Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
SOVRANISTI NEL PALLONE ALLA CAMERA, VOTANO PER ERRORE UNA MOZIONE DELL’OPPOSIZIONE CONTRO IL PRECARIATO E LA FUGA DI CERVELLI
La maggioranza di centrodestra è nel pallone, e il governo va sotto in Aula. È successo oggi pomeriggio alla Camera,
quando l’Aula di Montecitorio ha approvato, con 253 sì, 4 no e un astenuto, la mozione a prima firma della presidente dei deputati Iv Maria Elena Boschi sulle politiche per attrarre i ricercatori in Italia, su cui l’esecutivo di Giorgia Meloni aveva espresso parere negativo. Il testo di Iv riguardava iniziative per un Piano strategico nazionale finalizzato ad attrarre o favorire la permanenza dei ricercatori Ue ed extra Ue in Italia.
Uno scivolone per il centrodestra, che il leader di Italia viva Matteo Renzi ha fatto subito notare in un messaggio su X: “Camera dei Deputati. Italia Viva propone una mozione per fermare la fuga dei cervelli. La Meloni dice: votate contro! La maggioranza si ribella e vota a favore della proposta (di buon senso) di Italia Viva. Adesso vediamo che succede. Spero che i parlamentari di maggioranza abbiano il coraggio di andare fino in fondo e di essere coerenti con
questo voto. Se invece diranno: scusate, ci siamo sbagliati sarà chiaro a tutti che i primi cervelli in fuga sono i loro”.
“Sulla proposta di Italia Viva per attrarre talenti e riportare cervelli in fuga anche la maggioranza si schiera contro Meloni! Il Governo va sotto sulla nostra mozione. Finalmente qualcuno capisce che anziché sprecare soldi per i migranti in Albania servono soldi per tenere i giovani in Italia. Opposizione 1 – Governo 0. Adesso che farà Meloni?”, ha commentato sui social la presidente dei deputati di Italia Viva Maria Elena Boschi.
“Saranno le temperature, saranno i tanti temi che la dividono, oggi in Aula la maggioranza è allo sbando e approva una mozione dell’opposizione sui ricercatori europei e extraeuropei. Interessante il merito che contraddice tante chiusure del governo nella gestione della ricerca sull’onda trumpista. Ma è il metodo che colpisce:
non conoscono i provvedimenti e si limitano a spingere i pulsanti senza mai chiedersi cosa stanno votando. Ecco il progetto della destra: un Parlamento passa carte che non distingue e non disturba”, ha scritto in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei deputati.
“Volevo congratularmi con i colleghi di Italia Viva perché sono riusciti a mandare sotto il governo che aveva dato parere contrario”, ha commentato immediatamente prendendo la parola Elena Bonetti di Azione.
Il governo va sotto: è stato un errore?
Ma quello che è avvenuto sembra sia stato solo un errore di distrazione dei parlamentari di centrodestra, che invece di votare contro, come indicato dall’esecutivo, hanno votato a favore.
A intervenire in Aula per spiegare l’equivoco è stato quindi il deputato di FdI, Gianluca Vinci: “Noi avevamo percepito che il parere” del governo “fosse favorevole e nel caso in cui invece fosse contrario, chiaramente il voto, anche se già espresso, sarebbe da intendersi contrario e non sicuramente a favore della mozione, ma i colleghi continuano a riferirmi di aver sentito ‘parere favorevole'”.
Eppure, come fa notare Agi, riascoltando l’audio delle votazioni dal canale tv della Camera, si sente il presidente di turno Fabio Rampelli che, prima di aprire la votazione sulla mozione di Italia viva, dice “il parere del governo è contrario”.
A quel punto diversi deputati della maggioranza sarebbero andati ai banchi della presidenza, per capire come correggere il voto favorevole appena espresso.
“L’esito della votazione è un voto intangibile e intoccabile a prescindere da tutte le correzioni che si metteranno a verbale”, ha quindi sottolineato Roberto Giachetti
Davanti alla reiterata richiesta delle opposizioni sulla certezza del voto, il vicepresidente della Camera di turno Fabio Rampelli ha chiarito: “Io ho già confermato l’esito della votazione, non ho motivo di tornare su una votazione già consumata e proclamata, il resto saranno le valutazioni politiche che i gruppi parlamentari o i singoli deputati vorranno fare…”.
