territoriali, in cambio di un accordo politico sul premierato. Fortunatamente, entrambe le riforme sono attualmente in stand-by. Semmai va ribadito che il DL liste di attesa ha enormemente sottovalutato le diseguaglianze regionali, sia in termini di completezza e trasparenza dei dati, sia nella gestione non sempre trasparente delle agende di prenotazione del pubblico e del privato convenzionato. E alla fine, tra la fretta per le imminenti elezioni europee e i vincoli del MEF, è stato partorito un DL con scadenze irrealistiche per i decreti attuativi.
Di questo passo, cosa ci si deve aspettare per l’emergenza delle liste d’attesa?
I lunghissimi tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche e di specialistica ambulatoriale sono il sintomo di un indebolimento tecnologico, organizzativo e soprattutto professionale del Ssn. Per affrontare il problema in modo strutturale, servono investimenti consistenti sul personale sanitario e coraggiose riforme organizzative. Concentrarsi esclusivamente sui lunghi tempi di attesa senza risolvere le cause profonde della crisi è un approccio semplicistico che guarda al dito invece che alla luna. E la complessità del dl liste di attesa, aggravata dalla necessità di sei decreti attuativi, rallenta ulteriormente l’attuazione delle misure, scontrandosi con numerosi ostacoli: oltre alle diseguaglianze regionali già citate, pesano gli attriti istituzionali a livello centrale (in particolare tra Agenas e Direzione Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute) così come l’impossibilità di assumere personale sanitario per i vincoli economici imposti dal Mef. A ciò si aggiunge il lodevole, ma complesso, tentativo di centralizzare dati, informazioni e decisioni che da quasi 25 anni sono sotto la gestione delle Regioni nel duplice ruolo di controllati e controllori. Questi fattori rendono impossibile prevedere tempistiche certe per l’attuazione delle misure e per il raggiungimento dei benefici attesi da milioni di cittadini e pazienti.
(da Fanpage)
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