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SUI SATELLITI LO STATO FRANCESE DIVENTA AZIONISTA DI MAGGIORANZA DI EUTELSAT E SFIDA STARLINK : CON UN’OPERAZIONE DEL VALORE COMPLESSIVO DI 1,35 MILIARDI DI EURO E UN INVESTIMENTO DIRETTO DI 717 MILIONI, PARIGI HA RADDOPPIATO LA SUA PARTECIPAZIONE NELL’AZIENDA PORTANDOLA DAL 13,6% AL 29%

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

EUTELSAT HA CIRCA 600 SATELLITI ATTIVI E RAPPRESENTA LA SECONDA COSTELLAZIONE PIÙ GRANDE AL MONDO DOPO STARLINK DI ELON MUSK (CHE HA CIRCA 7 MILA SATELLITI IN ORBITA)

Lo Stato francese diventa azionista di maggioranza di Eutelsat e sfida Starlink. Con un’operazione del valore complessivo di 1,35 miliardi di euro e un investimento diretto di 717 milioni, Parigi ha raddoppiato la sua partecipazione nell’azienda portandola dal 13,6% al 29%.
La mossa arriva a poche ore dalla maxicommessa militare chiusa con la stessa Eutelsat dal governo – un accordo da 1 miliardo per fornire connettività all’esercito francese – e ridisegna il controllo di Parigi su OneWeb, società inglese di proprietà di Eutelsat dal 2023, che ha circa 600 satelliti attivi e oggi rappresenta la seconda costellazione più grande al mondo dopo la creatura di Elon Musk – che ha circa 7 mila satelliti in orbita.
Con un debito netto vicino a quattro volte l’Ebitda, Eutelsat faticava a sostenere i 2 miliardi di euro necessari a mantenere la costellazione
OneWeb e gli investimenti legati allo sviluppo di satelliti Law Earth orbit (Leo) – che servono a fornire connettività a banda larga – nonché quelli previsti per Iris2, la costellazione governativa pianificata dall’Europa.
L’aumento di capitale ora si articolerà in due fasi. Prima una raccolta riservata di 716 milioni, poi un’emissione di diritti aperta a tutti gli investitori con l’obiettivo di raccogliere altri 634 milioni di euro e chiudere l’operazione entro l’anno.
«Non possiamo dipendere da colossi non europei, è una follia», ha detto il presidente francese Emmauel Macron. Tra gli attori chiave rimane comunque la compagnia Bharti Space, guidata dal miliardario indiano Sunil Mittal, che finora era il primo azionista del gruppo francese, con il 20% delle quote.
A uscirne ridimensionato è il Regno Unito, che nel 2020 aveva salvato OneWeb dal fallimento con 1 miliardo di dollari insieme al gruppo indiano Bharti e ora rischia di avere un ruolo marginale. Con il riassetto voluto da Parigi, la quota britannica in Eutelsat, attualmente all’11% scenderà al 7,9%, anche se Londra può ancora decidere di partecipare all’aumento di capitale esercitando i suoi diritti di azionista. Eutelsat prevedeva ricavi compresi tra 1,5 e 1,7 miliardi di euro al 2029, numeri comunque lontani da quelli di Starlink, che ha chiuso il 2024 con ricavi stimati intorno ai 7 miliardi di dollari.
(da agenzie)

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“LA TERRA SULLA QUALE SI POSA IL PIEDE DEL SOLDATO RUSSO DIVENTA NOSTRA”: I DELIRI DI ONNIPOTENZA DI PUTIN AL FORUM ECONOMICO INTERNAZIONALE DI SAN PIETROBURGO

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

“IO RITENGO CHE QUELLO RUSSO E QUELLO UCRAINO SIANO UN SOLO POPOLO: IN QUESTO SENSO, L’UCRAINA È NOSTRA” – “MAD VLAD” HA ANCHE LANCIATO DEI SEGNALI POCO RASSICURANTI AGLI OLIGARCHI, TRA CUI MOLTI DEI SUOI FEDELISSIMI, CHE TEMONO LA STAGNAZIONE E LA RECESSIONE DELL’ECONOMIA RUSSA A CAUSA DELLE SPESE MILITARI E DEL CROLLO DELLE VENDITE DEL PETROLIO