Il dubbio che possa essersi consumato uno strappo da parte dei parlamentari della maggioranza di Giorgia Meloni comunque resta, dato che, come sottolinea anche Avvenire, sembra difficile da credere che centocinquanta deputati della maggioranza, contemporaneamente, abbiano votato in modo difforme dalle indicazioni del governo, e che possa essersi trattato di un semplice qui pro quo.
Come ha fatto notare Elisabetta Piccolotti di Avs, infatti, il voto della maggioranza contraddice la linea del governo
della ministra Bernini sui precari e sui ricercatori “chiedendo di aumentare le risorse da investire e di rivedere la riforma del preruolo, appena approvata, che reintroduce i contratti precari per i ricercatori”. Stiamo parlando del ritorno di quelle forme contrattuali precarie, gli assegni di ricerca, che erano state eliminate dal governo Draghi, e che sono state reintrodotte con il decreto Scuola, che prevede appunto due nuove figure per la ricerca (non sostitutive dei contratti di ricerca istituiti dalla legge 79 del 2022) cioè gli incarichi di ricerca e i post-doc, già previsti dal ddl 2140 sul pre-ruolo.
Gli incarichi di ricerca sono per laureati magistrali da meno di 6 anni, durano da 1 a 3 anni, assegnabili anche direttamente, con un compenso minimo deciso dal ministero; mente i post-doc sono pensati per i dottori di ricerca, durata 1-3 anni, con retribuzione uguale a quella dei
ricercatori a tempo determinato.
Cosa dice la mozione della maggioranza approvata alla Camera
Poco prima del voto dato per errore, era passato, con 149 sì e 103 no e un astenuto, un testo della maggioranza che impegna il governo “a proseguire con ogni iniziativa utile nell’ambiziosa strategia nazionale per l’attrazione e la permanenza in Italia di ricercatori europei ed extraeuropei, con particolare attenzione alle opportunità derivanti dalla nuova geografia della mobilità scientifica internazionale”, “a continuare nell’impegno massiccio di promozione ricerca di base e applicata, incrementando ulteriormente le risorse pubbliche destinate alla stessa, favorendo l’accesso a fondi competitivi da parte dei giovani ricercatori e dei gruppi emergenti”, “a promuovere un contesto normativo e amministrativo favorevole alla mobilità in ingresso,
mediante procedure semplificate per il rilascio dei visti, dei permessi di soggiorno e per il riconoscimento dei titoli accademici e professionali”, “a rafforzare i meccanismi di reclutamento e progressione di carriera in base al merito, attraverso procedure trasparenti, valutazioni scientifiche indipendenti e la riduzione delle barriere all’accesso per i candidati internazionali”, “a sostenere le università e gli enti di ricerca nella creazione di ambienti accademici internazionali, promuovendo programmi di accoglienza, supporto logistico e integrazione sociale per i ricercatori stranieri e le loro famiglie” e “ad avviare una campagna di promozione internazionale dell’Italia come destinazione scientifica, in coordinamento con le reti diplomatiche, culturali e universitarie, dirette al consolidamento della posizione dell’Italia nella ricerca scientifica avanzata e alla promozione della collaborazione internazionale”.
(da Fanpage)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL REFERTO MEDICO “SMENTISCE” IL DECRETO SALVINI
A un motociclista coinvolto in un incidente nell’astigiano è stata ritirata la patente dopo
essere risultato positivo alla cannabis. Dopo il ricorso, però, il tribunale ha deciso di restituirgliela, perché nonostante la positività ai cannabinoidi, nel momento del sinistro il soggetto era lucido. È il secondo
caso dopo l’entrata in vigore, all’inizio del 2025, del nuovo codice della strada voluto da Matteo Salvini.
L’incidente e la revoca della patente
Come spiegato dal suo avvocato Jacopo Evangelista a La Stampa, il centauro era parte lesa in un incidente avvenuto un mese e mezzo fa. Dopo essere stato sottoposto a diversi esami medici, è risultato positivo alla cannabis. Per questo, in un primo momento, all’uomo è stata revocata la patente. Tuttavia, la polizia giudiziaria aveva incaricato i medici di accertare anche il suo livello di lucidità al momento dell’incidente. Gli esami sulla persona hanno accertato che il soggetto non fosse «in stato di alterazione né da sostanze né da alcool», come ha spiegato il legale. Con queste motivazioni, il motociclista ha deciso di impugnare il provvedimento della prefettura, che aveva deciso per il ritiro della sua patente. La decisione del
centauro, arriva dopo che il gip del tribunale di Pordenone ha sollevato la legittimità costituzionale di una parte del decreto Salvini. La licenza di guida gli è stata così restituita, almeno per il momento. L’udienza del giudice di pace è fissata per marzo ed è probabile che, ora di allora, anche la Consulta di sarà pronunciata sulla questione.
