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GARLASCO, L’AUDIO DELL’EX MARESCIALLO: “IL TESTIMONE MASCHIDDA MINACCIATO PER FARLO STARE ZITTO”, AVEVA ACCUSATO STEFANIA CAPPA

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’OPERAIO RACCONTO’ DI AVERE VISTO UNA DELLE DUE GEMELLE CAPPA ALLONTANARSI DALLA CASA DEL DELITTO QUELLA MATTINA, POI STRANAMENTO RITRATTO’

Un audio registrato il 17 luglio 2022 potrebbe mescolare ancora una volta le carte in tavola sul delitto di Chiara Poggi, la giovane uccisa nella sua casa di Garlasco il 13 agosto 2007. Per quell’omicidio, Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva, mentre Andrea Sempio risulta attualmente indagato per omicidio volontario. Al centro della registrazione ci sarebbe una conversazione tra l’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto e Alfredo Sportiello, responsabile dell’ASM di Vigevano, società che all’epoca gestiva i compiti dell’operaio Marco Muschitta. Quest’ultimo è stato uno dei testimoni più discussi dell’inchiesta dell’epoca: dopo una prima deposizione dettagliata, ritrattò completamente quanto dichiarato definendosi «uno stupido» e ammettendo di essersi «inventato tutto». Un dietrofront che ha segnato in maniera definitiva la sua credibilità agli occhi della giustizia. Tuttavia, il nuovo audio – pubblicato in esclusiva da Il Tempo – solleva nuovi interrogatori.
La registrazione
Nella registrazione, Sportiello esprime forti dubbi sulla genuinità della ritrattazione di Muschitta. «È un quaquaraquà, non è un uomo…sicuramente l’hanno minacciato…per via di quelle due ragazze lì, è sicuro…poi magari gli hanno dato anche dei soldi per stare zitto», avrebbe detto a Marchetto. L’ex maresciallo, da parte sua, avrebbe replicato: «Eh ma chissà che minacce gli hanno fatto però?». Il contenuto mette, dunque, in discussione la narrativa consolidata dagli inquirenti, facendo riemergere il mistero intorno alla prima testimonianza di Muschitta, rilasciata il 27 settembre 2007.
La testimonianza poi ritrattata
In quell’occasione, l’operaio raccontò ai carabinieri di aver visto, la mattina del delitto, una giovane donna in bicicletta allontanarsi dalla villetta di via Pascoli con in mano un oggetto simile a un attizzatoio del camino. Un racconto che lo portò a puntare il dito contro Stefania Cappa, la cugina di Chiara Poggi. Il verbale di quella deposizione venne interrotto due volte – scrive il giornale -, senza una spiegazione annotata. Pochi giorni dopo, Muschitta cambiò completamente versione. Successivamente fu processato per calunnia, ma venne prosciolto. Nel 2011 scrisse una lettera di «scuse» alla gemella Cappa e alla famiglia, in cui confessava il «profondo disagio» che ancora provava per aver tirato in ballo la ragazza e la sua famiglia. Proprio per quelle stesse dichiarazioni rese da Muschitta nel 2007, due giornalisti de Le Iene sono stati condannati per diffamazione aggravata nei confronti di Cappa a inizio giugno di quest’anno. Secondo la procura, nel corso di uno speciale televisivo di oltre due ore e mezza, il programma di Mediaset avrebbe dato eccessivo risalto al racconto dell’operaio, ignorando deliberatamente le numerose sentenze che lo avevano giudicato del tutto inattendibile.
Le altre intercettazioni
Ma a rendere ancora più complessa la vicenda, ci sono le intercettazioni tra Muschitta e suo padre, registrate poco dopo la testimonianza. Il genitore, secondo quanto riportato dal quotidiano, avrebbe cercato di confortare il figlio dicendo: «Per proteggerti, loro ti hanno fatto fare quella roba lì. Per me hai fatto bene a fare quello che hai fatto. Non ti devi pentire. Tu hai detto quello che sapevi…». Alla domanda se avesse detto la verità, Muschitta avrebbe risposto: «Certo, io ho detto quello che ho visto». Nonostante il loro contenuto potenzialmente rilevante, queste intercettazioni vennero archiviate come irrilevanti.
Le certezze di Sportiello
Sempre nell’audio del 2022, Sportiello sembra ancora convinto che Muschitta avesse detto la verità nella sua prima versione. Quando Marchetto gli chiede se l’operaio si fosse inventato tutto, lui replica deciso: «No, ma va… quello che ha visto ha visto. Lui quella mattina lì alle 9-9.30 ha visto… lui non se l’è inventata, ma figurati». E ribadisce: «Ha visto questa ragazza in giro con la bicicletta da donna. L’ha vista. Lui non se l’è inventata eh. Come l’ha raccontata a me, io davanti alla direttrice gliel’ho raccontata a lei, la stessa identica cosa».
(da Open)

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ARRESTATI TRE POLIZIOTTI A ROMA: LA FINTA PERQUISIZIONE IN UNA CASA, IL COMPLICE ALBANESE E LA CASSAFORTE SVUOTATA

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

ALTRI DUE POLIZIOTTI FERMATU PERCHE’ PARTE DI UN GIRO DI SPACCIO… CHE STA SUCCEDENDO ALLE FORZE DELL’ORDINE?