«Alcuni specialisti segnalano rischi di stagnazione e recessione, che non deve essere permessa in alcuna circostanza». Alla seduta plenaria del Forum economico di Pietroburgo, Vladimir Putin pronuncia la parola più temuta, per dire subito che non permetterà alla sua economia di contrarsi. Il problema è che gli «alcuni specialisti» erano presenti in sala, come oligarchi di Stato che hanno costruito l’economia del quarto di secolo putiniano
Mentre Putin nella plenaria proclamava che «la terra sulla quale si posa il piede del soldato russo diventa nostra», nelle altre sale si calcolavano i danni di queste ambizioni imperiali. Il deficit del bilancio è più che triplicato per colpa delle spese militari e del “crollo” delle entrate dal petrolio e gas, mentre la liquidità del Fondo del benessere nazionale dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina si è ridotta di tre volte, e secondo l’Accademia dell’economia nazionale rischia di prosciugarsi già l’anno prossimo.«Lo Stato potrebbe finire i soldi», annuncia Andrey Makarov, uno dei pilastri di Russia Unita e da ben 14 anni presidente della Duma per il bilancio, ricordando che l’Urss si era sgretolata «perché aveva smesso di spendere per il benessere della gente». Discorso che qualche giornalista definisce «scandaloso», anche perché pronunciato al panel del colosso statale Sberbank. Il suo presidente, German Gref, ex ministro dell’Economia di Putin, appare però ancora più pessimista: secondo lui, l’economia russa è in una «tempesta ideale».
È il ribaltamento del vecchio mito russo sullo “zar buono” e i “boiari cattivi” che lo tengono all’oscuro. I “boiari” sono più che espliciti nel descrivere un mondo reale che lo zar sembra determinato a ignorare. I “falchi” – servizi segreti, militari, i nuovi oligarchi che hanno messo le mani sugli attivi dei marchi internazionali usciti dal mercato russo dopo il 2022 – sono all’offensiva contro l’oligarcato “tecnico”, grazie anche all’ondata di nazionalizzazioni ordinate da una magistratura che di fatto ha abolito il termine di prescrizione.
Il gioco per spartirsi la torta russa è ripartito con nuova intensità, e pur di dimostrare che «l’Ucraina è nostra» Putin potrebbe essere disposto a toglierne dei pezzi perfino a molti dei suoi fedelissimi.
(da La Stampa)

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INTERVISTA AD ANNE APPLEBAUM, PREMIO PULITZER: “L’ATTACCO ALL’IRAN E’ IRRESPONSABILE, IN ISRAELE LA DEMOCRAZIA E’ A RISCHIO”

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

“NON MI FIDO DI NETANYAHU, VUOLE SOLO UNA ESCALATION”… “L’EUROPA E’ UN FARO DI LEGALITA’”