Le regole sulla cannabis del nuovo codice della strada
Prima delle recenti modifiche al codice della strada, per procedere al ritiro della patente dei soggetti positivi ai cannabinoidi bisognava che questi risultassero anche in stato di alterazione. Ma la stretta voluta da Salvini ha cancellato questa condizione. Oggi, infatti, è sufficiente risultare positivi senza essere alterati, perché le autorità possano procedere al ritiro della licenza di guida. Già a maggio 2025, però, una circolare dal ministero degli Interni era approdata sulle scrivanie delle prefetture di tutta Italia, proprio con l’obiettivo di rivedere questo punto. Secondo tale documento, per far scattare le
sanzioni occorrerebbe provare che la sostanza sia stata assunta in un periodo di tempo «prossimo» alla guida del veicolo. Per i ministeri della Salute e dell’Interno dunque il criterio dello stato di alterazione psico-fisica assumerebbe di nuovo importanza. Tuttavia, all’epoca dei fatti, il ministero dei Trasporti aveva smentito che la circolare fosse in contraddizione con il decreto Salvini.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE GENERALE DEL’AGENZIA INTERNAZIONALE PER L’ENERGIA ATOMICA: “NESSUNA PROVA CHE INDICHI UN MOVIMENTO STRUTTURATO VERSO LA PRODUZIONE DI ARMAMENTI NUCLEARI”…. LO STATO TERRORISTA DI ISRAELE HA MENTITO (COME AL SOLITO)
Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, ha dichiarato in un’intervista all’emittente statunitense CNN che, fino ad oggi, l’Agenzia non ha trovato nessuna prova dell’esistenza di un programma organizzato da parte dell’Iran volto alla costruzione di armi nucleari.
Grossi ha spiegato che, malgrado l’attenzione internazionale rivolta alle capacità nucleari iraniane, “non abbiamo osservato prove che indichino un movimento strutturato verso la produzione di armamenti nucleari”.
Alla domanda sul tempo che sarebbe necessario all’Iran per ottenere un’arma nucleare, Grossi ha risposto: “Senza dubbio, non è una questione imminente, ma non possiamo nemmeno dire con certezza che si tratti di anni. Queste rimangono solo ipotesi, ed è per questo che affermo che, in realtà, non lo sappiamo”. Il direttore dell’AIEA ha inoltre
sottolineato che, nonostante alcune limitazioni, l’Agenzia continua a monitorare la situazione e a riferire quanto è in suo possesso. “Fino a questo momento, i nostri rapporti non contengono indicazioni di un piano coordinato per dotarsi di armi nucleari”, ha ribadito.
Quando venerdì scorso Israele ha lanciato la sua serie di attacchi contro l’Iran ha dichiarato di averlo fatto perché in possesso di prove secondo le quali la Repubblica Islamica si stesse avvicinando rapidamente a un punto di non ritorno nella sua corsa all’ottenimento di armi nucleari; gli attacchi dello stato ebraico sarebbero stati quindi necessari per prevenire tale risultato.
Tuttavia le valutazioni dell’intelligence statunitense sono giunte a una conclusione diversa: non solo l’Iran non starebbe attivamente perseguendo un’arma nucleare, ma sarebbe anche a tre anni di distanza dalla capacità di
produrne e utilizzarne una.
Un alto funzionario USA interpellato dalla CNN ha però ammesso che l’Iran è tecnicamente “quasi pronto” e, qualora decidesse di costruire una bomba, avrebbe le risorse per farlo. I danni inflitti finora da Israele sembrano aver ritardato il programma iraniano solo di qualche mese. L’impianto di Natanz è stato colpito duramente, ma Fordow – la struttura sotterranea più protetta – è rimasta intatta.