Sono entrati nell’abitazione mostrando il distintivo autentico della Polizia di Stato e, con il pretesto della perquisizione, hanno svaligiato la cassaforte di quasi 36mila euro. Tre agenti del commissariato Salario Parioli, a Roma, sono finiti ai domiciliari insieme a un quarto complice, un cittadino albanese. Il questore di Roma, Roberto Massucci, ha sospeso i tre in via cautelare. Una misura che ha raggiunto anche altri due poliziotti, appartenenti a un altro commissariato capitolino e coinvolti nelle indagini sulla rapina e su un presunto giro di spaccio di stupefacenti. Agli agenti, definiti dal procuratore Francesco Lo Voi «elementi malsani delle forze dell’ordine», è contestata anche la perquisizione illegittima dell’abitazione oltre alla rapina.
La finta perquisizione e la cassaforte chiusa
I fatti, secondo quanto si legge nel comunicato stampa della procura di Roma, risalirebbero allo scorso 27 marzo. I tre agenti si sarebbero introdotti in un appartamento di via Carmelo Maestrini, nella zona dMostacciano, mostrando i distintivi con il pretesto di compiere una perquisizione domiciliare. Dopo aver ordinato ai due proprietari di casa di non muoversi dal soggiorno, gli agenti avrebbero aperto la cassaforte nella camera da letto prendendo 35.900 euro. Sarebbero poi usciti dall’abitazione portandosi dietro le chiavi della cassaforte stessa, dopo averla richiusa.
I due agenti arrestati per droga, pagavano gli informatori in hashish
In un’altra indagine su presunti giri di droga nella Capitale, tra i sedici arresti ci sarebbero anche altri due agenti, mentre cinque altri sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati. Entrambi parte del commissariato San Lorenzo, i due avrebbero omesso di sequestrare chili di hashish durante le perquisizioni e avrebbero evitato di arrestare uno dei principali componenti della banda. Non solo. Avrebbero ceduto 60 chili di stupefacenti sequestrati a un componente della banda come pagamento perché aveva dato loro informazioni utili per arrestare un altro trafficante.
(da agenzie)

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HORMUZ: L’IRAN, LA RISPOSTA AGLI USA E IL BLOCCO DELLO STRETTO SU CUI TRANSITA IL 20% DEL PETROLIO MONDIALE

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA CHIUSURA PORTEREBBE A UN AUMENTO DI 5-6 DOLLARI AL BARILE… I RISCHI PER L’ECONOMIA CINESE E PER QUELLA EUROPEA

Sarà lo stretto di Hormuz la risposta dell’Iran all’attacco Usa? Attraverso lo stretto transita il 20% del petrolio mondiale. Teheran produce circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno: è il nono produttore mondiale. E di questo ne esporta poco meno della metà (1,5 milioni). L’Iran ha promesso di difendersi il giorno dopo che gli Stati Uniti hanno sganciato bombe bunker-buster da 30.000 libbre sulla montagna sopra il sito nucleare iraniano di Fordow. L’emittente iraniana Press TV ha affermato che la chiusura dello stretto richiede l’approvazione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, organismo guidato da un membro nominato dalla Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei.
Il prezzo del petrolio
Chiudere lo stretto può far schizzare alle stelle i prezzi globali del petrolio, far deragliare l’economia mondiale e provocare un conflitto con la Quinta Flotta della Marina statunitense, di base nel Golfo incaricata di mantenerlo aperto. Gli analisti di mercato hanno affermato che il greggio dovrebbe aumentare di 3-5 dollari al barile alla ripresa delle contrattazioni. Gli esperti di sicurezza hanno a lungo avvertito che un Iran indebolito potrebbe anche trovare altri modi non convenzionali per contrattaccare, come attentati o attacchi informatici.
La Cina
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato la Cina a sollecitare l’Iran a non chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi di Washington contro i siti nucleari di Teheran. «Incoraggio il governo cinese a contattarli in merito, perché dipendono fortemente dallo Stretto di Hormuz per il loro petrolio», ha detto Rubio, che è anche consigliere per la Sicurezza nazionale, parlando a Fox News dopo che il Parlamento iraniano ha approvato il blocco strategico dello Stretto attraverso cui transita oltre il 20% di petrolio e gas mondiale demandando la decisione finale al Consiglio supremo di sicurezza nazionale.
Una immagine cartografica dello Stretto di Hormuz tratta da Google Maps. Lo stretto divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran, e mette in comunicazione il Golfo di Oman a sud-est, con il Golfo Persico ad ovest.
Il precedente
Il Global Times, il tabloid del Quotidiano del Popolo, ha già reagito criticando duramente in un editoriale l’intervento americano del fine settimana pro Israele. E osservando che «ciò che le bombe Usa hanno colpito è il fondamento dell’ordine di sicurezza internazionale. Attaccando gli impianti nucleari sotto la tutela dell’Aiea, Washington ha creato un pericoloso precedente». E ha detto che una volta che lo stretto «sarà bloccato dalla guerra, i prezzi internazionali del petrolio sono destinati a fluttuare drasticamente,
mentre la sicurezza del trasporto marittimo globale e la stabilità economica dovranno affrontare serie sfide».
La palla nel campo di Teheran
Secondo Reuters adesso la palla è nel campo di Teheran. Che non ha ancora colpito nessun sito statunitense. Il petrolio è in rialzo di quasi il 2%, ma ben lontano dai picchi iniziali di cinque mesi, poiché gli analisti notano che l’OPEC ha un’ampia offerta extra da aggiungere se lo desidera. I future sulle azioni di Wall Street sono in calo dello 0,3%, dopo aver iniziato con perdite dell’1%, mentre i future europei sono in calo di circa lo 0,4%.
Il dollaro è leggermente più forte rispetto all’euro e allo yen, riflettendo la dipendenza dell’Ue e del Giappone dalle importazioni di petrolio e GNL e lo status degli Stati Uniti come esportatore netto. I rendimenti dei titoli del Tesoro sono leggermente in rialzo, quindi non ci sono molte offerte di titoli rifugio. Mentre i future sui fondi federali sono in calo, probabilmente a causa del rischio che un aumento sostenuto dei costi energetici possa aumentare la pressione inflazionistica proprio mentre i dazi si fanno sentire sui prezzi.
I prezzi al top
Ma i prezzi del petrolio sono balzati aggiungendo il livello più alto da gennaio. Hanno segnato prima un rialzo del 4% poi hanno ripiegato. Sui circuiti asiatici il Brent ora passa di mano a 77,90 dollari al barile in progresso dell’1,16%. I future sul WTI avanzano dell’1,18% a 74,71 dollari. Secondo Goldman Sachs, il Brent potrebbe raggiungere un picco di 110 dollari al barile se il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz venisse dimezzato per un mese, per poi rimanere in calo del 10% nei 11 mesi successivi. La banca d’affari continua a non prevedere interruzioni significative dell’approvvigionamento di petrolio e gas naturale. Dall’inizio del conflitto tra Iran e Israele, il Brent è aumentato del 13% mentre il
WTI ha guadagnato circa il 10%.
(da agenzie)