“Sono scioccata”, dice su Zoom Applebaum appena tornata dalla palestra. “I raid sono stati lanciati alludendo già a un intervento Usa. E Trump non sa come condurlo. Diffido delle intenzioni della cricca estremista che guida Israele: ha creato deliberatamente una situazione pericolosa”. L’attacco sull’Iran punta a scatenare la guerra totale e non a liberare gli iraniani dagli ayatollah, secondo la storica e giornalista. Che è preoccupata per l’involuzione autoritaria nello Stato ebraico.
E ne teme una negli Usa: “Persone intorno a Trump potrebbero voler rinviare le elezioni di mid-term”. In questo scenario, “l’Europa è un faro della legalità e ha grandi opportunità”. Anche se ha la guerra alle porte. E, con tutto l’Occidente, ha di fatto tradito l’Ucraina: “Nell’autunno del 2022 poteva vincere, non l’abbiamo aiutata”.
L’esperta di regimi illiberali è stupita di come in Italia molti pensino che la guerra vada avanti perché vogliono continuarla gli ucraini: “Non capisco, sono posizioni che non ho sentito altrove e che non si fondano sulla realtà. La Russia si è sempre opposta al cessate il fuoco e a compromessi”.
Anne Applebaum, cittadina americana e polacca, firma di punta della rivista The Atlantic, ha vinto il premio Pulitzer nel 2004 per il saggio Gulag: A History. Il suo lavoro più recente, Autocrazie, è edito in Italia da Mondadori. Documenta come una rete di regimi autoritari si sta consolidando oltre le divisioni ideologiche e culturali, minando le democrazie e approfittando delle loro contraddizioni.
Anne, l’attacco israeliano all’Iran è solo un colpo a una teocrazia? O segnala che le pulsioni autocratiche e guerrafondaie hanno contagiato anche Stati con istituzioni finora considerate democratiche?
L’Iran rappresenta una delle principali fonti di instabilità globale. Finanzia gruppi terroristici. Ha dato origine a organizzazioni come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. È un regime repressivo, discrimina le donne. E ha ordinato omicidi extragiudiziali, anche fuori dai propri confini. Conosco persone che sono state prese di mira dai servizi segreti iraniani all’estero. Insieme alla Russia, Teheran costituisce una delle minacce più gravi all’equilibrio mondiale. D’altra parte, Israele è governato da Netanyahu con una cricca di estremisti pericolosi e inaffidabili. Non mi fido del loro giudizio, né della loro capacità di gestire un conflitto circoscritto all’Iran.
Vuol dire che con la sua azione Israele diventa destabilizzante quanto l’Iran?
Colpisce l’irresponsabilità di chi lancia un attacco e allo stesso tempo fa capire che gli Stati Uniti dovrebbero intervenire. È scioccante. E l’idea di un cambio di regime non è realistica. Non credo l’obiettivo sia creare un Iran democratico e orientato all’Occidente. Diffido profondamente delle intenzioni del governo israeliano. Penso che stia creando deliberatamente una situazione estremamente pericolosa.
Gli oppositori di Netanyahu temono che stia cancellando la democrazia israeliana. È così?
La democrazia in Israele è in grave pericolo, riferiscono le mie fonti. Netanyahu sta accentrando il potere e politicizzando la magistratura. Già prima dell’attacco all’Iran, molti erano convinti che stesse prolungando la guerra a Gaza solo per restare al potere. Perché non appena la guerra finirà, gli israeliani chiederanno conto delle sue responsabilità.
Cosa pensa della possibilità che Vladimir Putin faccia da mediatore tra Netanyahu e l’Iran?
Putin è parte del conflitto, non vedo come possa mediarlo. È il partner di Teheran. Che gli ha venduto i droni Shahed in cambio di tecnologia, forse anche nucleare. Russia e Iran hanno un obiettivo comune: minare il mondo democratico. Putin non è un mediatore credibile.
Donald Trump potrebbe ordinare l’intervento americano. Secondo il Wall Street Journal, il presidente ha già approvato i piani d’attacco ma ha sospeso la decisione finale. Che combinerà?
Sull’Iran, Trump non ha alcuna strategia. Non ha idea di come condurre una guerra, né di quale ne sarebbe l’obiettivo. Non ha un piano per sostituire il regime iraniano. Attorno a lui ci sono persone con idee conflittuali. Se è incoerente o contraddittorio, è anche perché viene tirato in più direzioni. Lui ha solo istinti, non una visione. È imprevedibile.
E in politica interna Trump ce l’ha una strategia? Sta orchestrando uno stato di emergenza prima delle elezioni di mid-term?
A Los Angeles si è scelta la provocazione. Di fronte alle proteste, le autorità federali hanno esasperato la situazione. Hanno fatto intervenire la Guardia nazionale e poi, addirittura, i Marines. E non si trattava di disordini gravi. Si è creata così una narrazione televisiva: Marines che affrontano manifestanti neri nelle strade di L.A. Non so se sia un’idea di Trump, ma so che ci sono persone intorno a lui che vorrebbero creare un conflitto. Forse per rinviare le elezioni. Non posso dimostrarlo, ma è plausibile. Questi tipi non vogliono perdere. Stanno centralizzando il potere, minando le istituzioni, violando leggi.
Le istituzioni americane sapranno resistere alle pressioni autoritarie?
In California, il governatore si è rivolto alla magistratura per bloccare il dispiegamento della Guardia nazionale. I tribunali
unzionano. E così altri settori dello Stato. Non funziona il Congresso: il Partito repubblicano è remissivo, non esercita le proprie prerogative costituzionali. Il banco di prova sarà il voto. Vedremo se elettori e parlamento riusciranno a riprendersi il potere che spetta loro.
La sfida autocratica non risparmia l’Europa. Che lei descrive come vulnerabile. Ma è davvero così debole? La culla dello stato di diritto resta la terza economia mondiale. Sta diventando la star dei mercati finanziari. Non è che la Autocracy Inc. rischia di sbatterci il muso?
Non penso affatto che l’Europa sia debole. È vero che movimenti autocratici esistono in alcuni Paesi. Minano lo stato di diritto, la magistratura, i media, modificano le costituzioni per mantenere il potere. È il caso di Fidesz in Ungheria e di Diritto e Giustizia in Polonia.
Ma se queste forze verranno contenute, l’Europa ha il potenziale per diventare una potenza guida globale. È più che mai un faro di stabilità e legalità, capace di attrarre investimenti. Potrebbe anche divenire il rifugio di accademici e scienziati in fuga da autocrazie, autoritarismi e persecuzioni. Come fu l’America negli anni Trenta. Ci sono grandi opportunità per l’Europa, se saprà vivere i propri valori e promuoverli.
Come affrontare gli Stati membri che mantengono legami ambigui con regimi autoritari? È necessaria un’Europa “a due velocità”?
Oggi si usa l’espressione “coalizione dei volenterosi”: Paesi che decidono di agire insieme. È la strada da seguire. L’Ungheria è un caso speciale. L’Ue deve limitarne il diritto di voto, quando c’è di mezzo il suo leader. Orbán è alleato di Putin. Agenti ungheresi hanno spiato installazioni militari in Ucraina. Non si può parlare di tradimento, nel contesto europeo. Ma è un comportamento contrario
agli interessi comuni dell’Unione. E bisogna intervenire. Il tempo della tolleranza è finito.
I movimenti illiberali in Europa sono alimentati dalla propaganda del regime al potere in Russia?
La Russia amplifica tendenze già esistenti, ma certo non le crea dal nulla.
Pensa che la verità sia sotto assalto, nel mondo? Parecchia gente preferisce il falso al vero, la finzione alla realtà —per parafrasare Hannah Arendt. Basta un minuto su qualsiasi social per rendersene conto.
Non condividiamo più una realtà comune. Non siamo d’accordo nemmeno su cosa sia accaduto ieri. È grave: in democrazia diventa impossibile confrontarsi se non si riesce nemmeno a concordare su quale tema discutere. Le sfere pubbliche sono sempre più polarizzate e frammentate. Colpa proprio dei social. Che non sono testate giornalistiche. Regolarli e sottoporli a un controllo democratico non significa censura. Mi sorprende che democrazie europee abbiano lasciato che questi strumenti minassero i propri sistemi politici. Gli algoritmi dei social sono progettati per polarizzare, e lo fanno in modo del tutto opaco. Twitter, Facebook e simili non creano contenuti o idee: producono algoritmi per vendere pubblicità. Non sono pensati per favorire un confronto fondato sui fatti. Certo, si può immaginare un altro tipo di social media per il futuro. Ma oggi abbiamo questa roba qui.
Perché l’Occidente non ha voluto credere all’involuzione del regime russo che ha portato all’invasione dell’Ucraina?
Oh, alcuni di noi l’avevano prevista. Ma era legittimo sperare in un cambiamento. Se non altro perché molti russi lo volevano. Non è irragionevole neppure oggi pensare che la Russia possa un giorno
essere un paese diverso. Io lo credo ancora. Ho passato un bel po’ di tempo in Russia. Tante persone che ho incontrato volevano un futuro migliore. Non voglio togliere valore a quelle speranze. Erano reali.
E che abbiamo fatto per aiutare quelle speranze a concretizzarsi?
Leader europei come Angela Merkel credevano che il cambiamento potesse arrivare attraverso il commercio, il dialogo, il contatto. Dopo tutto, è così che crollò il muro di Berlino. E poi c’erano i soldi. In Russia si poteva guadagnare molto. Soprattutto i grandi gruppi del petrolio e del gas. Società con un enorme potere politico. E che volevano mantenere legami stretti con Mosca.
Democrazie occidentali complici di Putin, quindi. La city di Londra ha fatto miliardi, in Russia. E come agisce finanziariamente la “Internazionale delle autocrazie”, questa Spa globale protagonista del suo libro?
L’interdipendenza finanziaria tra Russia e Cina è ben documentata. La Cina esporta componenti elettronici che finiscono nella produzione militare russa. E vende sempre più beni di consumo in Russia. I legami sono profondi. Stiamo assistendo anche all’emergere di un sistema di pagamenti alternativo al dollaro e alle istituzioni occidentali, con Paesi come Iran, Venezuela e Russia impegnati a costruirlo. Ci sono investimenti incrociati tra Iran, Venezuela, Russia e Cina in Africa. Dove la Russia è molto presente nell’estrazione dell’oro e in traffici illeciti legati a questo metallo, spesso tramite Abu Dhabi e soprattutto Dubai. Si tratta di una rete vasta e complessa, ampiamente documentata.
Qual è stato il più grave errore delle democrazie occidentali riguardo alla guerra in Ucraina? Se dopo oltre tre anni la pace non è in vista, dobbiamo aver fatto qualche brutto sbagli
Quello di non aver aiutato l’Ucraina a vincere rapidamente. Nell’autunno 2022, con la riconquista di Kherson e parte della regione di Kharkiv, c’era l’occasione per porre fine alla guerra. Oggi si parla di negoziati e cessate il fuoco, ma in modo fuorviante. In Italia si sente dire che la guerra finirebbe se solo l’Ucraina rinunciasse alla Crimea o al Donbass. Ma i russi non hanno mai fatto proposte del genere, né mostrato in alcun modo la volontà di far tacere le armi. Attribuire la responsabilità agli ucraini che non vogliono smettere di combattere è assurdo. La guerra prosegue perché lo vuole la Russia. Gli ucraini sono pronti a negoziare da almeno due anni.
Il suo libro Autocrazie, anche se è scritto in modo brillante, tratta argomenti cupi. Eppure lo dedica “agli ottimisti”. Perché?
Perché molti dei miei amici sparsi per il mondo sono ottimisti. Persone che hanno lottato per la democrazia e per il progresso nei loro Paesi. Conosco tanti russi e iraniani che continuano a credere che un cambiamento sia possibile. E li ammiro profondamente.