Secondo esperti militari, Israele non ha la capacità tecnica per colpire Fordow senza armi e supporto aereo statunitensi. “Se vuoi davvero smantellare quel programma, serve un attacco americano o un accordo diplomatico”, ha dichiarato Brett McGurk, ex diplomatico USA. Questo crea un dilemma di non semplice soluzione per l’amministrazione Trump, che sta cercando di evitare un coinvolgimento diretto ma sa che Israele, da solo, non può distruggere
l’intero programma nucleare iraniano.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
“L’IRAN NON È LA LIBIA, L’IRAQ O L’AFGHANISTAN. IL REGIME DI TEHERAN DOVRA’ REAGIRE E ATTACCARE LE BASI AMERICANE. E TRUMP DOVREBBE RISPONDERE INNESCANDO UN’ESCALATION SENZA UNA FINE CHIARA” … LA CADUTA DEL REGIME IRANIANO AVREBBE RIPERCUSSIONI DIRETTE ANCHE SULL’EUROPA, CON UN’ONDATA DI MIGRANTI
Gli Stati Uniti potrebbero avviarsi verso un’altra guerra in Medio Oriente senza che nessuno
parli di come finirà. Lo afferma Cnn, sottolineando che Donald Trump è “sull’orlo di
una grande scommessa” che lo potrebbe portare a ripudiare i suoi stessi principi politici.
Il presidente americano di trova infatti a decidere se usare la maxi bomba ‘Massive Ordnance Penetrator’ per distruggere la centrale nucleare iraniana di Fordow. “L’Iran non è la Libia, l’Iraq o l’Afghanistan. Forse i falchi hanno ragione nel dire che un attacco militare americano devastante e circoscritto potrebbe distruggere il programma nucleare iraniano.
Ma il regime di Teheran dovrebbe quasi sicuramente reagire e potrebbe attaccare il personale e le basi americane. Trump dovrebbe rispondere innescando un’escalation senza una chiara fine”, spiega Cnn mettendo in guardia come la caduta del regime potrebbe causare “sconvolgimenti” con ripercussioni in tutta l’area e anche in Europa che potrebbe sperimentare un aumento di migranti.
Wsj, ‘Trump non ha ancora deciso se attaccare l’Iran’
Il presidente Donald Trump non ha ancora deciso se gli Stati
Uniti si uniranno a Israele per attaccare i programmi nucleari e militari iraniani, stando alle dichiarazioni di alcuni funzionari della Casa Bianca al Wall Street Journal.
Le fonti affermano che l’attacco è stata una delle diverse opzioni discusse durante una riunione tra Trump e il suo team di sicurezza nazionale. Il report afferma che il presidente Trump spera ancora che la minaccia di un’azione militare statunitense porti l’Iran ad accettare le richieste degli Stati Uniti nei colloqui sul nucleare.
La guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha affermato, in un posto su X, che il suo Paese non mostrerà “alcuna pietà” nei confronti dei leader israeliani, poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto a Teheran una “resa incondizionata”.
“Dobbiamo dare una risposta forte al regime terrorista sionista. Non mostreremo alcuna pietà ai sionisti”, ha scritto. Ieri, Trump ha chiesto la “resa incondizionata” della Repubblica Islamica§ventilando che gli Stati Uniti potrebbero facilmente assassinare Khamenei.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
EPPURE DALL’OPPOSZIONE DICEVA: “ABBIAMO ANCORA UNA COSTITUZIONE IN ITALIA?
«Abbiamo ancora una Costituzione in Italia?». Era furente Giorgia Meloni quel 15 maggio 2020 contro il «Decreto Rilancio» del governo Conte bis alle prese col Covid che quel giorno aveva visto il bilancio italiano salire a 31.610 morti. Emergenza? «Cosa c’è di così urgente da scavalcare il
Parlamento nel bonus monopattini, nella lievitazione delle poltrone delle società pubbliche e nella sanatoria dei clandestini?». E il tweet chiudeva appunto: «Abbiamo ancora una Costituzione in Italia?». Un tormentone. Su tutto. Con governi vari. «I provvedimenti d’urgenza non risolvono nulla. L’esecutivo continua a produrre questi indulti mascherati e a colpi di fiducia li approva, impedendo la discussione e mortificando il Parlamento» (ansa 4-2-14). «È gravissimo che Renzi dichiari apertamente l’intenzione di scavalcare il Parlamento in tema di norme del servizio pubblico radiotelevisivo. E ancora più grave la volontà di avvalersi di un decreto legge che è uno strumento giuridico previsto dalla Costituzione solo nei casi di necessità e urgenza» (facebook 23-2-15). «Il governo chiede 4 voti di fiducia in 48 ore su temi sensibili come la giustizia penale e civile e il green pass. Il Parlamento è mortificato, l’opposizione non è in grado e non può dire la sua. Una deriva preoccupante per la democrazia»
(ansa 21-9-21). «Draghi e la sua maggioranza minestrone dovrebbero ascoltare i buoni consigli di una opposizione sempre costruttiva nonostante i loro continui tentativi di minare il sistema democratico a colpi di fiducia» (ansa 26-12-21, contro gli «strumenti inutili, libertici ed economicidi come il Green pass»). «L’apposizione della fiducia sul decreto Covid sull’obbligo vaccinale per gli over 50 è l’ennesimo sfregio del Governo Draghi al Parlamento. (…) Una scelta molto grave (…) che calpesta l’articolo 1 della Costituzione e nega a centinaia di migliaia di cittadini il diritto di lavorare» (ansa 23-2-22). «Un governo litigioso e diviso su tutto che va avanti a colpi di fiducia continua a mortificare il Parlamento e la democrazia» (ansa 21-5-22) E via così…
Gian Antonio Stella
(da corriere.it)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
QUANDO SI PERMETTE A UN GOVERNO DI ATTACCARE SEI STATI SOVRANI IN BASE A BALLE SMENTITE DAI SERVIZI USA
“Non m’importa quello che dice lei. L’Iran è molto vicino a produrre armi nucleari”. È
sprezzante, Donald Trump, con Tulsi
Gabbard, la sua direttrice della National Intelligence. Lo scorso marzo Gabbard aveva testimoniato davanti a una Commissione del Senato, spiegando che “i nostri servizi continuano a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare e che la Guida Suprema Khamenei non abbia autorizzato un programma di armi nucleari”.