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SE ORA AI SOVRANISTI RESTA L’IMBARAZZO

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA PIETRA TOMBALE DEL SOVRANISMO REALIZZATO DEITRO IL SILENZIO DEI TRUMPIANI D’ITALIA

Lo straordinario silenzio dei trumpiani d’Italia e d’Europa dopo la notte dei missili americani sull’Iran rivela qualcosa di più di un imbarazzo: il presentimento che l’iniziativa del presidente Usa possa rivelarsi la pietra tombale del sovranismo realizzato. Il solo a parlare e applaudire è l’argentino Javier Milei, che ha postato sui social una foto di Benjamin Netanyahu e Donald Trump corredata dalla frase: «Dopo tanto, è bello vedere il nostro Paese dalla parte giusta della storia». Caso isolato, e si capisce: a molte migliaia di miglia dalla scena del conflitto, senza basi militari che possono essere chiamate in causa, è facile recitare la parte del “groupie”.
In Europa la percezione è ben diversa. E in Italia il gelo è particolarmente evidente perché l’intera narrazione del centrodestra era fondata sul fatto che le minacce di Trump – invasione della Groenlandia, annessione del Canada, dazi, e infine azioni armate contro Teheran – fossero poco più di metodi di contrattazione, parole esagerate per spaventare competitori e avversari e sottometterli al gioco americano.
Non era vero. E ora il Viminale deve far suonare le sirene dell’allerta su 29 mila siti civili e militari, ambasciate, Vaticano, basiliche, ma anche singoli eventi che prevedono la partecipazione di personalità esposte. Ora il ministro della Difesa Guido Crosetto deve avvertire: si apre una crisi molto più ampia, è ragionevole attendersi azioni ritorsive dell’Iran «che potrebbero non limitarsi al teatro regionale».
Trump non è più il maestro dell’Art of Deal e nemmeno il Taco, quello che alla fine si tira sempre indietro. Trump non è più l’uomo che farà finire le guerre, il capo Maga in corsa per il Nobel della Pace, il leader che prometteva alla Cnn di chiudere ogni conflitto «in
ventiquattr’ore», addirittura prima di insediarsi alla Casa Bianca. Trump è quello che scommette su se stesso mettendo in gioco gli interessi di tutti, i commerci mondiali nello Stretto di Hormuz, una nuova vampata terroristica, e poi chissà che altro. Ma soprattutto: il trumpismo non prevede pontieri, anzi li irride. L’attacco ai siti nucleari iraniani è scattato mentre tutta Europa, Italia compresa, cercava di approfittare delle due settimane di riflessione promesse dalla Casa Bianca per riaprire il dialogo con Teheran e convincerla a passi avanti significativi.
Il silenzio dei trumpiani d’Italia segnala un assoluto sconcerto. Non era così che doveva andare. L’America Great Again avrebbe dovuto essere mentore di una stagione di prosperità oltre i disastri della globalizzazione e si sarebbe dovuto guardare all’esempio Usa dicendo: ecco come si fa. Finora sono state raccolte solo delusioni, e già da tempo sui social dei leader sono spariti i cappellini Maga e le cravatte rosse che segnalavano l’adesione incondizionata al modello.
Risale a maggio l’ultimo post di Matteo Salvini con la parola “Trump”, poi pure lui ha scelto il disimpegno. Preferisce il silenzio anche il suo generalissimo Roberto Vannacci, quello che salutò l’insediamento trumpiano come «l’inizio di un nuovo tempo all’insegna della sicurezza e della pace». Certo, resiste la speranza che l’azzardo della Casa Bianca risulti vincente e obblighi Teheran alla resa. Ma nessuno osa neppure dirlo, vista la sconfessione di ogni precedente aspettativa e previsione.
Il paradosso è evidente. Per quindici anni gli establishment europei si sono opposti alle insorgenze sovraniste sul filo dei ragionamenti e delle invettive, persino della criminalizzazione degli elettorati. Ora potrebbero averla vinta, come accadde in passato per altri grandi utopie di massa, davanti al caotico spettacolo generato dalla realizzazione di quel sogno e dalle nuove paure che suscita col suo imprevedibile andamento.
(da La Stampa)