(da Fanpage)

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DECISIONE STORICA NEL REGNO UNITO: LA CAMERA DEI COMUNI HA APPROVATO LA PROPOSTA DI LEGGE SUL SUICIDIO ASSISTITO

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL DISEGNO È SOLO PER I MALATI TERMINALI: A DIFFERENZA DELL’EUTANASIA, SARÀ IL PAZIENTE CHE, DA COSCIENTE, DOVRÀ ASSUMERE I FARMACI LETALI. LA DECISIONE DOVRÀ ESSERE SUPERVISIONATA DA DUE MEDICI INDIPENDENTI

Questa vittoria è per mia sorella Jo Cox. Senza di lei, non sarei mai entrata in politica e oggi non sarei qui». Incontriamo Kim Leadbeater, 49 anni, nel Parlamento di Westminster, dopo un voto storico. La sua proposta sul suicidio assistito è legge, o quasi: ai Comuni è passata anche in terza lettura, manca solo un ultimo check dei Lord.
È stata una settimana straordinaria per la deputata: laburista come sua sorella Jo assassinata il 16 giugno 2016 da un estremista di destra, a una settimana dal referendum della Brexit. Jo Cox era una europeista convinta, come Kim, che nel 2021 è stata eletta a Spen Valley. Proprio la circoscrizione della sorella.
Fuori dai cancelli intanto si accalcano decine di manifestanti pro-vita e pro-scelta. Alla fine i Comuni dicono sì: 314 a 291 voti. Ora, dopo ore di dibattito in Parlamento, il disegno di legge tornerà ai Lords.
In base alla proposta, i pazienti che richiederanno il suicidio assistito dovranno essere registrati con un medico di base in Galles o Inghilterra da almeno un anno e aver ricevuto una diagnosi di malattia terminale con non oltre sei mesi di vita rimanenti. Devono avere la capacità mentale di prendere una decisione informata, senza pressioni, e firmare due dichiarazioni davanti a testimoni.
Il disegno di legge, a differenza degli altri sei Paesi europei (Svizzera, Olanda, Spagna, Lussemburgo, Belgio e Austria) che legalizzano il fine vita, è solo per malati terminali.
Non è un’eutanasia perché non è il medico che “somministra” la morte al paziente. Ma quest’ultimo che, da cosciente, dovrà assumere i farmaci letali. La decisione dovrà essere supervisionata da due medici indipendenti. Un panel di esperti scelti da giudici, infine, interrogherà uno dei due medici e il paziente, e solo dopo il loro ok si potrà procedere. «Non è questione di vita o di morte», continua Leadbeater, «ma di poter scegliere come morire».
(da agenzie)