Questa è rimasta la posizione dell’intelligence Usa fino all’attacco israeliano a Teheran, la settimana scorsa. Tra l’altro, come racconta la Cnn citando almeno quattro fonti dell’intelligence, non solo l’Iran non starebbe attivamente perseguendo la costruzione di un’arma nucleare, ma ci sarebbero voluti almeno tre anni prima che Teheran fosse stata in grado di produrne una e lanciarla contro un obiettivo.
La posizione israeliana è ovviamente diversa – “le informazioni che abbiamo ricevuto e condiviso con gli Stati Uniti sono assolutamente chiare, gli iraniani stavano lavorando a un piano segreto per trasformare l’uranio in un’arma. Stavano
procedendo molto rapidamente”, ha spiegato Benjamin Netanyahu – ed è questa valutazione che Donald Trump fa propria, affermando che Teheran è “molto vicina” alla produzione del nucleare militare.
La mossa del presidente ha uno scopo piuttosto chiaro. Giustificare l’intervento militare israeliano, che a suo giudizio serve a indebolire militarmente e politicamente l’Iran e portarlo ani militari davanti all’opinione pubblica globale. Le “prove” delle armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein, portate da Colin Powell all’Onu con una serie di fiammeggianti PowerPoint, sono solo l’ultimo episodio – quello a noi più noto – di una lunga serie di bugie, depistaggi, alterazioni, falsificazioni che le amministrazioni americane, ma non solo, hanno messo in atto per “gestire il messaggio”, controllare l’opinione pubblica e andare, possibilmente, in guerra
Il precedente più vicino a quanto succede oggi – con la
trasmissione di intelligence, forse non completamente veritiera, da Gerusalemme a Washington – risale al 12 maggio 1915, quando gli inglesi fecero uscire il Bryce Report – dal nome del visconte James Bryce che presiedette la Commissione sui misfatti tedeschi in Belgio, occupato dalla Germania l’anno prima. Il rapporto parlava di sistematico massacro della popolazione, di donne violentate, di bambini usati come scudi di guerra, di case bruciate e saccheggiate da parte dei soldati prussiani “per i quali la guerra è una sorta di sacra missione”. Si trattava di atrocità completamente inventate, con le quali gli inglesi cercavano di orientare le opinioni pubbliche europee e statunitensi alla guerra contro la Germania. Da Londra furono inviate per nave 41 mila copie da distribuire negli Stati Uniti. Il 27 maggio 1915 tutti i giornali di New York riportarono I passi più brutali del rapporto. Gli stessi giornali furono peraltro invitati dal Committee on Public Information, l’organo di propaganda del governo, a non pubblicare nulla che potesse
mettere in discussione quanto arrivato da Londra.
Va detto che, a quel punto, gli americani non avevano comunque bisogno dell’esempio inglese per produrre (falsa) propaganda. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, il presidente James Polk dichiarò al Congresso che il Messico aveva invaso gli Stati Uniti. Non era vero. È vero invece che nel 1846 la sua amministrazione ordinò ai soldati statunitensi di occupare un’area del Messico vicina al confine con il Texas. Quando i soldati messicani attaccarono le forze Usa, Polk dichiarò che si trattava di un attacco contro gli Stati Uniti. Il risultato fu la guerra tra Messico e Stati Uniti.
