Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA SPIEGAZIONE IN UNA STORIA SU INSTAGRAM
Sono bastate poche ore a Romina Power per dire chiaro e tondo come la pensa sull’invasione della Russia in Ucraina. E soprattutto del motivo per cui non ha affiancato Al Bano nell’esibizione a San Pietroburgo, che tante polemiche ha sollevato. In una storia su Instagram, l’artista ha preso le distanze dall’ex marito, criticando duramente la sua decisione di partecipare a un concerto in Russia proprio ora: «Mi dissocio
dalla canzone “Felicità” cantata in Russia – ha scritto – Non ho accettato di prendere parte a quel concerto e non mi sembra né il luogo né il momento di cantare “Felicità”!».
La storia pubblicata sul profilo Instagram di Romina Power
Il concerto di Al Bano a San Pietroburgo tra le polemiche
Dopo la decisione del cantante pugliese, criticata da molti, di cantare venerdì 20 giugno sul palco della piazza del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo non ha tardato il commento dell’ex moglie. Al Bano ha deciso di portare la propria musica, amatissima dal popolo russo, al concerto “Al ritmo dell’estate”, una manifestazione a cui hanno preso parte migliaia di persone. Sul palco, accanto a lui, il cantante avrebbe portato anche Iva Zanicchi, che aveva accettato giustificandosi con il grande affetto nutrito nei confronti dell’amico di lunga data. Dopo l’esibizione, durante la quale Al Bano ha cantato uno dei suoi brani più iconici di sempre, «Felicità», sul profilo Instagram della ex moglie Romina Power è comparsa una storia. «Non ho accettato di prendere parte a quel concerto e non mi sembra né il luogo né il momento di cantare Felicità!», ha scritto. Il messaggio, oltre alla severa critica rivolta all’ex compagno, fa sottintendere anche che lui l’avesse contattata chiedendole di partecipare.
Nel video dell’esibizione di Al Bano in piazza a San Pietroburgo venerdì scorso, si vede il pubblico russo cantare insieme a lui l’iconico brano «Felicità», segno del fatto che l’artista fa parte della rosa di cantanti italiani (altri, per esempio, sono Adriano Celentano e Mina) che il popolo dell’est conosce bene e che ammira da tempo. Dal canto suo, Al Bano ha sempre cavalcato l’onda del successo estero. E anche questa volta non ha resistito. Interpellato poi dal Tg1 a margine del concerto, ha criticato duramente i media italiani per il racconto a suo dire falso della situazione russa. «Tu accendi il televisore in Italia e sembra che qua bombe, cannoni da tutte le parti. A te risulta?», ha detto rivolgendosi all’inviata Caterina Doglio. La risposta della giornalista è arrivata subito: «No, ma non è qui la guerra». A seguito di questo repentino cambio di posizione, in molti si chiedono se ad addolcire le posizioni di Al Bano su Putin non sia stato proprio il cachet propostogli per partecipare alla manifestazione.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
CINQUE CONDANNE A MILANO NEI CONFRONTI DI ESPERTI INFORMATICI DI GRANDE AZIENDE: RUBAVANO LE IMMAGINI
Cinque esperti informatici di grandi aziende, tra cui alcuni installatori di telecamere di
domotica, hanno ricevuto pene dai 2 anni e mezzo ai 3 anni e mezzo in rito abbreviato. Il pubblico ministero di Milano Giovanni Tarzia li accusava di «associazione per delinquere» e «detenzione/diffusione abusiva di codici atti all’accesso a sistemi informatici (615 quater)».
A condannarli il giudice Cristian Mariani. Avevano organizzato
na delle tante piattaforme che videointercettano la vita privata delle persone. Hackerando le telecamere di sorveglianza installate nelle case private o in esercizi commerciali. E «deviandone» le immagini su server esterni. Rivendendo poi in chat in tutto il mondo le credenziali (nome utente e password) di accesso ai momenti più intimi di ignare vittime.
