Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
COSA HA PORTATO LA FINE DELLA GUERRA TRA ISRAELE, IRAN E STATI UNITI
America e Iran hanno fatto pace. Ma quali risultati ha portato la guerra finita tra Iran e Israele con la tregua dei 12 giorni? Il presidente Donald Trump su Truth ha voluto scriverlo in maiuscolo: «I SITI NUCLEARI IN IRAN SONO COMPLETAMENTE DISTRUTTI!». Aggiungendo che «la Cnn, insieme al fallimentare New York Times, si sono uniti per sminuire uno degli attacchi militari di maggior successo della storia». Trump ha anche postato un video con il sottofondo della canzone dei Beach Boys Barbara Ann, intitolata Bomb Iran. E con la strofa: «Il vecchio zio Sam sta diventando piuttosto caldo. È ora di trasformare l’Iran in un parcheggio. Bombardare l’Iran. Bombarda, bombarda, bombarda, bombarda l’Iran». Gli obiettivi di Usa e Israele sono stati raggiunti? Vediamo
Il nucleare iraniano
Trump se l’è presa con Cnn e Nyt perché i due media hanno messo in dubbio il successo dei raid. Sostenendo che il programma nucleare iraniano verrà ritardato, sì, ma soltanto di pochi mesi. Vero è che nei raid di Israele sono morti una decina di scienziati nucleari e sono stati bombardati laboratori e centrifughe di arricchimento. Alcune fonti di intelligence hanno descritto ai media Usa danni che rallentano di qualche mese il programma. Tuttavia, se uscisse dal trattato di non proliferazione, l’Iran potrebbe vietare i controlli dell’Aiea e arrivare all’ordigno. Ci sono già riusciti la Corea del Nord e il Pakistan. India e Israele non sono mai entrati. E in questo caso i 400 chili di uranio arricchito scomparsi dagli impianti prima dei bombardamenti sono un tesoretto per una mezza dozzina di
bombe.
La Defence Intelligence Agency
A parlare del ritardo di pochi mesi per il nucleare iraniano è un documento della Defence Intelligence Agency del Pentagono. Gli Stati Uniti hanno bombardato gli impianti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan nella notte tra sabato e domenica. Sigillando gli ingressi di alcuni impianti, ma senza distruggere gli edifici sotterranei. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato l’autenticità del rapporto, ma ha anche sostenuto che fosse completamente errato e classificato top secret. Un consigliere dell’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran, ha affermato che il suo Paese dispone ancora di scorte di uranio arricchito e che «la partita non è finita».
Impatto limitato?
Anche il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha affermato che i bombardamenti hanno distrutto la capacità dell’Iran di produrre armi nucleari. Nel frattempo anche la Bbc, riportando le testimonianze di fonti che hanno familiarità con la valutazione dell’intelligence, conferma che le centrifughe iraniane sono in gran parte “intatte” e l’impatto è stato limitato alle strutture fuori terra. Sempre secondo quanto appreso dall’emittente britannica, gran parte degli impianti, che si trovano in profondità nel sottosuolo, non sono stati distrutti e che l’attacco ha riportato l’Iran indietro solo di “pochi mesi, al massimo”. A queste valutazioni, si aggiungono le dichiarazioni di altre fonti che alla Cbs hanno spiegato che parte delle scorte di uranio arricchito dell’Iran sono state spostate prima degli attacchi.
«Il gioco non è finito»
Il generale Dan Caine, l’alto ufficiale militare degli Stati Uniti, ha invece nei giorni usato un tono pià cauto. Spiegando che gli attacchi hanno causato «danni estremamente gravi» alle strutture iraniane. Da Teheran, invece, il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, Mohammad Eslami, ha subito affermato che «i piani per il riavvio degli impianti sono stati preparati in anticipo e la strategia iraniana è quella di garantire che la produzione e i servizi non vengano interrotti». Mentre un consigliere del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che il suo paese ha ancora scorte di uranio arricchito e che «il gioco non è finito».