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MILEI HA LIBERALIZZATO L’ACQUISTO DI ARMI SEMIAUTOMATICHE ANCHE PER LA POPOLAZIONE CIVILE , COSI’ LE ARMI DA GUERRA FINIRANNO MOLTO PIU’ FACILMENTE IN MANO ALLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

MILEI HA GIÀ ABBASSATO DA 21 A 18 ANNI L’ETÀ MINIMA PER POSSEDERE UNA PISTOLA O UN FUCILE

Il governo argentino di Javier Milei ha liberalizzato attraverso un decreto l’acquisto di armi semiautomatiche anche per la popolazione civile dando vita a una polemica sul pericolo che implica la circolazione di armi da guerra e il possibile travaso di queste a organizzazioni criminali.
Nelle motivazioni del decreto firmato dal ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich, si afferma che la misura si era resa necessaria per ovviare a “problemi di ordine burocratico nella successione ereditaria di armi di questo tipo acquisite prima dell’introduzione del divieto nel 1995”. Tra le motivazioni si indica anche la necessità di considerare le “esigenze di coloro che vogliono impiegare questo tipo di armi per uso sportivo”.
Il direttore dell’Istituto di Studi comparati in Scienze penali e sociali (Inecip), Julián Alfie, ha avvertito in un’intervista all’emittente Cadena 3 sul pericolo che tali armi finiscano in mano di organizzazioni criminali. “La principale fonte di approvvigionamento di armi delle organizzazioni criminali proviene dal travaso dal mercato legale, se si introducono più armi e più letali ci sarà un maggior travaso tenendo conto un contesto in cui il controllo è pressoché nullo”, ha affermato l’esperto.
La misura del governo Milei si inserisce all’interno di un’ampia politica di deregulation che su questo fronte aveva già prodotto una modifica anche della legge che stabiliva in 21 anni il limite di età minima per possedere un’arma, abbassandolo a 18 anni.
(da agenzie)

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PER FARE MALE A TRUMP BASTA COLPIRE LE BIG TECH : LA DANIMARCA HA DECISO DI DIRE ADDIO AI PROGRAMMI MICROSOFT

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

NEI MINISTERI E NEGLI UFFICI STATALI. ENTRO FINE ANNO ADOTTERÀ IL SOFTWARE EUROPEO “OPEN SOURCE LIBREOFFICE,” SVILUPPATO DALLA “DOCUMENT FOUNDATION” DI BERLINO – LA DECISIONE È ANCHE UNA RITORSIONE POLITICA, VISTO LO SCAZZO APERTO TRA COPENHAGEN E IL “COATTO DELLA CASA BIANCA”, CHE HA MINACCIATO DI ANNETTERE AGLI USA LA GROENLANDIA

La Danimarca si prepara a dire addio ai programmi Microsoft, una scelta che combina valutazioni tecnologiche e geopolitiche, in un contesto di crescente contrapposizione dell’Europa (e del Paese nordico in particolare) con gli Stati Uniti di Donald Trump.
In un’intervista al quotidiano Politiken, la ministra per gli Affari digitali, Caroline Olsen, ha annunciato che il ministero sostituirà gradualmente entro fine anno i pacchetti Microsoft Office 365 in dotazione con il software europeo open source LibreOffice, sviluppato dalla Document Foundation di Berlino.
Scelte analoghe erano già state fatte da due delle maggiori amministrazioni municipali danesi, quelle di Copenhagen e di Aarhus, che hanno eliminato i servizi cloud di Microsoft
Anche il parlamento olandese del resto, all’inizio dell’anno, ha approvato una serie di mozioni per costruire un cloud digitale e ridurre la dipendenza dalla tecnologia statunitense.
Difficile infatti non cogliere in queste mosse, oltre ai vantaggi in termini di protezione dei dati e riduzione dei costi, la volontà di cautelarsi dal rischio di ritorsioni da parte dell’Amministrazione Usa in caso di un’escalation dello scontro politico e commerciale con l’Europa, come eventuali blocchi delle licenze che potrebbero paralizzare gli uffici pubblici. Ritorsioni che la Danimarca, impegnata in un braccio di ferro con Washington sulla Groenlandia, teme oggi più di altro
(da agenzie)

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A LUCA ZAIA GIRANO LE PALLE: SI SENTE TRADITO DA SALVINI CHE NON SI E’ MAI VERAMENTE BATTUTO PER IL TERZO MANDATO AI GOVERNATORI E ORA IL VOTO DI VENETO, PREVISTO A NOVEMBRE, DIVENTA UN TERNO A LOTTO PER IL CENTRODESTRA: CHE FARA’ ZAIA?