Il servizio
Il servizio si poteva utilizzare acquistando un abbonamento. Ed era pubblicizzato con annunci del tipo: «Benvenuto nel primo canale in Europa dedicato alle spycam. Un maxi archivio dedicato al mondo delle telecamere dove puoi trovare materiale unico: appartamenti, bagni, garage, spogliatoi di palestre e piscine, nightclub, camere di alberghi…». Il Corriere della Sera racconta che le parti lese, spesso non identificabili in quanto ignare di aver subito una violazione della privacy, hanno creato problemi all’accusa. Per esempio per il reato di «accesso abusivo a sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza» (615 ter). Che non è procedibile senza la querela della persona offfesa.
Il fenomeno
Ci sono circa 70 mila telecamere esposte su Internet solo in Italia. I programmi informatici catturano le credenziali di accesso, spesso sfruttando le falle sulle password o il fatto che vengano lasciate di default uguali a quelle delle case madri. Una volta preso il controllo delle immagini, queste vengono catalogate per tipo, luogo e appetibilità della scena. Poi vengono messe in vetrina per la vendita, tipicamente sul social russo Vkontakte che aveva una chat appositamente creata. I prezzi sono popolari: 50 password a 10 euro.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
IN 12 ANNI SONO DIMINUITI DI 115 UNITA’
Chiudono i Pronto soccorso in Italia. Nell’arco di 12 anni sono diminuiti di 115 unità, passando da 808 del 2011 a 693 del 2023. Contemporaneamente però diminuiscono anche gli accessi in pronto soccorso, con un tasso per mille abitanti che è passato da 363 a 311. E aumentano i medici specializzati.
È quanto emerge dallo studio dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari (Altems) dell’Università Cattolica di Roma. Secondo l’analisi di Altems basata su dati della Ragioneria Generale di Stato e dell’Annuario Statistico del Servizio sanitario nazionale, le chiusure di pronto soccorso hanno riguardato di più alcune regioni: in Lombardia sono passati da 84 a 76 in 12 anni, nel Lazio da 70 a 66, sono invece stabili in Campania a 68. Bisogna, però, dire che nel frattempo il numero di medici di Emergenza Urgenza è passato da 3.033 nel 2011 a 4.748 nel 2023.
Rispetto al totale dei medici della sanità pubblica, la loro percentuale varia tra lo 1% dell’Umbria al 7% di Abruzzo, Calabria e Toscana. Calano, nell’arco degli stessi 12 anni, gli accessi in pronto soccorso: il tasso per mille abitanti è passato da 363 nel 2011 a 311 nel 2023; mentre il numero di accessi (per 1.000 abitanti) al pronto soccorso per ogni specialista è passato da una media 18 del 2011 a 7 nel 2023 anche se alcune regioni stanno peggio (Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige).
“Il sistema dell’Emergenza Urgenza è sotto pressione. L’esperienza quotidiana – afferma Alessandro Riccardi, presidente della Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) – ci dice che c’è bisogno di soluzioni urgenti e strutturate, non solo di dati incoraggianti su carta. Perché, se è vero che esistono strutture con un elevato numero di specialisti, ce ne sono altre, magari vicino, in cui ce n’è un numero assolutamente insufficiente. I casi di abbandono del lavoro da parte degli specialisti sono sintomo del fatto che mancano condizioni lavorative adeguate”.
“Il problema – spiega Amerigo Cichetti, ordinario di Organizzazione Aziendale all’Università Cattolica – va cercato nell’organizzazione di ciò che viene prima e dopo il pronto soccorso. Manca un filtro sul territorio, ovvero arrivano in pronto soccorso pazienti che andrebbero curati altrove, e ci sono spesso pochi posti disponibili per i ricoveri in reparto”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA CONCEZIONE TEOCRATICA DEL QUATTRINO: TUTTO IL MONDO E’ IN VENDITA
Le proteste veneziane contro le nozze imperiali di Jeff Bezos, che per festeggiare con gli
amici ha noleggiato mezza città, saranno magari velleitarie, o ingenue, o troppo “no tutto” e quello che volete. Ma appena si sentono parlare i “sì Bezos”, per primo il presidente Zaia, le ragioni dei “no Bezos” riacquistano subito quota e spessore a fronte della modestia di quanto si sente ripetere a macchinetta da quanti aspettano il riccone “a braccia aperte”.