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IL DANNO AMERICANO

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

E’ CROLLATA LA RESIDUA CREDIBILITA’ DEGLI STATI UNITI NEL MONDO

Con l’attacco all’Iran Donald Trump avrà forse inflitto gravi danni ai siti atomici persiani ma ha certamente danneggiato la residua credibilità degli Stati Uniti nel mondo. Insieme, ha innescato una crisi nella sua opinione pubblica, da cui è stato votato perché si occupasse del suo paese invece di dedicarsi ad abbattere mostri lontani. E ha palesato le faglie nella sua stessa amministrazione e negli apparati dello Stato, non proprio unanimi nel plaudire alla sua scelta e nel valutarne le conseguenze. Infine, ciò che lui stesso spaccia in privato come “poker strategico”, ovvero l’alone di permanente incertezza creato intorno alle sue intenzioni e che pare molto divertirlo, si sta rovesciando contro il suo brillante ideatore e il paese che deve governare.
Il bluff vale se raro.
Amici e nemici hanno preso nota che il presidente degli Stati Uniti può decretare due settimane di riflessione sul da farsi, riaprire a un
negoziato con l’Iran, salvo lanciare due giorni dopo portentosi missili sul bersaglio grosso, con esiti che il suo stesso Stato maggiore non è in grado di stabilire. Chi volesse stipulare un qualsiasi accordo con questa amministrazione sa che un momento dopo la firma quell’inchiostro potrebbe svelarsi simpatico.
L’impressione diffusa è che Trump sia stato agilmente usato da Netanyahu. Il gregario guida il capo? Quale autorevolezza può esibire il numero uno mondiale se si fa dirigere da una potenza regionale? O anche se solo dà l’impressione di esserlo? Della Cina, che per questa America è ossessione strategica, a Israele interessa poco. Resta da capire perché l’Iran sia considerato a Washington degno di dirottare risorse e attenzione dalla sfida con Pechino.
Certo, l’intimità della relazione israelo-americana è senza pari. Di qui a stabilire che siano lo stesso Stato, la stessa cosa, con i medesimi interessi, moltissimo ne corre. Né in passato sono mancati gli scontri non solo diplomatici fra Washington e Gerusalemme — indimenticato l’attacco israeliano alla USS Liberty l’8 giugno 1967, che provocò 34 vittime. Preistoria per il pubblico, non per apparati dalla memoria elefantina.
Oggi Bibi pare prendere l’amico americano per mano, a indicargli il cammino da percorrere insieme. Nel legittimo interesse del suo paese. Ma qual è l’interesse degli Stati Uniti a invischiarsi nell’ennesima partita mediorientale, quasi le lezioni di Afghanistan e Iraq non fossero sufficienti? Peraltro, contro un avversario di ben altra dimensione.
Teheran è chiamata a scegliere fra due opzioni. La prima è rilanciare con tutte le risorse che restano. In vista di una lunga guerra di logoramento, contando sull’indisponibilità americana a impantanarsi
nella regione e sull’impossibilità per Israele di combattere a tempo indeterminato sui fronti che ha deciso di aprire. Scelta molto rischiosa, non impossibile. La seconda è limitare la rappresaglia per riaprire al negoziato, sia pure da basi sicuramente più fragili. Logica. Troppo logica? Ma è su questo esito che Trump scommette.
E se invece il regime crollasse? Possibile, anche se l’offensiva israelo-americana sembra rinsaldare l’unità nazionale. Riflesso patriottico. Ma soprattutto, chi potrebbe installarsi sul trono che fu dello scià? E che legittimità avrebbe se la sua ascesa derivasse dalla vittoria di chi ha aggredito il suo paese?
Mentre ci interroghiamo sul famoso regime change che tanti danni addusse agli americani e ad altri occidentali — tra cui noi — in precedenti tentativi di imporlo, dobbiamo prendere atto che il cambio di regime sta finora investendo chi vorrebbe promuoverlo
altrove. Lo sconvolgimento che sta minando i regimi di Stati Uniti e Israele è sotto i nostri occhi. Con tutto il rispetto per i persiani, queste derive ci riguardano molto più da vicino.
O dovrebbero riguardarci, se non fossimo affogati nel nostro provincialismo, coraggiosamente denunciato dal ministro Crosetto nel recente discorso di Padova, raro caso di adesione al principio di realtà oggi sommerso dalle propagande. Prima usciremo dall’illusione di essere immuni dalla rivoluzione mondiale in corso, meglio sarà per noi e i nostri discendenti. Se non è già troppo tardi.
(da La Repubblica)