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

SOSTERRA’ IL CANDIDATO SCELTO DA GIORGIA MELONI O CORRERA’ CON UNA SUA LISTA? ZAIA NON È SOLO. SCHIERATI CON LUI, OLTRE AL GOVERNATORE DEL FIULI FEDRIGA, CI SONO I COLLEGHI MAURIZIO FUGATTI E ATTILIO FONTANA – TENSIONI NELLA LEGA: NELLA BASE C’È GIÀ CHI SOGNA UNA LEGA GUIDATA DAI GOVERNATORI

Luca Zaia forse per la prima volta si è sentito davvero tradito dal Carroccio e dal suo segretario Matteo Salvini. Chi ha parlato con il Doge dopo la fumata nera arrivata da Roma, lo descrive colmo di disappunto. Di più: irritato per un partito incapace di rappresentare la volontà e le richieste dei territori, che si nasconde dietro il paravento dello ius scholae agitato da Forza Italia. «Antonio Tajani non parlava di riforma della cittadinanza da tempo, questa è sola una manovra per far fuori i governatori. Perché è chiaro che dopo Zaia salterebbe anche Fedriga» ragionano alcuni lighisti.
Il clima, in casa Lega, sarebbe teso almeno dall’ultimo consiglio federale, quello in cui è apparso chiaro che nonostante l’apertura di Fratelli d’Italia per bocca di Giovanni Donzelli, Salvini non si
sarebbe certo stracciato le vesti per portare a casa il terzo mandato. C’è addirittura chi sospetta che sia stato un uccellino leghista a suggerire a Forza Italia di tornare a parlare di ius scholae, così da far saltare il tavolo delle trattative. E poi c’è la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il messaggio diffuso dal responsabile Enti locali del partito Stefano Locatelli, subito rilanciato dalle chat ufficiali di via Bellerio.
«Prendiamo atto con grande rammarico che Forza Italia non intende ragionare sul terzo mandato, e di certo sono irricevibili scambi con cittadinanza facile o ius scholae. A questo punto, auspichiamo che il centrodestra scelga al più presto i candidati migliori». […] Che fretta c’era di voltare pagina?
Ora Zaia attende di sapere come finirà il vertice fra i leader del centrodestra convocato per lunedì Roma. Il giorno dopo scade il termine per presentare l’emendamento che consentirebbe al Doge di correre ancora e, considerato che le regionali si terranno a novembre, il tempo della tattica è finito.
Un minimo spiraglio perché Giorgia Meloni tiri fuori una soluzione pro-Zaia dal cilindro, considerate anche le ricadute su Campania e Puglia sfavorevoli al Pd e al centrosinistra, ci sarebbe ancora. Il governatore lo sa e, tra le righe, fa capire che vada come vada non resterà con le mani in mano. «Non passo le mie giornate a far telefonate, sfido chiunque a trovare chi ha ricevuto telefonate da me per avere informazioni – ci ha tenuto a sottolineare -. Quello che accadrà a Roma si vedrà, e io mi comporterò di conseguenza».
Una frase che suona un po’ come una minaccia. In molti lo starebbero chiamando per chiedergli di presentare comunque una lista a suo nome slegata dal partito, forte del 44% raccolto cinque anni fa. Ma è un’ipotesi che difficilmente si concretizzerà.
In primis, perché a porre il veto potrebbero essere gli stessi Fratelli d’Italia. E poi è facile che sarà lo stesso Zaia a negare il suo nome, a sostegno del candidato per il quale il suo partito ha deciso di sacrificarlo. Più facile, eventualmente, immaginare il “Doge” correre come capolista della Lega in tutte le province. Ma pure questa è un’eventualità tutta da scrivere. Zaia, in ogni caso, non è solo. Schierati con lui, oltre a Fedriga, ci sono i colleghi Maurizio Fugatti e Attilio Fontana. E nella base, nonostante la recente rielezione di Salvini nel congresso senza sfidanti di Firenze, c’è già chi sogna una Lega guidata dai governatori capace di risalire nei sondaggi fino al 20% e di ridare fiato a un partito spompatopato alle ultime elezioni dall’effetto Vannacci.
(da agenzie)

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“MAI UNA LACRIMA CON LUI, ANCHE QUANDO MORIVO DENTRO”: ARIANNA MIHAJLOVIC RICORDA IL MARITO SINISA

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

“A UN CERTO PUNTO DISSE SOLO: “RICORDATI CHE TI AMO, ORA CI SARAI TU COME GUIDA PER I NOSTRI FIGLI”