Le opinioni dei sì Bezos sono una sola: questo signore porta un sacco di soldi, e sui soldi non si sputa. Chi usa questo argomento è convinto che sia definitivo, una specie di arma finale che ammazza sul nascere la discussione. Se uno ha abbastanza soldi per comperarsi il mondo, perché non deve poterlo fare?
L’argomento, in realtà, è così angusto, così piccino da suscitare automaticamente una serie quasi infinita di repliche. Davvero il mondo è tutto in vendita? Venezia è ancora una città, compresi i cittadini, o un fondale cinematografico a disposizione di chi paga di più?
Esiste ancora un interesse pubblico, e se esiste che senso ha misurarlo solo come somma degli interessi privati? I soldi sono tutti uguali, tutti da onorare e applaudire, da quelli guadagnati lavorando a quelli che si moltiplicano da soli?
Come siamo arrivati a questa concezione teocratica del quattrino, indiscutibile come era Dio nel Medioevo?
E lo spirito critico è in vendita anche lui, oppure è ancora lecito appendere il cartello “not for sale” senza passare per i soliti rompicoglioni?
Infine: un calcolo attendibile della ricaduta positiva del passaggio di Bezos a Venezia qualcuno ha provato a farlo, o si dà per scontato che bastano gli spiccioli che cadono dalle tasche degli sposi e degli ospiti per fare felice il popolo in cerca di mance?
(da La Repubblica)
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Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
RICHARD NEPHEW, FUNZIONARIO AMERICANO CHE HA LAVORATO SULL’IRAN CON LE AMMINISTRAZIONI OBAMA E BIDEN, SOSTIENE CHE “DOPO L’INTERVENTO MILITARE AMERICANO, SAREBBE FOLLE DIRE CHE IL PROGRAMMA È STATO RITARDATO PIÙ DI QUALCHE MESE”
Nessuno sa dove siano finiti i 408 chili di uranio arricchito dall’Iran al 60 per cento. Gli Stati Uniti e Israele non hanno la capacità per riuscire a individuarlo a breve. L’intervento militare americano, con 14 bombe GBU-57 fatte cadere da B-2 su Fordow e Natanz, e gli oltre venti missili da crociera Tomahawk lanciati da un sottomarino di classe Ohio contro Isfahan, ha al più ritardato di qualche mese il programma atomico di Teheran.
E’ davvero un magro bilancio quello che fa, intervistato dal Financial Times, Richard Nephew, funzionario Usa che aveva lavorato sull’Iran con le amministrazioni Obama e Biden.
Dove si trovi l’uranio arricchito al 60 per cento dell’Iran, che veniva conservato in polvere in grandi cilindri a Fordow, Natanz e Isfahan, e che potrebbe essere arricchito weapon grade, al 90 per cento, in pochi giorni se Teheran decidesse di farlo, è la questione ora urgente, per gli analisti americani e israeliani, per capire se il programma nucleare di Teheran è stato polverizzato o solo ritardato, e nel caso di quanto, magari con impianti ora distribuiti in siti più piccoli e ancora segreti dove magari erano state sistemate in precedenza centrifughe.
“Tutto si riduce al materiale e a dove si trova”, afferma Nephew. “Sulla base di quello che abbiamo potuto capire fino a ora, non lo sappiamo. Non abbiamo alcun elemento reale per sostenere che abbiamo le capacità per poterlo trovare presto. Sarebbe folle dire che il programma è stato ritardato più di qualche mese”, commenta.
Il consigliere di alto grado di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha affermato che le capacità nucleari sono rimaste intatte. “Anche se i siti nucleari sono stati distrutti, i giochi non sono fatti. I materiali arricchiti, le conoscente che abbiamo sviluppato e la volontà politica rimangono intatti”.
A fronte di questi commenti tuttavia un altro analista di Iran considerano che sarebbe stato “molto ingenuo da parte del regime averlo mantenuto in questi siti. L’uranio ora è indenne”.