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L’ITALIA NON È PRONTA ALLA GUERRA DEL DOMANI: SIAMO ANCORA ALLE GUERRE PUNICHE LE FORZE ITALIANE SONO ANCORA TROPPO DEBOLI E PICCOLE

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’ESERCITO HA UN DISPERATO BISOGNO DI CARRI ARMATI, ARTIGLIERIE PESANTI, RAZZI E DRONI. LA FLOTTA DELLA MARINA MILITARE È AL PASSO CON I TEMPI, MA MANCA IL PERSONALE

La questione degli ausiliari, rilanciata nei giorni scorsi dalla Lega, che dovrebbero essere dieci mila ex militari, inseriti in un elenco di richiamabili in caso di emergenze nazionali o di guerra, non nasce a caso. È uno dei capitoli previsti dal grande rafforzamento delle forze armate a cui si lavora da un paio di anni. Ne parlava espressamente il Capo di stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, qualche settimana fa in Parlamento: «Si stanno conducendo approfondimenti sull’istituto della riserva».
Le forze armate si sono scoperte deboli e piccole nel nuovo tempo di sangue e guerre in cui siamo precipitati e hanno bisogno di armamenti, tecnologie, e personale. Si parla genericamente di 40mila soldati e soldatesse in più. Portolano, però, nell’audizione del 21 maggio scorso, si è limitato a dire che al momento siamo fermi a un modello da 160mila unità e soltanto «lo studio avviato per la revisione e l’adattamento dello strumento militare ci consentirà di quantificare l’esigenza organica complessiva».
I numeri definitivi verranno da un documento di Strategia di Sicurezza nazionale, in avanzata fase di preparazione, a cui seguirà il piano delle capacità a cui lavora lo Stato maggiore Difesa. Solo a quel punto arriverà anche il documento finale, politico, del ministro Guido Crosetto
L’ESERCITO SGUARNITO
L’esercito è stato molto sacrificato negli ultimi venti anni. Finché si ragionava solo sulle missioni di pace, armi pesanti e tecnologie erano un lusso di cui si poteva fare a meno. Adesso non più. Ed è iniziata la rincorsa. L’esercito ha un disperato bisogno di carri armati, perché sono operativi appena 50 tra i vecchi “Ariete”; c’è un programma per costruire in una fabbrica a La Spezia 300 nuovi carri armati e 1000 mezzi da trasporto corazzati, grazie a una cooperazione industriale italo-tedesca. Il programma alla fine costerà quasi 10 miliardi di euro.
La società Mbda, a sua volta, ha appena presentato un nuovo razzo spalleggiabile anti-aereo, il “Fulgur”, che dovrà sostituire i vecchi Stinger. È stato avviato un approvvigionamento straordinario di razzi anti-aereo e anti-drone come gli “Aster”. E poi servono artiglierie pesanti, obici semoventi, lanciarazzi come i prodotti americani “Himars” e “Mlrs”. Occorrono massicce dosi di droni. E persino prodotti che erano stati dimenticati come i ponti mobili per il genio militare.
La nostra flotta è agile e moderna. Abbiamo due portaerei, il “Trieste” e il “Cavour”, le fregate classe “Fremm”, particolarmente moderne, e sono in costruzione i nuovi pattugliatori. Mancano però gli equipaggi: personale qualificato, esperto di navigazione e di elettronica. Il problema è talmente serio che c’è un calo di vocazioni. Serve maggior turn over per gli equipaggi e così il leghista Nino
Minardo, presidente della commissione Difesa, ha presentato autonomamente un suo ddl per «incrementare di 4.272 unità le dotazioni organiche complessive della Marina militare».
La Marina ha bisogno anche di nuovi armi per la lotta subacquea e di sistemi anti-drone, anti-aereo e anti-missile. La guerra in Ucraina ha dimostrato che le grandi navi sono molto esposte alla minaccia di un drone subacqueo oppure ad un missile che provenga da fuori dell’atmosfera.
UN’AERONAUTICA BONSAI§Sulla qualità della nostra aeronautica militare nessuno discute. Ma sulle sue dimensioni? In servizio ci sono 94 Eurofighter (ne sono stati appena ordinati 24 nuovi per sostituire quelli più vecchi e che saranno radiati tra qualche anno) e alcune decine di F35 (altri 25 sono stati ordinati di recente)
Alla fine delle acquisizioni avremo 115 caccia F35 e un centinaio di Eurofighter, ma siamo ancora molto lontani dall’obiettivo. Tra una decina di anni dovremmo vedere in volo anche il nuovissimo caccia di sesta generazione, il Gcap, di produzione anglo-italo-giapponese. Funzionerà come un aereo-madre attorniato da uno stormo di droni serventi.
Per avere un parametro di riferimento, secondo il più aggiornato censimento delle forze aeree, il FlightGlobal International, primi sono gli Stati Uniti (2.679 velivoli da combattimento), poi Cina e Russia (rispettivamente con 1.583 e 1.522), India (643), Corea del Nord (482), Pakistan (418) Corea del Sud (413), Arabia Saudita (364), Egitto (328) e Taiwan (285).
LE NUOVE TECNOLOGIE
Questo il quadro dell’esistente, ma il futuro sta facendo irruzione
velocissimo con l’intelligenza artificiale, i satelliti per comunicazioni e osservazione (ma ormai sono mature anche le armi spaziali per danneggiare i satelliti altrui), i computer quantistici e persino gli androidi che potrebbero fare la guerra al posto del soldato in carne e ossa.
(da La Stampa)