Mezzo secolo più tardi fu William McKinley a spararla grossa. Nel 1898, l’allora presidente Usa dichiarò che la Spagna aveva attaccato una nave da guerra statunitense a Cuba, la Uss Maine, uccidendo 355 marinai. La vera causa dell’affondamento non è mai stata davvero provata. L’ipotesi che gli spagnoli fossero i responsabili portò alla guerra ispano-americana. Un po’ meno di mezzo secolo, ed è la volta di Franklin D. Roosevelt, che nel 1941 sostenne che un sottomarino tedesco aveva attaccato una nave statunitense, la Greer, senza alcuna provocazione. La verità è che la Greer stava proteggendo navi britanniche che attraversavano l’Oceano Atlantico e aveva anzi seguito il sottomarino tedesco, informando gli inglesi della sua rotta. La presunta provocazione servì al presidente per preparare gli Stati Uniti all’ingresso nella Seconda guerra mondiale.
Bufala dopo bufala, si arriva ai due episodi oggi più ricordati. Il 4 agosto 1964 Lyndon B. Johnson annunciò che navi da guerra Usa erano state attaccate da motosiluranti della Repubblica Democratica del Vietnam nel Golfo del Tonchino e che c’era stato uno scontro, durante il quale quattro marinai vietnamiti erano stati uccisi e sei feriti. Il Congresso approvò immediatamente la cosiddetta “Risoluzione del Golfo del Tonchino” che dava a Johnson l’autorità di attaccare il Vietnam del Nord senza dichiarazione di guerra formale. Nel novembre
2005 la National Security Agency declassificava una serie di informazioni che rivelavano come, quel giorno d’agosto, non ci fosse stato nessuno scontro. Come spiegò un soldato Usa, i cacciatorpediniere spararono 400 proiettili di artiglieria e 5 bombe di profondità contro un bersaglio completamente immaginario, “in direzione dell’acqua nera”. L’incidente servì per giustificare l’escalation militare americana in Indocina.
Il volto forse oggi più celebre delle “bugie” americane è però quello di Colin Powell, che davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu spiegò le ragioni dell’intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein (che peraltro l’amministrazione di George W. Bush aveva a quel punto già deciso). Dalle “fabbriche del veleno” dove gli iracheni avrebbero prodotto le armi chimiche e batteriologiche alla rete terroristica di Abu Musab al-Zarqawi ospitata in Iraq fino alla visita di alti dirigenti di Bagdad a Osama bin Laden in Afghanistan, l’allora Segretario di Stato rivelò i legami del regime iracheno col terrorismo e la minac
che esso portava al mondo. Era tutto falso. Il rapporto che Powell lesse distorceva completamente le informazioni fornite dall’intelligence americana ed era stato prodotto negli uffici del vicepresidente Dick Cheney.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
SI AGITA TANTO, NON LA CONSIDERA NESSUNO
Diceva Meloni che avrebbe dato all’Italia un ruolo centrale nel mondo. E poi è arrivata Gaza. E poi è arrivato l’Iran. E il mondo, inchiodato tra le bombe israeliane e i missili di Teheran, ha riscoperto la cruda gerarchia delle potenze.
La presidente del Consiglio italiana ha fatto tutto quello che una media potenza può permettersi di fare: ha telefonato, ha partecipato, ha twittato. Ha persino sbuffato a un tavolo del G7 dopo una battuta di Macron, diventando meme prima che notizia. Il vertice in videoconferenza del 13 giugno, le consultazioni con Trump e i leader arabi, l’iniziativa italiana per il cessate il fuoco a Gaza: tutte azioni diligenti, ma prive di esito, prive di peso
Meloni ha parlato con Netanyahu chiedendo aiuti umanitari, ma
non ha mai messo in discussione il memorandum militare italo-israeliano. Ha invocato una de-escalation, ma l’Italia è rimasta tra i Paesi che si oppongono a sanzioni Ue contro Tel Aviv. Ha offerto Roma come sede di negoziati, ma nessuno – né Usa né Iran – l’ha presa in considerazione. A mediare, semmai, è stato l’Oman.
E mentre Macron promuoveva conferenze Onu per la Palestina, e Scholz ammoniva Israele da Amman, Meloni raccoglieva “cauti apprezzamenti” per una proposta che nessuno ha discusso. Il G7 si è chiuso con un comunicato su cui la mano italiana è impercettibile: il diritto di Israele a difendersi c’è, l’Iran resta il “problema”, e l’appello al cessate il fuoco è un inciso marginale.