“Hanno abbastanza uranio arricchito da qualche parte e hanno portato alcune centrifughe avanzate da qualche altra parte per poter ottenere prima o poi una testata nucleare. Il programma non è stato completamente distrutto, checché ne dica Trump”, spiega l’ex analista di Iran del Mossad Sima Shine.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2025 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO CHOC NEGLI STATI UNITI: UN AMERICANO SU TRE SI SVEGLIA GIÀ ESAUSTO, E A MEZZOGIORNO È COMPLETAMENTE SENZA ENERGIE – TRA LE CAUSE PRINCIPALI CI SONO LA CARENZA DI SONNO (42%), MA ANCHE LE FACCENDE DOMESTICHE (28%)
Un americano su tre si sveglia già esausto e la sua produttività lavorativa potrebbe pagarne
il prezzo. Alle 11:54 la persona media è già completamente senza energie
Un nuovo sondaggio di Talker Research condotto su 2.000 americani rivela cosa ci ruba l’energia durante la giornata e i risultati mostrano che non è solo il lavoro a lasciarci esausti. Le interazioni sociali, le faccende domestiche e persino il tempo sono i principali responsabili della nostra crisi energetica quotidiana.
La ricerca, commissionata da Zipfizz, ha rilevato che un […] terzo degli americani incolpa il proprio lavoro di averli lasciati svuotati. Ma la stanchezza sul posto di lavoro racconta solo una parte della storia.
I più grandi vampiri di energia
Essere interrotti o vedersi “parlare sopra” sono in cima alla lista delle perdite di energia sociale, secondo il 15% degli intervistati. Le chiacchiere imbarazzanti seguono con l’11%, mentre le interazioni con il servizio clienti (9%) e le conversazioni con gli sconosciuti (9%) completano la classifica delle situazioni sociali più dispendiose dal punto di vista energetico.
Tra le altre situazioni che scaricano la batteria ci sono i consigli non richiesti (8%), i pettegolezzi in ufficio (6%) e le videochiamate di gruppo (4%). Anche le interazioni apparentemente minori sul posto di lavoro prosciugano le persone: i colleghi che vi mostrano qualcosa sul loro telefono (3%) o le conversazioni troppo personali con i colleghi (4%).
Per quanto riguarda l’energia fisica, la mancanza di sonno di qualità domina con il 42% delle risposte. Il ciclo infinito di lavori domestici e faccende si colloca al secondo posto con il 28%, seguito dalle preoccupazioni finanziarie (26%), dal maltempo (20%) e dalle interazioni sociali noiose (19%).
Come le persone reagiscono
Quando il crollo energetico di metà giornata colpisce, gli americani ricorrono a rimedi familiari. Un quarto (25%) ricorre alla caffeina, mentre il 15% alza il volume della musica e il 14% cerca di fare un pisolino. Il 13% ricorre all’esercizio fisico o al movimento mentale per aumentare l’energia e l’8% esce all’aria aperta.
Nonostante la convinzione diffusa che mantenersi idratati sia importante per i livelli di energia – il 56% delle persone pensa che sia importante – l’americano medio beve solo 5,3 bicchieri d’acqua al giorno. Si tratta di una quantità ben inferiore agli otto-nove bicchieri raccomandati.
I fine settimana non risolvono il problema
Anche quando arriva il fine settimana, per molti americani non arriva il sollievo. Quasi la metà (48%) si sente ancora distrutta nei giorni di riposo.
Più di un quarto (28%) ritiene che piccoli cambiamenti di abitudini, come bere più acqua, potrebbero avere un impatto significativo sul livello di energia che si prova durante la settimana.
Alla domanda su cosa farebbero con un’ora in più di energia quotidiana, gli americani hanno rivelato cosa manca loro di più: semplicemente rilassarsi (15%), essere fisicamente attivi (14%) e dormire di più (13%).
“Questo sondaggio mostra quanto velocemente le nostre energie possano essere messe a dura prova, anche prima dell’ora di pranzo”,
ha dichiarato Marcela Kanalos, portavoce di Zipfizz. “Dalle faccende domestiche al tempo, sono le piccole e costanti perdite che si sommano. Sapere come riprendersi da questo calo può fare la differenza”.