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DI MALE IN GREGGIO: IL PARLAMENTO IRANIANO CHIEDE LA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, DA DOVE PASSA IL 20% DELLA PRODUZIONE MONDIALE DI PETROLIO

Giugno 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SE IL CONSIGLIO SUPREMO PER LA SICUREZZA NAZIONALE CONFERMERÀ LA DECISIONE, IL PREZZO DEL GREGGIO ORA SCHIZZERÀ E SARANNO CAZZI PER TUTTI. L’UNICO A GODERE SARÀ PUTIN, CHE POTRÀ VENDERE IL SUO ORO NERO IN ALTERNATIVA A QUELLO DEI SAUDITI E DEGLI IRANIANI (CHE NON POTRÀ USCIRE DAL GOLFO PERSICO)

Al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran toccherà la decisione finale sulla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, dopo l’approvazione da parte del Parlamento. Lo ha riferito l’emittente iraniana Press TV iraniana, ripresa da Al Arabiya.
La decisione di chiudere lo stretto, attraverso il quale transita circa il 20% della domanda globale di petrolio e gas, non è ancora definitiva. La chiusura “è all’ordine del giorno e verrà attuata quando sarà necessario”, ha tuttavia dichiarato il parlamentare e comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Esmail Kosari.
Sulla questione in precedenza è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. “Abbiamo a disposizione una varietà di opzioni”, ha detto, citato dalla Bbc, in risposta alla domanda se Teheran stia prendendo in considerazione l’idea di colpire le basi militari statunitensi nella regione o di chiudere lo stretto.
In caso di escalation, l’America rischia di subire anche un danno economico e di farlo pagare anche ai suoi alleati. Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, minacciano di chiudere lo stretto di Hormuz, da cui passa il 50 per cento della navigazione commerciale mondiale, per esempio affondando una nave che bloccherebbe il transito e attaccando quelle in transito.
Il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a oltre 100 dollari a barile sui mercati internazionali. Se l’americano medio si ritroverà a dovere pagare di più per un pieno di benzina, finirà per dare la colpa
all’interventismo di Trump. Senza contare le spese militari: basti pensare che ogni singolo Stealth, i bombardieri “invisibili” usati per l’attacco agli impianti nucleari iraniani, costa più di 2 miliardi di dollari.
(da agenzie)

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LA STAMPA: “CONTE PUÒ TUTTO, ANCHE L’INCOERENZA, SENZA MAI PAGARE DAZIO: È CONTRO IL RIARMO E PER LA PACE, QUINDI DOVREBBE ESSERE CONTRO TRUMP, MA INVECE SU TRUMP È INDULGENTE; È CONTRO NETANYAHU, MA NON CONTRO CHI GLI LASCIA MANO LIBERA (SEMPRE TRUMP); SI SCANDALIZZA MOLTO SUI BAMBINI DI GAZA, PARLA POCO DI QUELLI UCRAINI, ANZI QUANDO NE PARLA LA COLPA NON È DI CHI LI AMMAZZA MA DI ZELENSKY CHE NON SI ARRENDE

Giugno 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“IL CONTE 2 E’ IL GOVERNO CHE AUMENTÒ LE SPESE MILITARI CHE ORA VENGONO CONTESTATE ASSIEME ALLA NATO. A GIORGIA MELONI SI CHIEDE GIUSTAMENTE CONTO DEL WATERGATE ITALIANO DEI GIORNALISTI SPIATI, MENTRE SU LUCA CASARINI, INTERCETTATO AI TEMPI DEL CONTE 2, SILENZIO”