Non è solo una questione di contenuti. È una questione di visibilità, di rilevanza, di credibilità. Meloni è stata nei luoghi giusti, con le parole giuste, nel momento sbagliato o, forse, con il peso sbagliato. La stampa internazionale non la cita tra i
leader determinanti. I dossier diplomatici la collocano nel gruppo dei prudenti, dei presenti ma irrilevanti. La sua presenza è registrata, ma mai decisiva.
È questa l’ininfluenza che conta. Quella che non nasce dall’assenza, ma dall’insignificanza. Giorgia Meloni non ha perso un’occasione: l’ha semplicemente vissuta da comparsa. In un mondo che brucia, l’Italia ha portato un secchio vuoto e il desiderio di essere ricordata per averlo agitato.
(da lanotiziagiornale.it)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA CAPACITA’ DI TEL AVIV E MOLTO SUPERIORE RISPETTO A QUELLA CHE POTREBBERO MAI SVILUPPARE GLI AYATOLLAH… ISRAELE NON VUOLE PROTEGGERE NESSUNO SE NON I PROPRI INTERESSI
Stati Uniti d’America, Russia (allora URSS), Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan,
Corea del Nord. Questi i Paesi dotati di armamenti atomici. I primi cinque hanno aderito al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), gli altri no. Ma di tutti conosciamo l’entità e la potenza degli arsenali, con forbici d’errore più o meno ampie. E poi c’è un intruso: Israele.
Lo Stato d’Israele è notoriamente dotato della bomba. Parliamo di almeno 90 testate nucleari, ma potrebbero essere molte di più. Ma cosa distingue Tel Aviv dagli altri otto Paesi nucleari?
Il fatto che essa, non solo abbia rigettato il TNP come Nuova Delhi, Islamabad e Pyongyang, ma si sia spinta molto più in là. Israele ha deciso che i suoi governi non avrebbero mai nemmeno dichiarato apertamente di possedere quest’arma di distruzione di massa, né tantomeno avrebbero fornito informazioni spontanee a riguardo. La legge del più forte direte voi… Grammatica geopolitica. Ok.
Il problema, però, sorge quando qualcuno giustifica i recenti attacchi unilaterali di Israele a Teheran con la filastrocca del “Per evitare l’atomica in mano all’Ayatollah questo ed altro!”. Motto idiota molto popolare in Italia. Qualcuno ha addirittura osato dire che Bibi starebbe facendo “il lavoro sporco per noi”. Per noi? Ma per noi chi?
Io da quell’essere disumano non vorrò mai nulla, se non che si consegni al tribunale della CPI e paghi per i suoi crimini contro l’umanità. Israele non vuole proteggere nessuno se non i propri interessi, cioè lo ius vitae ac necis assoluto su tutto il Medioriente e non solo… altro che la sicurezza del mondo dalla ipotetica potenza nucleare di Teheran! Che forse, se anche mai si materializzasse, potrebbe essere più una garanzia di pace e giustizia che una minaccia di guerra. Eh sì, perché una domanda sorge spontanea: perché Israele avrebbe il diritto a possedere le sue novanta testate nucleari, note a tutti ma lasciate nell’opacità, mentre l’Iran non dovrebbe avere facoltà di svilupparne dieci?
Secondo la narrazione nostrana, l’atomica di Tel Aviv non sarebbe a prescindere una minaccia, malgrado negli ultimi mesi il regime abbia invaso o attaccato senza alcuna autorizzazione sei Paesi sovrani. L’Iran, che invece non è in guerra dai tempi in cui fu aggredito da Saddam Hussein (1980-1988), dovrebbe invece essere tenuto a debita distanza dall’atomo. Sostenere questa tesi assurda non è solo sintomo di malafede.
Forse ci sarebbe, finalmente, un po’ di pace per i gazawi rinchiusi all’inferno, e per i cisgiordani invasi dagli infami coloni razzisti. Al momento, però, non so se siano in azione le famose centrifughe separa-isotopi nei bunker persiani. So solo che i missili si fanno sentire da una parte e dall’altra, assassinando tanti innocenti, e che la diplomazia è ferma. Solo Trump, nel suo isolazionismo, sembra stia tentando di evitare l’escalation sognata da Netanyahu.