La soluzione, secondo Kanalos, non è solo quella di insistere. “Quando le persone sono a corto di energia prima di mezzogiorno e il fine settimana non offre il recupero sperato, è segno che le soluzioni rapide non sono sufficienti”, ha aggiunto
“La vera energia deriva da scelte piccole e costanti, come dormire meglio, idratarsi e avere tempi di inattività significativi, che si sommano nel tempo. Non dobbiamo limitarci ad affrontare la giornata, ma dobbiamo imparare a ricaricarci in modi che durino davvero”.
(da /studyfinds.org)
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Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SONO 15 ANNI CHE IL GIORNALISTA E’ DIRETTORE DEL TG DI LA7: SEMPLICE BILANCIO O ADDIO?
Un criptico post su Instagram di Enrico Mentana agita il pubblico che lo segue da anni. “Il 2 luglio saranno 15 anni da quando presi la guida del tg di La7. Un grande viaggio anche per me che avevo vissuto i primi 12 anni del Tg5 e da redattore ne avevo trascorsi 9 al Tg1. Tutti intensissimi ed esaltanti. Tutti affrontati come fosse ‘per sempre’, senza mai pensare a un altrove, a cosa fare dopo – scrive il direttore su Instagram – Ma il più grande insegnamento è un altro: devi capire tu quando è il momento di staccare, senza che siano gli altri, o il pubblico, a dirtelo”.
Semplice bilancio legato all’anniversario del suo ingresso da direttore al tg di La 7 o addio per il giornalista che nel gennaio scorso ha compiuto 70 anni? Intanto i telespettatori del suo tg commentano allarmati con grande confidenza: “Chicco qua va tutto una merda, non puoi abbandonarci alla vigilia della terza guerra mondiale” scrive uno di loro
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO IL TRIBUNALE DI MILANO, OLTRE A ZUBAREV, DIETRO L’ESFILTRAZIONE DAI DOMICILIARI DI USS C’E’ ANCHE DMITRY CHIRAKADZE, CONDANNATO A 3 ANNI 2 MESI … PER I GIUDICI, GLI UOMINI CHE HANNO FATTO FUGGIRE IL RUSSO NON ERANO “UN’ARMATA BRANCALEONE, MA UN ERA UN COMMANDO COORDINATO
Dietro la fuga di Artem Uss dall’Italia non c’è stata alcuna “compagnia” di “scalzacani” ma “è
verosimile che abbia svolto un ruolo chiave” anche “Victor Zubarev, politico di spicco, componente della Duma della Federazione russa, noto alle cronache internazionali per aver contribuito a sottoscrivere un patto tra il partito del presidente Putin e il partito politico della Lega Nord nell’anno 2017”.
Così la giudice del Tribunale di Milano, Ombretta Malatesta, nelle motivazioni della condanna a 3 anni e 2 mesi di reclusione per Dmitry Chirakadze, l’oligarca russo ritenuto la ‘mente’ organizzatrice di secondo livello dietro l’evasione di Artem Uss il 22 marzo 2023 mentre era recluso ai domiciliari a Basiglio, nel Milanese, in attesa di estradizione verso gli Stati Uniti.
Zubarev, morto lo stesso anno della fuga, è originario del Krasnoyarsk, la stessa regione di cui all’epoca era governatore il padre di Uss, Alexander. Proprio su questa figura e i suoi rapporti con Chirakadze, cittadino svizzero di un’aristocratica famiglia russa, si concentra la sentenza per procurata evasione (è stata esclusa l’aggravante della transnazionalità) nel processo in cui l’accusa è stata sostenuta dal pm Giovanni Tarzia.
Fra il padre di Uss e Chirakadze è emerso un “rapporto di ‘sovraordinazione'” in cui il primo esercita “condizionamento nella vita” e negli “affari” del 54enne, che inizia a interessarsi all’arresto di Artem Uss già il 17 ottobre 2022 (giorno in cui è stato fermato a Malpensa), andando a trovare i suoi avvocati milanesi il 18 ottobre.