Per togliersi dall’imbarazzo della piazza, Elly Schlein è volata in Olanda al congresso del partito socialista. Col cuore, c’è da scommetterci, era tra i manifestanti. Quella è la sua posizione. Del resto, più volte ha forzato la linea del suo partito “contro il riarmo”, fin dove possibile per non spaccarlo. E proprio il sistema di compatibilità l’ha spinta a non esserci, pur autorizzando la partecipazione dei suoi, sempre in omaggio alle ragioni del cuore.
È chiaro che, se la linea del Pd è il “vorrei ma non posso”, a guidare è chi “vuole e può”. E la radice della leadership di Conte è proprio questa, che può tutto, anche l’incoerenza, senza mai pagare dazio: è contro il riarmo e per la pace, quindi dovrebbe essere contro Trump, ma invece su Trump è particolarmente indulgente, memore di “Giuseppi”; è contro Netanyahu, ma non contro chi gli lascia mano libera (sempre Trump); si scandalizza molto sui bambini di Gaza, parla poco di quelli ucraini, anzi quando ne parla la colpa non è di chi li ammazza ma di Zelensky che non si arrende.
A modo suo è tecnicamente un genio del trasformismo, uno dei costumi italici più radicati, complice l’indulgenza di chi non lo incalza mai su nulla, sulla base di una propria visione autonoma. Come non lo incalzò nel passaggio tra il Conte 1 e il Conte 2, il governo che poi aumentò le spese militari che ora vengono contestate assieme alla Nato.
E nemmeno dopo la caduta di Draghi, considerato dal Pd una specie di uomo della provvidenza. Lui è ancora lì a menare le danze, e nel frattempo ha fatto fuori Di Maio, Grillo, e si gode le convulsioni del Pd sulle armi. Gli altri tacciono su tutto, per cui si assiste al classico dei doppi standard: a Giorgia Meloni si chiede di scegliere tra “Trump e l’Europa”, ma la stessa richiesta non viene fatta all’alleato che non ha speso nemmeno una parola su Guantanamo.
A Giorgia Meloni si chiede giustamente conto del Watergate italiano dei giornalisti spiati, mentre su Luca Casarini, intercettato ai tempi del Conte 2, silenzio, forse per il timore di una chiamata in correità.
E va bene, tutte queste contraddizioni sono coperte dall’impostazione
emergenziale: mica si può andare tanto per il sottile se c’è il fascismo che avanza, anche se il Paese non lo percepisce come tale. E la premier, nonostante una classe dirigente improbabile e un governo immobile, ha gli stessi voti di prima. Però quelle contraddizioni sono un bel problema in chiave interna. Al Pd pensano di gestire Conte con le poltrone: gli promettiamo la presidenza del Senato o gli Esteri, e via libera ad Elly candidato premier. A naso, una pia illusione.
La verità è che tutto questo racconta di un deficit di visione che, a proposito di congressi dei socialisti, riguarda l’intera famiglia progressista. Ove sono al governo, i socialisti scimmiottano la destra. È il caso delle politiche migratorie: Keir Starmer, emula Giorgia Meloni col Kosovo al posto dell’Albania, l’Spd fa i “rimpatri” nell’Afghanistan dei talebani e la leader danese Mette Frederiksen col suo modello “zero rifugiati”, se possibile, è diventata un modello per la destra. Ove è all’opposizione, come in Italia, guida la sinistra radicale.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”

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SALUTI E BEZOS DA VENEZIA: TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE SUL MATRIMONIO IN LAGUNA DI JEFF BEZOS E LAUREN SANCHEZ, LE NOZZE PIÙ CAFONAL DELL’ANNO

Giugno 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“MR. AMAZON” HA SPESO 10 MILIONI PER I TRE GIORNI DI FESTEGGIAMENTI, TRA SOGGIORNI NEGLI HOTEL DI LUSSO, TRASPORTI SUI TAXI, EVENTI SUL MEGA-YACHT “KORU” E INTRATTENIMENTO (SI VOCIFERA CHE SI ESIBIRANNO LADY GAGA ED ELTON JOHN)… TRA I 200 INVITATI, CI SARANNO ANCHE IVANKA TRUMP, OPRAH WINFREY, LEONARDO DICAPRIO, BILL GATES, MICK JAGGER – LA LOCATION TOP-SECRET DELLA CERIMONIA, IL VESTITO DELLA SPOSA, LE BOMBONIERE E LE PROTESTE DEI NO-BEZOS