Diffidate dal terrorismo della televisione, che dipinge un’alterità sempre sul piede della più pazza e suicida delle guerre contro di noi. Una soluzione differente dalla gara di strali omicidi può esistere. Bisogna solo trovare il coraggio, e la forza. Quelli necessari a ottenere e preservare non una vittoria definitiva e umiliante del nemico, ma un fragile e salvifico equilibrio.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 18th, 2025 Riccardo Fucile
DA BERLUSCONI A RENZI E CONTE, QUELL’ATTITUDIME NAZIONALE A FARE GLI ITALIANI “AMICI DI TUTTI”
Magari sono solo photo-opportunity costruite con abilità, un modo per dire: sono io la compagna di banco, l’amica di sempre
che i grandi del mondo cercano per confidarsi. Ma le foto del G7 in Canada, la panchina condivisa con il presidente Usa e più ancora le chiacchiere all’orecchio con Emmanuel Macron mentre un torvo Donald Trump prende posto al tavolo dei Grandi, rivelano almeno due cose. La prima è l’abilità con cui Giorgia Meloni gestisce l’evidente super-ego dei maschi alfa, o presunti tali, con i quali si confronta ai tavoli internazionali. La seconda è la persistenza anche in politica di un modo d’essere tipicamente nazionale, quell’attitudine alla confidenza che un po’ è furbizia un po’ adesione allo stereotipo: italiani amici di tutti.
Ci sono precedenti. Silvio Berlusconi innanzitutto, che tuttavia esagerava con la propensione alla commedia, all’albertosordismo. Le corna al summit dei ministri degli Esteri europei, il cucù ad Angela Merkel, l’ostentata ammirazione per le forme della signora Michelle Obama suscitarono più sconcerto che empatia. Pure Matteo Renzi fu protagonista di
una straordinaria galleria di allegritudine da summit, che raggiunse il culmine negli incontri con Barak Obama dove non c’è scatto che non evochi una reunion tra compagni del liceo o del calcetto. Giuseppe Conte, figuriamoci: foto sorridente con Trump e doppio pollice alzato, foto sorridentissima con mano sulla spalla di Trump, foto super-sorridentissima col naso a dieci centimetri da quello di Trump (che al contrario risulta sempre vagamente ingrugnito)
Meloni è in scia con questa tradizione, con una differenza non da poco. È donna, e alle donne di solito viene richiesto maggior cipiglio, affinché non si dica in giro che ocheggiano, sfarfalleggiano, sono da meno dei seriosi uomini in grigio da cui sono circondate, e dunque ogni precedente noto – sono pochi: la Thatcher, la Merkel, al limite la regina d’Inghilterra e attualmente Ursula von der Leyen – negli incontri internazionali ha scelto piuttosto una estrema compostezza e la faccia da poker di chi si corazza contro il mondo. Per la premier italiana, tutto icontrario. Ha scoperto che la simpatia è uno dei pochi strumenti in mano al leader di un Paese senza grandi carte economiche, militari, strategiche, e che questi potentissimi in doppiopetto, tunica, persino kefiah, non riescono a non sorridere a una signora che gli sorride.
Di più: la simpatia ripaga. Persino la sfilata di arabi barbuti al seguito di Mohammed bin Salman nella recente visita a Riad ha rinunciato all’abituale cipiglio e all’esigenza di mantenere la distanza da una che è pur sempre una donna (da loro poca cosa, sottoposta all’autorità maschile dalla nascita alla morte). Il presidente albanese Edi Rama, in teoria un suo avversario lungo le coordinate destra/sinistra, si inginocchia scherzosamente al suo arrivo, a mani giunte sotto la pioggia: uno gioco tra buoni compagni che si ripete a ogni incontro. Narenda Modi, primo ministro del colosso indiano, si presta volentieri al video-selfie da gita scolastica: “Hallo from the Melo-dy team”, hastag virale, oltre un milione di visualizzazioni, seguiranno interviste
cliccatissime sugli italiani, sulla pizza, e un costante interesse dei tabloid indiani per le “diplomatic vibes”, le vibrazioni diplomatiche che si registrano tra i due a ogni incontro sulle piazze internazionali.
Commedia all’italiana, dicono i critici, faccette, finzione un po’ sbracata, molto romana o meglio romanesca, a uso di una leadership che combina poco in casa e quindi ha deciso di giocarsi tutto sull’effetto amici miei in trasferta. Bisognerebbe tuttavia esplorare un dubbio e decidere qual è la recita, la Meloni stentorea e talvolta arrabbiatissima che vediamo ogni tanto nel nostro Parlamento o quell’altra, quella che persino con un ex-arcinemico come Macron riesce a trovare la confidenza affabile del sussurro all’orecchio. Mistero, anzi boh, come dicono a Roma.
(da astampa.it)
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