Il regime change
L’altro obiettivo fissato dal governo di Netanyahu al momento dell’attacco è il cambio di regime in Iran. Eppure l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti a Iran International ha detto che il cambio di regime in Iran non può essere imposto dall’esterno, ma gli attacchi aerei israeliani nelle ultime due settimane «hanno gettato le basi per il popolo iraniano per prendere l’iniziativa». Eppure il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha avvertito che «la campagna» contro Teheran «non è finita». E che si sta aprendo un «nuovo capitolo». Il capo dell’Idf ha indicato che il suo esercito si concentrerà «di nuovo su Gaza», dove è in corso una guerra devastante, innescata dall’attacco del gruppo palestinese Hamas in Israele il 7 ottobre 2023.
Il bilancio finale
Il presidente iraniano ha ribadito che il suo Paese non sta cercando di acquisire armi nucleari, ma «solo di affermare i
propri legittimi diritti» ad avere un programma nucleare civile. Ha anche affermato di essere «pronto a risolvere le divergenze al tavolo dei negoziati» con gli Stati Uniti, con i quali l’Iran avrebbe dovuto tenere colloqui il 14 giugno, il giorno dopo lo scoppio della guerra. La guerra ha causato almeno 610 morti e oltre 4.700 feriti tra la popolazione civile iraniana fino a martedì, secondo un rapporto pubblicato dal Ministero della Salute iraniano. Un attacco israeliano nel nord dell’Iran, prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco martedì, ha causato 16 morti, ha riportato l’agenzia di stampa ISNA. Il fuoco iraniano su Israele ha causato 28 morti, secondo le autorità israeliane.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
DA GAZA AL LIBANO, FINO ALL’IRAN: LA STRATEGIA PER SALVARE LA POLTRONA
La mano appoggiata sul Muro del Pianto, indosso i colori d’Israele, lo Stato che ha promesso
di proteggere fino alla morte ma che gli serve per proteggere se stesso dai guai giudiziari interni e internazionali. Benjamin Netanyahu, di fronte alle pietre sacre della religione ebraica, giura che i suoi pensieri, le sue preghiere, sono tutti per la “salute del presidente degli Stati Uniti Donald Trump“. Perché se si crede alla provvidenza, l’elezione del tycoon ne è stata per lui la più fulgida dimostrazione: in calo di consensi, con le inchieste giudiziarie che non gli danno tregua, con l’onta del non essere riuscito a impedire il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e raggiunto anche da un mandato d’arresto internazionale, l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca ha rappresentato per il leader del Likud un’ancora di salvezza.
Gli ha tolto di dosso la pressione, seppur molto limitata, della precedente amministrazione, lo ha protetto dalla giustizia internazionale e dalle denunce delle Nazioni Unite e gli ha permesso di portare avanti indisturbato l’unica cosa che può mantenerlo al potere: la guerra.
Quella preghiera, quindi, sembra un atto di riconoscenza. Le guerre compattano i Paesi, leniscono le ferite della battaglia politica e calmano le opposizioni. Lo dice la storia, soprattutto
quella di Israele. E Benjamin Netanyahu è grande sostenitore di questa strategia.
In 16 anni di governo quasi ininterrotto, lo ha dimostrato: quando il consenso era in calo ecco che ogni pretesto, un missile o palloncini incendiari lanciati da Hamas su Israele, rivolte in Cisgiordania o singoli attentati, era buono per lanciare una nuova operazione nei Territori palestinesi e soprattutto nella Striscia di Gaza. Margine di Protezione, Spade di Ferro, Carri di Gedeone, tutte operazioni che hanno riportato i consensi in ascesa al prezzo di migliaia di vite umane. Senza contare i blitz in Cisgiordania e il sostegno alle colonie illegali.