Sono passati quasi 45 anni da quando l’espressione “matrimonio del secolo” veniva usata con tanta leggerezza come in questi giorni per le imminenti nozze tra Jeff Bezos e Lauren Sánchez. Persino il fratello di lei ha detto: “Penso che sarà come quello della principessa Diana”. Ma le differenze con le nozze del secolo scorso sono evidenti. E anche le spose non potrebbero essere più diverse: Diana Spencer era un’adolescente timida; Lauren Sánchez, ex conduttrice TV, ha 55 anni e ben poco sembra poterla far arrossire.
La coppia dovrebbe spendere oltre 10 milioni di dollari per una tre giorni di festeggiamenti a partire dal 24 giugno, un evento più da Instagram che da favola. E invece di migliaia di residenti in festa, i veneziani si preparano a protestare contro l’eccesso della celebrazione in una città che affonda sempre di più. Gli abitanti sono
infuriati non solo per il monopolio dei taxi d’acqua e degli hotel di lusso, ma anche per l’impatto ambientale dell’evento, che rischia di paralizzare la città. Attivisti locali hanno tappezzato Venezia di manifesti con la scritta “No space for Bezos!” — un gioco di parole con un suo ritratto su un razzo spaziale.
E i veneziani non sono l’unico grattacapo politico. La lista degli invitati, ristretta a 200 persone, include figure polarizzanti come Ivanka Trump e Oprah Winfrey, Leonardo DiCaprio e l’ex fidanzata Camila Morrone, Orlando Bloom e Katy Perry Il weekend sarà una maratona di eventi, molti dei quali a bordo del superyacht da 500 milioni di dollari di Bezos, il Koru. Che il circo abbia inizio.
IL PRELIMINARE
Secondo fonti vicine alla coppia, il matrimonio era inizialmente previsto per l’inverno ad Aspen, ma l’accordo prematrimoniale non era ancora pronto. Dopo il divorzio miliardario da MacKenzie Scott — che ha fruttato a lei oltre 38 miliardi in azioni Amazon — gli avvocati di Bezos hanno impiegato mesi per redigere un contratto a prova di bomba.
GLI HOTEL
La coppia alloggerà all’Aman sul Canal Grande, lo stesso hotel in cui si sono sposati George e Amal Clooney, con camere che vanno da oltre 3.000 a 32.000 dollari a notte. Avrebbero prenotato interamente o parzialmente almeno quattro hotel: Aman, Gritti Palace, St. Regis, Belmond Cipriani e Hotel Danieli.
IL WEDDING PLANNER
Un matrimonio quasi reale. A organizzarlo è l’agenzia londinese Lanza & Baucina, fondata dal principe Antonio Licata di Baucina e dai cugini, i conti Riccardo e Aleramo Lanza, proprietari di un palazzo del XVI secolo a Palermo. Hanno orchestrato anche matrimoni dei Clooney e di Salma Hayek con François-Henri Pinault.
Ma i residenti non hanno accolto con entusiasmo. Gli attivisti hanno affisso manifesti contro Bezos, accusandolo di voler trasformare la città nella sua festa privata. Il sindaco Luigi Brugnaro ha lasciato intendere che delle donazioni potrebbero calmare gli animi, e fonti locali confermano che contributi sono stati versati. Ma Matteo Secchi, fondatore del gruppo Venessia.com, ha commentato al Telegraph: “Questa è Venezia che si comporta da prostituta.” Giugno è uno dei mesi più gettonati per visitare Venezia, e i turisti abituali sono furiosi.
GLI OSPITI
Tra le celebrità attese: Barry Diller e Diane von Furstenberg, Brian Grazer, Leonardo DiCaprio, Eva Longoria, Bill Gates, Kim Kardashian, Kris Jenner, Oprah Winfrey, Gayle King, Ivanka Trump e Jared Kushner, Camila Morrone, Karlie Kloss e Josh Kushner, Mick Jagger, Jewel, Scooter Braun.
L’ABITO
Dopo aver suggerito un abito Oscar de la Renta per il Met Gala, Anna Wintour avrebbe nuovamente consigliato lo stesso stilista per l’abito da sposa. Sánchez ha anche legami stretti con Dolce & Gabbana — suo figlio Nikko ha sfilato per loro a Milano — e la coppia è stata avvistata in fase di prove nella boutique del brand. Attesa la presenza del suo anello da 20 carati, che Bezos aveva nascosto sotto il cuscino prima di farle la proposta.
LA CERIMONIA
Nemmeno gli invitati sanno ancora dove si svolgerà il rito. Inizialmente si parlava dello yacht Koru, ma fonti successive puntano sull’isola di San Giorgio Maggiore, più precisamente al
monastero della Fondazione Cini. “San Giorgio Maggiore è protagonista di un celebre dipinto di Monet, e siccome entrambi amano l’arte, sarebbe perfetto,” dice Billy Folchetti, wedding planner di lusso con base a Como e New York.
Alcuni invitati si sono lamentati perché non c’è un attimo libero. Tre giorni pieni zeppi di outfit e occasioni pubbliche. Nonostante ciò, si tenta di mantenere un profilo più sobrio rispetto al disastro mediatico della missione spaziale fallita di Sánchez.
I REGALI
Cosa regalare a un miliardario? Sebbene Bezos abbia donato una Bugatti a Anant Ambani per le sue nozze, qui gli ospiti sono stati invitati a non portare doni, ma solo a fare beneficenza. In compenso, gli invitati riceveranno gadget veneziani come vetri di Murano e dolci di Rosa Salva.
LO YACHT
Il corteo nautico includerà tre imbarcazioni, tra cui il Koru, uno degli yacht a vela più grandi al mondo (127 metri), troppo grande per i canali, resterà ancorato nella laguna. Anche la nave d’appoggio Abeona è troppo imponente per la città.
I TRASFERIMENTI E IL DOPO FESTA
Molti invitati arriveranno in jet privati agli aeroporti di Venezia o Verona e prolungheranno il soggiorno in Europa. “Il Koru ospita solo 18 persone, quindi dopo Venezia ci andrà solo la famiglia,” racconta India. “L’hotel Aman nelle Dolomiti apre proprio quel weekend, e alcuni dei nostri clienti vi arriveranno in elicottero privato, atterrando a Bolzano.”
L’INTRATTENIMENTO
San Giorgio Maggiore ha un anfiteatro all’aperto con vista sull’acqua, e si dice che siano stati chiamati a esibirsi Elton John Lady Gaga.
(da hollywoodreporter.it)

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