È lo stesso imputato che definisce Alexander Uss come un “grande capo”. Di certo – per la giudice – al contrario di quanto hanno cercato di sostenere le “difese”, “l’operazione di esfiltrazione” non è stata una “miracolosa impresa” da parte di un gruppo di “improvvisati soggetti” provenienti dai Balcani
(serbi e sloveni).
Nessuna armata “Brancaleone” ma un “commando coordinato” che ha portato a termine una “operazione delicatissima”. A dispetto degli “imprevisti” sono stati in grado di trasportare “dall’Italia alla Serbia” un “ricercato internazionale” superando “con successo svariati valichi di frontiera”. Chirakadze è stato “l’emissario” della famiglia Uss in Italia, l’uomo su cui riporre la “massima fiducia”, di fatto gli “occhi” e la “bocca” del padre dell’operazione.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile
245 MILIARDI DI DOLLARI IN ORO TRA GERMANIA E ITALIA SONO CUSTODITI NEGLI STATI UNITI
Lingotti d’oro per un valore complessivo di 245 miliardi di dollari potrebbero presto essere trasferiti da New York a Berlino e Roma. Secondo il Financial Times, Germania e Italia starebbero valutando di prelevare il loro oro, conservato dalla Federal Reserve americana, per riportarlo sotto il loro diretto controllo.
Il timore sempre più diffuso, infatti, è che le scintille causate dallo scontro periodico tra il presidente americano Donald Trump e la banca centrale statunitense possano causare un incendio. E che, con un colpo di mano, il tycoon possa guadagnare una sempre maggiore influenza sulle politiche della Fed. Andando a limitare la capacità di accedere ai lingotti in caso di crisi.
Stati Uniti, Germania e Italia: i tre fulcri del triangolo dorato, essendo i Paesi che hanno a loro disposizione la maggiore riserva aurea al mondo. Secondo i dati del World Gold Council, Berlino segue a distanza Washington con 3.352 tonnellate mentre Roma occupa l’ultimo gradino del podio con 2.452 tonnellate. Le due capitali europee, però, hanno affidato una buona fetta delle loro riserve proprio a New York. Rispettivamente il 37% dell’oro tedesco e il 43% di quello italiano, per un valore complessivo di 245 miliardi.
Una ricchezza che non è mai stata in discussione, perché sotto il diretto controllo della banca più potente e influente al mondo, ma che adesso rischia di traballare. Soprattutto di fronte alle minacce di Trump nei confronti della decisione della Fed di non abbassare i tassi: «Forzerò qualcosa».
Si tratta di una semplice eredità storica, in particolare di quegli accordi di Bretton Woods che nel 1944 avevano inchiodato i cambi delle valute di tutto il mondo al valore del dollaro, a sua volta fissato al valore dell’oro. In quegli anni, insomma, avere i lingotti negli Stati Uniti era una sicurezza.
E il collasso degli accordi nel 1971, con l’uscita degli Usa ordinata dall’allora presidente Richard Nixon, non ha intaccato la decisione di Germania e Italia. Parigi, al contrario, aveva anticipato la decisione di Washington ritirando tutti i suoi lingotti per paura dell’implosione del sistema monetario internazionale.
Nel 2013, in realtà, la Bundesbank tedesca aveva deciso di depositare metà delle sue riserve a Berlino, trasferendo 674 tonnellate di lingotti da Parigi e New York a Francoforte. Una mossa per salvaguardare una parte delle proprie riserve,
Il rischio, si mormora nel Bundestag, è che «Trump possa manomettere l’indipendenza della Fed, limitando il controllo dell’oro da parte delle banche centrali europee».
Anche perché, in caso di crisi, «quello che conta davvero è il controllo fisico delle riserve».
È lo stesso Financial Times a ricordare come uno dei cavalli di battaglia della premier Giorgia Meloni, prima della vittoria elettorale, fosse proprio il rimpatrio della riserva. Ora, invece, dal suo partito filtra una linea opposta: «La posizione geografica dell’oro ha solo un’importanza relativa», ha detto Fabio Rampelli di FdI. «È in custodia di uno storico amico e alleato».
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