Il lancio dell’operazione Margine di Protezione, ad esempio, fece schizzare i consensi del premier all’82%, salvo poi crollare di 50 punti alla firma del cessate il fuoco, quando in molti ritennero insufficienti i risultati raggiunti. Dopo il 7 ottobre è successo qualcosa di diverso: persone in piazza e commentatori chiedevano le dimissioni di Netanyahu e dei vertici dei servizi di intelligence. Lui, sull’orlo della crisi di governo, ha assecondato le richieste degli estremisti a sostegno del suo esecutivo lanciando una lunga campagna militare. C’è voluto del tempo, però, per vedere i primi risultati: l’entrata in guerra ha giustificato la sua permanenza al potere, pur non riuscendo ad arginare il calo di consensi con migliaia di persone che continuavano a scendere in piazza per chiedere di dare priorità alla liberazione degli ostaggi catturati nel corso dell’attacco del Movimento Islamico di Resistenza. La forza con la quale le Idf hanno travolto Gaza, la guerra a Hezbollah, l’invasione del Libano e le numerose uccisioni di esponenti anche di spicco de
gruppi nemici di Israele hanno contribuito a invertire il trend. A maggio 2024, Netanyahu era di nuovo il premier preferito dal Paese con il 36% dei consensi. Non succedeva da circa un anno.
Pochi mesi dopo, ad agosto, il premier passa di nuovo all’incasso. Le uccisioni pochi giorni prima del comandante delle Brigate Ezzedin al-Qassam, Mohammed Deif, e del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, riportano il Likud a essere primo partito nei sondaggi, cosa che non succedeva dal giorno dell’attacco di Hamas e nonostante fosse chiara la volontà dell’amministrazione Biden di preparare già il Paese al post-Netanyahu, appena si fosse presentata l’occasione. È stato il premier a far sì che quell’occasione non si presentasse mai, fino alle Presidenziali americane che hanno spazzato via il timore israeliano, non si sa quanto fondato, di una vittoria di Kamala Harris. Il 17 settembre 2024 Israele compie una delle operazioni d’intelligence più raffinate degli ultimi decenni: l’attacco ai membri di Hezbollah con esplosioni a distanza di cercapersone e altri apparecchi che mutilano centinaia di membri del Partito di Dio. Una mossa che vale a Netanyahu il 38% dei consensi nei sondaggi. Il 27 settembre verrà ucciso il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, mentre a metà ottobre toccherà al ricercato numero uno: Yahya Sinwar, la mente del 7 ottobre. Parallelamente, il Likud rimaneva ampiamente primo partito con Netanyahu candidato.
L’attacco all’Iran, tra le varie motivazioni che lo hanno mosso, ha anche questo obiettivo: mantenere un alto livello di tensione interno a Israele che permetta al primo ministro non solo di mantenere i consensi a un livello accettabile (il 75% degli
israeliani si è detto a favore dei raid sugli impianti di arricchimento e stoccaggio dell’uranio di Teheran), ma anche di legittimare la propria permanenza al potere nel bel mezzo di una (o più) guerre e, tra le altre cose, di soddisfare gli appetiti colonialisti e ultranazionalisti di alleati di governo come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. L’importanza dei partner è emersa limpidamente il 12 giugno, quando l’esecutivo ha ottenuto la fiducia alla Knesset per un solo voto, proprio sotto minaccia dei partiti ultrareligiosi.
Adesso, a proteggere Netanyahu è arrivato Trump che, a dispetto dell’immagine di uomo forte, sui conflitti israeliani ha dimostrato di essersi fatto coinvolgere almeno quanto il suo predecessore, nonostante sia tornato alla Casa Bianca con la promessa di portare la pace nel mondo. Le guerre in Ucraina e a Gaza, per ora, vanno avanti e lui stesso ha deciso di bombardare l’Iran rischiando di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto allargato. A tutto vantaggio di Netanyahu che ha bisogno della guerra per poter sopravvivere.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA DEMOCRAZIA, VECCHIA E SFINITA, HA SCELTO TRUMP COME ESECUTORE DELLA SUA DIPARTITA
Letti tutti assieme, le dichiarazioni e i messaggi di Donald Trump sono più terrificanti dei
suoi bombardieri. Non esiste logica leggibile, se non la vanteria come sola idea guida: io qui,
io là, io su, io giù. Il resto è totalmente sconnesso non solamente dalla realtà, ma perfino dal se stesso di pochi minuti prima-
Si va dal pacifismo immotivato al bellicismo forsennato, dalla minaccia ultimativa alla pacca affettuosa, si invoca Dio e si evoca la distruzione, si benedice e si maledice, si proclama la pace e si muove guerra, Paesi e Nazioni, spesso nominati alla rinfusa, come una comitiva di nomi non del tutto familiari, sono amici o nemici a seconda dell’ultima scrollata di cellulare.