«Dopo la morte di Sinisa ho finto di stare bene, ma era solo un modo per sopravvivere». Arianna Mihajlovic rompe il silenzio e per la prima volta racconta pubblicamente il dolore per la perdita del marito, Sinisa Mihajlovic, ex calciatore e allenatore scomparso nel 2022 a soli 53 anni, a causa di una leucemia mieloide acuta. Lo fa ospite di Monica Setta, nella puntata di Storie al bivio show, in onda martedì 24 giugno alle 21.30 su Rai 2. Un racconto toccante: «Il primo anno è stato durissimo – confessa Arianna –. Pubblicavo di continuo sui social per sentirmi viva, per cercare conferme, per affrontare il dolore. Solo adesso ho capito che lui vorrebbe vedermi andare avanti».
L’incontro con Sinisa
L’incontro con Sinisa fu un vero colpo di fulmine: «Ci conoscemmo in un ristorante romano, al Gianicolo. Non ci siamo più lasciati. Mi chiese di andare a vivere con lui, ma io gli risposi: “Solo da sposata”. Un anno dopo eravamo marito e moglie». Insieme hanno costruito una famiglia numerosa, che oggi continua a essere il suo rifugio e la sua forza: «Ora sono anche nonna di due nipoti. L’affetto dei figli mi aiuta a non soccombere alla sofferenza», confessa Arianna.
La malattia del marito
Arianna ripercorre anche i momenti più duri della malattia che ha colpito il marito: la diagnosi di leucemia nel 2019, durante una vacanza in Sardegna. «Fu un dolore improvviso, lancinante. Gli esami ci restituirono una diagnosi terribile. Ma stringemmo un patto: affrontare tutto insieme. E per un po’, ci siamo davvero illusi di avercela fatta». Il colpo più duro arrivò con la recidiva. «Sinisa mi chiedeva: “Ce la farò?”. Io gli rispondevo sempre di sì. Mai una lacrima davanti a lui, anche quando morivo dentro. Sapevo che osservava le mie reazioni per capire quanto fosse grave».
Il legame con i figli
Fino all’ultimo istante, il legame tra loro è stato fortissimo, saldo, intimo. «Durante il viaggio da Bologna a Roma, lui era silenzioso. A un certo punto disse solo: “Mi dispiace non vedere crescere i miei figli”. In ospedale, poco prima di andarsene, mi disse: “Ricordati che ti amo. Ora ci sarai tu come guida per i nostri figli”. Mi lasciò la mano dolcemente, ed è andato via così. Sereno, perché aveva affidato a me il suo amore e la nostra famiglia».
(da Open)

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LO SCOOP DI REPORT: “MARIO MORI PILOTA COSI’ L’ANTIMAFIA”

Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DI UN INVESTIGATORE: LE TRAME DEL GENERALE INDAGATO A FIRENZE

Uno scoop che farà discutere quello annunciato da Report per la puntata di domenica dal titolo “Mori va alla guerra”: il generale dei carabinieri in pensione è stato intercettato dalla Dia di Firenze (per altri fatti) mentre parlava con ex collaboratori, avvocati, giornalisti e soggetti legati alla politica per influenzare le mosse della Commissione Antimafia, guidata dalla presidente FdI, Chiara Colosimo.
Report ricostruisce il contenuto delle conversazioni risalenti al 2023-24 grazie alle dichiarazioni di un investigatore anonimo. Mario Mori è indagato per le stragi del 1993 con l’aggravante della finalità mafiosa e terroristica. Per Mori vale la presunzione di non colpevolezza e va ricordato che è stato già processato altre tre volte per accuse diverse e sempre assolto. I pm di Firenze, coordinati allora dall’aggiunto Luca Tescaroli, gli hanno inviato a maggio 2024 un invito a comparire nel quale l’accusa era così riassunta: “Pur avendone l’obbligo giuridico, non impediva, mediante doverose segnalazioni e/o denunce all’autorità giudiziaria, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative e/o preventive, gli eventi stragisti di cui aveva avuto plurime anticipazioni” eventi poi verificatisi a Firenze, Roma e Milano tra maggio e luglio 1993. In particolare, secondo l’accusa, Mori era stato “informato, dapprima nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta, del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione e, in particolare, alla Torre di Pisa” e, qualche tempo dopo, anche dal pentito Angelo Siino “il quale [il 25 giugno 1993] gli aveva espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”
Per questa indagine Mori era intercettato nel 2023-2024 mentre commentava con gli ex collaboratori Mauro Obinu e Giuseppe De Donno le dichiarazioni del senatore Roberto Scarpinato del M5S, secondo il quale dietro le mosse della presidente Colosimo c’era proprio il generale. E, secondo quanto riferito a Report dall’investigatore anonimo a conoscenza del fascicolo, Mori nelle conversazioni non avrebbe negato questa tesi. Anzi. “Lo rivendica ridendoci su con i due ufficiali. Tanto è vero”, spiega l’anonimo investigatore, “che briga per inserire tre consulenti da lui segnalati, visto che quelli segnalati dalla politica non sanno di quel che parlano”. Prosegue l’investigatore: “(Mori) indica il professor Giovanni Fiandaca, ma poi decade probabilmente perché il professore dichiara pubblicamente (in un articolo su Il Foglio dell’agosto 2024, ndr) di non essere convinto del dossier mafia appalti come movente dell’omicidio Borsellino. Poi Mori segnala il magistrato calabrese Alberto Cisterna al quale – sempre secondo Report – confessa di essere un nemico dell’ex Procuratore nazionale antimafia Federico De Raho, (ora deputato M5S e vicepresidente dell’Antimafia). Ma soprattutto di Scarpinato. E intende proporre anche il suo avvocato Basilio Milio. Inizialmente Mori vorrebbe infilare come consulente il giornalista Damiano Aliprandi ma questi gli segnala che essendo stato condannato per diffamazione nei confronti di Scarpinato quel posto non lo può occupare. E Aliprandi – prosegue l’investigatore – suggerisce a Mori che Scarpinato dovrebbe essere sollevato dalla Commissione Antimafia”. Mondani ricorda che effettivamente si sta discutendo una proposta di legge del centrodestra che va in questa direzione. Aliprandi, dopo essere stato contattato da Report, ha spiegato giovedì sul suo giornale, Il Dubbio: “È vero che, nel corso del 2023, il generale Mori ha manifestato
l’idea di propormi come consulente della Commissione parlamentare Antimafia. Ed è vero che ho rifiutato, soprattutto perché, per una mia inchiesta a puntate del 2018, sono stato querelato dal dottor Scarpinato, condannato in primo grado e attualmente in attesa di appello. Quanto alla questione del senatore Scarpinato, ho semplicemente espresso – come peraltro già scritto pubblicamente in diversi articoli su Il Dubbio – l’esistenza di un possibile conflitto d’interessi (…) tra i firmatari della richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992 – relativa a quell’indagine (Mafia-appalti, ndr) – figurava anche l’allora sostituto procuratore Roberto Scarpinato, oggi membro della Commissione”.
Mondani chiede chi, dei consulenti proposti da Mori, alla fine passi. L’investigatore replica: “Be’, sicuramente il magistrato Cisterna. Ma si riprometteva di segnalarne altri. Poi Mori – prosegue l’investigatore – racconta all’avvocato Milio di aver parlato con due componenti della Commissione per delle consulenze e aggiunge che attende un incontro con Colosimo che ha autorizzato i due componenti al colloquio con lui. Poi aggiunge che saranno i parlamentari a chiamare i consulenti da lui segnalati e loro dovranno far finta di nulla che tanto i parlamentari lo sanno che c’è dietro lui”. Non solo: Mori per l’investigatore “dice a tutti: sono passato all’offensiva. E prepara le sue audizioni in Antimafia con l’avvocato Milio e con l’avvocato Trizzino”.
Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e avvocato di parte civile dei tre figli di Paolo Borsellino, è stato sentito a partire dal settembre 2023 più volte dall’Antimafia. Le sue audizioni hanno di fatto stabilito il percorso investigativo principale della Commissione Colosimo. Trizzino sostiene l’importanza del filone mafia-appalti e svaluta le piste politiche in particolare quella nera. Nel dicembre
2024 ha esposto le sue tesi, gradite a Mori e alla destra, anche sul palco della manifestazione di FdI, Atreju. Secondo l’investigatore, dalle conversazioni di Mori emerge un dato: “Sono certi che passerà la loro linea: quella di Borsellino isolato dalla Procura di Palermo che gli avrebbe impedito di fare le indagini sul rapporto mafia-appalti. Mori con Milio discute di come coinvolgere i magistrati della Procura di Palermo nella morte di Borsellino. Dicono che sarà difficile dimostrare una loro diretta responsabilità, ma vogliono arrivare a dire che ci fu un concorso morale dei colleghi”. Mondani chiede l’epoca delle conversazioni, e l’investigatore replica: “siamo nell’autunno del 2023”. E alla fine dell’intervista butta lì “poi Mori e De Donno incontrano anche un alto magistrato per parlare di un problema serio”. Niente nomi, “per ora”.
Mori ha guidato prima il Ros dei carabinieri negli anni 90 e poi il Sisde, il servizio segreto civile, nell’era Berlusconi dal 2001 al 2006. Report ricorda le conversazioni intercettate nel 2012 nelle quali De Donno gioiva con Marcello Dell’Utri per l’annullamento (con rinvio) in Cassazione della sentenza di condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. De Donno e Mori erano felici per la ‘mazzata’ presa dai pm di Palermo. Chiamati a commentare dal senatore Walter Verini del PD, in Commissione quando sono stati auditi, non si sono tirati indietro. De Donno ha confermato l’amicizia al condannato Dell’Utri e Mori ha confermato la disistimare per i pm di Palermo. Insomma la puntata diReport, sembra fatta apposta per accendere lo scontro politico.
Alla fine c’è spazio per un approccio in strada di Mondani a Mori. Il giornalista chiede se ha proposto il magistrato Cisterna e chi erano i due parlamentari dell’Antimafia che, secondo la fonte di Report, sarebbero stati “autorizzati dalla presidente Colosimo a incontrare
Mori per recepire le sue proposte di consulenti”. Mori replica con una battuta “Non vi rispondo perché sono cattivo e mi siete antipatici”. A quelle domande forse dovrebbe rispondere anche qualcun altro.
(da Il Fatto Quotidiano)

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