Niente, nessun concetto, nessun sentimento, nessun giudizio lega le cose tra di loro, cerca di spiegarle e di ordinarle, nessun disegno, nessun obiettivo sortisce dalle parole di Trump: se non la venerazione inesausta di se stesso e l’idea delirante di un’America onnipotente e onnipresente, come un supereroe della Marvel: e tutto il resto è noia.
Un pazzo, si direbbe, non fosse che questa pazzia è l’espressione ultima (speriamo non esiziale) della democrazia e del favore popolare. Trump non come nemico della democrazia, ma come sua espressione finale: ci si pensa raramente ma forse ci si sbaglia. L’ipotesi è che la democrazia, vecchia e sfinita, lo abbia scelto come esecutore della sua eutanasia. E quello che verrà dopo sarà tutta un’altra storia.
(da repubblica.it)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DI FANPAGE AI SILENZI DEL GOVERNO SUL CASO PARAGON
“Rispondo solo alle questioni che ritengo veramente importanti”. Così Giorgia Meloni ha
liquidato in una battuta le domande di Matteo Renzi sul caso Paragon. Ma, probabilmente senza volerlo, ha detto quel che doveva, e che voleva dire sul tema.
Ha detto che tre, forse quattro giornalisti italiani spiati con un’arma in uso ai servizi segreti italiani – oltre a noi che scriviamo, anche Roberto D’Agostino di Dagospia – senza nessuna autorizzazione, non si sa bene da chi, non è una questione veramente importante.
Ha detto che l’ipotesi che quest’arma sia finita illegalmente a qualche centrale di spionaggio privata o sia stato usato dai servizi segreti di qualche Paese straniero contro cittadini italiani – ah, il sovranismo – non è una questione veramente importante.
Ha detto che l’eventualità che soggetti non meglio identificati abbiano avuto accesso alle fonti riservate, alle conversazioni, alle fotografie, ai documenti di giornalisti italiani, mettendo a rischio la privacy, tra gli altri, di deputati e senatori della repubblica non è una questione veramente importante.
Ha detto che cinque mesi e mezzo in cui il governo non riesce nemmeno a produrre uno straccio di versione credibile su come
siano andate le cose, per di più avendo un fornitore come Paragon Solutions che si offre pubblicamente per dare una mano a capire chi è stato, non è una questione veramente importante.
E va bene, forse rispetto a un mondo dilaniato dalle guerre e da tragedie umanitarie come quella di Gaza, per le quali Giorgia Meloni proprio non riesce a condannare il suo amico Bibi Netanyahu, la questione Paragon non è veramente importante.
Però, ecco: ben venga lo sprezzo con cui nemmeno ci ha risposto, dopo cinque mesi e mezzo di silenzio, intervallato solamente dalle battutine sprezzanti di suoi colleghi di partito come Giovanni Donzelli, o di governo, come Matteo Piantedosi.
Perché quello sprezzo dà l’esatta dimensione di quanto Giorgia Meloni e il suo governo hanno a cuore la libertà di stampa, la sicurezza dei dati dei suoi cittadini, la permeabilità della privacy di ciascuno di noi, il bisogno di verità e trasparenza di professionisti e cittadini violati nella scatola nera della loro intimità. In quattro lettere: zero. Forse anche meno.
E questa sì, ci perdoni la premier, è una questione veramente importante.
Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino
(fanpage.it)
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